Poesie di questo tema
Infanzia
Andrea Zanzotto
Declivio su Lorna
Mese di pochi giorni,
o tu dalla docile polpa,
chiaro collo curioso
seno caldo che nutre,
dolce uva nella gola,
teneri uccelli che si districano
dai vischi della lontananza
e che indugiano audacemente
tra gli equilibri delle dita
a illustrare le loro piume
e le loro gioie minute,
uccelli disingannati,
maiuscoli pavoni delle siepi,
aiole come mazzi improvvisati,
laghi dallo stupore di goccia:
ogni albero ha dietro di sé
l’ombra sua bene abbigliata,
paradisi di crisantemi
si addensano in climi azzurri.
Ho raccolto la foglia di colore
e la ciliegia dimenticata
sul colle meno visibile;
infanzia raccolta acino ad acino,
infanzia sapido racimolo,
la formica ha consumato il gusto
mutato della ciliegia,
l’acqua movenza timida
inizia radici.
Tra le folle ricciute delle vendemmie
la frescura guasta ed apre
l’innocuo lume del sole
alle rapine svagate dei bimbi.
o tu dalla docile polpa,
chiaro collo curioso
seno caldo che nutre,
dolce uva nella gola,
teneri uccelli che si districano
dai vischi della lontananza
e che indugiano audacemente
tra gli equilibri delle dita
a illustrare le loro piume
e le loro gioie minute,
uccelli disingannati,
maiuscoli pavoni delle siepi,
aiole come mazzi improvvisati,
laghi dallo stupore di goccia:
ogni albero ha dietro di sé
l’ombra sua bene abbigliata,
paradisi di crisantemi
si addensano in climi azzurri.
Ho raccolto la foglia di colore
e la ciliegia dimenticata
sul colle meno visibile;
infanzia raccolta acino ad acino,
infanzia sapido racimolo,
la formica ha consumato il gusto
mutato della ciliegia,
l’acqua movenza timida
inizia radici.
Tra le folle ricciute delle vendemmie
la frescura guasta ed apre
l’innocuo lume del sole
alle rapine svagate dei bimbi.
Andrea Zanzotto
Sfere
Come di là dai mari
grida grida l’innocenza —
bambini non più solitari
su litorali infiniti
rincorrono rincorrono e vincono
di abbaglio in abbaglio rapiti
E che si saprà mai di tanta innocenza?
Che di questo spisciarsi di bambini?
Feroci come l’afa
come i divini
loro doni che fuggono sfere
su tutto il mondo, oltre ogni potere?
Folla che troppo distratto e assonnato
raggiungo ad una svolta
a un dirupo dove crollò improvviso
ogni confine in un soprassaltante riso,
folla dolcissima, vero
disumano, perfetto aldilà
in elisie tivù, fosfeni a cascate,
acufeni di gloria gloria gloria
di questa bella estate.
grida grida l’innocenza —
bambini non più solitari
su litorali infiniti
rincorrono rincorrono e vincono
di abbaglio in abbaglio rapiti
E che si saprà mai di tanta innocenza?
Che di questo spisciarsi di bambini?
Feroci come l’afa
come i divini
loro doni che fuggono sfere
su tutto il mondo, oltre ogni potere?
Folla che troppo distratto e assonnato
raggiungo ad una svolta
a un dirupo dove crollò improvviso
ogni confine in un soprassaltante riso,
folla dolcissima, vero
disumano, perfetto aldilà
in elisie tivù, fosfeni a cascate,
acufeni di gloria gloria gloria
di questa bella estate.
Attilio Bertolucci
Ricordo di fanciullezza
Le gaggìe della mia fanciullezza
dalle fresche foglie che suonano in bocca...
Si cammina per il Cinghio asciutto,
qualche ramo più lungo ci accarezza
la faccia fervida, e allora, scostando
il ramo dolce e fastidioso, per inconscia vendetta
si spoglia di una manata di tenere foglie.
Se ne sceglie una, si pone lieve
sulle labbra e si suona camminando,
dimentichi dei compagni.
Passano libellule, s’odono le trebbiatrici lontane,
si vive come in un caldo sogno.
Quando più la cicala non s’ode cantare,
e le prime ombre e il silenzio della sera ci colgono,
quasi all’improvviso, una smania prende le gambe
e si corre sino a perdere il fiato,
nella fresca sera, paurosi e felici.
dalle fresche foglie che suonano in bocca...
Si cammina per il Cinghio asciutto,
qualche ramo più lungo ci accarezza
la faccia fervida, e allora, scostando
il ramo dolce e fastidioso, per inconscia vendetta
si spoglia di una manata di tenere foglie.
Se ne sceglie una, si pone lieve
sulle labbra e si suona camminando,
dimentichi dei compagni.
Passano libellule, s’odono le trebbiatrici lontane,
si vive come in un caldo sogno.
Quando più la cicala non s’ode cantare,
e le prime ombre e il silenzio della sera ci colgono,
quasi all’improvviso, una smania prende le gambe
e si corre sino a perdere il fiato,
nella fresca sera, paurosi e felici.
Camillo Sbarbaro
La bambina che va sotto gli alberi
La bambina che va sotto gli alberi
non ha che il peso della sua treccia,
un fil di canto! in gola.
Canta sola
e salta per la strada; ché? non sa
che mai bene più grande non avrà
di quel po’ d’oro vivo per le spalle,
di quella gioia in gola.
A noi che non abbiamo
altra felicità che di parole,
e non l’acceso fiocco e non la molta
speranza che fa grosso a quella il cuore?
se non è troppo chiedere, sia tolta
prima la vita di quel solo bene.
non ha che il peso della sua treccia,
un fil di canto! in gola.
Canta sola
e salta per la strada; ché? non sa
che mai bene più grande non avrà
di quel po’ d’oro vivo per le spalle,
di quella gioia in gola.
A noi che non abbiamo
altra felicità che di parole,
e non l’acceso fiocco e non la molta
speranza che fa grosso a quella il cuore?
se non è troppo chiedere, sia tolta
prima la vita di quel solo bene.
Carlo Betocchi
Piazza dei fanciulli la sera
Io arrivai in una piazza
colma di una cosa sovrana,
una bellissima fontana
e intorno un’allegria pazza.
Stava tra verdi aiole;
per viali di ghiaie fini
giocondavano bei bambini
e donne sedute al sole.
Verde il labbro di pietra
e il ridente labbro dell’acqua
fermo sulla riviera stracca,
in puro cielo s’invetra.
Tutto il resto è una bruna
ombra, sotto le loggie invase
dal cielo rosso, l’alte case
sui tetti attendon la luna.
Ivi sembrava l’uomo
come una cosa troppo oscura,
di cui i bambini hanno paura,
belli gli chiedon perdono.
colma di una cosa sovrana,
una bellissima fontana
e intorno un’allegria pazza.
Stava tra verdi aiole;
per viali di ghiaie fini
giocondavano bei bambini
e donne sedute al sole.
Verde il labbro di pietra
e il ridente labbro dell’acqua
fermo sulla riviera stracca,
in puro cielo s’invetra.
Tutto il resto è una bruna
ombra, sotto le loggie invase
dal cielo rosso, l’alte case
sui tetti attendon la luna.
Ivi sembrava l’uomo
come una cosa troppo oscura,
di cui i bambini hanno paura,
belli gli chiedon perdono.
Cesare Pavese
Una generazione
Un ragazzo veniva a giocare nei prati
dove adesso s’allungano i corsi. Trovava nei prati
ragazzotti anche scalzi e saltava di gioia.
Era bello scalzarsi nell’erba con loro.
Una sera di luci lontane echeggiavano spari,
in città, e sopra il vento giungeva pauroso
un clamore interrotto. Tacevano tutti.
Le colline sgranavano punti di luci
sulle coste, avvivati dal vento. La notte
1° che oscurava, finiva per spegnere tutto
e nel sonno duravano solo freschezze di vento.
(Domattina i ragazzi ritornano in giro
e nessuno ricorda il clamore. In prigione
c’è operai silenziosi e qualcuno è già morto.
Nelle strade han coperto le macchie di sangue.
La città di lontano si sveglia nel sole
e la gente esce fuori. Si guardano in faccia).
I ragazzi pensavano al buio dei prati
e guardavano in faccia le donne. Perfino le donne
2° non dicevano nulla e lasciavano fare.
1 ragazzi pensavano al buio dei prati
dove qualche bambina veniva. Era bello far piangere
le bambine nel buio. Eravamo i ragazzi.
La città ci piaceva di giorno: la sera, tacere
e guardare le luci in distanza e ascoltare i clamori.
Vanno ancora ragazzi a giocare nei prati
dove giungotrio i corsi. E la notte è la stessa.
A passarci si sente l’odore dell’erba.
In prigione ci sono gli stessi. E ci sono le donne
3: come allora, che fanno bambini e non dicono nulla.
dove adesso s’allungano i corsi. Trovava nei prati
ragazzotti anche scalzi e saltava di gioia.
Era bello scalzarsi nell’erba con loro.
Una sera di luci lontane echeggiavano spari,
in città, e sopra il vento giungeva pauroso
un clamore interrotto. Tacevano tutti.
Le colline sgranavano punti di luci
sulle coste, avvivati dal vento. La notte
1° che oscurava, finiva per spegnere tutto
e nel sonno duravano solo freschezze di vento.
(Domattina i ragazzi ritornano in giro
e nessuno ricorda il clamore. In prigione
c’è operai silenziosi e qualcuno è già morto.
Nelle strade han coperto le macchie di sangue.
La città di lontano si sveglia nel sole
e la gente esce fuori. Si guardano in faccia).
I ragazzi pensavano al buio dei prati
e guardavano in faccia le donne. Perfino le donne
2° non dicevano nulla e lasciavano fare.
1 ragazzi pensavano al buio dei prati
dove qualche bambina veniva. Era bello far piangere
le bambine nel buio. Eravamo i ragazzi.
La città ci piaceva di giorno: la sera, tacere
e guardare le luci in distanza e ascoltare i clamori.
Vanno ancora ragazzi a giocare nei prati
dove giungotrio i corsi. E la notte è la stessa.
A passarci si sente l’odore dell’erba.
In prigione ci sono gli stessi. E ci sono le donne
3: come allora, che fanno bambini e non dicono nulla.
Corrado Govoni
La trombettina
Ecco che cosa resta
di tutta la magìa della fiera:
quella trombettina,
la latta azzurra e verde,
che suona una bambina
camminando, scalza, per i campi.
Ma, in quella nota sforzata,
ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi;
c’è la banda d’oro rumoroso,
la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini.
Come, nel sgocciolare della gronda,
c’è tutto lo spavento della bufera,
la bellezza dei lampi e dell’arcobaleno;
nell’umido cerino d’una lucciola
che si sfa su una foglia di brughiera,
tutta la meraviglia della primavera.
di tutta la magìa della fiera:
quella trombettina,
la latta azzurra e verde,
che suona una bambina
camminando, scalza, per i campi.
Ma, in quella nota sforzata,
ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi;
c’è la banda d’oro rumoroso,
la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini.
Come, nel sgocciolare della gronda,
c’è tutto lo spavento della bufera,
la bellezza dei lampi e dell’arcobaleno;
nell’umido cerino d’una lucciola
che si sfa su una foglia di brughiera,
tutta la meraviglia della primavera.
Giorgio Barberi Squarotti
La bambina
La gioia della bimba che è uscita
la prima volta a prendere la palla
in un’allegoria di gara: il grido
più acuto del rombo che fa il vento
fra 1 pioppi e sui colori delle acque,
del passaggio continuo delle voci
delle generazioni vane d’ombre
davanti al cielo vuoto anche di nuvole.
Ma in verità la partita era già persa,
perfino in questa prima prova, tanto,
in apparenza, innocua.
la prima volta a prendere la palla
in un’allegoria di gara: il grido
più acuto del rombo che fa il vento
fra 1 pioppi e sui colori delle acque,
del passaggio continuo delle voci
delle generazioni vane d’ombre
davanti al cielo vuoto anche di nuvole.
Ma in verità la partita era già persa,
perfino in questa prima prova, tanto,
in apparenza, innocua.
Giorgio Caproni
La stanza
La stanza dove lavorava
tutta di porto odorava.
Che bianche e vive folate
v’entravano, di vele alzate!
Prendeva di rimorchiatore,
battendole in petto, il cuore.
Prendeva d’aperto e di vita,
il lino, tra le sue dita.
Ragazzi in pantaloni corti,
e magri, lungo i Fossi,
aizzandosi per nome
giocavano, a pallone.
(Annina li guardava
di sottecchi, e come
– di voglia – accelerava
l’ago, che luccicava!)
tutta di porto odorava.
Che bianche e vive folate
v’entravano, di vele alzate!
Prendeva di rimorchiatore,
battendole in petto, il cuore.
Prendeva d’aperto e di vita,
il lino, tra le sue dita.
Ragazzi in pantaloni corti,
e magri, lungo i Fossi,
aizzandosi per nome
giocavano, a pallone.
(Annina li guardava
di sottecchi, e come
– di voglia – accelerava
l’ago, che luccicava!)
Guido Gozzano
Cocotte
Ho rivisto il giardino, il giardinetto
contiguo, le palme del viale,
la cancellata rozza dalla quale
mi protese la mano ed il confetto ...
II
«Piccolino, che fai solo soletto?»
«Sto giocando al Diluvio Universale.»
Accennai gli stromenti, le bizzarre
cose che modellavo nella sabbia,
ed ella si chinò come chi abbia
fretta d’un bacio e fretta di ritrarre
la bocca, e mi baciò di tra le sbarre
come si bacia un uccellino in gabbia.
Sempre ch’io viva rivedrò l’incanto
di quel suo volto tra le sbarre quadre!
La nuca mi serrò con mani ladre;
ed io stupivo di vedermi accanto
al viso, quella bocca tanto, tanto
diversa dalla bocca di mia Madre!
«Piccolino, ti piaccio che mi guardi?
Sei qui pei bagni? Ed affittate là?»
«Sì ... vedi la mia Mamma e il mio Papà?»
Subito mi lasciò, con negli sguardi
un vano sogno (ricordai più tardi)
un vano sogno di maternità ...
«Una cocotte! ...»
«Che vuol dire, mammina?»
«Vuol dire una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!»
Co-co-tte ... La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d’ovo e di gallina ...
Pensavo deità favoleggiate:
i naviganti e l’isole Felici ...
Co-co-tte ... le fate intese a malefici
con cibi e con bevande affatturate ...
Fate saranno, chi sa quali fate,
e in chi sa quali tenebrosi offici!
III
Un giorno—giorni dopo—mi chiamò
tra le sbarre fiorite di verbene:
«O piccolino, non mi vuoi più bene! ...»
«È vero che tu sei una cocotte?»
Perdutamente rise ... E mi baciò
con le pupille di tristezza piene.
IV
Tra le gioie defunte e i disinganni,
dopo vent’anni, oggi si ravviva
il tuo sorriso ... Dove sei cattiva
Signorina? Sei viva? Come inganni
(meglio per te non essere più viva!)
la discesa terribile degli anni?
Oimè! Da che non giova il tuo belletto
e il cosmetico già fa mala prova
l’ultimo amante disertò l’alcova ...
Uno, sol uno: il piccolo folletto
che donasti d’un bacio e d’un confetto,
dopo vent’anni, oggi, ti ritrova
in sogno, e t’ama, in sogno, e dice: T’amo!
Da quel mattino dell’infanzia pura
forse ho amato te sola, o creatura!
Forse ho amato te sola! E ti richiamo!
Se leggi questi versi di richiamo
ritorna a chi t’aspetta, o creatura!
Vieni. Che importa se non sei più quella
che mi baciò quattrenne? Oggi t’agogno,
o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
del tuo passato! Ti rifarò bella
come Carlotta, come Graziella,
come tutte le donne del mio sogno!
Il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state ... Vedo la casa, ecco le rose
del bel giardino di vent’anni or sono!
Oltre le sbarre il tuo giardino intatto
fra gli eucalipti liguri si spazia ...
Vieni! T’accoglierà l’anima sazia.
Fa ch’io riveda il tuo volto disfatto;
ti bacierò: rifiorirà, nell’atto,
sulla tua bocca l’ultima tua grazia.
Vieni! Sarà come se a me, per mano,
tu riportassi me stesso d’allora.
Il bimbo parlerà con la Signora.
Risorgeremo dal tempo lontano.
Vieni! Sarà come se a te, per mano,
io riportassi te, giovine ancora.
contiguo, le palme del viale,
la cancellata rozza dalla quale
mi protese la mano ed il confetto ...
II
«Piccolino, che fai solo soletto?»
«Sto giocando al Diluvio Universale.»
Accennai gli stromenti, le bizzarre
cose che modellavo nella sabbia,
ed ella si chinò come chi abbia
fretta d’un bacio e fretta di ritrarre
la bocca, e mi baciò di tra le sbarre
come si bacia un uccellino in gabbia.
Sempre ch’io viva rivedrò l’incanto
di quel suo volto tra le sbarre quadre!
La nuca mi serrò con mani ladre;
ed io stupivo di vedermi accanto
al viso, quella bocca tanto, tanto
diversa dalla bocca di mia Madre!
«Piccolino, ti piaccio che mi guardi?
Sei qui pei bagni? Ed affittate là?»
«Sì ... vedi la mia Mamma e il mio Papà?»
Subito mi lasciò, con negli sguardi
un vano sogno (ricordai più tardi)
un vano sogno di maternità ...
«Una cocotte! ...»
«Che vuol dire, mammina?»
«Vuol dire una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!»
Co-co-tte ... La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d’ovo e di gallina ...
Pensavo deità favoleggiate:
i naviganti e l’isole Felici ...
Co-co-tte ... le fate intese a malefici
con cibi e con bevande affatturate ...
Fate saranno, chi sa quali fate,
e in chi sa quali tenebrosi offici!
III
Un giorno—giorni dopo—mi chiamò
tra le sbarre fiorite di verbene:
«O piccolino, non mi vuoi più bene! ...»
«È vero che tu sei una cocotte?»
Perdutamente rise ... E mi baciò
con le pupille di tristezza piene.
IV
Tra le gioie defunte e i disinganni,
dopo vent’anni, oggi si ravviva
il tuo sorriso ... Dove sei cattiva
Signorina? Sei viva? Come inganni
(meglio per te non essere più viva!)
la discesa terribile degli anni?
Oimè! Da che non giova il tuo belletto
e il cosmetico già fa mala prova
l’ultimo amante disertò l’alcova ...
Uno, sol uno: il piccolo folletto
che donasti d’un bacio e d’un confetto,
dopo vent’anni, oggi, ti ritrova
in sogno, e t’ama, in sogno, e dice: T’amo!
Da quel mattino dell’infanzia pura
forse ho amato te sola, o creatura!
Forse ho amato te sola! E ti richiamo!
Se leggi questi versi di richiamo
ritorna a chi t’aspetta, o creatura!
Vieni. Che importa se non sei più quella
che mi baciò quattrenne? Oggi t’agogno,
o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
del tuo passato! Ti rifarò bella
come Carlotta, come Graziella,
come tutte le donne del mio sogno!
Il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state ... Vedo la casa, ecco le rose
del bel giardino di vent’anni or sono!
Oltre le sbarre il tuo giardino intatto
fra gli eucalipti liguri si spazia ...
Vieni! T’accoglierà l’anima sazia.
Fa ch’io riveda il tuo volto disfatto;
ti bacierò: rifiorirà, nell’atto,
sulla tua bocca l’ultima tua grazia.
Vieni! Sarà come se a me, per mano,
tu riportassi me stesso d’allora.
Il bimbo parlerà con la Signora.
Risorgeremo dal tempo lontano.
Vieni! Sarà come se a te, per mano,
io riportassi te, giovine ancora.
Leonardo Sinisgalli
Al tempo delle vigne
Al tempo delle vigne
carica di furore ai nostri occhi
si scopriva la terra e nelle mani
ancora al gesto acerbe e serene.
Si torceva alle giunture
sotto il peso del fiore
la pianta del fico dolente.
Infanzia gridata dagli uccelli
ti cacciava la sete a gola aperta
a piedi nudi sulle crete
il passo lesto all’insidia delle serpi.
carica di furore ai nostri occhi
si scopriva la terra e nelle mani
ancora al gesto acerbe e serene.
Si torceva alle giunture
sotto il peso del fiore
la pianta del fico dolente.
Infanzia gridata dagli uccelli
ti cacciava la sete a gola aperta
a piedi nudi sulle crete
il passo lesto all’insidia delle serpi.
Leonardo Sinisgalli
Eri dritta e felice
Eri dritta e felice
Sulla porta che il vento
Apriva alla campagna.
Intrisa di luce
Stavi ferma nel giorno,
Al tempo delle vespe d’oro
Quando al sambuco
Si fanno dolci le midolla.
Allora s’andava scalzi
Per i fossi, si misurava l’ardore
Del sole dalle impronte
Lasciate sui sassi.
Sulla porta che il vento
Apriva alla campagna.
Intrisa di luce
Stavi ferma nel giorno,
Al tempo delle vespe d’oro
Quando al sambuco
Si fanno dolci le midolla.
Allora s’andava scalzi
Per i fossi, si misurava l’ardore
Del sole dalle impronte
Lasciate sui sassi.
Leonardo Sinisgalli
I fanciulli battono le monete rosse
I fanciulli battono le monete rosse
Contro il muro. (Cadono distanti
Per terra con dolce rumore.) Gridano
A squarciagola in un fuoco di guerra.
Si scambiano motti superbi
E dolcissime ingiurie. La sera
Incendia le fronti, infuria i capelli.
Sulle selci calda è come sangue.
Il piazzale torna calmo.
Una moneta battuta si posa
Vicino all’altra alla misura di un palmo.
Il fanciullo preme sulla terra
La sua mano vittoriosa.
Contro il muro. (Cadono distanti
Per terra con dolce rumore.) Gridano
A squarciagola in un fuoco di guerra.
Si scambiano motti superbi
E dolcissime ingiurie. La sera
Incendia le fronti, infuria i capelli.
Sulle selci calda è come sangue.
Il piazzale torna calmo.
Una moneta battuta si posa
Vicino all’altra alla misura di un palmo.
Il fanciullo preme sulla terra
La sua mano vittoriosa.
Leonardo Sinisgalli
I vezzi dei fanciulli
Qualcuno si rovescia le palpebre
per darsi importanza,
riesce a far centro con uno schioppetto
caricato di stoppa e di saliva.
Mira a distanza in un occhio
e colpisce. Porta in tasca
un peperoncino, ne stacca
la punta coi denti, la sputa
fulmineo non visto
in faccia alla gente.
per darsi importanza,
riesce a far centro con uno schioppetto
caricato di stoppa e di saliva.
Mira a distanza in un occhio
e colpisce. Porta in tasca
un peperoncino, ne stacca
la punta coi denti, la sputa
fulmineo non visto
in faccia alla gente.
Leonardo Sinisgalli
La luna nuova di settembre
La luna nuova di settembre
ha cacciato i ragazzi sulla via.
Soffiano nelle mani, un po’ vili
un po’ pazzi, rifanno il verso
alla puzzola che si duole.
Ruzzolan nei cortili
tra i rovi e i calcinacci
a far razzia.
Hanno le ali ai piedi,
stringono le uova calde nelle tasche.
Li asseconda la luna che addormenta
i guardiani sulle frasche.
ha cacciato i ragazzi sulla via.
Soffiano nelle mani, un po’ vili
un po’ pazzi, rifanno il verso
alla puzzola che si duole.
Ruzzolan nei cortili
tra i rovi e i calcinacci
a far razzia.
Hanno le ali ai piedi,
stringono le uova calde nelle tasche.
Li asseconda la luna che addormenta
i guardiani sulle frasche.
Leonardo Sinisgalli
Vidi le muse
Sulla collina
io certo vidi le Muse
appollaiate tra le foglie.
Io vidi allora le Muse
tra le foglie larghe delle querce
mangiare ghiande e coccole.
Vidi le Muse su una quercia
secolare che gracchiavano.
Meravigliato il mio cuore
chiesi al mio cuore meravigliato
io dissi al mio cuore la meraviglia.
Muore il ragazzo un poco
ogni giorno per giuoco.
Per giuoco morde invano
il cavo della mano.
Trascorre le vacanze ebbro
tra i maceri cespi di papaveri
steso sul letto per noia
e diletto a guardare le travi.
Ma lo stornano ombre
solitarie nel cielo della stanza,
labili ombre passeggere
sul soffitto. È l’ariete
che batte ostinato le corna
a capofitto nella quiete.
io certo vidi le Muse
appollaiate tra le foglie.
Io vidi allora le Muse
tra le foglie larghe delle querce
mangiare ghiande e coccole.
Vidi le Muse su una quercia
secolare che gracchiavano.
Meravigliato il mio cuore
chiesi al mio cuore meravigliato
io dissi al mio cuore la meraviglia.
Muore il ragazzo un poco
ogni giorno per giuoco.
Per giuoco morde invano
il cavo della mano.
Trascorre le vacanze ebbro
tra i maceri cespi di papaveri
steso sul letto per noia
e diletto a guardare le travi.
Ma lo stornano ombre
solitarie nel cielo della stanza,
labili ombre passeggere
sul soffitto. È l’ariete
che batte ostinato le corna
a capofitto nella quiete.
Luciano Erba
Gli ireos gialli
I ragazzi partiti al mattino
di giugno quando l’aria sotto i platani
sembra dentro rinchiudere un’altra aria
i ragazzi partiti alla pesca
con un’unica lenza ma muniti
di un paniere ciascuno a bandoliera
in silenzio ora siedono sul filobus
avviato veloce al capolinea
e il sogno rifanno che Milano
abbia azzurre vallate oltre il Castello
dove saltino i pesci nei torrenti.
Sui prati rimane un po’ di nebbia
la tinca nella sua buca di fango
ricomincia a dormire. Mattiniera
la carpa perlustra attorno ai bordi
di un tranquillo canale. La carpa
è astuta e non abbocca mai.
I pescatori non avranno fortuna. Ma
risalendo i canali e le roggie,
di prato in prato, di filare in filare,
arriveranno i ragazzi dove è fitta
la verzura dei fossi, dove gialli
sono i fiori degli ireos e come spade
le foglie tagliano fresche correnti
sotto l’ombra dei salici.
Arriveranno fino ai fiori lontani
i pescatori senza ventura
i ragazzi in gita nella pianura!
di giugno quando l’aria sotto i platani
sembra dentro rinchiudere un’altra aria
i ragazzi partiti alla pesca
con un’unica lenza ma muniti
di un paniere ciascuno a bandoliera
in silenzio ora siedono sul filobus
avviato veloce al capolinea
e il sogno rifanno che Milano
abbia azzurre vallate oltre il Castello
dove saltino i pesci nei torrenti.
Sui prati rimane un po’ di nebbia
la tinca nella sua buca di fango
ricomincia a dormire. Mattiniera
la carpa perlustra attorno ai bordi
di un tranquillo canale. La carpa
è astuta e non abbocca mai.
I pescatori non avranno fortuna. Ma
risalendo i canali e le roggie,
di prato in prato, di filare in filare,
arriveranno i ragazzi dove è fitta
la verzura dei fossi, dove gialli
sono i fiori degli ireos e come spade
le foglie tagliano fresche correnti
sotto l’ombra dei salici.
Arriveranno fino ai fiori lontani
i pescatori senza ventura
i ragazzi in gita nella pianura!
Luciano Erba
Sette e mezzo
Probabile che tra le sette e le otto
di sera di luglio o d’agosto
ragazzi tra i sette e otto anni
possano capire qualcosa
di questo mondo o dell’altro
giocando in giardini dove crescano
alberi a foglie grigie e bacche rosse...
Se mi è capitato? tanto
non avrei saputo che potevo capire
ed ora? ho capito che non posso sapere.
Da L’IPPOPOTAMO
di sera di luglio o d’agosto
ragazzi tra i sette e otto anni
possano capire qualcosa
di questo mondo o dell’altro
giocando in giardini dove crescano
alberi a foglie grigie e bacche rosse...
Se mi è capitato? tanto
non avrei saputo che potevo capire
ed ora? ho capito che non posso sapere.
Da L’IPPOPOTAMO
Marino Moretti
Convitto del Sacro Cuore
I
«Come ti chiami?» «Elisabetta.» «È un nome
lungo, è meglio dividerlo. Ti piace
più ch’io ti chiami Elisa o Betta?» «Come
vuoi.» «Perché piangi?» La novizia tace.
Tace e le guance le si fan di fiamma
e rigate di lacrime. «Perché?»
«Piango perché ho lasciato la mia mamma,
perché son sola.» «Ci sono io con te.»
Soltanto le piccine nei cortili
e le più grandi fanno capannelli;
parlan di cose belle, di monili,
di stoffe, di maestre e di fuselli.
Passa una suora che sogguarda attenta
il circolo loquace e il giro a tondo
e la bambina solitaria intenta
a discoprire, oltre il cancello, il mondo.
Un’altra legge e le dà noia la strana
cantilena che viene di laggiù.
Cinque minuti e suona la campana.
«Elisa, Elisa mia, non pianger più.»
II
«Come ti chiami?» «Elisabetta.» «È un nome
lungo, è meglio dividerlo. Ti piace
più ch’io ti chiami Elisa o Betta?» «Come
vuoi.» «Perché piangi?» La novizia tace.
Tace e le guance le si fan di fiamma
e rigate di lacrime. «Perché?»
«Piango perché ho lasciato la mia mamma,
perché son sola.» «Ci sono io con te.»
Soltanto le piccine nei cortili
e le più grandi fanno capannelli;
parlan di cose belle, di monili,
di stoffe, di maestre e di fuselli.
Passa una suora che sogguarda attenta
il circolo loquace e il giro a tondo
e la bambina solitaria intenta
a discoprire, oltre il cancello, il mondo.
Un’altra legge e le dà noia la strana
cantilena che viene di laggiù.
Cinque minuti e suona la campana.
«Elisa, Elisa mia, non pianger più.»
II
Salvatore Quasimodo
La conchiglia marina
O conchiglia marina, figlia
della pietra e del mare biancheggiante,
tu meravigli la mente dei fanciulli.
della pietra e del mare biancheggiante,
tu meravigli la mente dei fanciulli.
Tonino Guerra
A gli óchi dla Chèca
Quand ch’a faséva i palunzéin me nès
e ch’a tiréva la còuda mé gatt,
a s’era pécal, mo pécal da fatt
che a préima vésta t’a m’ u n’févi chès.
Mo una matéina am so séntéi d’es grand,
ò guèrs in zèir e pu a i ò ciap la pórta:
– Sta vólta a vag, a vag par la mi sórta
e s-ciao a tòtt, e basta sa sti cmand. –
‘D fura da chèsa a gli ochi a ‘l m’à piséu!
e alòura dri ch’a vléva spavéntèli;
mo lòu a s’ vólta ad bòtt e al slèrga a gli èli
e mè, sa vléiv ch’a faza? A i ò pianzéu.
e ch’a tiréva la còuda mé gatt,
a s’era pécal, mo pécal da fatt
che a préima vésta t’a m’ u n’févi chès.
Mo una matéina am so séntéi d’es grand,
ò guèrs in zèir e pu a i ò ciap la pórta:
– Sta vólta a vag, a vag par la mi sórta
e s-ciao a tòtt, e basta sa sti cmand. –
‘D fura da chèsa a gli ochi a ‘l m’à piséu!
e alòura dri ch’a vléva spavéntèli;
mo lòu a s’ vólta ad bòtt e al slèrga a gli èli
e mè, sa vléiv ch’a faza? A i ò pianzéu.
Umberto Saba
«Frutta erbaggi»
Erbe, frutta, colori della bella
stagione. Poche ceste ove alla sete
si rivelano dolci polpe crude.
Entra un fanciullo colle gambe nude,
imperioso, fugge via.
S’oscura
l’umile botteguccia, invecchia come
una madre.
Di fuori egli nel sole
si allontana, con l’ombra sua, leggero.
stagione. Poche ceste ove alla sete
si rivelano dolci polpe crude.
Entra un fanciullo colle gambe nude,
imperioso, fugge via.
S’oscura
l’umile botteguccia, invecchia come
una madre.
Di fuori egli nel sole
si allontana, con l’ombra sua, leggero.
Umberto Saba
Fanciulli allo stadio
Galletto
è alla voce il fanciullo; estrosi amori
con quella, e crucci, acutamente incide.
Ai confini del campo una bandiera
sventola solitaria su un muretto.
Su quello alzati, nei riposi, a gara
cari nomi lanciavano i fanciulli,
ad uno ad uno, come frecce. Vive
in me l’immagine lieta; a un ricordo
si sposa – a sera – dei miei giorni imberbi.
Odiosi di tanto eran superbi
passavano là sotto i calciatori.
Tutto vedevano, e non quegli acerbi.
è alla voce il fanciullo; estrosi amori
con quella, e crucci, acutamente incide.
Ai confini del campo una bandiera
sventola solitaria su un muretto.
Su quello alzati, nei riposi, a gara
cari nomi lanciavano i fanciulli,
ad uno ad uno, come frecce. Vive
in me l’immagine lieta; a un ricordo
si sposa – a sera – dei miei giorni imberbi.
Odiosi di tanto eran superbi
passavano là sotto i calciatori.
Tutto vedevano, e non quegli acerbi.