Poesie di questo tema
Politica e potere
Alfredo Giuliani
La politica a Chilosà
La politica a Chilosà
non accende forti passioni.
Gli onesti poveri sono pochi,
di ricconi ce n’è abbastanza,
tutti gli altri tra svacchi e balli
si contentano dei contanti.
I più, tra i chilosani,
si astengono dal votare
(fanno come gli americani),
frastornati dalle emittenti
hanno paura di sbagliare,
oppure pensano di protestare
col silenzio elettorale.
In realtà la sanno lunga.
Eletto un sindaco assai efficiente
a maggioranza di poca gente,
tutti godono lo sgoverno comune:
farsi ognuno i propri affari
è il consenso consentito
(a chiunque abbia o no votato)
dal programma stabilito.
Non si sa quanto durerà,
ma ai chilosani nessuno la fa.
non accende forti passioni.
Gli onesti poveri sono pochi,
di ricconi ce n’è abbastanza,
tutti gli altri tra svacchi e balli
si contentano dei contanti.
I più, tra i chilosani,
si astengono dal votare
(fanno come gli americani),
frastornati dalle emittenti
hanno paura di sbagliare,
oppure pensano di protestare
col silenzio elettorale.
In realtà la sanno lunga.
Eletto un sindaco assai efficiente
a maggioranza di poca gente,
tutti godono lo sgoverno comune:
farsi ognuno i propri affari
è il consenso consentito
(a chiunque abbia o no votato)
dal programma stabilito.
Non si sa quanto durerà,
ma ai chilosani nessuno la fa.
Giacomo Noventa
Soldi, soldi... Inno patriottico
Soldi, soldi, vegna i soldi,
Mi vùi venderme e comprar,
Comprar tanto vin che basti
‘Na nazion a imbriagar.
Cantarò co’ lori i beve,
Bevarò se i cantarà,
Imbriago vùi scoltarli,
Imbriaghi i scoltarà.
Ghè dirò ‘na paroleta,
Che ghe resti dopo el vin,
Fioi de troie, i vostri fioi,
Gavarà ‘l vostro destin.
Soldi, soldi, vegna i soldi,
Mi vùi venderme e comprar,
Comprar tanto vin che basti
‘Na nazion a imbriagar.
Mi vùi venderme e comprar,
Comprar tanto vin che basti
‘Na nazion a imbriagar.
Cantarò co’ lori i beve,
Bevarò se i cantarà,
Imbriago vùi scoltarli,
Imbriaghi i scoltarà.
Ghè dirò ‘na paroleta,
Che ghe resti dopo el vin,
Fioi de troie, i vostri fioi,
Gavarà ‘l vostro destin.
Soldi, soldi, vegna i soldi,
Mi vùi venderme e comprar,
Comprar tanto vin che basti
‘Na nazion a imbriagar.
Giosuè Carducci
Il canto dell’amore
Oh bella a’ suoi be’ dì Rocca Paolina
co’ baluardi lunghi e i sproni a sghembo!
La pensò Paol terzo una mattina
tra il latin del messale e quel del Bembo.
“Quel gregge perugino in tra i burroni
troppo volentier,” disse, — mi si svia.
Per ammonire, il padre eterno ha i tuoni,
io suo vicario avrò l’artiglieria.
Coelo tonantem canta Orazio, e Dio
parla tra i nembi sovra l’aquilon.
To dirò co i cannoni: ‘O gregge mio,
torna a i paschi d’Engaddi e di Saron’
Ma, poi che noi rinnovelliamo Augusto,
odi, Sangallo: fammi tu un lavoro
degno di Roma, degno del tuo gusto,
e del pontificato nostro d’oro.”
Disse: e il Sangallo a la fortezza i fianchi
arrotondò qual di fiorente sposa:
gittolle attorno un vel di marmi bianchi,
cinse di torri un serto a l’orgogliosa.
La cantò il Molza in distici latini;
e il paracleto ne la sua virtù
con più che sette doni a i perugini
in bombe e da’ mortai pioveva giù.
Ma il popolo è, ben lo sapete, un cane,
e i sassi addenta che non può scagliare,
e specialmente le sue ferree zane
gode ne le fortezze esercitare;
e le sgretola; e poi lieto si stende
latrando su le pietre ruinate,
fin che si leva e a correr via riprende
verso altri sassi ed altre bastonate.
Così fece in Perugia. Ove l’altera
mole ingombrava di vasta ombra il suol
or ride amore e ride primavera,
ciancian le donne ed i fanciulli al sol.
E il sol nel radiante azzurro immenso
fin de gli Abruzzi al biancheggiar lontano
folgora, e con desio d’amor più intenso
ride a’ monti de l’Umbria e al verde piano.
Nel roseo lume placidi sorgenti
i monti si rincorrono tra loro,
sin che sfumano in dolci ondeggiamenti
entro vapori di viola e d’oro.
Forse, Italia, è la tua chioma fragrante
nel talamo, tra” due mari, seren,
che sotto i baci de l’eterno amante
ti freme effusa in lunghe anella al sen?
To non so che si sia, ma di zaffiro
sento ch’ogni pensiero oggi mi splende,
so
sento per ogni vena irmi il sospiro
che fra la terra e il ciel sale e discende.
Ogni aspetto novel con una scossa
d’antico affetto mi saluta il core,
e la mia lingua per se stessa mossa
dice a la terra e al cielo: “ Amore, Amore.”
Son io che il cielo abbraccio, o da l’interno
mi riassorbe l’universo insè? . . .
Ah, fu una nota del poema eterno
quel ch’io sentiva e picciol verso or è.
Da i vichi umbri che foschi tra le gole
de l’Apennino s’amano appiattare;
da le tirrene acròpoli che sole
stan su i fioriti clivi a contemplare;
da i campi onde tra l’armi e l’ossa arate
la sventura di Roma ancor minaccia;
da le ròcche tedesche appollaiate
si come falchi a meditar la caccia;
da i palagi del popol che sfidando
surgon neri e turriti incontro a lor;
da le chiese che al ciel lunghe levando
marmoree braccia pregano il Signor;
da i borghi che s’affrettan di salire
allegri verso la cittade oscura,
come villani ch’anno da partire
un buon raccolto dopo mietitura;
da i conventi tra i borghi e le cittadi
cupi sedenti al suon de le campane,
come cucùli tra gli alberi radi
cantanti noie ed allegrezze strane;
da le vie, da le piazze gloriose
ove, come del maggio ilare a i dì
boschi di querce e cespiti di rose,
la libera de’ padri arte fiorì;
per le tenere verdi mèssi al piano,
pe’ vigneti, su l’erte arrampicati,
pe’ laghi e’ fiumi argentei lontano,
pe’ boschi sopra i vertici nevati,
pe’ casolari al sol lieti fumanti
tra stridor di mulini e di gualchiere,
sale un cantico solo in mille canti,
un inno in voce di mille preghiere:
“ Salute, o genti umane affaticate!
Tutto trapassa e nulla può morir.
Noi troppo odiammo e sofferimmo. Amate.
Il mondo è bello e santo è l’avvenir.”
Che è che splende su da’ monti, e in faccia
al sole appar come novella aurora?
Di questi monti per la rosea traccia
passeggian dunque le madonne ancora?
Le madonne che vide il Perugino
scender ne’ puri occasi de l’aprile,
e le braccia, adorando, in su ’l bambino
aprir con deità così gentile?
Ell’è un’altra madonna, ell’è um’idea
fulgente di giustizia e di pietà:
io benedico chi per lei cadea,
io benedico chi per lei vivrà.
co’ baluardi lunghi e i sproni a sghembo!
La pensò Paol terzo una mattina
tra il latin del messale e quel del Bembo.
“Quel gregge perugino in tra i burroni
troppo volentier,” disse, — mi si svia.
Per ammonire, il padre eterno ha i tuoni,
io suo vicario avrò l’artiglieria.
Coelo tonantem canta Orazio, e Dio
parla tra i nembi sovra l’aquilon.
To dirò co i cannoni: ‘O gregge mio,
torna a i paschi d’Engaddi e di Saron’
Ma, poi che noi rinnovelliamo Augusto,
odi, Sangallo: fammi tu un lavoro
degno di Roma, degno del tuo gusto,
e del pontificato nostro d’oro.”
Disse: e il Sangallo a la fortezza i fianchi
arrotondò qual di fiorente sposa:
gittolle attorno un vel di marmi bianchi,
cinse di torri un serto a l’orgogliosa.
La cantò il Molza in distici latini;
e il paracleto ne la sua virtù
con più che sette doni a i perugini
in bombe e da’ mortai pioveva giù.
Ma il popolo è, ben lo sapete, un cane,
e i sassi addenta che non può scagliare,
e specialmente le sue ferree zane
gode ne le fortezze esercitare;
e le sgretola; e poi lieto si stende
latrando su le pietre ruinate,
fin che si leva e a correr via riprende
verso altri sassi ed altre bastonate.
Così fece in Perugia. Ove l’altera
mole ingombrava di vasta ombra il suol
or ride amore e ride primavera,
ciancian le donne ed i fanciulli al sol.
E il sol nel radiante azzurro immenso
fin de gli Abruzzi al biancheggiar lontano
folgora, e con desio d’amor più intenso
ride a’ monti de l’Umbria e al verde piano.
Nel roseo lume placidi sorgenti
i monti si rincorrono tra loro,
sin che sfumano in dolci ondeggiamenti
entro vapori di viola e d’oro.
Forse, Italia, è la tua chioma fragrante
nel talamo, tra” due mari, seren,
che sotto i baci de l’eterno amante
ti freme effusa in lunghe anella al sen?
To non so che si sia, ma di zaffiro
sento ch’ogni pensiero oggi mi splende,
so
sento per ogni vena irmi il sospiro
che fra la terra e il ciel sale e discende.
Ogni aspetto novel con una scossa
d’antico affetto mi saluta il core,
e la mia lingua per se stessa mossa
dice a la terra e al cielo: “ Amore, Amore.”
Son io che il cielo abbraccio, o da l’interno
mi riassorbe l’universo insè? . . .
Ah, fu una nota del poema eterno
quel ch’io sentiva e picciol verso or è.
Da i vichi umbri che foschi tra le gole
de l’Apennino s’amano appiattare;
da le tirrene acròpoli che sole
stan su i fioriti clivi a contemplare;
da i campi onde tra l’armi e l’ossa arate
la sventura di Roma ancor minaccia;
da le ròcche tedesche appollaiate
si come falchi a meditar la caccia;
da i palagi del popol che sfidando
surgon neri e turriti incontro a lor;
da le chiese che al ciel lunghe levando
marmoree braccia pregano il Signor;
da i borghi che s’affrettan di salire
allegri verso la cittade oscura,
come villani ch’anno da partire
un buon raccolto dopo mietitura;
da i conventi tra i borghi e le cittadi
cupi sedenti al suon de le campane,
come cucùli tra gli alberi radi
cantanti noie ed allegrezze strane;
da le vie, da le piazze gloriose
ove, come del maggio ilare a i dì
boschi di querce e cespiti di rose,
la libera de’ padri arte fiorì;
per le tenere verdi mèssi al piano,
pe’ vigneti, su l’erte arrampicati,
pe’ laghi e’ fiumi argentei lontano,
pe’ boschi sopra i vertici nevati,
pe’ casolari al sol lieti fumanti
tra stridor di mulini e di gualchiere,
sale un cantico solo in mille canti,
un inno in voce di mille preghiere:
“ Salute, o genti umane affaticate!
Tutto trapassa e nulla può morir.
Noi troppo odiammo e sofferimmo. Amate.
Il mondo è bello e santo è l’avvenir.”
Che è che splende su da’ monti, e in faccia
al sole appar come novella aurora?
Di questi monti per la rosea traccia
passeggian dunque le madonne ancora?
Le madonne che vide il Perugino
scender ne’ puri occasi de l’aprile,
e le braccia, adorando, in su ’l bambino
aprir con deità così gentile?
Ell’è un’altra madonna, ell’è um’idea
fulgente di giustizia e di pietà:
io benedico chi per lei cadea,
io benedico chi per lei vivrà.
Giovanni Giudici
Mi chiedi cosa vuol dire
Mi chiedi cosa vuol dire
la parola alienazione:
da quando nasci è morire
per vivere in un padrone
che ti vende—è consegnare
ciò che porti——forza, amore,
odio intero—per trovare
sesso, vino, crepacuore.
Vuol dire fuori di te
già essere mentre credi
in te abitare perché
ti scalza il vento a cui cedi.
Puoi resistere, ma un giorno
è un secolo a consumarti:
ciò che dài non fa ritorno
al te stesso da cui parte.
È un’altra vita aspettare,
ma un altro tempo non c’è:
il tempo che sei scompare,
ciò che resta non sei te.
From IL MALE DEI CREDITORI
la parola alienazione:
da quando nasci è morire
per vivere in un padrone
che ti vende—è consegnare
ciò che porti——forza, amore,
odio intero—per trovare
sesso, vino, crepacuore.
Vuol dire fuori di te
già essere mentre credi
in te abitare perché
ti scalza il vento a cui cedi.
Puoi resistere, ma un giorno
è un secolo a consumarti:
ciò che dài non fa ritorno
al te stesso da cui parte.
È un’altra vita aspettare,
ma un altro tempo non c’è:
il tempo che sei scompare,
ciò che resta non sei te.
From IL MALE DEI CREDITORI
Giuseppe Conte
Ristabiliamo commercio
Democrazia, ti ho odiato nelle iridi dei ragazzi
abbandonate dal vino dei sogni
nella tua pretesa che sia il numero a decidere il destino
nel tuo adorare al Tempio soltanto la mercanzia e la
carta moneta
io ti ho odiata quando hai calpestato la poesia tua ma-
dre segreta
quando hai spento il canto foglie-onde dell’universo
quando hai disarmato i forti, hai lasciato lo spirito
morire
ti ho odiata per il tuo diffondere l’invidia imbelle, il
profittare, il mentire.
Ma tu democrazia vera, fioriture
tu democrazia nuova, che ancora possiamo generare
che Whitman voleva, grande d’alberi, laghi, desideri,
corpi, viaggi, insieme e canti, compagni, gioie,
democrazia nuova stirpe
oggi io Giuseppe nato nel 1945
a quarantacinque anni, varcato il limite
né cieco né profeta
contro chi uccide con un editto gli dei
contro chi governa attraverso i carri e le spade
contro chi non ha pietà per chi cade
contro chi esilia, stermina, imprigiona
contro l’immobilità, l’uniformità, l’ordine
la voce delle spie fatta padrona
io ti scelgo.
Non è vero che la libertà può fare a meno di foglie e
di onde, e tu di eroi.
Democrazia, stabiliamo commercio tra noi.
abbandonate dal vino dei sogni
nella tua pretesa che sia il numero a decidere il destino
nel tuo adorare al Tempio soltanto la mercanzia e la
carta moneta
io ti ho odiata quando hai calpestato la poesia tua ma-
dre segreta
quando hai spento il canto foglie-onde dell’universo
quando hai disarmato i forti, hai lasciato lo spirito
morire
ti ho odiata per il tuo diffondere l’invidia imbelle, il
profittare, il mentire.
Ma tu democrazia vera, fioriture
tu democrazia nuova, che ancora possiamo generare
che Whitman voleva, grande d’alberi, laghi, desideri,
corpi, viaggi, insieme e canti, compagni, gioie,
democrazia nuova stirpe
oggi io Giuseppe nato nel 1945
a quarantacinque anni, varcato il limite
né cieco né profeta
contro chi uccide con un editto gli dei
contro chi governa attraverso i carri e le spade
contro chi non ha pietà per chi cade
contro chi esilia, stermina, imprigiona
contro l’immobilità, l’uniformità, l’ordine
la voce delle spie fatta padrona
io ti scelgo.
Non è vero che la libertà può fare a meno di foglie e
di onde, e tu di eroi.
Democrazia, stabiliamo commercio tra noi.
Giuseppe Giusti
La Rassegnazione
Dite un po’, Padre mio, sarebbe vero
Che ci volete tanto rassegnati
Da giulebbarci in casa il forestiero
Come un cilizio a sconto de’ peccati,
E a Dio lasciare la cura del poi,
Come se il fatto non istesse a noi?
Eh via, Padre, parliamo da Cristiani:
Se vi saltasse un canchero a ridosso,
Lascerete là là d’oggi in domani
Che col comodo suo v’arrivi all’osso?
Aspetterete lì senza Chirurgo
Che vi levi da letto un Taumaturgo?
Uno che nasce qui nel suo paese,
Che di nessuno non invidia il covo,
Se non fa posto, se non fa le spese
A chi gli entra nel nido e ci fa l’ovo,
Se non gli fa per giunta anco buon viso,
Secondo voi, si gioca il Paradiso?
LA RASSEGNAZIONE
Noi siam venuti su colla credenza
Che il mondo è largo da bastare a tutti:
E ci pare una bella impertinenza,
Che una ladra genía di farabutti
Venga a imbrogliar le parti di lontano
Che fa Domine Dio di propria mano.
Questa dottrina di succhiarsi in pace
Uno che ci spelliccia allegramente,
Padre, non è in natura, e non ci piace
Appunto perchè piace a certa gente:
Caro Padrino mio, questa dottrina,
Secondo noi, non è schietta farina.
Vedete? Ognuno di scansar molestia
Si studia a più non posso e s’arrabatta:
E morsa e tafanata, anco una bestia
Vedo che si rivolta e che si gratta:
E noi staremo qui come stivali
Senza grattarci quest’altri animali?
«Siamo fratelli, siam figli d’Adamo,
» Creati tutti a immagine d’Iddio;
» Siam pellegrini sulla terra; siamo,
» Senza distinzïon di tuo nè mio,
» Una famiglia di diverse genti...»
Bravo, grazie, non fate complimenti;
E facciamo piuttosto in carità
Tanti fratelli, altrettanti castelli!
Di quella razza di fraternità
Anco Abele e Caino eran fratelli!
Finchè ci fanno il pelo e il contrappelo,
Che c’entra stiracchiare anco il Vangelo?
Questo vostro dolciume umanitario,
Questa fraternità tanto esemplare,
Che di santa che fu là sul Calvario
L’hanno ridotta ad un intercalare,
Vo’ l’usereste, ditemi, appuntino
Tanto al ladro diritto che al mancino?
Oh io, per ora, a dirvela sincera,
Mi sento paesano paesano:
E nel caso, sapete in qual maniera
Sarei fratello del genere umano?
Come dice il proverbio: amici cari,
Ma patti chiari e la borsa del pari.
Prima, padron di casa in casa mia;
Poi, cittadino nella mia città;
Italiano in Italia, e così via
Discorrendo, uomo nell’umanità:
Di questo passo do vita per vita,
E abbraccio tutti e son cosmopolita.
La Carità l’è santa, e tra di noi
Che siamo al sizio venga e si trattenga;
Ma verso chi mi scortica, po’ poi,
Io non mi sento carità che tenga:
Padrino, chi mi fa tabula rasa,
Pochi discorsi, non lo voglio in casa.
Questa marmaglia di starci sul collo
Non si contenta, ma tira a dividere,
Tira a castrare e a pelacchiare il pollo,
Come suol dirsi, senza farlo stridere:
E la pazienza in questo struggibuco
La mi doventa la virtù del ciuco.
L’ira è peccato! Sì, quando per l’ira
Se ne va la giustizia a gambe all’aria:
Ma se le cose giuste avrò di mira,
L’ira non sento alla virtù contraria.
Fossi Papa, scusatemi, a momenti
L’ira la metterei tra’ Sacramenti.
Cristo, a questo proposito, ci ha dato,
Dolce com’era, un bellissimo esempio
(E lo lasciò perchè fosse imitato),
Quando, come sapete, entrò nel Tempio
E sbarazzò le soglie profanate
A furia di santissime funate.
Fino a non far pasticci, e all’utopie
Tenere aperto l’occhio e l’uscio chiuso;
Fino a sfidare il carcere, le spie,
L’esilio, il boia, e ridergli sul muso;
Fino a dar tempo al tempo, oh Padre mio,
Fin qui ci sono, e mi ci firmo anch’io.
Ma la prudenza non fu mai pigrizia.
Vosignoria se canta o sesta o nona,
Canta: Servite Domino in lætitia;
E non canta: servitelo in poltrona.
Che ci volete tanto rassegnati
Da giulebbarci in casa il forestiero
Come un cilizio a sconto de’ peccati,
E a Dio lasciare la cura del poi,
Come se il fatto non istesse a noi?
Eh via, Padre, parliamo da Cristiani:
Se vi saltasse un canchero a ridosso,
Lascerete là là d’oggi in domani
Che col comodo suo v’arrivi all’osso?
Aspetterete lì senza Chirurgo
Che vi levi da letto un Taumaturgo?
Uno che nasce qui nel suo paese,
Che di nessuno non invidia il covo,
Se non fa posto, se non fa le spese
A chi gli entra nel nido e ci fa l’ovo,
Se non gli fa per giunta anco buon viso,
Secondo voi, si gioca il Paradiso?
LA RASSEGNAZIONE
Noi siam venuti su colla credenza
Che il mondo è largo da bastare a tutti:
E ci pare una bella impertinenza,
Che una ladra genía di farabutti
Venga a imbrogliar le parti di lontano
Che fa Domine Dio di propria mano.
Questa dottrina di succhiarsi in pace
Uno che ci spelliccia allegramente,
Padre, non è in natura, e non ci piace
Appunto perchè piace a certa gente:
Caro Padrino mio, questa dottrina,
Secondo noi, non è schietta farina.
Vedete? Ognuno di scansar molestia
Si studia a più non posso e s’arrabatta:
E morsa e tafanata, anco una bestia
Vedo che si rivolta e che si gratta:
E noi staremo qui come stivali
Senza grattarci quest’altri animali?
«Siamo fratelli, siam figli d’Adamo,
» Creati tutti a immagine d’Iddio;
» Siam pellegrini sulla terra; siamo,
» Senza distinzïon di tuo nè mio,
» Una famiglia di diverse genti...»
Bravo, grazie, non fate complimenti;
E facciamo piuttosto in carità
Tanti fratelli, altrettanti castelli!
Di quella razza di fraternità
Anco Abele e Caino eran fratelli!
Finchè ci fanno il pelo e il contrappelo,
Che c’entra stiracchiare anco il Vangelo?
Questo vostro dolciume umanitario,
Questa fraternità tanto esemplare,
Che di santa che fu là sul Calvario
L’hanno ridotta ad un intercalare,
Vo’ l’usereste, ditemi, appuntino
Tanto al ladro diritto che al mancino?
Oh io, per ora, a dirvela sincera,
Mi sento paesano paesano:
E nel caso, sapete in qual maniera
Sarei fratello del genere umano?
Come dice il proverbio: amici cari,
Ma patti chiari e la borsa del pari.
Prima, padron di casa in casa mia;
Poi, cittadino nella mia città;
Italiano in Italia, e così via
Discorrendo, uomo nell’umanità:
Di questo passo do vita per vita,
E abbraccio tutti e son cosmopolita.
La Carità l’è santa, e tra di noi
Che siamo al sizio venga e si trattenga;
Ma verso chi mi scortica, po’ poi,
Io non mi sento carità che tenga:
Padrino, chi mi fa tabula rasa,
Pochi discorsi, non lo voglio in casa.
Questa marmaglia di starci sul collo
Non si contenta, ma tira a dividere,
Tira a castrare e a pelacchiare il pollo,
Come suol dirsi, senza farlo stridere:
E la pazienza in questo struggibuco
La mi doventa la virtù del ciuco.
L’ira è peccato! Sì, quando per l’ira
Se ne va la giustizia a gambe all’aria:
Ma se le cose giuste avrò di mira,
L’ira non sento alla virtù contraria.
Fossi Papa, scusatemi, a momenti
L’ira la metterei tra’ Sacramenti.
Cristo, a questo proposito, ci ha dato,
Dolce com’era, un bellissimo esempio
(E lo lasciò perchè fosse imitato),
Quando, come sapete, entrò nel Tempio
E sbarazzò le soglie profanate
A furia di santissime funate.
Fino a non far pasticci, e all’utopie
Tenere aperto l’occhio e l’uscio chiuso;
Fino a sfidare il carcere, le spie,
L’esilio, il boia, e ridergli sul muso;
Fino a dar tempo al tempo, oh Padre mio,
Fin qui ci sono, e mi ci firmo anch’io.
Ma la prudenza non fu mai pigrizia.
Vosignoria se canta o sesta o nona,
Canta: Servite Domino in lætitia;
E non canta: servitelo in poltrona.
Immanuel Romano
Se san Pietro e san Paul da l’una parte
Se san Pietro e san Paul da l’una parte,
Mosès ed Aaròn da l’altra stesse,
Macòn e Trivican, ciascun volesse
chio mi rendesse a volontà né a parte;
ciascun di lor me ne pregasse in spatrte:
duro mi pare clio gli ne credesse,
se non da dir a chi me’ mi piacesse:
— Viva chi vince, chio so di sua parte! —
Guelfo né Ghibellin, Nero né Bianco;
a chi piace il color, quel se ne porte:
che ferirò da coda e starò franco.
E mio compar tradimento stia forte:
ch’i’ di voltar mai non mi trovo manco,
aitar ciascun che vince infin a morte.
Mosès ed Aaròn da l’altra stesse,
Macòn e Trivican, ciascun volesse
chio mi rendesse a volontà né a parte;
ciascun di lor me ne pregasse in spatrte:
duro mi pare clio gli ne credesse,
se non da dir a chi me’ mi piacesse:
— Viva chi vince, chio so di sua parte! —
Guelfo né Ghibellin, Nero né Bianco;
a chi piace il color, quel se ne porte:
che ferirò da coda e starò franco.
E mio compar tradimento stia forte:
ch’i’ di voltar mai non mi trovo manco,
aitar ciascun che vince infin a morte.
Jacopone da Todi
De Profundis a papa Bonifazio
O papa Bonifazio, molt’hai iocato al monno:
pensome che ioconno
non te porrai partire!
lassar li sui servente
El monno non ha usato
che a la sceverita se partano gaudente:
non farà lege nova de farnete esente,
che non te dia i presente che dona al suo servire..
Bene lo me pensava che fossi satollato
d’esto malvascio ioco ch’al monno hai conversato;;
ma puoi che tu salisti en officio papato,
essere en tal desire.
non s’acconfé a lo stato
Vizio enveterato
convertese en natura:
de congregar le cose
granne hai avuta cura;
or non ce bastò el leceto a la tua fame dura,
messo t’èi a robbatura
como ascaran rapire.
Pare che la vergogna derieto aggi gettata;
l’alma e lo corpo hai posto
a levar tua casata:
subito è ruinata, e non gli pò fallire.
Como la salamandra se renova nel foco,
cusi par che gli scandali
te sian sollazzo e gioco;
de l’aneme redente par che te curi poco:
ove t’acconci el loco, sapera’lo al partire,
S’alcuno ovescovello pò chevelle pagare,
mittigli lo flagello che lo vol’ degradare;
puoi ’l! mandi al camorlengo che se degga accordare,
e tanto porrà dare che ’l lassarai redire.
Quanno ne la contrata t’aiace alcun castello,
entra frate e fratello;
’n estante mitti screzio
a l’uno el braccio en collo, a l’altro mustre ’l col-
[tello:
si no assente al tuo appello, menaccel de ferire.
Pensete per astuzia lo monno dominare:
che ordene l’un anno, l’altro el vide guastare;
’l monno non è cavallo che se lasse enfrenare,
che ’l possi cavalcare seconno el tuo volire.
Quanno la prima messa da te fo celebrata,
venne una tenebria
en tutta la contrata;
lumera arappicciata:
en santo non remase
tal tempesta è levata là ’ve tu stave a dire.
Reputave te essere lo più sufficiente
de sedere en papato sopre onn’omo vivente:
chiamavi santo Petro che fosse respondente
si esso sapea niente respetto el tuo sapire.
Poniste la tua sedia da parte d’aquilone,
de contra Deo altissimo fo la tua entenzione;
subito hai ruina,
sei preso en tua mascione,
e nullo se trovòne
a poterte guarire,
Lucifero novello a sedere en papato,
lengua de blasfemia che ’l monno hai venenato,
che non se trova spezia, bruttura de peccato,
vergogna è a proferire.
là ’ve tu si’ enfamato
Poneste la tua lengua contra la relione,
a dicer blasfemia senza nulla cascione;
en tanta confusione,
e Deo sì t’ha sommerso
tuo nome a maledire.
che onn’om ne fa canzone
O lengua macellara a dicer villania,
con granne blasfemia,
remproperar vergogne
chi vol altri se sia,
né emperator né rege,
da te non se partia
senza crudel ferire.
O pessima avarizia, sete enduplicata,
bever tanta pecunia,
non esser saziata!
Non ce pensave, misero, a cui l’hai congregata?
ché tal la t’ha robbata che non t’era en pensire.
lance giero rompenno, facenno danza e canto;
70 penso che ’n molto affranto "Deo te deia ponire.
Intro per santo Petro
e per Santa Santoro
mandasti tua fameglia facenno danza e coro:
li pelegrine tutti scandalizzati foro,
maledicenno tuo oro
e te e tuo cavalire.
Pensete per augurio la vita perlongare:
anno, di né ora
omo non pò sperare;
vedem per lo ‘peccato la vita stermenare,
la morte appropinquare, quann’om pensa gaudire.
Non trovo chi recordi nullo papa passato
che ’n tanta vanagloria
esso sia delettato;
par che ’l temor de Deo derieto aggi gettato:
segno è de desperato o de falso sentire.
i. 68. fameglia: séguito; salto: torneo. 70. affranto: tormento;
onire: punire. 71. Santa Santoro: i penetrali della basilica (Sancta
74. tuo cavalire: tuoi cavalieri.
75. per augurio:
anctorum).
con pratiche magiche” (Contini). 76. omo... sperare: non si può
ar conto (omo è impersonale) di avere. 77. stermenare: dissiparsi
80. esso sia: sì
78. appropinquare: avvicinarsi.
iolentemente.
ia. 82. è segno di disperazione o di eresia.
Poesia comica borghese
Rustico di Filippo
pensome che ioconno
non te porrai partire!
lassar li sui servente
El monno non ha usato
che a la sceverita se partano gaudente:
non farà lege nova de farnete esente,
che non te dia i presente che dona al suo servire..
Bene lo me pensava che fossi satollato
d’esto malvascio ioco ch’al monno hai conversato;;
ma puoi che tu salisti en officio papato,
essere en tal desire.
non s’acconfé a lo stato
Vizio enveterato
convertese en natura:
de congregar le cose
granne hai avuta cura;
or non ce bastò el leceto a la tua fame dura,
messo t’èi a robbatura
como ascaran rapire.
Pare che la vergogna derieto aggi gettata;
l’alma e lo corpo hai posto
a levar tua casata:
subito è ruinata, e non gli pò fallire.
Como la salamandra se renova nel foco,
cusi par che gli scandali
te sian sollazzo e gioco;
de l’aneme redente par che te curi poco:
ove t’acconci el loco, sapera’lo al partire,
S’alcuno ovescovello pò chevelle pagare,
mittigli lo flagello che lo vol’ degradare;
puoi ’l! mandi al camorlengo che se degga accordare,
e tanto porrà dare che ’l lassarai redire.
Quanno ne la contrata t’aiace alcun castello,
entra frate e fratello;
’n estante mitti screzio
a l’uno el braccio en collo, a l’altro mustre ’l col-
[tello:
si no assente al tuo appello, menaccel de ferire.
Pensete per astuzia lo monno dominare:
che ordene l’un anno, l’altro el vide guastare;
’l monno non è cavallo che se lasse enfrenare,
che ’l possi cavalcare seconno el tuo volire.
Quanno la prima messa da te fo celebrata,
venne una tenebria
en tutta la contrata;
lumera arappicciata:
en santo non remase
tal tempesta è levata là ’ve tu stave a dire.
Reputave te essere lo più sufficiente
de sedere en papato sopre onn’omo vivente:
chiamavi santo Petro che fosse respondente
si esso sapea niente respetto el tuo sapire.
Poniste la tua sedia da parte d’aquilone,
de contra Deo altissimo fo la tua entenzione;
subito hai ruina,
sei preso en tua mascione,
e nullo se trovòne
a poterte guarire,
Lucifero novello a sedere en papato,
lengua de blasfemia che ’l monno hai venenato,
che non se trova spezia, bruttura de peccato,
vergogna è a proferire.
là ’ve tu si’ enfamato
Poneste la tua lengua contra la relione,
a dicer blasfemia senza nulla cascione;
en tanta confusione,
e Deo sì t’ha sommerso
tuo nome a maledire.
che onn’om ne fa canzone
O lengua macellara a dicer villania,
con granne blasfemia,
remproperar vergogne
chi vol altri se sia,
né emperator né rege,
da te non se partia
senza crudel ferire.
O pessima avarizia, sete enduplicata,
bever tanta pecunia,
non esser saziata!
Non ce pensave, misero, a cui l’hai congregata?
ché tal la t’ha robbata che non t’era en pensire.
lance giero rompenno, facenno danza e canto;
70 penso che ’n molto affranto "Deo te deia ponire.
Intro per santo Petro
e per Santa Santoro
mandasti tua fameglia facenno danza e coro:
li pelegrine tutti scandalizzati foro,
maledicenno tuo oro
e te e tuo cavalire.
Pensete per augurio la vita perlongare:
anno, di né ora
omo non pò sperare;
vedem per lo ‘peccato la vita stermenare,
la morte appropinquare, quann’om pensa gaudire.
Non trovo chi recordi nullo papa passato
che ’n tanta vanagloria
esso sia delettato;
par che ’l temor de Deo derieto aggi gettato:
segno è de desperato o de falso sentire.
i. 68. fameglia: séguito; salto: torneo. 70. affranto: tormento;
onire: punire. 71. Santa Santoro: i penetrali della basilica (Sancta
74. tuo cavalire: tuoi cavalieri.
75. per augurio:
anctorum).
con pratiche magiche” (Contini). 76. omo... sperare: non si può
ar conto (omo è impersonale) di avere. 77. stermenare: dissiparsi
80. esso sia: sì
78. appropinquare: avvicinarsi.
iolentemente.
ia. 82. è segno di disperazione o di eresia.
Poesia comica borghese
Rustico di Filippo
Maria Luisa Spaziani
Italia ’92-’93
III
Si domandava, Teresa d’ Avila
tra quelle suore esauste per la fame,
se il denaro, “la cosa indispensabile”
fosse “materia” o “spirito”.
Certi nostri politici in crisi
fra i magistrati e l’ombra delle sbarre,
un po’ angosciati o meno si ponevano
quello stesso dilemma?
Prendevano miliardi alla maniera
del Passatore “per offrirlo ai poveri”,
o cercavano sangue per l’Idea
come ai tempi romantici?
Forse no, forse sì. Hanno scordato
però di dirci quale Idea.
Saremmo loro complici, per poco
che si vedesse chiaro?
Si domandava, Teresa d’ Avila
tra quelle suore esauste per la fame,
se il denaro, “la cosa indispensabile”
fosse “materia” o “spirito”.
Certi nostri politici in crisi
fra i magistrati e l’ombra delle sbarre,
un po’ angosciati o meno si ponevano
quello stesso dilemma?
Prendevano miliardi alla maniera
del Passatore “per offrirlo ai poveri”,
o cercavano sangue per l’Idea
come ai tempi romantici?
Forse no, forse sì. Hanno scordato
però di dirci quale Idea.
Saremmo loro complici, per poco
che si vedesse chiaro?
Mario Lunetta
3 gobbi
Nella storia moderna di questa nostra Italia, che è
così poco nostra e così profondamente loro (di chi, intendo,
non paga mai dazio e impone gabella, alla faccia
di Gesù bambino infreddolito nella mangiatoia), figurano
3 gobbi di rilevanti proporzioni. Si chiamano
Giacomo Leopardi, Antonio Gramsci e Giulio Andreotti.
I primi due, per tanti versi fraterni, sono assolutamente
inapparentabili
con l’altro. Eppure, volendo, su un triangolo tanto sbilenco
si potrebbe costruire una sorta di allegorica Metafisica
della Prigione. L’uomo di Recanati scontò praticamente, senza
battere palpebra, trentanove anni di carcere a vita.
L’uomo di Ales si fece eroicamente undici anni di galera, che
l’aiutarono a crepare come un cane. L’altro ancora vivo
e vegeto, è stato assolto qualche giorno fa da un tribunale della
[Repubblica
da un’imputazione infamante, e ora rilascia interviste spiritose
e gioca a carte con gli amici di sempre. Che Dio lo protegga,
in questo mondo di malandrini. Lunga vita al Senatore. L’Italia
ha ancora bisogno di lui.
così poco nostra e così profondamente loro (di chi, intendo,
non paga mai dazio e impone gabella, alla faccia
di Gesù bambino infreddolito nella mangiatoia), figurano
3 gobbi di rilevanti proporzioni. Si chiamano
Giacomo Leopardi, Antonio Gramsci e Giulio Andreotti.
I primi due, per tanti versi fraterni, sono assolutamente
inapparentabili
con l’altro. Eppure, volendo, su un triangolo tanto sbilenco
si potrebbe costruire una sorta di allegorica Metafisica
della Prigione. L’uomo di Recanati scontò praticamente, senza
battere palpebra, trentanove anni di carcere a vita.
L’uomo di Ales si fece eroicamente undici anni di galera, che
l’aiutarono a crepare come un cane. L’altro ancora vivo
e vegeto, è stato assolto qualche giorno fa da un tribunale della
[Repubblica
da un’imputazione infamante, e ora rilascia interviste spiritose
e gioca a carte con gli amici di sempre. Che Dio lo protegga,
in questo mondo di malandrini. Lunga vita al Senatore. L’Italia
ha ancora bisogno di lui.
Paolo Buzzi
Dalle caserme
Se tutta la vita andasse a suono di tromba
noi crediamo che anche i sordi si strapperebbero i
Vogliono farci migliori e riusciranno timpani.
perché siamo quasi tutti buoni e amiamo il nostro Paese.
° Ma se si dovesse andar tutti i giorni in piazza,
tra le folle che urlano,
si finirebbe con l’odiare di più i borghesi.
Noi siamo forti e vogliamo provare la forza.
Poi, troppi han fame. Fra due anni avremo fame anche noi.
1° Bisogna fare dei buchi dentro la folla ora che siamo in tempo.
A meno di non marciare contro i Tedeschi...
Ma se perdiamo? Torna l’Italia al Papa...
noi crediamo che anche i sordi si strapperebbero i
Vogliono farci migliori e riusciranno timpani.
perché siamo quasi tutti buoni e amiamo il nostro Paese.
° Ma se si dovesse andar tutti i giorni in piazza,
tra le folle che urlano,
si finirebbe con l’odiare di più i borghesi.
Noi siamo forti e vogliamo provare la forza.
Poi, troppi han fame. Fra due anni avremo fame anche noi.
1° Bisogna fare dei buchi dentro la folla ora che siamo in tempo.
A meno di non marciare contro i Tedeschi...
Ma se perdiamo? Torna l’Italia al Papa...
Ruggieri Apuliese
Genti, intendete questo sermone
Genti, intendete questo sermone:
Ruggieri à fatto la sua “Passione.”
Non trovai dritto né ragione
in quelle false persone,
cioè in Siena, la °v’ io sono istato,
fue cresciuto e allevato:
da’ mei nemici fui akusato
al vescovo ed al kericato.
L’akusamento fue creduto,
iscritto e letto e ritenuto:
mandò per me el forte arguto;
non mi valse kascione né scuto.
To fui gionto inanzi lue:
solo nato era e non kon altrui;
15 egli erano cento ed ankora pide,
ke si consegliavano a due a due.
Molto istavano divoti
prencipi e sacerdoti,
adirati ed ingroti:
20 ankora gli veggia bistartoti!
Erode v’era e Gaifasso
e Pilato e Setenasso
e Longino e Giudeasso
e Markus e Barnabasso.
Quinziano v’era e Nerone
e Staroto e Ferraone,
Balzabue e Ruciglione,
ke diciéno tutti di none.
Favellò el vescovo in primieri:
“Fatti innanzi e giura, Ruggieri;
perché mangiastd l’altrieri.
koi pattarini crudeli e feri,
ke sonno peggio ke giuderi?”
Ed io presi a favellare:
‘“Messere, volentieri voglio giurare;
non credea ke fussero di tale affare.
Omo di mia arte non si puòe iscusare,
ki lo ’nvita, ke non vada a mangiare.”
Quelli rispose inkontenente:
“Non te puòe aitare neente
neuno amiko né parente,
k’io non ti faccia istar dolente,
sì ke non te rimarrà neente.”
Ed io dissi: “Per Deo, non dite!
Io faccio ciò ke voi volete;
pegno né rikolta da me prendete;
s’ì’ ’l fo mai, sì m’impendete.”
Rispose el fellone maledetto:
“Noi non volemo tuo disdetto
e ch’è’ negare ciò k’ài detto.
Noi te faremo povaro e bretto,
si ke no ti rimarrà kasa né tetto.”
Ed io risposi in bassa boce:
ra
“
Mercé, per Deo ke venne in croce!
Kesto fuoko assai mi kuoce;
a voi non giuova e a me sì nuoce.
Questo disse el Creatore:
quando Gli ritorna un pekatore,
Ei ne fa maggior baldore
ke di cento giusti a tutte l’ore.”
Ed egli respose kon grande furore:
“Tu se’ fatto un gran predikatore,
novelliero e dicitore,
Di noi mal dici a tutte l’ore;
ma non mi nuoce, kio so’ signore.”
T’ mi fui raveduto:
“
Quand’io dissi, avea bevuto.
a
Kosiì fuss’ io stato muto!
S’io peccai, io ne so’ pentuto
ed a voi mi sonno arenduto.”
In quell’ora a me si volse:
“Sempre avesti paravole molte;
io ti mettarabbo in tagli volte
ke fieno peggio ke morte.”
Rispose un altro in issavia
e disse in quella via:
“Non è questi quel Ruggieri
k’io-audii e vidi l’altrieri
kantare inansi kavalieri
di noi kome semo crudeli e feri?”
Rispose un altro da l’altra parte,
ke non era di mia atte:
“Non guarisca, anzi sia morto;
”
non i sia fatto dritto, anzi torto!
. e
Compagnetto da Prato
Ruggieri à fatto la sua “Passione.”
Non trovai dritto né ragione
in quelle false persone,
cioè in Siena, la °v’ io sono istato,
fue cresciuto e allevato:
da’ mei nemici fui akusato
al vescovo ed al kericato.
L’akusamento fue creduto,
iscritto e letto e ritenuto:
mandò per me el forte arguto;
non mi valse kascione né scuto.
To fui gionto inanzi lue:
solo nato era e non kon altrui;
15 egli erano cento ed ankora pide,
ke si consegliavano a due a due.
Molto istavano divoti
prencipi e sacerdoti,
adirati ed ingroti:
20 ankora gli veggia bistartoti!
Erode v’era e Gaifasso
e Pilato e Setenasso
e Longino e Giudeasso
e Markus e Barnabasso.
Quinziano v’era e Nerone
e Staroto e Ferraone,
Balzabue e Ruciglione,
ke diciéno tutti di none.
Favellò el vescovo in primieri:
“Fatti innanzi e giura, Ruggieri;
perché mangiastd l’altrieri.
koi pattarini crudeli e feri,
ke sonno peggio ke giuderi?”
Ed io presi a favellare:
‘“Messere, volentieri voglio giurare;
non credea ke fussero di tale affare.
Omo di mia arte non si puòe iscusare,
ki lo ’nvita, ke non vada a mangiare.”
Quelli rispose inkontenente:
“Non te puòe aitare neente
neuno amiko né parente,
k’io non ti faccia istar dolente,
sì ke non te rimarrà neente.”
Ed io dissi: “Per Deo, non dite!
Io faccio ciò ke voi volete;
pegno né rikolta da me prendete;
s’ì’ ’l fo mai, sì m’impendete.”
Rispose el fellone maledetto:
“Noi non volemo tuo disdetto
e ch’è’ negare ciò k’ài detto.
Noi te faremo povaro e bretto,
si ke no ti rimarrà kasa né tetto.”
Ed io risposi in bassa boce:
ra
“
Mercé, per Deo ke venne in croce!
Kesto fuoko assai mi kuoce;
a voi non giuova e a me sì nuoce.
Questo disse el Creatore:
quando Gli ritorna un pekatore,
Ei ne fa maggior baldore
ke di cento giusti a tutte l’ore.”
Ed egli respose kon grande furore:
“Tu se’ fatto un gran predikatore,
novelliero e dicitore,
Di noi mal dici a tutte l’ore;
ma non mi nuoce, kio so’ signore.”
T’ mi fui raveduto:
“
Quand’io dissi, avea bevuto.
a
Kosiì fuss’ io stato muto!
S’io peccai, io ne so’ pentuto
ed a voi mi sonno arenduto.”
In quell’ora a me si volse:
“Sempre avesti paravole molte;
io ti mettarabbo in tagli volte
ke fieno peggio ke morte.”
Rispose un altro in issavia
e disse in quella via:
“Non è questi quel Ruggieri
k’io-audii e vidi l’altrieri
kantare inansi kavalieri
di noi kome semo crudeli e feri?”
Rispose un altro da l’altra parte,
ke non era di mia atte:
“Non guarisca, anzi sia morto;
”
non i sia fatto dritto, anzi torto!
. e
Compagnetto da Prato