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Poesie di questo tema

Politica e potere

Giosuè Carducci

Giosuè Carducci

Il canto dell’amore

Oh bella a’ suoi be’ dì Rocca Paolina
co’ baluardi lunghi e i sproni a sghembo!
La pensò Paol terzo una mattina
tra il latin del messale e quel del Bembo.

“Quel gregge perugino in tra i burroni
troppo volentier,” disse, — mi si svia.
Per ammonire, il padre eterno ha i tuoni,
io suo vicario avrò l’artiglieria.

Coelo tonantem canta Orazio, e Dio
parla tra i nembi sovra l’aquilon.
To dirò co i cannoni: ‘O gregge mio,
torna a i paschi d’Engaddi e di Saron’
Ma, poi che noi rinnovelliamo Augusto,
odi, Sangallo: fammi tu un lavoro
degno di Roma, degno del tuo gusto,
e del pontificato nostro d’oro.”

Disse: e il Sangallo a la fortezza i fianchi
arrotondò qual di fiorente sposa:
gittolle attorno un vel di marmi bianchi,
cinse di torri un serto a l’orgogliosa.

La cantò il Molza in distici latini;
e il paracleto ne la sua virtù
con più che sette doni a i perugini
in bombe e da’ mortai pioveva giù.

Ma il popolo è, ben lo sapete, un cane,
e i sassi addenta che non può scagliare,
e specialmente le sue ferree zane
gode ne le fortezze esercitare;

e le sgretola; e poi lieto si stende
latrando su le pietre ruinate,
fin che si leva e a correr via riprende
verso altri sassi ed altre bastonate.

Così fece in Perugia. Ove l’altera
mole ingombrava di vasta ombra il suol
or ride amore e ride primavera,
ciancian le donne ed i fanciulli al sol.

E il sol nel radiante azzurro immenso
fin de gli Abruzzi al biancheggiar lontano
folgora, e con desio d’amor più intenso
ride a’ monti de l’Umbria e al verde piano.
Nel roseo lume placidi sorgenti
i monti si rincorrono tra loro,
sin che sfumano in dolci ondeggiamenti
entro vapori di viola e d’oro.

Forse, Italia, è la tua chioma fragrante
nel talamo, tra” due mari, seren,
che sotto i baci de l’eterno amante
ti freme effusa in lunghe anella al sen?

To non so che si sia, ma di zaffiro
sento ch’ogni pensiero oggi mi splende,
so
sento per ogni vena irmi il sospiro
che fra la terra e il ciel sale e discende.

Ogni aspetto novel con una scossa
d’antico affetto mi saluta il core,
e la mia lingua per se stessa mossa
dice a la terra e al cielo: “ Amore, Amore.”

Son io che il cielo abbraccio, o da l’interno
mi riassorbe l’universo insè? . . .
Ah, fu una nota del poema eterno
quel ch’io sentiva e picciol verso or è.

Da i vichi umbri che foschi tra le gole
de l’Apennino s’amano appiattare;
da le tirrene acròpoli che sole
stan su i fioriti clivi a contemplare;

da i campi onde tra l’armi e l’ossa arate
la sventura di Roma ancor minaccia;
da le ròcche tedesche appollaiate
si come falchi a meditar la caccia;
da i palagi del popol che sfidando
surgon neri e turriti incontro a lor;
da le chiese che al ciel lunghe levando
marmoree braccia pregano il Signor;

da i borghi che s’affrettan di salire
allegri verso la cittade oscura,
come villani ch’anno da partire
un buon raccolto dopo mietitura;

da i conventi tra i borghi e le cittadi
cupi sedenti al suon de le campane,
come cucùli tra gli alberi radi
cantanti noie ed allegrezze strane;

da le vie, da le piazze gloriose
ove, come del maggio ilare a i dì
boschi di querce e cespiti di rose,
la libera de’ padri arte fiorì;

per le tenere verdi mèssi al piano,
pe’ vigneti, su l’erte arrampicati,
pe’ laghi e’ fiumi argentei lontano,
pe’ boschi sopra i vertici nevati,

pe’ casolari al sol lieti fumanti
tra stridor di mulini e di gualchiere,
sale un cantico solo in mille canti,
un inno in voce di mille preghiere:

“ Salute, o genti umane affaticate!
Tutto trapassa e nulla può morir.
Noi troppo odiammo e sofferimmo. Amate.
Il mondo è bello e santo è l’avvenir.”
Che è che splende su da’ monti, e in faccia
al sole appar come novella aurora?
Di questi monti per la rosea traccia
passeggian dunque le madonne ancora?
Le madonne che vide il Perugino
scender ne’ puri occasi de l’aprile,
e le braccia, adorando, in su ’l bambino
aprir con deità così gentile?
Ell’è un’altra madonna, ell’è um’idea
fulgente di giustizia e di pietà:
io benedico chi per lei cadea,
io benedico chi per lei vivrà.
Giuseppe Giusti

Giuseppe Giusti

La Rassegnazione

Dite un po’, Padre mio, sarebbe vero
Che ci volete tanto rassegnati
Da giulebbarci in casa il forestiero
Come un cilizio a sconto de’ peccati,
E a Dio lasciare la cura del poi,
Come se il fatto non istesse a noi?

Eh via, Padre, parliamo da Cristiani:
Se vi saltasse un canchero a ridosso,
Lascerete là là d’oggi in domani
Che col comodo suo v’arrivi all’osso?
Aspetterete lì senza Chirurgo
Che vi levi da letto un Taumaturgo?

Uno che nasce qui nel suo paese,
Che di nessuno non invidia il covo,
Se non fa posto, se non fa le spese
A chi gli entra nel nido e ci fa l’ovo,
Se non gli fa per giunta anco buon viso,
Secondo voi, si gioca il Paradiso?

LA RASSEGNAZIONE

Noi siam venuti su colla credenza
Che il mondo è largo da bastare a tutti:
E ci pare una bella impertinenza,
Che una ladra genía di farabutti
Venga a imbrogliar le parti di lontano
Che fa Domine Dio di propria mano.

Questa dottrina di succhiarsi in pace
Uno che ci spelliccia allegramente,
Padre, non è in natura, e non ci piace
Appunto perchè piace a certa gente:
Caro Padrino mio, questa dottrina,
Secondo noi, non è schietta farina.

Vedete? Ognuno di scansar molestia
Si studia a più non posso e s’arrabatta:
E morsa e tafanata, anco una bestia
Vedo che si rivolta e che si gratta:
E noi staremo qui come stivali
Senza grattarci quest’altri animali?

«Siamo fratelli, siam figli d’Adamo,
» Creati tutti a immagine d’Iddio;
» Siam pellegrini sulla terra; siamo,
» Senza distinzïon di tuo nè mio,
» Una famiglia di diverse genti...»
Bravo, grazie, non fate complimenti;

E facciamo piuttosto in carità
Tanti fratelli, altrettanti castelli!
Di quella razza di fraternità
Anco Abele e Caino eran fratelli!
Finchè ci fanno il pelo e il contrappelo,
Che c’entra stiracchiare anco il Vangelo?

Questo vostro dolciume umanitario,
Questa fraternità tanto esemplare,
Che di santa che fu là sul Calvario
L’hanno ridotta ad un intercalare,
Vo’ l’usereste, ditemi, appuntino
Tanto al ladro diritto che al mancino?

Oh io, per ora, a dirvela sincera,
Mi sento paesano paesano:
E nel caso, sapete in qual maniera
Sarei fratello del genere umano?
Come dice il proverbio: amici cari,
Ma patti chiari e la borsa del pari.

Prima, padron di casa in casa mia;
Poi, cittadino nella mia città;
Italiano in Italia, e così via
Discorrendo, uomo nell’umanità:
Di questo passo do vita per vita,
E abbraccio tutti e son cosmopolita.

La Carità l’è santa, e tra di noi
Che siamo al sizio venga e si trattenga;
Ma verso chi mi scortica, po’ poi,
Io non mi sento carità che tenga:
Padrino, chi mi fa tabula rasa,
Pochi discorsi, non lo voglio in casa.

Questa marmaglia di starci sul collo
Non si contenta, ma tira a dividere,
Tira a castrare e a pelacchiare il pollo,
Come suol dirsi, senza farlo stridere:
E la pazienza in questo struggibuco
La mi doventa la virtù del ciuco.

L’ira è peccato! Sì, quando per l’ira
Se ne va la giustizia a gambe all’aria:
Ma se le cose giuste avrò di mira,
L’ira non sento alla virtù contraria.
Fossi Papa, scusatemi, a momenti
L’ira la metterei tra’ Sacramenti.

Cristo, a questo proposito, ci ha dato,
Dolce com’era, un bellissimo esempio
(E lo lasciò perchè fosse imitato),
Quando, come sapete, entrò nel Tempio
E sbarazzò le soglie profanate
A furia di santissime funate.

Fino a non far pasticci, e all’utopie
Tenere aperto l’occhio e l’uscio chiuso;
Fino a sfidare il carcere, le spie,
L’esilio, il boia, e ridergli sul muso;
Fino a dar tempo al tempo, oh Padre mio,
Fin qui ci sono, e mi ci firmo anch’io.

Ma la prudenza non fu mai pigrizia.
Vosignoria se canta o sesta o nona,
Canta: Servite Domino in lætitia;
E non canta: servitelo in poltrona.
Jacopone da Todi

Jacopone da Todi

De Profundis a papa Bonifazio

O papa Bonifazio, molt’hai iocato al monno:
pensome che ioconno
non te porrai partire!

lassar li sui servente
El monno non ha usato
che a la sceverita se partano gaudente:
non farà lege nova de farnete esente,
che non te dia i presente che dona al suo servire..

Bene lo me pensava che fossi satollato
d’esto malvascio ioco ch’al monno hai conversato;;
ma puoi che tu salisti en officio papato,
essere en tal desire.
non s’acconfé a lo stato

Vizio enveterato
convertese en natura:
de congregar le cose
granne hai avuta cura;
or non ce bastò el leceto a la tua fame dura,
messo t’èi a robbatura
como ascaran rapire.

Pare che la vergogna derieto aggi gettata;
l’alma e lo corpo hai posto
a levar tua casata:
subito è ruinata, e non gli pò fallire.

Como la salamandra se renova nel foco,
cusi par che gli scandali
te sian sollazzo e gioco;
de l’aneme redente par che te curi poco:
ove t’acconci el loco, sapera’lo al partire,

S’alcuno ovescovello pò chevelle pagare,
mittigli lo flagello che lo vol’ degradare;
puoi ’l! mandi al camorlengo che se degga accordare,
e tanto porrà dare che ’l lassarai redire.

Quanno ne la contrata t’aiace alcun castello,
entra frate e fratello;
’n estante mitti screzio
a l’uno el braccio en collo, a l’altro mustre ’l col-
[tello:
si no assente al tuo appello, menaccel de ferire.

Pensete per astuzia lo monno dominare:
che ordene l’un anno, l’altro el vide guastare;
’l monno non è cavallo che se lasse enfrenare,
che ’l possi cavalcare seconno el tuo volire.

Quanno la prima messa da te fo celebrata,
venne una tenebria
en tutta la contrata;
lumera arappicciata:
en santo non remase
tal tempesta è levata là ’ve tu stave a dire.
Reputave te essere lo più sufficiente
de sedere en papato sopre onn’omo vivente:
chiamavi santo Petro che fosse respondente
si esso sapea niente respetto el tuo sapire.

Poniste la tua sedia da parte d’aquilone,
de contra Deo altissimo fo la tua entenzione;
subito hai ruina,
sei preso en tua mascione,
e nullo se trovòne
a poterte guarire,

Lucifero novello a sedere en papato,
lengua de blasfemia che ’l monno hai venenato,
che non se trova spezia, bruttura de peccato,
vergogna è a proferire.
là ’ve tu si’ enfamato

Poneste la tua lengua contra la relione,
a dicer blasfemia senza nulla cascione;
en tanta confusione,
e Deo sì t’ha sommerso
tuo nome a maledire.
che onn’om ne fa canzone

O lengua macellara a dicer villania,
con granne blasfemia,
remproperar vergogne
chi vol altri se sia,
né emperator né rege,
da te non se partia
senza crudel ferire.

O pessima avarizia, sete enduplicata,
bever tanta pecunia,
non esser saziata!
Non ce pensave, misero, a cui l’hai congregata?
ché tal la t’ha robbata che non t’era en pensire.
lance giero rompenno, facenno danza e canto;
70 penso che ’n molto affranto "Deo te deia ponire.

Intro per santo Petro
e per Santa Santoro
mandasti tua fameglia facenno danza e coro:
li pelegrine tutti scandalizzati foro,
maledicenno tuo oro
e te e tuo cavalire.

Pensete per augurio la vita perlongare:
anno, di né ora
omo non pò sperare;
vedem per lo ‘peccato la vita stermenare,
la morte appropinquare, quann’om pensa gaudire.

Non trovo chi recordi nullo papa passato
che ’n tanta vanagloria
esso sia delettato;
par che ’l temor de Deo derieto aggi gettato:
segno è de desperato o de falso sentire.

i. 68. fameglia: séguito; salto: torneo. 70. affranto: tormento;
onire: punire. 71. Santa Santoro: i penetrali della basilica (Sancta
74. tuo cavalire: tuoi cavalieri.
75. per augurio:
anctorum).
con pratiche magiche” (Contini). 76. omo... sperare: non si può
ar conto (omo è impersonale) di avere. 77. stermenare: dissiparsi
80. esso sia: sì
78. appropinquare: avvicinarsi.
iolentemente.
ia. 82. è segno di disperazione o di eresia.
Poesia comica borghese
Rustico di Filippo
Ruggieri Apuliese

Ruggieri Apuliese

Genti, intendete questo sermone

Genti, intendete questo sermone:
Ruggieri à fatto la sua “Passione.”
Non trovai dritto né ragione
in quelle false persone,

cioè in Siena, la °v’ io sono istato,
fue cresciuto e allevato:
da’ mei nemici fui akusato
al vescovo ed al kericato.

L’akusamento fue creduto,
iscritto e letto e ritenuto:
mandò per me el forte arguto;
non mi valse kascione né scuto.

To fui gionto inanzi lue:
solo nato era e non kon altrui;
15 egli erano cento ed ankora pide,
ke si consegliavano a due a due.

Molto istavano divoti
prencipi e sacerdoti,
adirati ed ingroti:
20 ankora gli veggia bistartoti!

Erode v’era e Gaifasso
e Pilato e Setenasso
e Longino e Giudeasso
e Markus e Barnabasso.

Quinziano v’era e Nerone
e Staroto e Ferraone,
Balzabue e Ruciglione,
ke diciéno tutti di none.

Favellò el vescovo in primieri:
“Fatti innanzi e giura, Ruggieri;
perché mangiastd l’altrieri.
koi pattarini crudeli e feri,
ke sonno peggio ke giuderi?”

Ed io presi a favellare:
‘“Messere, volentieri voglio giurare;
non credea ke fussero di tale affare.
Omo di mia arte non si puòe iscusare,
ki lo ’nvita, ke non vada a mangiare.”

Quelli rispose inkontenente:
“Non te puòe aitare neente
neuno amiko né parente,
k’io non ti faccia istar dolente,
sì ke non te rimarrà neente.”

Ed io dissi: “Per Deo, non dite!
Io faccio ciò ke voi volete;
pegno né rikolta da me prendete;
s’ì’ ’l fo mai, sì m’impendete.”

Rispose el fellone maledetto:
“Noi non volemo tuo disdetto
e ch’è’ negare ciò k’ài detto.
Noi te faremo povaro e bretto,
si ke no ti rimarrà kasa né tetto.”

Ed io risposi in bassa boce:
ra
“
Mercé, per Deo ke venne in croce!
Kesto fuoko assai mi kuoce;
a voi non giuova e a me sì nuoce.
Questo disse el Creatore:
quando Gli ritorna un pekatore,
Ei ne fa maggior baldore
ke di cento giusti a tutte l’ore.”

Ed egli respose kon grande furore:
“Tu se’ fatto un gran predikatore,
novelliero e dicitore,
Di noi mal dici a tutte l’ore;
ma non mi nuoce, kio so’ signore.”

T’ mi fui raveduto:
“
Quand’io dissi, avea bevuto.
a
Kosiì fuss’ io stato muto!
S’io peccai, io ne so’ pentuto
ed a voi mi sonno arenduto.”

In quell’ora a me si volse:
“Sempre avesti paravole molte;
io ti mettarabbo in tagli volte
ke fieno peggio ke morte.”

Rispose un altro in issavia
e disse in quella via:

“Non è questi quel Ruggieri
k’io-audii e vidi l’altrieri
kantare inansi kavalieri
di noi kome semo crudeli e feri?”

Rispose un altro da l’altra parte,
ke non era di mia atte:

“Non guarisca, anzi sia morto;
”
non i sia fatto dritto, anzi torto!
. e
Compagnetto da Prato