Poesie di questo tema
Protesta, resistenza e rivoluzione
Aldo Palazzeschi
L’incendiario
In mezzo alla piazza centrale
del paese,
è stata posta la gabbia di ferro
con l’incendiario.
Vi rimarrà tre giorni
perché tutti lo possano vedere.
Tutti si aggirano torno torno
all’enorme gabbione,
durante tutto il giorno,
centinaia di persone.
– Guarda un pochino dove l’ànno messo!
– Sembra un pappagallo carbonaio.
– Dove lo dovevano mettere?
– In prigione addirittura.
– Gli sta bene di far questa bella figura!
– Perché non gli avete preparato
un appartamento di lusso,
così bruciava anche quello!
– Ma nemmeno tenerlo in questa gabbia!
– Lo faranno morire dalla rabbia!
– Morire! È uno che se la piglia!
– È più tranquillo di noi!
– Io dico che ci si diverte.
– Ma la sua famiglia?
– Chi sa da che parte di mondo è venuto!
– Questa robaccia non à mica famiglia!
– Sicuro, è roba allo sbaraglio!
– Se venisse dall’inferno?
– Povero diavolaccio!
– Avreste anche compassione?
Se v’avesse bruciata la casa
non direste così.
– La vostra l’à bruciata?
– Se non l’ha bruciata
poco c’è corso.
À bruciato mezzo mondo
questo birbaccione!
– Almeno, vigliacchi, non gli sputate addosso,
infine è una creatura!
– Ma come se ne sta tranquillo!
– Non à mica paura!
– Io morirei dalla vergogna!
– Star lì in mezzo alla berlina!
– Per tre giorni!
– Che gogna!
– Dio mio che faccia bieca!
– Che guardatura da brigante!
– Se non ci fosse la gabbia
io non ci starei!
– Se a un tratto si vedesse scappare?
– Ma come deve fare?
– Sarà forte quella gabbia?
– Non avesse da fuggire!
– Dai vani dei ferri non potrà passare?
Questi birbanti si sanno ripiegare
in tutte le maniere!
– Che bel colpo oggi la polizia!
– Se non facevan presto a accaparrarlo,
ci mandava tutti in fumo!
– Si meriterebbe altro che berlina!
– Quando l’ànno interrogato,
à risposto ridendo
che brucia per divertimento.
– Mio Dio che sfacciato!
– Ma che sorta di gente!
– Io lo farei volentieri a pezzetti.
– Buttatelo nel fosso!
– Io gli voglio sputare
un’altra volta addosso!
– Se bruciassero un po’ lui
perché ridesse meglio!
– Sarebbe la fine che si merita!
– Quando sarà in prigione scapperà,
è talmente pieno di scaltrezza!
– Peggio d’una faina!
– Non vedete che occhi che à?
– Perché non lo buttano in un pozzo?
– Nel cisternone del comune!
– E ci sono di quelli
che avrebbero pietà!
– Bisogna esser roba poco pulita
per aver compassione
di questa sorta di persone!
Largo! Largo! Largo!
Ciarpame! Piccoli esseri
dall’esalazione di lezzo,
fetido bestiame!
Ringollatevi tutti
il vostro sconcio pettegolezzo,
e che vi strozzi nella gola!
Largo! Sono il poeta!
Io vengo di lontano,
il mondo ò traversato
per venire a trovare
la mia creatura da cantare!
Inginocchiatevi marmaglia!
Uomini che avete orrore del fuoco,
poveri esseri di paglia!
Inginocchiatevi tutti!
Io sono il sacerdote,
questa gabbia è l’altare,
quell’uomo è il Signore!
Il Signore tu sei,
al quale rivolgo,
con tutta la devozione
del mio cuore,
la più soave orazione.
A te, soave creatura,
giungo ansante, affannato,
ò traversato rupi di spine,
ò scavalcato alte mura!
Io ti libererò!
Fermi tutti, v’ò detto!
Tenete la testa bassa,
picchiatevi forte nel petto,
è il confiteor questo,
della mia messa!
T’ànno coperto d’insulti
e di sputacchi,
quello sciame insidioso
di piccoli vigliacchi.
Ed è naturale che da loro
tu ti sia fatto allacciare:
quegl’insetti immondi e poltroni,
sono lividi di malefica astuzia,
circola per le loro vene
il sangue verde velenoso.
E tu grande anima
non potevi pensare
al piccolo pozzo che t’avevan preparato,
ci dovevi cascare.
Io ti son venuto a liberare!
Fermi tutti!
Ti guardo dentro gli occhi
per sentirmi riscaldare.
Rannicchiato sotto il tuo mantello
tu sei senza parole,
come la fiamma: colore, e calore!
E quel mantello nero
te l’àn gettato addosso
gli stolidi uomini vero,
perché non si veda che sei tutto rosso?
Oppure te lo sei gettato da te,
per ricuoprire un poco
l’anima tua di fuoco?
Che guardi all’orizzonte?
Se s’alza una favilla?
Dimmi, non sei riuscito a trafugare
l’ultimo zolfino?
Ti si legge negli occhi!
Ma ti saltan dagli occhi le faville,
a cento, a cento, a mille!
Tu puoi cogli occhi
bruciare tutto il mondo!
T’à creato il sole,
che bruci al sol guardarti?
Quando tu bruci
tu non sei più l’uomo,
il Dio tu sei!
Mi sento correr per le vene un brivido.
Ti vorrei vedere quando abbruci,
quando guardi le tue fiamme;
tutte quelle bocche,
tutte quelle labbra,
tutte quelle lingue,
non vengono a baciarti tutte?
Non sono le tue spose
voluttuose?
Bello, bello, bello... e Santo!
Santo! Santo!
Santo quando pensi di bruciare,
Santo quando abbruci,
Santo quando le guardi
le tue fiamme sante!
E voi, rimasti pietrificati dall’orrore,
pregate, pregate a bassa voce,
orazioni segrete.
Anch’io sai, sono un incendiario
un povero incendiario che non può bruciare
e sono come te in prigione.
Sono un poeta che ti rende omaggio,
da povero incendiario mancato,
incendiario da poesia.
Ogni verso che scrivo è un incendio.
Oh! Tu vedessi quando scrivo!
Mi par di vederle le fiamme,
e sento le vampe, bollenti
carezze al mio viso.
Incendio non vero
è quello ch’io scrivo,
non vero seppure è per dolo.
Àn tutte le cose la polizia,
anche la poesia.
Là sopra il mio banco ove nacque,
il mio libro, come per benedizione
io brucio il primo esemplare,
e guardo avido quella fiamma,
e godo, e mi ravvivo,
e sento salirmi il calore alla testa
come se bruciasse il mio cervello.
Come mi sento vile innanzi a te!
Come mi sento meschino!
Vorrei scrivere soltanto per bruciare!
Nel segreto delle mie stanze
passeggio vestito di rosso,
e mi guardo in un vecchio specchio,
pieno di ebbrezza,
come fossi una fiamma,
una povera fiamma che aspetta...
il tuo riflesso!
Fuori vado vestito di grigio,
ovvero di nessun colore,
c’è anche per le vesti una polizia
come per le parole.
E quella per il fuoco
è tremenda, accanita,
gli uomini ànno orrore delle fiamme,
gli uomini serî,
per questo ànno inventato i pompieri.
Tu mi guardi, senza parlare,
tu non parli,
e i tuoi occhi mi dicono:
uomo, poco farai tu che ciarli.
Ma fido in te!
T’apro la gabbia và!
Guardali, guardali, come fuggono!
Sono forsennati dall’orrore,
la paura gli à tutti impazzati.
Potete andare, fuggite, fuggite,
egli vi raggiungerà!
E una di queste mattine,
uscendo dalla mia casa,
fra le consuete catapecchie,
non vedrò più le vecchie
reliquie tarlite,
così gelosamente custodite
da tanto tempo!
Non le vedrò più!
Avrò un urlo di gioia!
Ci sei passato tu!
E dopo mi sentirò lambire le vesti,
le fiamme arderanno
sotto la mia casa...
griderò, esulterò,
m’avrai data la vita!
Io sono una fiamma che aspetta!
Và, passa fratello, corri, a riscaldare
la gelida carcassa
di questo vecchio mondo!
del paese,
è stata posta la gabbia di ferro
con l’incendiario.
Vi rimarrà tre giorni
perché tutti lo possano vedere.
Tutti si aggirano torno torno
all’enorme gabbione,
durante tutto il giorno,
centinaia di persone.
– Guarda un pochino dove l’ànno messo!
– Sembra un pappagallo carbonaio.
– Dove lo dovevano mettere?
– In prigione addirittura.
– Gli sta bene di far questa bella figura!
– Perché non gli avete preparato
un appartamento di lusso,
così bruciava anche quello!
– Ma nemmeno tenerlo in questa gabbia!
– Lo faranno morire dalla rabbia!
– Morire! È uno che se la piglia!
– È più tranquillo di noi!
– Io dico che ci si diverte.
– Ma la sua famiglia?
– Chi sa da che parte di mondo è venuto!
– Questa robaccia non à mica famiglia!
– Sicuro, è roba allo sbaraglio!
– Se venisse dall’inferno?
– Povero diavolaccio!
– Avreste anche compassione?
Se v’avesse bruciata la casa
non direste così.
– La vostra l’à bruciata?
– Se non l’ha bruciata
poco c’è corso.
À bruciato mezzo mondo
questo birbaccione!
– Almeno, vigliacchi, non gli sputate addosso,
infine è una creatura!
– Ma come se ne sta tranquillo!
– Non à mica paura!
– Io morirei dalla vergogna!
– Star lì in mezzo alla berlina!
– Per tre giorni!
– Che gogna!
– Dio mio che faccia bieca!
– Che guardatura da brigante!
– Se non ci fosse la gabbia
io non ci starei!
– Se a un tratto si vedesse scappare?
– Ma come deve fare?
– Sarà forte quella gabbia?
– Non avesse da fuggire!
– Dai vani dei ferri non potrà passare?
Questi birbanti si sanno ripiegare
in tutte le maniere!
– Che bel colpo oggi la polizia!
– Se non facevan presto a accaparrarlo,
ci mandava tutti in fumo!
– Si meriterebbe altro che berlina!
– Quando l’ànno interrogato,
à risposto ridendo
che brucia per divertimento.
– Mio Dio che sfacciato!
– Ma che sorta di gente!
– Io lo farei volentieri a pezzetti.
– Buttatelo nel fosso!
– Io gli voglio sputare
un’altra volta addosso!
– Se bruciassero un po’ lui
perché ridesse meglio!
– Sarebbe la fine che si merita!
– Quando sarà in prigione scapperà,
è talmente pieno di scaltrezza!
– Peggio d’una faina!
– Non vedete che occhi che à?
– Perché non lo buttano in un pozzo?
– Nel cisternone del comune!
– E ci sono di quelli
che avrebbero pietà!
– Bisogna esser roba poco pulita
per aver compassione
di questa sorta di persone!
Largo! Largo! Largo!
Ciarpame! Piccoli esseri
dall’esalazione di lezzo,
fetido bestiame!
Ringollatevi tutti
il vostro sconcio pettegolezzo,
e che vi strozzi nella gola!
Largo! Sono il poeta!
Io vengo di lontano,
il mondo ò traversato
per venire a trovare
la mia creatura da cantare!
Inginocchiatevi marmaglia!
Uomini che avete orrore del fuoco,
poveri esseri di paglia!
Inginocchiatevi tutti!
Io sono il sacerdote,
questa gabbia è l’altare,
quell’uomo è il Signore!
Il Signore tu sei,
al quale rivolgo,
con tutta la devozione
del mio cuore,
la più soave orazione.
A te, soave creatura,
giungo ansante, affannato,
ò traversato rupi di spine,
ò scavalcato alte mura!
Io ti libererò!
Fermi tutti, v’ò detto!
Tenete la testa bassa,
picchiatevi forte nel petto,
è il confiteor questo,
della mia messa!
T’ànno coperto d’insulti
e di sputacchi,
quello sciame insidioso
di piccoli vigliacchi.
Ed è naturale che da loro
tu ti sia fatto allacciare:
quegl’insetti immondi e poltroni,
sono lividi di malefica astuzia,
circola per le loro vene
il sangue verde velenoso.
E tu grande anima
non potevi pensare
al piccolo pozzo che t’avevan preparato,
ci dovevi cascare.
Io ti son venuto a liberare!
Fermi tutti!
Ti guardo dentro gli occhi
per sentirmi riscaldare.
Rannicchiato sotto il tuo mantello
tu sei senza parole,
come la fiamma: colore, e calore!
E quel mantello nero
te l’àn gettato addosso
gli stolidi uomini vero,
perché non si veda che sei tutto rosso?
Oppure te lo sei gettato da te,
per ricuoprire un poco
l’anima tua di fuoco?
Che guardi all’orizzonte?
Se s’alza una favilla?
Dimmi, non sei riuscito a trafugare
l’ultimo zolfino?
Ti si legge negli occhi!
Ma ti saltan dagli occhi le faville,
a cento, a cento, a mille!
Tu puoi cogli occhi
bruciare tutto il mondo!
T’à creato il sole,
che bruci al sol guardarti?
Quando tu bruci
tu non sei più l’uomo,
il Dio tu sei!
Mi sento correr per le vene un brivido.
Ti vorrei vedere quando abbruci,
quando guardi le tue fiamme;
tutte quelle bocche,
tutte quelle labbra,
tutte quelle lingue,
non vengono a baciarti tutte?
Non sono le tue spose
voluttuose?
Bello, bello, bello... e Santo!
Santo! Santo!
Santo quando pensi di bruciare,
Santo quando abbruci,
Santo quando le guardi
le tue fiamme sante!
E voi, rimasti pietrificati dall’orrore,
pregate, pregate a bassa voce,
orazioni segrete.
Anch’io sai, sono un incendiario
un povero incendiario che non può bruciare
e sono come te in prigione.
Sono un poeta che ti rende omaggio,
da povero incendiario mancato,
incendiario da poesia.
Ogni verso che scrivo è un incendio.
Oh! Tu vedessi quando scrivo!
Mi par di vederle le fiamme,
e sento le vampe, bollenti
carezze al mio viso.
Incendio non vero
è quello ch’io scrivo,
non vero seppure è per dolo.
Àn tutte le cose la polizia,
anche la poesia.
Là sopra il mio banco ove nacque,
il mio libro, come per benedizione
io brucio il primo esemplare,
e guardo avido quella fiamma,
e godo, e mi ravvivo,
e sento salirmi il calore alla testa
come se bruciasse il mio cervello.
Come mi sento vile innanzi a te!
Come mi sento meschino!
Vorrei scrivere soltanto per bruciare!
Nel segreto delle mie stanze
passeggio vestito di rosso,
e mi guardo in un vecchio specchio,
pieno di ebbrezza,
come fossi una fiamma,
una povera fiamma che aspetta...
il tuo riflesso!
Fuori vado vestito di grigio,
ovvero di nessun colore,
c’è anche per le vesti una polizia
come per le parole.
E quella per il fuoco
è tremenda, accanita,
gli uomini ànno orrore delle fiamme,
gli uomini serî,
per questo ànno inventato i pompieri.
Tu mi guardi, senza parlare,
tu non parli,
e i tuoi occhi mi dicono:
uomo, poco farai tu che ciarli.
Ma fido in te!
T’apro la gabbia và!
Guardali, guardali, come fuggono!
Sono forsennati dall’orrore,
la paura gli à tutti impazzati.
Potete andare, fuggite, fuggite,
egli vi raggiungerà!
E una di queste mattine,
uscendo dalla mia casa,
fra le consuete catapecchie,
non vedrò più le vecchie
reliquie tarlite,
così gelosamente custodite
da tanto tempo!
Non le vedrò più!
Avrò un urlo di gioia!
Ci sei passato tu!
E dopo mi sentirò lambire le vesti,
le fiamme arderanno
sotto la mia casa...
griderò, esulterò,
m’avrai data la vita!
Io sono una fiamma che aspetta!
Và, passa fratello, corri, a riscaldare
la gelida carcassa
di questo vecchio mondo!
Alessandro Manzoni
Dagli atrii muscosi (Adelchi, coro dell’atto III)
Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti,
Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor,
Un volgo disperso repente si desta;
Intende l’orecchio, solleva la testa
Percosso da novo crescente romor.
Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
Qual raggio di sole da nuvoli folti,
Traluce de’ padri la fiera virtù:
Ne’ guardi, ne’ volti, confuso ed incerto
Si mesce e discorda lo spregio sofferto
Col misero orgoglio d’un tempo che fu.
S’aduna voglioso, si sperde tremante,
Per torti sentieri, con passo vagante,
Fra tema e desire, s’avanza e ristà;
E adocchia e rimira scorata e confusa
De’ crudi signori la turba diffusa,
Che fugge dai brandi, che sosta non ha.
Ansanti li vede, quai trepide fere,
Irsuti per tema le fulve criniere,
Le note latebre del covo cercar;
E quivi, deposta l’usata minaccia,
Le donne superbe, con pallida faccia,
I figli pensosi pensose guatar.
E sopra i fuggenti, con avido brando,
Quai cani disciolti, correndo, frugando,
Da ritta, da manca, guerrieri venir:
Li vede, e rapito d’ignoto contento,
Con l’agile speme precorre l’evento,
E sogna la fine del duro servir.
Udite! Quei forti che tengono il campo,
Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
Son giunti da lunge, per aspri sentier:
Sospeser le gioie dei pranzi festosi,
Assursero in fretta dai blandi riposi,
Chiamati repente da squillo guerrier.
Lasciar nelle sale del tetto natio
Le donne accorate, tornanti all’addio,
A preghi e consigli che il pianto troncò:
Han carca la fronte de’ pesti cimieri,
Han poste le selle sui bruni corsieri,
Volaron sul ponte che cupo sonò.
A torme, di terra passarono in terra,
Cantando giulive canzoni di guerra,
Ma i dolci castelli pensando nel cor:
Per valli petrose, per balzi dirotti,
Vegliaron nell’arme le gelide notti,
Membrando i fidati colloqui d’amor.
Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
Per greppi senz’orma le corse affannose,
Il rigido impero, le fami durâr;
Si vider le lance calate sui petti,
A canto agli scudi, rasente agli elmetti,
Udiron le frecce fischiando volar.
E il premio sperato, promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
D’un volgo straniero por fine al dolor?
Tornate alle vostre superbe ruine,
All’opere imbelli dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor.
Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l’antico;
L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D’un volgo disperso che nome non ha.
Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor,
Un volgo disperso repente si desta;
Intende l’orecchio, solleva la testa
Percosso da novo crescente romor.
Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
Qual raggio di sole da nuvoli folti,
Traluce de’ padri la fiera virtù:
Ne’ guardi, ne’ volti, confuso ed incerto
Si mesce e discorda lo spregio sofferto
Col misero orgoglio d’un tempo che fu.
S’aduna voglioso, si sperde tremante,
Per torti sentieri, con passo vagante,
Fra tema e desire, s’avanza e ristà;
E adocchia e rimira scorata e confusa
De’ crudi signori la turba diffusa,
Che fugge dai brandi, che sosta non ha.
Ansanti li vede, quai trepide fere,
Irsuti per tema le fulve criniere,
Le note latebre del covo cercar;
E quivi, deposta l’usata minaccia,
Le donne superbe, con pallida faccia,
I figli pensosi pensose guatar.
E sopra i fuggenti, con avido brando,
Quai cani disciolti, correndo, frugando,
Da ritta, da manca, guerrieri venir:
Li vede, e rapito d’ignoto contento,
Con l’agile speme precorre l’evento,
E sogna la fine del duro servir.
Udite! Quei forti che tengono il campo,
Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
Son giunti da lunge, per aspri sentier:
Sospeser le gioie dei pranzi festosi,
Assursero in fretta dai blandi riposi,
Chiamati repente da squillo guerrier.
Lasciar nelle sale del tetto natio
Le donne accorate, tornanti all’addio,
A preghi e consigli che il pianto troncò:
Han carca la fronte de’ pesti cimieri,
Han poste le selle sui bruni corsieri,
Volaron sul ponte che cupo sonò.
A torme, di terra passarono in terra,
Cantando giulive canzoni di guerra,
Ma i dolci castelli pensando nel cor:
Per valli petrose, per balzi dirotti,
Vegliaron nell’arme le gelide notti,
Membrando i fidati colloqui d’amor.
Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
Per greppi senz’orma le corse affannose,
Il rigido impero, le fami durâr;
Si vider le lance calate sui petti,
A canto agli scudi, rasente agli elmetti,
Udiron le frecce fischiando volar.
E il premio sperato, promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
D’un volgo straniero por fine al dolor?
Tornate alle vostre superbe ruine,
All’opere imbelli dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor.
Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l’antico;
L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D’un volgo disperso che nome non ha.
Franco Fortini
Canto degli ultimi partigiani
Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell’acqua della fonte
La bava degli impiccati.
Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull’erba secca del prato
I denti dei fucilati.
Mordere l’aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d’uomini
Mordere l’aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d’uomini.
Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.
Le teste degli impiccati
Nell’acqua della fonte
La bava degli impiccati.
Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull’erba secca del prato
I denti dei fucilati.
Mordere l’aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d’uomini
Mordere l’aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d’uomini.
Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.
Franco Fortini
Il comunismo
Sempre sono stato comunista.
Ma giustamente gli altri comunisti
hanno sospettato di me. Ero comunista
troppo oltre le loro certezze e i miei dubbi.
Giustamente non m’hanno riconosciuto.
La disciplina mia non potevano vederla.
Il mio centralismo pareva anarchia.
La mia autocritica negava la loro.
Non si può essere comunista speciale.
Pensarlo vuol dire non esserlo.
Così giustamente non m’hanno riconosciuto
i miei compagni. Servo del capitale
io, come loro. Più, anzi: perché lo dimenticavo.
E lavoravano essi, mentre io il mio piacere cercavo.
Anche per questo sempre ero comunista.
Troppo oltre le loro certezze e i miei dubbi
di questo mondo sempre volevo la fine.
Ma la mia fine anche. E anche questo, più questo,
li allontanava da me. Non li aiutava la mia speranza.
Il mio centralismo pareva anarchia.
Comnv’è chi per sé, vuole più verità
per essere agli altri più vero e perché gli altri
siano lui stesso, così sono vissuto e muoio.
Sempre dunque sono stato comunista.
Di questo mondo sempre volevo la fine.
Vivo, ho vissuto abbastanza per vedere
da scienza orrenda percossi i compagni che m’hanno piagato.
Ma dite: lo sapevate che ero dei vostri, voi, no?
Per questo mi odiavate? Oh, la mia verità è necessaria,
dissolta in tempo e aria, cuori più attenti a educare.
Ma giustamente gli altri comunisti
hanno sospettato di me. Ero comunista
troppo oltre le loro certezze e i miei dubbi.
Giustamente non m’hanno riconosciuto.
La disciplina mia non potevano vederla.
Il mio centralismo pareva anarchia.
La mia autocritica negava la loro.
Non si può essere comunista speciale.
Pensarlo vuol dire non esserlo.
Così giustamente non m’hanno riconosciuto
i miei compagni. Servo del capitale
io, come loro. Più, anzi: perché lo dimenticavo.
E lavoravano essi, mentre io il mio piacere cercavo.
Anche per questo sempre ero comunista.
Troppo oltre le loro certezze e i miei dubbi
di questo mondo sempre volevo la fine.
Ma la mia fine anche. E anche questo, più questo,
li allontanava da me. Non li aiutava la mia speranza.
Il mio centralismo pareva anarchia.
Comnv’è chi per sé, vuole più verità
per essere agli altri più vero e perché gli altri
siano lui stesso, così sono vissuto e muoio.
Sempre dunque sono stato comunista.
Di questo mondo sempre volevo la fine.
Vivo, ho vissuto abbastanza per vedere
da scienza orrenda percossi i compagni che m’hanno piagato.
Ma dite: lo sapevate che ero dei vostri, voi, no?
Per questo mi odiavate? Oh, la mia verità è necessaria,
dissolta in tempo e aria, cuori più attenti a educare.
Gian Pietro Lucini
Per chi?
Per chi volli raccogliere
questo mazzo di fiori selvaggi;
stringerli in fascio nel gambo spinoso ed acerbo?
Tutti i fiori vi sono di sangue e di lagrime,
° raccolti lungo le siepi delle lunghe strade;
dentro le forre delle boscaglie impervie;
sui muri sgretolati delle capanne lebbrose;
lunghesso i margini che lambe e impingua
il rivolo inquinato dai veleni,
decorso, dal sobborgo, alla campagna.
Tutti i fiori vi son, che, pei giardini urbani e decaduti,
tra le muffe ed i funghi, s’ammalan da morirne,
e li altri che sboccian sfacciati e sgargianti,
penduli al davanzale d’equivoci balconi meretrici:
’5 tutti i fiori cresciuti col sangue e colle lagrime ai detriti.
Per chi io canto questi fiori plebei e consacrati
dal martirio plebeo innominato,
in codesto sdegnoso rifiuto di prosodia,
per l’odio e per l’amore,
per l’angoscia e la gioja,
e pel ricordo e la maledizione,
per la speranza acuta alla vendicazione ?
Ed è per voi, acefale ed oscure falangi,
uscite da un limbo di nebbie e di fumi,
tra il vacillar di fiamme porporine, in sulla sera,
a
dai portici tozzi e sospetti di nere officine ?
ed è per voi, pei quali non sorride il sole,
schiavi curvi alla terra, che vi porta,
e rinnovate al torneo dell’armata,
ma non vi nutre, vostra?
ed è per voi, pallide teorie impietosite
di giovani, di vecchie e di bambine
inquiete tra la fede e i desiderii,
tra la tentazione della ricca città
” e il pudor permaloso della verginità ?
Per chi, per chi, questa lirica nuova;
che bestemmia, sorride, condanna e sogghigna,
accento sonoro e composto dall’anima mia,
contro a tutti, ribelle e superbo,
“’ in codesto rifiuto imperiale d’astrusa-prosodia?...
Varazze, il 27 di Marzo 1908.
40. imperiale: voce dannunziana, vale «imperioso».
questo mazzo di fiori selvaggi;
stringerli in fascio nel gambo spinoso ed acerbo?
Tutti i fiori vi sono di sangue e di lagrime,
° raccolti lungo le siepi delle lunghe strade;
dentro le forre delle boscaglie impervie;
sui muri sgretolati delle capanne lebbrose;
lunghesso i margini che lambe e impingua
il rivolo inquinato dai veleni,
decorso, dal sobborgo, alla campagna.
Tutti i fiori vi son, che, pei giardini urbani e decaduti,
tra le muffe ed i funghi, s’ammalan da morirne,
e li altri che sboccian sfacciati e sgargianti,
penduli al davanzale d’equivoci balconi meretrici:
’5 tutti i fiori cresciuti col sangue e colle lagrime ai detriti.
Per chi io canto questi fiori plebei e consacrati
dal martirio plebeo innominato,
in codesto sdegnoso rifiuto di prosodia,
per l’odio e per l’amore,
per l’angoscia e la gioja,
e pel ricordo e la maledizione,
per la speranza acuta alla vendicazione ?
Ed è per voi, acefale ed oscure falangi,
uscite da un limbo di nebbie e di fumi,
tra il vacillar di fiamme porporine, in sulla sera,
a
dai portici tozzi e sospetti di nere officine ?
ed è per voi, pei quali non sorride il sole,
schiavi curvi alla terra, che vi porta,
e rinnovate al torneo dell’armata,
ma non vi nutre, vostra?
ed è per voi, pallide teorie impietosite
di giovani, di vecchie e di bambine
inquiete tra la fede e i desiderii,
tra la tentazione della ricca città
” e il pudor permaloso della verginità ?
Per chi, per chi, questa lirica nuova;
che bestemmia, sorride, condanna e sogghigna,
accento sonoro e composto dall’anima mia,
contro a tutti, ribelle e superbo,
“’ in codesto rifiuto imperiale d’astrusa-prosodia?...
Varazze, il 27 di Marzo 1908.
40. imperiale: voce dannunziana, vale «imperioso».
Giuseppe Conte
Ristabiliamo commercio
Democrazia, ti ho odiato nelle iridi dei ragazzi
abbandonate dal vino dei sogni
nella tua pretesa che sia il numero a decidere il destino
nel tuo adorare al Tempio soltanto la mercanzia e la
carta moneta
io ti ho odiata quando hai calpestato la poesia tua ma-
dre segreta
quando hai spento il canto foglie-onde dell’universo
quando hai disarmato i forti, hai lasciato lo spirito
morire
ti ho odiata per il tuo diffondere l’invidia imbelle, il
profittare, il mentire.
Ma tu democrazia vera, fioriture
tu democrazia nuova, che ancora possiamo generare
che Whitman voleva, grande d’alberi, laghi, desideri,
corpi, viaggi, insieme e canti, compagni, gioie,
democrazia nuova stirpe
oggi io Giuseppe nato nel 1945
a quarantacinque anni, varcato il limite
né cieco né profeta
contro chi uccide con un editto gli dei
contro chi governa attraverso i carri e le spade
contro chi non ha pietà per chi cade
contro chi esilia, stermina, imprigiona
contro l’immobilità, l’uniformità, l’ordine
la voce delle spie fatta padrona
io ti scelgo.
Non è vero che la libertà può fare a meno di foglie e
di onde, e tu di eroi.
Democrazia, stabiliamo commercio tra noi.
abbandonate dal vino dei sogni
nella tua pretesa che sia il numero a decidere il destino
nel tuo adorare al Tempio soltanto la mercanzia e la
carta moneta
io ti ho odiata quando hai calpestato la poesia tua ma-
dre segreta
quando hai spento il canto foglie-onde dell’universo
quando hai disarmato i forti, hai lasciato lo spirito
morire
ti ho odiata per il tuo diffondere l’invidia imbelle, il
profittare, il mentire.
Ma tu democrazia vera, fioriture
tu democrazia nuova, che ancora possiamo generare
che Whitman voleva, grande d’alberi, laghi, desideri,
corpi, viaggi, insieme e canti, compagni, gioie,
democrazia nuova stirpe
oggi io Giuseppe nato nel 1945
a quarantacinque anni, varcato il limite
né cieco né profeta
contro chi uccide con un editto gli dei
contro chi governa attraverso i carri e le spade
contro chi non ha pietà per chi cade
contro chi esilia, stermina, imprigiona
contro l’immobilità, l’uniformità, l’ordine
la voce delle spie fatta padrona
io ti scelgo.
Non è vero che la libertà può fare a meno di foglie e
di onde, e tu di eroi.
Democrazia, stabiliamo commercio tra noi.
Mario Lunetta
Mai più
Sono giornate, queste, di scirocco politico,
di sciocco bolseggiare in una lingua
che sempre meno ci appartiene: achtung, compagni,
attenzione e ancora attenzione: in questo sfiocco
di chiacchiere melliflue o minacciose, affiora
un grumo nero, una pillola di cianuro
truccata col cerone: gibbone ciarlatano e ventriloquo.
Facciamo muro, allora: che sia duro il più possibile,
elastico, reattivo, intelligente: e che ripari
da quest’orgia di niente malandrina, con la sua massa
e la sua ombra, sia ulivi o olivastri; purché, dico,
quest’intruglio di melassa non plastifichi
la parola e l’azione comunista.
Dico, compagni, che sì, siamo gente veloce,
veloce ancora, anche con tutti i suoi anni
che anni buoni davvero quasi mai sono stati; gente
che alza la voce pure con tutti 1 suoi malanni;
gente che non si fa mettere in croce, ormai,
e MAI PIÙ,
dai fascisti e dai loro attaccapanni.
di sciocco bolseggiare in una lingua
che sempre meno ci appartiene: achtung, compagni,
attenzione e ancora attenzione: in questo sfiocco
di chiacchiere melliflue o minacciose, affiora
un grumo nero, una pillola di cianuro
truccata col cerone: gibbone ciarlatano e ventriloquo.
Facciamo muro, allora: che sia duro il più possibile,
elastico, reattivo, intelligente: e che ripari
da quest’orgia di niente malandrina, con la sua massa
e la sua ombra, sia ulivi o olivastri; purché, dico,
quest’intruglio di melassa non plastifichi
la parola e l’azione comunista.
Dico, compagni, che sì, siamo gente veloce,
veloce ancora, anche con tutti i suoi anni
che anni buoni davvero quasi mai sono stati; gente
che alza la voce pure con tutti 1 suoi malanni;
gente che non si fa mettere in croce, ormai,
e MAI PIÙ,
dai fascisti e dai loro attaccapanni.
Nanni Balestrini
Senza lacrime per le rose
Infine, la grande industria e la sua scienza
non sono il premio per chi vince la lotta di classe.
Sono il terreno stesso di questa lotta. E finché il
terreno è occupato dal nemico bisogna spararci
sopra, senza lacrime per le rose.
Mario Tronti, Operai e capitale
a
metà strada
nel buio ne
i
fitti alb
l’albero prefe
risce la cal
ma ma il vento non si pla
ca la lotta di
il
compito è di
eliminare il
di classe è un fa
tto oggettivo è in
dipendente dal
la volontà dell’uom
rovesciato
il
potere i
deologico della borghes
la situazione è tranquil
la a torino dopo le sedici or
e di guerriglia di
ieri
oggi tutto deve e
ssere subordinato a
gli alberi fanno troppo rumore
lla definizione d
i una strateg
la fiat? non creò un al
tro uomo dicen
do tu sei i
1 mio schiav
la grande
il
rovesciamento delle i
dee dominant
non sono il premio per chi vince la lotta di classe.
Sono il terreno stesso di questa lotta. E finché il
terreno è occupato dal nemico bisogna spararci
sopra, senza lacrime per le rose.
Mario Tronti, Operai e capitale
a
metà strada
nel buio ne
i
fitti alb
l’albero prefe
risce la cal
ma ma il vento non si pla
ca la lotta di
il
compito è di
eliminare il
di classe è un fa
tto oggettivo è in
dipendente dal
la volontà dell’uom
rovesciato
il
potere i
deologico della borghes
la situazione è tranquil
la a torino dopo le sedici or
e di guerriglia di
ieri
oggi tutto deve e
ssere subordinato a
gli alberi fanno troppo rumore
lla definizione d
i una strateg
la fiat? non creò un al
tro uomo dicen
do tu sei i
1 mio schiav
la grande
il
rovesciamento delle i
dee dominant
Nanni Balestrini
X. Frammento dell’anarchia
amente dichiarò ch
il paziente si ritrae nel m
scopo di questo frammento è accertare la vost
ose e in minuscoli due pezzi a cui dettano ordini e contrordini
è estremamente vivace e può persino compiere alcuni mo
ioriva con inaudita letizia la città
è diffici
chiarò chiunque metta la ma
te si ritrae nel momento del raggiungimento d
questo frammento è accertate la vostra attuale velocità e grado
due pezzi a cui dettano ordini e contrordini mentre as
compiere alcuni movimenti con le bra
la città
riesca a comprende
iunque metta la mano su di me per governarmi
rae nel momento del raggiungimento del piacere quando si tratta
è accertare la vostra attuale velocità e grado di comp
trordini mentre aspettano con ansia
on le bra
tino e di mattone
comprenderli conviene quin
tta la mano su di me per governarmi è un usurpatore e un tirann
il raggiungimento del piacere quando si tratta di fare
tà e grado di comprensione per stabi
con ansia
uo cuore batte già
mattone sorbiva la luce com
erli conviene quindi lasciarli nel loro ambie
me per governarmi è un usurpatore e un tiranno io lo d
si tratta di fare un passo decisivo
per stabi
di essere chiamati
batte già da due settimane
sorbiva la luce come un’avida selva le fontan
iene quindi lasciarli nel loro ambiente senza cercare di volerl
un tiranno io lo dichiaro mio nemico
decisivo
ivello base su cui
chiamati al telefono instal
da due settimane ha un cervello e un sistema
a luce come un’avida selva le fontane papali si levavano in un
arli nel loro ambiente senza cercare di volerli cambia
io nemico
indiretto verso di
se su cui misurare i vostri
al telefono installato a un metro dall’acqua
ettimane ha un cervello e un sistema nervoso che mandano impuls
da selva le fontane papali si levavano in un cielo più
di volerli cambiare fosse anche nell
il paziente si ritrae nel m
scopo di questo frammento è accertare la vost
ose e in minuscoli due pezzi a cui dettano ordini e contrordini
è estremamente vivace e può persino compiere alcuni mo
ioriva con inaudita letizia la città
è diffici
chiarò chiunque metta la ma
te si ritrae nel momento del raggiungimento d
questo frammento è accertate la vostra attuale velocità e grado
due pezzi a cui dettano ordini e contrordini mentre as
compiere alcuni movimenti con le bra
la città
riesca a comprende
iunque metta la mano su di me per governarmi
rae nel momento del raggiungimento del piacere quando si tratta
è accertare la vostra attuale velocità e grado di comp
trordini mentre aspettano con ansia
on le bra
tino e di mattone
comprenderli conviene quin
tta la mano su di me per governarmi è un usurpatore e un tirann
il raggiungimento del piacere quando si tratta di fare
tà e grado di comprensione per stabi
con ansia
uo cuore batte già
mattone sorbiva la luce com
erli conviene quindi lasciarli nel loro ambie
me per governarmi è un usurpatore e un tiranno io lo d
si tratta di fare un passo decisivo
per stabi
di essere chiamati
batte già da due settimane
sorbiva la luce come un’avida selva le fontan
iene quindi lasciarli nel loro ambiente senza cercare di volerl
un tiranno io lo dichiaro mio nemico
decisivo
ivello base su cui
chiamati al telefono instal
da due settimane ha un cervello e un sistema
a luce come un’avida selva le fontane papali si levavano in un
arli nel loro ambiente senza cercare di volerli cambia
io nemico
indiretto verso di
se su cui misurare i vostri
al telefono installato a un metro dall’acqua
ettimane ha un cervello e un sistema nervoso che mandano impuls
da selva le fontane papali si levavano in un cielo più
di volerli cambiare fosse anche nell
Pietro dei Faitinelli
Ercol, Timbréo, Vesta e la Minerva
Ercol, Timbréo, Vesta e la Minerva
voglio adorare, e rinnegar la fede
di quel cortese Dio nel qual uom crede,
che non è dritto né ragion osserva.
Giudeo vo’ diventare: e, di conserva,
arianiste e di Fotino erede,
Neron tiranno, Erode e Diomede
e senza pietà Medea proterva.
A Mecca intendo di finir mia vita,
là o° Macometto giace e sta sospeso
in aere per virtt di calamita.
Ch’i’ veggio ’l reo montato e ’l buon disceso;
drittura, fé, leanza esser perita;
e da cui l’uomo serve essere offeso.
voglio adorare, e rinnegar la fede
di quel cortese Dio nel qual uom crede,
che non è dritto né ragion osserva.
Giudeo vo’ diventare: e, di conserva,
arianiste e di Fotino erede,
Neron tiranno, Erode e Diomede
e senza pietà Medea proterva.
A Mecca intendo di finir mia vita,
là o° Macometto giace e sta sospeso
in aere per virtt di calamita.
Ch’i’ veggio ’l reo montato e ’l buon disceso;
drittura, fé, leanza esser perita;
e da cui l’uomo serve essere offeso.
Sergio Solmi
Aprile a San Vittore
Grazie sien rese ai ciechi
iddii ridenti, che il poeta trassero
di morte e dalla nera muda al gaio
giorno del camerone dove cantano
i giovinetti partigiani.
Aprile
dolce dormire, s’anche aspra s’ingorga
nelle bocche di lupo la sirena,
passa la conta, o sparano i tedeschi
sulle mura. Reclino
sul gomito piegato il mallo vergine
della capigliatura, dentro il sonno
fiducioso calati come in grembo
della madre al lontano
tempo dell’altra vita, oggi vi guardo,
miei quasi figli, fatti miei fratelli
da antica giovinezza che m’ha gonfio
il cuore all’improvviso, poi che il raggio
di miele della primavera cola
tra le sbarre, sull’impiantito stampa
riquadri luminosi, ed alle nostre
gracili vite a oscuro esito offerte
misura a lento passo eguale giorno.
iddii ridenti, che il poeta trassero
di morte e dalla nera muda al gaio
giorno del camerone dove cantano
i giovinetti partigiani.
Aprile
dolce dormire, s’anche aspra s’ingorga
nelle bocche di lupo la sirena,
passa la conta, o sparano i tedeschi
sulle mura. Reclino
sul gomito piegato il mallo vergine
della capigliatura, dentro il sonno
fiducioso calati come in grembo
della madre al lontano
tempo dell’altra vita, oggi vi guardo,
miei quasi figli, fatti miei fratelli
da antica giovinezza che m’ha gonfio
il cuore all’improvviso, poi che il raggio
di miele della primavera cola
tra le sbarre, sull’impiantito stampa
riquadri luminosi, ed alle nostre
gracili vite a oscuro esito offerte
misura a lento passo eguale giorno.