Poesie di questo tema
Rabbia e indignazione
Alberto Cappi
E comunque
e comunque che cosa ho promesso
l’anima svestita il bisbigliare
il lare delle 13 delle 13 e 30
chi si attenta l’abito a voltare
della mia memoria che addita una
storia d’eccessi un parlottare
siamo in sera di ghiandaie in
morsi torsi e torti e sfinimenti
sono in ringhio il graffio i denti
l’anima svestita il bisbigliare
il lare delle 13 delle 13 e 30
chi si attenta l’abito a voltare
della mia memoria che addita una
storia d’eccessi un parlottare
siamo in sera di ghiandaie in
morsi torsi e torti e sfinimenti
sono in ringhio il graffio i denti
Andrea Zanzotto
L’un l’altro guarda e del suo corpo essangue
1 - L’un l’altro guarda e del suo corpo essangue
sul pomo della spada appoggia il peso.
Ansimare nel nero dell’alba.
Salire su ansimare sulla soglia sul gradino
(a/irrigidimenti di posizioni – confronti di volontà
c/mobilitazioni dimostrative
e/atti di violenza vessatori
n/spettacolare dimostrazione di forze)
2 - E il torturatore e il tentatore
(apre una porticina, dissimula)
3 - Il paesaggio ha tutto confessato, essudato,
il paesaggio è in confessione, in sudore.
Il crimine. Il crimine.
Là mi ero liberato da ogni sognoè un sogno,
Là facevo marcire l’attenzione: attenti.
Sottolineato col rosso encausto imperiale:
ammissioni sogni segni.
Oh. O.
Vi si trascinano frammenti di prospezioni di pugne
di furberie d’imbrogli. Neanche
Mettere al paragone e poi sciupare cavar via questo strato
col suo inquisirsi coi suoi scarsi imparamenti.
4 - E il tentatore riapre la porta
e il torturatore rilegge ciò che che
che aveva fatto rossamente essudare fuori.
Idee tropi nomi e niente.
Un paesaggio-traino di fiori, di grida. Colpisci
trafiggi dunque.
Diecimila frammenti d’acciaio irraggiati intorno.
5 - E tu cereus in vitium flecti cereo nel cedere,
per te anche la fedeltà è solo un modo dell’acedia;
e tu in semiluce con Armida ed Alcina,
bouches ventres reins fouillés tra i fogliami.
Miraggi incalzati, troppo avanti, oltrati.
6 - E un «Mirage» un «Phantom» un «Vie» un «Vite». Ultrasonici
Segnalazioni nel fondo dell’occhio.
Ricognizioni del fundus oculi del fundus coelorum.
Soffioni soffiati pappi tutti questi lanci di paracadute,
falchi e colombe
farfalle e vespe sull’attraente sullo spolpabile.
7 - In ultima analisiin prima sintesi
tutto sottratto o sommatoprima di ogni somma
addendi che là su addentellandi
parole piene con colla di parole vuote
presto troppo presto per far cenno ai linguaggi o ad altro
prosa forma paesaggio. Napalm dietro il paesaggio.
8 - Arrestarsi sulla soglia del santuario centrale.
9 - Un tentativo un traffico di divise all’orlo a fianco,
dogane imbrogliate, si dice.
Confusamente m’avvicino (al tastare).
10 - O mio paesaggio perché mi hai... paesaggio-aggio (spezie
[rare)?
Ho paesaggito molto.
Chi mi parla di libri carte e arte mi atterrisce
(di donne, di storia-e, di paesaggi).
Chi mi parla mi uccide.
Mi è mancato così poco per vivere
Così poco per sfuggire alla vita.
11 - Il torturatore il dongiovanni il cereo-ceroso
lo spaventapasseri in fumo di film.
12 - z/Spasm or insensate war
13 - Non dimenticare il campo, l’intrinsechezza
che corre tra disparato e disparato,
la fine filialità paternità di questi ricami-richiami.
14 - «La mia paga, la mia paga!»
sul pomo della spada appoggia il peso.
Ansimare nel nero dell’alba.
Salire su ansimare sulla soglia sul gradino
(a/irrigidimenti di posizioni – confronti di volontà
c/mobilitazioni dimostrative
e/atti di violenza vessatori
n/spettacolare dimostrazione di forze)
2 - E il torturatore e il tentatore
(apre una porticina, dissimula)
3 - Il paesaggio ha tutto confessato, essudato,
il paesaggio è in confessione, in sudore.
Il crimine. Il crimine.
Là mi ero liberato da ogni sognoè un sogno,
Là facevo marcire l’attenzione: attenti.
Sottolineato col rosso encausto imperiale:
ammissioni sogni segni.
Oh. O.
Vi si trascinano frammenti di prospezioni di pugne
di furberie d’imbrogli. Neanche
Mettere al paragone e poi sciupare cavar via questo strato
col suo inquisirsi coi suoi scarsi imparamenti.
4 - E il tentatore riapre la porta
e il torturatore rilegge ciò che che
che aveva fatto rossamente essudare fuori.
Idee tropi nomi e niente.
Un paesaggio-traino di fiori, di grida. Colpisci
trafiggi dunque.
Diecimila frammenti d’acciaio irraggiati intorno.
5 - E tu cereus in vitium flecti cereo nel cedere,
per te anche la fedeltà è solo un modo dell’acedia;
e tu in semiluce con Armida ed Alcina,
bouches ventres reins fouillés tra i fogliami.
Miraggi incalzati, troppo avanti, oltrati.
6 - E un «Mirage» un «Phantom» un «Vie» un «Vite». Ultrasonici
Segnalazioni nel fondo dell’occhio.
Ricognizioni del fundus oculi del fundus coelorum.
Soffioni soffiati pappi tutti questi lanci di paracadute,
falchi e colombe
farfalle e vespe sull’attraente sullo spolpabile.
7 - In ultima analisiin prima sintesi
tutto sottratto o sommatoprima di ogni somma
addendi che là su addentellandi
parole piene con colla di parole vuote
presto troppo presto per far cenno ai linguaggi o ad altro
prosa forma paesaggio. Napalm dietro il paesaggio.
8 - Arrestarsi sulla soglia del santuario centrale.
9 - Un tentativo un traffico di divise all’orlo a fianco,
dogane imbrogliate, si dice.
Confusamente m’avvicino (al tastare).
10 - O mio paesaggio perché mi hai... paesaggio-aggio (spezie
[rare)?
Ho paesaggito molto.
Chi mi parla di libri carte e arte mi atterrisce
(di donne, di storia-e, di paesaggi).
Chi mi parla mi uccide.
Mi è mancato così poco per vivere
Così poco per sfuggire alla vita.
11 - Il torturatore il dongiovanni il cereo-ceroso
lo spaventapasseri in fumo di film.
12 - z/Spasm or insensate war
13 - Non dimenticare il campo, l’intrinsechezza
che corre tra disparato e disparato,
la fine filialità paternità di questi ricami-richiami.
14 - «La mia paga, la mia paga!»
Cecco Angiolieri
Il pessimo e ’l crudele odio, ch’ i’ porto
Il pessimo e ’l crudele odio, ch’ i’ porto
a diritta ragione al padre meo,
il farà vivar più, che Botadeo,
e di ciò, buon dî, me ne sono accorto.
Odi, Natura, se tu ha’ gran torto:
l’altrier li chiesi un fiasco di raspeo,
che n’ha ben cento cogna ’l can giudeo,
in verità, vicin m’ebbe che morto.
— S’ i’ gli avessi chèsto di vernaccia! —
diss’io, solamente a lui approvare:
sì mi volle sputar entro la faccia.
E poi m’è detto ch’ ì’ nol debbo odiare!
Ma chi sapesse ben ogni sua taccia
direbbe: — Vivo il dovresti mangiare!
a diritta ragione al padre meo,
il farà vivar più, che Botadeo,
e di ciò, buon dî, me ne sono accorto.
Odi, Natura, se tu ha’ gran torto:
l’altrier li chiesi un fiasco di raspeo,
che n’ha ben cento cogna ’l can giudeo,
in verità, vicin m’ebbe che morto.
— S’ i’ gli avessi chèsto di vernaccia! —
diss’io, solamente a lui approvare:
sì mi volle sputar entro la faccia.
E poi m’è detto ch’ ì’ nol debbo odiare!
Ma chi sapesse ben ogni sua taccia
direbbe: — Vivo il dovresti mangiare!
Cecco Angiolieri
S’ è fosse foco, ardere’ il mondo
S’ i’ fosse foco, ardere’ il mondo;
’ È’ fosse vento, lo tempestarei;
es e o
’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
un
Li
fosse Dio, mandereil’en profondo;
pe
ss
bi
s’ i’ fosse papa, serei allor giocondo,
ché tutti cristiani embrigarei;
s’ i’ fosse ’mperator, sa’ che farei?
a tutti mozzarei lo capo a tondo.
S’ ì fosse morte, andarei da mio padre;
s’ i’ fosse vita, fuggirei da lui:
similemente faria da mi’ madre.
S’ i? fosse Cecco, com’ i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
i
le vecchie e laide lasserei altrui.
’ È’ fosse vento, lo tempestarei;
es e o
’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
un
Li
fosse Dio, mandereil’en profondo;
pe
ss
bi
s’ i’ fosse papa, serei allor giocondo,
ché tutti cristiani embrigarei;
s’ i’ fosse ’mperator, sa’ che farei?
a tutti mozzarei lo capo a tondo.
S’ ì fosse morte, andarei da mio padre;
s’ i’ fosse vita, fuggirei da lui:
similemente faria da mi’ madre.
S’ i? fosse Cecco, com’ i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
i
le vecchie e laide lasserei altrui.
Corrado Govoni
Siepe
All’odore crudele
che viene dalle spine della siepe
il tuo sangue amareggia l’amore,
e ti diventan gli occhi
una luce cattiva pigiata.
Sulla tua statua che cammina
aprendo una nuova strada nel vento
invano battono le mie parole
come gocce di rugiada da me scossa.
Prego l’erba dell’argine ti venga incontro
con la lampada avvelenata del gigaro
per far soffrire la tua bocca rossa.
che viene dalle spine della siepe
il tuo sangue amareggia l’amore,
e ti diventan gli occhi
una luce cattiva pigiata.
Sulla tua statua che cammina
aprendo una nuova strada nel vento
invano battono le mie parole
come gocce di rugiada da me scossa.
Prego l’erba dell’argine ti venga incontro
con la lampada avvelenata del gigaro
per far soffrire la tua bocca rossa.
Folgóre da San Gimignano
Eo non ti lodo, Dio, e non ti adoro
Eo non ti lodo, Dio, e non ti adoro
e non ti prego, e non ti rengrazio,
e non ti servo: ch’eo ne so’ più sazio,
che l’anime di stare ’n purgatoro:
per che tu hai mess’i guelfi a tal martòro,
ch’i ghibellini ne fan beffe e strazio;
e se Uguccion ti comandasse il dazio,
tu ’l pagaresti senza perentoro.
Ed hanti certo si ben conosciuto,
tolto t’’han San Martin ed Altopasso
e San Michel e *l tesor c’hai perduto;
e hai quel popol marcio così grasso,
che per soperbia cherranti ’l tributo:
e tu hai fatto ’°l cor che par d’un sasso.
e non ti prego, e non ti rengrazio,
e non ti servo: ch’eo ne so’ più sazio,
che l’anime di stare ’n purgatoro:
per che tu hai mess’i guelfi a tal martòro,
ch’i ghibellini ne fan beffe e strazio;
e se Uguccion ti comandasse il dazio,
tu ’l pagaresti senza perentoro.
Ed hanti certo si ben conosciuto,
tolto t’’han San Martin ed Altopasso
e San Michel e *l tesor c’hai perduto;
e hai quel popol marcio così grasso,
che per soperbia cherranti ’l tributo:
e tu hai fatto ’°l cor che par d’un sasso.
Massimo Bontempelli
Nervi
Se il cielo tosse di motori lontani e sputa
sull’aria corsa da serpentelli in foia
tu invece di battere il piede e spiegazzare carta
lanciami il tuo odio, femmina dello zenit,
una volta per sempre, maligna.
Basta oh basta per sempre. E là
dal boschetto bruciato
due poi due
fischi paralitici fanno tre passi muoiono
col loro secreto nell’aria molle piena
di silenzi accovacciati sotto i voli delle viole.
Da spàmpani e mazzi di fiori bianchissimi orlati di rosso
i serpentelli invisibili scivolano via tremolando dal cielo
a coppie si gettano a dormire sui letti d’oriente
uno è rimasto solo va per i fatti suoi.
Ma tu non sorriderne tanto, femminaserpe, non senti
che i petali bianchi si aggrinzano in ghigni
e le gengive ti sanguinano
masticando le nuvolette del veleno dolciastro?
Oh ti vedo
brancicare gli ultimi azzurri del cielo
mordere
a tradimento le prime stelle verdi nel cielo.
Cielofemmina imbellettato di blu
non sa odiare
né amare
più.
sull’aria corsa da serpentelli in foia
tu invece di battere il piede e spiegazzare carta
lanciami il tuo odio, femmina dello zenit,
una volta per sempre, maligna.
Basta oh basta per sempre. E là
dal boschetto bruciato
due poi due
fischi paralitici fanno tre passi muoiono
col loro secreto nell’aria molle piena
di silenzi accovacciati sotto i voli delle viole.
Da spàmpani e mazzi di fiori bianchissimi orlati di rosso
i serpentelli invisibili scivolano via tremolando dal cielo
a coppie si gettano a dormire sui letti d’oriente
uno è rimasto solo va per i fatti suoi.
Ma tu non sorriderne tanto, femminaserpe, non senti
che i petali bianchi si aggrinzano in ghigni
e le gengive ti sanguinano
masticando le nuvolette del veleno dolciastro?
Oh ti vedo
brancicare gli ultimi azzurri del cielo
mordere
a tradimento le prime stelle verdi nel cielo.
Cielofemmina imbellettato di blu
non sa odiare
né amare
più.
Nelo Risi
A compierla domanda fatica
A compierla domanda fatica
buona pratica e usura, con tutto
che uno si dedica
magari in privato magari alla cieca
con appena uno sguardo in tralìce
per vedere se cresce (vien su
così aspra) e poi sotto di lima
di puntello di leva, con tutto che uno
la cova di notte – vero inno nel buio
(nel buio dell’altro) all’insaputa –
che uno ci sbava per metterla a punto
e quando scatta: allora è vendetta.
buona pratica e usura, con tutto
che uno si dedica
magari in privato magari alla cieca
con appena uno sguardo in tralìce
per vedere se cresce (vien su
così aspra) e poi sotto di lima
di puntello di leva, con tutto che uno
la cova di notte – vero inno nel buio
(nel buio dell’altro) all’insaputa –
che uno ci sbava per metterla a punto
e quando scatta: allora è vendetta.
Tonino Guerra
Sa vinzém néun
Sa vinzém néun a t véng a truvè ad chèsa:
a t faz avnéi in a mént quel ta me fat
e a t dag ad mòrs tla tèsta e d’impartót.
E pu sa vinzém néun l’andrà a finéi
ch’avrò un dafè che mai,
mo te nu vén datònda a ròmp e’ cazz,
a déi ch’a t lasa stè pri tu burdèll;
e se par chès t am vaid dri la tu chèsa
nu sta a trémè da spèsa la finèstra,
ch’a vném a to al miséuri ma la strèda.
a t faz avnéi in a mént quel ta me fat
e a t dag ad mòrs tla tèsta e d’impartót.
E pu sa vinzém néun l’andrà a finéi
ch’avrò un dafè che mai,
mo te nu vén datònda a ròmp e’ cazz,
a déi ch’a t lasa stè pri tu burdèll;
e se par chès t am vaid dri la tu chèsa
nu sta a trémè da spèsa la finèstra,
ch’a vném a to al miséuri ma la strèda.