Poesie di questo tema
Vita
Roberto Roversi
Ma in questo stupendo intrico (4)
Ma in questo stupendo intrico del vivere
c’è troppa tempesta poco tempo nessuna soddisfazione
mentre aggiungono che la bellezza è andata perduta
e 10 — io confesso che sono stato felice in qualche momento.
Le macchine volanti piegano gli alberi segnati da un vecchio
fuoco
escono fra le foglie gli uomini del futuro
e un ragazzo albino siede davanti alle
pietre
accecato dalla luce
c’è troppa tempesta poco tempo nessuna soddisfazione
mentre aggiungono che la bellezza è andata perduta
e 10 — io confesso che sono stato felice in qualche momento.
Le macchine volanti piegano gli alberi segnati da un vecchio
fuoco
escono fra le foglie gli uomini del futuro
e un ragazzo albino siede davanti alle
pietre
accecato dalla luce
Roberto Roversi
Non ho saputo leggerti (115)
Non ho saputo leggerti mano avara.
Circondata dai cunicoli dai labirinti della vita
e da petali che così osannano
io sono un campo d’autunno
soldati e mendicanti tra i ruderi
- figura esclusa
dal gioco. Lei sola può. Lei è vestita
dalle carte, dal gioco dentro quel raso aperto
con gli occhi da greca.
Al limite di una foresta
nel silenzio sacrifica a un dio.
Nella polvere delle frane
cambiano corso uomini e donne in fuga
- tutto è rimandato
brucia
Circondata dai cunicoli dai labirinti della vita
e da petali che così osannano
io sono un campo d’autunno
soldati e mendicanti tra i ruderi
- figura esclusa
dal gioco. Lei sola può. Lei è vestita
dalle carte, dal gioco dentro quel raso aperto
con gli occhi da greca.
Al limite di una foresta
nel silenzio sacrifica a un dio.
Nella polvere delle frane
cambiano corso uomini e donne in fuga
- tutto è rimandato
brucia
Roberto Roversi
Sul cofano della Mini Morris (30)
Sul cofano della Mini Morris in corsa
il micidiale gelo del nord portato sul carro di vincitori impetuosi
è approdato in questa pianura con i fiori di vetro.
Il cuore è un guerriero con la lancia in mano
appassita dal vento di una tomba etrusca.
il micidiale gelo del nord portato sul carro di vincitori impetuosi
è approdato in questa pianura con i fiori di vetro.
Il cuore è un guerriero con la lancia in mano
appassita dal vento di una tomba etrusca.
Salvatore Quasimodo
Del mio odore di uomo
Negli alberi uccisi
ululano gli inferni.
Dorme l’estate nel vergine miele,
il ramarro nell’infanzia di mostro.
Del mio odore di uomo
grazia all’aria degli angeli,
all’acqua mio cuore celeste
nel fertile buio di cellula.
ululano gli inferni.
Dorme l’estate nel vergine miele,
il ramarro nell’infanzia di mostro.
Del mio odore di uomo
grazia all’aria degli angeli,
all’acqua mio cuore celeste
nel fertile buio di cellula.
Salvatore Quasimodo
Ed è subito sera
Ed è subito sera
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.
Salvatore Quasimodo
Visibile, invisibile
Visibile, invisibile
il carrettiere all’orizzonte
nelle braccia della strada chiama
risponde alla voce delle isole.
Anch’io non vado alla deriva,
intorno rulla il mondo, leggo
la mia storia come guardia di notte
le ore delle piogge. Il segreto ha margini
felici, stratagemmi, attrazioni difficili.
La mia vita, abitanti crudeli e sorridenti
delle mie vie, dei miei paesaggi,
è senza maniglie alle porte.
Non mi preparò alla morte,
so il principio delle cose,
la fine è una superficie dove viaggia
* l’invasore della mia ombra.
To non conosco le ombre.
il carrettiere all’orizzonte
nelle braccia della strada chiama
risponde alla voce delle isole.
Anch’io non vado alla deriva,
intorno rulla il mondo, leggo
la mia storia come guardia di notte
le ore delle piogge. Il segreto ha margini
felici, stratagemmi, attrazioni difficili.
La mia vita, abitanti crudeli e sorridenti
delle mie vie, dei miei paesaggi,
è senza maniglie alle porte.
Non mi preparò alla morte,
so il principio delle cose,
la fine è una superficie dove viaggia
* l’invasore della mia ombra.
To non conosco le ombre.
Sandro Penna
I tuoi calmi spettacoli...
I tuoi calmi spettacoli. La vita.
L’amore che li lega. Sole sul colle.
E più tardi la luna. Aiuto, aiuto!
L’amore che li lega. Sole sul colle.
E più tardi la luna. Aiuto, aiuto!
Sergio Solmi
Canti
I
Fossimo i nostri pro-progenitori:
un grumo di muco in una calda palude.
Vita e morte fluirebbero, germe e nascita,
via con le nostre linfe mute.
Fossimo uno stelo d’alga, un dorso sabbioso
che il vento sforma ma è greve di sotto.
Testa di libellula, ala di gabbiano,
già troppo avanti sarebbero, soffrirebbero troppo.
II
Spregevoli sono gli amanti, i beffatori
– tutti disperazione, brama – e i fiduciosi:
noi, sofferenti ed impestati dèi,
e tuttavia spesso del dio pensosi.
La molle baia. I boschivi sogni oscuri,
le stelle, enormi palle-di-neve in fiore.
Tacite fra le piante balzano le pantere.
È tutto riva. Eterno chiama il mare.
Fossimo i nostri pro-progenitori:
un grumo di muco in una calda palude.
Vita e morte fluirebbero, germe e nascita,
via con le nostre linfe mute.
Fossimo uno stelo d’alga, un dorso sabbioso
che il vento sforma ma è greve di sotto.
Testa di libellula, ala di gabbiano,
già troppo avanti sarebbero, soffrirebbero troppo.
II
Spregevoli sono gli amanti, i beffatori
– tutti disperazione, brama – e i fiduciosi:
noi, sofferenti ed impestati dèi,
e tuttavia spesso del dio pensosi.
La molle baia. I boschivi sogni oscuri,
le stelle, enormi palle-di-neve in fiore.
Tacite fra le piante balzano le pantere.
È tutto riva. Eterno chiama il mare.
Tommaso Campanella
Il teatro del mondo
Nez teatro del mondo ammascherate
l’alme dai corpi e dagli effetti loro,
spettacolo al supremo concistoro
da natura, divina arte, apprestate,
fan gli atti e detti tutte a chi son nate;
di scena in scena van, di coro in coro;
si veston di letizia e di mattoro,
dal comico fatal libro ordinate.
Nè san, nè ponno, ne vogliono fare,
nè patir altro che ’l gran Senno scrisse,
di tutte lieto, per tutte allegrare;
quando, rendendo, al fin di giuochi e risse,
le maschere alla terra, al cielo, al mare,
in Dio vedrem chi meglio fece e disse.
l’alme dai corpi e dagli effetti loro,
spettacolo al supremo concistoro
da natura, divina arte, apprestate,
fan gli atti e detti tutte a chi son nate;
di scena in scena van, di coro in coro;
si veston di letizia e di mattoro,
dal comico fatal libro ordinate.
Nè san, nè ponno, ne vogliono fare,
nè patir altro che ’l gran Senno scrisse,
di tutte lieto, per tutte allegrare;
quando, rendendo, al fin di giuochi e risse,
le maschere alla terra, al cielo, al mare,
in Dio vedrem chi meglio fece e disse.
Tommaso Campanella
L’idea divina
L’uom fu bambino, embrione, seme e sangue,
pane, erba ed altre cose, in cui godeva
d’esser quel ch’era, e gli spiacea mutarsi
in quel ch’è mo’: e quel ch’ora gli aggreva,
di farsi in fuoco, in terra, in topo, in angue,
poi piaceragli; e crederà bearsi
in quel che fia, chè in tutti enti riluce
la Idea divina, e pe ’l dimenticarsi.
pane, erba ed altre cose, in cui godeva
d’esser quel ch’era, e gli spiacea mutarsi
in quel ch’è mo’: e quel ch’ora gli aggreva,
di farsi in fuoco, in terra, in topo, in angue,
poi piaceragli; e crederà bearsi
in quel che fia, chè in tutti enti riluce
la Idea divina, e pe ’l dimenticarsi.
Tommaso Campanella
La gran vita
Che maraviglia s’alcuno s’ammazzi?
Lo guida il fato con occulto incanto
per la gran vita, ove enno i mali e i pazzi
semitoni e metafore al suo canto.
Lo guida il fato con occulto incanto
per la gran vita, ove enno i mali e i pazzi
semitoni e metafore al suo canto.
Tonino Guerra
Sivio e’ matt
Quand che parlèva,
e’ parlèva ad scatt,
tott un brandèll
da in chèva fina i pi,
se brètt cun la visira arvólta indri,
che l’era avstéid da chéursa
Sivio e’ matt.
e’ parlèva ad scatt,
tott un brandèll
da in chèva fina i pi,
se brètt cun la visira arvólta indri,
che l’era avstéid da chéursa
Sivio e’ matt.
Umberto Saba
Il canto di un mattino
Da te, cuor mio, l’ultimo canto aspetto,
e mi diletto a pensarlo fra me.
Del mare sulla riva solatia,
non so se in sogno o vegliando, ho veduto,
quasi ancora giovanetto, un marinaio.
La gomena toglieva alla colonna
dell’approdo, e oscillava in mar la conscia
nave, pronta a salpare.
E l’udivo cantare,
per se stesso, ma sì che la città
n’era intenta, ed i colli e la marina,
e sopra tutte le cose il mio cuore:
«Meglio – cantava – dire addio all’amore,
se nell’amor non è felicità».
Lieto appariva il suo bel volto; intorno
era la pace, era il silenzio; alcuno
né vicino scorgevo né lontano;
brillava il sole nel cielo, sul piano
vasto del mare, nel nascente giorno.
Egli è solo, pensavo; or dove mai
vuole approdar la sua piccola barca?
«Così, piccina mia, così non va»
diceva il canto, il canto che per via
ti segue; alla taverna, come donna
di tutti, l’hai vicino.
Ma in quel chiaro mattino
altro ammoniva quella voce; e questo
lo sai tu, cuore mio, che strane cose
ti chiedevi ascoltando: or se lontana
andrà la nave, or se la pena vana
non fosse, ed una colpa il mio esser mesto.
Sempre cantando, si affrettava il mozzo
alla partenza; ed io pensavo: È un rozzo
uomo di mare? O è forse un semidio?
Si tacque a un tratto, balzò nella nave;
chiara soave rimembranza in me.
e mi diletto a pensarlo fra me.
Del mare sulla riva solatia,
non so se in sogno o vegliando, ho veduto,
quasi ancora giovanetto, un marinaio.
La gomena toglieva alla colonna
dell’approdo, e oscillava in mar la conscia
nave, pronta a salpare.
E l’udivo cantare,
per se stesso, ma sì che la città
n’era intenta, ed i colli e la marina,
e sopra tutte le cose il mio cuore:
«Meglio – cantava – dire addio all’amore,
se nell’amor non è felicità».
Lieto appariva il suo bel volto; intorno
era la pace, era il silenzio; alcuno
né vicino scorgevo né lontano;
brillava il sole nel cielo, sul piano
vasto del mare, nel nascente giorno.
Egli è solo, pensavo; or dove mai
vuole approdar la sua piccola barca?
«Così, piccina mia, così non va»
diceva il canto, il canto che per via
ti segue; alla taverna, come donna
di tutti, l’hai vicino.
Ma in quel chiaro mattino
altro ammoniva quella voce; e questo
lo sai tu, cuore mio, che strane cose
ti chiedevi ascoltando: or se lontana
andrà la nave, or se la pena vana
non fosse, ed una colpa il mio esser mesto.
Sempre cantando, si affrettava il mozzo
alla partenza; ed io pensavo: È un rozzo
uomo di mare? O è forse un semidio?
Si tacque a un tratto, balzò nella nave;
chiara soave rimembranza in me.
Umberto Saba
Il poeta
ll poeta ha le sue giornate
contate,
come tutti gli uomini; ma quanto,
quanto variate!
L’ore del giorno e le quattro stagioni,
un po’ meno di sole o più di vento,
sono lo svago e l’accompagnamento
sempre diverso per le sue passioni
sempre le stesse; ed il tempo che fa
quando si leva, è il grande avvenimento
del giorno, la sua gioia appena desto.
Sovra ogni aspetto lo rallegra questo
d’avverse luci, le belle giornate
movimentate
come la folla in una lunga istoria,
dove azzurro e tempesta poco dura,
e si alternano messi di sventura
e di vittoria.
Con un rosso di sera fa ritorno,
e con le nubi cangia di colore
la sua felicità,
se non cangia il suo cuore.
Il poeta ha le sue giornate
contate,
come tutti gli uomini; ma quanto,
quanto beate!
From PRELUDIO E FUGHE
contate,
come tutti gli uomini; ma quanto,
quanto variate!
L’ore del giorno e le quattro stagioni,
un po’ meno di sole o più di vento,
sono lo svago e l’accompagnamento
sempre diverso per le sue passioni
sempre le stesse; ed il tempo che fa
quando si leva, è il grande avvenimento
del giorno, la sua gioia appena desto.
Sovra ogni aspetto lo rallegra questo
d’avverse luci, le belle giornate
movimentate
come la folla in una lunga istoria,
dove azzurro e tempesta poco dura,
e si alternano messi di sventura
e di vittoria.
Con un rosso di sera fa ritorno,
e con le nubi cangia di colore
la sua felicità,
se non cangia il suo cuore.
Il poeta ha le sue giornate
contate,
come tutti gli uomini; ma quanto,
quanto beate!
From PRELUDIO E FUGHE
Umberto Saba
Meditazione
Sfuma il turchino in un azzurro tutto
stelle. Io siedo alla finestra, e guardo.
Guardo e ascolto; però che in questo è tutta
la mia forza: guardare ed ascoltare.
La luna non è nata, nascerà
sul tardi. Sono aperte oggi le molte
finestre delle grandi case folte
d’umile gente. E in me una verità
nasce, dolce a ridirsi, che darà
gioia a chi ascolta, gioia da ogni cosa.
Poco invero tu stimi, uomo, le cose.
Il tuo lume, il tuo letto, la tua casa
sembrano poco a te, sembrano cose
da nulla, poi che tu nascevi e già
era il fuoco, la coltre era e la cuna
per dormire, per addormirti il canto.
Ma che strazio sofferto fu, e per quanto
tempo dagli avi tuoi, prima che una
sorgesse, tra le belve, una capanna;
che il suono divenisse ninna-nanna
per il bimbo, parola pel compagno.
Che millenni di strazi, uomo, per una
delle piccole cose che tu prendi,
usi e non guardi; e il cuore non ti trema,
non ti trema la mano;
ti sembrerebbe vano
ripensare ch’è poco
quanto all’immondezzaio oggi tu scagli;
ma che gemma non c’è che per te valga
quanto valso sarebbe un dì quel poco.
La luna è nata che le stelle in cielo
declinano. Là un giallo
lume si è spento, fumido. Suonò
il tocco. Un gallo
cantò; altri risposero qua e là.
stelle. Io siedo alla finestra, e guardo.
Guardo e ascolto; però che in questo è tutta
la mia forza: guardare ed ascoltare.
La luna non è nata, nascerà
sul tardi. Sono aperte oggi le molte
finestre delle grandi case folte
d’umile gente. E in me una verità
nasce, dolce a ridirsi, che darà
gioia a chi ascolta, gioia da ogni cosa.
Poco invero tu stimi, uomo, le cose.
Il tuo lume, il tuo letto, la tua casa
sembrano poco a te, sembrano cose
da nulla, poi che tu nascevi e già
era il fuoco, la coltre era e la cuna
per dormire, per addormirti il canto.
Ma che strazio sofferto fu, e per quanto
tempo dagli avi tuoi, prima che una
sorgesse, tra le belve, una capanna;
che il suono divenisse ninna-nanna
per il bimbo, parola pel compagno.
Che millenni di strazi, uomo, per una
delle piccole cose che tu prendi,
usi e non guardi; e il cuore non ti trema,
non ti trema la mano;
ti sembrerebbe vano
ripensare ch’è poco
quanto all’immondezzaio oggi tu scagli;
ma che gemma non c’è che per te valga
quanto valso sarebbe un dì quel poco.
La luna è nata che le stelle in cielo
declinano. Là un giallo
lume si è spento, fumido. Suonò
il tocco. Un gallo
cantò; altri risposero qua e là.
Umberto Saba
Prima fuga
La vita, la mia vita, ha la tristezza
del nero magazzino di carbone,
che vedo ancora in questa strada. Io vedo,
per oltre alle sue porte aperte, il cielo
azzurro e il mare con le antenne. Nero
come là dentro è nel mio cuore; il cuore
dell’uomo è un antro di castigo. È bello
il cielo a mezzo la mattina, è bello
il mar che lo riflette, e bello è anch’esso
il mio cuore: uno specchio a tutti i cuori
viventi. Se nel mio guardo, se fuori
di lui, non vedo che disperazione,
tenebra, desiderio di morire,
cui lo spavento dell’ignoto a fronte
si pone, tutta la dolcezza a togliere
che quello in sé recherebbe. Le foglie
morte non fanno a me paura, e agli uomini
io penso come a foglie. Oggi i tuoi occhi,
del nero magazzino di carbone,
vedono il cielo ed il mare, al contrasto,
più luminosi: pensa che saranno
chiusi domani. Ed altri s’apriranno,
simili ai miei, simili ai tuoi. La vita,
la tua vita a te cara, è un lungo errore,
(breve, dorato, appena un’illusione!)
e tu lo sconti duramente. Come
in me in questi altri lo sconto: persone,
mansi animali affaticati; intorno
vadano in ozio o per faccende, io sono
in essi, ed essi sono in me e nel giorno
che ci rivela. Pascerti puoi tu
di fole ancora? Io soffro; il mio dolore,
lui solo, esiste. E non un poco il blu
del cielo, e il mare oggi sì unito, e in mare
le antiche vele e le ormeggiate navi,
e il nero magazzino di carbone,
che il quadro, come per caso, incornicia
stupendamente, e quelle più soavi
cose che in te, del dolore al contrasto,
senti – accese delizie – e che non dici?
Troppo temo di perderle; felici
chiamo per questo i non nati. I non nati
non sono, i morti non sono, vi è solo
la vita viva eternamente; il male
che passa e il bene che resta. Il mio bene
passò, come il mio male, ma più in fretta
passò; di lui nulla mi resta. Taci,
empie cose non dire. Anche tu taci,
voce che dalla mia sei nata, voce
d’altri tempi serena; se puoi, taci;
lasciami assomigliare la mia vita
– tetra cosa opprimente – a quella nera
volta, sotto alla quale un uomo siede,
fin che gli termini il giorno, e non vede
l’azzurro mare – oh, quanta in te provavi
nel dir dolcezza! – e il cielo che gli è sopra.
del nero magazzino di carbone,
che vedo ancora in questa strada. Io vedo,
per oltre alle sue porte aperte, il cielo
azzurro e il mare con le antenne. Nero
come là dentro è nel mio cuore; il cuore
dell’uomo è un antro di castigo. È bello
il cielo a mezzo la mattina, è bello
il mar che lo riflette, e bello è anch’esso
il mio cuore: uno specchio a tutti i cuori
viventi. Se nel mio guardo, se fuori
di lui, non vedo che disperazione,
tenebra, desiderio di morire,
cui lo spavento dell’ignoto a fronte
si pone, tutta la dolcezza a togliere
che quello in sé recherebbe. Le foglie
morte non fanno a me paura, e agli uomini
io penso come a foglie. Oggi i tuoi occhi,
del nero magazzino di carbone,
vedono il cielo ed il mare, al contrasto,
più luminosi: pensa che saranno
chiusi domani. Ed altri s’apriranno,
simili ai miei, simili ai tuoi. La vita,
la tua vita a te cara, è un lungo errore,
(breve, dorato, appena un’illusione!)
e tu lo sconti duramente. Come
in me in questi altri lo sconto: persone,
mansi animali affaticati; intorno
vadano in ozio o per faccende, io sono
in essi, ed essi sono in me e nel giorno
che ci rivela. Pascerti puoi tu
di fole ancora? Io soffro; il mio dolore,
lui solo, esiste. E non un poco il blu
del cielo, e il mare oggi sì unito, e in mare
le antiche vele e le ormeggiate navi,
e il nero magazzino di carbone,
che il quadro, come per caso, incornicia
stupendamente, e quelle più soavi
cose che in te, del dolore al contrasto,
senti – accese delizie – e che non dici?
Troppo temo di perderle; felici
chiamo per questo i non nati. I non nati
non sono, i morti non sono, vi è solo
la vita viva eternamente; il male
che passa e il bene che resta. Il mio bene
passò, come il mio male, ma più in fretta
passò; di lui nulla mi resta. Taci,
empie cose non dire. Anche tu taci,
voce che dalla mia sei nata, voce
d’altri tempi serena; se puoi, taci;
lasciami assomigliare la mia vita
– tetra cosa opprimente – a quella nera
volta, sotto alla quale un uomo siede,
fin che gli termini il giorno, e non vede
l’azzurro mare – oh, quanta in te provavi
nel dir dolcezza! – e il cielo che gli è sopra.
Umberto Saba
Sera di febbraio
Spunta la luna.
Nel viale è ancora
giorno, una sera che rapida cala.
Indifferente gioventù s’allaccia;
sbanda a povere mète.
Ed è il pensiero
della morte che, in fine, aiuta a vivere.
Nel viale è ancora
giorno, una sera che rapida cala.
Indifferente gioventù s’allaccia;
sbanda a povere mète.
Ed è il pensiero
della morte che, in fine, aiuta a vivere.
Umberto Saba
Ulisse
Nella mia giovanezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.
Valentino Zeichen
Arancia Mondo
A una tavola calda
gli storici disputavano
Se avessero più ingegno
i romani oppure i cinesi.
Scegli un’arancia per
miniatura del mondo,
sbucciala senza interruzione
da un polo all’altro,
ne otterrai una spirale
da avvolgere una colonna.
Costrette, vi entrano appena
poche gesta esemplari
trasposte sul marmo
dalla crosta terrestre.
Tanto è quanto resta
della gloria trascorsa.
gli storici disputavano
Se avessero più ingegno
i romani oppure i cinesi.
Scegli un’arancia per
miniatura del mondo,
sbucciala senza interruzione
da un polo all’altro,
ne otterrai una spirale
da avvolgere una colonna.
Costrette, vi entrano appena
poche gesta esemplari
trasposte sul marmo
dalla crosta terrestre.
Tanto è quanto resta
della gloria trascorsa.
Valentino Zeichen
Nessuno o quasi
Quel tallone d’ Achille rendeva
l’Occidente vulnerabile.
Affine all’ortopedico
Ulisse eliminò il difetto
senza correggerlo:
con un’unica parola
rese l’Occidente invisibile.
Come? Quando? Chiesero
coloro che hanno l’identità nell’Essere:
i Fenici, i Persiani, i Mongoli;
gli Arabi, gli Ottomani, i Nazisti.
E si ebbero una risposta
da un’altra domanda;
quella che il ciclope
rivolse a Ulisse.
L’astuzia di Nessuno
separò per sempre
l’Occidente dall’Essere
per l’invincibile Nulla
della tecnica.
l’Occidente vulnerabile.
Affine all’ortopedico
Ulisse eliminò il difetto
senza correggerlo:
con un’unica parola
rese l’Occidente invisibile.
Come? Quando? Chiesero
coloro che hanno l’identità nell’Essere:
i Fenici, i Persiani, i Mongoli;
gli Arabi, gli Ottomani, i Nazisti.
E si ebbero una risposta
da un’altra domanda;
quella che il ciclope
rivolse a Ulisse.
L’astuzia di Nessuno
separò per sempre
l’Occidente dall’Essere
per l’invincibile Nulla
della tecnica.
Vincenzo Brusantini
Novella X
Hor Dioneo che haveva ascoltata
la gran novella de la lor Regina
sentendola finita, e a tutti grata
di seguitarne lieto si destina
e disse elette donne non celata
l’arte vi sia con mente divina
né anco abbiate chi vel mostri a scherno
come il Diavol si metta ne l’Inferno.
E senza guari lasci questo effetto
che forsi ancora ragionato havete
io il vo’ dir, e certo vi prometto,
che l’alma vostra guadagnar potrete,
e conoscer ancora se ricetto
si dona Amor in camar’ dolci, e liete
e in superbi palagi, che anco in vili
cappanne sveglia i rozi, e fa gentili.
Ne la Città di Capsa in Barberia
un ricco huomo già fù molto honorato,
che tra mogli figliuoli figlia havia
bella, e gentile di mirabil stato
di Alibech il nome si dicia
era pagana, ma gliera assai grato
il modo christiano, e con disio
bramava intenta di servire a Dio.
E un giorno adimandò in che maniera
come si possa a Dio meglio servire
fugli risposto che la più sinciera
servitù di cui Dio ne suol gioire
di fuggir le cose mondane era
come quelli facean per non perire
di Thebbaida ne gli horridi deserti
banditi al mondo, e al paradiso offerti.
La gioven ch’era semplice a ogni guisa
e in fiorita età di quindeci anni
non da Dio ordinato in ciò si advisa,
ma da lieve appetito che la inganni
senz’altro dirne lei sola divisa
partissi la mattina, e in humil panni
là verso di Thebbaida il camin prese
con il cor giovenile, e spemi accese.
E con grave fatica a la fin viene
a una cappanna vista da lontano
dove un sant’huomo con divina spene
sopra l’uscio trovò benigno, e humano,
qual di vederla maraviglia tiene
e dimandolla come in quello piano
sia giunta, e quello che cercando gìa
così soletta senza compagnia.
Rispose lei, che da Dio inspirata
cercando andava al suo servigio porse
pregol che gl’insegnasse essergli grata
et altre cose humìl seco transcorse
il santo che la vide delicata
e bella, grave tema al cor gli morse
ch’el Demonio non desse a lui ricetto
ne lo ingannasse con quel bello aspetto.
E laudando la sua intentione
tosto alquanto gli diede da mangiare
radici d’herbe, e datteri, e assai bone
acque da bere ch’ivi altro non pare
poi gli disse figliuola si ripone
lontan non guari un Santo de sì rare
opere grate a Dio più ch’io non sono
et amaestrarti al bel camino e buono.
A lui ne andrai, e mostrolli la via
onde ella tosto giunse a quello Santo
et il medesmo ancora gli dicia
dove inanzi pervenne a un altro canto,
e un giovene Romito vide pria
di persona devoto, e di gran vanto
a cui Rustico in nome gli era detto,
et quel che l’altro disse, egli hebbe detto.
Per far di sua fermezza una gran prova
seco sola tenilla ne la cella,
e venuta la notte un letto trova
di più frondi de palma a la donzella
ivi dielli riposo, e si ritrova
altro letto per lui non longi a quella
e questo fatto con gran possa, e vaglia
gli for tentationi a dar battaglia.
E di lunga trovandosi ingannato
voltò le spalle al furioso assalto
lasciati i pensier santi ne fu entrato
col disire a la donna a più gran salto
e a pensar sua bellezza, e al delicato
corpo incominciò col pensier alto
e a immaginar incominciosse il modo
che dovesse tener per scior quel nodo.
Ma talmente però non s’accorgesse
che come huom dissoluto gli sia a lato
hor tentò prima lei con cause espresse
e cognobbe c’huom mai havea provato
conoscendola semplice comesse
il suo pensiero al porto disiato,
e sotto spetie di servire a Dio
reccarla a suoi piaceri, e al suo disìo.
Primieramente con dolci parole
mostrolli quanto il diavol sia nemico
a Dio, e quel che più grato esser suole
rimetterlo in inferno a gir mendico
dove piange dannato, e più si duole
ristretto al loco suo già dato antico
come si faccia adimandò tal cose
la donna a la qual Rustico rispose.
Tu lo saprai perciò faranne tosto
come vedi a me far, e a spogliarsi
incominciò a lei poco discosto
tanto che ignudo tutto può mirarsi
ella non meno il bel corpo disposto
scoperse ignudo tutto a dimostrarsi
e l’uno contra l’altro ingenocchione
si posero per far oratione.
E così stando Rustico più acceso
per vederla sì bella, e delicata
il motto de la carne fu disteso
il qual vide Alibeche ingenocchiata
e mirando la forma di quel peso
subitamente fu maravigliata
e disse, che cosa è ch’ivi hai sì mossa
che spingi innanzi così dura, e grossa.
Io non l’ho già per quanto in me discerno,
o figlia mia Rustico rispose
questo è il diavol inimico eterno
del qual parlai de le divine cose
vedi quanto mi affanna e mi fa scherno
e quanto l’opre sue mi son nogliose,
e damme tal molestia e tal martire,
che appena il posso così fier patire.
Disse la donna, hor Dio ne sia lodato
che meglio sto di quel che tu non stai
che non ho questo diavolazzo a lato
che forsi a me darebbe ancor gran guai,
disse Rustico è ver, ma ti vien dato
un’altra cosa che non hebbi mai
et in scambio di questo maledetto
nemico mio là vieni al tuo ricetto.
E che disse Alibech, hor dimel tosto
hor hai l’inferno Rustico gli disse
e dicoti ch’io credo che disposto
a mia salute Dio, e doglie fisse
ti mandi a darmi requie di nascosto
per questo diavol che ’l cor mi traffisse
ma se pietà di me ti tien ristretta
soffri almen tanto che in l’inferno il metta.
E grande mi darai consolatione
e a Dio farai grandissimo piacere
se per far quello in questa regione
venuta sei per Dio sola piacere
hora disse Alibech hai ben ragione
dapoi che ho qui l’inferno, è ben dovere
metterli il diavol dentro al piacer nostro
dopoi che tanto bene Dio ne ha mostro.
Figliuola mia, si tu benedetta
disse Rustico allora andiamo presto
perché mi lassi star lì dentro il metta,
e tutto lieto che hebbe detto questo
sopra il letto la donna acconciò in fretta,
e come star dovesse ingegnò il resto
a incarcerar quel maledetto, e rio,
che alcia la testa con sì fier disio.
La giovene, che mai più gli fu messo
diavol nel suo Inferno, per la prima
volta sentitte alcun dolor espresso
e disse padre hora mi fo stima
quanto sia crudo il Diavol qui comesso
nemico fier de Dio de l’alto clima
che ancora ne lo Inferno sia ne duole
altrui poi che vi è dentro tanto puole.
Egli non adverrà sempre figliuola
disse Rustico alhor, ma da sei fiate
in suso gli squassò tanto la spola
che le soperbie sue foron domate
e in pace volontieri si consola
sborrata la sua tanta feritate
ma tornandogli poi con maggior festa
gli trahea la superbia de la testa.
Tanto ch’el gioco gli tornò in piacere
et a dir cominciò, hor è ben vero
ciò che in Capsa diceasi, de maniere
christiane, in servir Dio con cor sinciero
quanto sia dolce, e buono da godere,
né mi ricordo mai nel pensiero
cosa haver fatta con diletto interno
quanto è poner il Diavol ne l’Inferno.
Perciò giudico bestia ogni persona
ch’ad altro che servir a Dio attende,
e spesse fiate andava in sorte buona
a Rustico, e dicea, tanto mi accende
il mio servir a Dio che ‘l cor mi sprona
di star otiosa, e il tempo mal si spende
andiamo padre mio dòlce, e fedele
e in Inferno mettiamo quel crudele.
E ciò facendo dicea alcuna volta
io non so quel che facciasi d’Inferno
il Diavol che se in sì dolce accolta
vi stesse volontiera come io cerno
l’Inferno coglier lui con voglia molta
egli non usciria mai in eterno
dunque in Inferno il Diavol habbia ricetto
come l’Inferno il coglie con diletto.
Così invitando quel monaco spesso
al servigio de Dio fuor del farsetto
la bambagia gli havea tratta, e oppresso
talmente che sentia freddo, e difetto
che sudato sarebbe un altro espresso
e perciò a la giovene havete detto
che in l’Inferno il Diavol si mettia
quando ne lieva il capo per pazzia.
Ma per gratia de Dio l’habbian sgannato
che hor priega Dio di rimanersi in pace,
così alquanto silentio egli dato
al disir de la giovene sì audace
ella che non havea il disir satiato
Rustico richiedea sempre capace
a porre il Diavol pur nel dolce loco
dove spasso prendea piacere, e gioco.
Se gastigato è il Diavol tuo dicea
Rustico, e più non ti dà alcuna noia
damme l’Inferno mio gran pena rea
né mi lascia possar tanto mi annoia
perciò tu farai opra che mi bea
a cavarmi la rabbia che m’ingoia
così come al Diavol tuo ho tolt’io
la rabbia, tolta sia a l’Inferno mio.
Egli, che di radici d’herbe, e d’acque
vivea risponder non potea a le poste
diceagli, che al Diavolo non spiacque
talhor quietarsi, né voler sì accoste
l’Inferno a lui, ma far non gli dispiacque
ma raro rispondea botte, e risposte,
et rare sì, e fuora di ragione
ch’altr’era ch’una fava in bocca a un leone.
Del che a la donna non pareva tanto
servir a Dio come havea pensiero
e mormorava assai, e facea pianto
vedendo tristo, il diavol già si fiero
e mentre che era in lor lite, tra tanto
avenne un caso ad Alibech vero
che un foco ne la casa sua si apprese
in Capsa, e il padre, e gli figlioli accese.
Per la qual cosa Alibech herede
restarse d’ogni suo bene gli vale,
laonde un gioven tosto dricciò il piede
per haver quella chiamato Nerbale
perché esser lei intese a la mercede
ricorsa per far l’alma sua immortale
e ritrovolla inanti che la corte
di beni disponesse in quella morte.
Con gran piacer di Rustico hebbe quella
ma mesta molto per il suo partire
a casa rimenolla per donzella
et presela per moglie al suo disire
havuto il patrimonio poi d’ella
fersi le nozze d’ogni intorno udire
ma essendo adimandata in cui disio
servesse grata in quel diserto a Dio.
Né essendo seco giaciuta Nerbale
rispose che serviva a metter spesso
il diavol nello Inferno accerbo, e frale
et che a cavarla di tal bene espresso
era grave peccato, e grave male
essendo stato quel che a Dio concesso
dimandata ancor fu come mettea
il diavol nel Inferno perché ardea.
Con più atti la giovene, e parole
alhor mostrò per cui fecer gran risa
e ridon credo ancor come si sole
di un atto così grosso a quella guisa
detto gli fu se di altro non ti dole
Nerbal servirti ben seco divisa
che anche qua così si serve a Dio
col cor contento, e dolce il gran disio.
Poi dicendol l’un l’altro in la cittade
lo ridussero in un motto vulgare
che servigio a Dio far maggior accade
che far il diavol nello Inferno intrare
e questo motto per longhe contrade
è gito e poi passato qua da mare
per donne apparate con interno
piacer a metter il diavol nello Inferno.
la gran novella de la lor Regina
sentendola finita, e a tutti grata
di seguitarne lieto si destina
e disse elette donne non celata
l’arte vi sia con mente divina
né anco abbiate chi vel mostri a scherno
come il Diavol si metta ne l’Inferno.
E senza guari lasci questo effetto
che forsi ancora ragionato havete
io il vo’ dir, e certo vi prometto,
che l’alma vostra guadagnar potrete,
e conoscer ancora se ricetto
si dona Amor in camar’ dolci, e liete
e in superbi palagi, che anco in vili
cappanne sveglia i rozi, e fa gentili.
Ne la Città di Capsa in Barberia
un ricco huomo già fù molto honorato,
che tra mogli figliuoli figlia havia
bella, e gentile di mirabil stato
di Alibech il nome si dicia
era pagana, ma gliera assai grato
il modo christiano, e con disio
bramava intenta di servire a Dio.
E un giorno adimandò in che maniera
come si possa a Dio meglio servire
fugli risposto che la più sinciera
servitù di cui Dio ne suol gioire
di fuggir le cose mondane era
come quelli facean per non perire
di Thebbaida ne gli horridi deserti
banditi al mondo, e al paradiso offerti.
La gioven ch’era semplice a ogni guisa
e in fiorita età di quindeci anni
non da Dio ordinato in ciò si advisa,
ma da lieve appetito che la inganni
senz’altro dirne lei sola divisa
partissi la mattina, e in humil panni
là verso di Thebbaida il camin prese
con il cor giovenile, e spemi accese.
E con grave fatica a la fin viene
a una cappanna vista da lontano
dove un sant’huomo con divina spene
sopra l’uscio trovò benigno, e humano,
qual di vederla maraviglia tiene
e dimandolla come in quello piano
sia giunta, e quello che cercando gìa
così soletta senza compagnia.
Rispose lei, che da Dio inspirata
cercando andava al suo servigio porse
pregol che gl’insegnasse essergli grata
et altre cose humìl seco transcorse
il santo che la vide delicata
e bella, grave tema al cor gli morse
ch’el Demonio non desse a lui ricetto
ne lo ingannasse con quel bello aspetto.
E laudando la sua intentione
tosto alquanto gli diede da mangiare
radici d’herbe, e datteri, e assai bone
acque da bere ch’ivi altro non pare
poi gli disse figliuola si ripone
lontan non guari un Santo de sì rare
opere grate a Dio più ch’io non sono
et amaestrarti al bel camino e buono.
A lui ne andrai, e mostrolli la via
onde ella tosto giunse a quello Santo
et il medesmo ancora gli dicia
dove inanzi pervenne a un altro canto,
e un giovene Romito vide pria
di persona devoto, e di gran vanto
a cui Rustico in nome gli era detto,
et quel che l’altro disse, egli hebbe detto.
Per far di sua fermezza una gran prova
seco sola tenilla ne la cella,
e venuta la notte un letto trova
di più frondi de palma a la donzella
ivi dielli riposo, e si ritrova
altro letto per lui non longi a quella
e questo fatto con gran possa, e vaglia
gli for tentationi a dar battaglia.
E di lunga trovandosi ingannato
voltò le spalle al furioso assalto
lasciati i pensier santi ne fu entrato
col disire a la donna a più gran salto
e a pensar sua bellezza, e al delicato
corpo incominciò col pensier alto
e a immaginar incominciosse il modo
che dovesse tener per scior quel nodo.
Ma talmente però non s’accorgesse
che come huom dissoluto gli sia a lato
hor tentò prima lei con cause espresse
e cognobbe c’huom mai havea provato
conoscendola semplice comesse
il suo pensiero al porto disiato,
e sotto spetie di servire a Dio
reccarla a suoi piaceri, e al suo disìo.
Primieramente con dolci parole
mostrolli quanto il diavol sia nemico
a Dio, e quel che più grato esser suole
rimetterlo in inferno a gir mendico
dove piange dannato, e più si duole
ristretto al loco suo già dato antico
come si faccia adimandò tal cose
la donna a la qual Rustico rispose.
Tu lo saprai perciò faranne tosto
come vedi a me far, e a spogliarsi
incominciò a lei poco discosto
tanto che ignudo tutto può mirarsi
ella non meno il bel corpo disposto
scoperse ignudo tutto a dimostrarsi
e l’uno contra l’altro ingenocchione
si posero per far oratione.
E così stando Rustico più acceso
per vederla sì bella, e delicata
il motto de la carne fu disteso
il qual vide Alibeche ingenocchiata
e mirando la forma di quel peso
subitamente fu maravigliata
e disse, che cosa è ch’ivi hai sì mossa
che spingi innanzi così dura, e grossa.
Io non l’ho già per quanto in me discerno,
o figlia mia Rustico rispose
questo è il diavol inimico eterno
del qual parlai de le divine cose
vedi quanto mi affanna e mi fa scherno
e quanto l’opre sue mi son nogliose,
e damme tal molestia e tal martire,
che appena il posso così fier patire.
Disse la donna, hor Dio ne sia lodato
che meglio sto di quel che tu non stai
che non ho questo diavolazzo a lato
che forsi a me darebbe ancor gran guai,
disse Rustico è ver, ma ti vien dato
un’altra cosa che non hebbi mai
et in scambio di questo maledetto
nemico mio là vieni al tuo ricetto.
E che disse Alibech, hor dimel tosto
hor hai l’inferno Rustico gli disse
e dicoti ch’io credo che disposto
a mia salute Dio, e doglie fisse
ti mandi a darmi requie di nascosto
per questo diavol che ’l cor mi traffisse
ma se pietà di me ti tien ristretta
soffri almen tanto che in l’inferno il metta.
E grande mi darai consolatione
e a Dio farai grandissimo piacere
se per far quello in questa regione
venuta sei per Dio sola piacere
hora disse Alibech hai ben ragione
dapoi che ho qui l’inferno, è ben dovere
metterli il diavol dentro al piacer nostro
dopoi che tanto bene Dio ne ha mostro.
Figliuola mia, si tu benedetta
disse Rustico allora andiamo presto
perché mi lassi star lì dentro il metta,
e tutto lieto che hebbe detto questo
sopra il letto la donna acconciò in fretta,
e come star dovesse ingegnò il resto
a incarcerar quel maledetto, e rio,
che alcia la testa con sì fier disio.
La giovene, che mai più gli fu messo
diavol nel suo Inferno, per la prima
volta sentitte alcun dolor espresso
e disse padre hora mi fo stima
quanto sia crudo il Diavol qui comesso
nemico fier de Dio de l’alto clima
che ancora ne lo Inferno sia ne duole
altrui poi che vi è dentro tanto puole.
Egli non adverrà sempre figliuola
disse Rustico alhor, ma da sei fiate
in suso gli squassò tanto la spola
che le soperbie sue foron domate
e in pace volontieri si consola
sborrata la sua tanta feritate
ma tornandogli poi con maggior festa
gli trahea la superbia de la testa.
Tanto ch’el gioco gli tornò in piacere
et a dir cominciò, hor è ben vero
ciò che in Capsa diceasi, de maniere
christiane, in servir Dio con cor sinciero
quanto sia dolce, e buono da godere,
né mi ricordo mai nel pensiero
cosa haver fatta con diletto interno
quanto è poner il Diavol ne l’Inferno.
Perciò giudico bestia ogni persona
ch’ad altro che servir a Dio attende,
e spesse fiate andava in sorte buona
a Rustico, e dicea, tanto mi accende
il mio servir a Dio che ‘l cor mi sprona
di star otiosa, e il tempo mal si spende
andiamo padre mio dòlce, e fedele
e in Inferno mettiamo quel crudele.
E ciò facendo dicea alcuna volta
io non so quel che facciasi d’Inferno
il Diavol che se in sì dolce accolta
vi stesse volontiera come io cerno
l’Inferno coglier lui con voglia molta
egli non usciria mai in eterno
dunque in Inferno il Diavol habbia ricetto
come l’Inferno il coglie con diletto.
Così invitando quel monaco spesso
al servigio de Dio fuor del farsetto
la bambagia gli havea tratta, e oppresso
talmente che sentia freddo, e difetto
che sudato sarebbe un altro espresso
e perciò a la giovene havete detto
che in l’Inferno il Diavol si mettia
quando ne lieva il capo per pazzia.
Ma per gratia de Dio l’habbian sgannato
che hor priega Dio di rimanersi in pace,
così alquanto silentio egli dato
al disir de la giovene sì audace
ella che non havea il disir satiato
Rustico richiedea sempre capace
a porre il Diavol pur nel dolce loco
dove spasso prendea piacere, e gioco.
Se gastigato è il Diavol tuo dicea
Rustico, e più non ti dà alcuna noia
damme l’Inferno mio gran pena rea
né mi lascia possar tanto mi annoia
perciò tu farai opra che mi bea
a cavarmi la rabbia che m’ingoia
così come al Diavol tuo ho tolt’io
la rabbia, tolta sia a l’Inferno mio.
Egli, che di radici d’herbe, e d’acque
vivea risponder non potea a le poste
diceagli, che al Diavolo non spiacque
talhor quietarsi, né voler sì accoste
l’Inferno a lui, ma far non gli dispiacque
ma raro rispondea botte, e risposte,
et rare sì, e fuora di ragione
ch’altr’era ch’una fava in bocca a un leone.
Del che a la donna non pareva tanto
servir a Dio come havea pensiero
e mormorava assai, e facea pianto
vedendo tristo, il diavol già si fiero
e mentre che era in lor lite, tra tanto
avenne un caso ad Alibech vero
che un foco ne la casa sua si apprese
in Capsa, e il padre, e gli figlioli accese.
Per la qual cosa Alibech herede
restarse d’ogni suo bene gli vale,
laonde un gioven tosto dricciò il piede
per haver quella chiamato Nerbale
perché esser lei intese a la mercede
ricorsa per far l’alma sua immortale
e ritrovolla inanti che la corte
di beni disponesse in quella morte.
Con gran piacer di Rustico hebbe quella
ma mesta molto per il suo partire
a casa rimenolla per donzella
et presela per moglie al suo disire
havuto il patrimonio poi d’ella
fersi le nozze d’ogni intorno udire
ma essendo adimandata in cui disio
servesse grata in quel diserto a Dio.
Né essendo seco giaciuta Nerbale
rispose che serviva a metter spesso
il diavol nello Inferno accerbo, e frale
et che a cavarla di tal bene espresso
era grave peccato, e grave male
essendo stato quel che a Dio concesso
dimandata ancor fu come mettea
il diavol nel Inferno perché ardea.
Con più atti la giovene, e parole
alhor mostrò per cui fecer gran risa
e ridon credo ancor come si sole
di un atto così grosso a quella guisa
detto gli fu se di altro non ti dole
Nerbal servirti ben seco divisa
che anche qua così si serve a Dio
col cor contento, e dolce il gran disio.
Poi dicendol l’un l’altro in la cittade
lo ridussero in un motto vulgare
che servigio a Dio far maggior accade
che far il diavol nello Inferno intrare
e questo motto per longhe contrade
è gito e poi passato qua da mare
per donne apparate con interno
piacer a metter il diavol nello Inferno.
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