Poesie di questo tema
Vita
Giuseppe Ungaretti
Soldati
Si sta’ come
d’autunno
sugli alberi
le foglie
Bosco di Courton, luglio 1918
From SENTIMENTO DEL TEMPO
d’autunno
sugli alberi
le foglie
Bosco di Courton, luglio 1918
From SENTIMENTO DEL TEMPO
Inghilfredi
Caunoscenza penosa e angosciosa
Caunoscenza penosa e angosciosa,
assai sei più che morte naturale,
al mio parire;
fussi gioiosa tanto e amorosa,
cum cui tu gissi, mai sentiria male
senza fallire;
seria gaio e giocondo,
averia gioi e tutta beninanza,
nulla già mai vedria contar lianza,
c’a la sua fosse a pare in onne loco.
Li qual deriano honore mantenere
e fermi stare in alto paragio
son più sfallenti;
regensi in servitute per avere
auro e argento e non gentil coragio
d’esser piacenti.
Grandezza si consuma;
l’erbe derian granire e non fiorire,
né arbori foglire — né fare frutto,
veder lo male più che ’l ben saglire.
Non pare di barnagio in nulla parte
che si peni gradire né avanzare
i
però cordoglio;
ciascuno ’n tal mistieri si comparte
’
lo meo cor parte vedendo regnare
follia ed orgoglio.
Risguardando m’ammiro:
donne e donzelle vegio di gran dire
senza sostegno tornare niente,
sì malamente gentilezza spare.
Non deveria lucer luna né stelle,
devria lo sol freddare e non calire,
l’aigue turbare,
né mai auselli posare in ramelle,
giachiti a terra tristar e languire,
“più non vernare.
Contasi mal per meglio,
vedesi il pegio tuttora avanzare,
per contra fare — vince malenanza;
è l’onoranza — natural perita.
Cavalier non cognosco da metcieti,
né gentildonna da altra burgese,
— peno sovente —
né bon donzello da altro lainieti;
45 non è leanza ver ciò è palese
veracemente.
Dico lo meo parvente
per exempli: chiara ven l’aire scuta,
lo vil ausel sovrasaglie il falcone,
50 pres’à leon natura di taupino..
assai sei più che morte naturale,
al mio parire;
fussi gioiosa tanto e amorosa,
cum cui tu gissi, mai sentiria male
senza fallire;
seria gaio e giocondo,
averia gioi e tutta beninanza,
nulla già mai vedria contar lianza,
c’a la sua fosse a pare in onne loco.
Li qual deriano honore mantenere
e fermi stare in alto paragio
son più sfallenti;
regensi in servitute per avere
auro e argento e non gentil coragio
d’esser piacenti.
Grandezza si consuma;
l’erbe derian granire e non fiorire,
né arbori foglire — né fare frutto,
veder lo male più che ’l ben saglire.
Non pare di barnagio in nulla parte
che si peni gradire né avanzare
i
però cordoglio;
ciascuno ’n tal mistieri si comparte
’
lo meo cor parte vedendo regnare
follia ed orgoglio.
Risguardando m’ammiro:
donne e donzelle vegio di gran dire
senza sostegno tornare niente,
sì malamente gentilezza spare.
Non deveria lucer luna né stelle,
devria lo sol freddare e non calire,
l’aigue turbare,
né mai auselli posare in ramelle,
giachiti a terra tristar e languire,
“più non vernare.
Contasi mal per meglio,
vedesi il pegio tuttora avanzare,
per contra fare — vince malenanza;
è l’onoranza — natural perita.
Cavalier non cognosco da metcieti,
né gentildonna da altra burgese,
— peno sovente —
né bon donzello da altro lainieti;
45 non è leanza ver ciò è palese
veracemente.
Dico lo meo parvente
per exempli: chiara ven l’aire scuta,
lo vil ausel sovrasaglie il falcone,
50 pres’à leon natura di taupino..
Jacopo Sannazaro
Icaro
Icaro cadde qui: queste onde il sanno
che in grembo accolser quelle audaci penne;
qui finì il corso e qui il gran caso avvenne,
che darà invidia agli altri che verranno.
Avventuroso e ben gradito affanno,
poi che morendo eterna fama ottenne;
felice chi in tal fato a morte venne,
che sì bel pregio ricompensa il danno.
Ben può di sua ruina esser contento,
s’al ciel volando a guisa di colomba,
per troppo ardir fu esanimato e spento.
un mar sì spazioso, un elemento;
chi ebbe al mondo mai sì larga tomba?
che in grembo accolser quelle audaci penne;
qui finì il corso e qui il gran caso avvenne,
che darà invidia agli altri che verranno.
Avventuroso e ben gradito affanno,
poi che morendo eterna fama ottenne;
felice chi in tal fato a morte venne,
che sì bel pregio ricompensa il danno.
Ben può di sua ruina esser contento,
s’al ciel volando a guisa di colomba,
per troppo ardir fu esanimato e spento.
un mar sì spazioso, un elemento;
chi ebbe al mondo mai sì larga tomba?
Jolanda Insana
Non c’è tempo
ho le radici proprio qui beate nell’abisso di passione
e sono disgiunte e separate
e il pesco non saprà mai il sapore della pesca
né io posso chiamare beata l’anima che non sa il nome
atterrita da troppo fuoco
ed è acerbamente risaputo che è festa di spegnimento senza botto
per i luoghi disastrati della terra
non rompe le nevi né sprezza le piogge né il vento
e s’avventa occhi e cuore sul corpo
robusto disprezzatore di maneggi
e non arresta il corso
seguace di falsa apparenza perde quello che ha
e fluisce lasciando traccia di fiato
male avvertito a provocare né mai a godere
dianzi non ero così sbiancata e parlavo e ho mancato
quando che la zagaglia mi ha mancato
molti luoghi attraversando e in nessuno restando
e però il massimo dei lussi me lo sono goduto
disponendo tutto il mio tempo nello sforzo massimo
di stare dentro il tempo
di questa lotteria non ho mancato un biglietto
e giocata dalla tentazione arriverò in tempo per l’estrazione
godimento di tutti 1 piaceri senza confusione
abbrancare l’inabbrancabile
e corro e predo fino alla fattoria del profeta
Da MEDICINA CARNALE.
e sono disgiunte e separate
e il pesco non saprà mai il sapore della pesca
né io posso chiamare beata l’anima che non sa il nome
atterrita da troppo fuoco
ed è acerbamente risaputo che è festa di spegnimento senza botto
per i luoghi disastrati della terra
non rompe le nevi né sprezza le piogge né il vento
e s’avventa occhi e cuore sul corpo
robusto disprezzatore di maneggi
e non arresta il corso
seguace di falsa apparenza perde quello che ha
e fluisce lasciando traccia di fiato
male avvertito a provocare né mai a godere
dianzi non ero così sbiancata e parlavo e ho mancato
quando che la zagaglia mi ha mancato
molti luoghi attraversando e in nessuno restando
e però il massimo dei lussi me lo sono goduto
disponendo tutto il mio tempo nello sforzo massimo
di stare dentro il tempo
di questa lotteria non ho mancato un biglietto
e giocata dalla tentazione arriverò in tempo per l’estrazione
godimento di tutti 1 piaceri senza confusione
abbrancare l’inabbrancabile
e corro e predo fino alla fattoria del profeta
Da MEDICINA CARNALE.
Lourenço de Médici
Il trionfo di bacco e arianna
Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Quest’è Bacco e Arianna,
belli, e l’un dell’altro ardenti:
perchè ’ tempo fugge e ‘nganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe e altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Questi lieti Satiretti
delle Ninfe innamorati
per caverne e per boschetti
han lor posto cento aguati:
or da Bacco riscaldati,
ballon, saltan tuttavia.
Chi vuol esset lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Queste ninfe hanno anco caro
da loro essere ingannate:
non puon far a Amor riparo
se non genti rozze e ’ngrate:
ora insieme mescolate
fanno festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Questa soma che vien dreto
sopra l’asino, è Sileno:
così vecchio è ebbro e lieto,
già di carne e d’anni pieno:
se non può star ritto almeno
ride e gode tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Mida vien dopo costoro:
ciò che tocca, oro diventa.
E che giova aver tesoro,
poichè l’uom non si contenta?
Che dolcezza vuoi che senta
chi ha sete tuttavia?
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Ciascun apra ben gli orecchi:
di doman nessun si paschi;
oggi siam, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi:
ogni tristo pensier caschi;
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni, balli e canti,
arda di dolcezza il core!
Non fatica, non dolore!
Quel ch’ha esser, convien sia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia!
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Quest’è Bacco e Arianna,
belli, e l’un dell’altro ardenti:
perchè ’ tempo fugge e ‘nganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe e altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Questi lieti Satiretti
delle Ninfe innamorati
per caverne e per boschetti
han lor posto cento aguati:
or da Bacco riscaldati,
ballon, saltan tuttavia.
Chi vuol esset lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Queste ninfe hanno anco caro
da loro essere ingannate:
non puon far a Amor riparo
se non genti rozze e ’ngrate:
ora insieme mescolate
fanno festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Questa soma che vien dreto
sopra l’asino, è Sileno:
così vecchio è ebbro e lieto,
già di carne e d’anni pieno:
se non può star ritto almeno
ride e gode tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Mida vien dopo costoro:
ciò che tocca, oro diventa.
E che giova aver tesoro,
poichè l’uom non si contenta?
Che dolcezza vuoi che senta
chi ha sete tuttavia?
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Ciascun apra ben gli orecchi:
di doman nessun si paschi;
oggi siam, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi:
ogni tristo pensier caschi;
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni, balli e canti,
arda di dolcezza il core!
Non fatica, non dolore!
Quel ch’ha esser, convien sia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia!
Luciano Erba
Niagara chic
Arrendevole
finisco sempre per andare in posti sbagliati
pittori ignoti, presunti perseguitati
più un sapientino che ci dice attention
les brésiliens ne parlent pas l’espagnol
il vino è buono, le donne sfiorite
se una sera vale l’altra
me ne sto qui come in un guscio di noce
come chi, avessi vent’anni di meno,
si affidasse rinchiuso in una botte
alla corrente che porta a una cascata.
finisco sempre per andare in posti sbagliati
pittori ignoti, presunti perseguitati
più un sapientino che ci dice attention
les brésiliens ne parlent pas l’espagnol
il vino è buono, le donne sfiorite
se una sera vale l’altra
me ne sto qui come in un guscio di noce
come chi, avessi vent’anni di meno,
si affidasse rinchiuso in una botte
alla corrente che porta a una cascata.
Luciano Erba
Quando ce ne andiamo
Quando ce ne andiamo ti ricordano per un sorriso
per un raro gesto di generosità
per un tic, per la balbuzie, per la loquacità
per la sciarpa bianca o cammello
per la cravatta sbagliata
per l’accento padano
quanto a me ricordatemi come volete
ancor meglio se ne fate a meno, vivete!
In medio stat vitium
Sei di quelli che ai test
danno segni contraddittori
ma di certo
né genio né idiota
e allora?
un pover’uomo
perseguitato dai geni e dagli idioti.
per un raro gesto di generosità
per un tic, per la balbuzie, per la loquacità
per la sciarpa bianca o cammello
per la cravatta sbagliata
per l’accento padano
quanto a me ricordatemi come volete
ancor meglio se ne fate a meno, vivete!
In medio stat vitium
Sei di quelli che ai test
danno segni contraddittori
ma di certo
né genio né idiota
e allora?
un pover’uomo
perseguitato dai geni e dagli idioti.
Ludovico Ariosto
Il principio dell’orlando furioso
Le donne, i cavalier, l’armi, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto
che furo al tempo che passaro i Moti
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la motte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.
Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
cose non dette in prosa mai nè in rima;
che per amor venne in furor e matto
d’uom che sì saggio era stimato prima:
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ’l poco ingegno ad ora ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.
Im
Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del seco! nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l’umil servo vostro.
Quel ch’io vi debbo posso di parole
pagare in parte e d’opera d’inchiostro:
nè che poco io vi dia da imputar sono;
che quel che posso dar tutto vi dono.
le cortesie, l’audaci imprese io canto
che furo al tempo che passaro i Moti
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la motte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.
Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
cose non dette in prosa mai nè in rima;
che per amor venne in furor e matto
d’uom che sì saggio era stimato prima:
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ’l poco ingegno ad ora ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.
Im
Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del seco! nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l’umil servo vostro.
Quel ch’io vi debbo posso di parole
pagare in parte e d’opera d’inchiostro:
nè che poco io vi dia da imputar sono;
che quel che posso dar tutto vi dono.
Maria Luisa Spaziani
Ibernati, incoscienti
Ibernati, incoscienti, inesistenti
proveniamo da infiniti deserti.
Fra poco altri infiniti ci apriranno
ali voraci per l’eternità.
Ma qui ora c’è l’oasi, la catena
di delizie e tormenti. Le stagioni
colorate ci avvolgono, le mani
amate ci accarezzano.
Un punto infinitesimo nel vortice
che cieco ci avviluppa. C’è la musica
(altrove sconosciuta), c’è il miracolo
della rosa che sboccia, e c’è il mio cuore.
proveniamo da infiniti deserti.
Fra poco altri infiniti ci apriranno
ali voraci per l’eternità.
Ma qui ora c’è l’oasi, la catena
di delizie e tormenti. Le stagioni
colorate ci avvolgono, le mani
amate ci accarezzano.
Un punto infinitesimo nel vortice
che cieco ci avviluppa. C’è la musica
(altrove sconosciuta), c’è il miracolo
della rosa che sboccia, e c’è il mio cuore.
Maria Luisa Spaziani
Voglio
Sistole e diastole,
osanna e crucifige —
Io voglio strenuamente sopravvivere,
a lungo dialogare con uomini non nati,
con i loro nipoti,
nipoti dei nipoti —
ora voglio morire,
morire in ogni cellula del tempo —
in me e in tutti morire —
sistole e diastole,
osanna e crucifige.
osanna e crucifige —
Io voglio strenuamente sopravvivere,
a lungo dialogare con uomini non nati,
con i loro nipoti,
nipoti dei nipoti —
ora voglio morire,
morire in ogni cellula del tempo —
in me e in tutti morire —
sistole e diastole,
osanna e crucifige.
Mario Lunetta
Inventario
facendo il provvisorio inventario di quel confuso balbettìo
che un po’ impudicamente mi ostino a definire la mia vita:
facendone il precario catalogo: facendone il computo delle entrate
e delle uscite, dei costì e dei ricavi: facendo a ritroso, faticosamente, nel
[pensiero
smemorato, il suo percorso ballerino, lineare come il volo di un
[balestruccio
nella tempesta: facendo tutto questo — o facendolo, visto che poi
non troppo cambia, nella sostanza — mi dico che alla fine, alla fine
di non so che, naturalmente, questa cosa stranita, questa decostruita
passacaglia che un po’ impudicamente sempre meno mi ostino
[a definire
la mia vita, vale esattamente quanto quella di un qualsiasi
[animale, di una pianta,
un oggetto dismesso, una memoria non registrata in nessun luogo
[da nessuno:
e in questo nulla mi misuro, rinominandomi: nel suo vuoto gremitissimo
mi dispongo impassibile: su questo suolo inospitale
quasi felice alluno.
che un po’ impudicamente mi ostino a definire la mia vita:
facendone il precario catalogo: facendone il computo delle entrate
e delle uscite, dei costì e dei ricavi: facendo a ritroso, faticosamente, nel
[pensiero
smemorato, il suo percorso ballerino, lineare come il volo di un
[balestruccio
nella tempesta: facendo tutto questo — o facendolo, visto che poi
non troppo cambia, nella sostanza — mi dico che alla fine, alla fine
di non so che, naturalmente, questa cosa stranita, questa decostruita
passacaglia che un po’ impudicamente sempre meno mi ostino
[a definire
la mia vita, vale esattamente quanto quella di un qualsiasi
[animale, di una pianta,
un oggetto dismesso, una memoria non registrata in nessun luogo
[da nessuno:
e in questo nulla mi misuro, rinominandomi: nel suo vuoto gremitissimo
mi dispongo impassibile: su questo suolo inospitale
quasi felice alluno.
Mario Lunetta
La vita
La vita è nient’altro che se stessa
è in genere di una precisione inesorabile
va soggetta talvolta a strane distrazioni
in fondo (ammesso che si diverta) si diverte
con poco
la vita è curiosa come una scimmia
e non si volta mai a guardare indietro
ha una falsa andatura a spirale
in realtà mangia la foglia tira diritto
e poi scompare
la vita dorme stando sveglia (e viceversa)
è miope e presbite e si finge cieca
non l’ho mai vista spostarsi di un millimetro
si fa i fatti suoi che sono sempre i fatti
di nessuno
la vita assomiglia sempre a un’altra cosa
ama 1 travestimenti e invece è sempre nuda
non corre non beve non suda talvolta scompare
senza intesa e è sempre la metà di se stessa
divisa in due
la vita lavora col gusto perverso di un ozioso
vola come una rondine e l’hai di fronte come un muro
ti pare una fetta di cocomero e è un ficodindia
indossi le sue babbucce e sono zoccoli irti
di chiodi
la vita si avvia sempre per un’altra strada
va indifferentemente in jet a piedi in bicicletta
ha dadi truccati ma usa sempre quelli buoni
è smemorata ma non le sfuggono mai i dettagli
decisivi
la vita è un’astrazione molto concreta
è panna montata è creta è aria fritta
i
in fondo è onesta è prodiga di segnali e di avvertenze
chissà se il suo è un umorismo proprio involontario
o un esempio di software educativo
è in genere di una precisione inesorabile
va soggetta talvolta a strane distrazioni
in fondo (ammesso che si diverta) si diverte
con poco
la vita è curiosa come una scimmia
e non si volta mai a guardare indietro
ha una falsa andatura a spirale
in realtà mangia la foglia tira diritto
e poi scompare
la vita dorme stando sveglia (e viceversa)
è miope e presbite e si finge cieca
non l’ho mai vista spostarsi di un millimetro
si fa i fatti suoi che sono sempre i fatti
di nessuno
la vita assomiglia sempre a un’altra cosa
ama 1 travestimenti e invece è sempre nuda
non corre non beve non suda talvolta scompare
senza intesa e è sempre la metà di se stessa
divisa in due
la vita lavora col gusto perverso di un ozioso
vola come una rondine e l’hai di fronte come un muro
ti pare una fetta di cocomero e è un ficodindia
indossi le sue babbucce e sono zoccoli irti
di chiodi
la vita si avvia sempre per un’altra strada
va indifferentemente in jet a piedi in bicicletta
ha dadi truccati ma usa sempre quelli buoni
è smemorata ma non le sfuggono mai i dettagli
decisivi
la vita è un’astrazione molto concreta
è panna montata è creta è aria fritta
i
in fondo è onesta è prodiga di segnali e di avvertenze
chissà se il suo è un umorismo proprio involontario
o un esempio di software educativo
Mario Luzi
Dove ci sorprende il giorno?
Dove ci sorprende il giorno?
che terre nottetempo
noi acque
del fiume appena limaccioso
abbiamo attraversato — e ora dove
andiamo, dove
illusoriamente siamo?
Non è Rodano o Arno
questo incendio
d’aria e vento
sopra il flusso aperto,
non è santo
per fulgore d’immagini
o rovello
di pensiero e canto
il lume di questa ansa
eppure scende
con noi lo stesso lume
con lo stesso sfarzo,
scintilla in queste lande
tra queste solitarie
nude argille
lo stesso fondo e celestiale sangue.
che terre nottetempo
noi acque
del fiume appena limaccioso
abbiamo attraversato — e ora dove
andiamo, dove
illusoriamente siamo?
Non è Rodano o Arno
questo incendio
d’aria e vento
sopra il flusso aperto,
non è santo
per fulgore d’immagini
o rovello
di pensiero e canto
il lume di questa ansa
eppure scende
con noi lo stesso lume
con lo stesso sfarzo,
scintilla in queste lande
tra queste solitarie
nude argille
lo stesso fondo e celestiale sangue.
Mario Luzi
E, l’essere. E
E, l’essere. E.
Intero,
inconsumato,
pari a sé.
Come è
diviene.
Senza fine,
infinitamente è
e diviene,
diviene
se stesso
altro da sé.
Come è
appare.
Niente
di ciò che ti è nascosto
lo nasconde.
Nessuna
cattività di simbolo
lo tiene
o altra guaina lo presidia.
O vampa!
Tutto senza ombra flagra.
È essenza, avvento, apparenza,
tutto trasparentissima sostanza.
È forse il paradiso
questo? Oppure, luminosa insidia,
un nostro oscuro
ab origine, mai vinto sorriso?
Da SOTTO SPECIE UMANE
Intero,
inconsumato,
pari a sé.
Come è
diviene.
Senza fine,
infinitamente è
e diviene,
diviene
se stesso
altro da sé.
Come è
appare.
Niente
di ciò che ti è nascosto
lo nasconde.
Nessuna
cattività di simbolo
lo tiene
o altra guaina lo presidia.
O vampa!
Tutto senza ombra flagra.
È essenza, avvento, apparenza,
tutto trasparentissima sostanza.
È forse il paradiso
questo? Oppure, luminosa insidia,
un nostro oscuro
ab origine, mai vinto sorriso?
Da SOTTO SPECIE UMANE
Mario Luzi
In Lucania, in quella cappadocia
In Lucania,
in quella cappadocia di dolori,
in quei monti calvari -
di freddo e di vigilia
mi ferì
sole improvviso
quel sole, mi colpì duro col taglio
della sua obliquità,
m’incise
a fondo i pensieri,
che avevo di penuria,
di carie e di ascetica erosione
ad opera dell’aria,
me li fece sanguinare
e splendere
sotto la conversione
di tutta la materia
in cos’altro da sé —
in cos’altro? chiedevo
e mandavano barbagli
candidi
per troppa tenerezza di velluto
quegli occhi delle loro adolescenti,
loro? Figlie di quali re?
in quella cappadocia di dolori,
in quei monti calvari -
di freddo e di vigilia
mi ferì
sole improvviso
quel sole, mi colpì duro col taglio
della sua obliquità,
m’incise
a fondo i pensieri,
che avevo di penuria,
di carie e di ascetica erosione
ad opera dell’aria,
me li fece sanguinare
e splendere
sotto la conversione
di tutta la materia
in cos’altro da sé —
in cos’altro? chiedevo
e mandavano barbagli
candidi
per troppa tenerezza di velluto
quegli occhi delle loro adolescenti,
loro? Figlie di quali re?
Massimo Bontempelli
Cori, 1.
FOGLIE:
Dai pensieri dell’albero
cadiamo.
Non eravamo stanche.
Nel cuore dell’albero
le foglie nuove son mille.
Quando noi saremo niente
l’albero sarà tutto verde.
GOCCIOLE:
Le figlie dell’albero
sono cadute e niente.
Noi noi
viviamo fulgide
di raggi
brividi.
RAGGI:
Scivolo. Corro. Mia
questa goccia. Questa, mia.
Qui stiamo in cento.
Quando l’animo è contento
tutto l’albero scintilla.
Brilla,
gocciastella.
L’albero zampilla
di pupille.
Dai pensieri dell’albero
cadiamo.
Non eravamo stanche.
Nel cuore dell’albero
le foglie nuove son mille.
Quando noi saremo niente
l’albero sarà tutto verde.
GOCCIOLE:
Le figlie dell’albero
sono cadute e niente.
Noi noi
viviamo fulgide
di raggi
brividi.
RAGGI:
Scivolo. Corro. Mia
questa goccia. Questa, mia.
Qui stiamo in cento.
Quando l’animo è contento
tutto l’albero scintilla.
Brilla,
gocciastella.
L’albero zampilla
di pupille.
Maurizio Cucchi
Hotel Riviera
Hotel Riviera
Calcando terra, davanti al lavandino,
c’era una roccia fluida,
una madre 0 una sposa,
un albero davanti al mare,
nubi vaganti...
Mi fermo in una stampa desolata
dove finisce il viaggio.
Sono all’ Hotel Riviera,
tra camion e le giostre,
osservo l’acqua piatta,
passa la scia dei canottieri.
Calcando terra, davanti al lavandino,
c’era una roccia fluida,
una madre 0 una sposa,
un albero davanti al mare,
nubi vaganti...
Mi fermo in una stampa desolata
dove finisce il viaggio.
Sono all’ Hotel Riviera,
tra camion e le giostre,
osservo l’acqua piatta,
passa la scia dei canottieri.
Maurizio Cucchi
L’ospite bilanciato
da Chagall e Velasquez
Prima persona o terza ben confuse
e le due teste sovrapposte ai vetri verdi:
le due figure sono forse una.
Disteso lunghissimo di legno
il capo nell’erba, il cappello caduto
nel verde spalmato, bagnato,
il pino, il cielo lilla e il tetto dell’infanzia,
le braccia al cuore a croce,
lo steccato:
ma forse è un pretesto di narciso.
Di casa eppure estraneo,
provvisorio e centrale aspirato
in un risucchio di luce
dietro la piccola folla delle damigelle,
i sovrani, il cane, i nani,
I
l’artefice, l’ospite bilanciato.
Eccomi, sono lui,
i piedi sui gradini
della porta a un passo
dalla luce bianca del mondo
che c’è fuori.
Prima persona o terza ben confuse
e le due teste sovrapposte ai vetri verdi:
le due figure sono forse una.
Disteso lunghissimo di legno
il capo nell’erba, il cappello caduto
nel verde spalmato, bagnato,
il pino, il cielo lilla e il tetto dell’infanzia,
le braccia al cuore a croce,
lo steccato:
ma forse è un pretesto di narciso.
Di casa eppure estraneo,
provvisorio e centrale aspirato
in un risucchio di luce
dietro la piccola folla delle damigelle,
i sovrani, il cane, i nani,
I
l’artefice, l’ospite bilanciato.
Eccomi, sono lui,
i piedi sui gradini
della porta a un passo
dalla luce bianca del mondo
che c’è fuori.
Maurizio Cucchi
Poesia della fonte
*
Sul tetto di roccia strapiombano
le rovine dell’ospite.
Io mi incammino tra i passeggeri e i vigili
in nulla differente di visibile.
Però cerco una fonte che sia sola mia.
*
Forse la fonte è una frase.
Una domanda spaccata, una figura
che copre un’altra figura
e un’altra ancora.
Ma non all’infinito.
Sul tetto di roccia strapiombano
le rovine dell’ospite.
Io mi incammino tra i passeggeri e i vigili
in nulla differente di visibile.
Però cerco una fonte che sia sola mia.
*
Forse la fonte è una frase.
Una domanda spaccata, una figura
che copre un’altra figura
e un’altra ancora.
Ma non all’infinito.
Nelo Risi
La vita non è poi tanto male
La vita non è poi tanto male
caro Leopardi, credi, la vita
è lotta soprattutto d’amore
senza esclusione di colpi, quindi
aggressività non sempre franca
ma anche leale contesa, è Tancredi
e Clorinda con un po’ meno di pietà
cristiana, è nostro sforzo più sincero
è la corrente che come passa sì riduce
fino a estinguersi, nel nulla—e qui ti seguo
signor conte.
caro Leopardi, credi, la vita
è lotta soprattutto d’amore
senza esclusione di colpi, quindi
aggressività non sempre franca
ma anche leale contesa, è Tancredi
e Clorinda con un po’ meno di pietà
cristiana, è nostro sforzo più sincero
è la corrente che come passa sì riduce
fino a estinguersi, nel nulla—e qui ti seguo
signor conte.
Paolo Buzzi
Zingari
Forse è la vita vera.
Il carro dipinto,
i cavalli salvatici e docili, ebbri di vento,
le belle figlie in cenci,
la mensa a bivacco furtiva sotto gli astri,
la strada bianca del mondo.
Io tornerò nella prigione potente
dove comando
e sono comandato:
io sfrenerò, di rabbia, i miei puledri ideali
sulla pista del sogno, a cuore morto, a stanca sera:
e per l’amore
mendicherò la mendicante mia a qualche buio di strada.
Io pago la carne con mano che sembra
chiedere anzi donare elemosina.
E la mia via
è una rete di fogne
dove altro non luce che l’occhio del sorcio.
O Zingari, scoiatemi vivo, allo spiedo arrostitemi
fra due tronchi di selva!
Sono un poverissimo figlio di civili
che adora la barbarie.
Il carro dipinto,
i cavalli salvatici e docili, ebbri di vento,
le belle figlie in cenci,
la mensa a bivacco furtiva sotto gli astri,
la strada bianca del mondo.
Io tornerò nella prigione potente
dove comando
e sono comandato:
io sfrenerò, di rabbia, i miei puledri ideali
sulla pista del sogno, a cuore morto, a stanca sera:
e per l’amore
mendicherò la mendicante mia a qualche buio di strada.
Io pago la carne con mano che sembra
chiedere anzi donare elemosina.
E la mia via
è una rete di fogne
dove altro non luce che l’occhio del sorcio.
O Zingari, scoiatemi vivo, allo spiedo arrostitemi
fra due tronchi di selva!
Sono un poverissimo figlio di civili
che adora la barbarie.
Paolo Ruffilli
(Se guarisco, io
e torno a camminare,
se starò dritto
se potrò uscire
per conto mio
e andare nuovamente
come mi piaccia
dove mi pare.
Mi basterebbe
il tragitto breve
fino al giornalaio,
anche con la neve
e il rischio di cadere,
e che lucente idea
sarebbe l’avventura
di un intero viaggio
più lontano,
un’odissea da un giorno
a caccia di imprevisti
soste e incontri
scoperte e deviazioni.
Mi fermerei a bere
solo per il gusto
e per l’odore,
una tazza di caffè e
rimarrei al chiuso
ad annusare
il fumo delle sigarette.
Entrerei a parlare
con il verduraio.
guardando il colore
nelle sue cassette
di ogni frutto e ortaggio
riempendomi la mano
delle forme perfette.
Perderei tempo
lungo la strada
sulla traccia scovata
del mio gatto,
ingoiando l’aria
fredda e pura
e sorseggiando
per lungo tratto ancora
il sapore della nebbia.
Se guarisco...io
riattraverso il già fatto
e il già veduto,
l’incommensurabile
che ho conosciuto”.
Ma tutto è ormai
perduto, finito e
scivolato sul pendio
del tempo consumato,
svanito e dileguato
nella falla
senza ritorno
indietro dall’addio.
se starò dritto
se potrò uscire
per conto mio
e andare nuovamente
come mi piaccia
dove mi pare.
Mi basterebbe
il tragitto breve
fino al giornalaio,
anche con la neve
e il rischio di cadere,
e che lucente idea
sarebbe l’avventura
di un intero viaggio
più lontano,
un’odissea da un giorno
a caccia di imprevisti
soste e incontri
scoperte e deviazioni.
Mi fermerei a bere
solo per il gusto
e per l’odore,
una tazza di caffè e
rimarrei al chiuso
ad annusare
il fumo delle sigarette.
Entrerei a parlare
con il verduraio.
guardando il colore
nelle sue cassette
di ogni frutto e ortaggio
riempendomi la mano
delle forme perfette.
Perderei tempo
lungo la strada
sulla traccia scovata
del mio gatto,
ingoiando l’aria
fredda e pura
e sorseggiando
per lungo tratto ancora
il sapore della nebbia.
Se guarisco...io
riattraverso il già fatto
e il già veduto,
l’incommensurabile
che ho conosciuto”.
Ma tutto è ormai
perduto, finito e
scivolato sul pendio
del tempo consumato,
svanito e dileguato
nella falla
senza ritorno
indietro dall’addio.
Pier Paolo Pasolini
Da Le ceneri di Gramsci
Shelley… Come capisco il vortice
dei sentimenti, il capriccio (greco
nel cuore del patrizio, nordico
villeggiante) che lo inghiottì nel cieco
celeste del Tirreno; la carnale
gioia dell’avventura, estetica
e puerile: mentre prostrata l’Italia
come dentro il ventre di un’enorme
cicala, spalanca bianchi litorali,
sparsi nel Lazio di velate torme
di pini, barocchi, di giallognole
radure di ruchetta, dove dorme
col membro gonfio tra gli stracci un sogno
goethiano, il giovincello ciociaro…
Nella Maremma, scuri, di stupende fogne
d’erbasaetta in cui si stampa chiaro
il nocciòlo, pei viottoli che il buttero
della sua gioventù ricolma ignaro.
dei sentimenti, il capriccio (greco
nel cuore del patrizio, nordico
villeggiante) che lo inghiottì nel cieco
celeste del Tirreno; la carnale
gioia dell’avventura, estetica
e puerile: mentre prostrata l’Italia
come dentro il ventre di un’enorme
cicala, spalanca bianchi litorali,
sparsi nel Lazio di velate torme
di pini, barocchi, di giallognole
radure di ruchetta, dove dorme
col membro gonfio tra gli stracci un sogno
goethiano, il giovincello ciociaro…
Nella Maremma, scuri, di stupende fogne
d’erbasaetta in cui si stampa chiaro
il nocciòlo, pei viottoli che il buttero
della sua gioventù ricolma ignaro.
Roberto Roversi
Leggi un poco dovunque (120) .
Leggi un poco dovunque
non stancarti di chiedere e parlare
-- nei film gialli di gangsters americani
la vittima inseguita imbocca un vicolo stretto
e laggiù in fondo c’è un muro
un muro alto un muro insormontabile un muro
con cocci di bottiglia
-- la tensione è ricomposta da quell’ostacolo invalicabile
che si avvicina
mentre nella fanghiglia brulica un fanale
vedere
non stancarti di chiedere e parlare
-- nei film gialli di gangsters americani
la vittima inseguita imbocca un vicolo stretto
e laggiù in fondo c’è un muro
un muro alto un muro insormontabile un muro
con cocci di bottiglia
-- la tensione è ricomposta da quell’ostacolo invalicabile
che si avvicina
mentre nella fanghiglia brulica un fanale
vedere