Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo

1901–1968 · visse 66 anni IT IT

n. 1901-08-20, Módica · m. 1968-06-14, Nápoles

19 gennaio 1944

Ti leggo dolci versi d’un antico, -
e le parole nate fra le vigne,
le tende, in riva ai fiumi delle terre
dell’est, come ora ricadono lugubri
e desolate in questa profondissima
notte di guerra, in cui nessuno corre
il cielo degli angeli di morte,
e s’ode il vento con rombo di crollo
se scuote le lamiere che qui in alto
dividono le logge, e la malinconia
sale dei cani che urlano dagli orti
ai colpi di moschetto delle ronde
per le vie deserte. Qualcuno vive.
Forse qualcuno vive. Ma noi, qui,
chiusi in ascolto dell’antica voce,
cerchiamo un segno che superi la vita,
l’oscuro sortilegio della terra,
dove anche fra le tombe di macerie
l’erba maligna solleva il suo fiore.
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Poesie

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Visibile, invisibile

Visibile, invisibile
il carrettiere all’orizzonte
nelle braccia della strada chiama
risponde alla voce delle isole.
Anch’io non vado alla deriva,
intorno rulla il mondo, leggo
la mia storia come guardia di notte
le ore delle piogge. Il segreto ha margini
felici, stratagemmi, attrazioni difficili.
La mia vita, abitanti crudeli e sorridenti
delle mie vie, dei miei paesaggi,
è senza maniglie alle porte.
Non mi preparò alla morte,
so il principio delle cose,
la fine è una superficie dove viaggia
* l’invasore della mia ombra.

To non conosco le ombre.

Vorrei veramente essere morta

Vorrei veramente essere morta.
Essa lasciandomi piangendo forte,

mi disse: «Quanto ci è dato soffrire,
o Saffo: contro mia voglia
io devo abbandonarti».

«Allontanati felice» risposi
«ma ricorda che fui di te
sempre amorosa.

Ma se tu dimenticherai
(e tu dimentichi) io voglio ricordare
i nostri celesti patimenti:

le molte ghirlande di viole e rose
che a me vicina, sul grembo
intrecciasti col timo;

i vezzi di leggiadre corolle
che mi chiudesti intorno
al delicato collo;

e l’olio da re, forte di fiori,
che la tua mano lisciava
sulla lucida pelle;

e i molli letti
dove alle tenere fanciulle joniche
nasceva amore della tua bellezza.

Non un canto di coro,
né sacro, né inno nuziale
si levava senza le nostre voci;

e non il bosco dove a primavera
il suono...»

Xxiv, ‘“eclisse’’ (1936-38)

A memoria di te
questa è la sete vera.
Come sperduto un soldato
acqua non trova,
così io chiedo una festa
dopo i lutti e trovo deserto
qual è dopo una battaglia.
Ti porto come una mano ferita
al mio collo legata
che te reggeva un tempo
dolcissimo. Ti chiamo
come l’abisso chiama il cielo
e accanto mi passi ogni notte
ma so che nella pietra
è il tuo volto passato.

Libri

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