Milano, agosto 1943
Invano cerchi tra la polvere,
povera mano, la città è morta.
E morta: s’è udito l’ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l’usignolo
è caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.
Notizia di cronaca
Claude Vivier e Jacques Sermeus,
già compagni d’infanzia d’alti muri
in un orfanotrofio, freddamente
a colpi di pistola, senza alcuna
ragione uccisero due amanti giovani
su un’auto ferma al parco di Saint-Cloud
lungo il viale della Felicità
sul calar della sera
del ventuno dicembre
millenovecentocinquantasei.
Claude Vivier dice che fu un delitto
da pochi soldi e chiede, nero ragno
e uccello, prima della ghigliottina
la cella di Landru o Weidmann
nella prigione di Versailles. I due
ragazzi sono intelligenti e duri.
È necessario salvare gli stimoli
civili, la solitudine allegra
della caverna, antichissimi
latini. Invidia dell’amore, odio
dell’innocenza: formule dell’anima.
La speranza ha il cuore sempre stretto
e di Claude e Jacques ne avremo ancora,
se il numero ci sfugge, la chiusura
d’oro tra il dare e l’avere dell’uomo.
Quasi un madrigale
Il girasole piega a occidente
e già precipita il giorno nel suo
occhio in rovina e l’aria dell’estate
s’addensa e già curva le foglie e il fumo
dei cantieri. S’allontana con scorrere
secco di nubi e stridere di fulmini
quest’ultimo gioco del cielo. Ancora,
e da anni, cara, ci ferma il mutarsi
degli alberi stretti dentro la cerchia
dei Navigli. Ma è sempre il nostro giorno
e sempre quel sole che se ne va
con il filo del suo raggio affettuoso.
Non ho più ricordi, non voglio ricordare;
la memoria risale dalla morte,
la vita è senza fine. Ogni giorno
è nostro. Uno si fermerà per sempre,
e tu con me, quando ci sembri tardi.
Qui sull’argine del canale, i piedi
in altalena, come di fanciulli,
guardiamo l’acqua, i primi rami dentro
il suo colore verde che s’oscura.
E l’uomo che in silenzio s’avvicina
non nasconde un coltello fra le mani,
ma un fiore di geranio.
Ritorno a patrica
Mi ritorna l’autunno della casa
come una selva stretta alle sue mùra:
nella patria dolente dei ricordi
è l’insegna del ragno sulla porta.
Acido odora nel buio un convito
d’anni e un’ombra al brindisi ferma
la mano che del giorno fu cara
dimora e nei guanciali stanno
i volti familiari e insieme
tante sedie dormenti come nonne.
All’alba perenne dello specchio
m’insegue un vecchio mare nelle stanze,
il tempo andato è scritto nella sfera.
Ancora una tenda giostra a fiori
entro il vento del sonno e il giuoco
comincia delle scale in fuga.
Settembre tedesco
‘“]l ventidue settembre 1943,
alle otto del mattino .. .”’ (dal Verbale*)
Vorrei dirlo all’Himalaja
che sta vicino al cielo,
venga la quercia più antica
che potrebbe capire.
Dite ai giardini e alle piazze di farsi steppa,
ditelo al mare. Dite all’acqua dei fiumi
che l’uomo alleva serpi nelle vene.
Il cavallo perda l’unghia e la criniera
*Settembre tedesco fu scritta in memoria d’un ragazzo romano, ucciso da una
sentinella tedesca di guardia a Forte Pietralata in Roma, durante l’occupazione
nazista. L’autore ebbe notizia del tragico episodio dalla lettura del verbale,
che un agente di P. S. aveva rimesso alla pretura urbana qualche giorno dopo
l’accaduto: “Porto a conoscenza della S. V. che alle ore otto del 22 settembre
1943; una sentinella tedesca del Forte Pietralata ha scaricato il suo mitra
contro i piccoli fratelli Bin, che attendevano in quei pressi gli avanzi del
rancio e che s’erano messi a ridere all’ingiunzione minacciosa di andarsene,
fatta loro dalla suddetta sentinella. Claudio di anni undici è rimasto ucciso sul
colpo, mentre Vincenzo di anni nove, gravemente ferito, venne ricoverato
all’ospedale di Santo Spirito. Di padre ignoto essi vivevano con la madre
Maria Bin all’ isolato n. 9 di Pietralata.”
e le lingue tornino a Babele,
ma la smetta il salice di compatire.
Che vuole l’aurora? La sua rosa non ci serve.
Che vuole l’alba? Infangate il suo velo bianco.
E dite al sole che se ne stia alle Piramidi,
al cielo dite che strappi le sue bandiere.
lo alla Bellezza vorrei dire due parole.
O mia spiga, mia spiga di grano,
albero di betulla, fiore di pesco,
voi disposti a qualunque delizia,
e voi, gentili pensieri di ciliegio,
non vi adocchi il tedesco.
E tu, collina d’oro, collina odorata
dal vento, frena i tuoi slanci.
Pastore, conta i tuoi agnelli, pastore:
il lupo tedesco ha sbranato già il cane.
O mia spiga dolente come un addio,
sola creatura che possa inorridire
a quel mattino tedesco di settembre.
Forte Pietralata, tu non vuoi parlare.
Tu potresti giurare che un bimbo rideva,
che uscì dalla grotta quel mattino
e ora nasconde il suo occhio assassino.
A voi pare che sappia di menta il mattino
e che alla rondine fresca gorgheggi
e soffi alla nuca delle felci:
invece il mattino vi ha mentito.
Discolpati, se puoi, mattino di settembre,
che speravi perdono dai monti
e volevi un ruscello testimone:
oggi t’accusa il fiato delle case,
la preghiera di tanti mattini.
Avido sparviero, tu fingevi la colomba.
L’angelo ucciso non si vendica.
La verità è questo compianto
di parole gettate come polline sterile
sotto l’arco dei verdi a Forte Pietralata,
dove non si arriva per le solite strade,
dove si paga l’obolo all’ astuto Caronte.
Sentinella tedesca, armasti il tuo mattino,
affilasti come lama il tuo mattino,
caricasti il tuo mattino come mitra
contro l’erba crescente, contro un bimbo che ride:
un bimbo che ride è bandiera celeste
che non s’addice al mattino tedesco.
Questo accadde a Forte Pietralata,
quando il Tevere è meno vecchio d’una frasca,
all’ora degli orizzonti che giuocano
ai meridiani, l’ora degli incontri angelici,
appena il giorno fa capricci per le siepi.
Il mitra ha ucciso il silenzio,
Il mitra ha ucciso le fonti e gli alveari,
ma non si lamenta il mattino tedesco.
Voi non sapete che Claudio Bin fu ucciso,
Claudio odoroso di pelle nuova.
Sul fango un bimbo lascia screzi di vento,
si dice bimbo per parlare ai gelsomini,
e non sappia la morte che la gemma è lavorata.
Non ditelo a tutti, ditelo al mare
che ha orecchio gentile per ascoltare:
ditelo ai figli che a settembre lievitano,
ditelo ai morti, ditelo agli ubbriachi:
forse un poeta vi risponderà.
Ascoltami, madre, che hai speso tuo figlio
come fa il giorno con prodiga luce.
lo ti avvolgo nel tenero compianto
delle capinere che narrano tuo figlio:
“di undici anni, figlio di Maria,
Claudio Bin che rideva
fu ucciso col mitra perchè rideva”.
Non badare alla foglia che stride tra mille,
al gallo che canta il suo stornello iroso.
O tu, guarda la nuvola che scioglie il sole
nel suo fumo, il bosco che marcia
lungo la marina: l’eco comincia
di Claudio per le strette tiberine.
Faccia il mare gli scherzi che vuole
con l’onda, continui a stare il monte,
ogni grembo di terra consumi il suo polline:
alle otto d’ogni mattina il nome
di Claudio tuonerà a Forte Pietralata.
Ascolterà la stupida margherita,
la piuma smarrita risponderà,
sorda sarà la nube dei vulcani.
Interrogate l’ozioso guardiano,
interrogate il tempo che sfuggirà:
il nome di Claudio è un velo di brina
che ricama la luce per chi lo ricorda.
Vi dico io che la morte disse di no:
alle nubi ordinò di salpare
per dire al tedesco di non guastare la vigna,
di non strappare il grappolo acerbo.
Semplice fu come la scintilla
dell’uragano, come la foglia cadente,
così semplice è l’ultima parola.
Vi dico io che il vento cancella la farfalla,
che Claudio fu pettirosso sfregiato,
il bianco lamento dei crisantemi.
Chi dunque può negare che quel mattino,
nonostante Dio, sia stato assassino?
Tu lo sai, Claudio Bin. A te, madre,
vorrei non dirlo per essere usignolo
nella tua gabbia, luce del suo viso.
La spiga di grano non marcirà per questo,
daranno ancora spettacolo sole e luna,
le Ande continueranno la cordigliera,
vorranno inseguirsi le stagioni.
Chi impedirà alle strade di andare,
chi consiglierà il falco di non volare
perchè Hans ha ucciso Claudio che rideva?
Esci dal tuo sasso, Claudio, e sul colle
del mio ricordo fatti una casa:
prenditi tutto il miele, prenditi un fiore
per ogni tedesco, per chi non sa amare.
E stato un attimo di storia:
la sorgente che si perde,
la goccia che si gela nella sabbia,
la lucciola all’alba che l’uccide,
la sorte nemica d’ogni parola.
Sei una lagrima secca sul guanciale
e io ti canto la nenia e di quel settembre
tedesco mi scrivo ia data sulla mano.
Strada di Agrigentum
Là dura un vento che ricordo acceso
nelle criniere dei cavalli obliqui
in corsa lungo le pianure, vento
che macchia e rode l’arenaria e il cuore
dei telamoni lugubri, riversi
sopra l’erba. Anima antica, grigia
di rancori, torni a quel vento, annusi
il delicato muschio che riveste
i giganti sospinti giù dal cielo.
Come sola allo spazio che ti resta!
E più t’accori s’odi ancora il suono
che s’allontana largo verso il mare
dove Espero già striscia mattutino:
il marranzano tristemente vibra
nella gola al carraio che risale
il colle nitido di luna, lento
tra il murmure? d’ulivi saraceni.
Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda;
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
—t’ho visto—dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
Valle etrusca
Lontana dai campi vivi
e per due mari, l’uno lento
di grano e l’altro predone di rive,
la valle si gonfia di grotte
antiche e sono pallide stanze,
ove i morti stanno a convito
sui letti di pietra: la messe
del sonno scorre dolente.
Alle immemori fronti è regno estremo
la mano che all’eco fiato ridona,
alla forte amicizia del tempo.
Della morte è soave il vino
bevuto a sorsi d’anni,
e il grano rimatura sempre
per un cielo ignoto e fioco.
Quale uccello sinistro
il sole non è nominato
nella patria eterna dei morti.
Vento a Tìndari
Tìndari, mite ti so
fra larghi colli pensile sull’acque
dell’isole dolci del dio,
oggi m’assali
e ti chini in cuore.
Salgo vertici aerei precipizi,
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m’accompagna
s’allontana nell’aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi
da cui male mi trassi
e paure d’ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d’anima.
A te ignota è la terra
ove ogni giorno affondo
e segrete sillabe nutro:
altra luce ti sfoglia sopra i vetri
nella veste notturna,
e gioia non mia riposa
sul tuo grembo.
Aspro è l’esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d’armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire;
e ogni amore è schermo alla tristezza,
tacito passo nel buio
dove mi hai posto
amaro pane a rompere.
Tìndari serena torna;
soave amico mi desta
che mi sporga nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo m’ha cercato.
Vicino a una torre saracena, per il fratello morto
To stavo ad una chiara
conchiglia del mio mare
e nel suono lontano udivo cuori
crescere con me, battere
° uguale età. Di dèi o di bestie, timidi
o diavoli: favole avverse della
mente. Forse le attente
morse delle tagliole
cupe per volpi lupi
iene, sotto la luna a vela lacera
scattarono per noi,
cuori di viole delicate, cuori
di fiori itti. non dovevano crescere
e scendere dal suono: il tuono tetro
‘5 su dall’arcobaleno d’aria e pietra
all’orecchio del mare rombava una
infanzia errata, eredità di sogni
a rovescio, alla terra di misure
astratte, dove ogni cosa
20 è più forte dell’uomo.