Umberto Saba

Umberto Saba

1883–1957 · visse 74 anni IT IT

n. 1883-03-09, Trieste · m. 1957-08-26, Gorizia

«Frutta erbaggi»

Erbe, frutta, colori della bella
stagione. Poche ceste ove alla sete
si rivelano dolci polpe crude.

Entra un fanciullo colle gambe nude,
imperioso, fugge via.
S’oscura
l’umile botteguccia, invecchia come
una madre.
Di fuori egli nel sole
si allontana, con l’ombra sua, leggero.
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Poesie

57

Il vetro rotto

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Tutto si muove contro te. Il maltempo,
le luci che si spengono, la vecchia
casa scossa a una raffica e a te cara
per il male sofferto, le speranze
° deluse, qualche bene in lei goduto.
Ti pare il sopravvivere un rifiuto
d’obbedienza alle cose.

E nello schianto
del vetro alla finestra è la condanna.

DA 1944

In cortile

In cortile quei due stavan soletti.
Era l’alba con venti umidi e freschi.
Mi piaceva guardar sui fanciulleschi
volti il cupo turchino dei berretti;

quando lun l’altro, dopo due sgambetti,
fece presentat’arm colla ramazza.
Seguì una lotta ad una corsa pazza,
colle schiene cozzarono e coi petti.

Mi videro, e Dio sa quale capriccio
sospinse a me quei due giovani cani.
Con molti «Te la sgugni» e «Me la spiccio»,

motteggiando, mi presero le mani.
Ed io sorrisi, ché ai piccoli snelli
corpi, agli atti parevano gemelli.

In fondo all’Adriatico selvaggio

In fondo all’Adriatico selvaggio
si apriva un porto alla tua infanzia. Navi
verso lontano partivano. Bianco,
in cima al verde sovrastante colle,
dagli spalti d’antico forte, un fumo
usciva dopo un lampo e un rombo. Immenso
l’accoglieva l’azzurro, lo sperdeva
nella volta celeste. Rispondeva
guerriera nave al saluto, ancorata
al largo della tua casa che aveva
in capo al molo una rosa, la rosa
dei venti.

Era un piccolo porto, era una porta
aperta ai sogni.

L’incisore

Mi sogno io qualche volta
di fare antiche stampe.
È la felicità.

L’ora, il tempo che fa,
la stagione dell’anno
dicon l’albero, il muro.

Il dolce chiaroscuro,
la prospettiva ardita
son la delizia mia.

Com’è bella una via,
che lenta in prima, al mezzo
rapidissima ascende.

Desiderio mi prende
tosto di tratteggiarla,
fra luci ed ombre, in pace.

Di gioia il cor si sface
quando segno i passanti,
uno qua, l’altro in fondo.

Con non so che giocondo
ai fatti suoi va ognuno.
Quelli che vanno, vanno

in eterno; se stanno,
fra lor parlan per sempre.
Fuori d’un pianoterra,

nude le braccia, ferra
d’un cavallo la zampa
giovane maniscalco.

Io guardo il vero, e calco
qual’è la dolce vita,
con qualche cosa ancora,

che dice: guarda e adora;
guarda se il mondo è bello,
se il tuo dolor non vale.

Quante (e il diletto è uguale)
quante altre cose ancora
io sulla lastra segno.

Anche interni disegno.
Una stanza: sue bianche
tendine agita il vento.

Là senza un pentimento
(o non sa ch’altri spia?)
giace fanciulla ignuda.

Nella luce che cruda
entra dalla finestra
scopre il dorso gentile.

E quel che ha un nome vile
è un’assai gentil cosa
nelle mie stampe accolta.

L’ora nostra

Sai un’ora del giorno che più bella
sia della sera? tanto
più bella e meno amata? È quella
che di poco i suoi sacri ozi precede;
l’ora che intensa è l’opera, e si vede
la gente mareggiare nelle strade;
sulle moli quadrate delle case
una luna sfumata, una che appena
discerni nell’aria serena.

È l’ora che lasciavi la campagna
per goderti la tua cara città,
dal golfo luminoso alla montagna
varia d’aspetti in sua bella unità;
l’ora che la mia vita in piena va
come un fiume al suo mare;
e il mio pensiero, il lesto camminare
della folla, l’artiere in cima all’alta
scala, il fanciullo che correndo salta
sul carro fragoroso, tutto appare
fermo nell’atto, tutto questo andare
ha una parvenza d’immobilità.

È l’ora grande, l’ora che accompagna
meglio la nostra vendemmiante età.

La capra

Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava.

Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.

La fanciulla

Chi vede te vede una primavera,
uno strano arboscello, che non reca
fiori, ma frutta.

Un giorno ti tagliavano i capelli.
Stavi, fra il tuo carnefice e la mamma,
stavi ritta e proterva;
quasi un aspro garzon sotto la verga,
a cui le guance ira e vergogna infiamma,
luccicavano appena i tuoi grandi occhi;
e credo ti tremassero i ginocchi
dalla pena che avevi.
Poi con quale fierezza raccoglievi
quel tesoro perduto,
quel magnifico tuo bene caduto,
i tuoi lunghi capelli.

Io ti porsi uno specchio. Entro la bruna
chioma vi tondeggiava il tuo bel volto
come un polposo frutto.

La modellina

Si adagia ignuda sul fianco di appena
tredicenne. lo le dico, mentre a lato
le pongo un mandarino giallo:
“Amara,
(è il nome suo che la madre le diede);
c’era in tempi lontani un’altra Amara,
tutt’a te assomigliante, e dalla quale
trasse altro artista il suo capolavoro.
Con tanto amore la fece, di lei
tanto con gli occhi e col pollice prese,
che, com’ebbe finito, e dalla statua
si volse alla modella, vide ch’era
morta”.
Sul roseo gomito si leva,
mi guarda coi cerulei occhi.
“Vorresti
—io le chiedo—che a te la stessa cosa
accadesse?”
La posa
si rompe, il giallo mandarino a terra
fugge, una voce improvvisa di roco
galletto:
“lo no, io no” spaventata risponde.

Maria ti guarda...

Maria ti guarda con gli occhi un poco
come Venere loschi.
Cielo par che s’infoschi
il suo sguardo, il suo accento è quasi roco.

Non è bella, né in donna ha quei gentili
atti cari agli umani.
Belle ha solo le mani,
mani da baci, mani signorili.

Dove veste, sue vesti son richiami
per il maschio, un’asprezza
strana di tinte. È mezza
bambina e mezza bestia. Eppure l’ami.

La sai ladra e bugiarda, una nemica
dei tuoi intimi pregi;
ma quanto più la spregi
più la vorresti alle tue voglie amica.

Meditazione

Sfuma il turchino in un azzurro tutto
stelle. Io siedo alla finestra, e guardo.
Guardo e ascolto; però che in questo è tutta
la mia forza: guardare ed ascoltare.

La luna non è nata, nascerà
sul tardi. Sono aperte oggi le molte
finestre delle grandi case folte
d’umile gente. E in me una verità
nasce, dolce a ridirsi, che darà
gioia a chi ascolta, gioia da ogni cosa.
Poco invero tu stimi, uomo, le cose.
Il tuo lume, il tuo letto, la tua casa
sembrano poco a te, sembrano cose
da nulla, poi che tu nascevi e già
era il fuoco, la coltre era e la cuna
per dormire, per addormirti il canto.
Ma che strazio sofferto fu, e per quanto
tempo dagli avi tuoi, prima che una
sorgesse, tra le belve, una capanna;
che il suono divenisse ninna-nanna
per il bimbo, parola pel compagno.
Che millenni di strazi, uomo, per una
delle piccole cose che tu prendi,
usi e non guardi; e il cuore non ti trema,
non ti trema la mano;
ti sembrerebbe vano
ripensare ch’è poco
quanto all’immondezzaio oggi tu scagli;
ma che gemma non c’è che per te valga
quanto valso sarebbe un dì quel poco.
La luna è nata che le stelle in cielo
declinano. Là un giallo
lume si è spento, fumido. Suonò
il tocco. Un gallo
cantò; altri risposero qua e là.

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