Poesie di questo tema
Relazioni e famiglia
Andrea Zanzotto
Ecloga II
I
Sediamo insieme ancora
tra colli, nella domestica selva.
Tenere fronde dalle tempie scostiamo,
soli e cardi e vivaci prati scosto
da te, amica. O erbe che salite
verso il buio duraturo, verso
qui omnia vincit.
E venti estinguono e rinnovano
a ogni volgere d’ore e d’acque
le anime nostre.
Ma noi sediamo intenti
sempre a una muta fedele difesa.
Tenera sarà la mia voce e dimessa
ma non vile,
raggiante nella gola
– che mai l’ombra dovrebbe toccare –
raggiante sarà la tua voce
di sposalizio, di domenica.
Non saremo potenti, non lodati,
accosteremo i capelli e le fronti
a vivere
foglie, nuvole, nevi.
Altri vedrà e conoscerà: la forza
d’altri cieli, di pingui
reintegratrici
atmosfere, d’ebbri paradossi,
altri moverà storia
e sorte. A noi
le madri nella cucina fuochi
poveri vegliano, dolce
legna in cortili cui già cinge il nulla
colgono. Poco latte
ci nutrirà finché
stolti amorosi inutili
la vecchiezza ci toglierà, che nel prossimo
campo le mal fiorite aiole
prepara e del cuore
i battiti incerti, la pena
e l’irreversibile stasi.
II
Ma tu conoscerai del mio sorriso
l’implorazione ferma
nei millenni come una ferita,
io del tuo l’alba ad ogni alba.
Germoglio lieve ti conoscerò:
quanto aprirai, quanto ci appagherai
di lievi avvenimenti.
Droghe innocue, bufere di marzo;
orti d’iridi e cera, sinecure
per menti e mani molli d’allergie;
letture su pulviscolo d’estati,
letture su piogge, tra spine infinite di piogge.
Talvolta Urania il vero
come armato frutto ci spezzerà davanti:
massimi cieli,
voli che la notte
solstiziale riattizza,
gemme di remotissimi
odî e amori, d’idrogeno
sfolgorante fatica:
deposti qui nell’acqua di un pianeta
per profili di colchici e libellule.
Forse alzerò fino a te le mie ciglia
fino a te la mia bocca cui l’attesa
alterò dire, esistere.
E anche nella terra,
domani, l’ultimo mio indizio
inazzurrirà di stellari entusiasmi,
di veloci convulse speranze.
Avremo lontananze capovolte
specchi che resero immagini rubate
fiori usciti da mura ad adorarti.
Saremo un solo affanno un solo oblìo.
Sediamo insieme ancora
tra colli, nella domestica selva.
Tenere fronde dalle tempie scostiamo,
soli e cardi e vivaci prati scosto
da te, amica. O erbe che salite
verso il buio duraturo, verso
qui omnia vincit.
E venti estinguono e rinnovano
a ogni volgere d’ore e d’acque
le anime nostre.
Ma noi sediamo intenti
sempre a una muta fedele difesa.
Tenera sarà la mia voce e dimessa
ma non vile,
raggiante nella gola
– che mai l’ombra dovrebbe toccare –
raggiante sarà la tua voce
di sposalizio, di domenica.
Non saremo potenti, non lodati,
accosteremo i capelli e le fronti
a vivere
foglie, nuvole, nevi.
Altri vedrà e conoscerà: la forza
d’altri cieli, di pingui
reintegratrici
atmosfere, d’ebbri paradossi,
altri moverà storia
e sorte. A noi
le madri nella cucina fuochi
poveri vegliano, dolce
legna in cortili cui già cinge il nulla
colgono. Poco latte
ci nutrirà finché
stolti amorosi inutili
la vecchiezza ci toglierà, che nel prossimo
campo le mal fiorite aiole
prepara e del cuore
i battiti incerti, la pena
e l’irreversibile stasi.
II
Ma tu conoscerai del mio sorriso
l’implorazione ferma
nei millenni come una ferita,
io del tuo l’alba ad ogni alba.
Germoglio lieve ti conoscerò:
quanto aprirai, quanto ci appagherai
di lievi avvenimenti.
Droghe innocue, bufere di marzo;
orti d’iridi e cera, sinecure
per menti e mani molli d’allergie;
letture su pulviscolo d’estati,
letture su piogge, tra spine infinite di piogge.
Talvolta Urania il vero
come armato frutto ci spezzerà davanti:
massimi cieli,
voli che la notte
solstiziale riattizza,
gemme di remotissimi
odî e amori, d’idrogeno
sfolgorante fatica:
deposti qui nell’acqua di un pianeta
per profili di colchici e libellule.
Forse alzerò fino a te le mie ciglia
fino a te la mia bocca cui l’attesa
alterò dire, esistere.
E anche nella terra,
domani, l’ultimo mio indizio
inazzurrirà di stellari entusiasmi,
di veloci convulse speranze.
Avremo lontananze capovolte
specchi che resero immagini rubate
fiori usciti da mura ad adorarti.
Saremo un solo affanno un solo oblìo.
Andrea Zanzotto
Filò
Toco de banda, toco de gnoca,
squínsia e barona che a nu ne toca
par sposa e mare, niora e comare,
sorela e nona, fiola e madona,
ónzete, smòlete, sbrìndola in sù –
nu par ti, ti par nu
aàh Venessia aàh Venòca aàh Venùsia
Ma cossa xélo che zó te striga
ma cossa xélo che zó te intriga;
mona ciavona, cula cagona,
baba catàba, vecia spussona,
nu te ordinemo, in suór e in laór,
che sù ti sboci a chi te sa tór –
aàh Venessia aàh Strùssia aàh Venùsia
squínsia e barona che a nu ne toca
par sposa e mare, niora e comare,
sorela e nona, fiola e madona,
ónzete, smòlete, sbrìndola in sù –
nu par ti, ti par nu
aàh Venessia aàh Venòca aàh Venùsia
Ma cossa xélo che zó te striga
ma cossa xélo che zó te intriga;
mona ciavona, cula cagona,
baba catàba, vecia spussona,
nu te ordinemo, in suór e in laór,
che sù ti sboci a chi te sa tór –
aàh Venessia aàh Strùssia aàh Venùsia
Ruzante
Da La Betìa
O dolze e bela serore,
o uoci de sole inrazè,
o massele inverzelè
pi che no fo mé basta o persuto salò,
o lavri rosé, o biè dinti da ravolò,
o boca inmelata,
a’ dighe, anzelicata,
de robini e d’ariento,
o tete, a’ fassè pur contento
per grandeza ogni vacaro,
o piè biè grande da vetolàro,
o gambe grosse ben norì, o bel lacheto,
tondo, grosso, bianco e neto,
che ogni botazo è picolo a pè de ti!
Chi no starae mo tri dì
per vêrte da magnare?
O spale da portare
oltra el mare Missier Domenedio,
o pieto bianco e scolorìo,
com fo mé ravo in campo,
o corpo giusioso e santo,
o braze ben da sapa o da baìle,
o man da lavorar ben mile
bughè int’un dì,
o scureguzo, o cotaleta…
ch’ a’ no vuò dir pì!
Me volìu mo agiare,
o volìu lagarme crepare?
o uoci de sole inrazè,
o massele inverzelè
pi che no fo mé basta o persuto salò,
o lavri rosé, o biè dinti da ravolò,
o boca inmelata,
a’ dighe, anzelicata,
de robini e d’ariento,
o tete, a’ fassè pur contento
per grandeza ogni vacaro,
o piè biè grande da vetolàro,
o gambe grosse ben norì, o bel lacheto,
tondo, grosso, bianco e neto,
che ogni botazo è picolo a pè de ti!
Chi no starae mo tri dì
per vêrte da magnare?
O spale da portare
oltra el mare Missier Domenedio,
o pieto bianco e scolorìo,
com fo mé ravo in campo,
o corpo giusioso e santo,
o braze ben da sapa o da baìle,
o man da lavorar ben mile
bughè int’un dì,
o scureguzo, o cotaleta…
ch’ a’ no vuò dir pì!
Me volìu mo agiare,
o volìu lagarme crepare?
Annibal Caro
Se tu vuoi, Cencia mia
Se tu vuoi, Cencia mia, questa mia Fava,
dammi il tuo Fico fiore;
ma fa che sia maturo, e che di fuore
gocci di pianto, e scoppi delle risa,
e ch’abbi la gonnella alla divisa.
Ed io della mia Fava
ti farò gran derrata.
Vuoi del Baccello, o vuoi della Sfavata
asciutta, e molle, e ’n concia:
e se la vuoi menata,
meneremo; io la Rilla, e tu la Cioncia.
Ma quando il Fico tuo non sia maturo,
ti darò fava soda.
Mettiam duro con duro,
e chi ha buon denti roda.
Facciamo un tratto questa merenduola,
Fave in Corazza, e Fiche in Camiciuola.
dammi il tuo Fico fiore;
ma fa che sia maturo, e che di fuore
gocci di pianto, e scoppi delle risa,
e ch’abbi la gonnella alla divisa.
Ed io della mia Fava
ti farò gran derrata.
Vuoi del Baccello, o vuoi della Sfavata
asciutta, e molle, e ’n concia:
e se la vuoi menata,
meneremo; io la Rilla, e tu la Cioncia.
Ma quando il Fico tuo non sia maturo,
ti darò fava soda.
Mettiam duro con duro,
e chi ha buon denti roda.
Facciamo un tratto questa merenduola,
Fave in Corazza, e Fiche in Camiciuola.
Anônimo
Abrazami, cor mio
«Abrazami, cor mio,
basami e po’ va’ via,
ca dal ziloso sentita non sia.»
«Zentil anema e bella,
come poss’io partire,
ch’i’ tegno in brazo tutti i miei disire?»
«Se non te parti, amore, serò morta.»
«Vita mia dolce, e io te farò scorta.»
basami e po’ va’ via,
ca dal ziloso sentita non sia.»
«Zentil anema e bella,
come poss’io partire,
ch’i’ tegno in brazo tutti i miei disire?»
«Se non te parti, amore, serò morta.»
«Vita mia dolce, e io te farò scorta.»
Anônimo
Con levrieri e mastin
Con levrieri e mastin, segugi e bracchi,
cacciando vo da sera e da mattina
sol per pigliar la bianca porcellina.
E per le vie, dov’ella più cammina,
piediche ho tese e molti forti lacci
e ancora nondimen l’aspetto a ’ghiacci.
Non lascerò per neve né per ghiacci,
per estivo calor né per ispesa,
ch’i’ non la segua in fin ch’i’ l’arò presa.
Per che sommo diletto spero il giorno
ch’i’ sonerò, a caccia presa, il corno.
cacciando vo da sera e da mattina
sol per pigliar la bianca porcellina.
E per le vie, dov’ella più cammina,
piediche ho tese e molti forti lacci
e ancora nondimen l’aspetto a ’ghiacci.
Non lascerò per neve né per ghiacci,
per estivo calor né per ispesa,
ch’i’ non la segua in fin ch’i’ l’arò presa.
Per che sommo diletto spero il giorno
ch’i’ sonerò, a caccia presa, il corno.
Anônimo
da Il mare amoroso
Amor mi’ bello, or che sarà di me?
Piacciavi pur ch’io dea morire a torto;
or vi pensate ben se v’è onore
a darmi morte, poi m’ avete preso
sì com’ l’uccellator prende l’uccello,
e sì come si truova diceduto
lo pesce, che, credendo prender l’esca,
ed egli ha preso l’amo in tal maniera,
com’ più s’agira per voler campare,
e più s’aferra contra ’l suo volere;
e que’ che vuol pigliar l’uccel d’inganno,
veggendol bianco e d’umile sembianza,
si sente sorvenir d’ardente flamma
che gitta quello uccello aprendo ’l becco;
e l gorgo, che si lancia per pigliare
la luce de la stella, tanto i piace,
e muore incontenente ch’è sopr’acqua:
così, credendo di voi prender gioia,
mi veggio preso ed ingannato e morto,
i
i
e
A
Certo, se voi poteste una fiata
vedere si come il lupo cerviere,
che vede oltra li monti chiaramente,
voi vedereste la vostra figura
dipinta e suggellata nel mio core,
e lettere dintorno che diriano:
“Più v’amo, déa, che non faccio Deo,
e son più vostro assai che non son meo.”
E questo dico sempre notte e giorno,
si come il peccatore il paternostro;
quest’ è l’ofensa e quest’ è la cagione
che mi potrebbe porre ch’i’ aggia fatto:
deggio però murire a sì gran torto?
Non credo certo che voi m’aucidiate;
ma mi farete tanto tormentare,
che minor male mi saria la morte.
E già l’avete in parte cominciata,
poi che m’avete fatto inginocchiare
come cammello quando è incarcato;
e di pene m’avete si soppresso,
che non posso al postutto più pottare,
anzi mi vene cader con tutto esso;
e non mi credo mai poter levare
più com’ può lo leofante ch’è caduto,
che non si può levar s’altri no’l leva.
Adunque com’ faraggio, amor mio bello,
se voi non m’aleggiate anzi ch’i’ caggia?
Consiglio prenderaggio di follia,
poi ch’aggio messo il senno in ubrianza,
sì com’ lo struzzolo che lascia l’uovo,
poi che l’ha fatto, istare entro l’arena;
ch’io voglio far la dritta somiglianza
de l’albero che per troppo incarcare
scavezza e perde foglie e fiori e frutto,
e poi si secca infino a le radici:
così mi voglio d’amoroso afanno
e di pensier carcar tanto chi’ mora,
poi che voi non mi fate se non male.
E non saccio per che cagion si sia:
che se vi spiace ch’io vi deggia amare,
gittate via la vostra gran beltade,
che mi fa forsenar, quando vi miro,
sì come il parpaglion che fere al foco
veggendo il gran splendor de la lumiera;
e la valenza, laove sta il meo core
in foco disioso notte e dia,
tanto che mi par esser salamandra.
E se nol fate, non me’n rimarraggio,
avegnamene ciò che può avenire:
chio penso, se Narcisso fosse vivo,
si ’ntenderebbe in voi, a mia credenza,
e non in sé medesmo come fece.
Ché li cavelli vostri son più biondi
che fila d’auro o che fior d’aulentino,
e son le funi che:m tegnon ’lacciato;
igli occhi, belli come di girfalco,
ma son di bavalischio, per sembianza,
che saetta il veleno collo sguardo;
i cigli bruni e avolti in forma d’arco
mi saettano al cor d’una saetta;
la bocca, piccioletta e colorita,
vermiglia come rosa di giardino,
piagente ed amorosa per basciare.
E bello saccio, ch’i’ l’aggio provato
una fiata, vostra gran merzede;
ma quella mi fu lancia di Pelds,
ch’avéa tal vertt nel suo ferire,
ch’al primo colpo dava pene e morte,
e al secondo vita ed allegrezza:
così mi die’ quel bascio mal di motte,
ma se n’avesse un altro, ben guerira.
Il vostro riso mi fa più di bene
che s’io passasse oltre la Cors di riso;
e ’l bel cantare m’ha conquiso e morto
a simiglianza de la serenella
che uccide ’l marinar col suo bel canto.
E lo parlar, tuttora anzi pensato,
saggio e cortese e franco e vertudioso
sì come ispecchio che non sa mentire,
anzi raporta dritta simiglianza,
mi fa isvegliar di sonno doloroso
sì come lo leon lo suo figliuolo.
O E *l color natural bianco e vermiglio,
‘come la fior di grana e flore inversa,
è simil del serpente ch’è fregiato,
che par dipinto per gran. maestria,
e muore incontenente chi lui sguarda,
tanto son que’ colori tossicosi.
Le vostre braccia mi fanno tal cerchio,
quando voi mi degnaste d’abracciare,
C’assai mi tegno più sicuro e franco
che ’l negromante al cerchio de la spada.
Le man’, più belle d’erba palmacristo;
l’unghia, sottili, dritte ed avenanti;
e in forma passate ogne figura
scolpita nella pietra camaina;
e ben parete dea d’amare, e meglio
che la chiarità stella de la dia.
Poi che ’l sole e ’Il vento e la pioggia
non può tanto guastar quel ch’è scoverto,
che non sia più bello assai ch’io non dico,
faccio ragion che sia ben per un cento
più bello assai ciò che ’n voi è celato.
*
Piacciavi pur ch’io dea morire a torto;
or vi pensate ben se v’è onore
a darmi morte, poi m’ avete preso
sì com’ l’uccellator prende l’uccello,
e sì come si truova diceduto
lo pesce, che, credendo prender l’esca,
ed egli ha preso l’amo in tal maniera,
com’ più s’agira per voler campare,
e più s’aferra contra ’l suo volere;
e que’ che vuol pigliar l’uccel d’inganno,
veggendol bianco e d’umile sembianza,
si sente sorvenir d’ardente flamma
che gitta quello uccello aprendo ’l becco;
e l gorgo, che si lancia per pigliare
la luce de la stella, tanto i piace,
e muore incontenente ch’è sopr’acqua:
così, credendo di voi prender gioia,
mi veggio preso ed ingannato e morto,
i
i
e
A
Certo, se voi poteste una fiata
vedere si come il lupo cerviere,
che vede oltra li monti chiaramente,
voi vedereste la vostra figura
dipinta e suggellata nel mio core,
e lettere dintorno che diriano:
“Più v’amo, déa, che non faccio Deo,
e son più vostro assai che non son meo.”
E questo dico sempre notte e giorno,
si come il peccatore il paternostro;
quest’ è l’ofensa e quest’ è la cagione
che mi potrebbe porre ch’i’ aggia fatto:
deggio però murire a sì gran torto?
Non credo certo che voi m’aucidiate;
ma mi farete tanto tormentare,
che minor male mi saria la morte.
E già l’avete in parte cominciata,
poi che m’avete fatto inginocchiare
come cammello quando è incarcato;
e di pene m’avete si soppresso,
che non posso al postutto più pottare,
anzi mi vene cader con tutto esso;
e non mi credo mai poter levare
più com’ può lo leofante ch’è caduto,
che non si può levar s’altri no’l leva.
Adunque com’ faraggio, amor mio bello,
se voi non m’aleggiate anzi ch’i’ caggia?
Consiglio prenderaggio di follia,
poi ch’aggio messo il senno in ubrianza,
sì com’ lo struzzolo che lascia l’uovo,
poi che l’ha fatto, istare entro l’arena;
ch’io voglio far la dritta somiglianza
de l’albero che per troppo incarcare
scavezza e perde foglie e fiori e frutto,
e poi si secca infino a le radici:
così mi voglio d’amoroso afanno
e di pensier carcar tanto chi’ mora,
poi che voi non mi fate se non male.
E non saccio per che cagion si sia:
che se vi spiace ch’io vi deggia amare,
gittate via la vostra gran beltade,
che mi fa forsenar, quando vi miro,
sì come il parpaglion che fere al foco
veggendo il gran splendor de la lumiera;
e la valenza, laove sta il meo core
in foco disioso notte e dia,
tanto che mi par esser salamandra.
E se nol fate, non me’n rimarraggio,
avegnamene ciò che può avenire:
chio penso, se Narcisso fosse vivo,
si ’ntenderebbe in voi, a mia credenza,
e non in sé medesmo come fece.
Ché li cavelli vostri son più biondi
che fila d’auro o che fior d’aulentino,
e son le funi che:m tegnon ’lacciato;
igli occhi, belli come di girfalco,
ma son di bavalischio, per sembianza,
che saetta il veleno collo sguardo;
i cigli bruni e avolti in forma d’arco
mi saettano al cor d’una saetta;
la bocca, piccioletta e colorita,
vermiglia come rosa di giardino,
piagente ed amorosa per basciare.
E bello saccio, ch’i’ l’aggio provato
una fiata, vostra gran merzede;
ma quella mi fu lancia di Pelds,
ch’avéa tal vertt nel suo ferire,
ch’al primo colpo dava pene e morte,
e al secondo vita ed allegrezza:
così mi die’ quel bascio mal di motte,
ma se n’avesse un altro, ben guerira.
Il vostro riso mi fa più di bene
che s’io passasse oltre la Cors di riso;
e ’l bel cantare m’ha conquiso e morto
a simiglianza de la serenella
che uccide ’l marinar col suo bel canto.
E lo parlar, tuttora anzi pensato,
saggio e cortese e franco e vertudioso
sì come ispecchio che non sa mentire,
anzi raporta dritta simiglianza,
mi fa isvegliar di sonno doloroso
sì come lo leon lo suo figliuolo.
O E *l color natural bianco e vermiglio,
‘come la fior di grana e flore inversa,
è simil del serpente ch’è fregiato,
che par dipinto per gran. maestria,
e muore incontenente chi lui sguarda,
tanto son que’ colori tossicosi.
Le vostre braccia mi fanno tal cerchio,
quando voi mi degnaste d’abracciare,
C’assai mi tegno più sicuro e franco
che ’l negromante al cerchio de la spada.
Le man’, più belle d’erba palmacristo;
l’unghia, sottili, dritte ed avenanti;
e in forma passate ogne figura
scolpita nella pietra camaina;
e ben parete dea d’amare, e meglio
che la chiarità stella de la dia.
Poi che ’l sole e ’Il vento e la pioggia
non può tanto guastar quel ch’è scoverto,
che non sia più bello assai ch’io non dico,
faccio ragion che sia ben per un cento
più bello assai ciò che ’n voi è celato.
*
Anônimo
Da La donna del Vergiù
Un giorno er’ito el duca a suo diletto
e cavalcato a un nobile palazzo,
e la duchessa, sanza ignun sospetto,
prese messer Guglielmo per lo brazzo
e menosselo in zambra a lato al letto
ragionandosi insieme con sollazzo,
e per giuocar la donna e ’l cavaliere
fece venir gli scacchi e lo scacchiere.
Da poi ch’egli ebbon tre giuochi giuocato,
la duchessa, ch’amor sovente sprona,
disse: «Messere, avete disiato
già gran tempo d’avere mia persona:
or prendete di me ciò che v’è a grato».
E abbracciandol gli baciò la gola,
poi gli baciò ben cento volte il viso
prima che ’l suo dal suo fosse diviso.
E abbracciandol gli dicea: «Amor mio,
perché mi fate d’amor tanta noia?
Deh, contentate ’l vostro e mio disio!
Prendiamo insieme dilettosa gioia:
io ve ne prego pell’amor di Dio,
o dolce amico mio, prima ch’ i’ muoia!
Se mi lasciate così innamorata,
ohimè lassa, in mal punto fui nata!»
e cavalcato a un nobile palazzo,
e la duchessa, sanza ignun sospetto,
prese messer Guglielmo per lo brazzo
e menosselo in zambra a lato al letto
ragionandosi insieme con sollazzo,
e per giuocar la donna e ’l cavaliere
fece venir gli scacchi e lo scacchiere.
Da poi ch’egli ebbon tre giuochi giuocato,
la duchessa, ch’amor sovente sprona,
disse: «Messere, avete disiato
già gran tempo d’avere mia persona:
or prendete di me ciò che v’è a grato».
E abbracciandol gli baciò la gola,
poi gli baciò ben cento volte il viso
prima che ’l suo dal suo fosse diviso.
E abbracciandol gli dicea: «Amor mio,
perché mi fate d’amor tanta noia?
Deh, contentate ’l vostro e mio disio!
Prendiamo insieme dilettosa gioia:
io ve ne prego pell’amor di Dio,
o dolce amico mio, prima ch’ i’ muoia!
Se mi lasciate così innamorata,
ohimè lassa, in mal punto fui nata!»
Anônimo
Da La mia chitarra l’è rotta
Non mi toccare la chicchera
quando c’è mamma che vede;
ti farò segno col piede
quando la devi toccar.
quando c’è mamma che vede;
ti farò segno col piede
quando la devi toccar.
Anônimo
Dal Canto dei pescatori
Lasciate, donne, a noi pescar sovente
in quei vostri luoghi tanto vaghi,
ché mai alcun d’un bel peccar si pente;
e seppur acqua manca a’ vostri laghi,
tanta gliene darem per un corrente
canal che tosto il vedrete paghi,
dove oprarem sì ben nostri strumenti,
che voi e noi al fin sarem contenti. […]
Donne, noi ’porterem tutti gli ordegni
ch’a buona pesca si deggiono usare,
remi con ami, l’esca, reti e legni,
zucche ancor, bisognandoci notare.
E tutti gli altri necessari ingegni.
Voi ci darete, donne, per pescare,
la barca, il lago e i vostri divi aspetti,
a’ quai fummo e sarem sempre soggetti.
Tutto quel pesce che noi prenderemo,
donne, nel vostro lago sì pregiato,
liberamente a voi lo doneremo
con quel che più del nostro vi sia grato.
Così, donne gentil, vi serviremo,
quando il nostro servir non vi sia ingrato.
Noi dureremo la fatica in tutto.
Vostro sia, donna, della pesca il frutto.
in quei vostri luoghi tanto vaghi,
ché mai alcun d’un bel peccar si pente;
e seppur acqua manca a’ vostri laghi,
tanta gliene darem per un corrente
canal che tosto il vedrete paghi,
dove oprarem sì ben nostri strumenti,
che voi e noi al fin sarem contenti. […]
Donne, noi ’porterem tutti gli ordegni
ch’a buona pesca si deggiono usare,
remi con ami, l’esca, reti e legni,
zucche ancor, bisognandoci notare.
E tutti gli altri necessari ingegni.
Voi ci darete, donne, per pescare,
la barca, il lago e i vostri divi aspetti,
a’ quai fummo e sarem sempre soggetti.
Tutto quel pesce che noi prenderemo,
donne, nel vostro lago sì pregiato,
liberamente a voi lo doneremo
con quel che più del nostro vi sia grato.
Così, donne gentil, vi serviremo,
quando il nostro servir non vi sia ingrato.
Noi dureremo la fatica in tutto.
Vostro sia, donna, della pesca il frutto.
Anônimo
De, gioia mia
De, gioia mia, fa’ ch’una mattina
tu vengni al santo colla tua gonnella,
ché tu par ben con essa una fancella,
più collorita che la galatina.
Tu se’ più fresca che non è la brina:
quando ti veggio, perdo la favella,
e par ch’Amor mi dia per le budella
d’un unto coltellaccio da cucina.
L’altrier mi mossi a tanta tenereza,
vedendoti sì ben far un bucato
ch’io mi pisciava sotto d’allegreza:
e ben mi credetti esser acorato
vedendo in voi tanta piacevoleza
che mi diceste: «Ben siate trovato».
Da poi mi son pensato
di farti arditamente un’anbasciata;
che gl’occhi tuoi mi cavan la corata.
tu vengni al santo colla tua gonnella,
ché tu par ben con essa una fancella,
più collorita che la galatina.
Tu se’ più fresca che non è la brina:
quando ti veggio, perdo la favella,
e par ch’Amor mi dia per le budella
d’un unto coltellaccio da cucina.
L’altrier mi mossi a tanta tenereza,
vedendoti sì ben far un bucato
ch’io mi pisciava sotto d’allegreza:
e ben mi credetti esser acorato
vedendo in voi tanta piacevoleza
che mi diceste: «Ben siate trovato».
Da poi mi son pensato
di farti arditamente un’anbasciata;
che gl’occhi tuoi mi cavan la corata.
Anônimo
Deh, come dolcemente
Deh, come dolcemente m’abbracciava,
stando nel letto, con la donna mia,
quando la madre mi disse: «Va’ via!»
Quando la figlia intese tal novella,
volsesi a lei con gran malinconia;
disse: «Fuor, vecchia, di camera mia!»
«Or taci, figlia; non ci far più motto,
ch’i’ me ne vado e staròmi di sotto.»
stando nel letto, con la donna mia,
quando la madre mi disse: «Va’ via!»
Quando la figlia intese tal novella,
volsesi a lei con gran malinconia;
disse: «Fuor, vecchia, di camera mia!»
«Or taci, figlia; non ci far più motto,
ch’i’ me ne vado e staròmi di sotto.»
Anônimo
Dilatando le cosce
Dilatando le cosce, aperse il varco,
ove stemprò le sue dolcezze amore
curvò la destra gamba a guisa d’arco,
e spinse la sinistra alquanto fuore.
A sostener dell’amoroso incarco
l’amato peso ella dispone il core,
e mentre un dolce invito l’appresenta,
curioso il guardo il cavalier s’avventa.
Spuntava intorno al vaso aurato pelo,
filato in crespe inanellate, e bionde,
che come fiore in su del proprio stelo
le parti adombra sì, ma non l’asconde!
Senza l’impaccio vil d’infido velo
tetta tutte apparian le vie profonde,
e sudavan stemprate in stille, giusto
le labbra ormai dell’orificio angusto.
D’erbe intanto, e di fior la scaltra amante
un fascio fece, e sotto a sé le pose;
così che sollevata, e torreggiante
la parte bassa al suo arbitrio espose:
egli vi cadde sopra, ella brillante
in guisa tal s’avviticchiò e compose,
che con innesto vezzosetto, e ameno
bocca a bocca era unita, e seno a seno.
Un diluvio di baci egli le scocca,
e se cento ella n’ha, cento ne rende;
volan le lingue in l’una, e l’altra bocca,
né il fin del primo bacio il bacio attende;
si confondono i baci, e mentre incocca
il labro un bacio, un altro bacio il fende;
così largo di baci era lo stuolo
che parean mille baci un bacio solo.
Si bacian lungamente, e non s’estinse
l’empito in cor dell’amoroso foco,
che più vie più s’accense e allor s’accinse
l’amante alfine al vezzosetto gioco;
con braccia nerborute al sen la strinse
e avvicinando all’umidetto loco
la spada ardita, egli gagliardo e franco
nella meta investì di punto in bianco.
Penetrò il forte dardo, e forte giunse
a visitar gli tepedi meati,
ferì per dritto, ed in obliquo punse
ritorcendo la punta in tutti i lati;
estrema forza a gran vigor congiunse
sino quasi a spirar gli ultimi fiati:
sicché con forza inusitata, e vaga
le fe’ una grande e memorabil piaga.
ove stemprò le sue dolcezze amore
curvò la destra gamba a guisa d’arco,
e spinse la sinistra alquanto fuore.
A sostener dell’amoroso incarco
l’amato peso ella dispone il core,
e mentre un dolce invito l’appresenta,
curioso il guardo il cavalier s’avventa.
Spuntava intorno al vaso aurato pelo,
filato in crespe inanellate, e bionde,
che come fiore in su del proprio stelo
le parti adombra sì, ma non l’asconde!
Senza l’impaccio vil d’infido velo
tetta tutte apparian le vie profonde,
e sudavan stemprate in stille, giusto
le labbra ormai dell’orificio angusto.
D’erbe intanto, e di fior la scaltra amante
un fascio fece, e sotto a sé le pose;
così che sollevata, e torreggiante
la parte bassa al suo arbitrio espose:
egli vi cadde sopra, ella brillante
in guisa tal s’avviticchiò e compose,
che con innesto vezzosetto, e ameno
bocca a bocca era unita, e seno a seno.
Un diluvio di baci egli le scocca,
e se cento ella n’ha, cento ne rende;
volan le lingue in l’una, e l’altra bocca,
né il fin del primo bacio il bacio attende;
si confondono i baci, e mentre incocca
il labro un bacio, un altro bacio il fende;
così largo di baci era lo stuolo
che parean mille baci un bacio solo.
Si bacian lungamente, e non s’estinse
l’empito in cor dell’amoroso foco,
che più vie più s’accense e allor s’accinse
l’amante alfine al vezzosetto gioco;
con braccia nerborute al sen la strinse
e avvicinando all’umidetto loco
la spada ardita, egli gagliardo e franco
nella meta investì di punto in bianco.
Penetrò il forte dardo, e forte giunse
a visitar gli tepedi meati,
ferì per dritto, ed in obliquo punse
ritorcendo la punta in tutti i lati;
estrema forza a gran vigor congiunse
sino quasi a spirar gli ultimi fiati:
sicché con forza inusitata, e vaga
le fe’ una grande e memorabil piaga.
Anônimo
Dove so’ andati
Dove so’ andati quelli abrazamenti,
quelli solazi che soleamo fare?
Mettìvime la lengua fra li denti;
poi me decivi: «Non la mozzecare,
ca tutta quanta me la sangolenti:
la gente è falsa e possene adonare!»
Se tu patissi quello che pat’io,
pianserissi e non rìseri, per Dio!
quelli solazi che soleamo fare?
Mettìvime la lengua fra li denti;
poi me decivi: «Non la mozzecare,
ca tutta quanta me la sangolenti:
la gente è falsa e possene adonare!»
Se tu patissi quello che pat’io,
pianserissi e non rìseri, per Dio!
Anônimo
E.lla mia dona giogliosa
E-lla mia dona giogliosa
vidi cun le altre danzare.
Vidila cum alegranza,
la sovrana de le belle,
ke de gioi’ menava danza
de maritate e polcelle,
Jà ’nde presi gran baldanza,
tutor danzando chon elle:
ben resenbla plui che stelle
lo so vixo a reguardare.
Danzando la fresca rosa,
preso fui de so bellore:
tant’è fresca et amorosa
ch’a le altre dà splendore.
Ben ò pena dolorosa
per la mia dona tutore:
s’ella no me dà ’l so core,
giamà’ non credo canpare.
AI ballo de l’avenente
ne pignormo ella et eo;
dissili cortesemente:
“Dona, vostt’ è lo cor meo.”
Ella trespose inmantenente:
“Tal servente ben vogli’ eo,
in gio’ vività °l cor meo.”
Sì respose de bon aite.
vidi cun le altre danzare.
Vidila cum alegranza,
la sovrana de le belle,
ke de gioi’ menava danza
de maritate e polcelle,
Jà ’nde presi gran baldanza,
tutor danzando chon elle:
ben resenbla plui che stelle
lo so vixo a reguardare.
Danzando la fresca rosa,
preso fui de so bellore:
tant’è fresca et amorosa
ch’a le altre dà splendore.
Ben ò pena dolorosa
per la mia dona tutore:
s’ella no me dà ’l so core,
giamà’ non credo canpare.
AI ballo de l’avenente
ne pignormo ella et eo;
dissili cortesemente:
“Dona, vostt’ è lo cor meo.”
Ella trespose inmantenente:
“Tal servente ben vogli’ eo,
in gio’ vività °l cor meo.”
Sì respose de bon aite.
Anônimo
Gimene al letto
Gimene al letto de la donna mia,
stesi la mano e toccaile lo lato.
Ella si risvegliò, ch’ella dormia:
«Onde ci entrasti, o cane rinnegato?»
«Entraici da la porta, o vita mia;
priegoti ch’io ti sia racomandato.»
«Or poi che ci se’ entrato, fatto sia:
spogliati ignudo e corcamiti a lato.»
Poi ch’avem fatto tutto nostro gioco,
tolsi li panni e voleami vestire;
ed ella disse: «Stacci un altro poco,
ché non sai i giorni che ci puoi transire».
stesi la mano e toccaile lo lato.
Ella si risvegliò, ch’ella dormia:
«Onde ci entrasti, o cane rinnegato?»
«Entraici da la porta, o vita mia;
priegoti ch’io ti sia racomandato.»
«Or poi che ci se’ entrato, fatto sia:
spogliati ignudo e corcamiti a lato.»
Poi ch’avem fatto tutto nostro gioco,
tolsi li panni e voleami vestire;
ed ella disse: «Stacci un altro poco,
ché non sai i giorni che ci puoi transire».
Anônimo
Ho chiavato mia madre
Ho chiavato mia madre e mia sorella,
la mia zia, tre cugine e una cognata,
anco a mia nonna avrei alzata la gonnella,
e non so come l’abbia scapolata.
Dicono che sia cosa iniqua e fella,
che da Dio non sarà mai perdonata,
di fottere i parenti; o questa è bella,
la potta loro l’ho contaminata?
Io poi non so veder tanto peccato
chiavando quelle che ci fan contenti,
né so perché mi chiamano dannato.
Per me son questi tanti complimenti;
dice un proverbio al caso mio adattato:
«Scanna i nemici e fotti i tuoi parenti».
la mia zia, tre cugine e una cognata,
anco a mia nonna avrei alzata la gonnella,
e non so come l’abbia scapolata.
Dicono che sia cosa iniqua e fella,
che da Dio non sarà mai perdonata,
di fottere i parenti; o questa è bella,
la potta loro l’ho contaminata?
Io poi non so veder tanto peccato
chiavando quelle che ci fan contenti,
né so perché mi chiamano dannato.
Per me son questi tanti complimenti;
dice un proverbio al caso mio adattato:
«Scanna i nemici e fotti i tuoi parenti».
Anônimo
L’ucellin de la commare
L’ucellin de la commare
che più su voleva andare,
gli volò sopra la coscia
l’ucellino faceva la mossa,
gli volò sopra la panza
l’ucellino faceva la danza,
gli volò nella gabbiola
l’ucellino dentro e fora.
che più su voleva andare,
gli volò sopra la coscia
l’ucellino faceva la mossa,
gli volò sopra la panza
l’ucellino faceva la danza,
gli volò nella gabbiola
l’ucellino dentro e fora.
Anônimo
Lavandose le mane
Lavandose le mane e ’l volto bello
dicenta e diflibata
vidi mia dona in un bianco guarnello.
Allora dissi: «Ben se tu trovata».
Non me respose a questo;
coperse i piedi, ch’era discalzata.
De leto era levata, relucente:
pareva ’l sol che leva a l’oriente.
dicenta e diflibata
vidi mia dona in un bianco guarnello.
Allora dissi: «Ben se tu trovata».
Non me respose a questo;
coperse i piedi, ch’era discalzata.
De leto era levata, relucente:
pareva ’l sol che leva a l’oriente.
Anônimo
Madre mia, dammi marito
Madre mia, dammi marito.
Figlia mia, dimmi il perché.
Ché mi faccia dolziemente
quel che fa mio padre a te.
Figlia, che sie maledetta:
tu non m’hai ancor dieci anni.
Troppo vuoi marito in fretta;
et non ti sai alzare i panni.
Non regieresti agli affanni
si hai tènere le coscie
a ricevere le percosse
che dà lo tuo padre a me.
L’altra notte, madre mia,
tu facevi un gran menare;
isvegliàmi che dormìa,
cominciai un poco ascoltare
il baciare e l’abbracciare
col dire nol far troppo in fretta,
un cotal poco m’aspetta
che ’l farò insieme con teco.
Non posso celar la doglia
che io sento dentro al petto,
quando mio padre si spoglia
per prender di te diletto;
tutto fa tremare il letto,
e, tremando, egli mi coce;
delle braccia ti fo crocie:
trovane uno che ’l faccia a me.
Figlia mia, poi che ti piace,
troverotti un bel marito:
fai che soffrisca in pace
quando sei giunta al partito.
Ficheraviti dentro il dito;
poi lo piglia per la punta,
lo scudo e la mazza a fronte
ficcal tutto in corpo a te.
Figlia mia, quando e’ ti tocca
et volessiti baciare,
mettigli la lingua in bocca
dolzemente lo lascia fare;
se le labbra e’ vuol succiare,
gittagli al collo la man manca
et la ritta sotto l’anca
acciò ch’ei tiri la posta a te.
Quando di sopra ti monta,
figlia, fa che sia cortese;
sta di sotto alla riscontra,
et terrai le coscie stese;
mandale in verso il paese;
falla trita e ben calcata;
quando compie la sua giornata
e tu compi la tua per te.
Quando tel vuol far talotta,
fa’ che gli usi dolci modi;
pianamente te gli accosta
et con esso lui ti godi;
non curare che ’l corpo sodi
gittagli le gambe addosso,
e poi prendi il buon sanz’osso,
ficcalo tutto in corpo a te.
Et se per maggior diletto
tel volessi far dirieto,
accostagli le rene al petto;
mostreragli il viso lieto,
sto che sua gran divieto;
tu ti porrai giù bocconi
et lui sarà a cavalcioni;
assaggerai il boccone che gli è.
Quando non riza la punta,
che non potesse schermire,
lo tuo scudo alla mazza a fronte
e comincialo a ferire;
quando il senti rinvenire,
il capo gli metti nel caldo,
e con la mano lo tien saldo
finché ei possa far da sé.
Figlia mia, dimmi il perché.
Ché mi faccia dolziemente
quel che fa mio padre a te.
Figlia, che sie maledetta:
tu non m’hai ancor dieci anni.
Troppo vuoi marito in fretta;
et non ti sai alzare i panni.
Non regieresti agli affanni
si hai tènere le coscie
a ricevere le percosse
che dà lo tuo padre a me.
L’altra notte, madre mia,
tu facevi un gran menare;
isvegliàmi che dormìa,
cominciai un poco ascoltare
il baciare e l’abbracciare
col dire nol far troppo in fretta,
un cotal poco m’aspetta
che ’l farò insieme con teco.
Non posso celar la doglia
che io sento dentro al petto,
quando mio padre si spoglia
per prender di te diletto;
tutto fa tremare il letto,
e, tremando, egli mi coce;
delle braccia ti fo crocie:
trovane uno che ’l faccia a me.
Figlia mia, poi che ti piace,
troverotti un bel marito:
fai che soffrisca in pace
quando sei giunta al partito.
Ficheraviti dentro il dito;
poi lo piglia per la punta,
lo scudo e la mazza a fronte
ficcal tutto in corpo a te.
Figlia mia, quando e’ ti tocca
et volessiti baciare,
mettigli la lingua in bocca
dolzemente lo lascia fare;
se le labbra e’ vuol succiare,
gittagli al collo la man manca
et la ritta sotto l’anca
acciò ch’ei tiri la posta a te.
Quando di sopra ti monta,
figlia, fa che sia cortese;
sta di sotto alla riscontra,
et terrai le coscie stese;
mandale in verso il paese;
falla trita e ben calcata;
quando compie la sua giornata
e tu compi la tua per te.
Quando tel vuol far talotta,
fa’ che gli usi dolci modi;
pianamente te gli accosta
et con esso lui ti godi;
non curare che ’l corpo sodi
gittagli le gambe addosso,
e poi prendi il buon sanz’osso,
ficcalo tutto in corpo a te.
Et se per maggior diletto
tel volessi far dirieto,
accostagli le rene al petto;
mostreragli il viso lieto,
sto che sua gran divieto;
tu ti porrai giù bocconi
et lui sarà a cavalcioni;
assaggerai il boccone che gli è.
Quando non riza la punta,
che non potesse schermire,
lo tuo scudo alla mazza a fronte
e comincialo a ferire;
quando il senti rinvenire,
il capo gli metti nel caldo,
e con la mano lo tien saldo
finché ei possa far da sé.
Anônimo
Mano nella mano
Mano nella mano,
coso nella mano,
mano nella cosa,
coso nella cosa,
di cosa nasce cosa.
coso nella mano,
mano nella cosa,
coso nella cosa,
di cosa nasce cosa.
Anônimo
Nova danza più fina
Nova danza più fina,
vatten da quello sereno;
da la’ mia parte inchina
lo cavalero più fino,
ch’è fiore gibellina
sovr’ ogn’ altro latino!
E dille chio so’ so prigione
e non pozo, languendo!
Perzò l’adorna so persona
ch’io disio ed attendo,
zoè lo chavaliero d’aunore
in chu’ non este mendo,
merzé vi voglia, el mie signore!
Po’ tuta a voi mi rendo
e no difendo mie servire.
In vostra voglia
e’ fussemi, dolze sire!
È di mie voglia
clio asotiglio di sospiri,
e più che foglia!
E voi ve solazate!
di mie male niente churate!
Per Dio, no soferate,
o dolz’ amor piacente,
ch’io sto gra...tate!
Per vosttr’amor sovente
immantenente mi mandate;
di voi asicurando
cha, se troppo vi tardirete,
amor vostro lepando,
sacciate, ben mi pordirete.
Ma per voi disiando
e stando ne lo letto,
sognomi co voi, misero,
in gran diletto,
sotto a uno ricco pomero,
basciarvi lo petto e ’l vostro viso
e gl’occhi d’oro.
E poi, quando mi sveglio,
non son a quello solazzo!
Di gran doglia asoteglio,
raffreddo come ghiaccio,
molto mi mereveglio,
so che presente pazo,
tutta mi disfaccio, per sognare!
Trovomi inghannata,
ché mi pare
chon vo donneiare
e stare a l’ abrazzata.
Poi, la mattina, isquadro el mare
e veggio la contrada
sempre ’intorno adormentare!
Ma, perché’io sia alleggiata,
a la fiata ch’io danzai,
a la vostra mano
tutt’a voi mi donai,
chavalier sovrano,
e non pensai
ch’ el vostro chor fusse lontano!
Ma posi mano ’n una
come che tenete;
perzò di mie persona,
messer, vi provedete
da po’ che semo ad una
e vo me chanoscete,
non m’ anchudete o’ ma’ seragio
destorta e richiusa,
per tanto grado che mi moraggio!
Ma per voi disiosa,
o lassa me! como faraggio?
tanto son angosciosa!
S’el vostro amor non m’ave staggio,
giamai non so’ gioiosa!
dalle Rime dei Memoriali bolognesi
vatten da quello sereno;
da la’ mia parte inchina
lo cavalero più fino,
ch’è fiore gibellina
sovr’ ogn’ altro latino!
E dille chio so’ so prigione
e non pozo, languendo!
Perzò l’adorna so persona
ch’io disio ed attendo,
zoè lo chavaliero d’aunore
in chu’ non este mendo,
merzé vi voglia, el mie signore!
Po’ tuta a voi mi rendo
e no difendo mie servire.
In vostra voglia
e’ fussemi, dolze sire!
È di mie voglia
clio asotiglio di sospiri,
e più che foglia!
E voi ve solazate!
di mie male niente churate!
Per Dio, no soferate,
o dolz’ amor piacente,
ch’io sto gra...tate!
Per vosttr’amor sovente
immantenente mi mandate;
di voi asicurando
cha, se troppo vi tardirete,
amor vostro lepando,
sacciate, ben mi pordirete.
Ma per voi disiando
e stando ne lo letto,
sognomi co voi, misero,
in gran diletto,
sotto a uno ricco pomero,
basciarvi lo petto e ’l vostro viso
e gl’occhi d’oro.
E poi, quando mi sveglio,
non son a quello solazzo!
Di gran doglia asoteglio,
raffreddo come ghiaccio,
molto mi mereveglio,
so che presente pazo,
tutta mi disfaccio, per sognare!
Trovomi inghannata,
ché mi pare
chon vo donneiare
e stare a l’ abrazzata.
Poi, la mattina, isquadro el mare
e veggio la contrada
sempre ’intorno adormentare!
Ma, perché’io sia alleggiata,
a la fiata ch’io danzai,
a la vostra mano
tutt’a voi mi donai,
chavalier sovrano,
e non pensai
ch’ el vostro chor fusse lontano!
Ma posi mano ’n una
come che tenete;
perzò di mie persona,
messer, vi provedete
da po’ che semo ad una
e vo me chanoscete,
non m’ anchudete o’ ma’ seragio
destorta e richiusa,
per tanto grado che mi moraggio!
Ma per voi disiosa,
o lassa me! como faraggio?
tanto son angosciosa!
S’el vostro amor non m’ave staggio,
giamai non so’ gioiosa!
dalle Rime dei Memoriali bolognesi