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Poesie di questo tema

Relazioni e famiglia

Elio Pagliarani

Elio Pagliarani

Viaggio N. 2

Ci si poteva dire due parole
usate, ora ti do la spiegazione
(a quest’ora lavori forse in una
casa allegra): con gesti ripetuti
badavo ad aggiustarmi la camicia
perché tu costringessi la camicia
azzurra dentro la sottana lisa.

Un minuto!, ché variano le cose,
addio quell’uomo e siamo a Viserbella,
mi guardo intorno e nulla ti abbandono
quando, discesa che fosti, stupita
ti lascio, un futile oggetto porgendo
dimenticato su sedili rossi.

Tu accavalli i ginocchi come me,
io muovevo lo specchio delle allodole
– una Morris sorrisi e la mia faccia –
studioso e malsicuro della logica
animale,
rifugiata al finestrino
guardavi in basso (le città di mare),
chiusa, distolta, e non vedevi nulla,
io sì: il petto, e la camicia corta
e il bottone spezzato – ch’eri sporca
in viso, e rigata, me ne accorsi dopo
quando scappò la lacrima tenuta
con ogni sforzo e senza fazzoletto.

Io:
Miscuglio, signori, miscuglio.
Volevo portarla in albergo,
offrirle un’arancia «to’ prendi
che toglie la sete», vedere
se è uguale, sapere sapere
la storia d’amore, l’ometto.

Il mio nobile cuore:
Miscuglio, bambina, miscuglio.
Da brava rassetta la gonna
e appoggia la testa al mio petto
su piangi, hai molto dolore?
comprendo comprendo comprendo e
non sono importuno, sto zitto.

Diciamo seriamente:
Troppo, carina, ti mancava troppo,
ti pulivi la faccia con le mani
ti acconciavi i capelli, quando il vento
li scarmigliava, con una forcina
se vedevo in principio il tuo bagaglio
forse sceglievo un altro posto, e basta.

A Bellaria mi parve buona scelta,
non so più cosa dire, tu sei scesa
a Ferrara, io scendo al capolinea.

Che s’incontri qualcuno che ne ha voglia
capita, e c’eri tutta dentro, arresa
tocca banale e provvisoria. Sbaglio?
tu!, slabbrata, brunetta, cuore grosso.

Oh, ragazza, ma dura ancora il viaggio.

A Battaglia Terme danno Imputato
alzatevi.
Enrico Cavacchioli

Enrico Cavacchioli

Primavera borghese

Tardi viali, impigriti nell’ombra calda dell’ultimo sole!

Si confondono le cose in una nube diafana di lontananza

e gli alberi protendono le grandi braccia vestite
di una frangia verde di foglie vive,
sui sedili solitari: dove bisbigliano gli amanti primaverili.

Quest’angolo di mistero spalanca i panorami azzurri
del desiderio in tutte le pupille che sognano,
e il desiderio ad ogni istante si raddoppia.
Passano uno alla volta, coppia dopo coppia,
1° uomini e donne avvolti in mantelli di tenebre.
Vanno col passo stanco come se indugiassero sui loro baci,

come se camminassero sulle loro parole dolcissime:
nel paese degli innamorati
che la primavera accende di piccole lucciole

La città si è dimenticata del grande giardino, che
all’ombra solitaria della sua decrepitezza, vive
ed all’infuori di queste ombre d’amore, che passano
abbracciate, forse per una volta sola, in cerca della gioia,

nessuno disturba il silenzio della solitudine borghese:
nemmeno i grilli!

Gli alberi si profilano nel cielo, dondolando
le braccia, come se ad ogni coppia che passa
e si allontana sulla cadenza dei baci lunghissimi
volessero lanciare una pioggia di fiori: come un pugno di confetti.

Diventano più sonnolenti e più violetti
pa
ad ogni minuto: poi s’inchinano alle stelle
in un gaglioffo saluto proverbiale,
e s’addormentano in un’estasi generale,
immobili: per non turbare con la presenza importuna
questi falsi richiami ciabattoni
di falsi innamorati: troppo ubriachi di luna...
Eugenio Montale

Eugenio Montale

Proda di Versilia

I miei morti che prego perché preghino
per me, per i miei vivi com’io invece
per essi non resurrezione ma
il compiersi di quella vita ch’ebbero
inesplicata e inesplicabile, oggi
più di rado discendono dagli orizzonti aperti
quando una mischia d’acque e cielo schiude
finestre ai raggi della sera, – sempre
più raro, astore celestiale, un cutter
bianco-alato li posa sulla rena.

Broli di zinnie tinte ad artificio
(nonne dal duro sòggolo le annaffiano,
chiuse lo sguardo a chi di fuorivia
non cede alle impietose loro mani
il suo male), cortili di sterpaglie
incanutite dove se entra un gatto
color frate gli vietano i rifiuti
voci irose; macerie e piatte altane
su case basse lungo un ondulato
declinare di dune e ombrelle aperte
al sole grigio, sabbia che non nutre
gli alberi sacri alla mia infanzia, il pino
selvatico, il fico e l’eucalipto.

A quell’ombre i primi anni erano folti,
gravi di miele, pur se abbandonati;
a quel rezzo anche se disteso sotto
due brandelli di crespo punteggiati
di zanzare dormivo nella stanza
d’angolo, accanto alla cucina, ancora
nottetempo o nel cuore d’una siesta
di cicale, abbagliante nel mio sonno,
travedevo oltre il muro, al lavandino,
care ombre massaggiare le murene
per respingerne in coda, e poi reciderle,
le spine; a quel perenne alto stormire
altri perduti con rastrelli e forbici
lasciavano il vivaio
dei fusti nani per i sempreverdi
bruciati e le cavane avide d’acqua.

Anni di scogli e di orizzonti stretti
a custodire vite ancora umane
e gesti conoscibili, respiro
o anelito finale di sommersi
simili all’uomo o a lui vicini pure
nel nome: il pesce prete, il pesce rondine,
l’àstice – il lupo della nassa – che
dimentica le pinze quando Alice
gli si avvicina... e il volo da trapezio
dei topi familiari da una palma
all’altra; tempo che fu misurabile
fino a che non s’aperse questo mare
infinito, di creta e di mondiglia.
Eugenio Montale

Eugenio Montale

Voce giunta con le folaghe

Poiché la via percorsa, se mi volgo, è più lunga
del sentiero da capre che mi porta
dove ci scioglieremo come cera,
ed i giunchi fioriti non leniscono il cuore
ma le vermene, il sangue dei cimiteri,
eccoti fuor dal buio
che ti teneva, padre, erto ai barbagli,
senza scialle e berretto, al sordo fremito
che annunciava nell’alba
chiatte di minatori dal gran carico
semisommerse, nere sull’onde alte.

L’ombra che mi accompagna
alla tua tomba, vigile,
e posa sopra un’erma ed ha uno scarto
altero della fronte che le schiara
gli occhi ardenti ed i duri sopraccigli
da un suo biocco infantile,
l’ombra non ha più peso della tua
da tanto seppellita, i primi raggi
del giorno la trafiggono, farfalle
vivaci l’attraversano, la sfiora
la sensitiva e non si rattrappisce.

L’ombra fidata e il muro che risorge,
quella che scorporò l’interno fuoco
e colui che lunghi anni d’oltretempo
(anni per me pesante) disincarnano,
si scambiano parole che interito
sul margine io non odo; l’una forse
ritroverà la forma in cui bruciava
amor di Chi la mosse e non di sé,
ma l’altro sbigottisce e teme che
la larva di memoria in cui si scalda
ai suoi figli si spenga al nuovo balzo.

– Ho pensato per te, ho ricordato
per tutti. Ora ritorni al cielo libero
che ti tramuta. Ancora questa rupe
ti tenta? Sì, la bàttima è la stessa
di sempre, il mare che ti univa ai miei
lidi da prima che io avessi l’ali,
non si dissolve. Io le rammento quelle
mie prode e pur son giunta con le folaghe
a distaccarti dalle tue. Memoria
non è peccato fin che giova. Dopo
è letargo di talpe, abiezione

che funghisce su sé... –
Il vento del giorno
confonde l’ombra viva e l’altra ancora
riluttante in un mezzo che respinge
le mie mani, e il respiro mi si rompe
nel punto dilatato, nella fossa
che circonda lo scatto del ricordo.
Così si svela prima di legarsi
a immagini, a parole, oscuro senso
reminiscente, il vuoto inabitato
che occupammo e che attende fin ch’è tempo
di colmarsi di noi, di ritrovarci...