Poesie di questo tema
Emozioni e sentimenti
Alfredo Giuliani
A Chilosà trovi
A Chilosà trovi un vecchio sapiente
che spaccia consigli per niente.
Beve vino di buone annate,
e borbotta tra sé: puttanate.
Me la intendo col vecchio sapiente,
solo lui dei chilosani
sa e non dice i sogni strani.
Che gente uggiosa e sfuggente!
Avanzando la solita scusa
non si mostrano mai curiosi,
dei misteri non s’impicciano.
Lasciano che ogni cosa rimanga, così,
sulle sue, sciattamente misteriosa.
che spaccia consigli per niente.
Beve vino di buone annate,
e borbotta tra sé: puttanate.
Me la intendo col vecchio sapiente,
solo lui dei chilosani
sa e non dice i sogni strani.
Che gente uggiosa e sfuggente!
Avanzando la solita scusa
non si mostrano mai curiosi,
dei misteri non s’impicciano.
Lasciano che ogni cosa rimanga, così,
sulle sue, sciattamente misteriosa.
Alfredo Giuliani
Canzonetta
Cara cipollina dei miei occhi
acqua in gola bocca di rimorso
hai paura di alitare nel vuoto
spenzoli i tuoi veli bruciati
soffri le tue radici contorte
scemolina che sei hai voglia di morire
guarda che io brucio e piango
quando piovono sole e acqua
sulla pietra rotta dove siedo
Lascio il dio povero arricchire
gli amici mi amicolano
i nemici mi annemicano
i venti mi avventano
gli albergucci mi albercucciano
i vicoli mi svicolano
i cespugli mi cespugliano
i turchini m’inturchinano
i ruscelli mi ruscellano
le fascine mi affascinano
le vacche mi svaccano
le serpi mi serpeggiano
le talpe mi talpeggiano
i topi mi topolano
gli orizzonti mi orizzontano
le nuvole mi annuvolano
Il cielo sta sulle sue palafitte
il pozzo non cala e non cresce
Lascio il dio povero arricchire
acqua in gola bocca di rimorso
hai paura di alitare nel vuoto
spenzoli i tuoi veli bruciati
soffri le tue radici contorte
scemolina che sei hai voglia di morire
guarda che io brucio e piango
quando piovono sole e acqua
sulla pietra rotta dove siedo
Lascio il dio povero arricchire
gli amici mi amicolano
i nemici mi annemicano
i venti mi avventano
gli albergucci mi albercucciano
i vicoli mi svicolano
i cespugli mi cespugliano
i turchini m’inturchinano
i ruscelli mi ruscellano
le fascine mi affascinano
le vacche mi svaccano
le serpi mi serpeggiano
le talpe mi talpeggiano
i topi mi topolano
gli orizzonti mi orizzontano
le nuvole mi annuvolano
Il cielo sta sulle sue palafitte
il pozzo non cala e non cresce
Lascio il dio povero arricchire
Alfredo Giuliani
Chi l’avrebbe detto
Chi l’avrebbe detto, invitato a pranzo scherzavo,
impedimento accecante, mordevo il cappello, non dicevo
niente: ho il naso finto, si spengono le luci, finché
scoprono che distruggevo rispettosamente un mondo;
ragazzi! invece era davvero lo spolpamento del sangue.
È detto, la chiamo col suo nome ma la costrizione
resta, allungo le gambe ma son corte, mi riassetto,
mi trasferisco da una natica sull’altra, ma la fitta
è qui, nel mezzo; ragazzi! che cosa avrebbe dato quest’uomo
al suo paese se non fosse stato costretto a morire?
Enumero a precipizio, fingo di dormire, emergo dal lago
solo per ridere, metto in guardia l’uccello mortale,
mi riconcilio, volo all’appuntamento, ho bisogno;
mentre decado le brillano gli occhi rive spopolate dove
vado in punta di piedi, spettri che non sono altro.
Un’ora dopo, grandi sciarpe" dai tetti e per le strade,
da vero cristiano che deplora l’Italia, la Cina, il mercato,
toccando la borsa,’ non avevo nemici, mi tuffo tra i brividi
interni, ’ approvo il tipo freneticamente medio, sono fuori
pericolo, sul piano “Povero cor, che pensi?” cerco l’aria."
impedimento accecante, mordevo il cappello, non dicevo
niente: ho il naso finto, si spengono le luci, finché
scoprono che distruggevo rispettosamente un mondo;
ragazzi! invece era davvero lo spolpamento del sangue.
È detto, la chiamo col suo nome ma la costrizione
resta, allungo le gambe ma son corte, mi riassetto,
mi trasferisco da una natica sull’altra, ma la fitta
è qui, nel mezzo; ragazzi! che cosa avrebbe dato quest’uomo
al suo paese se non fosse stato costretto a morire?
Enumero a precipizio, fingo di dormire, emergo dal lago
solo per ridere, metto in guardia l’uccello mortale,
mi riconcilio, volo all’appuntamento, ho bisogno;
mentre decado le brillano gli occhi rive spopolate dove
vado in punta di piedi, spettri che non sono altro.
Un’ora dopo, grandi sciarpe" dai tetti e per le strade,
da vero cristiano che deplora l’Italia, la Cina, il mercato,
toccando la borsa,’ non avevo nemici, mi tuffo tra i brividi
interni, ’ approvo il tipo freneticamente medio, sono fuori
pericolo, sul piano “Povero cor, che pensi?” cerco l’aria."
Alfredo Giuliani
Gloria militare
Il mio unico titolo di gloria militare
è la renitenza alla leva repubblichina,
sette mesi di antinaja clandestina
sotto l’occupazione tedesca. Ma di ciò non è traccia
nel mio foglio matricolare. Sono un miles ignoto
della resistenza privata.
è la renitenza alla leva repubblichina,
sette mesi di antinaja clandestina
sotto l’occupazione tedesca. Ma di ciò non è traccia
nel mio foglio matricolare. Sono un miles ignoto
della resistenza privata.
Alfredo Giuliani
Grovigli e gocce
Grovigli e gocce.
Dolori mi lasciano
per una pena più nera.
Anche l’uomo se ne va
lasciando il peggio.
Una volta avevo tempo
perché ero svelto.
Ora che sono lento
non ho più tempo.
Quel chiarore perso,
lanterna che oscilla
sul palo impiccato,
è l’amore che dorme
nell’occhio rovesciato.
La rondine vola per fame,
l’usignolo canta
per mettere in guardia i rivali,
e tu giri, giri, rapace debolezza,
per trovare i tesori
della crudeltà amorosa.
Dolori mi lasciano
per una pena più nera.
Anche l’uomo se ne va
lasciando il peggio.
Una volta avevo tempo
perché ero svelto.
Ora che sono lento
non ho più tempo.
Quel chiarore perso,
lanterna che oscilla
sul palo impiccato,
è l’amore che dorme
nell’occhio rovesciato.
La rondine vola per fame,
l’usignolo canta
per mettere in guardia i rivali,
e tu giri, giri, rapace debolezza,
per trovare i tesori
della crudeltà amorosa.
Alfredo Giuliani
Il canto animale
ho rivisto il nostro cantante a me piaceva lo stesso i lunedì
mattina come sono
belli i lunedì io gli toglievo il fiato esplodendo le vocali
dal naso completamente
libero di labiali e dittonghi genuini insomma quando non
canta è uno spettacolo
e appena non canta più è una creatura forse soltanto le
gengive più erotiche e minerali
la nostra piccola atmosfera soffre di un accumulo di onde
disritmiche e ci perturba
più del barrito degli elefanti e poi c’è la grande lezione
silenziosa dei gatti dio
com’era bello con la ventosa della gola godere le strisce
d’aria e sputare sul sole
quanto mi piace il muso ottuso dell’amore che respira
muto tra la vegetazione nasale
mattina come sono
belli i lunedì io gli toglievo il fiato esplodendo le vocali
dal naso completamente
libero di labiali e dittonghi genuini insomma quando non
canta è uno spettacolo
e appena non canta più è una creatura forse soltanto le
gengive più erotiche e minerali
la nostra piccola atmosfera soffre di un accumulo di onde
disritmiche e ci perturba
più del barrito degli elefanti e poi c’è la grande lezione
silenziosa dei gatti dio
com’era bello con la ventosa della gola godere le strisce
d’aria e sputare sul sole
quanto mi piace il muso ottuso dell’amore che respira
muto tra la vegetazione nasale
Alfredo Giuliani
Mi piace immalinconirmi
Mi piace immalinconirmi sul materasso della pioggia
mentre il tuono trafelato s’allontana col suo fragore
membra viscere nervi s’abbandonano alla molle pantomina
un soffio salmastro lambisce le ossa che scottano
discontinue venerazioni della pigrizia
gola spellata come un logoro tappeto arido di polvere
niente più presagi la presenza è un sacco bucato
puoi perdere tutto lentamente o scaricarti di colpo
mentre il tuono trafelato s’allontana col suo fragore
membra viscere nervi s’abbandonano alla molle pantomina
un soffio salmastro lambisce le ossa che scottano
discontinue venerazioni della pigrizia
gola spellata come un logoro tappeto arido di polvere
niente più presagi la presenza è un sacco bucato
puoi perdere tutto lentamente o scaricarti di colpo
Alfredo Giuliani
Nostro Padre Ubu
Il nostro Padre Ubu ha forma di sfera
come il filosofo Humpty Dumpty
e testa di legno transmentale in forma di pera
Occhietti porcini muso di coccodrillo
insondabili palle di vecchio ferro da stirò
se ne va col suo ombrello-clistere in bicicletta
per restituire la pioggia al cielo
S’ode lontana l’ombra del vento
tutto il silenzio tace
cadono gli onori nell’abisso delle sue tasche
Il nostro Padre Ubu con scienza della vita
arrota i gas frantuma l’infinito
afferma che spendere è l’illusione di avere
e il paradiso abominevole si spappola"°
nel carcere lampante del cervello
Così svuota i giorni dentro le notti
e minaccia i nemici col suo pompamerdra"!
S’ode lontana l’ombra del vento
tutto il silenzio tace
cadono gli onori nell’abisso delle sue tasche
Il nostro Padre Ubu senza togliersi il cappotto
roteando con fracide labbra il mezzo toscano"?
fa rutti alfabetici e inculate primaverili”?
assorto visita le alte cattedrali
e si leva a contemplare le vetrate
per profumarsi d’incenso carezza in incognito le bare
tra i neri denti fruga con un candido stuzzicadenti’°
S’ode lontana l’ombra del vento
tutto il silenzio tace
cadono gli onori nell’abisso delle sue tasche
come il filosofo Humpty Dumpty
e testa di legno transmentale in forma di pera
Occhietti porcini muso di coccodrillo
insondabili palle di vecchio ferro da stirò
se ne va col suo ombrello-clistere in bicicletta
per restituire la pioggia al cielo
S’ode lontana l’ombra del vento
tutto il silenzio tace
cadono gli onori nell’abisso delle sue tasche
Il nostro Padre Ubu con scienza della vita
arrota i gas frantuma l’infinito
afferma che spendere è l’illusione di avere
e il paradiso abominevole si spappola"°
nel carcere lampante del cervello
Così svuota i giorni dentro le notti
e minaccia i nemici col suo pompamerdra"!
S’ode lontana l’ombra del vento
tutto il silenzio tace
cadono gli onori nell’abisso delle sue tasche
Il nostro Padre Ubu senza togliersi il cappotto
roteando con fracide labbra il mezzo toscano"?
fa rutti alfabetici e inculate primaverili”?
assorto visita le alte cattedrali
e si leva a contemplare le vetrate
per profumarsi d’incenso carezza in incognito le bare
tra i neri denti fruga con un candido stuzzicadenti’°
S’ode lontana l’ombra del vento
tutto il silenzio tace
cadono gli onori nell’abisso delle sue tasche
Alfredo Giuliani
Predilezioni (I, II)
I
Accordo è la passione della mia ignoranza,
questo mondo lambito dai canili? sesso d’un sogno,
veramente s’umilia in periferie ricciute e rosa,
puerilmente si macchia per capire l’ospitalità.
L’anno licantropo ha dodici lune soltanto. La mia viltà
per la bellezza è incredibile, ho bisogno dell’ansia.
Perché fortuna e danno rapiscono la fiamma e
nella grigia ossea dignità’ non c’è che eleganza.
II
Non c’è rimedio al disordine d’aprile,
scossa di paradiso dei cieli che spurgano
e rovesciano’ l’inverno nei fossi, dei venti
che s’irradiano asciutti di colpo.
Non c’è rimedio a quei nostri disguidi,"
al lezzo delle rose, notturne per la mente
e per l’aria gelose. Amore sempre fiorisce
prima del conoscere, in un buio tremore.
E il rammarico non apre questa porta chiusa,
fa misera la lotta, tradisce solitudine.
L’odore disfatto in scirocco"? soffoca le sere;
e non c’è onore, né calma, né tregua.
Accordo è la passione della mia ignoranza,
questo mondo lambito dai canili? sesso d’un sogno,
veramente s’umilia in periferie ricciute e rosa,
puerilmente si macchia per capire l’ospitalità.
L’anno licantropo ha dodici lune soltanto. La mia viltà
per la bellezza è incredibile, ho bisogno dell’ansia.
Perché fortuna e danno rapiscono la fiamma e
nella grigia ossea dignità’ non c’è che eleganza.
II
Non c’è rimedio al disordine d’aprile,
scossa di paradiso dei cieli che spurgano
e rovesciano’ l’inverno nei fossi, dei venti
che s’irradiano asciutti di colpo.
Non c’è rimedio a quei nostri disguidi,"
al lezzo delle rose, notturne per la mente
e per l’aria gelose. Amore sempre fiorisce
prima del conoscere, in un buio tremore.
E il rammarico non apre questa porta chiusa,
fa misera la lotta, tradisce solitudine.
L’odore disfatto in scirocco"? soffoca le sere;
e non c’è onore, né calma, né tregua.
Alfredo Giuliani
Quegli uccelli
Quegli uccelli potevano essere i rigogoli
e quei vortici di calma sopra le spalliere
muschiose gli sbuffi di canfora e menta
alzavi le orecchie di fiori carezzavi
il vellutello di là dal riparo la strada
roca di vento lo sguardo cercava le effigi
pungenti sentivi l’odore marcio l’estate
caduta supina cominciava a decomporsi
c’era urn’aria di spossata incertezza
alborava un rosso scempio di gallina
e quei vortici di calma sopra le spalliere
muschiose gli sbuffi di canfora e menta
alzavi le orecchie di fiori carezzavi
il vellutello di là dal riparo la strada
roca di vento lo sguardo cercava le effigi
pungenti sentivi l’odore marcio l’estate
caduta supina cominciava a decomporsi
c’era urn’aria di spossata incertezza
alborava un rosso scempio di gallina
Amelia Rosselli
C’è come un dolore nella stanza...
C’è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.
C’è come un rosso nell’albero, ma è
l’arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch’essi pesano.
Come nulla posso sapere della tua fame
precise nel volere
sono le stilizzate fontane
può ben situarsi un rovescio d’un destino
di uomini separati per obliquo rumore.
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.
C’è come un rosso nell’albero, ma è
l’arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch’essi pesano.
Come nulla posso sapere della tua fame
precise nel volere
sono le stilizzate fontane
può ben situarsi un rovescio d’un destino
di uomini separati per obliquo rumore.
Amelia Rosselli
Di sollievo in sollievo...
Di sollievo in sollievo, le strisce bianche le carte bianche
un sollievo, di passaggio in passaggio una bicicletta nuova
con la candeggina che spruzza il cimitero.
Di sollievo in sollievo con la giacca bianca che sporge marroncino
sull’abisso, credenza tatuaggi e telefoni in fila, mentre
aspettando l’onorevole Rivulini mi sbottonavo. Di casa in casa
telegrafo, una bicicletta in più per favore se potete in qualche
modo spingere. Di sollievo in sollievo spingete la mia bicicletta
gialla, il mio fumare transitivi. Di sollievo in sollievo tutte
le carte sparse per terra o sul tavolo, liscie per credere
che il futuro m’aspetta.
Che m’aspetti il futuro! che m’aspetti che m’aspetti il futuro
biblico nella sua grandezza, una sorte contorta non l’ho trovata
facendo il giro delle macellerie.
un sollievo, di passaggio in passaggio una bicicletta nuova
con la candeggina che spruzza il cimitero.
Di sollievo in sollievo con la giacca bianca che sporge marroncino
sull’abisso, credenza tatuaggi e telefoni in fila, mentre
aspettando l’onorevole Rivulini mi sbottonavo. Di casa in casa
telegrafo, una bicicletta in più per favore se potete in qualche
modo spingere. Di sollievo in sollievo spingete la mia bicicletta
gialla, il mio fumare transitivi. Di sollievo in sollievo tutte
le carte sparse per terra o sul tavolo, liscie per credere
che il futuro m’aspetta.
Che m’aspetti il futuro! che m’aspetti che m’aspetti il futuro
biblico nella sua grandezza, una sorte contorta non l’ho trovata
facendo il giro delle macellerie.
Amelia Rosselli
E cosa voleva quella polla dai miei sensi se non
e cosa voleva quella folla dai miei sensi se non
l’arsa mia disfatta, o io che chiedevo
giocare con gli dei e brancolavo
come una povera mignotta su e giù
l’oscuro corridoio—oh! lavatemi gli piedi, scostate
le feroci accuse dal mio
reclino capo, reclinate
le vostre accuse e scombinate ogni
mia viltà!: non volei io rompere il delicato strato di ghiaccio
non volei rompere la battaglia crescente, no, giuro, non volei
irrompere fra le vostre risa
irrisorie!—ma la grandine ha altro scopo che
di servire e l’orientale umido vento della
sera ben si guarda dal portar
guardia ai miei
disincantati singhiozzi da leone: non più io correrò
dietro ogni passaggio di bellezza, —la bellezza è vinta, mai più
smorzerò all’attenti quel fuoco che ora balugina come
un vecchio tronco
del cui cavo le rondinelle fanno deriso nido, gioco d’infanzia,
incalcolante miseria, incalcolante miseria di simpatia.
From DOCUMENTO
l’arsa mia disfatta, o io che chiedevo
giocare con gli dei e brancolavo
come una povera mignotta su e giù
l’oscuro corridoio—oh! lavatemi gli piedi, scostate
le feroci accuse dal mio
reclino capo, reclinate
le vostre accuse e scombinate ogni
mia viltà!: non volei io rompere il delicato strato di ghiaccio
non volei rompere la battaglia crescente, no, giuro, non volei
irrompere fra le vostre risa
irrisorie!—ma la grandine ha altro scopo che
di servire e l’orientale umido vento della
sera ben si guarda dal portar
guardia ai miei
disincantati singhiozzi da leone: non più io correrò
dietro ogni passaggio di bellezza, —la bellezza è vinta, mai più
smorzerò all’attenti quel fuoco che ora balugina come
un vecchio tronco
del cui cavo le rondinelle fanno deriso nido, gioco d’infanzia,
incalcolante miseria, incalcolante miseria di simpatia.
From DOCUMENTO
Amelia Rosselli
I fiori vengono in dono e poi si dilatano
I fiori vengono in dono e poi si dilatano
una sorveglianza acuta li silenzia
non stancarsi mai dei doni.
Il mondo è un dente strappato
non chiedetemi perché
io oggi abbia tanti anni
la pioggia è sterile.
Puntando ai semi distrutti
eri l’unione appassita che cercavo
rubare il cuore d’un altro per poi servirsene.
La speranza è un danno forse definitivo
le monete risuonano crude nel marmo
della mano.
Convincevo il mostro ad appartarsi
nelle stanze pulite d’un albergo immaginario
v’erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.
Mi truccai a prete della poesia
ma ero morta alla vita
le viscere che si perdono
in un tafferuglio
ne muori spazzato via dalla scienza.
Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.
una sorveglianza acuta li silenzia
non stancarsi mai dei doni.
Il mondo è un dente strappato
non chiedetemi perché
io oggi abbia tanti anni
la pioggia è sterile.
Puntando ai semi distrutti
eri l’unione appassita che cercavo
rubare il cuore d’un altro per poi servirsene.
La speranza è un danno forse definitivo
le monete risuonano crude nel marmo
della mano.
Convincevo il mostro ad appartarsi
nelle stanze pulite d’un albergo immaginario
v’erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.
Mi truccai a prete della poesia
ma ero morta alla vita
le viscere che si perdono
in un tafferuglio
ne muori spazzato via dalla scienza.
Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.
Amelia Rosselli
Roberto, chiama la mamma, trastullantesi nel canapè
Roberto, chiama la mamma, trastullantesi nel canapè
bianco. Io no so
quale vuole Iddio da me, serii
intenti strappanti eternità, o il franco riso
del pupazzo appeso alla
ringhiera, ringhiera sì, ringhiera no, oh
posponi la tua convinta orazione per
un babelare commosso; car? le foglie secche e gialle rapiscono
il vento che le batte. Nera visione albero che tendi
a quel supremo potere (podere) ch’infatti io
ritengo sbianchi invece la terra sotto ai piedi, tu sei
la mia amante se il cielo s’oscura, e il brivido
è tuo, nell’eterna foresta. Città vuota, città piena, città
che blandisci i dolori per
lo più fantastici dei sensi, ti siedi
accaldata dopo il tuo pasto di me, trastullo al vento spianato
dalle coste non oso più
affrontare, temo la rossa onda
del vero vivere, e le piante che ti dicono addio. Rompi-
collo accavalco i tuoi ponti, e che essi siano
la mia
natura.
Non so più
chi va e chi viene, lascia
il delirio trasformarti in incosciente
tavolo da gioco, e le ginestre (finestre) affacciarsi
spalmando il tuo sole per le riverberate vetra.
bianco. Io no so
quale vuole Iddio da me, serii
intenti strappanti eternità, o il franco riso
del pupazzo appeso alla
ringhiera, ringhiera sì, ringhiera no, oh
posponi la tua convinta orazione per
un babelare commosso; car? le foglie secche e gialle rapiscono
il vento che le batte. Nera visione albero che tendi
a quel supremo potere (podere) ch’infatti io
ritengo sbianchi invece la terra sotto ai piedi, tu sei
la mia amante se il cielo s’oscura, e il brivido
è tuo, nell’eterna foresta. Città vuota, città piena, città
che blandisci i dolori per
lo più fantastici dei sensi, ti siedi
accaldata dopo il tuo pasto di me, trastullo al vento spianato
dalle coste non oso più
affrontare, temo la rossa onda
del vero vivere, e le piante che ti dicono addio. Rompi-
collo accavalco i tuoi ponti, e che essi siano
la mia
natura.
Non so più
chi va e chi viene, lascia
il delirio trasformarti in incosciente
tavolo da gioco, e le ginestre (finestre) affacciarsi
spalmando il tuo sole per le riverberate vetra.
Amelia Rosselli
Tutto il mondo è vedovo...
Tutto il mondo è vedovo se è vero che tu cammini ancora
tutto il mondo è vedovo se è vero! Tutto il mondo
è vero se è vero che tu cammini ancora, tutto il
mondo è vedovo se tu non muori! Tutto il mondo
è mio se è vero che tu non sei vivo ma solo
una lanterna per i miei occhi obliqui. Cieca rimasi
dalla tua nascita e l’importanza del nuovo giorno
non è che notte per la tua distanza. Cieca sono
chè tu cammini ancora! cieca sono che tu cammini
e il mondo è vedovo e il mondo è cieco se tu cammini
ancora aggrappato ai miei occhi celestiali.
tutto il mondo è vedovo se è vero! Tutto il mondo
è vero se è vero che tu cammini ancora, tutto il
mondo è vedovo se tu non muori! Tutto il mondo
è mio se è vero che tu non sei vivo ma solo
una lanterna per i miei occhi obliqui. Cieca rimasi
dalla tua nascita e l’importanza del nuovo giorno
non è che notte per la tua distanza. Cieca sono
chè tu cammini ancora! cieca sono che tu cammini
e il mondo è vedovo e il mondo è cieco se tu cammini
ancora aggrappato ai miei occhi celestiali.
Andrea Zanzotto
Colloquio
Per il deluso autunno,
per gli scolorenti
boschi vado apparendo, per la calma
profusa, lungi dal lavoro
e dal sudato male.
Teneramente
sento la dalia e il crisantemo
fruttificanti ovunque sulle spalle
del muschio, sul palpito sommerso
d’acque deboli e dolci.
Improbabile esistere di ora
in ora allinea me e le siepi
all’ultimo tremore
della diletta luna,
vocali foglie emana
l’intimo lume della valle. E tu
in un marzo perpetuo le campane
dei Vesperi, la meraviglia
delle gemme e dei selvosi uccelli
e del languore, nel ripido muro
nella strofe scalfita ansimando m’accenni;
nel muro aperto da piogge e da vermi
il fortunato marzo
mi spieghi tu con umili
lontanissimi errori, a me nel vivo
d’ottobre altrimenti annientato
ad altri affanni attento.
Sola sarai, calce sfinita e segno,
sola sarai fin che duri il letargo
o s’ecciti la vita.
Io come un fiore appassito
guardo tutte queste meraviglie
E marzo quasi verde quasi
meriggio acceso di domenica
marzo senza misteri
inebetì nel muro.
per gli scolorenti
boschi vado apparendo, per la calma
profusa, lungi dal lavoro
e dal sudato male.
Teneramente
sento la dalia e il crisantemo
fruttificanti ovunque sulle spalle
del muschio, sul palpito sommerso
d’acque deboli e dolci.
Improbabile esistere di ora
in ora allinea me e le siepi
all’ultimo tremore
della diletta luna,
vocali foglie emana
l’intimo lume della valle. E tu
in un marzo perpetuo le campane
dei Vesperi, la meraviglia
delle gemme e dei selvosi uccelli
e del languore, nel ripido muro
nella strofe scalfita ansimando m’accenni;
nel muro aperto da piogge e da vermi
il fortunato marzo
mi spieghi tu con umili
lontanissimi errori, a me nel vivo
d’ottobre altrimenti annientato
ad altri affanni attento.
Sola sarai, calce sfinita e segno,
sola sarai fin che duri il letargo
o s’ecciti la vita.
Io come un fiore appassito
guardo tutte queste meraviglie
E marzo quasi verde quasi
meriggio acceso di domenica
marzo senza misteri
inebetì nel muro.
Andrea Zanzotto
Così siamo
Dicevano, a Padova, «anch’io»
gli amici «l’ho conosciuto».
E c’era il romorio d’un’acqua sporca
prossima, e d’una sporca fabbrica:
stupende nel silenzio.
Perché era notte. «Anch’io
l’ho conosciuto.»
Vitalmente ho pensato
a te che ora
non sei né soggetto né oggetto
né lingua usuale né gergo
né quiete né movimento
neppure il né che negava
e che per quanto s’affondino
gli occhi miei dentro la sua cruna
mai ti nega abbastanza.
E così sia: ma io
credo con altrettanta
forza in tutto il mio nulla,
perciò non ti ho perduto
o, più ti perdo e più ti perdi,
più mi sei simile, più m’avvicini.
gli amici «l’ho conosciuto».
E c’era il romorio d’un’acqua sporca
prossima, e d’una sporca fabbrica:
stupende nel silenzio.
Perché era notte. «Anch’io
l’ho conosciuto.»
Vitalmente ho pensato
a te che ora
non sei né soggetto né oggetto
né lingua usuale né gergo
né quiete né movimento
neppure il né che negava
e che per quanto s’affondino
gli occhi miei dentro la sua cruna
mai ti nega abbastanza.
E così sia: ma io
credo con altrettanta
forza in tutto il mio nulla,
perciò non ti ho perduto
o, più ti perdo e più ti perdi,
più mi sei simile, più m’avvicini.
Andrea Zanzotto
L’elegia in petèl
Dolce andare elegiando come va in elegia l’autunno,
raccogliersi per bene accogliere in oro radure,
computare il cumulo il sedimento delle catture
anche se da tanto prèdico e predico il mio digiuno.
E qui sto dalla parte del connesso anche se non godo
di alcun sodo o sistema:
il non svischiato, i quasi, dietro:
vengo buttato a ridosso di un formicolio
di dèi, di un brulichio di sacertà.
Là origini – Mai c’è stata origine.
Ma perché allora in finezza e albore tu situi
la non scrivibile e inevitata elegia in petèl?
«Mama e nona te dà ate e cuco e pepi e memela.
Bono ti, ca, co nona. Béi bumba bona. È fet foa e upi.»
Nessuno si è qui soffermato – Anzi moltissimi.
Ma ogni presenza è così sua di sé
e questo spazio così oltrato oltrato... (che)
appare anche lo spezzamento saltano le ossa arrotate:
ma non c’è il latte petèl, qui, non il patibolo,
mi ripeto, qui no; mai stata origine mai disiezione.
Non spezzo nulla se non spezzato ma sùbito riattato,
spezzo pochissimo e do imputazione – incollocabili –
a mimesi ironia pietà;
qui terrore: ma ridotto alla sua più modica modalità.
Per quel tic-sì riattato, così verbo-Verbo,
faccio ponte e pontefice minimo su
me e altre minime faglie.
L’assenza degli dèi, sta scritto, ricamato, ci aiuterà
– non ci aiuterà –
tanto l’assenza non è assenza gli dèi non dèi
l’aiuto non è aiuto. E il silenzio sconoscente
pronto a tutto,
questo oltrato questo oltraggio, sempre, ugualmente
(poco riferibile) (restio ai riferimenti)
(anzi il restio, nella sua prontezza):
e il silenzio-spazio, provocatorio, eccolo in diffrazione,
si incupidisce frulla di storie storielle, vignette
di cui si stipa quel malnato splendore, mai nato,
trovate pitturanti, paroline-acce a fette e bocconi, pupi,
barzellette freddissime fischi negli orecchi
(vitamina A dosi alte per trattarli
ma non se sono somatismi di base psichica),
e lei silenzio-spazio
e lei allarga le gambe e mostra tutto;
vedo il tesissimo e libertino splendore
e il fascino e il risolino e il fatto brutto
e correre la polizia e – nel vacuum nell’inane
ma raggiante – il desiderio di denaro fresco si fa più ardente
di dominio fresco di ideologia fresca;
anzi vedo a braccetto Hölderlin e Tallémant des Réaux
sovrimpressionesovrimpressiono
ma pure
ma alla svelta
ma tutto fa brodo
(cerchiamo, bambini, di essere buoni
nel buon calore, le tue brune tettine,
il pretestuarsi per ogni movimento
in ogni momento,
calore non mai tardo nel capire
come credono «certe persone»
anzi astuto come uno di voi
quando imbroglia grilli erbe genitori,
sappiate scrivere ma non leggere, non importa,
iscrivetevi a, per, pretestuarvi all’istante)
ma: non è vero che tutto fa brodo,
ma: e rinascono i ma: ma
Scardanelli faccia la pagina per Tallémant des Réaux,
Scardanelli sia compilato con passi dell’Histoire d’O
Ta bon ciatu? Ada ciòl e una e tée e mana papa.
Te bata cheto, te bata: e po mama e nana.
«Una volta ho interrogato la Musa»
raccogliersi per bene accogliere in oro radure,
computare il cumulo il sedimento delle catture
anche se da tanto prèdico e predico il mio digiuno.
E qui sto dalla parte del connesso anche se non godo
di alcun sodo o sistema:
il non svischiato, i quasi, dietro:
vengo buttato a ridosso di un formicolio
di dèi, di un brulichio di sacertà.
Là origini – Mai c’è stata origine.
Ma perché allora in finezza e albore tu situi
la non scrivibile e inevitata elegia in petèl?
«Mama e nona te dà ate e cuco e pepi e memela.
Bono ti, ca, co nona. Béi bumba bona. È fet foa e upi.»
Nessuno si è qui soffermato – Anzi moltissimi.
Ma ogni presenza è così sua di sé
e questo spazio così oltrato oltrato... (che)
appare anche lo spezzamento saltano le ossa arrotate:
ma non c’è il latte petèl, qui, non il patibolo,
mi ripeto, qui no; mai stata origine mai disiezione.
Non spezzo nulla se non spezzato ma sùbito riattato,
spezzo pochissimo e do imputazione – incollocabili –
a mimesi ironia pietà;
qui terrore: ma ridotto alla sua più modica modalità.
Per quel tic-sì riattato, così verbo-Verbo,
faccio ponte e pontefice minimo su
me e altre minime faglie.
L’assenza degli dèi, sta scritto, ricamato, ci aiuterà
– non ci aiuterà –
tanto l’assenza non è assenza gli dèi non dèi
l’aiuto non è aiuto. E il silenzio sconoscente
pronto a tutto,
questo oltrato questo oltraggio, sempre, ugualmente
(poco riferibile) (restio ai riferimenti)
(anzi il restio, nella sua prontezza):
e il silenzio-spazio, provocatorio, eccolo in diffrazione,
si incupidisce frulla di storie storielle, vignette
di cui si stipa quel malnato splendore, mai nato,
trovate pitturanti, paroline-acce a fette e bocconi, pupi,
barzellette freddissime fischi negli orecchi
(vitamina A dosi alte per trattarli
ma non se sono somatismi di base psichica),
e lei silenzio-spazio
e lei allarga le gambe e mostra tutto;
vedo il tesissimo e libertino splendore
e il fascino e il risolino e il fatto brutto
e correre la polizia e – nel vacuum nell’inane
ma raggiante – il desiderio di denaro fresco si fa più ardente
di dominio fresco di ideologia fresca;
anzi vedo a braccetto Hölderlin e Tallémant des Réaux
sovrimpressionesovrimpressiono
ma pure
ma alla svelta
ma tutto fa brodo
(cerchiamo, bambini, di essere buoni
nel buon calore, le tue brune tettine,
il pretestuarsi per ogni movimento
in ogni momento,
calore non mai tardo nel capire
come credono «certe persone»
anzi astuto come uno di voi
quando imbroglia grilli erbe genitori,
sappiate scrivere ma non leggere, non importa,
iscrivetevi a, per, pretestuarvi all’istante)
ma: non è vero che tutto fa brodo,
ma: e rinascono i ma: ma
Scardanelli faccia la pagina per Tallémant des Réaux,
Scardanelli sia compilato con passi dell’Histoire d’O
Ta bon ciatu? Ada ciòl e una e tée e mana papa.
Te bata cheto, te bata: e po mama e nana.
«Una volta ho interrogato la Musa»
Andrea Zanzotto
L’un l’altro guarda e del suo corpo essangue
1 - L’un l’altro guarda e del suo corpo essangue
sul pomo della spada appoggia il peso.
Ansimare nel nero dell’alba.
Salire su ansimare sulla soglia sul gradino
(a/irrigidimenti di posizioni – confronti di volontà
c/mobilitazioni dimostrative
e/atti di violenza vessatori
n/spettacolare dimostrazione di forze)
2 - E il torturatore e il tentatore
(apre una porticina, dissimula)
3 - Il paesaggio ha tutto confessato, essudato,
il paesaggio è in confessione, in sudore.
Il crimine. Il crimine.
Là mi ero liberato da ogni sognoè un sogno,
Là facevo marcire l’attenzione: attenti.
Sottolineato col rosso encausto imperiale:
ammissioni sogni segni.
Oh. O.
Vi si trascinano frammenti di prospezioni di pugne
di furberie d’imbrogli. Neanche
Mettere al paragone e poi sciupare cavar via questo strato
col suo inquisirsi coi suoi scarsi imparamenti.
4 - E il tentatore riapre la porta
e il torturatore rilegge ciò che che
che aveva fatto rossamente essudare fuori.
Idee tropi nomi e niente.
Un paesaggio-traino di fiori, di grida. Colpisci
trafiggi dunque.
Diecimila frammenti d’acciaio irraggiati intorno.
5 - E tu cereus in vitium flecti cereo nel cedere,
per te anche la fedeltà è solo un modo dell’acedia;
e tu in semiluce con Armida ed Alcina,
bouches ventres reins fouillés tra i fogliami.
Miraggi incalzati, troppo avanti, oltrati.
6 - E un «Mirage» un «Phantom» un «Vie» un «Vite». Ultrasonici
Segnalazioni nel fondo dell’occhio.
Ricognizioni del fundus oculi del fundus coelorum.
Soffioni soffiati pappi tutti questi lanci di paracadute,
falchi e colombe
farfalle e vespe sull’attraente sullo spolpabile.
7 - In ultima analisiin prima sintesi
tutto sottratto o sommatoprima di ogni somma
addendi che là su addentellandi
parole piene con colla di parole vuote
presto troppo presto per far cenno ai linguaggi o ad altro
prosa forma paesaggio. Napalm dietro il paesaggio.
8 - Arrestarsi sulla soglia del santuario centrale.
9 - Un tentativo un traffico di divise all’orlo a fianco,
dogane imbrogliate, si dice.
Confusamente m’avvicino (al tastare).
10 - O mio paesaggio perché mi hai... paesaggio-aggio (spezie
[rare)?
Ho paesaggito molto.
Chi mi parla di libri carte e arte mi atterrisce
(di donne, di storia-e, di paesaggi).
Chi mi parla mi uccide.
Mi è mancato così poco per vivere
Così poco per sfuggire alla vita.
11 - Il torturatore il dongiovanni il cereo-ceroso
lo spaventapasseri in fumo di film.
12 - z/Spasm or insensate war
13 - Non dimenticare il campo, l’intrinsechezza
che corre tra disparato e disparato,
la fine filialità paternità di questi ricami-richiami.
14 - «La mia paga, la mia paga!»
sul pomo della spada appoggia il peso.
Ansimare nel nero dell’alba.
Salire su ansimare sulla soglia sul gradino
(a/irrigidimenti di posizioni – confronti di volontà
c/mobilitazioni dimostrative
e/atti di violenza vessatori
n/spettacolare dimostrazione di forze)
2 - E il torturatore e il tentatore
(apre una porticina, dissimula)
3 - Il paesaggio ha tutto confessato, essudato,
il paesaggio è in confessione, in sudore.
Il crimine. Il crimine.
Là mi ero liberato da ogni sognoè un sogno,
Là facevo marcire l’attenzione: attenti.
Sottolineato col rosso encausto imperiale:
ammissioni sogni segni.
Oh. O.
Vi si trascinano frammenti di prospezioni di pugne
di furberie d’imbrogli. Neanche
Mettere al paragone e poi sciupare cavar via questo strato
col suo inquisirsi coi suoi scarsi imparamenti.
4 - E il tentatore riapre la porta
e il torturatore rilegge ciò che che
che aveva fatto rossamente essudare fuori.
Idee tropi nomi e niente.
Un paesaggio-traino di fiori, di grida. Colpisci
trafiggi dunque.
Diecimila frammenti d’acciaio irraggiati intorno.
5 - E tu cereus in vitium flecti cereo nel cedere,
per te anche la fedeltà è solo un modo dell’acedia;
e tu in semiluce con Armida ed Alcina,
bouches ventres reins fouillés tra i fogliami.
Miraggi incalzati, troppo avanti, oltrati.
6 - E un «Mirage» un «Phantom» un «Vie» un «Vite». Ultrasonici
Segnalazioni nel fondo dell’occhio.
Ricognizioni del fundus oculi del fundus coelorum.
Soffioni soffiati pappi tutti questi lanci di paracadute,
falchi e colombe
farfalle e vespe sull’attraente sullo spolpabile.
7 - In ultima analisiin prima sintesi
tutto sottratto o sommatoprima di ogni somma
addendi che là su addentellandi
parole piene con colla di parole vuote
presto troppo presto per far cenno ai linguaggi o ad altro
prosa forma paesaggio. Napalm dietro il paesaggio.
8 - Arrestarsi sulla soglia del santuario centrale.
9 - Un tentativo un traffico di divise all’orlo a fianco,
dogane imbrogliate, si dice.
Confusamente m’avvicino (al tastare).
10 - O mio paesaggio perché mi hai... paesaggio-aggio (spezie
[rare)?
Ho paesaggito molto.
Chi mi parla di libri carte e arte mi atterrisce
(di donne, di storia-e, di paesaggi).
Chi mi parla mi uccide.
Mi è mancato così poco per vivere
Così poco per sfuggire alla vita.
11 - Il torturatore il dongiovanni il cereo-ceroso
lo spaventapasseri in fumo di film.
12 - z/Spasm or insensate war
13 - Non dimenticare il campo, l’intrinsechezza
che corre tra disparato e disparato,
la fine filialità paternità di questi ricami-richiami.
14 - «La mia paga, la mia paga!»
Andrea Zanzotto
La maestra Morchet vive?
In una seghettata, oscillante incertezza
di prenovembre, un luccichio
come lancia venne, come dall’occhio di una casupola?
La maestra Morchet forse
ci fa segnali con lo specchio?
Aggirandosi nei guadi
della nonagesima età
o forse in gradi più in là?
Dà lei segnali senza saperlo
come una madrenatura ormai
perché è il distillato più ebrio
di tutte le pulsioni prospettive
di queste bellerive?
O liofilizzazioni di miliardi
di sguardi e sospiri in sabbie ed
aure tutto ciò che fu,
cipria attivissima in cui
Essa — la sua — la nostra storia
ridiventata crisalide instabile
è più prossima a multivocali
alterità?
In paesi posati come farfalle
che ai già esistenti s’inalano e ne riesalano?
Ad essi allude, Maestra, ci risveglia
come a un dovere, ma da dove?
Ed esiste davvero
questo punto X del magistero?
Chi davvero saprà darcene informazione,
introducendoci, in marcia, grazie a Lei
in un’Ipperstoria più che per umani per dèi
che d’ogni storia è l’ultima passione?
Medusa
in un freddo luglio
Ma ieri, mentre un poco
di sole, in meteogioco
scintillò su nell’alto,
qualcuno ricordò:
«Domani si fa la festa
è il 14/7»
e la tua voce estrania
d’improvviso intonò:
«Allons enfants de la patrie»;
cantammo insieme a te
e più versi che 1 nostri
la tua vivida gola partì.
Allons enfants — affrettati o vittoria
su un carro d’astrociti e di neuroni,
rifiorisci memoria
su tutte le tue dannazioni.
hanno accarezzato”, “mani di preti di zie di ortolani”, “mano del compa-
99 e
gno di scuola”, “mani di Berta asciugate dal vento se appendeva il buca-
9” 66
””
ce
Da IL PRATO VERDE
di prenovembre, un luccichio
come lancia venne, come dall’occhio di una casupola?
La maestra Morchet forse
ci fa segnali con lo specchio?
Aggirandosi nei guadi
della nonagesima età
o forse in gradi più in là?
Dà lei segnali senza saperlo
come una madrenatura ormai
perché è il distillato più ebrio
di tutte le pulsioni prospettive
di queste bellerive?
O liofilizzazioni di miliardi
di sguardi e sospiri in sabbie ed
aure tutto ciò che fu,
cipria attivissima in cui
Essa — la sua — la nostra storia
ridiventata crisalide instabile
è più prossima a multivocali
alterità?
In paesi posati come farfalle
che ai già esistenti s’inalano e ne riesalano?
Ad essi allude, Maestra, ci risveglia
come a un dovere, ma da dove?
Ed esiste davvero
questo punto X del magistero?
Chi davvero saprà darcene informazione,
introducendoci, in marcia, grazie a Lei
in un’Ipperstoria più che per umani per dèi
che d’ogni storia è l’ultima passione?
Medusa
in un freddo luglio
Ma ieri, mentre un poco
di sole, in meteogioco
scintillò su nell’alto,
qualcuno ricordò:
«Domani si fa la festa
è il 14/7»
e la tua voce estrania
d’improvviso intonò:
«Allons enfants de la patrie»;
cantammo insieme a te
e più versi che 1 nostri
la tua vivida gola partì.
Allons enfants — affrettati o vittoria
su un carro d’astrociti e di neuroni,
rifiorisci memoria
su tutte le tue dannazioni.
hanno accarezzato”, “mani di preti di zie di ortolani”, “mano del compa-
99 e
gno di scuola”, “mani di Berta asciugate dal vento se appendeva il buca-
9” 66
””
ce
Da IL PRATO VERDE
Andrea Zanzotto
Non si sa quanto verde
Non si sa quanto verde
sia sepolto sotto questo verde
né quanta pioggia sotto questa pioggia
molti sono gli infiniti
che qui convergono
che di qui s’allontanano
dimentichi, intontiti
Questo è il relitto
Non-si-sa
relitto piovoso
di tale
il verde in cui sta reticendo
l’estremo del verde
Forse non-si-sa per un
sordo movimento di luce si
distilla in un suono effimero, e sa
Forse si lascia sfiorare, si sporge,
congiunge
membra a membra, ritorce
sia sepolto sotto questo verde
né quanta pioggia sotto questa pioggia
molti sono gli infiniti
che qui convergono
che di qui s’allontanano
dimentichi, intontiti
Questo è il relitto
Non-si-sa
relitto piovoso
di tale
il verde in cui sta reticendo
l’estremo del verde
Forse non-si-sa per un
sordo movimento di luce si
distilla in un suono effimero, e sa
Forse si lascia sfiorare, si sporge,
congiunge
membra a membra, ritorce
Andrea Zanzotto
Oltranza oltraggio
Salti saltabecchi friggendo puro-pura
nel vuoto spinto outré?
ti fai più in là
intangibile—tutto sommato—
tutto sommato
tutto
sei più in là
ti vedo nel fondo della mia serachiusascura
ti identifico tra i non i sic i sigh
fi disidentifico
solo no solo sì solo
piena di punte immite frigida
ti fai più in là
e sprofondi e strafai in te sempre più in te
fotti il campo
decedi verso
nel tuo sprofondi
brilli feroce inconsutile nonnulla
l’esplodente l’eclatante e non si sente
nulla non si sente
sei saltata più in là
no
ricca saltabeccante
là
nel vuoto spinto outré?
ti fai più in là
intangibile—tutto sommato—
tutto sommato
tutto
sei più in là
ti vedo nel fondo della mia serachiusascura
ti identifico tra i non i sic i sigh
fi disidentifico
solo no solo sì solo
piena di punte immite frigida
ti fai più in là
e sprofondi e strafai in te sempre più in te
fotti il campo
decedi verso
nel tuo sprofondi
brilli feroce inconsutile nonnulla
l’esplodente l’eclatante e non si sente
nulla non si sente
sei saltata più in là
no
ricca saltabeccante
là
Andrea Zanzotto
Orizzonti
Stanco di non allinearmi
verso l’orizzontalità — e con odio
dell’irrequietezza dei colli,
stanco forse di avervi insultati
accettando che diveniste fantasmi,
o genitori:
che pressoché dissonate, che state fuori
da ogni contaminazione o sospetto
o lecca-lecca di tempo,
fuori dagli effetti speciali
e dai metabolismi erratici
del Tutto. Non avete bisogno
del mio sostegno, del mio
ricordo.
Non esiste bisogno né critica del bisogno.
Siamo, anche se io stento, fatti di orizzonte,
disadattati a questo tipo di mondo.
Ma in linea di massima convinti
(costituendo chissà quale frase)
di essere,
di meritarci di essere, un bell’essere,
di avere in pugno, chissà come,
ogni carenza e rastrematura
infida e terrificante
dell’essere.
verso l’orizzontalità — e con odio
dell’irrequietezza dei colli,
stanco forse di avervi insultati
accettando che diveniste fantasmi,
o genitori:
che pressoché dissonate, che state fuori
da ogni contaminazione o sospetto
o lecca-lecca di tempo,
fuori dagli effetti speciali
e dai metabolismi erratici
del Tutto. Non avete bisogno
del mio sostegno, del mio
ricordo.
Non esiste bisogno né critica del bisogno.
Siamo, anche se io stento, fatti di orizzonte,
disadattati a questo tipo di mondo.
Ma in linea di massima convinti
(costituendo chissà quale frase)
di essere,
di meritarci di essere, un bell’essere,
di avere in pugno, chissà come,
ogni carenza e rastrematura
infida e terrificante
dell’essere.