Poesie di questo tema
Emozioni e sentimenti
Arturo Onofri
Oggi è sull’anima mia...
Oggi è sull’anima mia come un velo di polvere
sopra un mobile antico... Quanto m’è dolce e triste
passar solo in un luogo dove altre volte ho visto,
pensoso, a capo chino, la mia ombra confondersi
ad un’ombra femminile!... Io amo, dunque, io amo
ancora le donne che amai e di cui m’annoiai?
Oh, no: il mio cuore è come un albero ed ogni ramo
è un ricordo soave d’un giorno che non fu mai:
il ricordo d’un sogno che mi cullò piangente
o che filò il mio cielo come una stella cadente.
Ore, stagioni, secoli, ditemi voi quant’anni
ho io, dunque, vissuto nei miei ventidu’anni!
sopra un mobile antico... Quanto m’è dolce e triste
passar solo in un luogo dove altre volte ho visto,
pensoso, a capo chino, la mia ombra confondersi
ad un’ombra femminile!... Io amo, dunque, io amo
ancora le donne che amai e di cui m’annoiai?
Oh, no: il mio cuore è come un albero ed ogni ramo
è un ricordo soave d’un giorno che non fu mai:
il ricordo d’un sogno che mi cullò piangente
o che filò il mio cielo come una stella cadente.
Ore, stagioni, secoli, ditemi voi quant’anni
ho io, dunque, vissuto nei miei ventidu’anni!
Arturo Onofri
Sei nell’assopimento di corolle
Sei nell’assopimento di corolle
tenere, appena schiuse, come cieli
brevi sul prato, e nello sguardo folle
dell’arse donne, i cui pallori aneli
traspaiono d’argento
nel dolce portamento.
Nutri ogni desiderio che discorda
col sospiro pacifico dell’erba;
e vibri in seno a questa pietra sorda
l’astro della tua musica superba,
con la quale assecondi
l’ansia di tutti i mondi.
Sei presente, e non sei, come una forma
celeste che vegliando, pur s’oppone
al vegliar delle forme, e vuol che dorma
ciascuna, come dentro una prigione,
nel suo proprio passato,
che in corpo hai modellato.
tenere, appena schiuse, come cieli
brevi sul prato, e nello sguardo folle
dell’arse donne, i cui pallori aneli
traspaiono d’argento
nel dolce portamento.
Nutri ogni desiderio che discorda
col sospiro pacifico dell’erba;
e vibri in seno a questa pietra sorda
l’astro della tua musica superba,
con la quale assecondi
l’ansia di tutti i mondi.
Sei presente, e non sei, come una forma
celeste che vegliando, pur s’oppone
al vegliar delle forme, e vuol che dorma
ciascuna, come dentro una prigione,
nel suo proprio passato,
che in corpo hai modellato.
Arturo Onofri
Simili a melodie rapprese in mondo
Simili a melodie rapprese in mondo,
quand’erano sull’orlo di sfatarsi
nei superni silenzi, ardono pace
nel mezzogiorno torrido le ondate
ferme dei pini, sul brillìo turchino
del mare che smiràcola d’argento.
E ancora dalle masse di smeraldo
divampa un concepirsi incandescenze;
ma un pensiero di su le incenerisce
in quella pausa d’essere ch’è cielo:
azzurreggiar di tenebra, che intìma
(dal massiccio dell’alpe all’orizzonte)
ai duri tronchi èrgersi alati incensi
a un dio sonoro, addormentato, in forma
d’un paese celeste sulla terra.
quand’erano sull’orlo di sfatarsi
nei superni silenzi, ardono pace
nel mezzogiorno torrido le ondate
ferme dei pini, sul brillìo turchino
del mare che smiràcola d’argento.
E ancora dalle masse di smeraldo
divampa un concepirsi incandescenze;
ma un pensiero di su le incenerisce
in quella pausa d’essere ch’è cielo:
azzurreggiar di tenebra, che intìma
(dal massiccio dell’alpe all’orizzonte)
ai duri tronchi èrgersi alati incensi
a un dio sonoro, addormentato, in forma
d’un paese celeste sulla terra.
Attilio Bertolucci
Gli anni
Le mattine dei nostri anni perduti,
i tavolini nell’ombra soleggiata dell’autunno,
i compagni che andavano e tornavano, i compagni
che non tornarono più, ho pensato ad essi lietamente.
Perché questo giorno di settembre splende
così incantevole nelle vetrine in ore
simili a quelle d’allora, quelle d’allora
scorrono ormai in un pacifico tempo,
la folla è uguale sui marciapiedi dorati,
solo il grigio e il lilla
si mutano in verde e rosso per la moda,
il passo è quello lento e gaio della provincia.
i tavolini nell’ombra soleggiata dell’autunno,
i compagni che andavano e tornavano, i compagni
che non tornarono più, ho pensato ad essi lietamente.
Perché questo giorno di settembre splende
così incantevole nelle vetrine in ore
simili a quelle d’allora, quelle d’allora
scorrono ormai in un pacifico tempo,
la folla è uguale sui marciapiedi dorati,
solo il grigio e il lilla
si mutano in verde e rosso per la moda,
il passo è quello lento e gaio della provincia.
Attilio Bertolucci
I gabbiani
Non avevo mai visto gabbiani sulle rive del Tevere
cangianti in questa fine d’inverno le penne e le acque.
Mi sono appoggiato al granito come fanno quelli
che vegliano sulla propria vita o morte usando
un’intenta pazienza ma i miei occhi distratti
seguivano le planate rapinose degli uccelli plumbeoargentei
sino a che furono sazi i ventri affusolati i becchi
già risplendendo su altri flutti a un sole diverso
per il procedere inevitabile del tempo le mie
pupille stanche e ancora voraci ormai volte
sull’emporio mobile delle vie popolose di Roma
alla cerca disperata nell’ora dell’ipoglicemia
d’un alimento improvviso soltanto a me noto
in una rivelazione gioiosa e sterile nell’ombra-luce
sanguigna da attici e cornicioni meridiani
fumigando sui colli i rami verdi della potatura
sino a ottenebrare il cielo pietoso del ritorno.
cangianti in questa fine d’inverno le penne e le acque.
Mi sono appoggiato al granito come fanno quelli
che vegliano sulla propria vita o morte usando
un’intenta pazienza ma i miei occhi distratti
seguivano le planate rapinose degli uccelli plumbeoargentei
sino a che furono sazi i ventri affusolati i becchi
già risplendendo su altri flutti a un sole diverso
per il procedere inevitabile del tempo le mie
pupille stanche e ancora voraci ormai volte
sull’emporio mobile delle vie popolose di Roma
alla cerca disperata nell’ora dell’ipoglicemia
d’un alimento improvviso soltanto a me noto
in una rivelazione gioiosa e sterile nell’ombra-luce
sanguigna da attici e cornicioni meridiani
fumigando sui colli i rami verdi della potatura
sino a ottenebrare il cielo pietoso del ritorno.
Attilio Bertolucci
L’Oltretorrente
Sarà stato, una sera d’ottobre,
l’umore malinconico dei trentotto
anni a riportarmi, città,
per i tuoi borghi solitari in cerca
d’oblìo nell’addensarsi delle ore
ultime, quando l’ansia della mente
s’appaga di taverne sperse, oscure
fuori che per il lume tenero
di questi vini deboli del piano,
rari uomini e donne stanno intorno,
i bui volti stanchi, delirando
una farfalla nell’aspro silenzio.
Non lontano da qui, dove consuma
una carne febbrile la tua gente,
al declinare d’un altro anno, fiochi,
nella bruma che si solleva azzurra
dalla terra, ti salutano i morti.
O città chiusa nell’autunno, lascia
che sul fiato nebbioso dell’aria
addolcita di mosti risponda
in corsa la ragazza attardata
gridando, volta in su di fiamma
la faccia, gli occhi viola d’ombra.
l’umore malinconico dei trentotto
anni a riportarmi, città,
per i tuoi borghi solitari in cerca
d’oblìo nell’addensarsi delle ore
ultime, quando l’ansia della mente
s’appaga di taverne sperse, oscure
fuori che per il lume tenero
di questi vini deboli del piano,
rari uomini e donne stanno intorno,
i bui volti stanchi, delirando
una farfalla nell’aspro silenzio.
Non lontano da qui, dove consuma
una carne febbrile la tua gente,
al declinare d’un altro anno, fiochi,
nella bruma che si solleva azzurra
dalla terra, ti salutano i morti.
O città chiusa nell’autunno, lascia
che sul fiato nebbioso dell’aria
addolcita di mosti risponda
in corsa la ragazza attardata
gridando, volta in su di fiamma
la faccia, gli occhi viola d’ombra.
Attilio Bertolucci
Torrente
Spumeggiante, fredda,
fiorita acqua dei torrenti,
un incanto mi dai
che più bello non conobbi mai;
il tuo rumore mi fa sordo,
nascono echi nel mio cuore.
Dove sono? Fra grandi massi
arrugginiti, alberi, selve
percorse da ombrosi sentieri?
Il sole mi fa un po’ sudare,
mi dora. Oh, questo rumore tranquillo,
questa solitudine.
E quel mulino che si vede e non si vede
fra i castagni, abbandonato.
Mi sento stanco, felice
come una nuvola o un albero bagnato.
fiorita acqua dei torrenti,
un incanto mi dai
che più bello non conobbi mai;
il tuo rumore mi fa sordo,
nascono echi nel mio cuore.
Dove sono? Fra grandi massi
arrugginiti, alberi, selve
percorse da ombrosi sentieri?
Il sole mi fa un po’ sudare,
mi dora. Oh, questo rumore tranquillo,
questa solitudine.
E quel mulino che si vede e non si vede
fra i castagni, abbandonato.
Mi sento stanco, felice
come una nuvola o un albero bagnato.
Biagio Cepollaro
Flati-Fiati (come una fiaba)
l’infero come una qualità
o un microbo genera può
in ogni luogo
chi scende non scende vi
si trova:
accade accadendo in sua
maglia
così è lo spazio (i passi
figurati dall’altra stanza
e fuori l’ebetudine bianca
del mare)
Orfeo si lava mento di nero
punta si passa la lama
quando tre raggi fioccanti
fanno il centro disviano
gli occhi: non guarda guardare
lui che di gambe leggero
tremore non sa né ascia
non sa raggiri: appena fischia
Orfeo è ciò che bene-ri-dice
non può cade il fiocco e si spande
dislavera diffonde s’ignota
come l’intralcio dei parchi
le poche foglie tra i passi
e tra i moti
(se canta non Sesamo? smuove
non i congegni: solo smuove
smorendo parti dì vento
flati-fiati)
e all’abbraccio maschio e femmina
se incontra divisi la serpe" sparisce
per monti: per incontrare uomini
strade di tante abboscate affitte’
l’aria traligna soppùra’ occlude
chi-va-avanti è vuoto e corpo
chi torna è pieno e non accade
ma il vuoto presiede il meccanismo
(dal basso e dall’alto: accade)
la telecamera nascosta fa visibile
il senso ingoiato e rimosso
circola nel sangue e volge cancro
lui tocca il fegato e il cuore
tocca il suo sesso fasciato
di nomi
lui sa che il tempo è l’odore
non figura né carambola di sfera
odore tracciato che fuma
e porta l’opera in più
dei fatti: vento che spira nel ferro
e il mobile piega la canna
la serpe insiste ad ogni varco/minuto
interrompe strama terrìbila’ il piano
non c’è ci sono più modi per segnare
il tiro fin quando poco visibile
ma accaduto: parla radiando è aria
per questo è segreto: mima col canto
il segnale che acceso non s’accende
il rintocco caduto e non accade
(come l’intralcio dei parchi
le poche foglie tra i passi
e tra i moti)
o un microbo genera può
in ogni luogo
chi scende non scende vi
si trova:
accade accadendo in sua
maglia
così è lo spazio (i passi
figurati dall’altra stanza
e fuori l’ebetudine bianca
del mare)
Orfeo si lava mento di nero
punta si passa la lama
quando tre raggi fioccanti
fanno il centro disviano
gli occhi: non guarda guardare
lui che di gambe leggero
tremore non sa né ascia
non sa raggiri: appena fischia
Orfeo è ciò che bene-ri-dice
non può cade il fiocco e si spande
dislavera diffonde s’ignota
come l’intralcio dei parchi
le poche foglie tra i passi
e tra i moti
(se canta non Sesamo? smuove
non i congegni: solo smuove
smorendo parti dì vento
flati-fiati)
e all’abbraccio maschio e femmina
se incontra divisi la serpe" sparisce
per monti: per incontrare uomini
strade di tante abboscate affitte’
l’aria traligna soppùra’ occlude
chi-va-avanti è vuoto e corpo
chi torna è pieno e non accade
ma il vuoto presiede il meccanismo
(dal basso e dall’alto: accade)
la telecamera nascosta fa visibile
il senso ingoiato e rimosso
circola nel sangue e volge cancro
lui tocca il fegato e il cuore
tocca il suo sesso fasciato
di nomi
lui sa che il tempo è l’odore
non figura né carambola di sfera
odore tracciato che fuma
e porta l’opera in più
dei fatti: vento che spira nel ferro
e il mobile piega la canna
la serpe insiste ad ogni varco/minuto
interrompe strama terrìbila’ il piano
non c’è ci sono più modi per segnare
il tiro fin quando poco visibile
ma accaduto: parla radiando è aria
per questo è segreto: mima col canto
il segnale che acceso non s’accende
il rintocco caduto e non accade
(come l’intralcio dei parchi
le poche foglie tra i passi
e tra i moti)
Biagio Marin
Cale del Volto
Cale del Volto gera un’aventura:
la scuminsieva un giosso de canpielo,
co’ un balaor de fianco, su la destra.
Per la scala ‘ndeva sù ‘na creatura
duta nùa comò un anzolo del sielo.
In fondo, ‘na pergola de vida
decoreva la porta d’una casa;
la rinfrescheva la piasseta grisa
fagando de suàsa.
Da cu sa indola in giro
vigniva fresco un bel cantâ disteso,
che ‘l deva sol a duta la contrada.
Gera oltre volte un sigo o una riàda
d’un bel geranio rosso vivo.
El largo ‘l ‘veva ‘l spássio d’un curtivo,
col saliso seren, valìo dai pìe,
e da le carne fantuline.
A sinistra più avanti, in fondo, gera,
drìo un riquadro sensa ante, un curtiveto.
Là cresseva, ben sconta, una fighera,
la maravegia del curtivo queto.
E un barconusso se vegheva in fondo,
co’ vanpe vive drento la curnisa;
fra barcon e fighera una camisa
ciapeva ‘l sol, sora una corda tesa.
La cale qua gireva e se vegheva el volto;
oltri curtivi, drìo le porte in sfesa,
oltre case in ascolto.
Anche una botegussa de sartor
col rumor de la machina che cûse,
e púo, la luse d’un oltro balaor.
Qua finiva la storia del gno amor.
la scuminsieva un giosso de canpielo,
co’ un balaor de fianco, su la destra.
Per la scala ‘ndeva sù ‘na creatura
duta nùa comò un anzolo del sielo.
In fondo, ‘na pergola de vida
decoreva la porta d’una casa;
la rinfrescheva la piasseta grisa
fagando de suàsa.
Da cu sa indola in giro
vigniva fresco un bel cantâ disteso,
che ‘l deva sol a duta la contrada.
Gera oltre volte un sigo o una riàda
d’un bel geranio rosso vivo.
El largo ‘l ‘veva ‘l spássio d’un curtivo,
col saliso seren, valìo dai pìe,
e da le carne fantuline.
A sinistra più avanti, in fondo, gera,
drìo un riquadro sensa ante, un curtiveto.
Là cresseva, ben sconta, una fighera,
la maravegia del curtivo queto.
E un barconusso se vegheva in fondo,
co’ vanpe vive drento la curnisa;
fra barcon e fighera una camisa
ciapeva ‘l sol, sora una corda tesa.
La cale qua gireva e se vegheva el volto;
oltri curtivi, drìo le porte in sfesa,
oltre case in ascolto.
Anche una botegussa de sartor
col rumor de la machina che cûse,
e púo, la luse d’un oltro balaor.
Qua finiva la storia del gno amor.
Biagio Marin
Fa sera e la silisa
Fa sera e la silisa
la me conpagna in svolo;
la sera mia s’ingrisa,
ma la silisa
no’ la me lassa solo.
La svola senpre sita,
ma cô ‘l cuor me se amala,
quel’ala che se cala
e mai nel svolo fala,
la me conserva in vita.
La xe solo un’osela
che a vespero, de sera,
la xe vignùa lisiera
a fâme primavera
qua drento la gno cela.
la me conpagna in svolo;
la sera mia s’ingrisa,
ma la silisa
no’ la me lassa solo.
La svola senpre sita,
ma cô ‘l cuor me se amala,
quel’ala che se cala
e mai nel svolo fala,
la me conserva in vita.
La xe solo un’osela
che a vespero, de sera,
la xe vignùa lisiera
a fâme primavera
qua drento la gno cela.
Biagio Marin
Ultimo sol
Un soliselo
comò convalessente;
un sielo smorto
sbiancào qua e là de vili;
rami nigri sutili
verso l’alto
a vantâ l’ultimo seleste;
in basso, quel zalo canarin
che rìe su case meste
a pena a pena.
Un’aria ciara serena
sensa sogni o ilusion,
sensa zogia e sensa passion,
comò l’ánema za destacagia;
aria linpida, in pase,
mossa apena da un fiào de burin,
da l’ale de do passaroti
che zuoga sora un camin;
vogi fissi che varda,
ánema ferma che tarda
per l’ultima luse
sensa canti e sensa firminti,
sfinìa comò sera de véro
sutilo lisiero
trasparente perchè sensa mistero.
Solo ocio che veghe.
comò convalessente;
un sielo smorto
sbiancào qua e là de vili;
rami nigri sutili
verso l’alto
a vantâ l’ultimo seleste;
in basso, quel zalo canarin
che rìe su case meste
a pena a pena.
Un’aria ciara serena
sensa sogni o ilusion,
sensa zogia e sensa passion,
comò l’ánema za destacagia;
aria linpida, in pase,
mossa apena da un fiào de burin,
da l’ale de do passaroti
che zuoga sora un camin;
vogi fissi che varda,
ánema ferma che tarda
per l’ultima luse
sensa canti e sensa firminti,
sfinìa comò sera de véro
sutilo lisiero
trasparente perchè sensa mistero.
Solo ocio che veghe.
Bonagiunta Orbicciani
A me adovene com’a lo zitello
A me adovene com’a lo zitello
quando lo foco davanti li pare,
che tanto li risembla chiaro e bello,
che stendive la mano per pigliare;
e lo foco lo ’ncende, e fallo fello,
ché non è gioco lo foco toccare:
poi ch’è passata l’ira, alora e quello
disia inver’ lo foco ritornare.
Ma eo, che traggo l’aigua de lo foco
(e no è null’om che lo potesse fare),
per lacrime ch’eo getto tutto coco,
chiare e salse quant’è acqua di mare.
Candela che s’aprende senza foco,
arde ed incende e non si pò amotrtare,
quando lo foco davanti li pare,
che tanto li risembla chiaro e bello,
che stendive la mano per pigliare;
e lo foco lo ’ncende, e fallo fello,
ché non è gioco lo foco toccare:
poi ch’è passata l’ira, alora e quello
disia inver’ lo foco ritornare.
Ma eo, che traggo l’aigua de lo foco
(e no è null’om che lo potesse fare),
per lacrime ch’eo getto tutto coco,
chiare e salse quant’è acqua di mare.
Candela che s’aprende senza foco,
arde ed incende e non si pò amotrtare,
Bonagiunta Orbicciani
Tal è la fiamma e *l foco
Tal è la fiamma e ’l foco
là ’nd’eo incendo e coco, — o dolze meo site,
che ismarrire — mi fate lo core e la mente.
Ismarrite mi fate la mente e lo core,
sì che tutta per voi mi distruggo e disfaccio,
così come si sface la rosa e lo fiore
‘quando la sovragiunge fredura né ghiaccio.
Così son presa al laccio
per la stranianza nostra imprumera,
come la fèra — amorosa di tutta la gente.
Tant’è ’]l foco e la fiamma, che ’l meo core abonda,
che non credo che mai si potesse astutare;
e non è nullo membro che no mi si confonda,
e non vegio per arte ove possa campare,
com’ quel che cade al mare,
che non ha sostegno né ritenenza
per la ’ncrescenza — de l’onda, che vede frangente.
Se mi séte sì fèro com’ parete in vista
e noioso secondo la ria dimostranza,
ancidetemi adesso ch’eo vivo più trista
che quand’eo fosse morta: tant’ho grande dottanza!
Se la bona speranza,
ch’eo agio di voi, mi rinfrangesse,
s’eo m’ancidesse, — serestene poi penetente.
Io non v’oso guardare né ’°n viso né ’n ciera,
né mostrarvi sembianti, come fare solia,
ché mi faite una vista mortale e crudera,
com’eo fosse di voi nemica giudia.
Ed esser non dovria
perché’io ci colpasse; ché la casione
de l’ofensione — non fue che montasse niente.
là ’nd’eo incendo e coco, — o dolze meo site,
che ismarrire — mi fate lo core e la mente.
Ismarrite mi fate la mente e lo core,
sì che tutta per voi mi distruggo e disfaccio,
così come si sface la rosa e lo fiore
‘quando la sovragiunge fredura né ghiaccio.
Così son presa al laccio
per la stranianza nostra imprumera,
come la fèra — amorosa di tutta la gente.
Tant’è ’]l foco e la fiamma, che ’l meo core abonda,
che non credo che mai si potesse astutare;
e non è nullo membro che no mi si confonda,
e non vegio per arte ove possa campare,
com’ quel che cade al mare,
che non ha sostegno né ritenenza
per la ’ncrescenza — de l’onda, che vede frangente.
Se mi séte sì fèro com’ parete in vista
e noioso secondo la ria dimostranza,
ancidetemi adesso ch’eo vivo più trista
che quand’eo fosse morta: tant’ho grande dottanza!
Se la bona speranza,
ch’eo agio di voi, mi rinfrangesse,
s’eo m’ancidesse, — serestene poi penetente.
Io non v’oso guardare né ’°n viso né ’n ciera,
né mostrarvi sembianti, come fare solia,
ché mi faite una vista mortale e crudera,
com’eo fosse di voi nemica giudia.
Ed esser non dovria
perché’io ci colpasse; ché la casione
de l’ofensione — non fue che montasse niente.
Camillo Sbarbaro
Adesso che placata è la lussuria
Adesso che placata è la lussuria
sono rimasto con i sensi vuoti,
neppur desideroso di morire.
Ignoro se ci sia nel mondo ancora
chi pensi a me e se mio padre viva.
Evito di pensarci solamente.
Ché ogni pensiero di dolore adesso
mi sembrerebbe suscitato ad arte.
Sento d’esser passato oltre quel limite
nel qual si è tanto umani per soffrire,
e che quel bene non m’è più dovuto,
perché soffrire della colpa è un bene.
Mi lascio accarezzare dalla brezza,
illuminare dai fanali, spingere
dalla gente che passa, incurioso
come nave senz’ancora né vela
che abbandona la sua carcassa all’onda.
Ed aspetto così, senza pensiero
e senza desiderio, che di nuovo
per la vicenda eterna delle cose
la volontà di vivere ritorni.
sono rimasto con i sensi vuoti,
neppur desideroso di morire.
Ignoro se ci sia nel mondo ancora
chi pensi a me e se mio padre viva.
Evito di pensarci solamente.
Ché ogni pensiero di dolore adesso
mi sembrerebbe suscitato ad arte.
Sento d’esser passato oltre quel limite
nel qual si è tanto umani per soffrire,
e che quel bene non m’è più dovuto,
perché soffrire della colpa è un bene.
Mi lascio accarezzare dalla brezza,
illuminare dai fanali, spingere
dalla gente che passa, incurioso
come nave senz’ancora né vela
che abbandona la sua carcassa all’onda.
Ed aspetto così, senza pensiero
e senza desiderio, che di nuovo
per la vicenda eterna delle cose
la volontà di vivere ritorni.
Camillo Sbarbaro
Il mio cuore si gonfia per te, terra
come la zolla a primavera.
Io torno.
I miei occhi son nuovi. Tutto quello
che vedo è come non veduto mai;
e le cose più vili e consuete,
tutto m’intenerisce e mi dà gioia.
In te mi lavo come dentro un’acqua
dove si scordi tutto di se stesso.
La mia miseria lascio dietro a me
come la biscia la sua vecchia pelle.
lo non sono più io, io sono un altro.
lo sono liberato di me stesso.
Terra, tu sei per me piena di grazia.
Finché vicino a te mi sentirò
così bambino, fin che la mia pena
in te si scioglierà come la nuvola
nel sole,
io non maledirò d’esser nato.
lo mi sono seduto qui per terra
con le due mani aperte sopra l’erba,
guardandomi amorosamente intorno.
E mentre così guardo, mi si bagna?
di calde dolci lacrime la faccia.
inverno 1912
Vv
Io torno.
I miei occhi son nuovi. Tutto quello
che vedo è come non veduto mai;
e le cose più vili e consuete,
tutto m’intenerisce e mi dà gioia.
In te mi lavo come dentro un’acqua
dove si scordi tutto di se stesso.
La mia miseria lascio dietro a me
come la biscia la sua vecchia pelle.
lo non sono più io, io sono un altro.
lo sono liberato di me stesso.
Terra, tu sei per me piena di grazia.
Finché vicino a te mi sentirò
così bambino, fin che la mia pena
in te si scioglierà come la nuvola
nel sole,
io non maledirò d’esser nato.
lo mi sono seduto qui per terra
con le due mani aperte sopra l’erba,
guardandomi amorosamente intorno.
E mentre così guardo, mi si bagna?
di calde dolci lacrime la faccia.
inverno 1912
Vv
Camillo Sbarbaro
Il mio cuore si gonfia per te, terra
come la zolla a primavera.
Io torno.
I miei occhi son nuovi. Tutto quello
che vedo è come non veduto mai;
e le cose più vili e consuete,
tutto m’intenerisce e mi dà gioia.
In te mi lavo come dentro un’acqua
dove si scordi tutto di se stesso.
La mia miseria lascio dietro a me
come la biscia la sua vecchia pelle.
lo non sono più io, io sono un altro.
lo sono liberato di me stesso.
Terra, tu sei per me piena di grazia.
Finché vicino a te mi sentirò
così bambino, fin che la mia pena
in te si scioglierà come la nuvola
nel sole,
io non maledirò d’esser nato.
lo mi sono seduto qui per terra
con le due mani aperte sopra l’erba,
guardandomi amorosamente intorno.
E mentre così guardo, mi si bagna?
di calde dolci lacrime la faccia.
inverno 1912
Vv
Io torno.
I miei occhi son nuovi. Tutto quello
che vedo è come non veduto mai;
e le cose più vili e consuete,
tutto m’intenerisce e mi dà gioia.
In te mi lavo come dentro un’acqua
dove si scordi tutto di se stesso.
La mia miseria lascio dietro a me
come la biscia la sua vecchia pelle.
lo non sono più io, io sono un altro.
lo sono liberato di me stesso.
Terra, tu sei per me piena di grazia.
Finché vicino a te mi sentirò
così bambino, fin che la mia pena
in te si scioglierà come la nuvola
nel sole,
io non maledirò d’esser nato.
lo mi sono seduto qui per terra
con le due mani aperte sopra l’erba,
guardandomi amorosamente intorno.
E mentre così guardo, mi si bagna?
di calde dolci lacrime la faccia.
inverno 1912
Vv
Camillo Sbarbaro
La bambina che va sotto gli alberi
La bambina che va sotto gli alberi
non ha che il peso della sua treccia,
un fil di canto! in gola.
Canta sola
e salta per la strada; ché? non sa
che mai bene più grande non avrà
di quel po’ d’oro vivo per le spalle,
di quella gioia in gola.
A noi che non abbiamo
altra felicità che di parole,
e non l’acceso fiocco e non la molta
speranza che fa grosso a quella il cuore?
se non è troppo chiedere, sia tolta
prima la vita di quel solo bene.
non ha che il peso della sua treccia,
un fil di canto! in gola.
Canta sola
e salta per la strada; ché? non sa
che mai bene più grande non avrà
di quel po’ d’oro vivo per le spalle,
di quella gioia in gola.
A noi che non abbiamo
altra felicità che di parole,
e non l’acceso fiocco e non la molta
speranza che fa grosso a quella il cuore?
se non è troppo chiedere, sia tolta
prima la vita di quel solo bene.
Camillo Sbarbaro
Magra dagli occhi lustri...
Magra dagli occhi lustri, dai pomelli
accesi,
la mia anima torbida che cerca
chi le somigli
trova te che sull’uscio aspetti gli uomini.
Tu sei la mia sorella di quest’ora.
Accompagnarti in qualche trattoria
di bassoporto
e guardarti mangiare avidamente!
E coricarmi senza desiderio
nel tuo letto!
Cadavere vicino ad un cadavere
bere dalla tua vista l’amarezza
come la spugna secca beve l’acqua!
Toccare le tue mani i tuoi capelli
che pure a te qualcuno avrà raccolto
in un piccolo ciuffo sulla testa!
E sentirmi guardato dai tuoi occhi
ostili, poveretta, e tormentarti
domandandoti il nome di tua madre...
Nessuna gioia vale questo amaro:
poterti fare piangere, potere
pianger con te.
accesi,
la mia anima torbida che cerca
chi le somigli
trova te che sull’uscio aspetti gli uomini.
Tu sei la mia sorella di quest’ora.
Accompagnarti in qualche trattoria
di bassoporto
e guardarti mangiare avidamente!
E coricarmi senza desiderio
nel tuo letto!
Cadavere vicino ad un cadavere
bere dalla tua vista l’amarezza
come la spugna secca beve l’acqua!
Toccare le tue mani i tuoi capelli
che pure a te qualcuno avrà raccolto
in un piccolo ciuffo sulla testa!
E sentirmi guardato dai tuoi occhi
ostili, poveretta, e tormentarti
domandandoti il nome di tua madre...
Nessuna gioia vale questo amaro:
poterti fare piangere, potere
pianger con te.
Camillo Sbarbaro
Occhi nuovi
Occhi nuovi,
attoniti--che guardano
come una stampa colorata il mondo;
occhi colore d’aria,
anticipi di cielo sulla terra
—il dolore v’è l’ombra d’una rondine,
un’acquata di primavera, il pianto—
occhi cui non ardiscono guardare
altri occhi:
occhi soli
come orfani a mano per la via;
tetri come lo specchio
della camera ad ore? che patì
la ripugnanza d’infiniti volti;
occhi che nessun piangere più lava;
occhi come pozzanghere, miei occhi.
attoniti--che guardano
come una stampa colorata il mondo;
occhi colore d’aria,
anticipi di cielo sulla terra
—il dolore v’è l’ombra d’una rondine,
un’acquata di primavera, il pianto—
occhi cui non ardiscono guardare
altri occhi:
occhi soli
come orfani a mano per la via;
tetri come lo specchio
della camera ad ore? che patì
la ripugnanza d’infiniti volti;
occhi che nessun piangere più lava;
occhi come pozzanghere, miei occhi.
Camillo Sbarbaro
Occhi nuovi
Occhi nuovi,
attoniti--che guardano
come una stampa colorata il mondo;
occhi colore d’aria,
anticipi di cielo sulla terra
—il dolore v’è l’ombra d’una rondine,
un’acquata di primavera, il pianto—
occhi cui non ardiscono guardare
altri occhi:
occhi soli
come orfani a mano per la via;
tetri come lo specchio
della camera ad ore? che patì
la ripugnanza d’infiniti volti;
occhi che nessun piangere più lava;
occhi come pozzanghere, miei occhi.
attoniti--che guardano
come una stampa colorata il mondo;
occhi colore d’aria,
anticipi di cielo sulla terra
—il dolore v’è l’ombra d’una rondine,
un’acquata di primavera, il pianto—
occhi cui non ardiscono guardare
altri occhi:
occhi soli
come orfani a mano per la via;
tetri come lo specchio
della camera ad ore? che patì
la ripugnanza d’infiniti volti;
occhi che nessun piangere più lava;
occhi come pozzanghere, miei occhi.
Camillo Sbarbaro
Taci, anima mia...
Taci, anima mia. Son questi i tristi
giorni in cui senza volontà si vive,
i giorni dell’attesa disperata.
Come l’albero ignudo a mezzo inverno
che s’attrista nella deserta corte
io non credo di mettere più foglie
e dubito d’averle messe mai.
Andando per la strada così solo
tra la gente che m’urta e non mi vede
mi pare d’esser da me stesso assente.
E m’accalco ad udire dov’è ressa
sosto dalle vetrine abbarbagliato
e mi volto al frusciare d’ogni gonna.
Per la voce d’un cantastorie cieco
per l’improvviso lampo d’una nuca
mi sgocciolan dagli occhi sciocche lacrime
mi s’accendon negli occhi cupidigie.
Ché tutta la mia vita è nei miei occhi:
ogni cosa che passa la commuove come
debole vento un’acqua morta.
Io son come uno specchio rassegnato
che riflette ogni cosa per la via.
In me stesso non guardo perché nulla
vi troverei...
E, venuta la sera, nel mio letto
mi stendo lungo come in una bara.
giorni in cui senza volontà si vive,
i giorni dell’attesa disperata.
Come l’albero ignudo a mezzo inverno
che s’attrista nella deserta corte
io non credo di mettere più foglie
e dubito d’averle messe mai.
Andando per la strada così solo
tra la gente che m’urta e non mi vede
mi pare d’esser da me stesso assente.
E m’accalco ad udire dov’è ressa
sosto dalle vetrine abbarbagliato
e mi volto al frusciare d’ogni gonna.
Per la voce d’un cantastorie cieco
per l’improvviso lampo d’una nuca
mi sgocciolan dagli occhi sciocche lacrime
mi s’accendon negli occhi cupidigie.
Ché tutta la mia vita è nei miei occhi:
ogni cosa che passa la commuove come
debole vento un’acqua morta.
Io son come uno specchio rassegnato
che riflette ogni cosa per la via.
In me stesso non guardo perché nulla
vi troverei...
E, venuta la sera, nel mio letto
mi stendo lungo come in una bara.
Camillo Sbarbaro
Taci, anima stanca di godere
Taci, anima stanca di godere
e di soffrire (all’uno e all’altro vai
rassegnata).
Nessuna voce tua odo se ascolto:
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d’ira o di speranza,
e neppure di tedio.
Giaci come
il corpo, ammutolita, tutta piena
d’una rassegnazione disperata.
Non ci stupiremmo,
non è vero, mia anima, se il cuore
si fermasse, sospeso se ci fosse
il fiato...
Invece camminiamo,
camminiamo io e te come sonnambuli.
E gli alberi son alberi, le case
sono case, le donne
che passano son donne, e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.
La vicenda di gioia e di dolore
non ci tocca. Perduto ha la voce
la sirena del mondo, e il mondo è un grande
deserto.
Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso.
e di soffrire (all’uno e all’altro vai
rassegnata).
Nessuna voce tua odo se ascolto:
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d’ira o di speranza,
e neppure di tedio.
Giaci come
il corpo, ammutolita, tutta piena
d’una rassegnazione disperata.
Non ci stupiremmo,
non è vero, mia anima, se il cuore
si fermasse, sospeso se ci fosse
il fiato...
Invece camminiamo,
camminiamo io e te come sonnambuli.
E gli alberi son alberi, le case
sono case, le donne
che passano son donne, e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.
La vicenda di gioia e di dolore
non ci tocca. Perduto ha la voce
la sirena del mondo, e il mondo è un grande
deserto.
Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso.
Camillo Sbarbaro
Taci, anima stanca di godere
Taci, anima stanca di godere
e di soffrire (all’uno e all’altro vai
rassegnata).
Nessuna voce tua odo se ascolto:
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d’ira o di speranza,
e neppure di tedio.
Giaci come
il corpo, ammutolita, tutta piena
d’una rassegnazione disperata.
Non ci stupiremmo,
non è vero, mia anima, se il cuore
si fermasse, sospeso se ci fosse
il fiato...
Invece camminiamo,
camminiamo io e te come sonnambuli.
E gli alberi son alberi, le case
sono case, le donne
che passano son donne, e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.
La vicenda di gioia e di dolore
non ci tocca. Perduto ha la voce
la sirena del mondo, e il mondo è un grande
deserto.
Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso.
e di soffrire (all’uno e all’altro vai
rassegnata).
Nessuna voce tua odo se ascolto:
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d’ira o di speranza,
e neppure di tedio.
Giaci come
il corpo, ammutolita, tutta piena
d’una rassegnazione disperata.
Non ci stupiremmo,
non è vero, mia anima, se il cuore
si fermasse, sospeso se ci fosse
il fiato...
Invece camminiamo,
camminiamo io e te come sonnambuli.
E gli alberi son alberi, le case
sono case, le donne
che passano son donne, e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.
La vicenda di gioia e di dolore
non ci tocca. Perduto ha la voce
la sirena del mondo, e il mondo è un grande
deserto.
Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso.
Camillo Sbarbaro
Talora nell’arsura della via
Talora nell’arsura della via
un canto di cicale mi sorprende.
E subito ecco m’empie la visione
di campagne prostrate nella luce...
E stupisco che ancora al mondo sian
gli alberi e l’acque,
tutte le cose buone della terra
che bastavano un giorno a smemorarmi...
Con questo stupor sciocco l’ubriaco
riceve in viso l’aria della notte.
Ma poi che sento l’anima aderire
ad ogni pietra della città sorda
com’albero con tutte le radici,
sorrido a me indicibilmente e come
per uno sforzo d’ali i gomiti alzo...
un canto di cicale mi sorprende.
E subito ecco m’empie la visione
di campagne prostrate nella luce...
E stupisco che ancora al mondo sian
gli alberi e l’acque,
tutte le cose buone della terra
che bastavano un giorno a smemorarmi...
Con questo stupor sciocco l’ubriaco
riceve in viso l’aria della notte.
Ma poi che sento l’anima aderire
ad ogni pietra della città sorda
com’albero con tutte le radici,
sorrido a me indicibilmente e come
per uno sforzo d’ali i gomiti alzo...