Poesie di questo tema
Vita ed esistenza
Giovanni Pascoli
E’ bramerebbe sempre il suo Mugnone
E’ bramerebbe sempre il suo Mugnone
o il suo Galluzzo, in cui vivea mendico
dando per ogni bruco una canzone.
O frate Paulo, in verità ti dico
che meglio al bosco un vermicciòl gli aggrada
che in gabbia un alberello di panico.
Lasciali andare per la loro strada
cantando laudi, il bel mese di maggio,
odorati di sole e di rugiada!
A’ miei frati minori il mio retaggio
lascia! la dolce vita solitaria,
i monti, la celluzza sur un faggio,
il chiostro con la gran cupola d’aria! ”
(Cap. VIII)
Come il Santo partendosi da Paulo,
che pur bramava sì piccola cosa, disse a lui
una grande parola.
Partiva, rialzando ora il cappuccio:
chè con l’ignuda Povertà tranquilla
Paulo avea pace dopo il breve cruccio.
Lasciava Paulo, al suono d’una squilla
lontana, quando quel tremolìo d’ale
d’uccello vide nella sua pupilla.
Ne lagrimò, chè ben sapea che male
non era in quel desìo povero e vano,
ch’unico aveva il fratel suo mortale.
Venìa quel suono fievole e lontano
di squilla, lì dai monti, da un convento
che Paulo vi avea messo di sua mano.
Veniva il suono or sì or no col vento,
dai monti azzurri, per le valli cave;
e cullava il paese sonnolento.
Santo Francesco sussurrò: “ Di’ Ave
Maria”; poi senza ripiegar gli steli
movea sull’erba, e pur dicea soave:
“ Sei come uccello ch’uomini crudeli
hanno accecato, o dolce frate uccello!
E cerchi il sole, e ne son pieni i cieli,
e cerchi un chicco, e pieno è l’alberello.”
(Cap. IX)
Come il Santo gli mostrò
che gli uccelli che Paulo aveva dipinti, erano veri
e vivi anch’essi, e suoi sol essi.
o il suo Galluzzo, in cui vivea mendico
dando per ogni bruco una canzone.
O frate Paulo, in verità ti dico
che meglio al bosco un vermicciòl gli aggrada
che in gabbia un alberello di panico.
Lasciali andare per la loro strada
cantando laudi, il bel mese di maggio,
odorati di sole e di rugiada!
A’ miei frati minori il mio retaggio
lascia! la dolce vita solitaria,
i monti, la celluzza sur un faggio,
il chiostro con la gran cupola d’aria! ”
(Cap. VIII)
Come il Santo partendosi da Paulo,
che pur bramava sì piccola cosa, disse a lui
una grande parola.
Partiva, rialzando ora il cappuccio:
chè con l’ignuda Povertà tranquilla
Paulo avea pace dopo il breve cruccio.
Lasciava Paulo, al suono d’una squilla
lontana, quando quel tremolìo d’ale
d’uccello vide nella sua pupilla.
Ne lagrimò, chè ben sapea che male
non era in quel desìo povero e vano,
ch’unico aveva il fratel suo mortale.
Venìa quel suono fievole e lontano
di squilla, lì dai monti, da un convento
che Paulo vi avea messo di sua mano.
Veniva il suono or sì or no col vento,
dai monti azzurri, per le valli cave;
e cullava il paese sonnolento.
Santo Francesco sussurrò: “ Di’ Ave
Maria”; poi senza ripiegar gli steli
movea sull’erba, e pur dicea soave:
“ Sei come uccello ch’uomini crudeli
hanno accecato, o dolce frate uccello!
E cerchi il sole, e ne son pieni i cieli,
e cerchi un chicco, e pieno è l’alberello.”
(Cap. IX)
Come il Santo gli mostrò
che gli uccelli che Paulo aveva dipinti, erano veri
e vivi anch’essi, e suoi sol essi.
Giovanni Pascoli
Figlio d’Amynta! io non sapea di meta
Figlio d’Amynta! io non sapea di meta
allor che mossi. Un nomo di tra le are
intonava Timotheo, l’auleta:
soffio possente d’un fatale andare,
oltre la morte; e m’è nel cuor, presente
come in conchiglia murmure di mare.
O squillo acuto, o spirito possente,
che passi in alto e gridi, che ti segua!
ma questo è il Fine, è l’Oceano, il Niente . . .
e il canto passa ed oltre noi dilegua.”
allor che mossi. Un nomo di tra le are
intonava Timotheo, l’auleta:
soffio possente d’un fatale andare,
oltre la morte; e m’è nel cuor, presente
come in conchiglia murmure di mare.
O squillo acuto, o spirito possente,
che passi in alto e gridi, che ti segua!
ma questo è il Fine, è l’Oceano, il Niente . . .
e il canto passa ed oltre noi dilegua.”
Giovanni Pascoli
Iio
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
C’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
nv’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
C’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
nv’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.
Giovanni Pascoli
Il libro
Sopra il leggio di quercia è nell’altana,
aperto, il libro. Quella quercia ancora,
esercitata dalla tramontana,
viveva nella sua selva sonora;
e quel libro era antico. Eccolo: aperto,
sembra che ascolti il tarlo che lavora.
E sembra ch’uno (donde mai? non, certo,
dal tremulo uscio, cui tentenna il vento
delle montagne e il vento del deserto,
sorti d’un tratto ...) sia venuto, e lento
sfogli—se n’ode il crepitar leggiero—
le carte. È l’uomo non vedo io: lo sento,
invisibile, là, come il pensiero ...
II
Un uomo è là, che sfoglia dalla prima
carta all’estrema, rapido, e pian piano
va, dall’estrema, a ritrovar la prima.
E poi nell’ira del cercar suo vano
volta i fragili fogli a venti, a trenta,
a cento, con l’impaziente mano.
E poi li volge a uno a uno, lenta-
mente, esitando; ma via via più forte,
più presto, i fogli contro i fogli avventa.
Sosta... Trovò? Non gemono le porte
più, tutto oscilla in un silenzio austero.
Legge?... Un istante; e volta le contorte
pagine, e torna ad inseguire il vero.
E sfoglia ancora; al vespro, che da nere
nubi rosseggia; tra un errar di tuoni,
tra un aliare come di chimere.
E sfoglia ancora, mentre i padiglioni
tumidi al vento l’ombra tende, e viene
con le deserte costellazioni
la sacra notte. Ancora e sempre: bene
io odo il crepito arido tra canti
lunghi nel cielo come di sirene.
Sempre. Io lo sento, tra le voci erranti,
invisibile, là, come il pensiero,
che sfoglia, avanti, il libro del mistero.
aperto, il libro. Quella quercia ancora,
esercitata dalla tramontana,
viveva nella sua selva sonora;
e quel libro era antico. Eccolo: aperto,
sembra che ascolti il tarlo che lavora.
E sembra ch’uno (donde mai? non, certo,
dal tremulo uscio, cui tentenna il vento
delle montagne e il vento del deserto,
sorti d’un tratto ...) sia venuto, e lento
sfogli—se n’ode il crepitar leggiero—
le carte. È l’uomo non vedo io: lo sento,
invisibile, là, come il pensiero ...
II
Un uomo è là, che sfoglia dalla prima
carta all’estrema, rapido, e pian piano
va, dall’estrema, a ritrovar la prima.
E poi nell’ira del cercar suo vano
volta i fragili fogli a venti, a trenta,
a cento, con l’impaziente mano.
E poi li volge a uno a uno, lenta-
mente, esitando; ma via via più forte,
più presto, i fogli contro i fogli avventa.
Sosta... Trovò? Non gemono le porte
più, tutto oscilla in un silenzio austero.
Legge?... Un istante; e volta le contorte
pagine, e torna ad inseguire il vero.
E sfoglia ancora; al vespro, che da nere
nubi rosseggia; tra un errar di tuoni,
tra un aliare come di chimere.
E sfoglia ancora, mentre i padiglioni
tumidi al vento l’ombra tende, e viene
con le deserte costellazioni
la sacra notte. Ancora e sempre: bene
io odo il crepito arido tra canti
lunghi nel cielo come di sirene.
Sempre. Io lo sento, tra le voci erranti,
invisibile, là, come il pensiero,
che sfoglia, avanti, il libro del mistero.
Giovanni Pascoli
La cetra d’Achille
I re, le genti degli Achei vestiti
di bronzo, tutti, sì, dormian domati
dal molle sonno, e i lor cavalli sciolti
dal giogo, avvinti con le briglie ai carri,
pascean, soffiando, il bianco orzo e la spelta.
Dormivano i custodi anche de’ fuochi,
abbandonato il capo sugli scudi
lustri, rotondi, presso i fuochi accesi,
al cui guizzare balenava il rame
dell’armi, come nuvolaglia a notte,
prima d’un nembo. Domator di tutto
teneva il sonno i Panachei chiomanti,
mirabilmente, nella notte ch’era
l’ultima notte del Pelide Achille;
e in cuore ognuno lo sapea, nel cielo
e nella terra, e tutti ora sbuffando
dalle narici il rauco sonno, in sogno
lo vedean fare un grande arco cadendo,
e sollevare un vortice di fumo;
ma in sogno senza altro fragor cadeva,
simile ad ombra; e senza suono a un tratto,
i cavalli e gli eroi misero un ringhio
acuto, i carri scosser via gli aurighi,
mentre laggiù, sotto Ilio, alta e feroce
la bronzea voce si frangea, d'Achille.
II
Dormian, sì, tutti; e tra il lor muto sonno
giungeva un vasto singhiozzar dal mare.
Piangean le figlie del verace Mare,
nel nero Ponto, l’ancor vivo Achille,
lontane, ch’egli non ne udisse il pianto.
Ed altre, sì, con improvviso scroscio
ululando montavano alla spiaggia,
per dirgli il fato o trarlo a sé; ma in vano:
fuggian con grida e gemiti e singhiozzi
lasciando le lor bianche orme di schiuma.
Ma non le udiva, benché desto, Achille,
desto sol esso; ch’egli empiva intanto
a sé l’orecchio con la cetra arguta,
dedalea cetra, scelta dalle prede
di Thebe sacra ch’egli avea distrutta.
Or, pieno il cuore di quei chiari squilli,
non udiva su lui piangere il mare,
e non udiva il suo vocale Xantho
parlar com’uomo all’inclito fratello,
Folgore, che gli rispondea nitrendo.
L’eroe cantava i morti eroi, cantava
sé, su la cetra già da lui predata.
Avea la spoglia, su le membra ignude,
d’un lion rosso già da lui raggiunto,
irsuta, lunga sino ai pie’ veloci.
III
Così le glorie degli eroi consunti
dal rogo, e sé con lor cantava Achille,
desto sol esso degli Achei chiomanti:
ecco, avanti gli stette uno, canuto,
simile in vista a vecchio dio ramingo.
E gli fu presso e gli baciò le mani
terribili. Sbalzò attonito Achille
su, dal suo seggio, e il morto lion rosso
gli raspò con le curve unghie i garretti.
E gli volgeva le parole alate:
Vecchio, chi sei? donde venuto? Sembri,
sì, nell’aspetto Priamo re, ma regio
non è il mantello che ti para il vento.
Chi ti fu guida nella notte oscura?
Parla, e per filo il tutto narra, o vecchio.
E gli parlava rispondendo il vecchio:
No, non ti sono io re, splendido Achille;
un dio felice non mi fu l’auriga:
io da me venni. Tutti, anche i custodi
dormono presso il crepitar dei fuochi.
Tu solo vegli; e non udii, venendo,
ch’esili stridi dagli eroi sopiti,
e che un sommesso brulichio dai morti.
E nella sacra notte a me fu guida
un suono, il suono d’una cetra, Achille.
IV
Lo guardò scuro e gli rispose Achille:
Tu non m’hai detto il caro nome, e donde
vieni e perché. Non forse tu notturno
vieni, alle navi degli Achei ricurve,
per dono grande, ad esplorare, o vecchio?
E gli parlava rispondendo il vecchio:
Io sono aedo, o pieveloce Achille,
caro ai guerrieri, non guerriero io stesso.
Io nacqui sotto la selvosa Placo,
in Thebe sacra, già da te distrutta.
Da te non vengo a liberarmi un figlio
cui lecchi il sangue un vigile tuo cane;
il figlio, no; recando qui sul forte
plaustro mulare tripodi e lebeti
e pepli e manti e molto oro nell’arca.
Non a me copia, non a te n’è d’uopo;
ché tu sei già del tuo destino, e tutti
lo sanno, il cielo, l’infinito mare,
la nera terra, e lo sai tu ch’hai dato
ai cari amici le tue prede e i doni
splendidi; ansati tripodi, cavalli,
muli, lustranti buoi, donne ben cinte,
e grigio ferro, e reso Ettore al padre
e la tua vita al suo dovere... Oh! rendi
dunque all’aedo la sua cetra, Achille!
V
Disse, e sporgea la mano alla sua cetra
bella, dedalea, ma l’argenteo giogo
era dai peli del lion coperto.
E il cuor d’Achille, mareggiava, come
il mare in dubbio di spezzar la nave,
piccola, curva. E poi parlava, e disse:
te’; riporgendo al pio cantor la cetra;
non sì che, urtando nel pulito seggio,
non mettesse, tremando, ella uno squillo.
Poi tacque, in mano dell’aedo, anch’ella.
Allora, stando, il pari a un dio Pelide
udì ringhiare i suoi grandi cavalli,
intese Xantho favellar com’uomo,
e parlar della sua morte al fratello,
Folgore, che gli rispondea nitrendo.
Allora udì su lui piangere il mare,
pianger le figlie del verace Mare,
lui, così bello, lui così nel fiore;
e molte con un improvviso scroscio
venir per trarlo via con sé; ma in vano.
E vide nella sacra notte il fato
suo, che aspettava alle Sinistre Porte,
come l’auriga asceso già sul carro,
la sferza in pugno, che all’eroe si volge,
sopragiungente nel fulgor dell’armi.
VI
E il vecchio disse le parole alate:
Lascia ch’io vada senz’indugio, e porti
meco la cetra, che non forse il cuore
nero t’inviti a piangere, su questa
cetra di glorie, l’ancor vivo Achille.
Lascia che pianga e mare e terra e cielo;
tu no. Non devi inebbriar di canto
tu, divo Achille, l’animo sereno
che sa, non devi a te celare il fato,
non che ti volle ma che tu volesti.
Restaci grande, o Peleìade Achille!
Noi, canteremo. Noi di te diremo
che, sì, piangevi, ma lontano e solo,
e che dicevi il tuo dolore all’onde
del mare ed alle nuvole del cielo.
E noi diremo che una dea non vista
a frenar la tua fosca ira veniva,
e ti prendea per la criniera rossa,
rossa criniera che così sconvolta
poi ti lisciava un’altra dea non vista,
nel tuo dolore; e che obbedivi a voci
dell’infinito o cielo o mare: avanti,
spingendo con un grande urlo d’auriga
verso la morte l’immortal tuo Xantho.
Disse e disparve nell’ambrosia notte.
di bronzo, tutti, sì, dormian domati
dal molle sonno, e i lor cavalli sciolti
dal giogo, avvinti con le briglie ai carri,
pascean, soffiando, il bianco orzo e la spelta.
Dormivano i custodi anche de’ fuochi,
abbandonato il capo sugli scudi
lustri, rotondi, presso i fuochi accesi,
al cui guizzare balenava il rame
dell’armi, come nuvolaglia a notte,
prima d’un nembo. Domator di tutto
teneva il sonno i Panachei chiomanti,
mirabilmente, nella notte ch’era
l’ultima notte del Pelide Achille;
e in cuore ognuno lo sapea, nel cielo
e nella terra, e tutti ora sbuffando
dalle narici il rauco sonno, in sogno
lo vedean fare un grande arco cadendo,
e sollevare un vortice di fumo;
ma in sogno senza altro fragor cadeva,
simile ad ombra; e senza suono a un tratto,
i cavalli e gli eroi misero un ringhio
acuto, i carri scosser via gli aurighi,
mentre laggiù, sotto Ilio, alta e feroce
la bronzea voce si frangea, d'Achille.
II
Dormian, sì, tutti; e tra il lor muto sonno
giungeva un vasto singhiozzar dal mare.
Piangean le figlie del verace Mare,
nel nero Ponto, l’ancor vivo Achille,
lontane, ch’egli non ne udisse il pianto.
Ed altre, sì, con improvviso scroscio
ululando montavano alla spiaggia,
per dirgli il fato o trarlo a sé; ma in vano:
fuggian con grida e gemiti e singhiozzi
lasciando le lor bianche orme di schiuma.
Ma non le udiva, benché desto, Achille,
desto sol esso; ch’egli empiva intanto
a sé l’orecchio con la cetra arguta,
dedalea cetra, scelta dalle prede
di Thebe sacra ch’egli avea distrutta.
Or, pieno il cuore di quei chiari squilli,
non udiva su lui piangere il mare,
e non udiva il suo vocale Xantho
parlar com’uomo all’inclito fratello,
Folgore, che gli rispondea nitrendo.
L’eroe cantava i morti eroi, cantava
sé, su la cetra già da lui predata.
Avea la spoglia, su le membra ignude,
d’un lion rosso già da lui raggiunto,
irsuta, lunga sino ai pie’ veloci.
III
Così le glorie degli eroi consunti
dal rogo, e sé con lor cantava Achille,
desto sol esso degli Achei chiomanti:
ecco, avanti gli stette uno, canuto,
simile in vista a vecchio dio ramingo.
E gli fu presso e gli baciò le mani
terribili. Sbalzò attonito Achille
su, dal suo seggio, e il morto lion rosso
gli raspò con le curve unghie i garretti.
E gli volgeva le parole alate:
Vecchio, chi sei? donde venuto? Sembri,
sì, nell’aspetto Priamo re, ma regio
non è il mantello che ti para il vento.
Chi ti fu guida nella notte oscura?
Parla, e per filo il tutto narra, o vecchio.
E gli parlava rispondendo il vecchio:
No, non ti sono io re, splendido Achille;
un dio felice non mi fu l’auriga:
io da me venni. Tutti, anche i custodi
dormono presso il crepitar dei fuochi.
Tu solo vegli; e non udii, venendo,
ch’esili stridi dagli eroi sopiti,
e che un sommesso brulichio dai morti.
E nella sacra notte a me fu guida
un suono, il suono d’una cetra, Achille.
IV
Lo guardò scuro e gli rispose Achille:
Tu non m’hai detto il caro nome, e donde
vieni e perché. Non forse tu notturno
vieni, alle navi degli Achei ricurve,
per dono grande, ad esplorare, o vecchio?
E gli parlava rispondendo il vecchio:
Io sono aedo, o pieveloce Achille,
caro ai guerrieri, non guerriero io stesso.
Io nacqui sotto la selvosa Placo,
in Thebe sacra, già da te distrutta.
Da te non vengo a liberarmi un figlio
cui lecchi il sangue un vigile tuo cane;
il figlio, no; recando qui sul forte
plaustro mulare tripodi e lebeti
e pepli e manti e molto oro nell’arca.
Non a me copia, non a te n’è d’uopo;
ché tu sei già del tuo destino, e tutti
lo sanno, il cielo, l’infinito mare,
la nera terra, e lo sai tu ch’hai dato
ai cari amici le tue prede e i doni
splendidi; ansati tripodi, cavalli,
muli, lustranti buoi, donne ben cinte,
e grigio ferro, e reso Ettore al padre
e la tua vita al suo dovere... Oh! rendi
dunque all’aedo la sua cetra, Achille!
V
Disse, e sporgea la mano alla sua cetra
bella, dedalea, ma l’argenteo giogo
era dai peli del lion coperto.
E il cuor d’Achille, mareggiava, come
il mare in dubbio di spezzar la nave,
piccola, curva. E poi parlava, e disse:
te’; riporgendo al pio cantor la cetra;
non sì che, urtando nel pulito seggio,
non mettesse, tremando, ella uno squillo.
Poi tacque, in mano dell’aedo, anch’ella.
Allora, stando, il pari a un dio Pelide
udì ringhiare i suoi grandi cavalli,
intese Xantho favellar com’uomo,
e parlar della sua morte al fratello,
Folgore, che gli rispondea nitrendo.
Allora udì su lui piangere il mare,
pianger le figlie del verace Mare,
lui, così bello, lui così nel fiore;
e molte con un improvviso scroscio
venir per trarlo via con sé; ma in vano.
E vide nella sacra notte il fato
suo, che aspettava alle Sinistre Porte,
come l’auriga asceso già sul carro,
la sferza in pugno, che all’eroe si volge,
sopragiungente nel fulgor dell’armi.
VI
E il vecchio disse le parole alate:
Lascia ch’io vada senz’indugio, e porti
meco la cetra, che non forse il cuore
nero t’inviti a piangere, su questa
cetra di glorie, l’ancor vivo Achille.
Lascia che pianga e mare e terra e cielo;
tu no. Non devi inebbriar di canto
tu, divo Achille, l’animo sereno
che sa, non devi a te celare il fato,
non che ti volle ma che tu volesti.
Restaci grande, o Peleìade Achille!
Noi, canteremo. Noi di te diremo
che, sì, piangevi, ma lontano e solo,
e che dicevi il tuo dolore all’onde
del mare ed alle nuvole del cielo.
E noi diremo che una dea non vista
a frenar la tua fosca ira veniva,
e ti prendea per la criniera rossa,
rossa criniera che così sconvolta
poi ti lisciava un’altra dea non vista,
nel tuo dolore; e che obbedivi a voci
dell’infinito o cielo o mare: avanti,
spingendo con un grande urlo d’auriga
verso la morte l’immortal tuo Xantho.
Disse e disparve nell’ambrosia notte.
Giovanni Pascoli
La cetra d’Achille
E stette Achille ad ascoltare i ringhi
de’ suoi cavalli, e più lontano il pianto
delle Nereidi, e dentro i lor singhiozzi
sentì più trista, sì ma più sommessa,
la voce della sua cerulea madre.
Anche sentì tra il sonno alto del campo
passar con chiaro tintinnìo la cetra,
di cui tentava il pio cantor le corde;
mentre i cavalli sospendean, fremendo,
di dirompere il bianco orzo e la spelta.
Passava il canto tra la morte e il sogno:
qualche avvoltoio, sorto su dai morti,
gli eroi viventi ventilava in fronte.
Lontanò ella sotto il cielo azzurro,
e poi vanì. Nè più la intese Achille.
Nè gli restava, oltre i cavalli e il carro
da guerra e le stellanti armi, più nulla,
se non montare sopra i due cavalli,
fulgido, in armi, come Sole, andando
al suo tramonto. Quando udì vicino
un singulto: Briseide su la soglia
stava, e piangeva, la sua dolce schiava.
Ed egli allora si corcò tenendo
lei tra le braccia, con su lor la pelle
del lion rosso; ed aspettò l’aurora.
de’ suoi cavalli, e più lontano il pianto
delle Nereidi, e dentro i lor singhiozzi
sentì più trista, sì ma più sommessa,
la voce della sua cerulea madre.
Anche sentì tra il sonno alto del campo
passar con chiaro tintinnìo la cetra,
di cui tentava il pio cantor le corde;
mentre i cavalli sospendean, fremendo,
di dirompere il bianco orzo e la spelta.
Passava il canto tra la morte e il sogno:
qualche avvoltoio, sorto su dai morti,
gli eroi viventi ventilava in fronte.
Lontanò ella sotto il cielo azzurro,
e poi vanì. Nè più la intese Achille.
Nè gli restava, oltre i cavalli e il carro
da guerra e le stellanti armi, più nulla,
se non montare sopra i due cavalli,
fulgido, in armi, come Sole, andando
al suo tramonto. Quando udì vicino
un singulto: Briseide su la soglia
stava, e piangeva, la sua dolce schiava.
Ed egli allora si corcò tenendo
lei tra le braccia, con su lor la pelle
del lion rosso; ed aspettò l’aurora.
Giovanni Pascoli
Solon
Triste il convito senza canto, come
tempio senza votivo oro di doni;
chè questo è bello: attendere al cantore
che nella voce ha l’eco dell’Ignoto.
Oh! nulla, io dico, è bello più, che udire
un buon cantore, placidi, seduti
l’un presso l’altro, avanti mense piene
di pani biondi e di fumanti carni,
mentre il fanciullo dal cratere attinge
vino, e lo porta e lo versa nelle coppe;
e dire in tanto graziosi detti,
mentre la cetra inalzà il suo sacro inno;
o dell’auleta querulo, che piange,
godere, poi che ti si muta in cuore
il suo dolore in tua felicità.
16 ]
Solon, dicesti un giorno tu: “ Beato
chi ama, chi cavalli ha solidunghi,
cani da preda, un ospite lontano.”
Ora te nè lontano ospite giova
nè, già vecchio, i bei cani, nè cavalli
di solid’unghia, nè l’amore, o savio.
Te la coppa ora giova: ora tu lodi
più vecchio il vino e più novello il canto.
E novelle al Pireo, con la bonaccia
prima e co’ primi stormi, due canzoni
oltremarine giunsero. Le reca
una donna d’Eresso. “ Apri,” rispose;
“alla rondine, o Phoco, apri la porta.”
Erano le Anthesterie: s’apriva
il fumeo doglio e si saggiava il vino.
Entrò, col lume della primavera
e con l’alito salso dell’Egeo,
la cantatrice. Ella sapea due canti:
l’uno, d’amore, l’altro era di morte.
Entrò pensosa; e Phoco le porgeva
uno sgabello d’auree borchie ornato
ed una coppa. Ella sedè, reggendo
la risonante pèctide; ne strinse
tacita intorno ai còllabi le corde;
tentò le corde fremebonde, e disse:
“ Splende al plenilunio l’orto; il melo
M°’è lontano dalle ricciute chiome,
quanto il sole; sì, ma mi giunge al cuore,
come il sole: bello, ma bello come
sole che muore.
Dileguare! e altro non voglio: voglio
farmi chiarità che da lui si efonda.
Scoglio estremo della gran luce, scoglio
su la grande onda,
dolce è da te scendere dove è pace:
scende il sole nell’infinito mare;
trema e scende la chiarità seguace
crepuscolare.”
“La Motte è questa! ” il vecchio esclamò. “ Questo,”
ella rispose, “è, ospite, l’Amore.”
‘Tentò le corde fremebonde, e disse:
“Togli il pianto. E’ colpa! Sei poeta
nella casa, tu. Chi dirà che fui?
Piangi il morto atleta: beltà d’atleta
muore con lui.
Muore la virtù dell’eroe che il cocchio
spinge urlando tra le nemiche schiere;
muore il seno, sì, di Rhodòpi, l’occhio
del timoniere;
poi che l’inno (diano le rosee dita
pace al peplo, a noi non s’addice il Iutto)
è la nostra forza e beltà, la vita,
l’anima, tutto!
E chi voglia me rivedere, tocchi
queste corde, canti un mio canto: in quella
tutta rose rimireranno gli occhi
Saffo la bella.”
Questo era il canto della Morte, e il vecchio
Solon qui disse: “ Ch’io l’impari, e muoia.”
tempio senza votivo oro di doni;
chè questo è bello: attendere al cantore
che nella voce ha l’eco dell’Ignoto.
Oh! nulla, io dico, è bello più, che udire
un buon cantore, placidi, seduti
l’un presso l’altro, avanti mense piene
di pani biondi e di fumanti carni,
mentre il fanciullo dal cratere attinge
vino, e lo porta e lo versa nelle coppe;
e dire in tanto graziosi detti,
mentre la cetra inalzà il suo sacro inno;
o dell’auleta querulo, che piange,
godere, poi che ti si muta in cuore
il suo dolore in tua felicità.
16 ]
Solon, dicesti un giorno tu: “ Beato
chi ama, chi cavalli ha solidunghi,
cani da preda, un ospite lontano.”
Ora te nè lontano ospite giova
nè, già vecchio, i bei cani, nè cavalli
di solid’unghia, nè l’amore, o savio.
Te la coppa ora giova: ora tu lodi
più vecchio il vino e più novello il canto.
E novelle al Pireo, con la bonaccia
prima e co’ primi stormi, due canzoni
oltremarine giunsero. Le reca
una donna d’Eresso. “ Apri,” rispose;
“alla rondine, o Phoco, apri la porta.”
Erano le Anthesterie: s’apriva
il fumeo doglio e si saggiava il vino.
Entrò, col lume della primavera
e con l’alito salso dell’Egeo,
la cantatrice. Ella sapea due canti:
l’uno, d’amore, l’altro era di morte.
Entrò pensosa; e Phoco le porgeva
uno sgabello d’auree borchie ornato
ed una coppa. Ella sedè, reggendo
la risonante pèctide; ne strinse
tacita intorno ai còllabi le corde;
tentò le corde fremebonde, e disse:
“ Splende al plenilunio l’orto; il melo
M°’è lontano dalle ricciute chiome,
quanto il sole; sì, ma mi giunge al cuore,
come il sole: bello, ma bello come
sole che muore.
Dileguare! e altro non voglio: voglio
farmi chiarità che da lui si efonda.
Scoglio estremo della gran luce, scoglio
su la grande onda,
dolce è da te scendere dove è pace:
scende il sole nell’infinito mare;
trema e scende la chiarità seguace
crepuscolare.”
“La Motte è questa! ” il vecchio esclamò. “ Questo,”
ella rispose, “è, ospite, l’Amore.”
‘Tentò le corde fremebonde, e disse:
“Togli il pianto. E’ colpa! Sei poeta
nella casa, tu. Chi dirà che fui?
Piangi il morto atleta: beltà d’atleta
muore con lui.
Muore la virtù dell’eroe che il cocchio
spinge urlando tra le nemiche schiere;
muore il seno, sì, di Rhodòpi, l’occhio
del timoniere;
poi che l’inno (diano le rosee dita
pace al peplo, a noi non s’addice il Iutto)
è la nostra forza e beltà, la vita,
l’anima, tutto!
E chi voglia me rivedere, tocchi
queste corde, canti un mio canto: in quella
tutta rose rimireranno gli occhi
Saffo la bella.”
Questo era il canto della Morte, e il vecchio
Solon qui disse: “ Ch’io l’impari, e muoia.”
Giovanni Pascoli
Suor Virginia
Dormivano. Sì: anche la sorella
piccina. Era composta, era coperta.
Suor Virginia tornò nella sua cella.
Tornò lasciando la finestra aperta
a quel lontano canto, a quel lontano
bau bau di cane ch’era sempre all’erta;
aperta a quello scalpicciar pian piano
d’uomini o foglie, a quel trillar d’un grillo,
che poi taceva sotto un piede umano...
Dormivano. Il lor cuore era tranquillo.
La suora si svestì, così leggiera,
ch’udì per terra il picchio d’uno spillo.
S’addormentava. - Tum tum tum... Che era?
E suor Virginia si levò seduta
sul letto, mormorando una preghiera.
Ella ascoltò: la piccola battuta
venìa di là. Si mise anche una volta
lo scapolare. Entrò. Riguardò muta.
No. L’una e l’altra si tenea raccolta
al dolce sonno. Non avean bisogno
di lei. La bimba s’era, sì, rivolta
sul cuore; all’altra; a ragionarci in sogno.
iv
Tornò, comprese. Avea bussato il Santo.
Era venuto il tempo di lasciare
il suo cantuccio in questa Val di pianto.
A quel Santo ogni sera essa all’altare
dicea tre pater. Egli non ignora
nell’ampia terra il nostro limitare.
Poi ch’egli va, pascendo il gregge ancora,
come allora; e devia dalla sua strada
per dire a questo o quello ospite: È l’ora.
Egli è notturno come la rugiada.
E viene, e bussa fin che il sonnolento
pellegrino non s’alza e non gli bada.
Egli era, dunque, entrato nel convento
per rivelarle l’ora del trapasso.
Picchiò. Poi stava ad aspettare attento.
Ella sentito non ne aveva il passo,
perchè va scalzo. Su la soglia trita
certo aspettava col cappuccio basso.
Suor Virginia il fardello della vita
doveva fare: il cielo era già rosso:
il suo fardello. Tra le ceree dita
prese il rosario col suo teschio d’osso.
v
E vennero le morte undicimila
vergini, con le lampade fornite
d’olio odoroso; camminando in fila;
di bianco lino, come lei, vestite;
nelle pallide conche d’alabastro
portando accese le lor dolci vite;
passando, sì che in breve erano un nastro
bianco, ondeggiante, a un alito, pian piano,
nel cielo azzurro tra la terra e un astro;
passando, come gli Ave a grano a grano
d’una corona. E le dicean parole
di sotto il giglio che teneano in mano.
Aveva ognuna, su le bianche stole,
l’orma di sangue della sua tortura.
Anch’ella, al cuore. Le dicean: Non duole.
Era, la prima d’esse, Ursula pura,
lassù, che tuttavia lampade accese
splendeano in fila per la terra oscura.
Le vergini non tutte erano ascese.
Quella picchiò tre volte con lo stelo
del giglio. E in terra Suor Virginia intese
quei colpettini al grande uscio del cielo.
vi
Tum tum... Di là, con tutto quel gran cielo
alla finestra, oh! trema come foglia
secca che prilla intorno a un ragnatelo,
la bimba, e bussa, e par ch’ora, sì, voglia
dirglielo: “Madre, c’è uno laggiù:
chiuda!„ E volge gli aperti occhi alla soglia
dell’uscio: aspetta. Ella non venne più.
piccina. Era composta, era coperta.
Suor Virginia tornò nella sua cella.
Tornò lasciando la finestra aperta
a quel lontano canto, a quel lontano
bau bau di cane ch’era sempre all’erta;
aperta a quello scalpicciar pian piano
d’uomini o foglie, a quel trillar d’un grillo,
che poi taceva sotto un piede umano...
Dormivano. Il lor cuore era tranquillo.
La suora si svestì, così leggiera,
ch’udì per terra il picchio d’uno spillo.
S’addormentava. - Tum tum tum... Che era?
E suor Virginia si levò seduta
sul letto, mormorando una preghiera.
Ella ascoltò: la piccola battuta
venìa di là. Si mise anche una volta
lo scapolare. Entrò. Riguardò muta.
No. L’una e l’altra si tenea raccolta
al dolce sonno. Non avean bisogno
di lei. La bimba s’era, sì, rivolta
sul cuore; all’altra; a ragionarci in sogno.
iv
Tornò, comprese. Avea bussato il Santo.
Era venuto il tempo di lasciare
il suo cantuccio in questa Val di pianto.
A quel Santo ogni sera essa all’altare
dicea tre pater. Egli non ignora
nell’ampia terra il nostro limitare.
Poi ch’egli va, pascendo il gregge ancora,
come allora; e devia dalla sua strada
per dire a questo o quello ospite: È l’ora.
Egli è notturno come la rugiada.
E viene, e bussa fin che il sonnolento
pellegrino non s’alza e non gli bada.
Egli era, dunque, entrato nel convento
per rivelarle l’ora del trapasso.
Picchiò. Poi stava ad aspettare attento.
Ella sentito non ne aveva il passo,
perchè va scalzo. Su la soglia trita
certo aspettava col cappuccio basso.
Suor Virginia il fardello della vita
doveva fare: il cielo era già rosso:
il suo fardello. Tra le ceree dita
prese il rosario col suo teschio d’osso.
v
E vennero le morte undicimila
vergini, con le lampade fornite
d’olio odoroso; camminando in fila;
di bianco lino, come lei, vestite;
nelle pallide conche d’alabastro
portando accese le lor dolci vite;
passando, sì che in breve erano un nastro
bianco, ondeggiante, a un alito, pian piano,
nel cielo azzurro tra la terra e un astro;
passando, come gli Ave a grano a grano
d’una corona. E le dicean parole
di sotto il giglio che teneano in mano.
Aveva ognuna, su le bianche stole,
l’orma di sangue della sua tortura.
Anch’ella, al cuore. Le dicean: Non duole.
Era, la prima d’esse, Ursula pura,
lassù, che tuttavia lampade accese
splendeano in fila per la terra oscura.
Le vergini non tutte erano ascese.
Quella picchiò tre volte con lo stelo
del giglio. E in terra Suor Virginia intese
quei colpettini al grande uscio del cielo.
vi
Tum tum... Di là, con tutto quel gran cielo
alla finestra, oh! trema come foglia
secca che prilla intorno a un ragnatelo,
la bimba, e bussa, e par ch’ora, sì, voglia
dirglielo: “Madre, c’è uno laggiù:
chiuda!„ E volge gli aperti occhi alla soglia
dell’uscio: aspetta. Ella non venne più.
Giovanni Pascoli
Suor Virginia
Tum tum... tum tum... - Ell’era stata in chiesa
a pregar sola, a dir la sua corona
sotto la sola lampadina accesa.
Avea chiesto perdono a chi perdona
tutto, di nulla; simile ad ancella
ch’ha gli occhi in mano della sua padrona;
a una che su l’uscio di sorella
ricca, socchiuso, prega piano, a volo;
ch’altri non oda. Era tornata in cella.
E ora avanti il Cristo morto solo,
avanti l’agonia di Santa Rita,
si toglieva il suo velo, il suo soggólo.
Il cingolo a tre nodi dalla vita
poi si scioglieva: un giallo teschio d’osso
girò tre volte nelle ceree dita.
Tum tum... - Chi picchia? Si rimise in dosso
lo scapolare. Forse alla parete
dell’altra stanza. L’uscio non s’è mosso.
Forse qualche educanda. Una ch’ha sete,
ch’ha male... Aprì soavemente l’uscio.
Entrò. Niente. I capelli nella rete,
le braccia in croce, gli occhi nel lor guscio...
ii
dormivano, composte, accomodate,
le due bambine. Aperta la finestra
era a una gran serenità d’estate.
L’avea lasciata aperta la maestra
per via del caldo. Un alito di vento
recava odor d’acacia e di ginestra.
Ma che frufrù nell’orto del convento!
Passava, ora d’un gufo, ora d’un gatto,
un sordo sgnaulìo subito spento.
Un grillo ora trillava, ora d’un tratto
taceva: come? Come se lì presso
fosse venuto chi sa chi, d’appiatto.
Un fischiettare, un camminar represso,
un raspare, un frugare, uno sfrascare
improvviso su su per il cipresso...
Brillavan qua e là lucciole rare,
come spiando. Un ululo ogni tanto
veniva da un lontano casolare.
L’urlo d’un cane alla catena, e il canto
più lontano d’un rauco vagabondo,
nell’alta notte, era la gioia e il pianto
che al monastero pervenìa, dal mondo.
a pregar sola, a dir la sua corona
sotto la sola lampadina accesa.
Avea chiesto perdono a chi perdona
tutto, di nulla; simile ad ancella
ch’ha gli occhi in mano della sua padrona;
a una che su l’uscio di sorella
ricca, socchiuso, prega piano, a volo;
ch’altri non oda. Era tornata in cella.
E ora avanti il Cristo morto solo,
avanti l’agonia di Santa Rita,
si toglieva il suo velo, il suo soggólo.
Il cingolo a tre nodi dalla vita
poi si scioglieva: un giallo teschio d’osso
girò tre volte nelle ceree dita.
Tum tum... - Chi picchia? Si rimise in dosso
lo scapolare. Forse alla parete
dell’altra stanza. L’uscio non s’è mosso.
Forse qualche educanda. Una ch’ha sete,
ch’ha male... Aprì soavemente l’uscio.
Entrò. Niente. I capelli nella rete,
le braccia in croce, gli occhi nel lor guscio...
ii
dormivano, composte, accomodate,
le due bambine. Aperta la finestra
era a una gran serenità d’estate.
L’avea lasciata aperta la maestra
per via del caldo. Un alito di vento
recava odor d’acacia e di ginestra.
Ma che frufrù nell’orto del convento!
Passava, ora d’un gufo, ora d’un gatto,
un sordo sgnaulìo subito spento.
Un grillo ora trillava, ora d’un tratto
taceva: come? Come se lì presso
fosse venuto chi sa chi, d’appiatto.
Un fischiettare, un camminar represso,
un raspare, un frugare, uno sfrascare
improvviso su su per il cipresso...
Brillavan qua e là lucciole rare,
come spiando. Un ululo ogni tanto
veniva da un lontano casolare.
L’urlo d’un cane alla catena, e il canto
più lontano d’un rauco vagabondo,
nell’alta notte, era la gioia e il pianto
che al monastero pervenìa, dal mondo.
Giovanni Pascoli
X agosto
San Lorenzo," io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto?
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono ...
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita 20
le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!!°
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto?
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono ...
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita 20
le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!!°
Giovanni Prati
Canto d’Igea
A chi la zolla avita
ara co’ propri armenti,
e le vigne fiorenti
al fresco olmo marita,
e, i casalinghi dèi
bene invocando, al sole
mette gagliarda prole
da’ vegeti imenei;
a chi le capre snelle
sparge sul pingue clivo,
o pota il sacro olivo
sotto clementi stelle;
a chi, le braccia ignude,
nel ciclopeo travaglio,
picchia il paterno maglio
sulla fiammante incude;
a questi Igea dispensa
giocondi operatori
i candidi tesori
del sonno e della mensa:
le poderose spalle
e i validi toraci
io formo a questi audaci
del monte e della valle.
Né men chi si periglia
coi flutti e le tempeste
del nostro fior si veste,
se il mar non se lo piglia:
né men chi suda in guerra
porta le mie corone,
se, innanzi il dì, nol pone
lancia nemica in terra.
Ma guai chi tenta il volo
per vie senza ritorni!
Languono i rosei giorni
al vagabondo e solo.
Perche, mal cauti, il varco
dare alla mente accesa?
Corda che troppo è tesa
spezza se stessa e l’arco.
Dal dì che il mondo nacque,
io, ch’ogni ben discerno,
scherzo col riso eterno
degli árbori e dell’acque;
e dalla bocca mia
spargo, volenti i numi,
aure di vita e fiumi
di forza e d’allegria.
Sul tramite beato
però piú d’uno è vinto
per doloroso istinto
o iniquitá del Fato:
ma può levarsi pieno
di gagliardia divina,
s’ei la sua testa china
nel mio potente seno.
Dal sol che spunta e cade
a voi nella pupilla,
dall’aria che vi stilla
il ben delle rugiade,
dai rivi erranti e lieti,
dal rude fior dei vepri,
dal fumo dei ginepri,
dal pianto degli abeti,
da ogni virtú che il sangue
e il corpo vi compose,
rispunteran le rose
sul cespite che langue;
e i liberi bisogni,
che risentir si fanno,
nell’ombra uccideranno
le amare veglie e i sogni.
Salvate, oimè! le membra
dal tarlo del pensiero.
A voi daccanto è il vero
piú che talor non sembra.
L’uom, che lo chiese altrove,
dannato è sul macigno,
e lo sparvier maligno
fa le vendette a Giove.
In voi, terrestri, mesce
vario vigor Natura;
ma chi non tien misura,
alla gran madre incresce.
Destrier che l’ira invade,
fatto demente al corso,
sui piè barcolla, il morso
bagna di sangue... e cade.
Perché affrettar l’arrivo
della giornata negra?
Ne’ baci miei t’allegra,
o brevemente vivo!
Progenie impoverita,
che cerchi un ben lontano,
nella mia rosea mano
è il nappo della vita.
ara co’ propri armenti,
e le vigne fiorenti
al fresco olmo marita,
e, i casalinghi dèi
bene invocando, al sole
mette gagliarda prole
da’ vegeti imenei;
a chi le capre snelle
sparge sul pingue clivo,
o pota il sacro olivo
sotto clementi stelle;
a chi, le braccia ignude,
nel ciclopeo travaglio,
picchia il paterno maglio
sulla fiammante incude;
a questi Igea dispensa
giocondi operatori
i candidi tesori
del sonno e della mensa:
le poderose spalle
e i validi toraci
io formo a questi audaci
del monte e della valle.
Né men chi si periglia
coi flutti e le tempeste
del nostro fior si veste,
se il mar non se lo piglia:
né men chi suda in guerra
porta le mie corone,
se, innanzi il dì, nol pone
lancia nemica in terra.
Ma guai chi tenta il volo
per vie senza ritorni!
Languono i rosei giorni
al vagabondo e solo.
Perche, mal cauti, il varco
dare alla mente accesa?
Corda che troppo è tesa
spezza se stessa e l’arco.
Dal dì che il mondo nacque,
io, ch’ogni ben discerno,
scherzo col riso eterno
degli árbori e dell’acque;
e dalla bocca mia
spargo, volenti i numi,
aure di vita e fiumi
di forza e d’allegria.
Sul tramite beato
però piú d’uno è vinto
per doloroso istinto
o iniquitá del Fato:
ma può levarsi pieno
di gagliardia divina,
s’ei la sua testa china
nel mio potente seno.
Dal sol che spunta e cade
a voi nella pupilla,
dall’aria che vi stilla
il ben delle rugiade,
dai rivi erranti e lieti,
dal rude fior dei vepri,
dal fumo dei ginepri,
dal pianto degli abeti,
da ogni virtú che il sangue
e il corpo vi compose,
rispunteran le rose
sul cespite che langue;
e i liberi bisogni,
che risentir si fanno,
nell’ombra uccideranno
le amare veglie e i sogni.
Salvate, oimè! le membra
dal tarlo del pensiero.
A voi daccanto è il vero
piú che talor non sembra.
L’uom, che lo chiese altrove,
dannato è sul macigno,
e lo sparvier maligno
fa le vendette a Giove.
In voi, terrestri, mesce
vario vigor Natura;
ma chi non tien misura,
alla gran madre incresce.
Destrier che l’ira invade,
fatto demente al corso,
sui piè barcolla, il morso
bagna di sangue... e cade.
Perché affrettar l’arrivo
della giornata negra?
Ne’ baci miei t’allegra,
o brevemente vivo!
Progenie impoverita,
che cerchi un ben lontano,
nella mia rosea mano
è il nappo della vita.
Giovanni Raboni
Farsi radice, stipite
Farsi radice, stipite, reliquia
verde occultamente se non si può
più essere foglia o fiore, forse so
che è proprio lì, in quella dolcezza attigua
alla morte ma da lei infinita
mente indifferente, lì in quel segreto
di Pulcinella che diventa lieto
il lento crepuscolo della vita
dei bambini. Sta’ buono, mi ripeto,
dimentica per sempre la fatica
di crescere, di chiamarti, l’antica
fissazione di resistere all’impeto
della luce e dell’aria, pensa solo
a leccare ogni goccia del consòlo.
verde occultamente se non si può
più essere foglia o fiore, forse so
che è proprio lì, in quella dolcezza attigua
alla morte ma da lei infinita
mente indifferente, lì in quel segreto
di Pulcinella che diventa lieto
il lento crepuscolo della vita
dei bambini. Sta’ buono, mi ripeto,
dimentica per sempre la fatica
di crescere, di chiamarti, l’antica
fissazione di resistere all’impeto
della luce e dell’aria, pensa solo
a leccare ogni goccia del consòlo.
Giovanni Raboni
Imbarcadero
I pochi che aspettano, pochi
per volta, pochi e sempre, che il traghetto
torni dall’altra riva
filando piatto, silenzioso
tranne 1 colpi di sotto, sordi,
dell’acqua scolorita
nel furioso nevischio di dicembre
e alla Salute, a San Tomà nessuno
che parli, solo uno
che si raschia la gola,
bestemmia, tende la mano all’obolo — oh diletti
vi ho ritrovati, vi ravviso
sotto ombrelli e cappucci, è il vostro corpo
stranamente visibile
che ancora migra, si riunisce
di là, dopo la terra,
a tanto caro sangue...
Da VERSI GUERRIERI E AMOROSI
per volta, pochi e sempre, che il traghetto
torni dall’altra riva
filando piatto, silenzioso
tranne 1 colpi di sotto, sordi,
dell’acqua scolorita
nel furioso nevischio di dicembre
e alla Salute, a San Tomà nessuno
che parli, solo uno
che si raschia la gola,
bestemmia, tende la mano all’obolo — oh diletti
vi ho ritrovati, vi ravviso
sotto ombrelli e cappucci, è il vostro corpo
stranamente visibile
che ancora migra, si riunisce
di là, dopo la terra,
a tanto caro sangue...
Da VERSI GUERRIERI E AMOROSI
Giovanni Raboni
Niente sarà mai vero
Niente sarà mai vero come è
vero questo venticinque novembre
millenovecentonovantatre
con il suo tranquillo traffico d’ombre
per corsie e sale e camerate ingombre
di vuoto e il fiume dei ricordi che
rompe gli argini in silenzio. È in novembre,
lo so, vuoi che non lo sappia, per te
che si semina dolore, il più forte,
il più contro la vita — ma se viene
solo ora al suo compimento di morte
e di lì a un’altra nascita conviene
far festa qui, bruciare qui le scorte
di incenso e febbre al turno delle pene.
vero questo venticinque novembre
millenovecentonovantatre
con il suo tranquillo traffico d’ombre
per corsie e sale e camerate ingombre
di vuoto e il fiume dei ricordi che
rompe gli argini in silenzio. È in novembre,
lo so, vuoi che non lo sappia, per te
che si semina dolore, il più forte,
il più contro la vita — ma se viene
solo ora al suo compimento di morte
e di lì a un’altra nascita conviene
far festa qui, bruciare qui le scorte
di incenso e febbre al turno delle pene.
Giovanni Raboni
Più morti che vivi — no
Più morti che vivi — no, non è questa
la frase che mi bisbigliano stanche
voci sulla riva del sonno e anche
più in là, fin dentro la sua scialba festa
di schiuma, cenere, niente...Che sia
di me che si parla, che sia lo sfarsi
di un’o in un’i nei loro fiati riarsi
dal buio? Ascolto. Ascolto ancora. E via
via che ascolto fra orecchio e mente affiora
un’aggiunta impercettibile, come
da sempre, da prima del tempo un nome
dimenticato e ritrovato e se ora
non ci fossero più che i sostantivi
— i morti, i vivi, più i morti che i vivi.
la frase che mi bisbigliano stanche
voci sulla riva del sonno e anche
più in là, fin dentro la sua scialba festa
di schiuma, cenere, niente...Che sia
di me che si parla, che sia lo sfarsi
di un’o in un’i nei loro fiati riarsi
dal buio? Ascolto. Ascolto ancora. E via
via che ascolto fra orecchio e mente affiora
un’aggiunta impercettibile, come
da sempre, da prima del tempo un nome
dimenticato e ritrovato e se ora
non ci fossero più che i sostantivi
— i morti, i vivi, più i morti che i vivi.
Giovanni Raboni
Sono quello che eravate
Sono quello che eravate, sarò
quello che siete, sussurro a chi spia
i miei passi da un letto di corsia
d’un padiglione di Niguarda o
del vecchio policlinico di via
Sforza, mi sopravvalutate, ho
un rene solo, presto perderò
l’ultima battaglia con la miopia
e il cuore, eh, il cuore... No, perdono, care
anime, perdono! non posso fare
l’unto della Morte qui, hon si deve
insegnare a morire a chi già tanto
muore 0 così poco spera, soltanto
un’altra primavera, un’altra neve.
Da QUARE TRISTIS
quello che siete, sussurro a chi spia
i miei passi da un letto di corsia
d’un padiglione di Niguarda o
del vecchio policlinico di via
Sforza, mi sopravvalutate, ho
un rene solo, presto perderò
l’ultima battaglia con la miopia
e il cuore, eh, il cuore... No, perdono, care
anime, perdono! non posso fare
l’unto della Morte qui, hon si deve
insegnare a morire a chi già tanto
muore 0 così poco spera, soltanto
un’altra primavera, un’altra neve.
Da QUARE TRISTIS
Giovanni Raboni
Vivo, stando in campagna, la mia morte
Vivo, stando in campagna, la mia morte.
Appeso a trespoli, aiole,
alle radici del glicine, ai raggi della ruota,
aspetto (il barattolo del nescafé
a portata di mano, l’acciarino
fra le dita del piede)
che l’arcangelo Calabresi scenda a giudicarmi.
Appeso a trespoli, aiole,
alle radici del glicine, ai raggi della ruota,
aspetto (il barattolo del nescafé
a portata di mano, l’acciarino
fra le dita del piede)
che l’arcangelo Calabresi scenda a giudicarmi.
Giuliano Gramigna
Chi ascolta
Chi ascolta il coro
chi canticchia la loro aria
di vecchi tebani di coefore e colonei
di morti in piedi di mummie sedute
sente solo parole ariose felici
anche se gli dicono “meglio
non essere nato”.
Perché dovrei preoccuparmi chiedere
di fermare per me quella cosa?
non la pronunciò ma non per paura
l’ho detta a iosa in lingua mascherata
lasciarla scivolare via è il modo allegro.
Fra il vecchio Edipo non scomparso a Colono
e il bambino Edipo che traballa sui piedini forati
chi dovrei scegliere?
Naturalmente non scelgo non c’è bisogno
di sapere se sono sveglio o dormo.
chi canticchia la loro aria
di vecchi tebani di coefore e colonei
di morti in piedi di mummie sedute
sente solo parole ariose felici
anche se gli dicono “meglio
non essere nato”.
Perché dovrei preoccuparmi chiedere
di fermare per me quella cosa?
non la pronunciò ma non per paura
l’ho detta a iosa in lingua mascherata
lasciarla scivolare via è il modo allegro.
Fra il vecchio Edipo non scomparso a Colono
e il bambino Edipo che traballa sui piedini forati
chi dovrei scegliere?
Naturalmente non scelgo non c’è bisogno
di sapere se sono sveglio o dormo.
Giuliano Gramigna
Colui che sta seduto e ascolta
Si chiede continuamente: Vuoi morire?
ma non aspetta la risposta
non vuole saperlo.
Teste rosse di gru veleggiano
lassù traverso geyser di luce
oh in silenzio! oh calme Antigoni!
Così diverso eppure qualcosa
che gli ha comunicato l’analista.
“Non tremare se puoi guardare
dietro di te”. Povera vista in diottrie appannate
non riconoscerebbe la statua di Euridice.
Lucidità rossori tremori
dove la stanza finisce —
e semplici fantocci non statue
euridice antigone, la spalliera
di una sedia bastava a Pascal.
Allora? Lui rifà la domanda
scrive su un foglietto la risposta la nasconde
all’Immondo Signore che gli cavalca le spalle.
ma non aspetta la risposta
non vuole saperlo.
Teste rosse di gru veleggiano
lassù traverso geyser di luce
oh in silenzio! oh calme Antigoni!
Così diverso eppure qualcosa
che gli ha comunicato l’analista.
“Non tremare se puoi guardare
dietro di te”. Povera vista in diottrie appannate
non riconoscerebbe la statua di Euridice.
Lucidità rossori tremori
dove la stanza finisce —
e semplici fantocci non statue
euridice antigone, la spalliera
di una sedia bastava a Pascal.
Allora? Lui rifà la domanda
scrive su un foglietto la risposta la nasconde
all’Immondo Signore che gli cavalca le spalle.
Giuliano Gramigna
Com”’è interessante la vecchiaia
Com’è interessante la vecchiaia
Una cruna di luce dalla persiana
isola due centimetri di mondo
il beccuccio di una lattiera la scaglia di una matita.
Non frammenti, un punto dove tutto
si riassume fa massa. Le menti beate
d’ogni cosa si guardano in ogni cosa.
La vecchiaia vede per diottrie sgranate
per particole ogni particola ben disposta
nell’anfiteatro- ma le miriadi di granelli
ballano in una forma sola.
Pensoso, fa mente al fuso di sole
fa ammenda alla poca pazienza.
Dalla riva è soave guardare
il mare dove bucano gli squali
ma sono soavi gli squali con denti ingegnosi.
Aguzzare l’ingegno è l’opzione
conveniente a chi diventa vecchio.
Si piega sul bordo del mare
osserva gli squali passare
appena sotto il pelo dell’acqua;
affonda il braccio
non teme morso di pesce o caimano.
È lui che spinge il grande muso bianco
nella corrente. Ancora poco e si trasforma
in qualcosa di perfetto e strano.
So
Una cruna di luce dalla persiana
isola due centimetri di mondo
il beccuccio di una lattiera la scaglia di una matita.
Non frammenti, un punto dove tutto
si riassume fa massa. Le menti beate
d’ogni cosa si guardano in ogni cosa.
La vecchiaia vede per diottrie sgranate
per particole ogni particola ben disposta
nell’anfiteatro- ma le miriadi di granelli
ballano in una forma sola.
Pensoso, fa mente al fuso di sole
fa ammenda alla poca pazienza.
Dalla riva è soave guardare
il mare dove bucano gli squali
ma sono soavi gli squali con denti ingegnosi.
Aguzzare l’ingegno è l’opzione
conveniente a chi diventa vecchio.
Si piega sul bordo del mare
osserva gli squali passare
appena sotto il pelo dell’acqua;
affonda il braccio
non teme morso di pesce o caimano.
È lui che spinge il grande muso bianco
nella corrente. Ancora poco e si trasforma
in qualcosa di perfetto e strano.
So
Giuliano Gramigna
I tuoni
Tuoni lontani luminosi
nel cielo limpidissimo
della fine d’agosto.
Ma che vuol dire fine d’agosto?
che la stagione si chiuse
o che non l’attraverseremo mai più?
La sera s’arrotola in coppa
intorno a un’idea perfettamente morta.
Niente permette di rievocare l’adulescentulo
sdraiato in una certa sera del secolo
a specolare nella gran luce
di un temporale che non arriva mai.
Non ce n’è più di bufere con chiarori
e clangori già dietro il disegno dei monti
nell’eco Domani sarà un giorno splendido
e tutta una schiarita
giorno e notte. Che dici mai:
non ce n’è più di vita.
nel cielo limpidissimo
della fine d’agosto.
Ma che vuol dire fine d’agosto?
che la stagione si chiuse
o che non l’attraverseremo mai più?
La sera s’arrotola in coppa
intorno a un’idea perfettamente morta.
Niente permette di rievocare l’adulescentulo
sdraiato in una certa sera del secolo
a specolare nella gran luce
di un temporale che non arriva mai.
Non ce n’è più di bufere con chiarori
e clangori già dietro il disegno dei monti
nell’eco Domani sarà un giorno splendido
e tutta una schiarita
giorno e notte. Che dici mai:
non ce n’è più di vita.
Giuliano Gramigna
L’annata dei poeti morti
L’annata dei poeti morti
A Mosca a Pietroburgo sull’Isar
con ponti di glicini —
forse soltanto lungo il piccolo Reno d’Emilia
sere in cui s’accendeva la luna diaccia e felice
Sul continente en marche! come su un iceberg
derivando con speranze e terrori
e bigliettini strapazzati di versi
cartoline della Posta Militare e il cattivo inchiostro
anticipava un poco il sangue delle fucilate
En marche! Altra voce! Perché l’epoca non gli permise
che la marcia ai cingoli all’ Arbeit macht frei
allora tutti scrissero in un momento
in un nanosecondo - il tempo
di tracciare un’asta un ricciolo
Avevano fatto poemi del resto
coi piedi nudi nell’erba durante le soste
le fasce intorno alla fronte come paracleto
o immaginari lawrence d’arabia “che non vedrete la fine del secolo!”
Così arrivano a visitarci
Così li escludiamo dal sonno
Parli confuso: e di chi?
in questa sosta intermedia
di un errore giornaliero. Si
torce la mente sulla sedia
della smemoria. Quelli
i coetanei restati
per strada i gemelli
SI
all’ultimo sparigliati
senza tuo merito. Qui
sta la questione. Se scelta
o predestinazione o così
semplicemente la svelta
mano del Prestigiatore.
Sono spariti (non morti?)
Filtrano per linee storte.
Tu ti sei chiamato fuori
“compagni, cari, seguiti per tante acque
e tanti venti - ma non è vero che vi ho lasciati andare
dentro venti di polvere dove il contenitore
si sfrangiava e un rossore di fuoco
sbarrava le notti...” Altro rossore
aveva appena sfiorato le loro fronti.
Grondavano sudori d’agonia per visi infantili.
Pure furono visti sorridere
passando di mano in mano la sigaretta.
Chi era invece chi infelice
che li scongiurava rimasto escluso?
A Mosca a Pietroburgo sull’Isar
con ponti di glicini —
forse soltanto lungo il piccolo Reno d’Emilia
sere in cui s’accendeva la luna diaccia e felice
Sul continente en marche! come su un iceberg
derivando con speranze e terrori
e bigliettini strapazzati di versi
cartoline della Posta Militare e il cattivo inchiostro
anticipava un poco il sangue delle fucilate
En marche! Altra voce! Perché l’epoca non gli permise
che la marcia ai cingoli all’ Arbeit macht frei
allora tutti scrissero in un momento
in un nanosecondo - il tempo
di tracciare un’asta un ricciolo
Avevano fatto poemi del resto
coi piedi nudi nell’erba durante le soste
le fasce intorno alla fronte come paracleto
o immaginari lawrence d’arabia “che non vedrete la fine del secolo!”
Così arrivano a visitarci
Così li escludiamo dal sonno
Parli confuso: e di chi?
in questa sosta intermedia
di un errore giornaliero. Si
torce la mente sulla sedia
della smemoria. Quelli
i coetanei restati
per strada i gemelli
SI
all’ultimo sparigliati
senza tuo merito. Qui
sta la questione. Se scelta
o predestinazione o così
semplicemente la svelta
mano del Prestigiatore.
Sono spariti (non morti?)
Filtrano per linee storte.
Tu ti sei chiamato fuori
“compagni, cari, seguiti per tante acque
e tanti venti - ma non è vero che vi ho lasciati andare
dentro venti di polvere dove il contenitore
si sfrangiava e un rossore di fuoco
sbarrava le notti...” Altro rossore
aveva appena sfiorato le loro fronti.
Grondavano sudori d’agonia per visi infantili.
Pure furono visti sorridere
passando di mano in mano la sigaretta.
Chi era invece chi infelice
che li scongiurava rimasto escluso?
Giuliano Gramigna
La visita a Ezra
Non the olà Maestro
enobarba enorme egoista e sublime
intorno cui si affollavano a rispettosa distanza
gli stupidi ragazzini intimiditi
- che fu amato da Olga-
ojos claros in un arruffio di pel rosso
e scrivo come in un testamento
temendo che non passerò la notte
Ho inciampato due volte per le strade di Milano
e una voce mi dice
Nun me fa’ la terza
Ezra appuntò i nostri nomi
rispettosamente su cartoncini colorati
che ci innalzavano (non lo sapevamo)
al suo paradiso
e non osavamo articolare
il nostro inglese di scolari
Lui venuto in pigiama e pantofole heroico
a passi sbiechi per il corridoio
a farci fare il sogno
d’incontrare la poesia. Come camusi! come sciocchi!
ignari di ciò che saremmo stati anzi non saremmo
mai stati quantités négligeables
che mancavano al conto
(ora so che quel pomeriggio
è un cardine della mia vita).
enobarba enorme egoista e sublime
intorno cui si affollavano a rispettosa distanza
gli stupidi ragazzini intimiditi
- che fu amato da Olga-
ojos claros in un arruffio di pel rosso
e scrivo come in un testamento
temendo che non passerò la notte
Ho inciampato due volte per le strade di Milano
e una voce mi dice
Nun me fa’ la terza
Ezra appuntò i nostri nomi
rispettosamente su cartoncini colorati
che ci innalzavano (non lo sapevamo)
al suo paradiso
e non osavamo articolare
il nostro inglese di scolari
Lui venuto in pigiama e pantofole heroico
a passi sbiechi per il corridoio
a farci fare il sogno
d’incontrare la poesia. Come camusi! come sciocchi!
ignari di ciò che saremmo stati anzi non saremmo
mai stati quantités négligeables
che mancavano al conto
(ora so che quel pomeriggio
è un cardine della mia vita).
Giuliano Gramigna
Miei libri belli
Miei libri belli in ordine
o ammonticchiati
chissà se vi vedrò mai più.
Al momento di uscire
sento il morire
perdo il senso
per un istante di essere posseduto
di possedere. Io via
voi brucerete solitari
nella canicola; brucerete
senza di me. Meglio riposare
in un prato come nembi di fogli
vagabondi all’infinito.
o ammonticchiati
chissà se vi vedrò mai più.
Al momento di uscire
sento il morire
perdo il senso
per un istante di essere posseduto
di possedere. Io via
voi brucerete solitari
nella canicola; brucerete
senza di me. Meglio riposare
in un prato come nembi di fogli
vagabondi all’infinito.