Poesie di questo tema
Altri
Alberto Cappi
Cosa ne sai del silenzio
cosa ne sai del silenzio
del suo sì e del no dell’io
stupefatto nella bragia del
mattino che non parla che
accende il rogo dello sguardo
negli occhi chini all’anima
di noce sotto la croce di un
astro d’uva chiara che si
annida tra le ciglia e appena
a pena crea scintille e si
perde in orme azzurre e viola
ho la tua parola la voce dorme
del suo sì e del no dell’io
stupefatto nella bragia del
mattino che non parla che
accende il rogo dello sguardo
negli occhi chini all’anima
di noce sotto la croce di un
astro d’uva chiara che si
annida tra le ciglia e appena
a pena crea scintille e si
perde in orme azzurre e viola
ho la tua parola la voce dorme
Alberto Cappi
Eventi
mandami il tuo silenzio
donna
l’immagine e il dono
il pomo
della discordia
la presa dell’occhio
che dia
la resa dell’io
l’oblio
donna
l’immagine e il dono
il pomo
della discordia
la presa dell’occhio
che dia
la resa dell’io
l’oblio
1
Alberto Cappi
Figure
padre parola piena
forse la fonte fionda
china la notte tiene
figlia la fitta affila
chela che spezza pane
fiaba la febbre fiele
felinamente fiato
pene la trotta mena
forse la fonte fionda
china la notte tiene
figlia la fitta affila
chela che spezza pane
fiaba la febbre fiele
felinamente fiato
pene la trotta mena
Alberto Cappi
Fossi solo forma
fossi solo forma leggera
lieve nube di fiato del Dio
polpa di granchio che consuma
la mia terra di nessuno
fossi uno spirito un dono
una maschera di persona
tolta al viso anch’io
che parlo e vivo e sono
lieve nube di fiato del Dio
polpa di granchio che consuma
la mia terra di nessuno
fossi uno spirito un dono
una maschera di persona
tolta al viso anch’io
che parlo e vivo e sono
Alberto Cappi
Giochi
tèma téma
lappà orlo
la parola
terra trema
trina trama
parla pura
rima rema
la paura
Da IL SERENO UNTORE
lappà orlo
la parola
terra trema
trina trama
parla pura
rima rema
la paura
Da IL SERENO UNTORE
Alberto Cappi
Incantamenti
è una sera di poesia
devo pensarti suono
devo abitarti
è come pesare
cosa sarà della scia
di ogni incantamento
cosa come il momento
del mio sortilegio
di poeta
l’avvio di un documento
un bozzolo di seta
devo pensarti suono
devo abitarti
è come pesare
cosa sarà della scia
di ogni incantamento
cosa come il momento
del mio sortilegio
di poeta
l’avvio di un documento
un bozzolo di seta
Alberto Cappi
Incantamenti
è una sera di poesia
devo pensarti suono
devo abitarti
è come pesare
cosa sarà della scia
di ogni incantamento
cosa come il momento
del mio sortilegio
di poeta
l’avvio di un documento
un bozzolo di seta
devo pensarti suono
devo abitarti
è come pesare
cosa sarà della scia
di ogni incantamento
cosa come il momento
del mio sortilegio
di poeta
l’avvio di un documento
un bozzolo di seta
Alberto Cappi
Infinito
scovare l’immagine e il dono
le mani nel cavo scolpire
scavare la voce nel nodo
il colpo dell’ira nel covo
le mani nel cavo scolpire
scavare la voce nel nodo
il colpo dell’ira nel covo
Alberto Cappi
Segni
ecco la scarna piega
ora la breve sbocca
inverna bava il dito
morde la muta gola
arsa la tarda piaga
acre la falce beve
inerme creta il buco
dorme la cava eco
dove la cruda pasce
mentre la cauta versa
unghia la tenda vela
vana la sera mesce
nuda la selce lascia
casta la sera vara
lenta la cuccia cela
mite la vena miete
ora la breve sbocca
inverna bava il dito
morde la muta gola
arsa la tarda piaga
acre la falce beve
inerme creta il buco
dorme la cava eco
dove la cruda pasce
mentre la cauta versa
unghia la tenda vela
vana la sera mesce
nuda la selce lascia
casta la sera vara
lenta la cuccia cela
mite la vena miete
Alessandro Parronchi
Infinite ombre dormono
Infinite ombre dormono
nei boschi che un vertiginoso albore
rende più negri. Ah se non fosse il lume
che qui rompe la tenebra,
* e quello strano fiume che con voci
gaudiose sempre più s’allontana,
ti ricorderemmo anima ?
Chi mai trasalirebbe al tuo respiro?
nei boschi che un vertiginoso albore
rende più negri. Ah se non fosse il lume
che qui rompe la tenebra,
* e quello strano fiume che con voci
gaudiose sempre più s’allontana,
ti ricorderemmo anima ?
Chi mai trasalirebbe al tuo respiro?
Alfredo Giuliani
Le radici dei segni
a Gastone Novelli
Come sono in pericolo tutti i segni,
AA A ABBBSSO O!
la mano non puoi lasciarla sui giri dell’ottovolante, sui
[turchini?
del mare, le culture sono alfabeti, le linee frecce e
[seni tremanti
bersagli, bisognava prepararsi un metodo: poi verificare:
[per ex.
sole giallo sole arancio sole rosa e il blu nero dell’eclisse,
senza dominare veramente i corpi, questa saggezza è inutile per
l’arte;
bisognava inventare questa appresentazione dei segni che la
vita lascia
sugli alberi e sui monumenti, è un meccano di elementi naturali
per la fantastica ingegneria dei vini e delle vene conduttrici? (si
vede
benissimo dagli appunti dei viaggi in Grecia), recuperare queste
zone
saltate dalla nettezza, sulla spiaggia, di giorno, di notte,
[da una
gamba
ferita, smuovere le parole così sicure di se stesse
lintersecando
linee
da lettere? seguendo le vibrazioni verso colori esattamente sem-
plici e
ridurle? al S EN XG NIO 123 o tirando le verticali PUPU PUS
TU
DADA LILLI
POP che ne risulta quale gioco di prova per radici
[pittografiche;’
la mimica’° minuziosa dei segni linguistici che coprono la terra,
umani e
From IL TAUTOFONO
Come sono in pericolo tutti i segni,
AA A ABBBSSO O!
la mano non puoi lasciarla sui giri dell’ottovolante, sui
[turchini?
del mare, le culture sono alfabeti, le linee frecce e
[seni tremanti
bersagli, bisognava prepararsi un metodo: poi verificare:
[per ex.
sole giallo sole arancio sole rosa e il blu nero dell’eclisse,
senza dominare veramente i corpi, questa saggezza è inutile per
l’arte;
bisognava inventare questa appresentazione dei segni che la
vita lascia
sugli alberi e sui monumenti, è un meccano di elementi naturali
per la fantastica ingegneria dei vini e delle vene conduttrici? (si
vede
benissimo dagli appunti dei viaggi in Grecia), recuperare queste
zone
saltate dalla nettezza, sulla spiaggia, di giorno, di notte,
[da una
gamba
ferita, smuovere le parole così sicure di se stesse
lintersecando
linee
da lettere? seguendo le vibrazioni verso colori esattamente sem-
plici e
ridurle? al S EN XG NIO 123 o tirando le verticali PUPU PUS
TU
DADA LILLI
POP che ne risulta quale gioco di prova per radici
[pittografiche;’
la mimica’° minuziosa dei segni linguistici che coprono la terra,
umani e
From IL TAUTOFONO
Alfredo Giuliani
Partiture (2)
Si fa per allegria I malinconia
scherzo e furore
o quel che sia
stupidità
non cambia vita la poesia
forma di bugia che include il vero
arte del dire sghembo innominando
ritmo del premonire
pensieri girano nel nonsono
va’là
Oilallà
pensare non ha fondamento
si sa
pazzo che sei
tutta la metafisica stride su una corda
(a Tokjo
nel giardino dell’Istituto
ho scodinzolato dietro il tocco di un do
sfiorato con brio sulla tavola “marciante naturale”
dal musico Sanzò)
Parole-sassolini nella mente
se tintinnano va
se sciacquano
inghiottono le onde del sentire
si rompono nell’eco stinta di un grido
son qua a illuminare
cra cra dei corvi
ma strano
curiosità
Segno non trova fondamento
è ciò che fa
oinoilà
fondamento crolla e noi bravi a crollare
studiando magie archeologie
abisso senza fondo
non è cosa di macerie
morte sarà risposta voilà inaudita
aldilà
Festa di morte il vero e altro non sia
scherzo e furore
o quel che sia
stupidità
non cambia vita la poesia
forma di bugia che include il vero
arte del dire sghembo innominando
ritmo del premonire
pensieri girano nel nonsono
va’là
Oilallà
pensare non ha fondamento
si sa
pazzo che sei
tutta la metafisica stride su una corda
(a Tokjo
nel giardino dell’Istituto
ho scodinzolato dietro il tocco di un do
sfiorato con brio sulla tavola “marciante naturale”
dal musico Sanzò)
Parole-sassolini nella mente
se tintinnano va
se sciacquano
inghiottono le onde del sentire
si rompono nell’eco stinta di un grido
son qua a illuminare
cra cra dei corvi
ma strano
curiosità
Segno non trova fondamento
è ciò che fa
oinoilà
fondamento crolla e noi bravi a crollare
studiando magie archeologie
abisso senza fondo
non è cosa di macerie
morte sarà risposta voilà inaudita
aldilà
Festa di morte il vero e altro non sia
Amelia Rosselli
Propongo un incontro col teschio
Propongo un incontro col teschio,
una sfida al teschio
mantengo ferma e costante
chiusa nella fede impossibile
l’amor proprio
delle bestie.
Ogni giorno della sua inesplicabile esistenza
parole mute in fila.
una sfida al teschio
mantengo ferma e costante
chiusa nella fede impossibile
l’amor proprio
delle bestie.
Ogni giorno della sua inesplicabile esistenza
parole mute in fila.
Andrea Zanzotto
Alto, altro linguaggio, fuori idioma?
Lingue fioriscono affascinano
inselvano e tradiscono in mille
aghi di mutismi e sordità
sprofondano e aguzzano in tanti e tantissimi idioti
Lingue tra i cui baratri invano
si crede passare— fioriti, fioriti, in altissimi
sapori e odori, ma sono idiozia
Idioma, non altro, è ciò che mi attraversa
in persecuzioni e aneliti h j k ch ch ch
idioma
è quel gesto ingessato
che accumula
sere sforbiciate via verso il niente. Ma
pare che da rocks crudelmente franti tra
i denti diamantiferi, in
ebbri liquori vengano gl’idiomi!
Pare, ognuno, residuo di sé, di
io-lingua, ridotto a seduzione!
Ma vedi come—in idioma—corra i più orribili rischi
la stessa nebbia fatata del mondo, stock
di ogni estatico scegliere, di ogni devozione
E là mi trascino, all’intraducibile perché
fuori-idioma, al qui, al sùbito,
al circuito chiuso che pulsa,
al grumo, al giro di guizzi in un monitor
Non vi siano idiomi, né traduzioni, ora
entro il disperso
il multivirato sperperarsi in sé
di questo ritornante attacco dell’autunno.
«Attacco», «traduzioni», che dissi? O
altri sinonimi h j k ch ch ch
sempre più nervosamente adatti, in altri idiomi?
Ma che m’interessa ormai degli idiomi?
Ma sì, invece, di qualche
piccola poesia, che non vorrebbe saperne
ma pur vive e muore in essi—di ciò m’interessa
e del foglio di carta
per sempre rapinato dall’oscurità
ventosa di una ValPiave
davvero definitivamente
canadese o australiana
o aldilà.
inselvano e tradiscono in mille
aghi di mutismi e sordità
sprofondano e aguzzano in tanti e tantissimi idioti
Lingue tra i cui baratri invano
si crede passare— fioriti, fioriti, in altissimi
sapori e odori, ma sono idiozia
Idioma, non altro, è ciò che mi attraversa
in persecuzioni e aneliti h j k ch ch ch
idioma
è quel gesto ingessato
che accumula
sere sforbiciate via verso il niente. Ma
pare che da rocks crudelmente franti tra
i denti diamantiferi, in
ebbri liquori vengano gl’idiomi!
Pare, ognuno, residuo di sé, di
io-lingua, ridotto a seduzione!
Ma vedi come—in idioma—corra i più orribili rischi
la stessa nebbia fatata del mondo, stock
di ogni estatico scegliere, di ogni devozione
E là mi trascino, all’intraducibile perché
fuori-idioma, al qui, al sùbito,
al circuito chiuso che pulsa,
al grumo, al giro di guizzi in un monitor
Non vi siano idiomi, né traduzioni, ora
entro il disperso
il multivirato sperperarsi in sé
di questo ritornante attacco dell’autunno.
«Attacco», «traduzioni», che dissi? O
altri sinonimi h j k ch ch ch
sempre più nervosamente adatti, in altri idiomi?
Ma che m’interessa ormai degli idiomi?
Ma sì, invece, di qualche
piccola poesia, che non vorrebbe saperne
ma pur vive e muore in essi—di ciò m’interessa
e del foglio di carta
per sempre rapinato dall’oscurità
ventosa di una ValPiave
davvero definitivamente
canadese o australiana
o aldilà.
Andrea Zanzotto
Profezie o memorie o giornali murali (viii)
VIII
Eva, forma futuri.
Ma ora il bello e il bello
si fa sempre più inquietabile,
titillare e divezzamento, su ad altri centri,
il bello punta al sublime,
l’uccello giardiniere sbeccuzza e sceglie
bello da bello e butta su,
ahi mai ci arriverò,
e: scontemplare smuovere da un fascino
per riaffastellare in un altro fascino
e: origine del cono sublimizzante
si abbarbicano si avvinghiano soffocano
picchiano i nomi
saltano uno sull’altro nomi e cromi?
—a proposito del fascino—
— tentativi d’iperbole—
ora non più una mille vigne di mille Renzi bolle
[blu-miinchhausen
su verso il sublime,
alchechengi fucsie eliotropi qui ad esempio per primi
e agostismi e settembrismi e altro
e poi grandi depositi di termini botanici
che mai realizzeremo—in quei luoghi male s’aggancia
il fatto semantico al fatto fonematico ma tutto
s’insegue sfreccia spara a vista
insegna e disinsegna graffe laccioli asole
urti suspense prevedibilità—,
è forte l’ikebana si ikebanizza il mondo finalmente,
ikebana o meglio macchinetta di idee-mostri-astri
su dentro, avanti, su a,
via l’arsura e la pioggia la stabilità e l’instabile
a caccia fiori foglie steli e floreste
a caccia nel niente per niente
cacciatori e prede carnefici e selvaggine
polpe colme pistilli stami e spine
a caccia più dentro fino a dare nello spessore
a dar di becco nel sublime-blime molti-
plicato per il molteplice-plice
ricaduto in gran braci Algol Vega Sol nella lente d’insiemi?
Ah l’esplosione del significare del comporre
per i bambini di Mezzaselva,
ah pedagogie!
e poi tanto shopping tra tutte queste belle
«I colori ti salvano»
(dal commento di un esperto a un Rorschach)
(ma che figura facevi nelle scenette di Rosenzweig? ...)
Adam forma futuri.
From PASQUE
Eva, forma futuri.
Ma ora il bello e il bello
si fa sempre più inquietabile,
titillare e divezzamento, su ad altri centri,
il bello punta al sublime,
l’uccello giardiniere sbeccuzza e sceglie
bello da bello e butta su,
ahi mai ci arriverò,
e: scontemplare smuovere da un fascino
per riaffastellare in un altro fascino
e: origine del cono sublimizzante
si abbarbicano si avvinghiano soffocano
picchiano i nomi
saltano uno sull’altro nomi e cromi?
—a proposito del fascino—
— tentativi d’iperbole—
ora non più una mille vigne di mille Renzi bolle
[blu-miinchhausen
su verso il sublime,
alchechengi fucsie eliotropi qui ad esempio per primi
e agostismi e settembrismi e altro
e poi grandi depositi di termini botanici
che mai realizzeremo—in quei luoghi male s’aggancia
il fatto semantico al fatto fonematico ma tutto
s’insegue sfreccia spara a vista
insegna e disinsegna graffe laccioli asole
urti suspense prevedibilità—,
è forte l’ikebana si ikebanizza il mondo finalmente,
ikebana o meglio macchinetta di idee-mostri-astri
su dentro, avanti, su a,
via l’arsura e la pioggia la stabilità e l’instabile
a caccia fiori foglie steli e floreste
a caccia nel niente per niente
cacciatori e prede carnefici e selvaggine
polpe colme pistilli stami e spine
a caccia più dentro fino a dare nello spessore
a dar di becco nel sublime-blime molti-
plicato per il molteplice-plice
ricaduto in gran braci Algol Vega Sol nella lente d’insiemi?
Ah l’esplosione del significare del comporre
per i bambini di Mezzaselva,
ah pedagogie!
e poi tanto shopping tra tutte queste belle
«I colori ti salvano»
(dal commento di un esperto a un Rorschach)
(ma che figura facevi nelle scenette di Rosenzweig? ...)
Adam forma futuri.
From PASQUE
Anônimo
Nascoso el viso
Nascoso el viso, stava fra le fronde
d’un bel giardino: appresso a me guardava
sopr’una fonte dove si pescava.
E vedea donne vermigliette e bionde
leggiadre al modo che solean le Euguane
trovarsi al bosco e quando a le fontane.
Qual era scalza e qual com’ella nacque:
più non vo’ dir quanto quel dì mi piacque.
d’un bel giardino: appresso a me guardava
sopr’una fonte dove si pescava.
E vedea donne vermigliette e bionde
leggiadre al modo che solean le Euguane
trovarsi al bosco e quando a le fontane.
Qual era scalza e qual com’ella nacque:
più non vo’ dir quanto quel dì mi piacque.
Carlo Betocchi
Non io
Non io mi lamento, ma il cuore lacerato
dalla piaga cui è grazia il suo stesso sapere
che il proprio destino è quel vocio che resta
inespresso; e che l’innumere caso travolge
nel suo, e in quest’atto l’unisce al mio caso
che non vuole la propria salvezza da solo.
dalla piaga cui è grazia il suo stesso sapere
che il proprio destino è quel vocio che resta
inespresso; e che l’innumere caso travolge
nel suo, e in quest’atto l’unisce al mio caso
che non vuole la propria salvezza da solo.
Cesare Viviani
Poi gli uomini
Poi gli uomini si costringono a perdere
i suoni delle parole, persino della voce,
e per sovrastare fanno i luoghi sempre più stretti,
la bocca sempre più piena
fino a tacere.
i suoni delle parole, persino della voce,
e per sovrastare fanno i luoghi sempre più stretti,
la bocca sempre più piena
fino a tacere.
Clemente Rebora
O poesia, nel lucido verso
O poesia, nel lucido verso
che l’ansietà di primavera esalta
che la vittoria dell’estate assalta
che speranze nell’occhio del cielo divampa
che tripudi sul cuor della terra conflagra,
o poesia, nel livido verso
che sguazza fanghiglia d’autunno
che spezza ghiaccioli d’inverno
che schizza veleno nell’occhio del cielo
che strizza ferite sul cuor della terra,
o poesia nel verso inviolabile
tu stringi le forme che dentro
malvive svanivan nel labile
gesto vigliacco, nell’aria
senza respiro, nel varco
indefinito e deserto
del sogno disperso,
nell’orgia senza piacere
dell’ebbra fantasia;
e mentre ti levi a tacere
sulla cagnara di chi legge e scrive
sulla malizia di chi lucra e svaria
sulla tristezza di chi soffre e accieca,
tu sei cagnara e malizia e tristezza,
ma sei la fanfara
che ritma il cammino,
ma sei la letizia
che incuora il vicino,
ma sei la certezza
del grande destino,
o poesia di sterco e di fiori,
terror della vita, presenza di Dio,
o morta e rinata
cittadina del mondo catenata!
che l’ansietà di primavera esalta
che la vittoria dell’estate assalta
che speranze nell’occhio del cielo divampa
che tripudi sul cuor della terra conflagra,
o poesia, nel livido verso
che sguazza fanghiglia d’autunno
che spezza ghiaccioli d’inverno
che schizza veleno nell’occhio del cielo
che strizza ferite sul cuor della terra,
o poesia nel verso inviolabile
tu stringi le forme che dentro
malvive svanivan nel labile
gesto vigliacco, nell’aria
senza respiro, nel varco
indefinito e deserto
del sogno disperso,
nell’orgia senza piacere
dell’ebbra fantasia;
e mentre ti levi a tacere
sulla cagnara di chi legge e scrive
sulla malizia di chi lucra e svaria
sulla tristezza di chi soffre e accieca,
tu sei cagnara e malizia e tristezza,
ma sei la fanfara
che ritma il cammino,
ma sei la letizia
che incuora il vicino,
ma sei la certezza
del grande destino,
o poesia di sterco e di fiori,
terror della vita, presenza di Dio,
o morta e rinata
cittadina del mondo catenata!
Corrado Govoni
Bellezze
Il campo di frumento è così bello
solo perché ci sono dentro
i fiori di papavero e di veccia;
ed il tuo volto pallido
perché è tirato un poco indietro
dal peso della lunga treccia.
solo perché ci sono dentro
i fiori di papavero e di veccia;
ed il tuo volto pallido
perché è tirato un poco indietro
dal peso della lunga treccia.
Dante Alighieri
Ai lettori
O vor che siete in piccioletta barca,
desiderosi d’ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti,
non vi mettete in pelago, che forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
L’acqua chio prendo, giammai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Apollo,
e nove muse mi dimostran l’Orse.
Voi altri pochi che drizzaste il collo
per tempo al pan degli Angeli, del quale
si vive qui, ma non sen vien satollo,
metter potete ben per l’alto sale
vostro navigio, servando mio solco
dinanzi all’acqua che ritorna equale.
desiderosi d’ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti,
non vi mettete in pelago, che forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
L’acqua chio prendo, giammai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Apollo,
e nove muse mi dimostran l’Orse.
Voi altri pochi che drizzaste il collo
per tempo al pan degli Angeli, del quale
si vive qui, ma non sen vien satollo,
metter potete ben per l’alto sale
vostro navigio, servando mio solco
dinanzi all’acqua che ritorna equale.
Dante Alighieri
Il dolce stil nuovo
Ma vr s’10 veggio qui colui che fuore
trasse le nuove rime, cominciando:
“ Donne ch’avete intelletto L’Amore.”
Ed io a lui: “Io mi son un che quando
Amore spira, noto, ed a quel modo
che ditta dentro, vo significando.”
“O frate, issa vegg’io,” diss’elli, “il nodo
che il Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil nuovo ch’è’ odo.
Io veggio ben come le vostre penne
diretro al dittator sen vanno strette,
che delle nostre certo non avvenne;
e qual più a riguardar oltre si mette,
non vede più dall’uno all’altro stilo; ”
e quasi contentato, si tacette.
trasse le nuove rime, cominciando:
“ Donne ch’avete intelletto L’Amore.”
Ed io a lui: “Io mi son un che quando
Amore spira, noto, ed a quel modo
che ditta dentro, vo significando.”
“O frate, issa vegg’io,” diss’elli, “il nodo
che il Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil nuovo ch’è’ odo.
Io veggio ben come le vostre penne
diretro al dittator sen vanno strette,
che delle nostre certo non avvenne;
e qual più a riguardar oltre si mette,
non vede più dall’uno all’altro stilo; ”
e quasi contentato, si tacette.
Dante Alighieri
L’invocazione del paradiso
La gloria di Colui che tutto move,
Per l’ Universo penetra e risplende
In una parte più, e meno altrove.
Nel Ciel che più della sua luce prende,
Fu’ io, e vidi cose che ridire
Nè sa, nè può chi di lassù discende;
Perchè, appressando sè al suo disire,
Nostro intelletto si profonda tanto,
Che drieto la memoria non può ire.
Veramente quant’io del regno santo
Nella mia mente potei far tesoro,
Serà ora materia del mio canto.
O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
Fammi del tuo valor sì fatto vaso.
Come dimanda dar l’amato alloro.
Insino a qui l’un giugo di Parnaso
Assai mi fu; ma or con ambedue
M’è uopo entrar ne l’aringo rimaso.
Entra nel petto mio, e spira tue,
Sì come quando Marsia traesti
Della vagina delle membra sue.
O divina virtù, se mi ti presti
Tanto, che l’ombra del beato regno
Segnata nel mio capo manifesti,
Vedra’mi al piè del tuo diletto legno,
Venire e coronarmi delle foglie,
Che la materia e tu mi farai degno.
Sì rade volte, o Padre, se ne coglie,
Per triunfare o Cesari o poeta,
(Colpa e vergogna delle umane voglie)
Che parturir letizia in su la lieta
Delfica deità dovria la fronda
Peneia, quando alcun di sè asseta.
Per l’ Universo penetra e risplende
In una parte più, e meno altrove.
Nel Ciel che più della sua luce prende,
Fu’ io, e vidi cose che ridire
Nè sa, nè può chi di lassù discende;
Perchè, appressando sè al suo disire,
Nostro intelletto si profonda tanto,
Che drieto la memoria non può ire.
Veramente quant’io del regno santo
Nella mia mente potei far tesoro,
Serà ora materia del mio canto.
O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
Fammi del tuo valor sì fatto vaso.
Come dimanda dar l’amato alloro.
Insino a qui l’un giugo di Parnaso
Assai mi fu; ma or con ambedue
M’è uopo entrar ne l’aringo rimaso.
Entra nel petto mio, e spira tue,
Sì come quando Marsia traesti
Della vagina delle membra sue.
O divina virtù, se mi ti presti
Tanto, che l’ombra del beato regno
Segnata nel mio capo manifesti,
Vedra’mi al piè del tuo diletto legno,
Venire e coronarmi delle foglie,
Che la materia e tu mi farai degno.
Sì rade volte, o Padre, se ne coglie,
Per triunfare o Cesari o poeta,
(Colpa e vergogna delle umane voglie)
Che parturir letizia in su la lieta
Delfica deità dovria la fronda
Peneia, quando alcun di sè asseta.
Dante Alighieri
La sua speranza
Se mai continga che il poema sacro,
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m’ha fatto per molt’anni macro,
vinca la crudeltà che fuor mi serra
del bello ovile ov’io dormii agnello,
nimico ai lupi che gli fanno guerra;
con altra voce omai, con altro vello
ritornerò poeta; ed in sul fonte
del mio battesmo prenderò il cappello.
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m’ha fatto per molt’anni macro,
vinca la crudeltà che fuor mi serra
del bello ovile ov’io dormii agnello,
nimico ai lupi che gli fanno guerra;
con altra voce omai, con altro vello
ritornerò poeta; ed in sul fonte
del mio battesmo prenderò il cappello.
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