Poesie di questo tema
Amore romantico
Umberto Saba
Maria ti guarda...
Maria ti guarda con gli occhi un poco
come Venere loschi.
Cielo par che s’infoschi
il suo sguardo, il suo accento è quasi roco.
Non è bella, né in donna ha quei gentili
atti cari agli umani.
Belle ha solo le mani,
mani da baci, mani signorili.
Dove veste, sue vesti son richiami
per il maschio, un’asprezza
strana di tinte. È mezza
bambina e mezza bestia. Eppure l’ami.
La sai ladra e bugiarda, una nemica
dei tuoi intimi pregi;
ma quanto più la spregi
più la vorresti alle tue voglie amica.
come Venere loschi.
Cielo par che s’infoschi
il suo sguardo, il suo accento è quasi roco.
Non è bella, né in donna ha quei gentili
atti cari agli umani.
Belle ha solo le mani,
mani da baci, mani signorili.
Dove veste, sue vesti son richiami
per il maschio, un’asprezza
strana di tinte. È mezza
bambina e mezza bestia. Eppure l’ami.
La sai ladra e bugiarda, una nemica
dei tuoi intimi pregi;
ma quanto più la spregi
più la vorresti alle tue voglie amica.
Umberto Saba
Paolina
Paolina, dolce
Paolina,
raggio di sole entrato nella mia
vita improvviso;
chi sei, che appena ti conosco e tremo
se mi sei presso? tu a cui ieri ancora
« Il suo nome — chiedevo — signorina? »,
e tu alzando su me gli occhi di sogno
rispondevi: « Paolina ».
Paolina, frutto
natio,
fatta di cose le più aeree e insieme
le più terrene,
nata ove solo nascere potervi,
nella città benedetta ove nacqui,
su cui vagano a sera i bei colori,
i più divini colori, e ahimé! sono
nulla; acquei vapori.
Paolina, dolce
Paolina,
che tieni in cuore? Io non lo chiedo. È pura
la tua bellezza;
vi farebbe un pensiero quel che un alito
sullo specchio, che subito s’appanna.
Qual sei mi piaci, aureolata testina,
una qualunque fanciulla e una dea
che si chiama Paolina.
Paolina,
raggio di sole entrato nella mia
vita improvviso;
chi sei, che appena ti conosco e tremo
se mi sei presso? tu a cui ieri ancora
« Il suo nome — chiedevo — signorina? »,
e tu alzando su me gli occhi di sogno
rispondevi: « Paolina ».
Paolina, frutto
natio,
fatta di cose le più aeree e insieme
le più terrene,
nata ove solo nascere potervi,
nella città benedetta ove nacqui,
su cui vagano a sera i bei colori,
i più divini colori, e ahimé! sono
nulla; acquei vapori.
Paolina, dolce
Paolina,
che tieni in cuore? Io non lo chiedo. È pura
la tua bellezza;
vi farebbe un pensiero quel che un alito
sullo specchio, che subito s’appanna.
Qual sei mi piaci, aureolata testina,
una qualunque fanciulla e una dea
che si chiama Paolina.
Umberto Saba
Sovrumana dolcezza
Sovrumana dolcezza
io so, che ti farà i begli occhi chiudere
come la morte.
Se tutti i succhi della primavera
fossero entrati nel mio vecchio tronco,
per farlo rifiorire anche una volta,
non tutto il bene sentirei che sento
solo a guardarti, ad aver te vicina,
a seguire ogni tuo gesto, ogni modo
tuo di essere, ogni tuo piccolo atto.
E se vicina non t’ho, se a te in alta
solitudine penso, più infuocato
serpeggia nelle mie vene il pensiero
della carne, il presagio
dell’amara dolcezza,
che so che ti farà i begli occhi chiudere
come la morte.
io so, che ti farà i begli occhi chiudere
come la morte.
Se tutti i succhi della primavera
fossero entrati nel mio vecchio tronco,
per farlo rifiorire anche una volta,
non tutto il bene sentirei che sento
solo a guardarti, ad aver te vicina,
a seguire ogni tuo gesto, ogni modo
tuo di essere, ogni tuo piccolo atto.
E se vicina non t’ho, se a te in alta
solitudine penso, più infuocato
serpeggia nelle mie vene il pensiero
della carne, il presagio
dell’amara dolcezza,
che so che ti farà i begli occhi chiudere
come la morte.
Umberto Saba
Vecchio e giovane
Un vecchio amava un ragazzo. Egli, bimbo
– gatto in vista selvatico – temeva
castighi a occulti pensieri. Ora due
cose nel cuore lasciano un’impronta
dolce: la donna che regola il passo
leggero al tuo la prima volta, e il bimbo
che, al fine tu lo salvi, fiducioso
mette la sua manina nella tua.
Giovinetto tiranno, occhi di cielo,
aperti sopra un abisso, pregava
lunga all’amico suo la ninna nanna.
La ninna nanna era una storia, quale
una rara commossa esperienza
filtrava alla sua ingorda adolescenza:
altro bene, altro male. «Adesso basta –
diceva a un tratto; – spegniamo, dormiamo.»
E si voltava contro il muro. «T’amo –
dopo un silenzio aggiungeva – tu buono
sempre con me, col tuo bambino.» E subito
sprofondava in un sonno inquieto. Il vecchio,
con gli occhi aperti, non dormiva più.
Oblioso, insensibile, parvenza
d’angelo ancora. Nella tua impazienza,
cuore, non accusarlo. Pensa: È solo;
ha un compito difficile; ha la vita
non dietro, ma dinanzi a sé. Tu affretta,
se puoi, tua morte. O non pensarci più.
– gatto in vista selvatico – temeva
castighi a occulti pensieri. Ora due
cose nel cuore lasciano un’impronta
dolce: la donna che regola il passo
leggero al tuo la prima volta, e il bimbo
che, al fine tu lo salvi, fiducioso
mette la sua manina nella tua.
Giovinetto tiranno, occhi di cielo,
aperti sopra un abisso, pregava
lunga all’amico suo la ninna nanna.
La ninna nanna era una storia, quale
una rara commossa esperienza
filtrava alla sua ingorda adolescenza:
altro bene, altro male. «Adesso basta –
diceva a un tratto; – spegniamo, dormiamo.»
E si voltava contro il muro. «T’amo –
dopo un silenzio aggiungeva – tu buono
sempre con me, col tuo bambino.» E subito
sprofondava in un sonno inquieto. Il vecchio,
con gli occhi aperti, non dormiva più.
Oblioso, insensibile, parvenza
d’angelo ancora. Nella tua impazienza,
cuore, non accusarlo. Pensa: È solo;
ha un compito difficile; ha la vita
non dietro, ma dinanzi a sé. Tu affretta,
se puoi, tua morte. O non pensarci più.
Valentino Zeichen
Roma e Catullo
Non scandalizzarti straniero
se noi si imita ancora
il genio di Catullo.
Poiché non vuoi più
essere mia, né amarmi
di nessuno amore,
divienimi amante e
vendimi il tuo corpo,
ma fammi un buon prezzo;
ti ripagherò con effigi
O teste di Cesare,
a differenza di quelli
che si sdebitano solo
con teste di cazzo.
se noi si imita ancora
il genio di Catullo.
Poiché non vuoi più
essere mia, né amarmi
di nessuno amore,
divienimi amante e
vendimi il tuo corpo,
ma fammi un buon prezzo;
ti ripagherò con effigi
O teste di Cesare,
a differenza di quelli
che si sdebitano solo
con teste di cazzo.
Veronica Franco
Or mi si para il mio letto davante
Or mi si para il mio letto davante,
ov’in grembo t’accolsi, e ch’ancor l’orme
serba dei corpi in sen l’un l’altro stante.
Per me in lui non si gode e non si dorme,
ma ‘l lagrimar de la notte e del giorno
vien che in fiume di pianto mi trasforme.
Ma pur questo medesimo soggiorno,
che fu de le miei gioie amato nido,
dove sola in tormento e ’n duol soggiorno,
per campo eleggi […]
Di tal modo combatter a me piace,
e d’acerba vendetta al desir mio
questa maniera serve e sodisface.
Benché far del tuo sangue un lago rio
spero senz’alcun dubbio, anzi son certa,
senza una stilla spargerne sol io;
ma, se da te mi sia la pace offerta?
se la via prendi, l’armi poste in terra,
a le risse d’amor del letto aperta?
Debbo continuar teco ancor in guerra,
poi che, chi non perdona altrui richiesto,
con nota di viltà trascorre ed erra?
Quando tu meco pur venissi a questo,
per aventura io non mi partirei
da quel ch’è convenevole ed onesto.
Forse nel letto ancor ti seguirei,
e quivi, teco guerreggiando stesa,
in alcun modo non ti cederei:
per soverchiar la tua sì indegna offesa
ti verrei sopra, e nel contrasto ardita,
scaldandoti ancor tu ne la difesa,
teco morrei d’egual colpo ferita […]
ov’in grembo t’accolsi, e ch’ancor l’orme
serba dei corpi in sen l’un l’altro stante.
Per me in lui non si gode e non si dorme,
ma ‘l lagrimar de la notte e del giorno
vien che in fiume di pianto mi trasforme.
Ma pur questo medesimo soggiorno,
che fu de le miei gioie amato nido,
dove sola in tormento e ’n duol soggiorno,
per campo eleggi […]
Di tal modo combatter a me piace,
e d’acerba vendetta al desir mio
questa maniera serve e sodisface.
Benché far del tuo sangue un lago rio
spero senz’alcun dubbio, anzi son certa,
senza una stilla spargerne sol io;
ma, se da te mi sia la pace offerta?
se la via prendi, l’armi poste in terra,
a le risse d’amor del letto aperta?
Debbo continuar teco ancor in guerra,
poi che, chi non perdona altrui richiesto,
con nota di viltà trascorre ed erra?
Quando tu meco pur venissi a questo,
per aventura io non mi partirei
da quel ch’è convenevole ed onesto.
Forse nel letto ancor ti seguirei,
e quivi, teco guerreggiando stesa,
in alcun modo non ti cederei:
per soverchiar la tua sì indegna offesa
ti verrei sopra, e nel contrasto ardita,
scaldandoti ancor tu ne la difesa,
teco morrei d’egual colpo ferita […]
Vincenzo Cardarelli
Sera di Liguria
Lenta e rosata sale su dal mare
la sera di Liguria, perdizione
di cuori amanti e di cose lontane.
Indugiano le coppie nei giardini,
s’accendon le finestre ad una ad una
come tanti teatri.
Sepolto nella bruma il mare odora.
Le chiese sulla riva paion navi
che stanno per salpare.
la sera di Liguria, perdizione
di cuori amanti e di cose lontane.
Indugiano le coppie nei giardini,
s’accendon le finestre ad una ad una
come tanti teatri.
Sepolto nella bruma il mare odora.
Le chiese sulla riva paion navi
che stanno per salpare.
Virgilio Giotti
Figura de putela
Davanti una vetrina,
che se spècia i colori
ciari de la matina,
‘na garzona ghe xe, col scatolon
sul brazzo, co la fronte sul lastron.
Sun una gamba sola
la sta; e el pie de l’altra,
lassada cascar mola,
la lo nina. Le scarpe che la ga
xe quele che la mistra ghe ga dà.
Del viso solo un poco
se ghe vedi, un rosseto;
‘na rècia, el colo, un fioco.
Sora el covèrcio, bela, xe una man
de pìcia, là pozada, una sua man.
Un pitor, co ‘l ga ciolta
zo ‘na figura, altro
no’ ‘l fa. Cussì stavolta
fazzo anca mi. Meto ancora un fiatin
de rosa su le calze, un cincinin
quel nastro d’i cavei
fazzo ancora più scuro;
e meto zo i penei.
Altro de far, altro no’ go de dir:
che ben ghe vòio, ‘nidun pol capir.
La lasso parlar ela;
che sola la ve conti
quel che la varda in quela
vetrina, quel che la pensa, ormai là
ferma par sempre, quel che in cuor la ga.
che se spècia i colori
ciari de la matina,
‘na garzona ghe xe, col scatolon
sul brazzo, co la fronte sul lastron.
Sun una gamba sola
la sta; e el pie de l’altra,
lassada cascar mola,
la lo nina. Le scarpe che la ga
xe quele che la mistra ghe ga dà.
Del viso solo un poco
se ghe vedi, un rosseto;
‘na rècia, el colo, un fioco.
Sora el covèrcio, bela, xe una man
de pìcia, là pozada, una sua man.
Un pitor, co ‘l ga ciolta
zo ‘na figura, altro
no’ ‘l fa. Cussì stavolta
fazzo anca mi. Meto ancora un fiatin
de rosa su le calze, un cincinin
quel nastro d’i cavei
fazzo ancora più scuro;
e meto zo i penei.
Altro de far, altro no’ go de dir:
che ben ghe vòio, ‘nidun pol capir.
La lasso parlar ela;
che sola la ve conti
quel che la varda in quela
vetrina, quel che la pensa, ormai là
ferma par sempre, quel che in cuor la ga.
Virgilio Giotti
I zacinti
I do rameti de zacinti
bianchi e lila li vardo, ch’ i xe come
el viso tuo de prima
che, dàndomeli, un poco te ridevi,
tignìndomeli in man co’ le tue fermi,
pàlida e i denti bianchi.
Pàlidi qua in t-el goto,
sul sbiadido del muro,
‘rente el sol che vien drento, che camina
su la piera frugada del balcon.
E tuti lori no’ i xe che quel pàlido
lila slusente: ‘na fiama lassada
là ardir che intanto xe vignudo giorno;
e el bon odor ch’ i ga impinì la casa.
Come ‘sto nostro amor,
che tuto lui no’ ‘l xe che un gnente là,
un pàlido; ma un pàlido che lusi,
che ardi, e un bon odor, una speranza,
che me impinissi el cuor co me la sento
‘na casa mia e tua,
mèter insieme la tovàia,
mi e ti, su la tola,
con qualchidun che se alza
su le ponte d’i pie
pici e se sforza de ‘rivar coi oci
su quel che parecemo.
bianchi e lila li vardo, ch’ i xe come
el viso tuo de prima
che, dàndomeli, un poco te ridevi,
tignìndomeli in man co’ le tue fermi,
pàlida e i denti bianchi.
Pàlidi qua in t-el goto,
sul sbiadido del muro,
‘rente el sol che vien drento, che camina
su la piera frugada del balcon.
E tuti lori no’ i xe che quel pàlido
lila slusente: ‘na fiama lassada
là ardir che intanto xe vignudo giorno;
e el bon odor ch’ i ga impinì la casa.
Come ‘sto nostro amor,
che tuto lui no’ ‘l xe che un gnente là,
un pàlido; ma un pàlido che lusi,
che ardi, e un bon odor, una speranza,
che me impinissi el cuor co me la sento
‘na casa mia e tua,
mèter insieme la tovàia,
mi e ti, su la tola,
con qualchidun che se alza
su le ponte d’i pie
pici e se sforza de ‘rivar coi oci
su quel che parecemo.
Vittorio Betteloni
Da Per una crestaja
Contro il mio seno a stringerti
tu venivi soletta,
o bella giovinetta,
e ardenti baci a suggere.
Venivi di periglio
ignara e noncurante;
io non ero il tuo amante?
Perché temere adunque?
Questa cosa era semplice;
io ti portavo affetto,
né avevi tu sospetto,
ch’io ti volessi nuocere.
Fanciulla ti ringrazio
d’essere a me venuta,
tranquilla, risoluta,
dell’amor mio fidandoti.
Non avesti a pentirtene
pure, a pensarci bene.
la prova non conviene
troppo spesso ripetere.
Sta nel mio core un picciolo,
garbato cavaliere
che in fren mi sa tenere
quando sia mal trascorrere.
Ma il sacro desiderio
del sesso vostro bolle
nel sangue; e le midolle
corse mi son da brividi.
Una casa del diavolo
dentro inver mi cova;
fanciulla mia la prova
non bisogna ripeterla!
tu venivi soletta,
o bella giovinetta,
e ardenti baci a suggere.
Venivi di periglio
ignara e noncurante;
io non ero il tuo amante?
Perché temere adunque?
Questa cosa era semplice;
io ti portavo affetto,
né avevi tu sospetto,
ch’io ti volessi nuocere.
Fanciulla ti ringrazio
d’essere a me venuta,
tranquilla, risoluta,
dell’amor mio fidandoti.
Non avesti a pentirtene
pure, a pensarci bene.
la prova non conviene
troppo spesso ripetere.
Sta nel mio core un picciolo,
garbato cavaliere
che in fren mi sa tenere
quando sia mal trascorrere.
Ma il sacro desiderio
del sesso vostro bolle
nel sangue; e le midolle
corse mi son da brividi.
Una casa del diavolo
dentro inver mi cova;
fanciulla mia la prova
non bisogna ripeterla!
Vivian Lamarque
Il signore della buonanotte
Da un letto lontano lontano con tutta la migliore sestessa
buonanotte gli augurava.
C’era la luna?
Oh sì la luna e anche mille stelle, più fronde degli alberi e le
addormentate acque, con tutto tutto buonanotte gli augurava.
E il signore sentiva?
Sì, il signore piano piano sentiva, mentre si addormentava.
buonanotte gli augurava.
C’era la luna?
Oh sì la luna e anche mille stelle, più fronde degli alberi e le
addormentate acque, con tutto tutto buonanotte gli augurava.
E il signore sentiva?
Sì, il signore piano piano sentiva, mentre si addormentava.
Vivian Lamarque
La signora della neve
Nevicava tanto, una signora voleva tanto bene a un signore.
La neve si posava nella città, il bene della signora si posava
sul signore.
*
Nevicava di giorno e di notte, di giorno e di notte la signora
voleva bene al signore.
La città e il signore, semisommersi, subivano la neve e il bene
immobili, aspettavano la primavera.
Da POESIE DANDO DEL LEI
*
Il mio Dottore è sparito
tra Ponente e Levante
Io mi affaccio e lo cerco e lo chiamo
come un amante.
*
Quando spuntano
i Suoi sorrisi
diventano felici
le mie radici.
*
Millissimi uccellini
Io Le mando!
Ma Lei apra in tempo la finestra
mi raccomando.
*
Caro Dottore
dentro il Suo cuore
c’è una barchetta
mi porti lontano
La prego Dottore
anche solo un’oretta
poi ritorniamo.
*
Lontanissime vacanze
erano incominciate.
In opposti luoghi ubicati
guardavano i bellissimi mari
e le alte montagne
separati.
*
Per il Suo compleanno
le regalo in pacchetto
un mio guarito difetto
da buttare
in fondo al mare
Lei con sapienza mi ha curata
sono la Sua Vivian
quasi risanata.
*
Dalle nostre finestre
vediamo una magnolia vero?
Che sia per entrambi la stessa, fingo
e di guardarne, con Lei accanto, i rami
i nidi il lucido colore
e una mattina di annunciarLe
il primo fiore
*
Sa,
il mio cane è diventato vecchino
finisce a fatica
il giro del giardino.
*
Nell’orto sui rami
i merli si lanciano richiami
La prego anche Lei tra le foglie
sottovoce un po’ mi chiami.
La neve si posava nella città, il bene della signora si posava
sul signore.
*
Nevicava di giorno e di notte, di giorno e di notte la signora
voleva bene al signore.
La città e il signore, semisommersi, subivano la neve e il bene
immobili, aspettavano la primavera.
Da POESIE DANDO DEL LEI
*
Il mio Dottore è sparito
tra Ponente e Levante
Io mi affaccio e lo cerco e lo chiamo
come un amante.
*
Quando spuntano
i Suoi sorrisi
diventano felici
le mie radici.
*
Millissimi uccellini
Io Le mando!
Ma Lei apra in tempo la finestra
mi raccomando.
*
Caro Dottore
dentro il Suo cuore
c’è una barchetta
mi porti lontano
La prego Dottore
anche solo un’oretta
poi ritorniamo.
*
Lontanissime vacanze
erano incominciate.
In opposti luoghi ubicati
guardavano i bellissimi mari
e le alte montagne
separati.
*
Per il Suo compleanno
le regalo in pacchetto
un mio guarito difetto
da buttare
in fondo al mare
Lei con sapienza mi ha curata
sono la Sua Vivian
quasi risanata.
*
Dalle nostre finestre
vediamo una magnolia vero?
Che sia per entrambi la stessa, fingo
e di guardarne, con Lei accanto, i rami
i nidi il lucido colore
e una mattina di annunciarLe
il primo fiore
*
Sa,
il mio cane è diventato vecchino
finisce a fatica
il giro del giardino.
*
Nell’orto sui rami
i merli si lanciano richiami
La prego anche Lei tra le foglie
sottovoce un po’ mi chiami.
Vivian Lamarque
La signora felice
Poiché gli voleva tanto bene, quando lo vedeva era felice.
E quando non lo vedeva?
Quando non lo vedeva pensava a quando l’aveva o l’avrebbe
visto, quindi era felice.
E la notte?
La notte lo sognava tale e quale, come fosse giorno, quindi
era felice.
E quando non lo vedeva?
Quando non lo vedeva pensava a quando l’aveva o l’avrebbe
visto, quindi era felice.
E la notte?
La notte lo sognava tale e quale, come fosse giorno, quindi
era felice.
Vivian Lamarque
Questa quieta polvere
VII
La tristissima storia degli zolfanelli:
suvvia finiscila con questo gioco
che c’è pericolo di prender fuoco
ieri ho avuto una visione
l’amore mio era in giardino
metà era vecchio metà era bambino
10 gli dicevo mangia
lui mi diceva prima tu
dopo un giorno Gasparino
s’era fatto magrolino
Gasparino il dì seguente
diventato è trasparente
perché piuttosto non essere vivi e felici?
io certe volte l’ho provato
dimmi: adesso dov’è l’amore tuo?
adesso l’amore mio
è nel suo bosco nella Valle della Neve
cosiddetta perché la sua terra
è del color della neve
e cosa fa l’amore tuo?
l’amore mio non fa che pensare a me
è disperato
perché l’amore mio
senza vedermi
non può stare
e allora perché l’amore tuo non torna a te?
l’amore mio non torna a me
trovandosi in un tunnel
fa la ninna fa la nanna
tesoruccio della mamma
della mamma e del papà
che stasera tornerà
tornerà per lo stradello
del vicino campicello
l’amore-mio - marito sì era speciale
il mio cognome è suo
IX
questa notte io ho sognato
che l’amore mio era tornato
10 facevo carezze alla sua mano
ma la sua mano non faceva carezze a me:
l’amore mio aveva una mano di marmo
storture non si raddrizzano
privazioni restano prive
in casa si vede subito
che l’amore mio non c’è
ma fuori c’è tanto spazio
dove l’amore mio potrebbe essere
allora io con gli occhi
dappertutto lo cerco
tagliategli la testa! Ordinò la regina
perché dall’amore mio
non essere certe volte pedinata?
io mi guardo alle spalle
ma non lo sono
le teste sono state tagliate ?
lo sono state Vostra Maestà
ieri ho avuto una visione
l’amore mio era in giardino
metà era vecchio e metà era bambino
dimmi: cosa ti ha detto l’amore tuo?
l’amore mio mi ha detto
mi fermerò presto
dove si fermerà presto l’amore tuo?
l’amore mio si fermerà presto da me
nella mia casa
quanto tempo si fermerà l’amore tuo?
l’amore mio si fermerà per sempre
e anche di più
e adesso dov’è l’amore tuo?
l’amore mio è nella Valle di Neve
cosiddetta perché la sua terra
è di color della neve
Che fa il mio bimbo?
Che fa il mio capriolo?
Verrà tre volte ancora
E poi non verrà più
La tristissima storia degli zolfanelli:
suvvia finiscila con questo gioco
che c’è pericolo di prender fuoco
ieri ho avuto una visione
l’amore mio era in giardino
metà era vecchio metà era bambino
10 gli dicevo mangia
lui mi diceva prima tu
dopo un giorno Gasparino
s’era fatto magrolino
Gasparino il dì seguente
diventato è trasparente
perché piuttosto non essere vivi e felici?
io certe volte l’ho provato
dimmi: adesso dov’è l’amore tuo?
adesso l’amore mio
è nel suo bosco nella Valle della Neve
cosiddetta perché la sua terra
è del color della neve
e cosa fa l’amore tuo?
l’amore mio non fa che pensare a me
è disperato
perché l’amore mio
senza vedermi
non può stare
e allora perché l’amore tuo non torna a te?
l’amore mio non torna a me
trovandosi in un tunnel
fa la ninna fa la nanna
tesoruccio della mamma
della mamma e del papà
che stasera tornerà
tornerà per lo stradello
del vicino campicello
l’amore-mio - marito sì era speciale
il mio cognome è suo
IX
questa notte io ho sognato
che l’amore mio era tornato
10 facevo carezze alla sua mano
ma la sua mano non faceva carezze a me:
l’amore mio aveva una mano di marmo
storture non si raddrizzano
privazioni restano prive
in casa si vede subito
che l’amore mio non c’è
ma fuori c’è tanto spazio
dove l’amore mio potrebbe essere
allora io con gli occhi
dappertutto lo cerco
tagliategli la testa! Ordinò la regina
perché dall’amore mio
non essere certe volte pedinata?
io mi guardo alle spalle
ma non lo sono
le teste sono state tagliate ?
lo sono state Vostra Maestà
ieri ho avuto una visione
l’amore mio era in giardino
metà era vecchio e metà era bambino
dimmi: cosa ti ha detto l’amore tuo?
l’amore mio mi ha detto
mi fermerò presto
dove si fermerà presto l’amore tuo?
l’amore mio si fermerà presto da me
nella mia casa
quanto tempo si fermerà l’amore tuo?
l’amore mio si fermerà per sempre
e anche di più
e adesso dov’è l’amore tuo?
l’amore mio è nella Valle di Neve
cosiddetta perché la sua terra
è di color della neve
Che fa il mio bimbo?
Che fa il mio capriolo?
Verrà tre volte ancora
E poi non verrà più
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