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Poesie di questo tema

Amore romantico

Sordello da Goito

Sordello da Goito

Sirventese Lombardesco

Poi ge neve ni glaza
non me pot far guizardo,
e ge dolzamentr’ardo
en l’amor ge m’abraza,
5 ben è rason g’eo faza
un sirventés lonbardo,
qé del proenzalesco
no m’acresco: — e fòra cosa nova,
q’om non trova — sirventés lombardesco,

Qu’a far pur cos’ usaa,
bem q’om faza bon’ ovra,
la mainera par povra;
I ma gi a la fiaa
‘ fa cosa devisaa,
dret è qu’onor nou’s covra:
per q’en logho de planto
ri’ e canto, — per tornar en ’legreza
la grameza, — de cui remagn’ a tanto.

Que bona fe m’ensegna
dqg’eo no pensa ni diga
zo qd’Amor met’ en briga,
ben o mals ge me’n vegna,
qg’en tropo mal dir regna
una gente mendiga:
per ge me voio mettre,
contra lettre — de razon vil e faosa,
a dir cosa — ge non è da omettre.

Quel no par ge ben ama,
gi à d’Amor novela
dqe croia gente fela
lo met’ en mala fama,
se d’ita no ‘nd’ aflama
e contra non favela:
per dg’eo, ge l’ai ofa,
faliria — s’or non li fes de corso
lo socorso — qdg’eo plus far li poria.

Però, sol fose vero
quel ge m’è stào scrito,
e’ da me cazo intero
qgam lo pensé mò dito:
ma’ e’ no pres un pero
can en posi bel dito;
e così ne respondo
ge del mondo — voria qu’abisase:
sol mondase, — sì canterai zogondo.

Asa’ be-m meraveio
com hom qe non desvaia
pò crere qu’ Amor saia
for de dreto conseio
per brun ni per vermeio,
q’anc no faza plus vaia:
q’el è tanto valente
e plazente — qu’ognum se’n dé descreire
s’el pò creire — q’el li fala niente.

Per ge ‘ll voler non movo
d’amar, ben q’eo ne mora,
e no mostro ’nde fora
la doia quen mi trovo,
anti la cel’ e provo
al me’ cor ge m’acora
que, s’el sofre, sia fermo
que d’enfermo — lo farà Amor sì ’legre,
q’un plu guegre — non è de qui a Fermo.

El me’ cor se n’ acorda,
e dis gel dolce viso
l’à si pres’ e conquiso,
ge senpres se’n recorda,
ni no se desacorda
per planto ni per riso
70° d’eserli fin e puro,
gé seguro — se ten g’el à gran doia
de l’enoia — qu’eo sent e sofr’ e duro.

Prodom sia seguro
q’eo no curo — vilana gente croia,
ben qu’enoia — me faza dar en scuro.
Tommaso di Sasso

Tommaso di Sasso

D’amoroso paese

D’amoroso paese
sospiri e dolzi planti m’ha mandato
Amor, che m’ha donato — a donna amare;
mai senza sospirare
Amore me no lascia solo un’ura.
Deo, che folle natura — ello m’aprese!
Ch’io non saccio altro fare
se non penzare: — e quanto più mi sforzo,
allora meno pozo — avere abente;
e uscito m’è di mente
già lungiamente — ogn’altro penzamento;
e sio veglio o dormentò, — sent’amore.

Amore sento tanto,
donna, cli’ altro penzare non faccio:
so’ divenuto paccio — troppo amando.
Moro considerando
che sia l’amore, che tanto m’allaccia:
non trovo chi lo saccia, — ond’io mi scanto:
ga
ch’è vicino di morte,
crudel’e forte — mal che non ha nomo,
che mai no lo pote omo — ben guerire.
Dunque pur vorria dire
come sentire — Amor mi fa tormento:
forse per mio lamento — lo mi lascia.

Amor mi face umano
ed umile, cruccioso, solazante,
e per mia voglia amante, — Amor negando;
e medica piagando
Amore, che nel mare tempestoso
navica vigoroso, — e ne lo chiano
teme la tempestate.
n
Folli, sacciate: — finché l’amadore
disia, vive ’n dolore, — e.poi che tene,
credendos’aver bene,
dàgli Amor pene, — sperando aver gioia;
la gelosia è la noia — che l’asale.

Amor mi fa fellone
e salvaggio, sfacciato e vergognoso;
quanto più so’ doglioso, — allegro pato;
e non posso esser varo:
da poi che cristallo aven la neve,
squagliare mai non deve — per ragione.
Così eo, che no trifino,
so’ poco mino — divenuto a muru:
aigua per gran dimuru — torna sale.
Cotal doglia mortale,
gravoso male — da meve stesso è nato,
ché non aio nullo lato — che non ami.

Poi chi’ sì lungamente
agio amato, già mai non rifinai:
tardi mi risvegliai — a disamare;
ché non si pò astutare
così sanza fatica uno gran foco,
ma si consuma loco — per neiente.
Dunqua, como faragio?
Bene ameragio; — ma saver voria
che fera signoria — mi face amare:
ché gran follia mi pare
omo inorare — a sì folle segnore,
c’a lo suo servidore — non si mostra.
Rinaldo d’ Aquino
Torquato Tasso

Torquato Tasso

Da La Gerusalemme Liberata (Canto XV, Ottave 55-66)

I cavalier per l’alta aspra salita
sentìansi alquanto affaticati e lassi;
onde ne gìan per quella via fiorita
lenti or movendo ed or fermando i passi:
quando ecco un fonte, che a bagnar gl’invita
l’asciutte labbia, alto cader da’ sassi
e da una larga vena, e con ben mille
zampilletti spruzzar l’erbe di stille.

Ma tutta insieme poi tra verdi sponde
in profondo canal l’acqua s’aduna;
e sotto l’ombra di perpetue fronde
mormorando sen va gelida e bruna,
ma trasparente sì, che non asconde
de l’imo letto suo vaghezza alcuna:
e sovra le sue rive alta s’estolle
l’erbetta, e vi fa seggio fresco e molle.

«Ecco il fonte del riso, ed ecco il rio
che mortali perigli in sé contiene;
or qui tener a fren nostro desio,
ed esser cauti molto a noi conviene;
chiudiam l’orecchie al dolce canto e rio
di queste del piacer false Sirene;
così n’andrem sin dove il fiume vago
si spande in maggior letto, e forma un lago.»

Quivi di cibi prezïosa e cara
apprestata è una mensa in su le rive:
e scherzando sen van per l’acqua chiara
due donzellette garrule e lascive,
ch’or si spruzzano il vólto, or fanno a gara
chi prima a un segno destinato arrive:
si tuffano talora, e ’l capo e ’l dorso
scopron al fin dopo il celato corso.

Mosser le natatrici ignude e belle
de’ duo guerrieri alquanto i duri petti,
sì che fermârsi a riguardarle; ed elle
seguìan pur i lor giuochi e i lor diletti.
Una in tanto drizzossi, e le mammelle
e tutto ciò che più la vista alletti
mostrò, dal seno in suso, aperto al cielo,
e ’l lago a l’ altre membra era un bel velo.

Qual matutina stella da l’onde
rugiadosa e stillante; o come fuore
spuntò, nascendo già da le feconde
spume de l’oceàn, la dea d’amore;
tal apparve costei; tal le sue bionde
chiome stillavan cristallino umore.
Poi girò gli occhi, e pur allor s’infinse
que’ duo vedere, e in sé tutta si strinse:

e ‘l crin, ch’in cima al capo avea raccolto
in un sol nodo, immantinente sciolse,
che lunghissimo in giù cadendo e folto,
d’un aureo manto i molli avori involse.
Oh che vago spettacolo è lor tolto!
Ma non men vago fu chi loro il tolse.
Così da l’acque e da’ capelli ascosa
a lor si volse lieta e vergognosa.

Rideva insieme, e insieme ella arrossìa;
ed era nel rossor più bello il riso,
e nel riso il rossor che le coprìa
in sino al mento il delicato viso.
Mosse la voce poi sì dolce e pia,
che fôra ciascun altro indi conquiso:
«Oh fortunati peregrin, cui lice
giungere in questa sede alma e felice!

Questo è il porto del mondo; e qui è il ristoro
de le sue noie, e quel piacer si sente
che già sentì ne’ secoli de l’oro
l’antica e senza fren libera gente.
L’arme, che sin a qui d’uopo vi fôro,
potete omai depor securamente,
e sacrarle in quest’ombra a la quïete:
ché guerrier qui solo d’Amor sarete;

E dolce campo di battaglia il letto
fiavi, e l’erbetta morbida de’ prati.
Noi menaremvi anzi il regale aspetto
di lei che qui fa i servi suoi beati,
che v’accôrrà nel bel numero eletto
di quei ch’a le sue gioie ha destinati.
Ma pria la polve in queste acque deporre
vi piaccia, e ‘l cibo a quella mensa tôrre».

L’una disse così: l’altra concorde
l’ ’invito accompagnò d’atti e di sguardi,
sì come al suon de le canore corde
s’accompagnano i passi or presti or tardi.
Ma i cavalieri hanno indurate e sorde
l’alme a que’ vezzi perfidi e bugiardi;
e ’l lusinghiero aspetto e ’l parlar dolce
di fuor s’aggira, e solo i sensi molce.

E se di tal dolcezza entro transfusa
parte penètra, onde il desio germoglie,
tosto ragion, ne l’arme sue rinchiusa,
sterpa e riseca le nascenti voglie.
L’una coppia riman vinta e delusa;
l’altra sen va, né pur congedo toglie.
Essi entrâr nel palagio: esse ne l’acque
tuffârsi; la repulsa a lor sì spiacque.
Ugo Foscolo

Ugo Foscolo

Le Grazie, inno secondo (Boccaccio)

Io dal mio poggio
quando tacciono i venti fra le torri
della vaga Firenze, odo un Silvano
ospite ignoto a’ taciti eremiti
del vicino Oliveto: ei sul meriggio
fa sua casa un frascato, e a suon d’avena
le pecorelle sue chiama alla fonte.
Chiama due brune giovani la sera,
né piegar erba mi parean ballando.
Esso mena la danza. N’eran molte
sotto l’alpe di Fiesole a una valle
che da sei montagnette ond’è ricinta
scende a sembianza di teatro acheo.
Affrico allegro ruscelletto accorse
a’ lor prieghi dal monte, e fe’ la valle
limpida d’un freschissimo laghetto.
Nulla per anco delle Ninfe inteso
avea Fiammetta allor ch’ivi a diporto
novellando d’amori e cortesie
con le amiche sedeva, o s’immergea,
te, Amor, fuggendo e tu ve la spïavi,
dentro le cristalline onde più bella.
Fur poi svelati in que’ diporti i vaghi
misteri, e Dïoneo re del drappello
le Grazie afflisse. Perseguì i colombi
che stavan su le dense ali sospesi
a guardia d’una grotta: invan gementi
sotto il flagel del mirto onde gl’incalza
gli fan ombra dattorno, e gli fan prieghi
che non s’accosti; sanguinanti e inermi
sgombran con penne trepidanti al cielo.
Dalla grotta i recessi empie la luna,
e fra un mucchio di gigli addormentata
svela a un Fauno confusa una Napea.
Gioì il protervo dell’esempio, e spera
allettarne Fiammetta; e pregò tutti
allor d’aita i Satiri canuti,
e quante emule ninfe eran da’ giochi
e da’ misteri escluse: e quegli arguti
ozïando ogni notte a Dïoneo
di scherzi e d’antri e talami di fiori
ridissero novelle. Or vive un libro
dettato dagli Dei; ma sfortunata
la damigella che mai tocchi il libro!
Tosto smarrita del natìo pudore
avrà la rosa; né il rossore ad arte
può innamorar chi sol le Grazie ha in core.
Umberto Saba

Umberto Saba

A mia moglie

Tu sei come una giovane,
una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell’andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull’erba
pettoruta e superba.
È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio.
Così se l’occhio, se il giudizio mio
non m’inganna, fra queste hai le tue uguali,
e in nessun’altra donna.
Quando la sera assonna
le gallinelle,
mettono voci che ricordan quelle,
dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
ti quereli, e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai.

Tu sei come una gravida
giovenca;
libera ancora e senza
gravezza, anzi festosa;
che, se la lisci, il collo
volge, ove tinge un rosa
tenero la sua carne.
Se l’incontri e muggire
l’odi, tanto è quel suono
lamentoso, che l’erba
strappi, per farle un dono.
È così che il mio dono
t’offro quando sei triste.

Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d’un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia.

Tu sei come la pavida
coniglia. Entro l’angusta
gabbia ritta al vederti
s’alza,
e verso te gli orecchi
alti protende e fermi;
che la crusca e i radicchi
tu le porti, di cui
priva in sé si rannicchia,
cerca gli angoli bui.
Chi potrebbe quel cibo
ritoglierle? chi il pelo
che si strappa di dosso,
per aggiungerlo al nido
dove poi partorire?
Chi mai farti soffrire?

Tu sei come la rondine
che torna in primavera.
Ma in autunno riparte;
e tu non hai quest’arte.
Tu questo hai della rondine:
le movenze leggere;
questo che a me, che mi sentiva ed era
vecchio, annunciavi un’altra primavera.

Tu sei come la provvida
formica. Di lei, quando
escono alla campagna,
parla al bimbo la nonna
che l’accompagna.
E così nella pecchia
ti ritrovo, ed in tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio;
e in nessun’altra donna.