Poesie di questo tema
Amore romantico
Paolo Buzzi
La voce lontana
L’ho udita stamane parlare al telefono, nell’ altra stanza;
io ero ancora impigliato negli ultimi deboli inganni
dell’ ultimo sonno, che davano echi di favola alla breve distanza.
Sollevatomi sul guanciale, ascoltai a lungo la sua voce,
e la riconobbi vicina, ma mi parve lontana negli anni:
amorosa senza lusinga, virginea senza timore, casta e veloce.
Era nuova per me, come se una delle prime volte la sentissi,
in quell’autunno fiorentino quand’ essa m’era ancora sorella,
e mi portava, bianchi con un’ anima d’oro, a lei somiglianti, i narcissi.
Così quest’ amore in ogni stagione rimette la fronda, appena
io ero ancora impigliato negli ultimi deboli inganni
dell’ ultimo sonno, che davano echi di favola alla breve distanza.
Sollevatomi sul guanciale, ascoltai a lungo la sua voce,
e la riconobbi vicina, ma mi parve lontana negli anni:
amorosa senza lusinga, virginea senza timore, casta e veloce.
Era nuova per me, come se una delle prime volte la sentissi,
in quell’autunno fiorentino quand’ essa m’era ancora sorella,
e mi portava, bianchi con un’ anima d’oro, a lei somiglianti, i narcissi.
Così quest’ amore in ogni stagione rimette la fronda, appena
Patrizia Valduga
Ma se ogni notte
[…]
Ma se ogni notte di passi e rintocchi
volevi la mia mano tra le cosce…
Come sono, mio Dio, gli uomini, sciocchi!
[…]
Ma se ogni notte di passi e rintocchi
volevi la mia mano tra le cosce…
Come sono, mio Dio, gli uomini, sciocchi!
[…]
Pier della Vigna
Amando con fin core e con speranza
Amando con fin core e con speranza,
di grande gio’ fidanza
donòmi Amor più ch’eo no meritai,
che m’inalzao coralmente d’amanza,
da la cui rimembranza
lo meo coraggio non diparto mai:
e non poria partire
per tutto ’l meo volire,
sì m’este sua figura al core impressa,
ancor mi sia pattente
da lei corporalmente
la Morte amara, crudele ed ingressa.
La Morte m’este amara, che l’amore
mutòmi in amatore;
crudele, che punfo senza penzare
la sublimata stella de l’albore
senza colpa a tuttore,
per cui servire mi credea salvare;
ingressa m’è la Morte
per afretosa sorte,
non astettando fine naturale
di quella in cui Natura
mise tutta misura
for che termin di morte corporale.
Per tal termino mi compiango e doglio,
perdo gioia e mi svoglio
quando sua contezza mi rimembra
di quella ch’io amare e servir soglio:
di ciò viver non voglio,
ma dipartire l’alma da le membra.
E faria ciò ch’eo dico,
se non ch’a lo nemico
che m’ha tolta madonna placeria,
cioè la Morte fera,
che non guarda cui fera:
per lei podire aucire eo motitia.
No la posso aucire, né vengiamento
prendere al meo talento,
più che darmi conforto e bona voglia,
ed ancor no mi sia a piacimento
nessun confortamento,
tanto conforto chio vivo in doglia.
Donqua vivendo eo
7” vengio del danno meo,
servendo Amor cui la Morte fa guerra;
e a lui serviraggio
mentre ch’eo viveraggio:
in suo domin’ rimembranza mi serra.
Rimembranza mi serra in suo domino,
unde ver’ lui mi ’nchino,
merzé chiamando a Amore che mi vaglia:
f
vagliami Amore per cui non tifino,
ma senza spene affino,
ch’a lui servendo, gio’ m’è la travaglia.
Donimi alcuna spene,
ma di cui mi sovene
non voi’ che men per morte mi sovegna,
di quella in cui fr mise
tutte conteze assise,
i
senza la quale Amore in me non regna.
Tomaso di Sasso di Messina
di grande gio’ fidanza
donòmi Amor più ch’eo no meritai,
che m’inalzao coralmente d’amanza,
da la cui rimembranza
lo meo coraggio non diparto mai:
e non poria partire
per tutto ’l meo volire,
sì m’este sua figura al core impressa,
ancor mi sia pattente
da lei corporalmente
la Morte amara, crudele ed ingressa.
La Morte m’este amara, che l’amore
mutòmi in amatore;
crudele, che punfo senza penzare
la sublimata stella de l’albore
senza colpa a tuttore,
per cui servire mi credea salvare;
ingressa m’è la Morte
per afretosa sorte,
non astettando fine naturale
di quella in cui Natura
mise tutta misura
for che termin di morte corporale.
Per tal termino mi compiango e doglio,
perdo gioia e mi svoglio
quando sua contezza mi rimembra
di quella ch’io amare e servir soglio:
di ciò viver non voglio,
ma dipartire l’alma da le membra.
E faria ciò ch’eo dico,
se non ch’a lo nemico
che m’ha tolta madonna placeria,
cioè la Morte fera,
che non guarda cui fera:
per lei podire aucire eo motitia.
No la posso aucire, né vengiamento
prendere al meo talento,
più che darmi conforto e bona voglia,
ed ancor no mi sia a piacimento
nessun confortamento,
tanto conforto chio vivo in doglia.
Donqua vivendo eo
7” vengio del danno meo,
servendo Amor cui la Morte fa guerra;
e a lui serviraggio
mentre ch’eo viveraggio:
in suo domin’ rimembranza mi serra.
Rimembranza mi serra in suo domino,
unde ver’ lui mi ’nchino,
merzé chiamando a Amore che mi vaglia:
f
vagliami Amore per cui non tifino,
ma senza spene affino,
ch’a lui servendo, gio’ m’è la travaglia.
Donimi alcuna spene,
ma di cui mi sovene
non voi’ che men per morte mi sovegna,
di quella in cui fr mise
tutte conteze assise,
i
senza la quale Amore in me non regna.
Tomaso di Sasso di Messina
Pier Paolo Pasolini
Dansa di Narcís
Jo i soj neri di amòur
nè frut nè rosignòul
dut antèir coma un flòur
i brami sensa sen.
Soj levàt ienfra li violis
intànt ch’a sclariva,
ciantànt un ciant dismintiàt
ta la not vualiva.
Mi soj dit: «Narcís!»
e un spirt cu ‘l me vis
al scuriva la erba
cu’l clar dai so ris.
nè frut nè rosignòul
dut antèir coma un flòur
i brami sensa sen.
Soj levàt ienfra li violis
intànt ch’a sclariva,
ciantànt un ciant dismintiàt
ta la not vualiva.
Mi soj dit: «Narcís!»
e un spirt cu ‘l me vis
al scuriva la erba
cu’l clar dai so ris.
Pier Paolo Pasolini
Li colombis
A lusin ta li ombris
dal zovinút pleàt
li lus di un timp svualàt
cu’l svuàl da li colombis.
Ta la so gola a nas
na ombra di peràulis
platadis coma fràulis
nenfra li fuèjs dai pras.
E al siga, li peràulis,
ai so cunpàins tra i poj:
li colombis sul troi
a svuàlin par bussàilis.
dal zovinút pleàt
li lus di un timp svualàt
cu’l svuàl da li colombis.
Ta la so gola a nas
na ombra di peràulis
platadis coma fràulis
nenfra li fuèjs dai pras.
E al siga, li peràulis,
ai so cunpàins tra i poj:
li colombis sul troi
a svuàlin par bussàilis.
Pieraccio Tedaldi
La gaia donna che, del mio paese
La gaia donna che, del mio paese,
vidi fra l’altre donne ch’eran molte,
con velo in capo e colle treccie avvolte,
acconcia adornamente a la lucchese,
mirando in lei, subito il cor mi prese
colle bellezze c’ha nel viso accolte,
e tutte noie m’ha levate e tolte
e le virti doblate e forte accese.
E ciò m’è divenuto, per che sembra
alquanto quella ch’era romagnola,
di cui a ciascuna ora mi rimembra
de la dolce figura, collo e gola,
de la grandezza e di certe altre membra
e de la sua angelica parola.
vidi fra l’altre donne ch’eran molte,
con velo in capo e colle treccie avvolte,
acconcia adornamente a la lucchese,
mirando in lei, subito il cor mi prese
colle bellezze c’ha nel viso accolte,
e tutte noie m’ha levate e tolte
e le virti doblate e forte accese.
E ciò m’è divenuto, per che sembra
alquanto quella ch’era romagnola,
di cui a ciascuna ora mi rimembra
de la dolce figura, collo e gola,
de la grandezza e di certe altre membra
e de la sua angelica parola.
Pieraccio Tedaldi
O vita di mia vita, quando io penso
O vita di mia vita, quando io penso
sopra alla vostra gran piacevolezza,
nel pensiero mi giugne una dolcezza,
che mi fa stupefatto stare intenso;
e chi nel cor mi pinse tal vaghezza,
ubbligato gli son di render censo.
Per che d’amarvi, donna, io pur sormonto
e pure addoppio a guisa di scacchiere,
per modo quasi far non si può conto.
Deh dunque, poi che Amor così mi fère,
movete vostro cor ad esser pronto
a darmi quella gioia che ho mestiere.
sopra alla vostra gran piacevolezza,
nel pensiero mi giugne una dolcezza,
che mi fa stupefatto stare intenso;
e chi nel cor mi pinse tal vaghezza,
ubbligato gli son di render censo.
Per che d’amarvi, donna, io pur sormonto
e pure addoppio a guisa di scacchiere,
per modo quasi far non si può conto.
Deh dunque, poi che Amor così mi fère,
movete vostro cor ad esser pronto
a darmi quella gioia che ho mestiere.
Pietro Aretino
Fottiamci, anima mia
[U.] «Fottiamci, anima mia, fottiamci presto,
poiché tutti per fotter nati siamo,
e se tu il cazzo adori, io la potta amo,
e saria il mondo un cazzo senza questo.
E se post mortem fotter fuss’onesto,
direi: tanto fottiam che ci moriamo,
per fotter poi de là Eva ed Adamo,
che trovaro il morir sì disonesto.»
[D.] «Veramente gli è ver, che s’i furfanti
non mangiavan quel pomo traditore,
io so che si sfoiavano gli amanti.
Ma lasciamo ir le ciancie, e insino al core
ficcami il cazzo, e fa’ ch’ivi si schianti
l’anima che ’n sul cazzo or nasce or more.»
[U.] «E s’è possibil, fore
non mi tener [de] la potta i coglioni,
d’ogni piacer fottuto testimoni.»
poiché tutti per fotter nati siamo,
e se tu il cazzo adori, io la potta amo,
e saria il mondo un cazzo senza questo.
E se post mortem fotter fuss’onesto,
direi: tanto fottiam che ci moriamo,
per fotter poi de là Eva ed Adamo,
che trovaro il morir sì disonesto.»
[D.] «Veramente gli è ver, che s’i furfanti
non mangiavan quel pomo traditore,
io so che si sfoiavano gli amanti.
Ma lasciamo ir le ciancie, e insino al core
ficcami il cazzo, e fa’ ch’ivi si schianti
l’anima che ’n sul cazzo or nasce or more.»
[U.] «E s’è possibil, fore
non mi tener [de] la potta i coglioni,
d’ogni piacer fottuto testimoni.»
Pietro Aretino
Perch’io prov’or
[D.] «Perch’io prov’or un sì solenne cazzo,
che mi rovescia l’orlo de la potta,
io vorrei esser tutta quanta potta,
ma vorrei che tu fossi tutto cazzo.
Perché s’io fossi potta, e tu cazzo,
isfameria per un tratto la potta,
e tu averesti anche da la potta
tutto il piacer che può aver un cazzo.
Ma non potendo esser tutta potta,
né tu diventar tutto di cazzo,
piglia il buon voler da questa potta.»
[U.] «E voi, pigliate del mio poco cazzo
la buona volontà: in giù la potta
ficcate, e io in su ficcherò il cazzo;
e dipoi su il mio cazzo
lasciatevi andar tutta con la potta:
e sarò cazzo, e voi sarete potta.»
che mi rovescia l’orlo de la potta,
io vorrei esser tutta quanta potta,
ma vorrei che tu fossi tutto cazzo.
Perché s’io fossi potta, e tu cazzo,
isfameria per un tratto la potta,
e tu averesti anche da la potta
tutto il piacer che può aver un cazzo.
Ma non potendo esser tutta potta,
né tu diventar tutto di cazzo,
piglia il buon voler da questa potta.»
[U.] «E voi, pigliate del mio poco cazzo
la buona volontà: in giù la potta
ficcate, e io in su ficcherò il cazzo;
e dipoi su il mio cazzo
lasciatevi andar tutta con la potta:
e sarò cazzo, e voi sarete potta.»
Pietro Aretino
Posami questa gamba
[U.] «Posami questa gamba in su la spalla,
e levami dal cazzo anco la mano,
e quando vuoi ch’io spinga forte o piano,
piano o forte col cul sul letto balla.
E s’in cul dalla potta il cazzo falla,
di’ ch’io sia un forfante e un villano,
perch’io conosco dalla vulva l’ano,
come un caval conosce una cavalla.»
[D.] «La man dal cazzo no levarò io,
non io, che non vo far questa pazzia,
e se non vuoi così, vati con Dio.
Che ’l piacer dietro tutto tuo saria,
ma dinanzi il piacer è tuo e mio,
siché, fotti a buon modo, o vanne via.»
[U.] «Io non me n’anderia,
signora cara, da così dolce ciancia,
s’io ben credessi campar il Re di Francia.»
e levami dal cazzo anco la mano,
e quando vuoi ch’io spinga forte o piano,
piano o forte col cul sul letto balla.
E s’in cul dalla potta il cazzo falla,
di’ ch’io sia un forfante e un villano,
perch’io conosco dalla vulva l’ano,
come un caval conosce una cavalla.»
[D.] «La man dal cazzo no levarò io,
non io, che non vo far questa pazzia,
e se non vuoi così, vati con Dio.
Che ’l piacer dietro tutto tuo saria,
ma dinanzi il piacer è tuo e mio,
siché, fotti a buon modo, o vanne via.»
[U.] «Io non me n’anderia,
signora cara, da così dolce ciancia,
s’io ben credessi campar il Re di Francia.»
Pietro Buratti
Non tirarti tanto indietro
Non tirarti tanto indietro
mia vezzosa Marianetta,
non mi far la ritrosetta,
ch’io son franco nel mestier.
Mi parlò della tua fica
sai tu chi? Quel capo ameno
che pur tu conosci appieno:
Giacometto parruchier.
Se vedeste, mi diceva,
ell’è fatta col pennello,
fatta proprio per l’uccello,
vince Venere in beltà.
Che begli occhi! Che dentini!
Che bei labbri! Che bocchina!
Che graziosa fossettina
sta quel membro ad abbellir!
Sotto i bracci fatti a tornio
ha di peli un bel ciuffetto,
come il crin d’un nero schietto,
e non puzzan di sudor.
Sporgon fuori dal suo seno
bianche e ben proporzionate,
due poppine delicate
con la fragola d’amor.
La sua pancia levigata,
curva appena e sì perfetta,
vi trasporta e i baci affretta,
vi fa proprio elettrizzar.
Svelti i fianchi, e un po’ di chiappe
tonde, sode e rilevate,
da far gola a qualche frate
dilettante di «bombé».
E chi poi frenare il cazzo
mai potrebbe a quel velloso
pettignone lussurioso,
tanto caro a maneggiar?
Io che son piuttosto matto
ho voluto a questa bella
sovra i labbri la cappella
per preambolo fregar.
Né contento di tal spasso,
con due dita ho aperto il centro,
e col naso proprio dentro
mi son posto ad osservar.
E se voi non feste chiacchiere,
vi dirìa che all’annusata
furibondo una leccata
non so come aggiunta gli ho.
Or chi può dir con qual anima
ella scuotesi e affatica
quando il cazzo nella fica
la si sente andar su e giù.
La vi bacia, la vi stringe,
la vi dà la lingua in bocca,
e il piacer che in lei trabocca
la fa tutta liquefar.
Voglio dir che appena il membro
penetrò le parti basse
io credea ch’ella annegasse
del suo sperma dentro il mar.
Senti senti ella gridava,
Giacometto, io vado in brodo;
spingi pur che me la godo,
fammi l’anima sborrar.
O Dio caro, come vengo
quando il cazzo dà la svetta!
Baci suggi, e il corso affretta,
ch’io mi sento consumar.
Ma non basta: un dito in culo,
per aver maggior diletto,
or mi poni, o Giacometto,
che lo stesso anch’io farò.
A un tal passo, furibonda,
la menava culo e potta:
o che troia proprio dotta!
O che gusto! O che piacer!
Non tirarti troppo indietro
mia vezzosa Marianetta,
non mi far la ritrosetta,
ch’io son franco nel mestier!
mia vezzosa Marianetta,
non mi far la ritrosetta,
ch’io son franco nel mestier.
Mi parlò della tua fica
sai tu chi? Quel capo ameno
che pur tu conosci appieno:
Giacometto parruchier.
Se vedeste, mi diceva,
ell’è fatta col pennello,
fatta proprio per l’uccello,
vince Venere in beltà.
Che begli occhi! Che dentini!
Che bei labbri! Che bocchina!
Che graziosa fossettina
sta quel membro ad abbellir!
Sotto i bracci fatti a tornio
ha di peli un bel ciuffetto,
come il crin d’un nero schietto,
e non puzzan di sudor.
Sporgon fuori dal suo seno
bianche e ben proporzionate,
due poppine delicate
con la fragola d’amor.
La sua pancia levigata,
curva appena e sì perfetta,
vi trasporta e i baci affretta,
vi fa proprio elettrizzar.
Svelti i fianchi, e un po’ di chiappe
tonde, sode e rilevate,
da far gola a qualche frate
dilettante di «bombé».
E chi poi frenare il cazzo
mai potrebbe a quel velloso
pettignone lussurioso,
tanto caro a maneggiar?
Io che son piuttosto matto
ho voluto a questa bella
sovra i labbri la cappella
per preambolo fregar.
Né contento di tal spasso,
con due dita ho aperto il centro,
e col naso proprio dentro
mi son posto ad osservar.
E se voi non feste chiacchiere,
vi dirìa che all’annusata
furibondo una leccata
non so come aggiunta gli ho.
Or chi può dir con qual anima
ella scuotesi e affatica
quando il cazzo nella fica
la si sente andar su e giù.
La vi bacia, la vi stringe,
la vi dà la lingua in bocca,
e il piacer che in lei trabocca
la fa tutta liquefar.
Voglio dir che appena il membro
penetrò le parti basse
io credea ch’ella annegasse
del suo sperma dentro il mar.
Senti senti ella gridava,
Giacometto, io vado in brodo;
spingi pur che me la godo,
fammi l’anima sborrar.
O Dio caro, come vengo
quando il cazzo dà la svetta!
Baci suggi, e il corso affretta,
ch’io mi sento consumar.
Ma non basta: un dito in culo,
per aver maggior diletto,
or mi poni, o Giacometto,
che lo stesso anch’io farò.
A un tal passo, furibonda,
la menava culo e potta:
o che troia proprio dotta!
O che gusto! O che piacer!
Non tirarti troppo indietro
mia vezzosa Marianetta,
non mi far la ritrosetta,
ch’io son franco nel mestier!
Pietro Celestino Giannone
Canto IV – Calò
Mentre così la passera ei leccava,
A lei già fuor di sé si pel gran piacere
Emma del cane l’[asta] in man pigliava
Spettacolo bellissimo a vedere!
E il buon Calò che era una bestia brava
Tosto si accinse a far il suo dovere
Che ben si accorse che la sua padrona
Volea che all’altra lo mettesse in [mona]
Infatti sulle [chiappe] di Isabella
Battea le mani e: qui, dicea, Calò
E il can che vedea la [fica] a quella
Già sporta e gonfia di leccar cessò
Ed intanto al guardar della sua bella
Padrona gli occhi un attimo restò
Questa al collo lo prese e compier l’opra
Su, Calò, proseguia, montale sopra
Su piè di dietro allor ei si drizzava
E con gli anteriori guernia la groppa
Di lei ch’in tal stato si trovava
Da non potergli far difesa troppa
Anzi per la dolcezza che provava
Sentisse in tratto irrigidir la [toppa?]
Che ancor gliela leccasse ella credeva
E sempre fuor di sè gliela sporgeva
Ma guari non passò che si sentì
Infin al fondo penetrar la fica
E che il cane infilava allor capì
E si rivolse a rimprecar l’amica:
Malvagia, le dicea, dunque così
Ad opra tratta mi hai tanto impudica?
Ah! Non son le medesime puttane
Ridotte a far{si?} [fottere] da un cane
Oh qual caso inaudito, enorme, orrendo
Se resto, come temo, ingravidata!
E volle il cul ritrar, ma non potendo
Che Emma e il can la tenean quasi inchiodata
Torse la groppa e proseguì qui gemendo
Così dunque esser debba io seccata?
Maladetta sii tu che m’hai ridotta
A lasciar{mi} da lui leccar la [potta]
Mentre così lagnavasi Isabella
Emma eccitava il can ad [infilare]
E rispondeva: via non temer, mia bella
Che senza alcun pericolo puoi dare
Non è questa per me cosa novella:
Quasi ogni giorno io mi diverto a fare
[Fotter?]ti stesso e lasciar [infilare]
Ch’ei non ti può per questo [gravidare].
A lei già fuor di sé si pel gran piacere
Emma del cane l’[asta] in man pigliava
Spettacolo bellissimo a vedere!
E il buon Calò che era una bestia brava
Tosto si accinse a far il suo dovere
Che ben si accorse che la sua padrona
Volea che all’altra lo mettesse in [mona]
Infatti sulle [chiappe] di Isabella
Battea le mani e: qui, dicea, Calò
E il can che vedea la [fica] a quella
Già sporta e gonfia di leccar cessò
Ed intanto al guardar della sua bella
Padrona gli occhi un attimo restò
Questa al collo lo prese e compier l’opra
Su, Calò, proseguia, montale sopra
Su piè di dietro allor ei si drizzava
E con gli anteriori guernia la groppa
Di lei ch’in tal stato si trovava
Da non potergli far difesa troppa
Anzi per la dolcezza che provava
Sentisse in tratto irrigidir la [toppa?]
Che ancor gliela leccasse ella credeva
E sempre fuor di sè gliela sporgeva
Ma guari non passò che si sentì
Infin al fondo penetrar la fica
E che il cane infilava allor capì
E si rivolse a rimprecar l’amica:
Malvagia, le dicea, dunque così
Ad opra tratta mi hai tanto impudica?
Ah! Non son le medesime puttane
Ridotte a far{si?} [fottere] da un cane
Oh qual caso inaudito, enorme, orrendo
Se resto, come temo, ingravidata!
E volle il cul ritrar, ma non potendo
Che Emma e il can la tenean quasi inchiodata
Torse la groppa e proseguì qui gemendo
Così dunque esser debba io seccata?
Maladetta sii tu che m’hai ridotta
A lasciar{mi} da lui leccar la [potta]
Mentre così lagnavasi Isabella
Emma eccitava il can ad [infilare]
E rispondeva: via non temer, mia bella
Che senza alcun pericolo puoi dare
Non è questa per me cosa novella:
Quasi ogni giorno io mi diverto a fare
[Fotter?]ti stesso e lasciar [infilare]
Ch’ei non ti può per questo [gravidare].
Pietro Metastasio
La tempesta
No, non turbarti, o Nice; io non ritorno
a parlarti d’amor. So che ti spiace;
basta così. Vedi, che il Ciel minaccia
improvvisa tempesta: alle capanne
se vuoi ridurre il gregge, io vengo solo
ad offrir l’opra mia. Che! Non paventi?
Osserva, che a momenti
tutto s’oscura il Ciel, che il vento in giro
la polve innalza, e le cadute foglie.
Al fremer della selva, al volo incerto
degli augelli smarriti, a queste rare,
che ci cadon sul volto, umide stille,
Nice, io preveggo… Ah, non tel dissi, o Nice?
Ecco il lampo, ecco il tuono. Or che farai?
Vieni, senti; ove vai? Non è più tempo
di pensare alla greggia. In questo speco
riparati frattanto, io sarò teco.
Ma tu tremi, o mio tesoro!
Ma tu palpiti, cor mio!
Non temer; con te son io,
né d’amor ti parlerò.
Mentre folgori, e baleni,
sarò teco, amata Nice;
quando il Ciel si rassereni,
Nice ingrata, io partirò.
Siedi, sicura sei. Nel sen di quella
concava rupe in fin ad or giammai
fulmine non percosse,
lampo non penetrò. L’adombra intorno
folta selva d’allori
che prescrive del Ciel limiti all’ira.
Siedi, bell’idol mio, siedi, e respira.
Ma tu pure al mio fianco
timorosa ti stringi, e, come io voglia
fuggir da te, per trattenermi annodi
fra le tue la mia man? Rovini il Cielo,
non dubitar, non partirò. Bramai
sempre un sì dolce istante. Ah così fosse
frutto dell’amor tuo, non del timore!
Ah lascia, o Nice, ah lascia
lusingarmene almen. Chi sa? Mi amasti
sempre forse fin or. Fu il tuo rigore
modestia e non disprezzo; e forse questo
eccessivo spavento
è pretesto all’amor. Parla, che dici?
M’appongo al ver? Tu non rispondi? Abbassi
vergognosa lo sguardo!
Arrossisci? Sorridi? Intendo, intendo.
Non parlar, mia speranza;
quel riso, quel rossor dice abbastanza.
E pur fra le tempeste
la calma ritrovai.
Ah non ritorni mai,
mai più sereno il dì!
Questo de’ giorni miei,
questo è il più chiaro giorno.
Viver così vorrei,
vorrei morir così.
a parlarti d’amor. So che ti spiace;
basta così. Vedi, che il Ciel minaccia
improvvisa tempesta: alle capanne
se vuoi ridurre il gregge, io vengo solo
ad offrir l’opra mia. Che! Non paventi?
Osserva, che a momenti
tutto s’oscura il Ciel, che il vento in giro
la polve innalza, e le cadute foglie.
Al fremer della selva, al volo incerto
degli augelli smarriti, a queste rare,
che ci cadon sul volto, umide stille,
Nice, io preveggo… Ah, non tel dissi, o Nice?
Ecco il lampo, ecco il tuono. Or che farai?
Vieni, senti; ove vai? Non è più tempo
di pensare alla greggia. In questo speco
riparati frattanto, io sarò teco.
Ma tu tremi, o mio tesoro!
Ma tu palpiti, cor mio!
Non temer; con te son io,
né d’amor ti parlerò.
Mentre folgori, e baleni,
sarò teco, amata Nice;
quando il Ciel si rassereni,
Nice ingrata, io partirò.
Siedi, sicura sei. Nel sen di quella
concava rupe in fin ad or giammai
fulmine non percosse,
lampo non penetrò. L’adombra intorno
folta selva d’allori
che prescrive del Ciel limiti all’ira.
Siedi, bell’idol mio, siedi, e respira.
Ma tu pure al mio fianco
timorosa ti stringi, e, come io voglia
fuggir da te, per trattenermi annodi
fra le tue la mia man? Rovini il Cielo,
non dubitar, non partirò. Bramai
sempre un sì dolce istante. Ah così fosse
frutto dell’amor tuo, non del timore!
Ah lascia, o Nice, ah lascia
lusingarmene almen. Chi sa? Mi amasti
sempre forse fin or. Fu il tuo rigore
modestia e non disprezzo; e forse questo
eccessivo spavento
è pretesto all’amor. Parla, che dici?
M’appongo al ver? Tu non rispondi? Abbassi
vergognosa lo sguardo!
Arrossisci? Sorridi? Intendo, intendo.
Non parlar, mia speranza;
quel riso, quel rossor dice abbastanza.
E pur fra le tempeste
la calma ritrovai.
Ah non ritorni mai,
mai più sereno il dì!
Questo de’ giorni miei,
questo è il più chiaro giorno.
Viver così vorrei,
vorrei morir così.
Remigio Zena
Amore vivo
Amo il biondo ed il fuoco; amo l’estate
più della primavera,
le donne indebitate,
trenta e quaranta, la rossa e la nera.
Amo gli acri profumi e la riviera,
Musset, le schioppettate,
la birra di Baviera
e il compagno di Sant’Antonio abate.
Ed amo te, Francesca,
te bionda come la birra tedesca,
te infocata che abbruci e che consumi,
che a Montecarlo sei,
circondata da un nuvolo d’ebrei,
spumeggiante nel brago e nei profumi.
più della primavera,
le donne indebitate,
trenta e quaranta, la rossa e la nera.
Amo gli acri profumi e la riviera,
Musset, le schioppettate,
la birra di Baviera
e il compagno di Sant’Antonio abate.
Ed amo te, Francesca,
te bionda come la birra tedesca,
te infocata che abbruci e che consumi,
che a Montecarlo sei,
circondata da un nuvolo d’ebrei,
spumeggiante nel brago e nei profumi.
Rinaldo d'Aquino
Un oseleto che canta d’amore
Un oseletto che canta d’amore
sento la notte far sì dulzi versi,
che me fa mover un’aqua dal core,
e ven a gli ogli, ni pò ritenersi
che no sparga fora cum tal furore,
che di corrente vena par che versi;
ed i’ pensando che cosa è l’amore
sì zeto fora suspiri diversi.
Considerando la vita amorosa
di l’oseletto che cantar no fina,
la mia gravosa pena porto in pace:
fera possanza ne l’amor reposa,
ch’ogn’amatore la dotta ed enclina,
e dona canto e planto a cui li place.
sento la notte far sì dulzi versi,
che me fa mover un’aqua dal core,
e ven a gli ogli, ni pò ritenersi
che no sparga fora cum tal furore,
che di corrente vena par che versi;
ed i’ pensando che cosa è l’amore
sì zeto fora suspiri diversi.
Considerando la vita amorosa
di l’oseletto che cantar no fina,
la mia gravosa pena porto in pace:
fera possanza ne l’amor reposa,
ch’ogn’amatore la dotta ed enclina,
e dona canto e planto a cui li place.
Roberto Roversi
Dentro la tempesta (44)
Dentro la tempesta che rumigava un
altro grande tema era quello dell’amore
(fra me e te o fra gli uomini in generale
è le donne, naturalmente)
un altro grande tema era quello dell’amore.
o della sopravvivenza
fra i rami di questa foresta un poco pietrificata.
Ma l’alba è appena spuntata
l’alba spunta
arriva un cacciatore con un suo malcelato furore contro
tutti gli uccelli e cominciò
a buttare fuoco contro ogni ombra in volo
crivellare il cielo
così 1] tema dell’amore non si poté per il
momento affrontare e decadde fino
a essere dimenticato
altro grande tema era quello dell’amore
(fra me e te o fra gli uomini in generale
è le donne, naturalmente)
un altro grande tema era quello dell’amore.
o della sopravvivenza
fra i rami di questa foresta un poco pietrificata.
Ma l’alba è appena spuntata
l’alba spunta
arriva un cacciatore con un suo malcelato furore contro
tutti gli uccelli e cominciò
a buttare fuoco contro ogni ombra in volo
crivellare il cielo
così 1] tema dell’amore non si poté per il
momento affrontare e decadde fino
a essere dimenticato
Rocco Scotellaro
Per pasqua alla promessa sposa
ll giorno, Isabella, maturerà.
Sentirai le raganelle suonare
il tempo nascosto tra le viole.
E se farai ch’io non sia solo
quando l’aria s’intinge di burrasca
e i gheppi son cacciati nella mischia
e cantano la morte del Signore
solo gli angioli deturpati, allora
con tutta l’ansia che non ti so dire
potremo insieme vivere e morire.
Sentirai le raganelle suonare
il tempo nascosto tra le viole.
E se farai ch’io non sia solo
quando l’aria s’intinge di burrasca
e i gheppi son cacciati nella mischia
e cantano la morte del Signore
solo gli angioli deturpati, allora
con tutta l’ansia che non ti so dire
potremo insieme vivere e morire.
Rustico Filippi
Assai mi son coverta, amore meo
Assai mi son coverta, amore meo:
oi lassa me, più non posso soffrire;
cotanto forte d’amor son presa eo,
chio non aggio potenza, omè, di dire.
Chio non amo né temo tanto Deo
quanto te, amoroso e dolze sire;
e vo’ ben che tu sacce e penzi ch’eo
condotta son per te presso al morire,
E se con gli occhi piangi o ti lamente,
e’ son quella che non trovo riposo
lo di chio non ti veggio, amor piagente.
E se due giorni o tre mi stesse ASCOso,
io n’anderei piangendo infra la gente,
cherendo te, meo sir disideroso.
oi lassa me, più non posso soffrire;
cotanto forte d’amor son presa eo,
chio non aggio potenza, omè, di dire.
Chio non amo né temo tanto Deo
quanto te, amoroso e dolze sire;
e vo’ ben che tu sacce e penzi ch’eo
condotta son per te presso al morire,
E se con gli occhi piangi o ti lamente,
e’ son quella che non trovo riposo
lo di chio non ti veggio, amor piagente.
E se due giorni o tre mi stesse ASCOso,
io n’anderei piangendo infra la gente,
cherendo te, meo sir disideroso.
Rustico Filippi
Dovunque eo vo o vegno o volgo o giro
Dovunque eo vo o vegno o volgo o giro,
a voi son, donna mia, tuttor davanti;
e s’eo con gli occhi altrove guardo o miro,
lo cor non v’è, poi chio faccio i sembianti.
E spesse volte sì forte sospiro,
che par che ’l cor dal corpo mi si schianti;
allor piango e lamento e non m’adiro,
ma li mei occhi bagno tutti quanti,
E dolzemente faccio mio cordoglio,
tuttor, mia donna, a voi merzé chiamando
umilemente più quant’eo più doglio.
Durar non posso più disiderando;
non aggio di voi quello ch’aver soglio;
moro per voi piangendo e sospirando.
a voi son, donna mia, tuttor davanti;
e s’eo con gli occhi altrove guardo o miro,
lo cor non v’è, poi chio faccio i sembianti.
E spesse volte sì forte sospiro,
che par che ’l cor dal corpo mi si schianti;
allor piango e lamento e non m’adiro,
ma li mei occhi bagno tutti quanti,
E dolzemente faccio mio cordoglio,
tuttor, mia donna, a voi merzé chiamando
umilemente più quant’eo più doglio.
Durar non posso più disiderando;
non aggio di voi quello ch’aver soglio;
moro per voi piangendo e sospirando.
Rustico Filippi
I’ aggio inteso che sanza lo core
Î’ aggio inteso che sanza lo core
non pò l’om viver né durar neiente;
ed io vivo sanz’esso, e lo colore
però non perdo, né saver né mente:
ma solo per la forza del Segnore
che ’l n’ha portato, che, tanto potente,
lo dipartì dal corpo, ciò fue Amore:
e l’ha miso in balia de l’avenente.
Lo cor, quando dal corpo si partio,
disse ad Amor: — Segnore, in quale parte
mi meni? — E que’ rispose: — Al tuo disio. —
In tale loco è che già mai non parte;
insieme sta il meo core e ’l disit mio:
così vi fosse il corpo in terza patte!
non pò l’om viver né durar neiente;
ed io vivo sanz’esso, e lo colore
però non perdo, né saver né mente:
ma solo per la forza del Segnore
che ’l n’ha portato, che, tanto potente,
lo dipartì dal corpo, ciò fue Amore:
e l’ha miso in balia de l’avenente.
Lo cor, quando dal corpo si partio,
disse ad Amor: — Segnore, in quale parte
mi meni? — E que’ rispose: — Al tuo disio. —
In tale loco è che già mai non parte;
insieme sta il meo core e ’l disit mio:
così vi fosse il corpo in terza patte!
Rustico Filippi
Oi amoroso e miao fedele amante
Oi amoroso e mio fedele amante,
amato più di null’altro amadore,
se tu ti doli, i’ aggio pene tante
4 ch’ardo tutta ed incendo per amore.
me. 12. ‘7 natural: lo stato naturale, ossia l’esser vivo. 13-14. ma
colui che Amore non vuol rallegrare ha un vita che è piuttosto un
morire.
E se lo cote meo fosse diamante,
non doveria aver forza né valore;
e se di doglia in cera fai sembiante,
eo sono, eo quella che la porto in core.
Amore meo, cui più coralmente amo
ch’amasse già mai donna suo servente,
e che non fece Tisbia Priamo,
l’atender non ti sia disavenente,
ched io tanto del cor disio e bramo
che picciol tempo, amor, serai atendente.
amato più di null’altro amadore,
se tu ti doli, i’ aggio pene tante
4 ch’ardo tutta ed incendo per amore.
me. 12. ‘7 natural: lo stato naturale, ossia l’esser vivo. 13-14. ma
colui che Amore non vuol rallegrare ha un vita che è piuttosto un
morire.
E se lo cote meo fosse diamante,
non doveria aver forza né valore;
e se di doglia in cera fai sembiante,
eo sono, eo quella che la porto in core.
Amore meo, cui più coralmente amo
ch’amasse già mai donna suo servente,
e che non fece Tisbia Priamo,
l’atender non ti sia disavenente,
ched io tanto del cor disio e bramo
che picciol tempo, amor, serai atendente.
Salvatore Quasimodo
Lettera
Questo silenzio fermo nelle strade,
questo vento indolente, che ora scivola
basso tra le foglie morte o risale
ai colori delle insegne straniere...
forse l’ansia di dirti una parola
prima che si richiuda ancora il cielo
sopra un altro giorno, forse l’inerzia,
il nostro male più vile ... La vita
non è in questo tremendo, cupo, battere
del cuore, non è pietà, non è più
che un gioco del sangue dove la morte
è in fiore. O mia dolce gazzella,
io ti ricordo quel geranio acceso
su un muro crivellato di mitraglia.
O neppure la morte ora consola
più i vivi, la morte per amore?
questo vento indolente, che ora scivola
basso tra le foglie morte o risale
ai colori delle insegne straniere...
forse l’ansia di dirti una parola
prima che si richiuda ancora il cielo
sopra un altro giorno, forse l’inerzia,
il nostro male più vile ... La vita
non è in questo tremendo, cupo, battere
del cuore, non è pietà, non è più
che un gioco del sangue dove la morte
è in fiore. O mia dolce gazzella,
io ti ricordo quel geranio acceso
su un muro crivellato di mitraglia.
O neppure la morte ora consola
più i vivi, la morte per amore?
Salvatore Quasimodo
Quasi un madrigale
Il girasole piega a occidente
e già precipita il giorno nel suo
occhio in rovina e l’aria dell’estate
s’addensa e già curva le foglie e il fumo
dei cantieri. S’allontana con scorrere
secco di nubi e stridere di fulmini
quest’ultimo gioco del cielo. Ancora,
e da anni, cara, ci ferma il mutarsi
degli alberi stretti dentro la cerchia
dei Navigli. Ma è sempre il nostro giorno
e sempre quel sole che se ne va
con il filo del suo raggio affettuoso.
Non ho più ricordi, non voglio ricordare;
la memoria risale dalla morte,
la vita è senza fine. Ogni giorno
è nostro. Uno si fermerà per sempre,
e tu con me, quando ci sembri tardi.
Qui sull’argine del canale, i piedi
in altalena, come di fanciulli,
guardiamo l’acqua, i primi rami dentro
il suo colore verde che s’oscura.
E l’uomo che in silenzio s’avvicina
non nasconde un coltello fra le mani,
ma un fiore di geranio.
e già precipita il giorno nel suo
occhio in rovina e l’aria dell’estate
s’addensa e già curva le foglie e il fumo
dei cantieri. S’allontana con scorrere
secco di nubi e stridere di fulmini
quest’ultimo gioco del cielo. Ancora,
e da anni, cara, ci ferma il mutarsi
degli alberi stretti dentro la cerchia
dei Navigli. Ma è sempre il nostro giorno
e sempre quel sole che se ne va
con il filo del suo raggio affettuoso.
Non ho più ricordi, non voglio ricordare;
la memoria risale dalla morte,
la vita è senza fine. Ogni giorno
è nostro. Uno si fermerà per sempre,
e tu con me, quando ci sembri tardi.
Qui sull’argine del canale, i piedi
in altalena, come di fanciulli,
guardiamo l’acqua, i primi rami dentro
il suo colore verde che s’oscura.
E l’uomo che in silenzio s’avvicina
non nasconde un coltello fra le mani,
ma un fiore di geranio.