Poesie di questo tema
Amore romantico
Ludovico Ariosto
Canto VII, ottave 22-29
Finir quel giuoco tosto, e molto inanzi
che non solea là dentro esser costume:
con torchi allora i paggi entrati inanzi,
le tenebre cacciar con molto lume.
Tra bella compagnia dietro e dinanzi
andò Ruggiero a ritrovar le piume
in una adorna e fresca cameretta,
per la miglior di tutte l’altre elette.
E poi che di confetti e di buon vini
di nuovo fatti fur debiti inviti,
e partir gli altri riverenti e chini,
et alle stanze lor tutti sono iti;
Ruggiero entrò ne’ profumati lini
che pareano di man d’Aracne usciti,
tenendo tuttavia l’orecchie attente,
s’ancor venir la bella donna sente.
Ad ogni piccol moto ch’egli udiva,
sperando che fosse ella, il capo alzava:
sentir credeasi, e spesso non sentiva;
poi del suo errore accorto sospirava.
Talvolta uscia del letto e l’uscio apriva,
guatava fuori, e nulla vi trovava:
e maledì ben mille volte l’ora
che facea al trapassar tanta dimora.
Tra sé dicea sovente: «Or si parte ella»;
e cominciava a noverare i passi
ch’esser potean da la sua stanza a quella
donde aspettando sta che Alcina passi;
e questi et altri, prima che la bella
donna vi sia, vani disegni fassi.
Teme di qualche impedimento spesso,
che tra il frutto e la man non gli sia messo.
Alcina, poi ch’a’ preziosi odori
dopo gran spazio pose alcuna meta,
venuto il tempo che più non dimori,
ormai ch’in casa era ogni cosa cheta,
de la camera sua sola uscì fuori;
e tacita n’andò per via secreta
dove a Ruggiero avean timore e speme
gran pezzo intorno al cor pugnato insieme.
Come si vede il successor d’Astolfo
sopra apparir quelle ridenti stelle,
come abbia ne le vene acceso zolfo,
non par che capir possa ne la pelle.
Or sino agli occhi ben nuota nel golfo
de le delizie e de le cose belle:
salta del letto, e in braccio la raccoglie,
né può tanto aspettar ch’ella si spoglie;
ben che né gonna né faldiglia avesse;
che venne avolta in un leggier zendado
che sopra una camicia ella si messe,
bianca e suttil nel più escellente grado.
Come Ruggiero abbracciò lei, gli cesse
il manto: e restò il vel suttile e rado,
che non copria dinanzi né di dietro,
più che le rose o i gigli un chiaro vetro.
Non così strettamente edera preme
pianta ove intorno abbarbicata s’abbia,
come si stringon li dui amanti insieme,
cogliendo de lo spirto in su le labbia
suave fior, qual non produce seme
indo o sabeo ne l’odorata sabbia.
Del gran piacer ch’avean, lor dicer tocca;
che spesso avean più d’una lingua in bocca.
che non solea là dentro esser costume:
con torchi allora i paggi entrati inanzi,
le tenebre cacciar con molto lume.
Tra bella compagnia dietro e dinanzi
andò Ruggiero a ritrovar le piume
in una adorna e fresca cameretta,
per la miglior di tutte l’altre elette.
E poi che di confetti e di buon vini
di nuovo fatti fur debiti inviti,
e partir gli altri riverenti e chini,
et alle stanze lor tutti sono iti;
Ruggiero entrò ne’ profumati lini
che pareano di man d’Aracne usciti,
tenendo tuttavia l’orecchie attente,
s’ancor venir la bella donna sente.
Ad ogni piccol moto ch’egli udiva,
sperando che fosse ella, il capo alzava:
sentir credeasi, e spesso non sentiva;
poi del suo errore accorto sospirava.
Talvolta uscia del letto e l’uscio apriva,
guatava fuori, e nulla vi trovava:
e maledì ben mille volte l’ora
che facea al trapassar tanta dimora.
Tra sé dicea sovente: «Or si parte ella»;
e cominciava a noverare i passi
ch’esser potean da la sua stanza a quella
donde aspettando sta che Alcina passi;
e questi et altri, prima che la bella
donna vi sia, vani disegni fassi.
Teme di qualche impedimento spesso,
che tra il frutto e la man non gli sia messo.
Alcina, poi ch’a’ preziosi odori
dopo gran spazio pose alcuna meta,
venuto il tempo che più non dimori,
ormai ch’in casa era ogni cosa cheta,
de la camera sua sola uscì fuori;
e tacita n’andò per via secreta
dove a Ruggiero avean timore e speme
gran pezzo intorno al cor pugnato insieme.
Come si vede il successor d’Astolfo
sopra apparir quelle ridenti stelle,
come abbia ne le vene acceso zolfo,
non par che capir possa ne la pelle.
Or sino agli occhi ben nuota nel golfo
de le delizie e de le cose belle:
salta del letto, e in braccio la raccoglie,
né può tanto aspettar ch’ella si spoglie;
ben che né gonna né faldiglia avesse;
che venne avolta in un leggier zendado
che sopra una camicia ella si messe,
bianca e suttil nel più escellente grado.
Come Ruggiero abbracciò lei, gli cesse
il manto: e restò il vel suttile e rado,
che non copria dinanzi né di dietro,
più che le rose o i gigli un chiaro vetro.
Non così strettamente edera preme
pianta ove intorno abbarbicata s’abbia,
come si stringon li dui amanti insieme,
cogliendo de lo spirto in su le labbia
suave fior, qual non produce seme
indo o sabeo ne l’odorata sabbia.
Del gran piacer ch’avean, lor dicer tocca;
che spesso avean più d’una lingua in bocca.
Ludovico Ariosto
Canto VIII, ottave 45-50
Avea mirato da l’estrema cima
d’un rilevato sasso l’eremita
Angelica, che giunta alla parte ima
è de lo scoglio, afflitta e sbigottita.
Era sei giorni egli venuto prima;
ch’un demonio il portò per via non trita:
e venne a lei fingendo divozione
quanta avesse mai Paulo o Ilarione.
Come la donna il cominciò a vedere,
prese, non conoscendolo, conforto;
e cessò a poco a poco il suo temere,
ben che ella avesse ancora il viso smorto.
Come fu presso, disse: «Miserere,
padre, di me, ch’i’ son giunta a mal porto».
E con voce interrotta dal singulto
gli disse quel ch’a lui non era occulto.
Comincia l’eremita a confortarla
con alquante ragion belle e divote;
e pon l’audaci man, mentre che parla,
or per lo seno, or per l’umide gote:
poi più sicuro va per abbracciarla;
et ella sdegnosetta lo percuote
con una man nel petto, e lo rispinge,
e d’onesto rossor tutta si tinge.
Egli, ch’allato avea una tasca, aprilla,
e trassene una ampolla di liquore;
e negli occhi possenti, onde sfavilla
la più cocente face ch’abbia Amore,
spruzzò di quel leggiermente una stilla,
che di farla dormire ebbe valore.
Già resupina ne l’arena giace
a tutte voglie del vecchio rapace.
Egli l’abbraccia et a piacer la tocca,
et ella dorme e non può fare ischermo.
Or le bacia il bel petto, ora la bocca;
non è ch’il veggia in quel loco aspro et ermo.
Ma ne l’incontro il suo destrier trabocca,
ch’al disio non risponde il corpo infermo:
era mal atto, perché avea troppi anni;
e potrà peggio, quanto più l’affanni.
Tutte le vie, tutti li modi tenta,
ma quel pigro rozzon non però salta.
Indarno il fren gli scuote, e lo tormenta;
e non può far che tenga la testa alta.
Al fin presso alla donna s’addormenta;
e nuova altra sciagura anco l’assalta:
non comincia Fortuna mai per poco,
quando un mortal si piglia a scherno e a gioco.
d’un rilevato sasso l’eremita
Angelica, che giunta alla parte ima
è de lo scoglio, afflitta e sbigottita.
Era sei giorni egli venuto prima;
ch’un demonio il portò per via non trita:
e venne a lei fingendo divozione
quanta avesse mai Paulo o Ilarione.
Come la donna il cominciò a vedere,
prese, non conoscendolo, conforto;
e cessò a poco a poco il suo temere,
ben che ella avesse ancora il viso smorto.
Come fu presso, disse: «Miserere,
padre, di me, ch’i’ son giunta a mal porto».
E con voce interrotta dal singulto
gli disse quel ch’a lui non era occulto.
Comincia l’eremita a confortarla
con alquante ragion belle e divote;
e pon l’audaci man, mentre che parla,
or per lo seno, or per l’umide gote:
poi più sicuro va per abbracciarla;
et ella sdegnosetta lo percuote
con una man nel petto, e lo rispinge,
e d’onesto rossor tutta si tinge.
Egli, ch’allato avea una tasca, aprilla,
e trassene una ampolla di liquore;
e negli occhi possenti, onde sfavilla
la più cocente face ch’abbia Amore,
spruzzò di quel leggiermente una stilla,
che di farla dormire ebbe valore.
Già resupina ne l’arena giace
a tutte voglie del vecchio rapace.
Egli l’abbraccia et a piacer la tocca,
et ella dorme e non può fare ischermo.
Or le bacia il bel petto, ora la bocca;
non è ch’il veggia in quel loco aspro et ermo.
Ma ne l’incontro il suo destrier trabocca,
ch’al disio non risponde il corpo infermo:
era mal atto, perché avea troppi anni;
e potrà peggio, quanto più l’affanni.
Tutte le vie, tutti li modi tenta,
ma quel pigro rozzon non però salta.
Indarno il fren gli scuote, e lo tormenta;
e non può far che tenga la testa alta.
Al fin presso alla donna s’addormenta;
e nuova altra sciagura anco l’assalta:
non comincia Fortuna mai per poco,
quando un mortal si piglia a scherno e a gioco.
Maffio Venier
In casa chi xe in camera
In casa chi xe in camera xe in salla,
chi è in salla è in magazen,
gh’è nòme un letto in t’una sottoscalla,
ove in brazzo al mio ben
passo le notte de dolcezza piene;
se ben la pioza e ’l vento
ne vien tal volta dentro
a reffrescar l’amor sù per le rene.
Notte care e serrene,
caro liogo amoroso,
beltà celeste in povera schiavina.
Tògia un letto pomposo
chi ha dentro una Gabrina,
ché fa in lu quel effetto un viso d’orca
ch’in bella chébba una gazzùola sporca.
In sta ca’ benedetta e luminosa
vive poveramente
sta mia cara d’amor bella strazzosa,
strazzosa ricamente,
che con più strazze e manco drappi intorno
più’se descovre i bianchi
e verzellài fianchi,
come è più bel con manco nìole ’l zorno.
Àbbito troppo adorno
sora perle e rubini,
sora beltà che supera ciascuna!
Qual se fra do camini
s’imbàvara la luna
che lusa in mezo,
tal splende la fazza
e i razzi de custìa fra strazza e strazza.
A sta beltà ste strazze ghe besogna,
che no se die’ stropparla.
S’ha da covrir de drappi una carogna
che stòmega a vardarla;
ma quella vita in st’àbbito resplende
senza industria e senz’arte,
mazzizza in ogni parte,
che né cassi né velli el bel contende.
Carne bianche e stupende,
al ciel nùe e scoverte
per pompa de natura poverete,
andé a sto muodo averte
(o collo, o spalle, o tette!)
ché no se t’àggia un vanto ove è l’anello
se no perché è più bel questo de quello.
chi è in salla è in magazen,
gh’è nòme un letto in t’una sottoscalla,
ove in brazzo al mio ben
passo le notte de dolcezza piene;
se ben la pioza e ’l vento
ne vien tal volta dentro
a reffrescar l’amor sù per le rene.
Notte care e serrene,
caro liogo amoroso,
beltà celeste in povera schiavina.
Tògia un letto pomposo
chi ha dentro una Gabrina,
ché fa in lu quel effetto un viso d’orca
ch’in bella chébba una gazzùola sporca.
In sta ca’ benedetta e luminosa
vive poveramente
sta mia cara d’amor bella strazzosa,
strazzosa ricamente,
che con più strazze e manco drappi intorno
più’se descovre i bianchi
e verzellài fianchi,
come è più bel con manco nìole ’l zorno.
Àbbito troppo adorno
sora perle e rubini,
sora beltà che supera ciascuna!
Qual se fra do camini
s’imbàvara la luna
che lusa in mezo,
tal splende la fazza
e i razzi de custìa fra strazza e strazza.
A sta beltà ste strazze ghe besogna,
che no se die’ stropparla.
S’ha da covrir de drappi una carogna
che stòmega a vardarla;
ma quella vita in st’àbbito resplende
senza industria e senz’arte,
mazzizza in ogni parte,
che né cassi né velli el bel contende.
Carne bianche e stupende,
al ciel nùe e scoverte
per pompa de natura poverete,
andé a sto muodo averte
(o collo, o spalle, o tette!)
ché no se t’àggia un vanto ove è l’anello
se no perché è più bel questo de quello.
Maria Luisa Spaziani
Mi hai aiutata a scoprire
Mi hai aiutata a scoprire che sono viva
come mai prima, sento travolgente
l’essenza del mare, prima solo profumo.
Allargo l’ala, sono una rondine altissima.
Tu, aria, mi sorreggi, tu luce n’investì,
mi svesti del corpo, fai il corpo veggente.
Mi dài la memoria del futuro, scegli
a tuo talento la vita e la morte.
come mai prima, sento travolgente
l’essenza del mare, prima solo profumo.
Allargo l’ala, sono una rondine altissima.
Tu, aria, mi sorreggi, tu luce n’investì,
mi svesti del corpo, fai il corpo veggente.
Mi dài la memoria del futuro, scegli
a tuo talento la vita e la morte.
Maria Luisa Spaziani
Trasale la luce
Trasale la luce: ho visto il nodo e lo snodo,
il volto inerte e l’ostia del tuo sguardo.
Nasco in te nel mattino. Una spugna brillante
cancella dal mondo caligini e sbavature.
Dissi un tempo “t’amo” e oggi me ne pento.
Ho usato parole comuni. Avrei dovuto cantarlo
con gli ultrasuoni del gufo, con arpe celesti,
con lo schianto intraducibile del mare.
il volto inerte e l’ostia del tuo sguardo.
Nasco in te nel mattino. Una spugna brillante
cancella dal mondo caligini e sbavature.
Dissi un tempo “t’amo” e oggi me ne pento.
Ho usato parole comuni. Avrei dovuto cantarlo
con gli ultrasuoni del gufo, con arpe celesti,
con lo schianto intraducibile del mare.
Mario Luzi
Aprile-Amore
Il pensiero della morte m’accompagna
tra i due muri di questa via che sale
e pena lungo i suoi tornanti. Il freddo
di primavera irrita i colori,
stranisce? l’erba, il glicine? fa aspra
la selce;! sotto cappe ed impermeabili
punge le mani secche, mette un brivido.
Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
che in un turbine chiaro porta fiori
misti a crudeli apparizioni, e ognuna
mentre ti chiedi che cos’è sparisce
rapida nella polvere e nel vento.
Il cammino è per luoghi noti
se non che fatti irreali
prefigurano l’esilio e la morte.
Tu che sei, io che sono divenuto
che m’aggiro in così ventoso spazio,
uomo dietro una traccia fine e debole!
È incredibile ch’io ti cerchi in questo
o in altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora urn’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.
L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. È quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.
La mia pena è durare oltre quest’attimo.
Fron ONORE DEL VERO
tra i due muri di questa via che sale
e pena lungo i suoi tornanti. Il freddo
di primavera irrita i colori,
stranisce? l’erba, il glicine? fa aspra
la selce;! sotto cappe ed impermeabili
punge le mani secche, mette un brivido.
Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
che in un turbine chiaro porta fiori
misti a crudeli apparizioni, e ognuna
mentre ti chiedi che cos’è sparisce
rapida nella polvere e nel vento.
Il cammino è per luoghi noti
se non che fatti irreali
prefigurano l’esilio e la morte.
Tu che sei, io che sono divenuto
che m’aggiro in così ventoso spazio,
uomo dietro una traccia fine e debole!
È incredibile ch’io ti cerchi in questo
o in altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora urn’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.
L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. È quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.
La mia pena è durare oltre quest’attimo.
Fron ONORE DEL VERO
Mario Luzi
Colme le valli. Colme
Colme le valli. Colme
di luce e prana
in tutto il loro solco
dal giogo
fino alla superinfusa piana
ed eccola
mi scende
incontro, degrada
da un azzurro rupestre
di pensieri
incendiati sulle cime
la stessa? sì, la stessa
prima persa nella gora
di un infernale esgorgo
piangendo umiliazione
ed onta
di non esplicata iniquità,
uscita
dopo, uscita in altitudine
essa, fino a quella
sua insondabile sommità —
si ricongiunge con me,
mi traversa l’opacità,
mi oltrepassa la trasparenza. O femme.
di luce e prana
in tutto il loro solco
dal giogo
fino alla superinfusa piana
ed eccola
mi scende
incontro, degrada
da un azzurro rupestre
di pensieri
incendiati sulle cime
la stessa? sì, la stessa
prima persa nella gora
di un infernale esgorgo
piangendo umiliazione
ed onta
di non esplicata iniquità,
uscita
dopo, uscita in altitudine
essa, fino a quella
sua insondabile sommità —
si ricongiunge con me,
mi traversa l’opacità,
mi oltrepassa la trasparenza. O femme.
Mario Luzi
L’alta, la cupa fiamma ricade su di te
L’alta, la cupa fiamma ricade su di te,
figura non ancora conosciuta,
ah di già tanto a lungo sospirata
dietro quel velo d’anni e di stagioni
che un dio forse s’accinge a lacerare.
L’incolume delizia, la penosa ansietà
d’esistere ci brucia e incenerisce
ugualmente ambedue. Ma quando tace
la musica fra i nostri visi ignoti
si leva un vento carico d’offerte.
Pari a due stelle opache nella lenta vigilia
cui un pianeta ravviva intimamente
il luminoso spirito notturno
ora noi ci leviamo acuminati,
febbrili d’un futuro senza fine.
Così spira ed aleggia nell’anima veemente
un desiderio prossimo a sgomento,
una speranza simile a paura,
ma lo sguardo si tende, entra nel sangue
più fertile il respiro della terra.
Assunto nella gelida misura delle statue,
tutto ciò che appariva ormai perfetto
si scioglie e si rianima, la luce
vibra, tremano i rivi fruttuosi
e ronzano augurali città.
L’immagine fedele non serba più colore
e io mi levo, mi libro e mi tormento
a far di me un Mario irraggiungibile
da me stesso, nell’essere incessante
un fuoco che il suo ardore rigenera.
figura non ancora conosciuta,
ah di già tanto a lungo sospirata
dietro quel velo d’anni e di stagioni
che un dio forse s’accinge a lacerare.
L’incolume delizia, la penosa ansietà
d’esistere ci brucia e incenerisce
ugualmente ambedue. Ma quando tace
la musica fra i nostri visi ignoti
si leva un vento carico d’offerte.
Pari a due stelle opache nella lenta vigilia
cui un pianeta ravviva intimamente
il luminoso spirito notturno
ora noi ci leviamo acuminati,
febbrili d’un futuro senza fine.
Così spira ed aleggia nell’anima veemente
un desiderio prossimo a sgomento,
una speranza simile a paura,
ma lo sguardo si tende, entra nel sangue
più fertile il respiro della terra.
Assunto nella gelida misura delle statue,
tutto ciò che appariva ormai perfetto
si scioglie e si rianima, la luce
vibra, tremano i rivi fruttuosi
e ronzano augurali città.
L’immagine fedele non serba più colore
e io mi levo, mi libro e mi tormento
a far di me un Mario irraggiungibile
da me stesso, nell’essere incessante
un fuoco che il suo ardore rigenera.
Matteo Maria Boiardo
Dall’ Orlando innamorato (Libro primo, canto XIX, ottave 55-64)
Ma lei sol Brandimarte va cercando,
che già de tutti gli altri non ha cura;
e mentre che va intorno remirando,
vedel soletto sopra alla pianura.
Tratto se era da parte alora quando
fu cominciata la battaglia dura;
ché a lui parria vergogna e cosa fella
cotanta gente offender la donzella.
Però stava da largo a riguardare,
e di vergogna avea rossa la faccia.
De’ compagni se aveva a vergognare,
non già di sé, che di nulla se impaccia;
ma come Fiordelisa ebbe a mirare,
corsegli incontra e ben stretta l’abbraccia;
già molto tempo non l’avea veduta:
credia nel tutto di averla perduta.
Egli ha sì grande e subita allegrezza,
che ogni altra cosa alor dimenticava;
né più Marfisa, né Ranaldo aprezza,
né di lor guerra più si racordava.
Il scudo e l’elmo via gettò con frezza,
e mille volte la dama baciava;
stretta l’abbraccia in su quella campagna:
de ciò la dama se lamenta e lagna.
Molto era Fiordelisa vergognosa,
et esser vista in tal modo gli duole.
Impetra adunque questa grazïosa
da Brandimarte, con dolce parole,
de gir con esso ad una selva ombrosa,
dove eran l’erbe fresche e le vïole:
staran con zoia insieme e con diletto,
senza aver tema, o di guerra sospetto.
Prese ben presto il cavallier lo invito,
e, forte caminando, fôrno agionti
dentro a un boschetto, a un bel prato fiorito,
che d’ogni lato è chiuso da duo monti,
de fior diversi pinto e colorito,
fresco de ombre vicine e de bei fonti.
Lo ardito cavalliero e la donzella
presto smontarno in su l’erba novella.
E la donzella con dolce sembiante
comincia il cavalliero a disarmare.
Lui mille volte la baciò, davante
che se potesse un pezzo d’arme trare;
né tratte ancor se gli ebbe tutte quante,
che quella abraccia, e non puote aspettare;
ma ancor di maglia e de le gambe armato
con essa in braccio se colcò su il prato.
Stavan sì stretti quei duo amanti insieme,
che l’aria non potrebbe tra lor gire;
e l’uno e l’altro sì forte se preme,
che non vi serìa forza a dipartire.
Come ciascun sospira e ciascun geme
de alta dolcezza, non saprebbi io dire;
lor lo dican per me, poi che a lor tocca,
che ciascaduno avea due lingue in bocca.
Parve nïente a lor il primo gioco,
tanto per la gran fretta era passato;
e, nel secondo assalto, intrarno al loco
che al primo ascontro apena fu toccato.
Sospirando de amore, a poco a poco
se fu ciascun di loro abandonato,
con la faccia suave insieme stretta,
tanto il fiato de l’un l’altro diletta.
Sei volte ritornarno a quel danzare,
prima che il lor desir ben fosse spento;
poi cominciarno dolce ragionare
de’ loro affanni e passato tormento;
il fresco loco gli invita a posare,
perché in quel prato sospirava un vento,
che sibillava tra le verde fronde
del bel boschetto che li amanti asconde,
e un ruscelletto di fontana viva
mormorando passava per quel prato.
Brandimarte, che stava in quella riva,
per molto affanno in quel giorno durato,
nel bel pensar de amor qui se adormiva;
e Fiordelisa che gli era da lato,
che di guardarlo uno attimo non perde,
se dormentò con lui su l’erba verde.
che già de tutti gli altri non ha cura;
e mentre che va intorno remirando,
vedel soletto sopra alla pianura.
Tratto se era da parte alora quando
fu cominciata la battaglia dura;
ché a lui parria vergogna e cosa fella
cotanta gente offender la donzella.
Però stava da largo a riguardare,
e di vergogna avea rossa la faccia.
De’ compagni se aveva a vergognare,
non già di sé, che di nulla se impaccia;
ma come Fiordelisa ebbe a mirare,
corsegli incontra e ben stretta l’abbraccia;
già molto tempo non l’avea veduta:
credia nel tutto di averla perduta.
Egli ha sì grande e subita allegrezza,
che ogni altra cosa alor dimenticava;
né più Marfisa, né Ranaldo aprezza,
né di lor guerra più si racordava.
Il scudo e l’elmo via gettò con frezza,
e mille volte la dama baciava;
stretta l’abbraccia in su quella campagna:
de ciò la dama se lamenta e lagna.
Molto era Fiordelisa vergognosa,
et esser vista in tal modo gli duole.
Impetra adunque questa grazïosa
da Brandimarte, con dolce parole,
de gir con esso ad una selva ombrosa,
dove eran l’erbe fresche e le vïole:
staran con zoia insieme e con diletto,
senza aver tema, o di guerra sospetto.
Prese ben presto il cavallier lo invito,
e, forte caminando, fôrno agionti
dentro a un boschetto, a un bel prato fiorito,
che d’ogni lato è chiuso da duo monti,
de fior diversi pinto e colorito,
fresco de ombre vicine e de bei fonti.
Lo ardito cavalliero e la donzella
presto smontarno in su l’erba novella.
E la donzella con dolce sembiante
comincia il cavalliero a disarmare.
Lui mille volte la baciò, davante
che se potesse un pezzo d’arme trare;
né tratte ancor se gli ebbe tutte quante,
che quella abraccia, e non puote aspettare;
ma ancor di maglia e de le gambe armato
con essa in braccio se colcò su il prato.
Stavan sì stretti quei duo amanti insieme,
che l’aria non potrebbe tra lor gire;
e l’uno e l’altro sì forte se preme,
che non vi serìa forza a dipartire.
Come ciascun sospira e ciascun geme
de alta dolcezza, non saprebbi io dire;
lor lo dican per me, poi che a lor tocca,
che ciascaduno avea due lingue in bocca.
Parve nïente a lor il primo gioco,
tanto per la gran fretta era passato;
e, nel secondo assalto, intrarno al loco
che al primo ascontro apena fu toccato.
Sospirando de amore, a poco a poco
se fu ciascun di loro abandonato,
con la faccia suave insieme stretta,
tanto il fiato de l’un l’altro diletta.
Sei volte ritornarno a quel danzare,
prima che il lor desir ben fosse spento;
poi cominciarno dolce ragionare
de’ loro affanni e passato tormento;
il fresco loco gli invita a posare,
perché in quel prato sospirava un vento,
che sibillava tra le verde fronde
del bel boschetto che li amanti asconde,
e un ruscelletto di fontana viva
mormorando passava per quel prato.
Brandimarte, che stava in quella riva,
per molto affanno in quel giorno durato,
nel bel pensar de amor qui se adormiva;
e Fiordelisa che gli era da lato,
che di guardarlo uno attimo non perde,
se dormentò con lui su l’erba verde.
Matteo Maria Boiardo
Fu gloriosa Bertagna la grande
Fu gloriosa Bertagna la grande
una stagion per l’arme e per l’amore,
onde ancor oggi il nome suo si spande
sì che al re Artuse fa portare onore,
quando i buon cavalieri a quelle bande
mostrarno in più battaglie il suo valore,
andando con lor dame in avventura,
ed or sua fama al nostro tempo dura.
una stagion per l’arme e per l’amore,
onde ancor oggi il nome suo si spande
sì che al re Artuse fa portare onore,
quando i buon cavalieri a quelle bande
mostrarno in più battaglie il suo valore,
andando con lor dame in avventura,
ed or sua fama al nostro tempo dura.
Matteo Maria Boiardo
Libro primo, canto XXII, ottave 23-28
Queste parole e molte altre dicia
sempre fra denti, con voce orgogliosa.
Ordauro al suo parlar non attendia,
ma con mente scaltrita et amorosa
sotto la terra avea fatto una via,
a ciascuno altro incognita e nascosa.
Per una tomba chiusa intorno e scura
gionse una notte dentro ad Altamura.
E benché egli arivasse d’improviso,
ch’io non stimavo quella cosa mai,
io il ricevetti ben con meglior viso
ch’io non facevo Folderico assai.
Ancora esser mi par nel paradiso,
quando ramento come io lo baciai,
e come lui baciomme nella bocca;
quella dolcezza ancor nel cor mi tocca.
Questo ti giuro e dico per certanza,
ch’io ero ancora vergine e polzella;
ché Folderico non avea possanza,
et essendo io fanciulla e tenerella,
me avea gabata con menzogna e zanza,
dandomi intender con festa novella,
che sol baciando e sol toccando il petto
de amor si dava l’ultimo diletto.
Alora il suo parlar vidi esser vano,
con quel piacer che ancor nel cor mi serbo.
Noi cominciammo il gioco a mano a mano;
Ordauro era frezzoso e di gran nerbo,
sì che al principio pur mi parve strano,
come io avessi morduto un pomo acerbo;
ma nella fin tal dolce ebbi a sentire,
ch’io me disfeci e credetti morire.
Io credetti morir per gran dolcezza,
né altra cosa da poi stimai nel mondo.
Altri acquisti possanza o ver ricchezza,
altri esser nominato per il mondo.
Ciascun che è saggio, il suo piacere aprezza
e il viver dilettoso e star iocondo;
chi vôle onore o robba con affanno,
me non ascolti, et abbiasene il danno.
Più fiate poi tornammo a questo gioco,
e ciascun giorno più crescìa il diletto;
ma pur il star rinchiusa in questo loco
mi dava estrema noia e gran dispetto;
e il tempo del piacer sempre era poco,
però che quel zeloso maladetto
me ritornava sì ratto a vedere,
che spesso me sturbò di gran piacere.
sempre fra denti, con voce orgogliosa.
Ordauro al suo parlar non attendia,
ma con mente scaltrita et amorosa
sotto la terra avea fatto una via,
a ciascuno altro incognita e nascosa.
Per una tomba chiusa intorno e scura
gionse una notte dentro ad Altamura.
E benché egli arivasse d’improviso,
ch’io non stimavo quella cosa mai,
io il ricevetti ben con meglior viso
ch’io non facevo Folderico assai.
Ancora esser mi par nel paradiso,
quando ramento come io lo baciai,
e come lui baciomme nella bocca;
quella dolcezza ancor nel cor mi tocca.
Questo ti giuro e dico per certanza,
ch’io ero ancora vergine e polzella;
ché Folderico non avea possanza,
et essendo io fanciulla e tenerella,
me avea gabata con menzogna e zanza,
dandomi intender con festa novella,
che sol baciando e sol toccando il petto
de amor si dava l’ultimo diletto.
Alora il suo parlar vidi esser vano,
con quel piacer che ancor nel cor mi serbo.
Noi cominciammo il gioco a mano a mano;
Ordauro era frezzoso e di gran nerbo,
sì che al principio pur mi parve strano,
come io avessi morduto un pomo acerbo;
ma nella fin tal dolce ebbi a sentire,
ch’io me disfeci e credetti morire.
Io credetti morir per gran dolcezza,
né altra cosa da poi stimai nel mondo.
Altri acquisti possanza o ver ricchezza,
altri esser nominato per il mondo.
Ciascun che è saggio, il suo piacere aprezza
e il viver dilettoso e star iocondo;
chi vôle onore o robba con affanno,
me non ascolti, et abbiasene il danno.
Più fiate poi tornammo a questo gioco,
e ciascun giorno più crescìa il diletto;
ma pur il star rinchiusa in questo loco
mi dava estrema noia e gran dispetto;
e il tempo del piacer sempre era poco,
però che quel zeloso maladetto
me ritornava sì ratto a vedere,
che spesso me sturbò di gran piacere.
Matteo Maria Boiardo
Libro primo, canto XXV, ottave 37-39
Come fo gionto dentro a l’alta rocca,
Angelica la bella rincontrava.
Lui salta de l’arcion, che nulla tocca;
la dama di sua mano il disarmava,
e nel trargli de l’elmo il bacia in bocca:
non dimandati come Orlando stava;
ché, quando presso si sentì quel viso,
credette esser di certo in paradiso.
Avea la dama un bagno apparecchiato,
troppo gentile e di suave odore,
e di sua mano il conte ebbe spogliato,
baciandol spesse fiate con amore.
Poi l’ungiva d’uno olio delicato,
che caccia de la carne ogni livore;
e quando la persona è afflitta e stanca,
per quel ritorna vigorosa e franca.
Stavasi ’l conte quieto e vergognoso,
mentre la dama intorno il maneggiava;
e benché fosse di questo gioioso,
crescere in alcun loco non mostrava.
Intra nel fine in quel bagno odoroso,
e sé dal collo in giù tutto lavava
e poi che asciutto fu, con gran diletto
per poco spazio se colca nel letto.
Angelica la bella rincontrava.
Lui salta de l’arcion, che nulla tocca;
la dama di sua mano il disarmava,
e nel trargli de l’elmo il bacia in bocca:
non dimandati come Orlando stava;
ché, quando presso si sentì quel viso,
credette esser di certo in paradiso.
Avea la dama un bagno apparecchiato,
troppo gentile e di suave odore,
e di sua mano il conte ebbe spogliato,
baciandol spesse fiate con amore.
Poi l’ungiva d’uno olio delicato,
che caccia de la carne ogni livore;
e quando la persona è afflitta e stanca,
per quel ritorna vigorosa e franca.
Stavasi ’l conte quieto e vergognoso,
mentre la dama intorno il maneggiava;
e benché fosse di questo gioioso,
crescere in alcun loco non mostrava.
Intra nel fine in quel bagno odoroso,
e sé dal collo in giù tutto lavava
e poi che asciutto fu, con gran diletto
per poco spazio se colca nel letto.
Matteo Maria Boiardo
Libro terzo, canto VII, ottave 28-99
Così Gradasso al fondo se atuffoe,
e ’l gran caval natando a sommo venne,
poi per la selva via si deleguoe
sì ratto come avesse a’ piè le penne.
Ma il cavallier, che a l’acqua si trovoe,
subito un altro nel suo cor divenne;
scordando tutte le passate cose,
con le Naiàde a festeggiar se pose.
A suon de trombe quivi se trescava
zoiosa danza, che di qua non se usa:
nel contrapasso l’un l’altro baciava,
né se potea tener la bocca chiusa.
A cotale atto se dimenticava
ciascun se stesso; et io faccio la scusa,
e credo che un bel baso a bocca aperta
per la dolcezza ogni anima converta.
e ’l gran caval natando a sommo venne,
poi per la selva via si deleguoe
sì ratto come avesse a’ piè le penne.
Ma il cavallier, che a l’acqua si trovoe,
subito un altro nel suo cor divenne;
scordando tutte le passate cose,
con le Naiàde a festeggiar se pose.
A suon de trombe quivi se trescava
zoiosa danza, che di qua non se usa:
nel contrapasso l’un l’altro baciava,
né se potea tener la bocca chiusa.
A cotale atto se dimenticava
ciascun se stesso; et io faccio la scusa,
e credo che un bel baso a bocca aperta
per la dolcezza ogni anima converta.
Matteo Maria Boiardo
Mentre chio canto, o Dio Redentore
Mentre chio canto, o Dio Redentore,
vedo l’Italia tutta a fiamma e fuoco
vengon per disertar non so che loco.
Però vi lascio in questo vano amore
di Fiordispina ardente a poco a poco.
Un’altra fiata, se mi fia concesso
racconterovvi il tutto per espresso.
vedo l’Italia tutta a fiamma e fuoco
vengon per disertar non so che loco.
Però vi lascio in questo vano amore
di Fiordispina ardente a poco a poco.
Un’altra fiata, se mi fia concesso
racconterovvi il tutto per espresso.
Matteo Maria Boiardo
Re Carlo in Franza poi tenne gran cotte
Re Carlo in Franza poi tenne gran cotte,
ma a quella prima non fu somigliante,
benchè assai fosse ancor robusto e forte
ed avesse Ranaldo e il sir d’Anglante;
perchè tenne ad amor chiuse le porte,
e sol si dette a le battaglie sante,
non fu di quel valore e quella stima,
qual fu quell’altra clio contava in prima.
Im
Però che amore è quel che dà la gloria
e che fa l’uomo degno ed onorato;
amore è quel che dona la vittoria
e dona atrdir al cavaliero armato;
onde mi piace di seguir l’istoria,
qual cominciai di Orlando innamorato,
tornando ov’io ’l lasciai con Sacripante,
convio vi dissi nel cantare avante.
(L’ultima Strofe del Poema)
ma a quella prima non fu somigliante,
benchè assai fosse ancor robusto e forte
ed avesse Ranaldo e il sir d’Anglante;
perchè tenne ad amor chiuse le porte,
e sol si dette a le battaglie sante,
non fu di quel valore e quella stima,
qual fu quell’altra clio contava in prima.
Im
Però che amore è quel che dà la gloria
e che fa l’uomo degno ed onorato;
amore è quel che dona la vittoria
e dona atrdir al cavaliero armato;
onde mi piace di seguir l’istoria,
qual cominciai di Orlando innamorato,
tornando ov’io ’l lasciai con Sacripante,
convio vi dissi nel cantare avante.
(L’ultima Strofe del Poema)
Mazzeo di Ricco
Lo core innamorato
Lo core innamorato,
messere, si lamenta
e fa piangere li occhi di pietate;
da me este alungiato,
e lo meo cor tormenta
vegnendo a voi lo giorno a mille fiate.
Avendo di voi voglia,
lo meo cor a voi mando,
ed ello vene e con voi si sogiorna;
e poi a me non torna,
a voi lo racomando
no li faciate gelosia, né doglia.
Donna, se mi mandate
lo vostro dolze core
innamorato sì come lo meo,
sacciate in veritate
ca per verace amore
inmantenente a voi mando lo meo,
perché vi degia dire
com’eo languisco e sento
gran pene per voi, rosa colorita;
ch’eo non agio altra vita,
se non solo un talento:
com’eo potesse a voi, bella, venire.
Messere, se talento
avete di venire,
eo nde son cento tanti disiosa.
Questo congiungimento
mi conduce a morire:
quant’eo più v’amo, e più ne son gelosa,
ed è sempre paura
ne per altra intendanza
lo vostro cor non faccia fallimento;
und’eo tuttor tormento,
s’eo non ò siguranza
i
che d’altra donna non agiate cura.
Di me, madonna mia,
non vi convene avire
né gelosia, né doglia, né paura.
Omo non si porria
ne gli occhi compartire
che ne vedesse due ’n una figura;
tanto coralemente
no mi porriano amare,
che ’n altra parte gisse lo mio core.
Così mi stringe Amore,
c’altro non posso fare
se non tornare a voi, donna valente.
Re Enzo
messere, si lamenta
e fa piangere li occhi di pietate;
da me este alungiato,
e lo meo cor tormenta
vegnendo a voi lo giorno a mille fiate.
Avendo di voi voglia,
lo meo cor a voi mando,
ed ello vene e con voi si sogiorna;
e poi a me non torna,
a voi lo racomando
no li faciate gelosia, né doglia.
Donna, se mi mandate
lo vostro dolze core
innamorato sì come lo meo,
sacciate in veritate
ca per verace amore
inmantenente a voi mando lo meo,
perché vi degia dire
com’eo languisco e sento
gran pene per voi, rosa colorita;
ch’eo non agio altra vita,
se non solo un talento:
com’eo potesse a voi, bella, venire.
Messere, se talento
avete di venire,
eo nde son cento tanti disiosa.
Questo congiungimento
mi conduce a morire:
quant’eo più v’amo, e più ne son gelosa,
ed è sempre paura
ne per altra intendanza
lo vostro cor non faccia fallimento;
und’eo tuttor tormento,
s’eo non ò siguranza
i
che d’altra donna non agiate cura.
Di me, madonna mia,
non vi convene avire
né gelosia, né doglia, né paura.
Omo non si porria
ne gli occhi compartire
che ne vedesse due ’n una figura;
tanto coralemente
no mi porriano amare,
che ’n altra parte gisse lo mio core.
Così mi stringe Amore,
c’altro non posso fare
se non tornare a voi, donna valente.
Re Enzo
Michelangelo
Non ha l’ottimo artista alcun concetto
Non ha l’ottimo artista alcun concetto
c’un marmo solo in sé non circonscriva
col suo superchio, e solo a quello arriva
la man che ubbidisce all’intelletto.
Il mal ch’io fuggo, e ’l ben ch’io mi prometto,
in te, donna leggiadra, altera e diva,
tal si nasconde; e perch’io più non viva,
contraria ho l’arte al disïato effetto.
Amor dunque non ha, né tua beltate
o durezza o fortuna o gran disdegno
del mio mal colpa, o mio destino o sorte;
se dentro del tuo cor morte e pietate
porti in un tempo, e che ’l mio basso ingegno
non sappia, ardendo, trarne altro che morte.
c’un marmo solo in sé non circonscriva
col suo superchio, e solo a quello arriva
la man che ubbidisce all’intelletto.
Il mal ch’io fuggo, e ’l ben ch’io mi prometto,
in te, donna leggiadra, altera e diva,
tal si nasconde; e perch’io più non viva,
contraria ho l’arte al disïato effetto.
Amor dunque non ha, né tua beltate
o durezza o fortuna o gran disdegno
del mio mal colpa, o mio destino o sorte;
se dentro del tuo cor morte e pietate
porti in un tempo, e che ’l mio basso ingegno
non sappia, ardendo, trarne altro che morte.
Michele Sovente
Ti amai
Ti amai, cara compagna,
d’infantili giochi, moscacieca
e prato in fiore
in un turbinio di allodole,
di margherite sul
filo della tramontana,
avido ti amai, caro
addome lungamente perlustrato
con labbra umide
nella schermata luce
di un notturno faro, tu
al mio brusio sospesa tu
vento intermittente tu, si era
nell’incanto a un passo
da un’ebbra rivelazione, io
ariete, tu scorpione, lo zodiaco
sarebbe stato la nostra
beffa, la nostra illusione, vai
tuttora da un’isola
all’altra inseguendomi
blandendomi, caro dado,
amaro guado, non sai
quanto ti amai.
d’infantili giochi, moscacieca
e prato in fiore
in un turbinio di allodole,
di margherite sul
filo della tramontana,
avido ti amai, caro
addome lungamente perlustrato
con labbra umide
nella schermata luce
di un notturno faro, tu
al mio brusio sospesa tu
vento intermittente tu, si era
nell’incanto a un passo
da un’ebbra rivelazione, io
ariete, tu scorpione, lo zodiaco
sarebbe stato la nostra
beffa, la nostra illusione, vai
tuttora da un’isola
all’altra inseguendomi
blandendomi, caro dado,
amaro guado, non sai
quanto ti amai.
Monte Andrea
Abì lasso doloroso, più non posso
Ahi lasso doloroso, più non posso
celar né covrire ’I mortal dolore,
li affanni, li penser c’hanno colore
di lor vert me dato in ciascun membro.
L’arma e lo core n’è compreso e mosso,
solo un punto non posso me tritrarne:
tant’è il soperchio, convene mostrarne
in mia canzon, poi non son ciò ch’eo sembrò.
Isvariato son d’ogn’altro corpo,
fuor di natura son d’ogne animale;
e solo Amore m’ha condotto a tale,
che ’n sua propia natura tuttor resta
lo mio affetto, ed hami dato vesta
di sé: vedete oimai chent’ essor pò!
Poi sì compreso m’ha, che me ne nasce
in tutto, ove Onor valemi, disvaro,
se ben disio alcuno, ho lo contraro;
lo volere, ove l’aggio, fior non cape.
Chi dir volesse; “Amor di che te pasce?”,
rispondo: “Di dolori e di martiri,
d’affanno, di pensieri e di sospiri;
tenemi in foco con ardenti vape.”
Maninconia, ira con tutti guai,
tempesta, pena un’ora non mi lascia:
di cotai gioie Amor tutto mi fascia,
sì che mi fa parer la vita morte;
ed ancor peggio: sì tormento forte,
creder mi fa non aver fine mai.
Chi vole dir: “Ché non ti parti, folle?”;
“Non ho il poder, Amor mi tien riposto,
e ’n fera segnoria m’ave aposto,
sì c’assai peggio son certo che guasto;
arditanza, bailia tutta mi tolle
la segnoria che per forza seguisco.
Ma sai che fo? Di pianto mi nodrisco,
c’altro argomento non m’averia basto.”
Più ch’eo non dico son certo a mal passo:
ubidir e servir tal mi convene,
non aver peggio seria ’n for di pene;
ché tutta gente par mi mostri a dito:
così son disorrato ed aunito
per te, Amor, si m’hai condotto, lasso!
Conosco bene il reo passo ove sono;
ma, sì com’e’ aggio detto di sovra,
non ho podere in me, forza néd ovra,
cl’io possa mantener mia vita larga.
Però fa fal di ciò chi porta sòno
in dispregio, poi non sano il mal ch’abbo;
ma sai che pagamento eo ne torrabbo?
Seguerò lo proverbio ch’è da Barga.
Ché già non posso contradiar null’omo;
ma chi savesse com’io son condotto,
contra di me non parlerebbe motto;
non mi sarebbe sì crudel nemico:
ché de le cento parti una non dico
de’ dolorosi mali ove consumo.
Chi nocere vol meve, n’ha gran campo,
poi tutte degnità per me son vote:
facciami male ciascun quanto pote,
c’Amor vuol sia d’ogni tormento tomba.
In tal sentenza son, mai no ’nde campo:
di si mortale guisa Amor m’ha colmo,
che già trabocco, ché ne vien lo scolmo,
e ’n tutte parti già lo suon rimbomba.
Poi d’esta morte faccio come il nibbi’à,
però chi me sentenza fa mal troppo:
ché contro Amor già non vale rintoppo,
che, cu’ istringe, com’ più si contende,
sotto di sé più lo legh’ e lo prende;
e ’l doglioso manto adosso gli afibbia.
Però tema ciascun c’Amor nol leghi;
de’ suoi perigli alquanto fòvi cerna,
nel passo ove conduce cui governa.
Ma s’io dicesse ciò ch’a me ne serbo,
già non saria null’om ver’ me sì acerbo,
nol movesse pietà a far di me preghi.
Meo lamento, movi, e sai cui parla;
ai noiosi riprenditori a torto
di’ che nave talor, poi giunta a porto,
di gran tempesta père e va a fondo:
cosî d’Amor poriano aver lo pondo;
non pecchin più di tal sentenza darla.
celar né covrire ’I mortal dolore,
li affanni, li penser c’hanno colore
di lor vert me dato in ciascun membro.
L’arma e lo core n’è compreso e mosso,
solo un punto non posso me tritrarne:
tant’è il soperchio, convene mostrarne
in mia canzon, poi non son ciò ch’eo sembrò.
Isvariato son d’ogn’altro corpo,
fuor di natura son d’ogne animale;
e solo Amore m’ha condotto a tale,
che ’n sua propia natura tuttor resta
lo mio affetto, ed hami dato vesta
di sé: vedete oimai chent’ essor pò!
Poi sì compreso m’ha, che me ne nasce
in tutto, ove Onor valemi, disvaro,
se ben disio alcuno, ho lo contraro;
lo volere, ove l’aggio, fior non cape.
Chi dir volesse; “Amor di che te pasce?”,
rispondo: “Di dolori e di martiri,
d’affanno, di pensieri e di sospiri;
tenemi in foco con ardenti vape.”
Maninconia, ira con tutti guai,
tempesta, pena un’ora non mi lascia:
di cotai gioie Amor tutto mi fascia,
sì che mi fa parer la vita morte;
ed ancor peggio: sì tormento forte,
creder mi fa non aver fine mai.
Chi vole dir: “Ché non ti parti, folle?”;
“Non ho il poder, Amor mi tien riposto,
e ’n fera segnoria m’ave aposto,
sì c’assai peggio son certo che guasto;
arditanza, bailia tutta mi tolle
la segnoria che per forza seguisco.
Ma sai che fo? Di pianto mi nodrisco,
c’altro argomento non m’averia basto.”
Più ch’eo non dico son certo a mal passo:
ubidir e servir tal mi convene,
non aver peggio seria ’n for di pene;
ché tutta gente par mi mostri a dito:
così son disorrato ed aunito
per te, Amor, si m’hai condotto, lasso!
Conosco bene il reo passo ove sono;
ma, sì com’e’ aggio detto di sovra,
non ho podere in me, forza néd ovra,
cl’io possa mantener mia vita larga.
Però fa fal di ciò chi porta sòno
in dispregio, poi non sano il mal ch’abbo;
ma sai che pagamento eo ne torrabbo?
Seguerò lo proverbio ch’è da Barga.
Ché già non posso contradiar null’omo;
ma chi savesse com’io son condotto,
contra di me non parlerebbe motto;
non mi sarebbe sì crudel nemico:
ché de le cento parti una non dico
de’ dolorosi mali ove consumo.
Chi nocere vol meve, n’ha gran campo,
poi tutte degnità per me son vote:
facciami male ciascun quanto pote,
c’Amor vuol sia d’ogni tormento tomba.
In tal sentenza son, mai no ’nde campo:
di si mortale guisa Amor m’ha colmo,
che già trabocco, ché ne vien lo scolmo,
e ’n tutte parti già lo suon rimbomba.
Poi d’esta morte faccio come il nibbi’à,
però chi me sentenza fa mal troppo:
ché contro Amor già non vale rintoppo,
che, cu’ istringe, com’ più si contende,
sotto di sé più lo legh’ e lo prende;
e ’l doglioso manto adosso gli afibbia.
Però tema ciascun c’Amor nol leghi;
de’ suoi perigli alquanto fòvi cerna,
nel passo ove conduce cui governa.
Ma s’io dicesse ciò ch’a me ne serbo,
già non saria null’om ver’ me sì acerbo,
nol movesse pietà a far di me preghi.
Meo lamento, movi, e sai cui parla;
ai noiosi riprenditori a torto
di’ che nave talor, poi giunta a porto,
di gran tempesta père e va a fondo:
cosî d’Amor poriano aver lo pondo;
non pecchin più di tal sentenza darla.
Monte Andrea
Dolente me, son morto ed aggio vita
Dolente me, son mòrto ed aggio vita,
non posso prender mai consumamento:
sempre cor’ e corp’ ho, l’arm’è guernita
di dolorosi mai stando in tormento.
Non veggio mai chio possa aver fenita,
però di me morire v’aconsento:
poi dal corpo l’arma fosse partita,
fora saria di tanto struggimento;
ma di tal guisa ho questa ferita,
non farò da dolor mai partimento.
Ma tuttavia pur di male in peggio
ognor sormonto: Deo, come ne scampo?
ché non fenisco tanto mal proseggio?
Verso di me ha preso tanto campo
lo mal d’Amore, ca sio vado o reggio,
sono preso d’un foco ond’i’ si avampo.
Panuccio dal Bagno
non posso prender mai consumamento:
sempre cor’ e corp’ ho, l’arm’è guernita
di dolorosi mai stando in tormento.
Non veggio mai chio possa aver fenita,
però di me morire v’aconsento:
poi dal corpo l’arma fosse partita,
fora saria di tanto struggimento;
ma di tal guisa ho questa ferita,
non farò da dolor mai partimento.
Ma tuttavia pur di male in peggio
ognor sormonto: Deo, come ne scampo?
ché non fenisco tanto mal proseggio?
Verso di me ha preso tanto campo
lo mal d’Amore, ca sio vado o reggio,
sono preso d’un foco ond’i’ si avampo.
Panuccio dal Bagno
Monte Andrea
Poi che ’l ferro la calamita saggia
Poi che ’l ferro la calamita saggia
ver’ la stella dirizza mantenente,
e se la stella, per scurtate ch’aggia,
si cela, già non parte di neiente.
Così, donna, mostrandovi salvaggia,
celando me vostra fazzon piagente,
non v’ascondete sì, ched io non aggia
agli occhi vostra figura presente;
e non vi val, ché già non mi scoraggia
di voi amar, ma più son ubidente.
E pur venisse che mi foste ascosa,
non vi potesse cogli occhi cernire,
sacciate che lo cor non vi dà posa:
giamai non parto voi sempre seguire,
fintanto che sarete sì pietosa,
che non vi piaccia chio deggia morire.
ver’ la stella dirizza mantenente,
e se la stella, per scurtate ch’aggia,
si cela, già non parte di neiente.
Così, donna, mostrandovi salvaggia,
celando me vostra fazzon piagente,
non v’ascondete sì, ched io non aggia
agli occhi vostra figura presente;
e non vi val, ché già non mi scoraggia
di voi amar, ma più son ubidente.
E pur venisse che mi foste ascosa,
non vi potesse cogli occhi cernire,
sacciate che lo cor non vi dà posa:
giamai non parto voi sempre seguire,
fintanto che sarete sì pietosa,
che non vi piaccia chio deggia morire.
Niccolò Franco
Chi può negar
Chi può negar, che quel soave umore
che l’una lingua trae dall’altra, quando
si sta l’uomo e la femmina abbracciando,
non sia gioire all’uno e all’altro core?
E quello star per lunghe assai dimore
e bocca a bocca, e labbri a labbri urtando,
è altro ch’andar l’anime serrando,
che di dolcezza non se n’escan fuore?
E quel dolce mormorìo ad udire,
puossi egli chiamar altro ch’un volere
della dolcezza insieme conferire?
Or, se ’l suggere un cazzo sia piacere
maggiore, e vuommi alcuno contraddire
dica mo’ l’Aretino il suo parere.
che l’una lingua trae dall’altra, quando
si sta l’uomo e la femmina abbracciando,
non sia gioire all’uno e all’altro core?
E quello star per lunghe assai dimore
e bocca a bocca, e labbri a labbri urtando,
è altro ch’andar l’anime serrando,
che di dolcezza non se n’escan fuore?
E quel dolce mormorìo ad udire,
puossi egli chiamar altro ch’un volere
della dolcezza insieme conferire?
Or, se ’l suggere un cazzo sia piacere
maggiore, e vuommi alcuno contraddire
dica mo’ l’Aretino il suo parere.
Niccolò Machiavelli
Da L’asino d’oro (cap. IV)
Allora la mia donna aprì le braccia,
et con un bel sembiante, tutta lieta,
mi baciò dieci volte e più la faccia;
poi disse festeggiando: «Alma discreta,
questo viaggio tuo, questo tuo stento,
cantato fia da istorico o poeta.
Ma perché via passar la notte sento,
vo’ che pigliam qualche consolazione,
e che mutiam questo ragionamento.
E prima troverem la colettione;
ché so bisogno n’hai forse non poco,
se di ferro non è tua conditione;
e goderemo insieme in questo loco».
E detto questo, una sua tovaglietta
apparecchiò su un certo desco al fuoco.
Poi trasse d’uno armario una cassetta,
dèntrovi pane, bicchieri et coltella,
un pollo, una insalata acconcia et netta;
et altre cose appartenenti a quella.
Poscia a me volta disse: «Questa cena
ogni sera m’arreca una donzella.
Ancor questa guastada porta piena
di vin, che ti parrà, se tu l’assaggi,
di quel che Val di Grieve e Poppi mena.
Godiamo, adunque; e come fanno i saggi
pensa che ben possa venire ancora;
et chi è dritto al fin convien che caggi.
E quando viene il mal, che viene ogn’ora,
mandalo giù come una medicina;
ché pazzo è chi la gusta o l’assapora.
Viviamo or lieti, infin che domattina
con la mia greggia sia tempo uscir fuori,
per ubidire a l’alta mia regina».
Così, lasciando gli affanni e i dolori,
lieti insieme cenammo, e ragionossi
di mille canzonette e mille amori.
Poi come avemmo cenato, spogliossi,
e dentro al letto mi fé seco entrare,
come suo amante o suo marito io fossi.
Qui bisogna a le Muse il peso dare
per dir la sua beltà; ché senza loro
sarebbe vano il nostro ragionare.
Erano i suoi capei biondi com’oro,
ricciuti e crespi; talché d’una stella
pareano i raggi, o del superno coro.
Ciascuno occhio pareva una fiammella,
tanto lucente, sì chiara et sì viva,
ch’ogni acuto veder si spegne in quella.
Avea la testa una grazia attrattiva,
tal ch’io non so a chi me la somigli;
perché l’occhio al guardarla si smarriva.
Sottili, arcati e neri erano i cigli;
perch’a plasmargli fur tutti gli Dei,
tutti i celesti e superni consigli.
Di quel che da quei pende dir vorrei
cosa ch’al vero alquanto rispondesse;
ma tacciol, perché dir non lo saprei.
Io non so già chi quella bocca fesse:
se Giove con sua man non la fece egli,
non credo ch’altra man far la potesse.
I denti più che d’avorio eran begli,
et una lingua vibrar si vedeva,
come una serpe, infra le labbra et quegli:
d’onde uscì un parlare, il qual poteva
fermare i venti et far andar le piante;
sì soave concento e dolce aveva.
Il collo e ’l mento ancor vedeasi, e tante
altre bellezze, che farian felice
ogni meschino et infelice amante.
Io non so s’a narrarlo si disdice
quel che seguì dapoi; però che ’l vero
suole spesso far guerra a chi lo dice.
Pur lo dirò, lasciandone il pensiero
a chi vuol biasimar; perché tacendo
un gran piacer non è piacer intero.
Io venni ben con l’occhio discorrendo
tutte le parti sue infino al petto,
a lo splendor del quale ancor m’accendo;
ma più volte veder mi fu disdetto
da una ricca et candida coperta,
con la qual coperto era il picciol letto.
Era la mente mia stupida e incerta,
frigida, mesta, timida et dubbiosa,
non sapendo la via quanto era aperta.
E come giace stanca e vergognosa,
e involta nel lenzuol, la prima sera,
presso al marito la novella sposa;
così d’intorno pauroso m’era
la coperta del letto inviluppata,
come quel che ’n virtù sua non ispera.
Ma poi che fu la donna un pezzo stata
a riguardarmi, soghignando disse:
«Sare’ io d’ortica o pruni armata?
Tu può’ aver quel che sospirando misse
alcun già per averlo più d’un grido,
et fé mille quistioni et mille risse.
Bene entreresti in qualche loco infido,
per ritrovarti meco, o noteresti
come Leandro infra Sesto et Abido;
poi che virtute hai sì poca, che questi
panni che son fra noi ti fanno guerra,
e da me sì discosto ti ponesti».
E come quando nel carcer si serra
dubbioso de la vita un peccatore,
che sta con gli occhi guardando la terra;
poi, s’egli avvien che grazia dal signore
impetri, e’ lascia ogni pensiero strano,
et prende assai d’ardire et di valore;
tal er’io e tal divenni per l’umano
suo ragionare; et a lei m’accostai,
stendendo fra’ lenzuol la fredda mano.
E come poi le sue membra toccai,
un dolce sì suave al cor mi venne,
qual io non credo più gustar giammai.
Non in un loco la man si ritenne;
ma discorrendo per le membra sue
la smarrita virtù tosto rinvenne.
E non essendo già timido piue,
dopo un dolce sospir, parlando dissi:
«Sian benedette le bellezze tue.
Sia benedetta l’ora, quando io missi
il piè nella foresta, e se mai cose,
che ti fossero a cor, feci né scrissi».
E pien di gesti et parole amorose,
rivolto in quelle angeliche bellezze,
che scordar mi facean l’umane cose;
intorno al cor sentii tante allegrezze
con tanto dolce, ch’io mi venni meno,
gustando il fin di tutte le dolcezze,
tutto prostrato sopra il dolce seno.
et con un bel sembiante, tutta lieta,
mi baciò dieci volte e più la faccia;
poi disse festeggiando: «Alma discreta,
questo viaggio tuo, questo tuo stento,
cantato fia da istorico o poeta.
Ma perché via passar la notte sento,
vo’ che pigliam qualche consolazione,
e che mutiam questo ragionamento.
E prima troverem la colettione;
ché so bisogno n’hai forse non poco,
se di ferro non è tua conditione;
e goderemo insieme in questo loco».
E detto questo, una sua tovaglietta
apparecchiò su un certo desco al fuoco.
Poi trasse d’uno armario una cassetta,
dèntrovi pane, bicchieri et coltella,
un pollo, una insalata acconcia et netta;
et altre cose appartenenti a quella.
Poscia a me volta disse: «Questa cena
ogni sera m’arreca una donzella.
Ancor questa guastada porta piena
di vin, che ti parrà, se tu l’assaggi,
di quel che Val di Grieve e Poppi mena.
Godiamo, adunque; e come fanno i saggi
pensa che ben possa venire ancora;
et chi è dritto al fin convien che caggi.
E quando viene il mal, che viene ogn’ora,
mandalo giù come una medicina;
ché pazzo è chi la gusta o l’assapora.
Viviamo or lieti, infin che domattina
con la mia greggia sia tempo uscir fuori,
per ubidire a l’alta mia regina».
Così, lasciando gli affanni e i dolori,
lieti insieme cenammo, e ragionossi
di mille canzonette e mille amori.
Poi come avemmo cenato, spogliossi,
e dentro al letto mi fé seco entrare,
come suo amante o suo marito io fossi.
Qui bisogna a le Muse il peso dare
per dir la sua beltà; ché senza loro
sarebbe vano il nostro ragionare.
Erano i suoi capei biondi com’oro,
ricciuti e crespi; talché d’una stella
pareano i raggi, o del superno coro.
Ciascuno occhio pareva una fiammella,
tanto lucente, sì chiara et sì viva,
ch’ogni acuto veder si spegne in quella.
Avea la testa una grazia attrattiva,
tal ch’io non so a chi me la somigli;
perché l’occhio al guardarla si smarriva.
Sottili, arcati e neri erano i cigli;
perch’a plasmargli fur tutti gli Dei,
tutti i celesti e superni consigli.
Di quel che da quei pende dir vorrei
cosa ch’al vero alquanto rispondesse;
ma tacciol, perché dir non lo saprei.
Io non so già chi quella bocca fesse:
se Giove con sua man non la fece egli,
non credo ch’altra man far la potesse.
I denti più che d’avorio eran begli,
et una lingua vibrar si vedeva,
come una serpe, infra le labbra et quegli:
d’onde uscì un parlare, il qual poteva
fermare i venti et far andar le piante;
sì soave concento e dolce aveva.
Il collo e ’l mento ancor vedeasi, e tante
altre bellezze, che farian felice
ogni meschino et infelice amante.
Io non so s’a narrarlo si disdice
quel che seguì dapoi; però che ’l vero
suole spesso far guerra a chi lo dice.
Pur lo dirò, lasciandone il pensiero
a chi vuol biasimar; perché tacendo
un gran piacer non è piacer intero.
Io venni ben con l’occhio discorrendo
tutte le parti sue infino al petto,
a lo splendor del quale ancor m’accendo;
ma più volte veder mi fu disdetto
da una ricca et candida coperta,
con la qual coperto era il picciol letto.
Era la mente mia stupida e incerta,
frigida, mesta, timida et dubbiosa,
non sapendo la via quanto era aperta.
E come giace stanca e vergognosa,
e involta nel lenzuol, la prima sera,
presso al marito la novella sposa;
così d’intorno pauroso m’era
la coperta del letto inviluppata,
come quel che ’n virtù sua non ispera.
Ma poi che fu la donna un pezzo stata
a riguardarmi, soghignando disse:
«Sare’ io d’ortica o pruni armata?
Tu può’ aver quel che sospirando misse
alcun già per averlo più d’un grido,
et fé mille quistioni et mille risse.
Bene entreresti in qualche loco infido,
per ritrovarti meco, o noteresti
come Leandro infra Sesto et Abido;
poi che virtute hai sì poca, che questi
panni che son fra noi ti fanno guerra,
e da me sì discosto ti ponesti».
E come quando nel carcer si serra
dubbioso de la vita un peccatore,
che sta con gli occhi guardando la terra;
poi, s’egli avvien che grazia dal signore
impetri, e’ lascia ogni pensiero strano,
et prende assai d’ardire et di valore;
tal er’io e tal divenni per l’umano
suo ragionare; et a lei m’accostai,
stendendo fra’ lenzuol la fredda mano.
E come poi le sue membra toccai,
un dolce sì suave al cor mi venne,
qual io non credo più gustar giammai.
Non in un loco la man si ritenne;
ma discorrendo per le membra sue
la smarrita virtù tosto rinvenne.
E non essendo già timido piue,
dopo un dolce sospir, parlando dissi:
«Sian benedette le bellezze tue.
Sia benedetta l’ora, quando io missi
il piè nella foresta, e se mai cose,
che ti fossero a cor, feci né scrissi».
E pien di gesti et parole amorose,
rivolto in quelle angeliche bellezze,
che scordar mi facean l’umane cose;
intorno al cor sentii tante allegrezze
con tanto dolce, ch’io mi venni meno,
gustando il fin di tutte le dolcezze,
tutto prostrato sopra il dolce seno.
Olindo Guerrini
Le tue carezze
Le tue carezze le conosco io solo
e il tuo guancial per me non ha segreti;
viviam di notte come il rosignolo
e come lui cantiam sotto ai roseti.
Guai se potesse dir quel letticciolo,
se potessero dir quelle pareti
che baci ardenti come il vetriolo,
ch’ebbrezze, che follie tu non mi vieti!
Guai se sapesse alcun sino a che cosa
ti trascina la carne e che certami,
che strane voluttà tenti furiosa!
E pur tu che mi cerchi e che mi chiami
sol ch’io ti manchi un’ora, e sei gelosa
e soffri e piangi e bruci, e pur non m’ami!
e il tuo guancial per me non ha segreti;
viviam di notte come il rosignolo
e come lui cantiam sotto ai roseti.
Guai se potesse dir quel letticciolo,
se potessero dir quelle pareti
che baci ardenti come il vetriolo,
ch’ebbrezze, che follie tu non mi vieti!
Guai se sapesse alcun sino a che cosa
ti trascina la carne e che certami,
che strane voluttà tenti furiosa!
E pur tu che mi cerchi e che mi chiami
sol ch’io ti manchi un’ora, e sei gelosa
e soffri e piangi e bruci, e pur non m’ami!