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Amore romantico

Ludovico Ariosto

Ludovico Ariosto

Canto VII, ottave 22-29

Finir quel giuoco tosto, e molto inanzi
che non solea là dentro esser costume:
con torchi allora i paggi entrati inanzi,
le tenebre cacciar con molto lume.
Tra bella compagnia dietro e dinanzi
andò Ruggiero a ritrovar le piume
in una adorna e fresca cameretta,
per la miglior di tutte l’altre elette.

E poi che di confetti e di buon vini
di nuovo fatti fur debiti inviti,
e partir gli altri riverenti e chini,
et alle stanze lor tutti sono iti;
Ruggiero entrò ne’ profumati lini
che pareano di man d’Aracne usciti,
tenendo tuttavia l’orecchie attente,
s’ancor venir la bella donna sente.

Ad ogni piccol moto ch’egli udiva,
sperando che fosse ella, il capo alzava:
sentir credeasi, e spesso non sentiva;
poi del suo errore accorto sospirava.
Talvolta uscia del letto e l’uscio apriva,
guatava fuori, e nulla vi trovava:
e maledì ben mille volte l’ora
che facea al trapassar tanta dimora.

Tra sé dicea sovente: «Or si parte ella»;
e cominciava a noverare i passi
ch’esser potean da la sua stanza a quella
donde aspettando sta che Alcina passi;
e questi et altri, prima che la bella
donna vi sia, vani disegni fassi.
Teme di qualche impedimento spesso,
che tra il frutto e la man non gli sia messo.

Alcina, poi ch’a’ preziosi odori
dopo gran spazio pose alcuna meta,
venuto il tempo che più non dimori,
ormai ch’in casa era ogni cosa cheta,
de la camera sua sola uscì fuori;
e tacita n’andò per via secreta
dove a Ruggiero avean timore e speme
gran pezzo intorno al cor pugnato insieme.

Come si vede il successor d’Astolfo
sopra apparir quelle ridenti stelle,
come abbia ne le vene acceso zolfo,
non par che capir possa ne la pelle.
Or sino agli occhi ben nuota nel golfo
de le delizie e de le cose belle:
salta del letto, e in braccio la raccoglie,
né può tanto aspettar ch’ella si spoglie;

ben che né gonna né faldiglia avesse;
che venne avolta in un leggier zendado
che sopra una camicia ella si messe,
bianca e suttil nel più escellente grado.
Come Ruggiero abbracciò lei, gli cesse
il manto: e restò il vel suttile e rado,
che non copria dinanzi né di dietro,
più che le rose o i gigli un chiaro vetro.

Non così strettamente edera preme
pianta ove intorno abbarbicata s’abbia,
come si stringon li dui amanti insieme,
cogliendo de lo spirto in su le labbia
suave fior, qual non produce seme
indo o sabeo ne l’odorata sabbia.
Del gran piacer ch’avean, lor dicer tocca;
che spesso avean più d’una lingua in bocca.
Ludovico Ariosto

Ludovico Ariosto

Canto VIII, ottave 45-50

Avea mirato da l’estrema cima
d’un rilevato sasso l’eremita
Angelica, che giunta alla parte ima
è de lo scoglio, afflitta e sbigottita.
Era sei giorni egli venuto prima;
ch’un demonio il portò per via non trita:
e venne a lei fingendo divozione
quanta avesse mai Paulo o Ilarione.

Come la donna il cominciò a vedere,
prese, non conoscendolo, conforto;
e cessò a poco a poco il suo temere,
ben che ella avesse ancora il viso smorto.
Come fu presso, disse: «Miserere,
padre, di me, ch’i’ son giunta a mal porto».
E con voce interrotta dal singulto
gli disse quel ch’a lui non era occulto.

Comincia l’eremita a confortarla
con alquante ragion belle e divote;
e pon l’audaci man, mentre che parla,
or per lo seno, or per l’umide gote:
poi più sicuro va per abbracciarla;
et ella sdegnosetta lo percuote
con una man nel petto, e lo rispinge,
e d’onesto rossor tutta si tinge.

Egli, ch’allato avea una tasca, aprilla,
e trassene una ampolla di liquore;
e negli occhi possenti, onde sfavilla
la più cocente face ch’abbia Amore,
spruzzò di quel leggiermente una stilla,
che di farla dormire ebbe valore.
Già resupina ne l’arena giace
a tutte voglie del vecchio rapace.

Egli l’abbraccia et a piacer la tocca,
et ella dorme e non può fare ischermo.
Or le bacia il bel petto, ora la bocca;
non è ch’il veggia in quel loco aspro et ermo.
Ma ne l’incontro il suo destrier trabocca,
ch’al disio non risponde il corpo infermo:
era mal atto, perché avea troppi anni;
e potrà peggio, quanto più l’affanni.

Tutte le vie, tutti li modi tenta,
ma quel pigro rozzon non però salta.
Indarno il fren gli scuote, e lo tormenta;
e non può far che tenga la testa alta.
Al fin presso alla donna s’addormenta;
e nuova altra sciagura anco l’assalta:
non comincia Fortuna mai per poco,
quando un mortal si piglia a scherno e a gioco.
Matteo Maria Boiardo

Matteo Maria Boiardo

Dall’ Orlando innamorato (Libro primo, canto XIX, ottave 55-64)

Ma lei sol Brandimarte va cercando,
che già de tutti gli altri non ha cura;
e mentre che va intorno remirando,
vedel soletto sopra alla pianura.
Tratto se era da parte alora quando
fu cominciata la battaglia dura;
ché a lui parria vergogna e cosa fella
cotanta gente offender la donzella.

Però stava da largo a riguardare,
e di vergogna avea rossa la faccia.
De’ compagni se aveva a vergognare,
non già di sé, che di nulla se impaccia;
ma come Fiordelisa ebbe a mirare,
corsegli incontra e ben stretta l’abbraccia;
già molto tempo non l’avea veduta:
credia nel tutto di averla perduta.

Egli ha sì grande e subita allegrezza,
che ogni altra cosa alor dimenticava;
né più Marfisa, né Ranaldo aprezza,
né di lor guerra più si racordava.
Il scudo e l’elmo via gettò con frezza,
e mille volte la dama baciava;
stretta l’abbraccia in su quella campagna:
de ciò la dama se lamenta e lagna.

Molto era Fiordelisa vergognosa,
et esser vista in tal modo gli duole.
Impetra adunque questa grazïosa
da Brandimarte, con dolce parole,
de gir con esso ad una selva ombrosa,
dove eran l’erbe fresche e le vïole:
staran con zoia insieme e con diletto,
senza aver tema, o di guerra sospetto.

Prese ben presto il cavallier lo invito,
e, forte caminando, fôrno agionti
dentro a un boschetto, a un bel prato fiorito,
che d’ogni lato è chiuso da duo monti,
de fior diversi pinto e colorito,
fresco de ombre vicine e de bei fonti.
Lo ardito cavalliero e la donzella
presto smontarno in su l’erba novella.

E la donzella con dolce sembiante
comincia il cavalliero a disarmare.
Lui mille volte la baciò, davante
che se potesse un pezzo d’arme trare;
né tratte ancor se gli ebbe tutte quante,
che quella abraccia, e non puote aspettare;
ma ancor di maglia e de le gambe armato
con essa in braccio se colcò su il prato.

Stavan sì stretti quei duo amanti insieme,
che l’aria non potrebbe tra lor gire;
e l’uno e l’altro sì forte se preme,
che non vi serìa forza a dipartire.
Come ciascun sospira e ciascun geme
de alta dolcezza, non saprebbi io dire;
lor lo dican per me, poi che a lor tocca,
che ciascaduno avea due lingue in bocca.

Parve nïente a lor il primo gioco,
tanto per la gran fretta era passato;
e, nel secondo assalto, intrarno al loco
che al primo ascontro apena fu toccato.
Sospirando de amore, a poco a poco
se fu ciascun di loro abandonato,
con la faccia suave insieme stretta,
tanto il fiato de l’un l’altro diletta.

Sei volte ritornarno a quel danzare,
prima che il lor desir ben fosse spento;
poi cominciarno dolce ragionare
de’ loro affanni e passato tormento;
il fresco loco gli invita a posare,
perché in quel prato sospirava un vento,
che sibillava tra le verde fronde
del bel boschetto che li amanti asconde,

e un ruscelletto di fontana viva
mormorando passava per quel prato.
Brandimarte, che stava in quella riva,
per molto affanno in quel giorno durato,
nel bel pensar de amor qui se adormiva;
e Fiordelisa che gli era da lato,
che di guardarlo uno attimo non perde,
se dormentò con lui su l’erba verde.
Matteo Maria Boiardo

Matteo Maria Boiardo

Libro primo, canto XXII, ottave 23-28

Queste parole e molte altre dicia
sempre fra denti, con voce orgogliosa.
Ordauro al suo parlar non attendia,
ma con mente scaltrita et amorosa
sotto la terra avea fatto una via,
a ciascuno altro incognita e nascosa.
Per una tomba chiusa intorno e scura
gionse una notte dentro ad Altamura.

E benché egli arivasse d’improviso,
ch’io non stimavo quella cosa mai,
io il ricevetti ben con meglior viso
ch’io non facevo Folderico assai.
Ancora esser mi par nel paradiso,
quando ramento come io lo baciai,
e come lui baciomme nella bocca;
quella dolcezza ancor nel cor mi tocca.

Questo ti giuro e dico per certanza,
ch’io ero ancora vergine e polzella;
ché Folderico non avea possanza,
et essendo io fanciulla e tenerella,
me avea gabata con menzogna e zanza,
dandomi intender con festa novella,
che sol baciando e sol toccando il petto
de amor si dava l’ultimo diletto.

Alora il suo parlar vidi esser vano,
con quel piacer che ancor nel cor mi serbo.
Noi cominciammo il gioco a mano a mano;
Ordauro era frezzoso e di gran nerbo,
sì che al principio pur mi parve strano,
come io avessi morduto un pomo acerbo;
ma nella fin tal dolce ebbi a sentire,
ch’io me disfeci e credetti morire.

Io credetti morir per gran dolcezza,
né altra cosa da poi stimai nel mondo.
Altri acquisti possanza o ver ricchezza,
altri esser nominato per il mondo.
Ciascun che è saggio, il suo piacere aprezza
e il viver dilettoso e star iocondo;
chi vôle onore o robba con affanno,
me non ascolti, et abbiasene il danno.

Più fiate poi tornammo a questo gioco,
e ciascun giorno più crescìa il diletto;
ma pur il star rinchiusa in questo loco
mi dava estrema noia e gran dispetto;
e il tempo del piacer sempre era poco,
però che quel zeloso maladetto
me ritornava sì ratto a vedere,
che spesso me sturbò di gran piacere.
Monte Andrea

Monte Andrea

Abì lasso doloroso, più non posso

Ahi lasso doloroso, più non posso
celar né covrire ’I mortal dolore,
li affanni, li penser c’hanno colore
di lor vert me dato in ciascun membro.
L’arma e lo core n’è compreso e mosso,
solo un punto non posso me tritrarne:
tant’è il soperchio, convene mostrarne
in mia canzon, poi non son ciò ch’eo sembrò.
Isvariato son d’ogn’altro corpo,
fuor di natura son d’ogne animale;
e solo Amore m’ha condotto a tale,
che ’n sua propia natura tuttor resta
lo mio affetto, ed hami dato vesta
di sé: vedete oimai chent’ essor pò!

Poi sì compreso m’ha, che me ne nasce
in tutto, ove Onor valemi, disvaro,
se ben disio alcuno, ho lo contraro;
lo volere, ove l’aggio, fior non cape.
Chi dir volesse; “Amor di che te pasce?”,
rispondo: “Di dolori e di martiri,
d’affanno, di pensieri e di sospiri;
tenemi in foco con ardenti vape.”
Maninconia, ira con tutti guai,
tempesta, pena un’ora non mi lascia:
di cotai gioie Amor tutto mi fascia,
sì che mi fa parer la vita morte;
ed ancor peggio: sì tormento forte,
creder mi fa non aver fine mai.

Chi vole dir: “Ché non ti parti, folle?”;
“Non ho il poder, Amor mi tien riposto,
e ’n fera segnoria m’ave aposto,
sì c’assai peggio son certo che guasto;
arditanza, bailia tutta mi tolle
la segnoria che per forza seguisco.
Ma sai che fo? Di pianto mi nodrisco,
c’altro argomento non m’averia basto.”
Più ch’eo non dico son certo a mal passo:
ubidir e servir tal mi convene,
non aver peggio seria ’n for di pene;
ché tutta gente par mi mostri a dito:
così son disorrato ed aunito
per te, Amor, si m’hai condotto, lasso!

Conosco bene il reo passo ove sono;
ma, sì com’e’ aggio detto di sovra,
non ho podere in me, forza néd ovra,
cl’io possa mantener mia vita larga.
Però fa fal di ciò chi porta sòno
in dispregio, poi non sano il mal ch’abbo;
ma sai che pagamento eo ne torrabbo?
Seguerò lo proverbio ch’è da Barga.
Ché già non posso contradiar null’omo;
ma chi savesse com’io son condotto,
contra di me non parlerebbe motto;
non mi sarebbe sì crudel nemico:
ché de le cento parti una non dico
de’ dolorosi mali ove consumo.

Chi nocere vol meve, n’ha gran campo,
poi tutte degnità per me son vote:
facciami male ciascun quanto pote,
c’Amor vuol sia d’ogni tormento tomba.
In tal sentenza son, mai no ’nde campo:
di si mortale guisa Amor m’ha colmo,
che già trabocco, ché ne vien lo scolmo,
e ’n tutte parti già lo suon rimbomba.
Poi d’esta morte faccio come il nibbi’à,
però chi me sentenza fa mal troppo:
ché contro Amor già non vale rintoppo,
che, cu’ istringe, com’ più si contende,
sotto di sé più lo legh’ e lo prende;
e ’l doglioso manto adosso gli afibbia.

Però tema ciascun c’Amor nol leghi;
de’ suoi perigli alquanto fòvi cerna,
nel passo ove conduce cui governa.
Ma s’io dicesse ciò ch’a me ne serbo,
già non saria null’om ver’ me sì acerbo,
nol movesse pietà a far di me preghi.
Meo lamento, movi, e sai cui parla;
ai noiosi riprenditori a torto
di’ che nave talor, poi giunta a porto,
di gran tempesta père e va a fondo:
cosî d’Amor poriano aver lo pondo;
non pecchin più di tal sentenza darla.
Niccolò Machiavelli

Niccolò Machiavelli

Da L’asino d’oro (cap. IV)

Allora la mia donna aprì le braccia,
et con un bel sembiante, tutta lieta,
mi baciò dieci volte e più la faccia;

poi disse festeggiando: «Alma discreta,
questo viaggio tuo, questo tuo stento,
cantato fia da istorico o poeta.

Ma perché via passar la notte sento,
vo’ che pigliam qualche consolazione,
e che mutiam questo ragionamento.

E prima troverem la colettione;
ché so bisogno n’hai forse non poco,
se di ferro non è tua conditione;

e goderemo insieme in questo loco».
E detto questo, una sua tovaglietta
apparecchiò su un certo desco al fuoco.

Poi trasse d’uno armario una cassetta,
dèntrovi pane, bicchieri et coltella,
un pollo, una insalata acconcia et netta;

et altre cose appartenenti a quella.
Poscia a me volta disse: «Questa cena
ogni sera m’arreca una donzella.

Ancor questa guastada porta piena
di vin, che ti parrà, se tu l’assaggi,
di quel che Val di Grieve e Poppi mena.

Godiamo, adunque; e come fanno i saggi
pensa che ben possa venire ancora;
et chi è dritto al fin convien che caggi.

E quando viene il mal, che viene ogn’ora,
mandalo giù come una medicina;
ché pazzo è chi la gusta o l’assapora.

Viviamo or lieti, infin che domattina
con la mia greggia sia tempo uscir fuori,
per ubidire a l’alta mia regina».

Così, lasciando gli affanni e i dolori,
lieti insieme cenammo, e ragionossi
di mille canzonette e mille amori.

Poi come avemmo cenato, spogliossi,
e dentro al letto mi fé seco entrare,
come suo amante o suo marito io fossi.

Qui bisogna a le Muse il peso dare
per dir la sua beltà; ché senza loro
sarebbe vano il nostro ragionare.

Erano i suoi capei biondi com’oro,
ricciuti e crespi; talché d’una stella
pareano i raggi, o del superno coro.

Ciascuno occhio pareva una fiammella,
tanto lucente, sì chiara et sì viva,
ch’ogni acuto veder si spegne in quella.

Avea la testa una grazia attrattiva,
tal ch’io non so a chi me la somigli;
perché l’occhio al guardarla si smarriva.

Sottili, arcati e neri erano i cigli;
perch’a plasmargli fur tutti gli Dei,
tutti i celesti e superni consigli.

Di quel che da quei pende dir vorrei
cosa ch’al vero alquanto rispondesse;
ma tacciol, perché dir non lo saprei.

Io non so già chi quella bocca fesse:
se Giove con sua man non la fece egli,
non credo ch’altra man far la potesse.

I denti più che d’avorio eran begli,
et una lingua vibrar si vedeva,
come una serpe, infra le labbra et quegli:

d’onde uscì un parlare, il qual poteva
fermare i venti et far andar le piante;
sì soave concento e dolce aveva.

Il collo e ’l mento ancor vedeasi, e tante
altre bellezze, che farian felice
ogni meschino et infelice amante.

Io non so s’a narrarlo si disdice
quel che seguì dapoi; però che ’l vero
suole spesso far guerra a chi lo dice.

Pur lo dirò, lasciandone il pensiero
a chi vuol biasimar; perché tacendo
un gran piacer non è piacer intero.

Io venni ben con l’occhio discorrendo
tutte le parti sue infino al petto,
a lo splendor del quale ancor m’accendo;

ma più volte veder mi fu disdetto
da una ricca et candida coperta,
con la qual coperto era il picciol letto.

Era la mente mia stupida e incerta,
frigida, mesta, timida et dubbiosa,
non sapendo la via quanto era aperta.

E come giace stanca e vergognosa,
e involta nel lenzuol, la prima sera,
presso al marito la novella sposa;

così d’intorno pauroso m’era
la coperta del letto inviluppata,
come quel che ’n virtù sua non ispera.

Ma poi che fu la donna un pezzo stata
a riguardarmi, soghignando disse:
«Sare’ io d’ortica o pruni armata?

Tu può’ aver quel che sospirando misse
alcun già per averlo più d’un grido,
et fé mille quistioni et mille risse.

Bene entreresti in qualche loco infido,
per ritrovarti meco, o noteresti
come Leandro infra Sesto et Abido;

poi che virtute hai sì poca, che questi
panni che son fra noi ti fanno guerra,
e da me sì discosto ti ponesti».

E come quando nel carcer si serra
dubbioso de la vita un peccatore,
che sta con gli occhi guardando la terra;

poi, s’egli avvien che grazia dal signore
impetri, e’ lascia ogni pensiero strano,
et prende assai d’ardire et di valore;

tal er’io e tal divenni per l’umano
suo ragionare; et a lei m’accostai,
stendendo fra’ lenzuol la fredda mano.

E come poi le sue membra toccai,
un dolce sì suave al cor mi venne,
qual io non credo più gustar giammai.

Non in un loco la man si ritenne;
ma discorrendo per le membra sue
la smarrita virtù tosto rinvenne.

E non essendo già timido piue,
dopo un dolce sospir, parlando dissi:
«Sian benedette le bellezze tue.

Sia benedetta l’ora, quando io missi
il piè nella foresta, e se mai cose,
che ti fossero a cor, feci né scrissi».

E pien di gesti et parole amorose,
rivolto in quelle angeliche bellezze,
che scordar mi facean l’umane cose;

intorno al cor sentii tante allegrezze
con tanto dolce, ch’io mi venni meno,
gustando il fin di tutte le dolcezze,

tutto prostrato sopra il dolce seno.