Poesie di questo tema
Amore romantico
Giuseppe Ungaretti
Dove la luce
Come allodola ondosa
Nel vento lieto sui giovani prati,
Le braccia ti sanno leggera, vieni.
Ci scorderemo di quaggiù,
E del male e del cielo,
E del mio sangue rapido alla guerra,
Di passi d’ombre memori
Entro rossori di mattine nuove.
Dove non muove foglia più la luce,
Sogni e crucci passati ad altre rive,
Dov’è posata sera,
Vieni ti porterò
Alle colline d’oro.
L’ora costante, liberi d’età,
Nel suo perduto nimbo
Sarà nostro lenzuolo.
Nel vento lieto sui giovani prati,
Le braccia ti sanno leggera, vieni.
Ci scorderemo di quaggiù,
E del male e del cielo,
E del mio sangue rapido alla guerra,
Di passi d’ombre memori
Entro rossori di mattine nuove.
Dove non muove foglia più la luce,
Sogni e crucci passati ad altre rive,
Dov’è posata sera,
Vieni ti porterò
Alle colline d’oro.
L’ora costante, liberi d’età,
Nel suo perduto nimbo
Sarà nostro lenzuolo.
Giuseppe Ungaretti
Eco
Scalza varcando da sabbie lunari,
Aurora, amore festoso, d’un’eco
Popoli l’esule universo e lasci
Nella carne dei giorni,
’ Perenne scia, una piaga velata.
Aurora, amore festoso, d’un’eco
Popoli l’esule universo e lasci
Nella carne dei giorni,
’ Perenne scia, una piaga velata.
Giuseppe Ungaretti
Folgore è il volto
Sol per baciare quell’amata bocca
la mia vita darei tutta in un punto;
bruciare gli anni in un momento d’ombra
ardente e morte poi. Folgore è il volto
al labbro che lo tocca.
la mia vita darei tutta in un punto;
bruciare gli anni in un momento d’ombra
ardente e morte poi. Folgore è il volto
al labbro che lo tocca.
Guido Cavalcanti
Fresca rosa novella
Fresca rosa novella
piacente Primavera,
per prati e per riviera
gaiamente cantando,
vostro fin pregio mando — a la verdura.
Lo vostro pregio fino
in gio’ si rinnovelli,
da grandi e da zitelli
per ciascuno cammino;
e cantinne gli augelli
ciascuno in suo latino
da sera e da mattino
su li verdi arbuscelli.
Tutto lo mondo canti,
poi che lo tempo viene,
sì come si conviene,
vostr’altezza pregiata,
chè siete angelicata — creatura.
Angelica sembianza
in voi, Donna, riposa:
Dio, quanto avventurosa
fu la mia disianza!
Vostra cera gioiosa,
poi che passa et avanza
natura e costumanza
ben è mirabil cosa!
Fra lor le donne dea
vi chiaman, come siete;
tanto adorna parete,
ch’io non saccio contare;
e chi poria pensare — oltre natura?
Oltre natura umana
vostra fina piacenza
fece Dio per essenza,
che voi foste sovrana.
Per che vostra parvenza
ver me non sia lontana;
o non mi sia villana
la dolce Providenza!
E se vi pare oltraggio
cl’ad amarvi sia dato,
non sia da voi blasmato,
che solo Amor mi sforza,
contro cui non val forza — nè misura.
piacente Primavera,
per prati e per riviera
gaiamente cantando,
vostro fin pregio mando — a la verdura.
Lo vostro pregio fino
in gio’ si rinnovelli,
da grandi e da zitelli
per ciascuno cammino;
e cantinne gli augelli
ciascuno in suo latino
da sera e da mattino
su li verdi arbuscelli.
Tutto lo mondo canti,
poi che lo tempo viene,
sì come si conviene,
vostr’altezza pregiata,
chè siete angelicata — creatura.
Angelica sembianza
in voi, Donna, riposa:
Dio, quanto avventurosa
fu la mia disianza!
Vostra cera gioiosa,
poi che passa et avanza
natura e costumanza
ben è mirabil cosa!
Fra lor le donne dea
vi chiaman, come siete;
tanto adorna parete,
ch’io non saccio contare;
e chi poria pensare — oltre natura?
Oltre natura umana
vostra fina piacenza
fece Dio per essenza,
che voi foste sovrana.
Per che vostra parvenza
ver me non sia lontana;
o non mi sia villana
la dolce Providenza!
E se vi pare oltraggio
cl’ad amarvi sia dato,
non sia da voi blasmato,
che solo Amor mi sforza,
contro cui non val forza — nè misura.
Guido Cavalcanti
In un boschetto
In un boschetto trova’ pasturella
più che la stella – bella, al mi’ parere.
Cavelli avea biondetti e ricciutelli,
e gli occhi pien’ d’amor, cera rosata;
con sua verghetta pasturav’ agnelli;
[di]scalza, di rugiada era bagnata;
cantava come fosse ’namorata:
er’ adornata – di tutto piacere.
D’amor la saluta’ imantenente
e domandai s’avesse compagnia;
ed ella mi rispose dolzemente
che sola sola per lo bosco gia,
e disse: «Sacci, quando l’augel pia,
allor disïa – ’l me’ cor drudo avere».
Po’ che mi disse di sua condizione
e per lo bosco augelli audìo cantare,
fra me stesso diss’ i’: «Or è stagione
di questa pasturella gio’ pigliare».
Merzé le chiesi sol che di basciare
ed abracciar, – se le fosse ’n volere.
Per man mi prese, d’amorosa voglia,
e disse che donato m’avea ‘l core;
menòmmi sott’una freschetta foglia,
là dov’ i’ vidi fior’ d’ogni colore;
e tanto vi sentìo gioia e dolzore,
che ‘l die d’amore – mi parea vedere.
più che la stella – bella, al mi’ parere.
Cavelli avea biondetti e ricciutelli,
e gli occhi pien’ d’amor, cera rosata;
con sua verghetta pasturav’ agnelli;
[di]scalza, di rugiada era bagnata;
cantava come fosse ’namorata:
er’ adornata – di tutto piacere.
D’amor la saluta’ imantenente
e domandai s’avesse compagnia;
ed ella mi rispose dolzemente
che sola sola per lo bosco gia,
e disse: «Sacci, quando l’augel pia,
allor disïa – ’l me’ cor drudo avere».
Po’ che mi disse di sua condizione
e per lo bosco augelli audìo cantare,
fra me stesso diss’ i’: «Or è stagione
di questa pasturella gio’ pigliare».
Merzé le chiesi sol che di basciare
ed abracciar, – se le fosse ’n volere.
Per man mi prese, d’amorosa voglia,
e disse che donato m’avea ‘l core;
menòmmi sott’una freschetta foglia,
là dov’ i’ vidi fior’ d’ogni colore;
e tanto vi sentìo gioia e dolzore,
che ‘l die d’amore – mi parea vedere.
Guido delle Colonne
Amor, che lungiamente m’bai menato
Amor, che lungiamente m’hai menato
a freno stretto senza riposanza,
alarga le toi retene in pietanza,
ché soperchianza — m’ha vinto e stancato:
c’ho più durato — ch’eo non ho possanza,
per voi, madonna, a cui porto lianza
più che no fa assessino asorcoitato,
che si lassa morir per sua credanza.
Ben este afanno dilittoso amare,
e dolze pena ben si pò chiamare:
ma voi, madonna, de la mia travaglia,
ca sì mi squaglia, — prenda vo’ merzide,
ché ben è dolze mal, se no m’auzide.
Oi dolze cera con guardi soavi,
più bella d’altra che sia in vostra terra,
traiete lo meo core ormai di guerra,
che per voi erra — e gran travaglia ‘nd’ ave;
ca si gran travi — poco ferro serra
e poca pioggia grande vento atertra,
però, madonna, non vi ’neresca e grave,
s’Amor vi sforza, ch’ogni cosa inserra;
ché certo no gli è troppo disinotre,
quand’omo è vinto d’uno suo migliore,
e tanto più da Amor che vince tutto;
però non dutto — c’Amor non vi smova:
saggio guerreri vince guerra e prova.
Non dico c’a la vostra gran bellezza
orgoglio non convegna e stiavi bene,
c’a bella donna orgoglio ben convene,
che si mantene — in pregio ed in grandezza.
Troppa alterezza — è quella che sconvene;
di grande orgoglio mai ben non avene.
Però, madonna, la vostra durezza
convertasi in pietanza e si rinfrene:
non si distenda tanto ch’io ne pèra,
Lo sole è alto, e si face lumera,
e tanto più quanto ’n altura pare:
vostr’argogliare — donqua e vostra altezze
facciami pro’ e tornimi in dolcezze.
IT’ allumo dentro e sforzo, in far semblanza,
di no mostrar zo che lo meo cor sente.
Oi quant’è dura pena al cor dolente
estar tacente — e non far dimostranza!
Ché la pesanza — a la cera consente,
e fanno vista di lor portamenti,
così son volontieri ’n acordanza,
la cera co lo core insembramente.
Forza di senno è quella che soverchia
DO Ben è gran senno, chi lo pote fare,
saver celare — ed essere segnore
de lo suo core quand’este ’n etrore.
Amor fa disviare li più saggi:
e chi più ama mem’ ha in sé misura,
più folle è quello che più s’innamura.
Amor non cura — di far suoi dannaggi,
ca li coraggi — mette in tal calura
che non pò rifreddare per freddura.
Gli occhi a lo core sono li messaggi
de’ suoi cominciamenti per natura.
Dunqua, madonna, gli occhi e lo meo core
avete in vostra mano, entro e di fore,
c’Amor mi sbatte e smena, che no abento,
sì come vento — smena nave in onda:
voi siete meo pennel che non affonda.
a freno stretto senza riposanza,
alarga le toi retene in pietanza,
ché soperchianza — m’ha vinto e stancato:
c’ho più durato — ch’eo non ho possanza,
per voi, madonna, a cui porto lianza
più che no fa assessino asorcoitato,
che si lassa morir per sua credanza.
Ben este afanno dilittoso amare,
e dolze pena ben si pò chiamare:
ma voi, madonna, de la mia travaglia,
ca sì mi squaglia, — prenda vo’ merzide,
ché ben è dolze mal, se no m’auzide.
Oi dolze cera con guardi soavi,
più bella d’altra che sia in vostra terra,
traiete lo meo core ormai di guerra,
che per voi erra — e gran travaglia ‘nd’ ave;
ca si gran travi — poco ferro serra
e poca pioggia grande vento atertra,
però, madonna, non vi ’neresca e grave,
s’Amor vi sforza, ch’ogni cosa inserra;
ché certo no gli è troppo disinotre,
quand’omo è vinto d’uno suo migliore,
e tanto più da Amor che vince tutto;
però non dutto — c’Amor non vi smova:
saggio guerreri vince guerra e prova.
Non dico c’a la vostra gran bellezza
orgoglio non convegna e stiavi bene,
c’a bella donna orgoglio ben convene,
che si mantene — in pregio ed in grandezza.
Troppa alterezza — è quella che sconvene;
di grande orgoglio mai ben non avene.
Però, madonna, la vostra durezza
convertasi in pietanza e si rinfrene:
non si distenda tanto ch’io ne pèra,
Lo sole è alto, e si face lumera,
e tanto più quanto ’n altura pare:
vostr’argogliare — donqua e vostra altezze
facciami pro’ e tornimi in dolcezze.
IT’ allumo dentro e sforzo, in far semblanza,
di no mostrar zo che lo meo cor sente.
Oi quant’è dura pena al cor dolente
estar tacente — e non far dimostranza!
Ché la pesanza — a la cera consente,
e fanno vista di lor portamenti,
così son volontieri ’n acordanza,
la cera co lo core insembramente.
Forza di senno è quella che soverchia
DO Ben è gran senno, chi lo pote fare,
saver celare — ed essere segnore
de lo suo core quand’este ’n etrore.
Amor fa disviare li più saggi:
e chi più ama mem’ ha in sé misura,
più folle è quello che più s’innamura.
Amor non cura — di far suoi dannaggi,
ca li coraggi — mette in tal calura
che non pò rifreddare per freddura.
Gli occhi a lo core sono li messaggi
de’ suoi cominciamenti per natura.
Dunqua, madonna, gli occhi e lo meo core
avete in vostra mano, entro e di fore,
c’Amor mi sbatte e smena, che no abento,
sì come vento — smena nave in onda:
voi siete meo pennel che non affonda.
Guido delle Colonne
Ancor che l’aigua per lo foco lassi
Ancor che l’aigua per lo foco lassi
la sua grande freddura,
non cangeria natura
s’alcun vasello in mezzo non vi stassi,
anzi averria senza lunga dimura
che lo foco astutasse
o che l’aigua seccasse:
ma per lo mezzo l’uno e l’autra dura.
Cusi, gentil criatura,
in me ha mostrato Amore
l’ardente suo valore,
che senza amore er’ aigua fredda e ghiaccia:
ma Amor m’ha si allumato
di fiamma che m’abraccia,
ch’eo fora consumato
se voi, donna sovrana,
non fustici mezzana
infra l’Amore e meve,
che fa lo foco nascere di neve.
Imagine di neve si pò dire
om che non ha sentore
d’amoroso calore:
ancor sia vivo, non si sa sbaudire.
Amore è uno spirito d’ardore,
che non si pò vedire,
ma sol per li sospiri
si fa sentire in quello ch’è amadore.
Cusi, donna d’aunore,
lo meo gran sospirare
30. vi poria certa fare
de l’amorosa flamma und’eo so’ involto;
e non so com’eo duro,
i
sì m’ave preso e tolto;
ma parm’esser sicuro
che molti altri amanti
per amor tutti quanti
che non amàro quant’eo, né si forte.
Eo v’amo tanto che mille fiate
in umn’or mi s’arranca
lo spirito che manca,
pensando, donna, la vostra beltate;
e lo disio c’ho lo cor m’abranca,
crescemi volontate,
mettemi °n tempestate
ogni penseri, ché mai non si stanca.
O colorita e blanca
gioia, de lo meo bene
speranza mi mantene,
e s’eo languisco non posso morire:
ca, mentre viva sete,
eo non poria fallire,
ancor che fame e sete
lo corpo meo tormenti;
ma sol ch’eo tegna menti
vostra gaia persona,
obbrio la morte, tal forza mi dona.
Eo non credo sia già quello ch’avia
lo spirito che potrto,
ched eo fora già morto,
tant’ho passato male tuttavia:
lo spirito ch’i’aggio, und’eo mi spotto,
credo lo vostro sia,
che nel meo petto stia
e abiti con meco in gioi e diporto.
Or mi son bene accorto,
quando da voi mi venni,
che quando mente tenni
vostro amoroso viso netto e chiaro,
li vostri occhi piagenti
allora m’addobraro,
che mi tennero menti
e diedermi nascoso
uno spitto amoroso,
ch’assai mi fa più amare
che non amò null’altro, ciò mi pare.
La calamita contano i saccenti
che trare non poria
lo ferro per maestria,
se no che l’aire in mezzo lu consenti.
Ancor che calamita petra sia,
l’altre petre neenti
non son cusi potenti
a traier, perché non n’hano bailia,
Così, madonna mia,
l’Amor s’è apperceputo
che non m’avria potuto
traet’ a sé, se non fusse per vui;
e sì son donne assai,
m’hano nulla per cui
eo mi movesse mai,
se non per voi, piagente,
in cui è fermamente
la forza e la vertuti.
Adonque prego l’Amor che m’aiuti.
la sua grande freddura,
non cangeria natura
s’alcun vasello in mezzo non vi stassi,
anzi averria senza lunga dimura
che lo foco astutasse
o che l’aigua seccasse:
ma per lo mezzo l’uno e l’autra dura.
Cusi, gentil criatura,
in me ha mostrato Amore
l’ardente suo valore,
che senza amore er’ aigua fredda e ghiaccia:
ma Amor m’ha si allumato
di fiamma che m’abraccia,
ch’eo fora consumato
se voi, donna sovrana,
non fustici mezzana
infra l’Amore e meve,
che fa lo foco nascere di neve.
Imagine di neve si pò dire
om che non ha sentore
d’amoroso calore:
ancor sia vivo, non si sa sbaudire.
Amore è uno spirito d’ardore,
che non si pò vedire,
ma sol per li sospiri
si fa sentire in quello ch’è amadore.
Cusi, donna d’aunore,
lo meo gran sospirare
30. vi poria certa fare
de l’amorosa flamma und’eo so’ involto;
e non so com’eo duro,
i
sì m’ave preso e tolto;
ma parm’esser sicuro
che molti altri amanti
per amor tutti quanti
che non amàro quant’eo, né si forte.
Eo v’amo tanto che mille fiate
in umn’or mi s’arranca
lo spirito che manca,
pensando, donna, la vostra beltate;
e lo disio c’ho lo cor m’abranca,
crescemi volontate,
mettemi °n tempestate
ogni penseri, ché mai non si stanca.
O colorita e blanca
gioia, de lo meo bene
speranza mi mantene,
e s’eo languisco non posso morire:
ca, mentre viva sete,
eo non poria fallire,
ancor che fame e sete
lo corpo meo tormenti;
ma sol ch’eo tegna menti
vostra gaia persona,
obbrio la morte, tal forza mi dona.
Eo non credo sia già quello ch’avia
lo spirito che potrto,
ched eo fora già morto,
tant’ho passato male tuttavia:
lo spirito ch’i’aggio, und’eo mi spotto,
credo lo vostro sia,
che nel meo petto stia
e abiti con meco in gioi e diporto.
Or mi son bene accorto,
quando da voi mi venni,
che quando mente tenni
vostro amoroso viso netto e chiaro,
li vostri occhi piagenti
allora m’addobraro,
che mi tennero menti
e diedermi nascoso
uno spitto amoroso,
ch’assai mi fa più amare
che non amò null’altro, ciò mi pare.
La calamita contano i saccenti
che trare non poria
lo ferro per maestria,
se no che l’aire in mezzo lu consenti.
Ancor che calamita petra sia,
l’altre petre neenti
non son cusi potenti
a traier, perché non n’hano bailia,
Così, madonna mia,
l’Amor s’è apperceputo
che non m’avria potuto
traet’ a sé, se non fusse per vui;
e sì son donne assai,
m’hano nulla per cui
eo mi movesse mai,
se non per voi, piagente,
in cui è fermamente
la forza e la vertuti.
Adonque prego l’Amor che m’aiuti.
Guido Guinizelli
Al cor gentil
Al cor gentil ripara sempre Amore
come a la selva augello in la verdura:
nè fè Amore avanti gentil core,
nè gentil core avanti Amor, Natura;
ch’adesso che fu il Sole
sì tosto lo splendore fu lucente,
nè fu avanti il sole.
E prende Amore in gentilezza loco
così propriamente
come calore in chiarità di foco.
Foco d’amor in gentil cor s’apprende,
come virtute in pietra preziosa;
chè dalla stella valor non discende,
avanti ’l Sol la faccia gentil cosa:
poi che m’ha tratto fuore
per sua virtù lo Sol ciò che gli è vile,
la stella ’i dà valore.
Così lo cor, c’è fatto da Natura
schietto, puro, gentile,
donna, a guisa di stella lo innamora.
Amor per tal ragion sta in cor gentile,
per qual lo foco in cima del doppiero:
splende a lo suo diletto, chiar, sottile,
non gli staria altrimenti, tant’è fiero.
Così prava natura
incontro Amor fa come l’acqua al foco
caldo, per la freddura.
Amore in gentil cor prende rivera
Per suo consimil loco,
come adamàs del ferro in la miniera.
Fere lo Sole il fango tutto il giorno:
vile riman, nè il Sol perde calore.
Dice uom altier: “ Gentil per schiatta torno,”
lui sembrò ’l fango, e il Sol gentil valore.
Chè non dee dar uom fede
che gentilezza sia, fuor di coraggio,
in dignità di erede,
se da virtute non ha gentil core:
com’acqua porta raggio,
e il ciel ritien la stella e lo splendore.
Splende in la Intelligenza dello cielo
Dio creator, più che ai nostri occhi il Sole:
quella intende il suo Fattor oltre il velo;
lo ciel volgendo, a lui obbedir tòle,
e consegue al primiero
da Dio beato e giusto compimento.
Così dar dovria il vero
la bella donna, che negli occhi splende,
del suo gentil talento,
chi mai lei ubbidir non si disprende.
so
Donna, Dio mi dirà: “ Che presumisti? ”
sendo l’anima mia a lui davanti:
“Lo ciel passasti, e fino a me venisti
e desti in vano amor, me per sembianti:
ch’a me convien la laude
e alla Reina del reame degno,
per cui cessa ogni fraude.”
Dir gli potrò: “ Tenea Angel sembianza
che fosse del tuo regno:
non mi fu fallo, s’io le posi amanza.”
come a la selva augello in la verdura:
nè fè Amore avanti gentil core,
nè gentil core avanti Amor, Natura;
ch’adesso che fu il Sole
sì tosto lo splendore fu lucente,
nè fu avanti il sole.
E prende Amore in gentilezza loco
così propriamente
come calore in chiarità di foco.
Foco d’amor in gentil cor s’apprende,
come virtute in pietra preziosa;
chè dalla stella valor non discende,
avanti ’l Sol la faccia gentil cosa:
poi che m’ha tratto fuore
per sua virtù lo Sol ciò che gli è vile,
la stella ’i dà valore.
Così lo cor, c’è fatto da Natura
schietto, puro, gentile,
donna, a guisa di stella lo innamora.
Amor per tal ragion sta in cor gentile,
per qual lo foco in cima del doppiero:
splende a lo suo diletto, chiar, sottile,
non gli staria altrimenti, tant’è fiero.
Così prava natura
incontro Amor fa come l’acqua al foco
caldo, per la freddura.
Amore in gentil cor prende rivera
Per suo consimil loco,
come adamàs del ferro in la miniera.
Fere lo Sole il fango tutto il giorno:
vile riman, nè il Sol perde calore.
Dice uom altier: “ Gentil per schiatta torno,”
lui sembrò ’l fango, e il Sol gentil valore.
Chè non dee dar uom fede
che gentilezza sia, fuor di coraggio,
in dignità di erede,
se da virtute non ha gentil core:
com’acqua porta raggio,
e il ciel ritien la stella e lo splendore.
Splende in la Intelligenza dello cielo
Dio creator, più che ai nostri occhi il Sole:
quella intende il suo Fattor oltre il velo;
lo ciel volgendo, a lui obbedir tòle,
e consegue al primiero
da Dio beato e giusto compimento.
Così dar dovria il vero
la bella donna, che negli occhi splende,
del suo gentil talento,
chi mai lei ubbidir non si disprende.
so
Donna, Dio mi dirà: “ Che presumisti? ”
sendo l’anima mia a lui davanti:
“Lo ciel passasti, e fino a me venisti
e desti in vano amor, me per sembianti:
ch’a me convien la laude
e alla Reina del reame degno,
per cui cessa ogni fraude.”
Dir gli potrò: “ Tenea Angel sembianza
che fosse del tuo regno:
non mi fu fallo, s’io le posi amanza.”
Guittone d'Arezzo
Amor m’ba priso ed incarnato tuito
Amor m’ha priso ed incarnato tutto,
ed a lo core di sé fa posanza,
e di ciascuno membro tragge frutto,
da poi che priso ha tanto di possanza.
Doglia, onta e danno hame condutto,
e del mal meo mi fa aver disianza,
e del ben di lei spietat’ème ’n tutto,
sì meve e ciascun ch’ama ha ’n disdegnanza.
Spessamente lo chiamo e dico; Amore,
chi t’ha dato di me tal segnoraggio,
ch’hai conquiso meo senno e meo valore?
Eo prego che ti facie meo messaggio
e che vade davante al tuo segnore
e d’esto convenente il facie saggio.
ed a lo core di sé fa posanza,
e di ciascuno membro tragge frutto,
da poi che priso ha tanto di possanza.
Doglia, onta e danno hame condutto,
e del mal meo mi fa aver disianza,
e del ben di lei spietat’ème ’n tutto,
sì meve e ciascun ch’ama ha ’n disdegnanza.
Spessamente lo chiamo e dico; Amore,
chi t’ha dato di me tal segnoraggio,
ch’hai conquiso meo senno e meo valore?
Eo prego che ti facie meo messaggio
e che vade davante al tuo segnore
e d’esto convenente il facie saggio.
Guittone d'Arezzo
Amor merzé, per Deo, merzé, merzede
Amor merzé, per Deo, merzé, merzede
del gran torto, ché più v’amo che mene.
Lasso, morte perdona om per merzede
a quel che di morir servito ha bene;
Ma cetto già non porete orgogliando
montar tanto, che più sempre eo non sia
con merzede cherère umiliando.
E pur conven che l’alta umiltà mia
vad’a forza orgoglio vostro abassando,
e facciavi d’umana segnoria.
del gran torto, ché più v’amo che mene.
Lasso, morte perdona om per merzede
a quel che di morir servito ha bene;
Ma cetto già non porete orgogliando
montar tanto, che più sempre eo non sia
con merzede cherère umiliando.
E pur conven che l’alta umiltà mia
vad’a forza orgoglio vostro abassando,
e facciavi d’umana segnoria.
Guittone d'Arezzo
Canzone in difesa delle donne
Ahi lasso, che li boni e li malvagi
omini tutti hano preso acordanza
di mettere le donne in despregianza;
e ciò più ch’altro far par che lor agi.
Per che mal aggiaà el ben tutto e l’onore
che fatto han lor, poi n’han merto sì bello;
m’eo sarò lor ribello
e prenderò solo la defensione,
e aproverò falso lor sermone,
e le donne bone in opera e in fede;
ma voglio che di ciò grazi’ e mercede
rendano voi, gioia gioiosa, Amore.
Non per ragion, ma per malvagia usanza,
sovra le donne ha preso om signoria,
ponendole ’n dispregio e ’n villania
ciò ch’a sé cortesia pon’ e orranza.
Ahi, che villan giudicio e che fallace!
ch’a Deo e a ragione è om tenuto,
e per ciascun statuto,
sì come donna, a guardar de fallire:
e tanto avante più quanto è più sire
e maggiormente ha saggia oppenione.
Adonque avemo a veder per ragione
qual più se guarda: quel blasmar men face.
Embola, robba, aucide, arde o desface,
periura, enganna, trade o falsa tanto
i
donna quant’om? non già, ma quasi santo
è ’l fatto so, ver’ ch’è quel d’om fallace.
Carnal talento è ’n loro d’un podere,
al qual, savem, donna meglio contende;
e s’e] già la sorprende
perché lei ne sia port’o prego o pregio,
ma chi ’l porge, in fallir dobra-i dispregio;
e qual armito è quel che se tenesse”
s’una plagente donna el richedesse
com’om fa lei, de quanto el sa valere?
Tulio Cesar non penò tempo tanto,
né tanto mise tutto ’l suo valore
a conquistar del mondo esser signore,
talor non faccia in donna om altretanto;
e tal è che non mai venta dovene.
Poi più savere e forza en l’om si trova,
perché non sì ben prova?
Non vol, ma falla e fa donna fallare:
adonque che diritto ha ’n lei biasmare?
Già non è meraviglia qual s’arende,
ma qual s’aiuta e qual se defende,
poi d’entro e de for tanto assalto tene.
Quant’è più ch’om d’amore a ’nformar fera,
più feramente il ten poi l’ha fermato,
como ferro ch’è più duro tagliato
e ten la taglia poi meglio che cera;
l’onor suo torna ad onta e ’l prode a danno,
sé ned amico né Dio guarda fiore
a seguir bene Amore;
e om non mett’ a ciò tanto coranza,
tutto ragion non sia, s’el tene amanza,
e no ’nd’è un d’amor tanto corale,
che ’nver’ sua donna stia ferm’ e leale;
ma donna pur trov’om for tutto inganno.
Male san dir, ma non già devisare,
ché Deo, che mosse Sé sempre a ragione,
de limo terre l’om fece e formòne,
e la donna dell’om, siccome appare;
adonqu’è troppo più naturalmente
gentil cosa che Fomo e meglio è nata,
e più sembra ch’amata
ella fosse da Dio nostro signore;
e maggiormente più feceli onore
che non per om, ma per donna, salvare
ne volle veramente ed a Sé trare;
e ciò non fu senza ragion neente.
Vale per sé: nent’ho detto a sembrante;
apresso val ché fa l’omo valere:
ché ’ngegno, forzo, ardimento, podere
e cor de tutto ben mettere avante
i
donali donna en su’ amorosa spera;
for che el non saveria quasi altro fare
che dormire e mangiare.
Adonque il senno e lo valor c’ha l’omo
da la donna tener lo dea, sì como
ten lo scolar dal so maestro l’arte;
ed ella quanto face a mala parte
dall’om tener lo pò simel mainera.
- Prova altra no ’nde fo di ciò c’ho detto,
ma miri ben ciascuno se ver dico,
ché già no me desdico
de starne a confession d’omo leale;
e partase d’usar si villan male
solo cui villania par e menzogna:
ché ’l remanente trar de sua vergogna
non sirà tal chio già n’aggia deletto.
Gentil mia donna, fosse in voi tesoro
quanto v’è senno en cor, la più valente
fora ver’ voi neente;
e sed eo pur per reina vi tegno,
e’ vi corona onor com’altra regno:
ché tanto è ’n voi di ben tutt’abondanza,
che viso m’è, Amor, che la mancanza
d’ogni altra prenda in voi assai restoro.
Ad Arezzo la mia vera canzone
mando, Amore, a voi, per cui campione,
e servo de tutt’altre esser prometto.
omini tutti hano preso acordanza
di mettere le donne in despregianza;
e ciò più ch’altro far par che lor agi.
Per che mal aggiaà el ben tutto e l’onore
che fatto han lor, poi n’han merto sì bello;
m’eo sarò lor ribello
e prenderò solo la defensione,
e aproverò falso lor sermone,
e le donne bone in opera e in fede;
ma voglio che di ciò grazi’ e mercede
rendano voi, gioia gioiosa, Amore.
Non per ragion, ma per malvagia usanza,
sovra le donne ha preso om signoria,
ponendole ’n dispregio e ’n villania
ciò ch’a sé cortesia pon’ e orranza.
Ahi, che villan giudicio e che fallace!
ch’a Deo e a ragione è om tenuto,
e per ciascun statuto,
sì come donna, a guardar de fallire:
e tanto avante più quanto è più sire
e maggiormente ha saggia oppenione.
Adonque avemo a veder per ragione
qual più se guarda: quel blasmar men face.
Embola, robba, aucide, arde o desface,
periura, enganna, trade o falsa tanto
i
donna quant’om? non già, ma quasi santo
è ’l fatto so, ver’ ch’è quel d’om fallace.
Carnal talento è ’n loro d’un podere,
al qual, savem, donna meglio contende;
e s’e] già la sorprende
perché lei ne sia port’o prego o pregio,
ma chi ’l porge, in fallir dobra-i dispregio;
e qual armito è quel che se tenesse”
s’una plagente donna el richedesse
com’om fa lei, de quanto el sa valere?
Tulio Cesar non penò tempo tanto,
né tanto mise tutto ’l suo valore
a conquistar del mondo esser signore,
talor non faccia in donna om altretanto;
e tal è che non mai venta dovene.
Poi più savere e forza en l’om si trova,
perché non sì ben prova?
Non vol, ma falla e fa donna fallare:
adonque che diritto ha ’n lei biasmare?
Già non è meraviglia qual s’arende,
ma qual s’aiuta e qual se defende,
poi d’entro e de for tanto assalto tene.
Quant’è più ch’om d’amore a ’nformar fera,
più feramente il ten poi l’ha fermato,
como ferro ch’è più duro tagliato
e ten la taglia poi meglio che cera;
l’onor suo torna ad onta e ’l prode a danno,
sé ned amico né Dio guarda fiore
a seguir bene Amore;
e om non mett’ a ciò tanto coranza,
tutto ragion non sia, s’el tene amanza,
e no ’nd’è un d’amor tanto corale,
che ’nver’ sua donna stia ferm’ e leale;
ma donna pur trov’om for tutto inganno.
Male san dir, ma non già devisare,
ché Deo, che mosse Sé sempre a ragione,
de limo terre l’om fece e formòne,
e la donna dell’om, siccome appare;
adonqu’è troppo più naturalmente
gentil cosa che Fomo e meglio è nata,
e più sembra ch’amata
ella fosse da Dio nostro signore;
e maggiormente più feceli onore
che non per om, ma per donna, salvare
ne volle veramente ed a Sé trare;
e ciò non fu senza ragion neente.
Vale per sé: nent’ho detto a sembrante;
apresso val ché fa l’omo valere:
ché ’ngegno, forzo, ardimento, podere
e cor de tutto ben mettere avante
i
donali donna en su’ amorosa spera;
for che el non saveria quasi altro fare
che dormire e mangiare.
Adonque il senno e lo valor c’ha l’omo
da la donna tener lo dea, sì como
ten lo scolar dal so maestro l’arte;
ed ella quanto face a mala parte
dall’om tener lo pò simel mainera.
- Prova altra no ’nde fo di ciò c’ho detto,
ma miri ben ciascuno se ver dico,
ché già no me desdico
de starne a confession d’omo leale;
e partase d’usar si villan male
solo cui villania par e menzogna:
ché ’l remanente trar de sua vergogna
non sirà tal chio già n’aggia deletto.
Gentil mia donna, fosse in voi tesoro
quanto v’è senno en cor, la più valente
fora ver’ voi neente;
e sed eo pur per reina vi tegno,
e’ vi corona onor com’altra regno:
ché tanto è ’n voi di ben tutt’abondanza,
che viso m’è, Amor, che la mancanza
d’ogni altra prenda in voi assai restoro.
Ad Arezzo la mia vera canzone
mando, Amore, a voi, per cui campione,
e servo de tutt’altre esser prometto.
Guittone d'Arezzo
Con più m’allungo, più m’è prossimana
Con più m’allungo, più m’è prossimana
la fazzon dolce de la donna mia,
che m’aucide sovente e mi risana
e m’ave miso in tal forsenaria,
che ’n parte ch’eo dimor’ in terra strana,
me par visibil ch’eo con ella sia,
e un’or credo tal speranza vana
ed altra mi ritorno en la follia.
Cos como guidò i Magi la stella,
guidame sua fazzon gendome avante,
che visibel mi par e incarnat’ella.
Però vivo gioioso e benistante,
ché certo senza ciò crudele e fella
morte m’auciderea immantenante.
la fazzon dolce de la donna mia,
che m’aucide sovente e mi risana
e m’ave miso in tal forsenaria,
che ’n parte ch’eo dimor’ in terra strana,
me par visibil ch’eo con ella sia,
e un’or credo tal speranza vana
ed altra mi ritorno en la follia.
Cos como guidò i Magi la stella,
guidame sua fazzon gendome avante,
che visibel mi par e incarnat’ella.
Però vivo gioioso e benistante,
ché certo senza ciò crudele e fella
morte m’auciderea immantenante.
Guittone d'Arezzo
De coralmente amar mai non dimagra
De coralmente amar mai non dimagra
la voglia mia, né di servir s’arretra,
lei, ver’ cui de bellezza ogn’altr’è magra,
per che ciascun ver’ me sementa ’n petra:
ch’Amor di gioia mi corona e sagra
und’ho di ben più ch’altr’om, più che metra;
dunque ragion de servir lei m’adagra,
poi son d’Amore a maggior don ch’a metra.
Ché manto n’ho, pur chi vol n’aggia invilia,
e me’ nde sia ciascun noioso encontra
ch’al mio voler non faccia fest’ e vilia,
merzé di lei ch’ogni om su’ nemic’ontta,
ver’ cui bastarda fu Sarna Subilia,
i
per che tutto ben meo d’essa m’acontra.
la voglia mia, né di servir s’arretra,
lei, ver’ cui de bellezza ogn’altr’è magra,
per che ciascun ver’ me sementa ’n petra:
ch’Amor di gioia mi corona e sagra
und’ho di ben più ch’altr’om, più che metra;
dunque ragion de servir lei m’adagra,
poi son d’Amore a maggior don ch’a metra.
Ché manto n’ho, pur chi vol n’aggia invilia,
e me’ nde sia ciascun noioso encontra
ch’al mio voler non faccia fest’ e vilia,
merzé di lei ch’ogni om su’ nemic’ontta,
ver’ cui bastarda fu Sarna Subilia,
i
per che tutto ben meo d’essa m’acontra.
Guittone d'Arezzo
Me piace dir como sento d’amore
Me piace dir como sento d’amore
a pro’ di quei che men sanno di mene.
Secondo ciò che pone alcuno autore,
amore un disidero d’animo ene,
de la cosa che più li piace bene;
lo qual piacere ad esso è creatore
e cosa ch’a sua guida il cor retene.
Penser l’avanza e lo cresce e rinova
e vallo sempre in sua ragion fermando
e falli fare di ciò che vol prova;
saver lo va, con più può, menomando,
natura el tene e non vol già che mova,
per cosa alcuna, de lo suo comando.
a pro’ di quei che men sanno di mene.
Secondo ciò che pone alcuno autore,
amore un disidero d’animo ene,
de la cosa che più li piace bene;
lo qual piacere ad esso è creatore
e cosa ch’a sua guida il cor retene.
Penser l’avanza e lo cresce e rinova
e vallo sempre in sua ragion fermando
e falli fare di ciò che vol prova;
saver lo va, con più può, menomando,
natura el tene e non vol già che mova,
per cosa alcuna, de lo suo comando.
Guittone d'Arezzo
Or chi dirà, o ver chi farà dire
Or chi dirà, o ver chi farà dire,
da poi ch’avèn ched ha loco e stagione,
s’è maggio o pare o menor de podere
la donna, se vol guardi per ragione;
e quale ell’è di core e di savere
e quale d’atto e qual di condizione:
perché diversa via se vol tenere
colà dov’ha deversa operazione.
Ché tal vole minaccia e tal preghera
e tal cortese dire e tal villano
e tal parola umile e tale fera;
è tal che dir com’ fort’ama l’è sano,
e tal che non è bona, e fassè altera
e fa ’l so cor ver’de l’amante istrano.
da poi ch’avèn ched ha loco e stagione,
s’è maggio o pare o menor de podere
la donna, se vol guardi per ragione;
e quale ell’è di core e di savere
e quale d’atto e qual di condizione:
perché diversa via se vol tenere
colà dov’ha deversa operazione.
Ché tal vole minaccia e tal preghera
e tal cortese dire e tal villano
e tal parola umile e tale fera;
è tal che dir com’ fort’ama l’è sano,
e tal che non è bona, e fassè altera
e fa ’l so cor ver’de l’amante istrano.
Guittone d'Arezzo
S’eo tale fosse ch’io potesse stare
Seo tale fosse ch’io potesse stare,
senza riprender me, riprenditore,
credo farebbi alcun om amendare
certo, al mio parer, d’un laido errore:
che, quando vuol la sua donna laudare,
le dice ched è bella come fiore,
e ch’è di gemma over di stella pare,
e che ’n viso di grana ave colore.
Or tal è pregio per donna avanzare
ched a ragione maggio è d’ogni cosa
che l’omo pote vedere o toccare?
Ché Natura né far pote né osa
fattura alcuna né maggior né pare,
for che d’alquanto l’om maggior si cosa.
senza riprender me, riprenditore,
credo farebbi alcun om amendare
certo, al mio parer, d’un laido errore:
che, quando vuol la sua donna laudare,
le dice ched è bella come fiore,
e ch’è di gemma over di stella pare,
e che ’n viso di grana ave colore.
Or tal è pregio per donna avanzare
ched a ragione maggio è d’ogni cosa
che l’omo pote vedere o toccare?
Ché Natura né far pote né osa
fattura alcuna né maggior né pare,
for che d’alquanto l’om maggior si cosa.
Guittone d'Arezzo
Tuttor ch’eo dirò “gioî’,” gioiva cosa
intenderete che di voi favello,
che gioia sete di beltà gioiosa
e gioia di piacer gioioso e bello,
e gioia in cui gioioso avenir posa,
gioi’ d’adornezze e gioi’ di cor asnello,
gioia in cui viso e gioî’ tant’amorosa
ched è gioiosa gioi’ mirare in ello.
Gioi’ di volere e gioi’ di pensamento
e gio!’ di dire e gioi’ di far gioioso
e gioi’ d’onni gioioso movimento:
per ch’eo, gioiosa gioî’, si disioso
di voi mi trovo, che mai gioi’ non sento.
se ’n vostra gioi’ il meo cor non riposo.
che gioia sete di beltà gioiosa
e gioia di piacer gioioso e bello,
e gioia in cui gioioso avenir posa,
gioi’ d’adornezze e gioi’ di cor asnello,
gioia in cui viso e gioî’ tant’amorosa
ched è gioiosa gioi’ mirare in ello.
Gioi’ di volere e gioi’ di pensamento
e gio!’ di dire e gioi’ di far gioioso
e gioi’ d’onni gioioso movimento:
per ch’eo, gioiosa gioî’, si disioso
di voi mi trovo, che mai gioi’ non sento.
se ’n vostra gioi’ il meo cor non riposo.
Guittone d'Arezzo
Tuttor, s’eo veglio o dormo
Tuttor, s’eo veglio o dormo,
di lei pensar non campo,
ch’ Amor en cor m’atacca.
E tal voler ho d’òèr mo,
com’ di sappar in campo
o di creder a tacca.
E bon sapemi, como
eo n’acquistasse Como;
ma’ che diritto n’ò,
perché’eo non dico no
di lei servir mai di,
dica chi vol: — Maidi! —
Bon ho diritto ‘n somma
s’en amar lei m’aduco
del cor tutt’e dell’alma,
perché’è di valor somma;
e che piacer aduco,
dat’a amor dell’alma
che più m’ama che sé!
Ciò dia saver, che, se
torn’a suo pregio magno,
per me onta no magn’ò,
ché, si ben m’am’a dobbio,
m’è al certo che dobbio.
Om ch’ ama pregio e pò,
più che legger en scola,
Amor valeli pro:
ché più leggero è Po
a passar senza scola
che lo mondo a om pro’
senza Amor, che dà
cor e bisogno da
sprovar valor e forzo;
perché ciascun om, for zo
che briga e travagli’ agia,
se vale, non varrà già.
Amor già per la gioia
che ’nde vegna non laudo,
quanto per lo travaglio
ch’è per aver la gioia
ch’è tal, sua par non l’audo.
Ver’ che vatrria, travaglio,
s’eo la teness’ad agio
ben sempre a meo agio:
poi tutte gioie l’om’à,
varrea, non val oma’;
fallo grand’agio vile,
per che tal gioi’ mal vil’è.
Poso e travaglio mésto,
dato e tolto a modo,
sempre piacere è me,
e. de ciascuno me sto
sì bonamente a modo,
che gran pagamento è ’n me.
E val, sembrami, meglio,
quanto tiso ver’ méglio,
sperar ch’aver d’amica:
ché, poi l’ama, né-mic’à
ver’ che sperava averne,
e de gran state a vern’è,
Scuro saccio che par lo
mio detto, ma’ che parlo
a chi s’entend’ ed ame:
ché lo ’ngegno mio dàme
ch’i’ me pur provi d’onne
mainera, e talento ònne.
Move, canzone, adessa,
vanne ’n Arezzo ad essa
da cui tegno ed ò,
se ’n alcun ben mi do;
e di’ che presto so’
di tornar, se vol, so.
di lei pensar non campo,
ch’ Amor en cor m’atacca.
E tal voler ho d’òèr mo,
com’ di sappar in campo
o di creder a tacca.
E bon sapemi, como
eo n’acquistasse Como;
ma’ che diritto n’ò,
perché’eo non dico no
di lei servir mai di,
dica chi vol: — Maidi! —
Bon ho diritto ‘n somma
s’en amar lei m’aduco
del cor tutt’e dell’alma,
perché’è di valor somma;
e che piacer aduco,
dat’a amor dell’alma
che più m’ama che sé!
Ciò dia saver, che, se
torn’a suo pregio magno,
per me onta no magn’ò,
ché, si ben m’am’a dobbio,
m’è al certo che dobbio.
Om ch’ ama pregio e pò,
più che legger en scola,
Amor valeli pro:
ché più leggero è Po
a passar senza scola
che lo mondo a om pro’
senza Amor, che dà
cor e bisogno da
sprovar valor e forzo;
perché ciascun om, for zo
che briga e travagli’ agia,
se vale, non varrà già.
Amor già per la gioia
che ’nde vegna non laudo,
quanto per lo travaglio
ch’è per aver la gioia
ch’è tal, sua par non l’audo.
Ver’ che vatrria, travaglio,
s’eo la teness’ad agio
ben sempre a meo agio:
poi tutte gioie l’om’à,
varrea, non val oma’;
fallo grand’agio vile,
per che tal gioi’ mal vil’è.
Poso e travaglio mésto,
dato e tolto a modo,
sempre piacere è me,
e. de ciascuno me sto
sì bonamente a modo,
che gran pagamento è ’n me.
E val, sembrami, meglio,
quanto tiso ver’ méglio,
sperar ch’aver d’amica:
ché, poi l’ama, né-mic’à
ver’ che sperava averne,
e de gran state a vern’è,
Scuro saccio che par lo
mio detto, ma’ che parlo
a chi s’entend’ ed ame:
ché lo ’ngegno mio dàme
ch’i’ me pur provi d’onne
mainera, e talento ònne.
Move, canzone, adessa,
vanne ’n Arezzo ad essa
da cui tegno ed ò,
se ’n alcun ben mi do;
e di’ che presto so’
di tornar, se vol, so.
Iginio Ugo Tarchetti
Vorrei saper
Vorrei saper quanti baci fur dati
dal dì che i baci furono inventati:
baci di vecchie e di guancie grinzose,
baci di dame e di volti di rose,
baci di bocche insipide e sdentate,
baci d’amore e di labbra infuocate,
timidi baci e baci di fanciulla,
baci di bimbe che sanno di nulla,
baci lunghi, colpevoli e innocenti,
e doppi baci e baci lunghi ardenti,
baci di fiori, di frondi e di sole,
fetidi baci e baci di viole…
Vorrei saper quanti ne fur scambiati
e a te, fanciulla, averli io tutti dati!
dal dì che i baci furono inventati:
baci di vecchie e di guancie grinzose,
baci di dame e di volti di rose,
baci di bocche insipide e sdentate,
baci d’amore e di labbra infuocate,
timidi baci e baci di fanciulla,
baci di bimbe che sanno di nulla,
baci lunghi, colpevoli e innocenti,
e doppi baci e baci lunghi ardenti,
baci di fiori, di frondi e di sole,
fetidi baci e baci di viole…
Vorrei saper quanti ne fur scambiati
e a te, fanciulla, averli io tutti dati!
Lapo Gianni
Amor, io chero mia donna in domino
Amor, io chero mia donna in domino,
l’Arno, balsamo fino,
le mura di Firenze inarzentate,
le rughe di cristallo lastricate,
fortezze alte merlate,
mio fedel fosse ciaschedun latino;
il mondo in pace, securo il cammino,
non mi noccia vicino;
e l’aira temperata verno e state;
e mille donne e donzelle adornate
sempre d’amor pressate,
meco cantasser la sera e il mattino;
e giardin fruttuosi di gran giro
con grande uccellagione,
pien di condotti d’acqua e cacciagione.
Bel mi trovassi come fu Absalone,
Sansone pareggiassi e Salamone.
Servaggi di barone,
sonar viole, chitarre e canzone;
poscia dover entrar nel ciel empiro.
Giovane, sana, allegra e secura
fosse mia vita fin che il mondo dura.
l’Arno, balsamo fino,
le mura di Firenze inarzentate,
le rughe di cristallo lastricate,
fortezze alte merlate,
mio fedel fosse ciaschedun latino;
il mondo in pace, securo il cammino,
non mi noccia vicino;
e l’aira temperata verno e state;
e mille donne e donzelle adornate
sempre d’amor pressate,
meco cantasser la sera e il mattino;
e giardin fruttuosi di gran giro
con grande uccellagione,
pien di condotti d’acqua e cacciagione.
Bel mi trovassi come fu Absalone,
Sansone pareggiassi e Salamone.
Servaggi di barone,
sonar viole, chitarre e canzone;
poscia dover entrar nel ciel empiro.
Giovane, sana, allegra e secura
fosse mia vita fin che il mondo dura.
Leonardo Sinisgalli
Rue Sainte Walburge
Forse ha battuto più forte
Il tuo cuore dei tacchi del lanciere.
Ti ritorna il frastuono in un odore
Di capelli, i giorni belli
Al moto biondo della Mosa.
Sbiadiscono nella caligine
La strada del borgo, le scritte
Straniere delle insegne, i campi
Dietro le palafitte.
Tu ne ritrovi la traccia
E da uno sbuffo di vapore
Avanza la cara figura d’amore
Quei dolci tacchi battuti sul cuore
E l’ombra calda sulla faccia.
Il tuo cuore dei tacchi del lanciere.
Ti ritorna il frastuono in un odore
Di capelli, i giorni belli
Al moto biondo della Mosa.
Sbiadiscono nella caligine
La strada del borgo, le scritte
Straniere delle insegne, i campi
Dietro le palafitte.
Tu ne ritrovi la traccia
E da uno sbuffo di vapore
Avanza la cara figura d’amore
Quei dolci tacchi battuti sul cuore
E l’ombra calda sulla faccia.
Leonardo Sinisgalli
Ti porterò la mia testa vacante
Ti porterò la mia testa vacante
e tu andrai più dolce di una lacrima
a cercarti un piccolo alveo sotto gli occhi.
Ma così lieve, così arrendevole
che un fiotto di luce ti spazzerà.
e tu andrai più dolce di una lacrima
a cercarti un piccolo alveo sotto gli occhi.
Ma così lieve, così arrendevole
che un fiotto di luce ti spazzerà.
Luciano Erba
Mea minima culpa
Non ho che lana sul petto
per sentire più mia
e più viva la pelle:
come se fossi tu
distesa al sole.
La mano iscurita?
si riposa su colpe senza storia
e vi fa cenno
voi che finite il giorno all’osteria.
per sentire più mia
e più viva la pelle:
come se fossi tu
distesa al sole.
La mano iscurita?
si riposa su colpe senza storia
e vi fa cenno
voi che finite il giorno all’osteria.
Luciano Erba
Nuvole
Per anni ho guardato le nuvole
a oriente di questa terrazza
senza curarmi se fossero
diverse per chi le avesse osservate
da un’altra parte della città.
Ma oggi è un giorno al duale
amo, dunque 10 sono, 10 e te siamo.
“Cara, se guardi sopra Porta Venezia
c’è una nuvola che ha la faccia di Lincoln”.
Lei mi risponde al telefono
“la mia nuvola ha la faccia di Marx”.
Sfrangiate nuvole
restate nuvole!
a oriente di questa terrazza
senza curarmi se fossero
diverse per chi le avesse osservate
da un’altra parte della città.
Ma oggi è un giorno al duale
amo, dunque 10 sono, 10 e te siamo.
“Cara, se guardi sopra Porta Venezia
c’è una nuvola che ha la faccia di Lincoln”.
Lei mi risponde al telefono
“la mia nuvola ha la faccia di Marx”.
Sfrangiate nuvole
restate nuvole!