Poesie di questo tema
Amore romantico
Giorgio Orelli
Ginocchi
Io sono uno studente e studio su una terrazza contro prati in
[pendìo
dove errano galline su cui possono piombare falchetti detti sciss.
Il fucile è qui, accanto a me.
Da un pezzo una ragazza bruna di fuorivia va in altalena, ogni
[poco
mi vengono incontro i suoi ginocchi lucenti.
Fingo di scrivere qualcosa e ad un tratto, nell’attimo che giunge
[alla mia altezza, le chiedo una gomma per cancellare.
Lei subito salta giù, corre in casa, torna fuori e mi dà sorridendo
[una gomma biancicante.
Cancello il bianco e poi col lapis scrivo sulla gomma, in stampatello:
[T’AMO.
La dichiarazione è così netta che arrossisco, l’attenuo fregandovi
[il pollice.
Adesso forse va bene, posso restituire la gomma.
La ragazza scappa in casa, non si fa più vedere.
[pendìo
dove errano galline su cui possono piombare falchetti detti sciss.
Il fucile è qui, accanto a me.
Da un pezzo una ragazza bruna di fuorivia va in altalena, ogni
[poco
mi vengono incontro i suoi ginocchi lucenti.
Fingo di scrivere qualcosa e ad un tratto, nell’attimo che giunge
[alla mia altezza, le chiedo una gomma per cancellare.
Lei subito salta giù, corre in casa, torna fuori e mi dà sorridendo
[una gomma biancicante.
Cancello il bianco e poi col lapis scrivo sulla gomma, in stampatello:
[T’AMO.
La dichiarazione è così netta che arrossisco, l’attenuo fregandovi
[il pollice.
Adesso forse va bene, posso restituire la gomma.
La ragazza scappa in casa, non si fa più vedere.
Giorgio Sommariva
Siando zià
Siando zià fora al ponto de Meian,
la Togna di Borpati, tuta ardìa,
se sdrusse contra mi, sì rebelìa
con fa gi ururi che leva da doman;
e sì me disse: «Dè te dia el bon an,
mescagin me, ti e la toa compagnia!»
E mi ge dissi: «Chi cri – tu che sia?
no – 1 dige mi che ge n’aremo, hahan?
T’è una pustema; tu vo pur doniare
sti fanti citaini, e po me vuò
ancora sovra’l pressio scalefare!»
Ela me disse: «Non te scorezare,
ché te vuò megi che om che vesse ancuò;
s’tu me vuò ben, mo fa-me domandare».
Agna muò el voio fare,
me no so mo s’i suò me-la darà:
consegiame ti, frel, che ge stè in ca’.
la Togna di Borpati, tuta ardìa,
se sdrusse contra mi, sì rebelìa
con fa gi ururi che leva da doman;
e sì me disse: «Dè te dia el bon an,
mescagin me, ti e la toa compagnia!»
E mi ge dissi: «Chi cri – tu che sia?
no – 1 dige mi che ge n’aremo, hahan?
T’è una pustema; tu vo pur doniare
sti fanti citaini, e po me vuò
ancora sovra’l pressio scalefare!»
Ela me disse: «Non te scorezare,
ché te vuò megi che om che vesse ancuò;
s’tu me vuò ben, mo fa-me domandare».
Agna muò el voio fare,
me no so mo s’i suò me-la darà:
consegiame ti, frel, che ge stè in ca’.
Giovan Leone Sempronio
La bella zoppa
Move zoppa gentil piede ineguale,
cui ciascuna ineguale è in esser bella;
e così zoppa ancor, del dio ch’ha l’ale
può l’alate fuggir dure quadrella.
Tal forse era Euridice, o forse tale
era Ciprigna, allor ch’a questa e a quella
morse il candido piè serpe mortale,
punse il candido piè spina rubella.
Consolisi Vulcan; ché se talora
mosse il suo zoppicar Venere a riso,
oggi sa zoppicar Venere ancora.
E certo questa dea,
se il ver m’avviso, solo il tenero piè si torse a l’ora
ch’ella precipitò dal paradiso.
cui ciascuna ineguale è in esser bella;
e così zoppa ancor, del dio ch’ha l’ale
può l’alate fuggir dure quadrella.
Tal forse era Euridice, o forse tale
era Ciprigna, allor ch’a questa e a quella
morse il candido piè serpe mortale,
punse il candido piè spina rubella.
Consolisi Vulcan; ché se talora
mosse il suo zoppicar Venere a riso,
oggi sa zoppicar Venere ancora.
E certo questa dea,
se il ver m’avviso, solo il tenero piè si torse a l’ora
ch’ella precipitò dal paradiso.
Giovanni Berchet
Il trovatore
Va per la selva bruna
Solingo il trovator
Domato dal rigor
Della fortuna.
La faccia sua sì bella
La disfiorò il dolor;
La voce del cantor
Non è più quella.
Ardea nel suo segreto;
E i voti, i lai, l’ardor
Alla canzon d’amor
Fidò indiscreto.
Dal talamo inaccesso
Udillo il suo signor:
L’improvido cantor
Tradì sè stesso. —
Pei dì del giovinetto
Tremò alla donna il cor,
Ignara fino allor
Di tanto affetto.
E supplice al geloso,
Ne contenea il furor:
Bella del proprio onor
Piacque allo sposo.
Rise l’ingenua. Blando
L’accarezzò il signor:
Ma il giovin Trovator
Cacciato è in bando.
De’ cari occhi fatali
Più non vedrà il fulgor,
Non berrà più da lor
L’obblio de’ mali.
Varcò quegli atri muto
Ch’ei rallegrava ognor
Con gl’inni del valor,
Col suo liuto.
Scese — varcò le porte —
Stette — guardolle ancor:
E gli scoppiava il cor
Come per morte. —
Venne alla selva bruna:
Quivi erra il Trovator,
Fuggendo ogni chiaror
Fuor che la luna.
La guancia sua sì bella
Più non somiglia un fior;
La voce del cantor
Solingo il trovator
Domato dal rigor
Della fortuna.
La faccia sua sì bella
La disfiorò il dolor;
La voce del cantor
Non è più quella.
Ardea nel suo segreto;
E i voti, i lai, l’ardor
Alla canzon d’amor
Fidò indiscreto.
Dal talamo inaccesso
Udillo il suo signor:
L’improvido cantor
Tradì sè stesso. —
Pei dì del giovinetto
Tremò alla donna il cor,
Ignara fino allor
Di tanto affetto.
E supplice al geloso,
Ne contenea il furor:
Bella del proprio onor
Piacque allo sposo.
Rise l’ingenua. Blando
L’accarezzò il signor:
Ma il giovin Trovator
Cacciato è in bando.
De’ cari occhi fatali
Più non vedrà il fulgor,
Non berrà più da lor
L’obblio de’ mali.
Varcò quegli atri muto
Ch’ei rallegrava ognor
Con gl’inni del valor,
Col suo liuto.
Scese — varcò le porte —
Stette — guardolle ancor:
E gli scoppiava il cor
Come per morte. —
Venne alla selva bruna:
Quivi erra il Trovator,
Fuggendo ogni chiaror
Fuor che la luna.
La guancia sua sì bella
Più non somiglia un fior;
La voce del cantor
Giovanni Boccaccio
Dal Ninfale fiesolano (strofe 234-245)
Ell’eran già tanto giù per lo colle
gite, ch’eran vicine a quella valle
ch’e’ duo monti divide, quando volle
d’Africo Amor le voglie contentalle,
né più oltre che quel giorno indugiolle,
trovando modo ad effetto menalle;
ché, mentre in tal maniera insieme gieno
nella valle, acqua risonar sentieno.
Né furon guari le ninfe oltre andate,
che trovaron duo ninfe, tutte ignude,
che ‘n un pelago d’acqua erano entrate,
dove l’un monte con l’altro si chiude;
e giunte lì, s’ebbon le gonne alzate,
e tutte quante entrar nell’acque crude,
con l’altre ragionando del bagnare.
«Che faren noi? Voglianci noi spogliare?»
Perch’allor era la maggior calura
che fosse in tutto ’l giorno, e dal diletto
tirate di quell’acqua alla frescura,
e veggendosi sanz’alcun sospetto,
e l’acqua tanto chiara e netta e pura,
diliberaron far com’avean detto,
e per bagnarsi ognuna si spogliava;
e Mensola con Africo parlava,
e si diceva: «O compagna mia cara,
bagnera’ti tu qui con esso noi?»
Africo disse con la boce chiara:
«Compagne mie, i’ farò quel che voi,
né cosa che vogliate mi fia amara».
E tra se stesso si diceva poi:
«S’elle si spoglian tutte, al certo ch’io
non terrò più nascoso il mio disio».
Ed avvisossi di prima lasciarle
tutte spogliar, e poi egli spogliarsi,
acciò che le lor armi adoperarle
contra lui non potessono; ed a trarsi
cominciò lento il vestir, per poi farle,
quando nell’acqua entrasse per bagnarsi,
per vergogna fuggir pe’ boschi via,
e Mensola per forza riterria.
E ’nnanzi che spogliato tutto fosse,
le ninfe eran nell’acqua tutte quante;
e poi spogliato verso lor si mosse,
mostrando tutto ciò ch’avea davante.
Ciascuna delle ninfe si riscosse,
e, con boce paurosa e tremante,
cominciarono urlando: «Omè, omè,
or non vedete voi chi costui è?»
Non altrimenti lo lupo affamato
percuote alla gran turba degli agnelli,
ed un ne piglia e quel se n’ha portato,
lasciando tutti gli altri tapinelli:
ciascun belando fugge spaventato,
pur procacciando di campar le pelli;
così correndo Africo per quell’acque,
sola prese colei che più gli piacque.
E tutte l’altre ninfe molto in fretta
uscir dell’acqua, a’ lor vestir correndo;
né però niuna fu che lì sel metta,
ma coperte con essi via fuggendo,
ché punto l’una l’altra non aspetta,
né mai indietro si givan volgendo;
ma chi qua e chi là si dileguoe,
e ciascuna le sue armi lascioe.
Africo tenea stretta con le braccia
Mensola sua nell’acqua, che piangea,
e basciandole la vergine faccia,
cota’ parole verso lei dicea:
«O dolce la mia vita, non ti spiaccia,
se io t’ho presa, ché Venere iddea
mi t’ha promessa, cuor del corpo mio:
deh, più non pianger, per l’amor di Dio!»
Mensola, le parole non intende
ch’Africo le dicea, ma quanto puote
con quella forza ch’ell’ha si difende,
e fortemente in qua e ’n là si scuote
dalle braccia di colui che l’offende,
bagnandosi di lagrime le gote;
ma nulla le valea forza o difesa,
ch’Africo la tenea pur forte presa.
Per la contesa che facean si desta
tal che prima dormia malinconoso,
e, con superbia rizzando la cresta,
cominciò a picchiar l’uscio furïoso;
e tanto dentro vi diè della testa,
ch’egli entrò dentro, non già con riposo,
ma con battaglia grande ed urlamento
e forse che di sangue spargimento.
Ma poi che messer Mazzone ebbe avuto
Monteficalli, e nel castello entrato,
fu lietamente dentro ricevuto
da que’ che prima l’avean contrastato;
ma poi che molto si fu dibattuto,
per la terra lasciare in buono stato,
per pietà lagrimò, e del castello
uscì poi fuor, umìl più ch’un agnello.
gite, ch’eran vicine a quella valle
ch’e’ duo monti divide, quando volle
d’Africo Amor le voglie contentalle,
né più oltre che quel giorno indugiolle,
trovando modo ad effetto menalle;
ché, mentre in tal maniera insieme gieno
nella valle, acqua risonar sentieno.
Né furon guari le ninfe oltre andate,
che trovaron duo ninfe, tutte ignude,
che ‘n un pelago d’acqua erano entrate,
dove l’un monte con l’altro si chiude;
e giunte lì, s’ebbon le gonne alzate,
e tutte quante entrar nell’acque crude,
con l’altre ragionando del bagnare.
«Che faren noi? Voglianci noi spogliare?»
Perch’allor era la maggior calura
che fosse in tutto ’l giorno, e dal diletto
tirate di quell’acqua alla frescura,
e veggendosi sanz’alcun sospetto,
e l’acqua tanto chiara e netta e pura,
diliberaron far com’avean detto,
e per bagnarsi ognuna si spogliava;
e Mensola con Africo parlava,
e si diceva: «O compagna mia cara,
bagnera’ti tu qui con esso noi?»
Africo disse con la boce chiara:
«Compagne mie, i’ farò quel che voi,
né cosa che vogliate mi fia amara».
E tra se stesso si diceva poi:
«S’elle si spoglian tutte, al certo ch’io
non terrò più nascoso il mio disio».
Ed avvisossi di prima lasciarle
tutte spogliar, e poi egli spogliarsi,
acciò che le lor armi adoperarle
contra lui non potessono; ed a trarsi
cominciò lento il vestir, per poi farle,
quando nell’acqua entrasse per bagnarsi,
per vergogna fuggir pe’ boschi via,
e Mensola per forza riterria.
E ’nnanzi che spogliato tutto fosse,
le ninfe eran nell’acqua tutte quante;
e poi spogliato verso lor si mosse,
mostrando tutto ciò ch’avea davante.
Ciascuna delle ninfe si riscosse,
e, con boce paurosa e tremante,
cominciarono urlando: «Omè, omè,
or non vedete voi chi costui è?»
Non altrimenti lo lupo affamato
percuote alla gran turba degli agnelli,
ed un ne piglia e quel se n’ha portato,
lasciando tutti gli altri tapinelli:
ciascun belando fugge spaventato,
pur procacciando di campar le pelli;
così correndo Africo per quell’acque,
sola prese colei che più gli piacque.
E tutte l’altre ninfe molto in fretta
uscir dell’acqua, a’ lor vestir correndo;
né però niuna fu che lì sel metta,
ma coperte con essi via fuggendo,
ché punto l’una l’altra non aspetta,
né mai indietro si givan volgendo;
ma chi qua e chi là si dileguoe,
e ciascuna le sue armi lascioe.
Africo tenea stretta con le braccia
Mensola sua nell’acqua, che piangea,
e basciandole la vergine faccia,
cota’ parole verso lei dicea:
«O dolce la mia vita, non ti spiaccia,
se io t’ho presa, ché Venere iddea
mi t’ha promessa, cuor del corpo mio:
deh, più non pianger, per l’amor di Dio!»
Mensola, le parole non intende
ch’Africo le dicea, ma quanto puote
con quella forza ch’ell’ha si difende,
e fortemente in qua e ’n là si scuote
dalle braccia di colui che l’offende,
bagnandosi di lagrime le gote;
ma nulla le valea forza o difesa,
ch’Africo la tenea pur forte presa.
Per la contesa che facean si desta
tal che prima dormia malinconoso,
e, con superbia rizzando la cresta,
cominciò a picchiar l’uscio furïoso;
e tanto dentro vi diè della testa,
ch’egli entrò dentro, non già con riposo,
ma con battaglia grande ed urlamento
e forse che di sangue spargimento.
Ma poi che messer Mazzone ebbe avuto
Monteficalli, e nel castello entrato,
fu lietamente dentro ricevuto
da que’ che prima l’avean contrastato;
ma poi che molto si fu dibattuto,
per la terra lasciare in buono stato,
per pietà lagrimò, e del castello
uscì poi fuor, umìl più ch’un agnello.
Giovanni Camerana
Il velo nero
Sogno e medito e invidio il velo nero,
il vel che avvolge la tua faccia pallida,
che recinge la tua testa ineffabile;
sogno e medito e invidio il velo nero!
Felice il vel, perché ti bacia e tocca,
perché freme del tuo fiato al tepore;
felice il vel, beato il tenebrore,
felice il velo che ti bacia e tocca!
Felice l’ora che non verrà mai
di sentir fra le mie convulse mani
il vel, il viso ed i capelli strani!
Ora infinita che non verrà mai!
Il velo, il viso e gli strani capelli,
i capelli d’abisso e di fuligine
negri cotanto da parer cerulei!
Il velo, il viso e gli strani capelli!
Ora infinita e grigia dei tramonti
d’autunno! Il velo soffuso di stille
di nebbia, e gli occhi vibranti faville,
tigre fatal nel grigio dei tramonti.
Io, più raggiante che un levar di sole,
ti coprirei di baci e di carezze,
ti morderei nelle più estreme ebbrezze,
io più raggiante che un levar di sole!
Gli occhi, la testa bella, il velo nero,
i capelli d’abisso e di fuligine,
tutte del corpo tuo le arcane tenebre!
Sogno e medito e invidio il velo nero.
il vel che avvolge la tua faccia pallida,
che recinge la tua testa ineffabile;
sogno e medito e invidio il velo nero!
Felice il vel, perché ti bacia e tocca,
perché freme del tuo fiato al tepore;
felice il vel, beato il tenebrore,
felice il velo che ti bacia e tocca!
Felice l’ora che non verrà mai
di sentir fra le mie convulse mani
il vel, il viso ed i capelli strani!
Ora infinita che non verrà mai!
Il velo, il viso e gli strani capelli,
i capelli d’abisso e di fuligine
negri cotanto da parer cerulei!
Il velo, il viso e gli strani capelli!
Ora infinita e grigia dei tramonti
d’autunno! Il velo soffuso di stille
di nebbia, e gli occhi vibranti faville,
tigre fatal nel grigio dei tramonti.
Io, più raggiante che un levar di sole,
ti coprirei di baci e di carezze,
ti morderei nelle più estreme ebbrezze,
io più raggiante che un levar di sole!
Gli occhi, la testa bella, il velo nero,
i capelli d’abisso e di fuligine,
tutte del corpo tuo le arcane tenebre!
Sogno e medito e invidio il velo nero.
Giovanni Giudici
Alla beatrice
Beatrice sui tuoi seni io ci sto alla finestra
arrampicato su una scala di corda
affacciato dal fuori in posizione precaria
dentro i tuoi occhi celeste vetro
dentro i tuoi vizi capitali
dentro i tuoi tremori e mali
Beatrice sui tuoi seni io ci sto a spiare
ciò che fanno seduti intorno a un tavolo
i tuoi pensieri su sedie di paglia
ospiti appena arrivati o sul punto di partire
raccolti sotto la lampada gialla
uno che ride uno che ascolta e uno che parla
Beatrice dai tuoi seni io guardo dentro la casa
dalla notte esteriore superstite luce
nella selva selvaggia che a te conduce
dalla padella alla brace
estrema escursione termica che mi resta
più fuoco per me tua minestra
Beatrice – costruttrice
della mia beatitudine infelice
Beatrice dai tuoi seni io vengo a esplorare com’è
la stanza dove abitare
se convenienti vi siano i servizi
e sufficiente l’ordine prima di entrare
se il letto sia di giusta misura
per l’amore secondo natura.
Beatrice dunque di essi non devi andare superba
più che dell’erba il prato su cui ci sdraiamo
potrebbero essere stracci non ostentarli
per tesori da schiudere a viste meravigliate
i tuoi semplici beni di utilità strumentale
mi servono da davanzale
Beatrice – dal verbo beare
nome comune singolare
arrampicato su una scala di corda
affacciato dal fuori in posizione precaria
dentro i tuoi occhi celeste vetro
dentro i tuoi vizi capitali
dentro i tuoi tremori e mali
Beatrice sui tuoi seni io ci sto a spiare
ciò che fanno seduti intorno a un tavolo
i tuoi pensieri su sedie di paglia
ospiti appena arrivati o sul punto di partire
raccolti sotto la lampada gialla
uno che ride uno che ascolta e uno che parla
Beatrice dai tuoi seni io guardo dentro la casa
dalla notte esteriore superstite luce
nella selva selvaggia che a te conduce
dalla padella alla brace
estrema escursione termica che mi resta
più fuoco per me tua minestra
Beatrice – costruttrice
della mia beatitudine infelice
Beatrice dai tuoi seni io vengo a esplorare com’è
la stanza dove abitare
se convenienti vi siano i servizi
e sufficiente l’ordine prima di entrare
se il letto sia di giusta misura
per l’amore secondo natura.
Beatrice dunque di essi non devi andare superba
più che dell’erba il prato su cui ci sdraiamo
potrebbero essere stracci non ostentarli
per tesori da schiudere a viste meravigliate
i tuoi semplici beni di utilità strumentale
mi servono da davanzale
Beatrice – dal verbo beare
nome comune singolare
Giovanni Giudici
I. 1 Minne — mia binarietà
Minne — mia binarietà
E mio affondante errore:
La vita pagar con la vita
Per amore morir d’amore —
Bifida remigando dalla chiostra
La lingua dolcissima vostra
Fumo e solfo d’inverno è sommo bene
Nostra disperazione la speranza
Midons — come a Padova
Immobile incessante va-e-viene
Su vana sfera la pazza Incostanza —
Essenzialmente per non darvi dolore
Essenzialmente
Io vi davo dolore
IL. 10
Se sono o se non sono
E mio affondante errore:
La vita pagar con la vita
Per amore morir d’amore —
Bifida remigando dalla chiostra
La lingua dolcissima vostra
Fumo e solfo d’inverno è sommo bene
Nostra disperazione la speranza
Midons — come a Padova
Immobile incessante va-e-viene
Su vana sfera la pazza Incostanza —
Essenzialmente per non darvi dolore
Essenzialmente
Io vi davo dolore
IL. 10
Se sono o se non sono
Giovanni Giudici
II. 10 Se sono o se non sono
Io non conosco più — voi lo saprete
Se questa non finita
A inseguirvi inseguirmi fu la vita:
Però come d’infanti
Poche migliaia di ore
A contendersi un troppo ingordo amore —
E se alle labbra miei sospiri estremi
Già adesso non tergete
Ultime mie vilissime monete:
Fu nostra parte il nero della stiva
Ansimando su e giù
Alla galera al remo alla deriva:
Aber du —
Se questa non finita
A inseguirvi inseguirmi fu la vita:
Però come d’infanti
Poche migliaia di ore
A contendersi un troppo ingordo amore —
E se alle labbra miei sospiri estremi
Già adesso non tergete
Ultime mie vilissime monete:
Fu nostra parte il nero della stiva
Ansimando su e giù
Alla galera al remo alla deriva:
Aber du —
Giovanni Giudici
IV. 3 Vi amai sì per paura
Di maleficio e sciagura :
Un popolo di cani
Fu il mio — trasfigurato
Alla mia trista spoglia in vostre mani:
Da voi tenni blandizie avaro nido
Reo di me stesso sempre castigato
Però diverso asilo avendo infido —
A ubbidire creato
A darvi guida e scorta
Io che balzavo al vostro secco grido
Vivo di voi sognata in sogno morta:
Come colui che fedelmente crede
Nella più falsa fede
Un popolo di cani
Fu il mio — trasfigurato
Alla mia trista spoglia in vostre mani:
Da voi tenni blandizie avaro nido
Reo di me stesso sempre castigato
Però diverso asilo avendo infido —
A ubbidire creato
A darvi guida e scorta
Io che balzavo al vostro secco grido
Vivo di voi sognata in sogno morta:
Come colui che fedelmente crede
Nella più falsa fede
Giovanni Giudici
Senza titolo
Perché con occhi chiusi?
Perché con bocca che non parla?
Voglio guardarti, voglio nominarti.
Voglio fissarti e toccarti:
Mio sentirmi che ti parlo,
Mio vedermi che ti vedo.
Dirti – sei questa cosa hai questo nome.
Al canto che tace non credo.
Così in me ti distruggo.
Non sarò, tu sarai:
Ti inseguo e ti sfuggo,
Bella vita che te ne vai.
Perché con bocca che non parla?
Voglio guardarti, voglio nominarti.
Voglio fissarti e toccarti:
Mio sentirmi che ti parlo,
Mio vedermi che ti vedo.
Dirti – sei questa cosa hai questo nome.
Al canto che tace non credo.
Così in me ti distruggo.
Non sarò, tu sarai:
Ti inseguo e ti sfuggo,
Bella vita che te ne vai.
Giovanni Giudici
Tanto giovane
«Tanto giovane e tanto puttana»:
ciài la nomina e forse non è
colpa tua – è la maglia di lana
nera e stretta che sparla di te.
E la bocca ride agra:
ma come ti morde il cuore
sa chi t’ha vista magra
farti le trecce per fare l’amore.
ciài la nomina e forse non è
colpa tua – è la maglia di lana
nera e stretta che sparla di te.
E la bocca ride agra:
ma come ti morde il cuore
sa chi t’ha vista magra
farti le trecce per fare l’amore.
Giovanni Giudici
Umetta alle labbra
Umetta alle labbra il refe!
Per qui passeremo
Benigna pantomima
Duplice lama di perfidia e fiore —
Entrate anni intercorsi
Orpello di paura
Al mio codardo amore
Perché vi ricongiungo?
E da qual punto seguitarvi ancora?
O mio sole mani sorto
Che fra un ridere diabolus e un sospiro
Mi chiami al bel tramonto:
Non è un trofeo — rispondo
Il tuo vello di buio.
Per qui passeremo
Benigna pantomima
Duplice lama di perfidia e fiore —
Entrate anni intercorsi
Orpello di paura
Al mio codardo amore
Perché vi ricongiungo?
E da qual punto seguitarvi ancora?
O mio sole mani sorto
Che fra un ridere diabolus e un sospiro
Mi chiami al bel tramonto:
Non è un trofeo — rispondo
Il tuo vello di buio.
Giovanni Meli
Lu pettu
Ntra ssu pittuzzu amabili,
ortu di rosi e ciuri,
dui mazzuneddi Amuri
cu li soi manu fa.
Ci spruzza poi cu l’ali
li fiocchi di la nivi,
’ntriccia li vini e scrivi:
Lu paradisu è ccà.
Ma un’importuna nuvula
m’ottenebra lu celu:
appena ntra lu velu
na spiragghiedda c’è.
Armata d’una spìngula,
chi pari na laparda,
modestia si lu guarda:
ch’è rigurusa, ohimè!
Un Amurinu affabili
l’ammutta a jiri a mia,
ma l’àutru, oh tirannia!
turnari poi lu fa;
pietusu a li mei lagrimi,
chiddu lu spinci arrèri,
ma torna poi ’nnarrèri,
e sempri veni e va.
Li sguardi si sammuzzanu
ntra dda spiragghia nica,
ed idda li nutrica,
li pasci quantu pò;
idda la menti guida
a li biddizzi arcani,
nni teni vivi e sani
lu sulu aiutu so.
Si mai sintisti affettu,
o Zefiru amurusu,
lu velu suspittusu
allarga un pocu chiù;
e si lu to nun basta
alitu dilicatu,
pìgghiati lu miu ciatu,
e servitìnni tu.
ortu di rosi e ciuri,
dui mazzuneddi Amuri
cu li soi manu fa.
Ci spruzza poi cu l’ali
li fiocchi di la nivi,
’ntriccia li vini e scrivi:
Lu paradisu è ccà.
Ma un’importuna nuvula
m’ottenebra lu celu:
appena ntra lu velu
na spiragghiedda c’è.
Armata d’una spìngula,
chi pari na laparda,
modestia si lu guarda:
ch’è rigurusa, ohimè!
Un Amurinu affabili
l’ammutta a jiri a mia,
ma l’àutru, oh tirannia!
turnari poi lu fa;
pietusu a li mei lagrimi,
chiddu lu spinci arrèri,
ma torna poi ’nnarrèri,
e sempri veni e va.
Li sguardi si sammuzzanu
ntra dda spiragghia nica,
ed idda li nutrica,
li pasci quantu pò;
idda la menti guida
a li biddizzi arcani,
nni teni vivi e sani
lu sulu aiutu so.
Si mai sintisti affettu,
o Zefiru amurusu,
lu velu suspittusu
allarga un pocu chiù;
e si lu to nun basta
alitu dilicatu,
pìgghiati lu miu ciatu,
e servitìnni tu.
Giovanni Raboni
Ah, le tue scollature
Ah, le tue scollature: immaginare
la cosa che non pare,
la brusca, invisibile ascesa.
la cosa che non pare,
la brusca, invisibile ascesa.
Giulio Cesare Cortese
A le zizze de Cecca
Chesse zizzelle, o Cecca, a chisto core
me fanno a buojne cchiù na grossa guerra.
Ma zizze no: song’otre, addove Ammore
ogne nsospiro mio nce mpizza e nzerra.
O so’ zampogne? O songo, a lo jancore,
cocozze fatte a sse padule n terra?
O vessiche de nzogna a lo sapore?
O songo doje cognòle de la Cerra?
O so’ pallune chisse, e so’ abbottate
da l’acqua de sto chianto e da lo viento
de li sospire mieie tanto arraggiate?
Overo ognuna è bèrtola o visaccia?
Ammore, si vuoje ch’esca da trommiento,
o fa’ che l’aggia ncuollo, o l’aggia mbraccia.
me fanno a buojne cchiù na grossa guerra.
Ma zizze no: song’otre, addove Ammore
ogne nsospiro mio nce mpizza e nzerra.
O so’ zampogne? O songo, a lo jancore,
cocozze fatte a sse padule n terra?
O vessiche de nzogna a lo sapore?
O songo doje cognòle de la Cerra?
O so’ pallune chisse, e so’ abbottate
da l’acqua de sto chianto e da lo viento
de li sospire mieie tanto arraggiate?
Overo ognuna è bèrtola o visaccia?
Ammore, si vuoje ch’esca da trommiento,
o fa’ che l’aggia ncuollo, o l’aggia mbraccia.
Giuseppe Belli
L’incisciature
Che sscenufreggi, ssciupi, strusci e ssciatti!
Che ssonajjera d’inzeppate a ssecco!
Iggni bbotta, peccrisse, annava ar lecco:
soffiamio tutt’e ddua come ddu’ gatti.
L’occhi invetriti peggio de li matti:
sempre pelo co ppelo, e bbecc’a bbecco.
Viè e nun vienì, fà e ppijja, ecco e nnun ecco;
e ddajje, e spiggne, e incarca, e striggni e sbatti.
Un po’ ppiù cche ddurava stamio grassi!
Ché ddoppo avé ffinito er giucarello
restassimo intontiti com’e ssassi.
È un gran gusto er fregà! ma ppe ggodello
più a cciccio, ce vorìa che ddiventassi
Giartruda tutta sorca, io tutt’uscello.
Che ssonajjera d’inzeppate a ssecco!
Iggni bbotta, peccrisse, annava ar lecco:
soffiamio tutt’e ddua come ddu’ gatti.
L’occhi invetriti peggio de li matti:
sempre pelo co ppelo, e bbecc’a bbecco.
Viè e nun vienì, fà e ppijja, ecco e nnun ecco;
e ddajje, e spiggne, e incarca, e striggni e sbatti.
Un po’ ppiù cche ddurava stamio grassi!
Ché ddoppo avé ffinito er giucarello
restassimo intontiti com’e ssassi.
È un gran gusto er fregà! ma ppe ggodello
più a cciccio, ce vorìa che ddiventassi
Giartruda tutta sorca, io tutt’uscello.
Giuseppe Belli
Nunziata e ’r caporale; o contentete de l’onesto
Titta, lasseme annà: che!, nun te bbasta
de scolà er nerbo scincue vorte e mmezza?
Vo’ un bascio? tièllo: vói ’n’antra carezza?…
Ahà! da capo cor tastamme! oh ttasta.
Ma tte stai fermo? Mica sò dde pasta,
che mme smaneggi: mica sò mmonnezza.
Me farai diventà ’na pera-mezza!
Eppuro te n’ho ddata una catasta!
E pper un giulio tutto sto strapazzo?
Ma si mme vedi ppiù pe Ppiazza Sora…
Oh wia, famme cropì, cc’ho ffreddo, cazzo!
Manco male! Oh mmò ppaga. Uh, ancora tremo!
Addio: lasseme annà a le cuarantora,
e oggi, si Ddio vò, cciarivedemo.
de scolà er nerbo scincue vorte e mmezza?
Vo’ un bascio? tièllo: vói ’n’antra carezza?…
Ahà! da capo cor tastamme! oh ttasta.
Ma tte stai fermo? Mica sò dde pasta,
che mme smaneggi: mica sò mmonnezza.
Me farai diventà ’na pera-mezza!
Eppuro te n’ho ddata una catasta!
E pper un giulio tutto sto strapazzo?
Ma si mme vedi ppiù pe Ppiazza Sora…
Oh wia, famme cropì, cc’ho ffreddo, cazzo!
Manco male! Oh mmò ppaga. Uh, ancora tremo!
Addio: lasseme annà a le cuarantora,
e oggi, si Ddio vò, cciarivedemo.
Giuseppe Conte
Metamorfosi d’amore
Though they sink through the
sea they shall rise again;
Though lovers be lost love shall
not.
Dylan Thomas, «And death
shall have no dominion»
Giuseppe era il mio nome di
cristiano, ora non ho più nome: sono
api e lucertole, pietre e mimose, il
mare: lei non mi potrà riconoscere.
Lei non mi potrà più dire: amore.
Potremo volare insieme all’alveare
del sole, vicini e sconosciuti, rovinare
in frane da sentieri scoscesi sulle spiagge
rocciose, essere due conchiglie nel silenzio
del fondale.
sea they shall rise again;
Though lovers be lost love shall
not.
Dylan Thomas, «And death
shall have no dominion»
Giuseppe era il mio nome di
cristiano, ora non ho più nome: sono
api e lucertole, pietre e mimose, il
mare: lei non mi potrà riconoscere.
Lei non mi potrà più dire: amore.
Potremo volare insieme all’alveare
del sole, vicini e sconosciuti, rovinare
in frane da sentieri scoscesi sulle spiagge
rocciose, essere due conchiglie nel silenzio
del fondale.
Giuseppe Giusti
La molla magnetica
Amore è morto al mondo, e par che dorma,
per quello che ne pensano parecchi:
io poi so che prepara una riforma,
e che, noiato degli arnesi vecchi,
buttò nel fuoco il solit’arco, e invece
udite, donne mie, che diavol fece.
Piccola molla immaginò, che mossa
scatta veloce e lungamente oscilla,
propagando quel moto e quella scossa,
come se fosse elettrica scintilla,
e per virtù simpatica o magnetica
il sistema nervoso urta e solletica.
Questa poi qua e là nel corpo umano
in mille parti, in mille modi ascose,
nei piedi a questo, a quello in una mano,
a chi più su, a chi più giù la pose;
uno l’ebbe di dentro, uno di fuori,
uno davanti, un altro a posteriori.
Poi legar seppe e combinar sì bene
le fibre con la molla in armonia,
che come il sangue al cuor va per le vene
e refluisce per contraria via,
così da quella il moto ai sensi dentro
passa, e ritorna dalle parti al centro.
Scatta la molla, e una dolcezza, un tremito
serpe occulto per l’ossa e per la fibra
e lieve lieve con soave fremito
le corde del piacere allenta e vibra;
e il cor che in tanta voluttà si scuote
si palesa per gli occhi e per le gote.
Il segreto d’amore, il talismano
che gli effetti fa sorgere ad un tratto,
e della simpatia tutto l’arcano,
consiste unicamente in quello scatto;
in quello scatto magico gradito,
che non si’ntende se non è sentito.
Tocchi la molla all’idolo adorato,
chi desia dell’amor gustare il frutto;
la donna ama quel tocco, ed è provato
che toccata la molla, è fatto tutto;
ma docile in amor non la sperate,
se la molla fatal non le toccate.
E a dirla, questa molla è un certo arnese,
che quando non è messa in pelle in pelle,
non si può venir subito alle prese,
e si dà facilmente in ciampanelle;
spesse volte trovandosi a contrasto
è meglio chiuder gli occhi e andare al tasto.
Gran destrezza ci vuole, e un po’ di flemma,
e mano esercitata e faccia tosta,
entrando in giuoco, usar lo strattagemma
colle figure di tentar la posta:
scartare i setti: se il profitto è poco,
passar la mano ed aspettar buon giuoco.
Vi narrerò il casetto d’un amico,
che non è punto uno stinco di santo;
lo dice a tutti, e anch’io però lo dico;
poi finirò, per non noiarvi tanto:
con le parole sue lo metto qui.
Gliel’ho sentito raccontar così:
«Vado al ballo una sera, e trovo pieno
di gente d’ogni risma e d’ogni conio:
v’era Gigia fra le altre, un capo ameno,
più armeggiona e più furba del demonio:
tale insomma, e lo sa chi la conobbe,
da far perder la flemma ancora a Giobbe.
Era la sala il consueto buco:
ed io che non so stare a quella pigia,
mi ritiro in un canto e m’introduco
a un tavolino di bambara: Gigia,
confusa fra quel turbine di gente,
ballava e schiamazzava allegramente.
Stanca poi di ballar, questa monella
entra in gioco e si pianta a canto a me;
io restava sull’angolo, e la bella
a destra mi sedea sul canapè,
di modo che fra l’uno e l’altro posto
un piè del tavolino era frapposto.
Io la guardava attento e almanaccava,
cercando un mezzo d’entrare in materia:
accorta della ragia, essa giocava
squadrandomi sott’occhio, e seria seria
tirava avanti come niente fosse.
Io non potendo più stare alle mosse:
‘Madama’, cominciai, ‘come le va?’
‘Male, ma male assai: da questa parte
c’è proprio la sperpetua. Eh! già si sa,
chi ha fortuna in amor non giochi a carte.’
‘Che! come c’entra? Eppur sarà così,
animo, lesto, scarti e badi lì.’
‘Mi creda’, seguitai, ‘tanta beltà…’
‘La prego a risparmiarsi il complimento.’
‘Oh non è complimento, è verità.’
‘Sarà come le piace; animo, attento.’
‘Se non bado a giuocar son compatibile.
Così vicino a lei com’è possibile?
Ma Gigia a muso duro, attenta al giuoco,
o delle frasi mie non soddisfatta,
non mi volea badar punto né poco;
parlava agli altri, faceva l’astratta.
Piccato da quell’aria altera e stramba,
strinsi l’assedio ed allungai la gamba.
Trovai duro e pigiai: bene, per bacco!
dissi dentro di me, dunque ci sta;
e replicando l’amoroso attacco,
ci messi tanta forza ed ansietà,
che il tavolin si mosse e fece cricche,
ed io rimasi lì come Berlicche.
Tremarono i doppieri e le candele,
e dimandaron tutti: o cos’è stato?
Io confuso mi vôlsi alla crudele,
confessando cogli occhi il mio peccato,
e vidi che si scosse e si riscosse,
coi labbri bianchi e colle gote rosse.
Tossì, m’urtò col gomito sinistro,
e brontolando non so che parola,
volle sdegnarsi, ma mutò registro,
perché le prese il rantolo alla gola;
la bussola perdette, e dal piacere
gettava a monti i goffi e le primiere».
Signori, io non ne sto mallevadore,
sarà vero, sarà una spacconata;
ma in sostanza, s’ei fece il bell’umore,
quella restò lì quasi incantata,
d’amor fu tutto il merito o la colpa,
che le pose la molla in una polpa.
È pur la bella cosa un tavolino!
Di sopra carte in mano e indifferenza,
si giuoca di sottecche a ginocchino,
e il ginocchio contiene un’eloquenza,
che non riesce a prender la migliore
in tutta la Rettorica d’Amore.
Sicché, tornando a quel che vi dicea,
non è la molla un sogno o un ammennicolo;
anzi, donne mie care, ho nell’idea,
che guardando la cosa a perpendicolo,
voi pur gli scatti, senza far misteri,
ne risentiste spesso e volentieri.
Ma a dir la verità, trovarne il guado
non è impresa sì facile e ordinaria.
Io pure ho la mia molla e non di rado
qualcuna me la fa saltare all’aria.
O il posto? Oh il posto, a dirvela, lo so,
ma non voglio insegnarvi dove l’ho.
Forse taluno non vedrà, perché
debba costar sì gran difficoltà
l’occulta molla a indovinar dov’è:
al primo cercator s’asconderà;
ma se una volta ritrovata fu,
a chi vien dopo non si cela più.
Sappiate che al mutar della stagione
si soffre di vertigini, e nel male
la macchina patisce e si scompone;
la molla del conquasso universale
scatta violentemente e di nascosto
o si storce, o si rompe, o muta posto.
Nel loco ov’era, indura la cotenna,
e ne riman la fibra intorpidita,
e se l’urta taluno o la tentenna,
non si fa viva al tocco delle dita.
Oh quanti, oh quanti han fatta la frittata,
perché la molla a un tratto è ritirata!
Ecco, donne, la causa, ecco il motivo
delle vostre pretese infedeltà:
quando un uomo non tocca più sul vivo,
via, confessiamo il ver, che se ne fa?
Esso al destino si rassegni, e poi
s’inquieti con la molla e non con voi.
Inoltre quella molla non ha sempre,
operando lo scatto, un’egual norma;
anzi varia ogni poco, ed alle tempre
del corpo ov’è celata s’uniforma;
e da questo fenomeno deriva
che in certi corpi è più o meno attiva.
V’è ancor chi non ha molla, o se pur l’ha
si muove appena e i nervi non irrita;
questo poi non so dirvi come va:
di certo sarà fessa o arrugginita:
ognuno al nascer suo l’ha salda e netta,
ma se si guasta poi non si rassetta.
C’è Crezia che n’ha due. Vi guardi Iddio
da Crezia; gira, strepita, gestisce,
e ognun dice: Crezina è tutta brio;
e la cagione poi non si capisce;
è quel doppio scattar la vera causa
che alla Crezia non dà requie né pausa.
E qui, come in parentesi, si osservi,
che nelle donne i brividi, le smanie,
i pallori, le scosse, il mal di nervi,
e isterismi e sbadigli ed emicranie,
attribuite un tempo a Silfi e Gnomi,
son di molla diagnostici e sintòmi.
Conosco finalmente alcune tali
che n’hanno per lo meno una dozzina;
ma nello scatto son deboli e frali;
altrimenti sarebbe una rovina:
servono a mantener l’animo desto,
ma gli effetti che fanno passan presto.
O giovinetti, che in amor bramate
di far breccia alle prime e senza pene,
queste che han tante molle stuzzicate,
e vi assicuro che farete bene;
perché senza timore e gelosia
si dà una toccatina e si va via.
Qui se mi dice alcun: come si fa
dunque a trovar la macchina fatale?
Risponderò che io stesso in verità
sudo a trovarla e ci riesco male:
solo ho sentito dir che dal colore
se ne giudica il moto ed il valore.
Le bianche l’hanno debole; le rosse
così così; le pallide incrinata,
ma buona per resistere alle scosse;
le brune hanno una molla indiavolata,
che non c’è versi di farle andar piano,
da far proprio cascar il pan di mano.
Sicché nel petto l’abbiano o nell’anche,
o interna, o a fior di pelle, o sopra o sotto,
bisogna andar di passo colle bianche,
colle rosse anderai di mezzo trotto;
va’ di galoppo con quelle di cera
pallida, e con le brune di carriera.
Ma non solo alle donne in questo mondo
giova toccar la molla, e corre voce
che spesso un ciarlatano, un vagabondo
toccò la molla e guadagnò la croce:
io però non l’ho visto, e in questo caso
seguo la teoria di San Tommaso.
Ma ho visto un cameriere ignudo e bruco,
toccar la molla e diventar patrizio;
toccarla agli scrocconi un ricco ciuco,
e passar per un uomo di giudizio;
toccarla l’abatino a Monsignore,
e doventar Canonico o Priore.
Da queste anomalie sovente è nato
il vincolo d’amor, la simpatia
che lega l’imbecille al letterato,
che ravvicina il nobile alla spia,
che unisce bacchettoni e sensuali,
e accorda sanfedisti e liberali.
Però se misti e dispari coi pari
vedrete casualmente alla giornata,
deh! non fate giudizi temerari:
è la molla toccata e ritoccata
che produce così, senza malizia,
la reciproca fede e l’amicizia.
Tocchiam la molla, il resto non importa.
Beati quelli che la molla imbroccano!
Che in somma delle somme, a farla corta,
o si tocca la molla o ce la toccano.
Donne mie belle, se pietose siete,
diteci in carità dove l’avete.
per quello che ne pensano parecchi:
io poi so che prepara una riforma,
e che, noiato degli arnesi vecchi,
buttò nel fuoco il solit’arco, e invece
udite, donne mie, che diavol fece.
Piccola molla immaginò, che mossa
scatta veloce e lungamente oscilla,
propagando quel moto e quella scossa,
come se fosse elettrica scintilla,
e per virtù simpatica o magnetica
il sistema nervoso urta e solletica.
Questa poi qua e là nel corpo umano
in mille parti, in mille modi ascose,
nei piedi a questo, a quello in una mano,
a chi più su, a chi più giù la pose;
uno l’ebbe di dentro, uno di fuori,
uno davanti, un altro a posteriori.
Poi legar seppe e combinar sì bene
le fibre con la molla in armonia,
che come il sangue al cuor va per le vene
e refluisce per contraria via,
così da quella il moto ai sensi dentro
passa, e ritorna dalle parti al centro.
Scatta la molla, e una dolcezza, un tremito
serpe occulto per l’ossa e per la fibra
e lieve lieve con soave fremito
le corde del piacere allenta e vibra;
e il cor che in tanta voluttà si scuote
si palesa per gli occhi e per le gote.
Il segreto d’amore, il talismano
che gli effetti fa sorgere ad un tratto,
e della simpatia tutto l’arcano,
consiste unicamente in quello scatto;
in quello scatto magico gradito,
che non si’ntende se non è sentito.
Tocchi la molla all’idolo adorato,
chi desia dell’amor gustare il frutto;
la donna ama quel tocco, ed è provato
che toccata la molla, è fatto tutto;
ma docile in amor non la sperate,
se la molla fatal non le toccate.
E a dirla, questa molla è un certo arnese,
che quando non è messa in pelle in pelle,
non si può venir subito alle prese,
e si dà facilmente in ciampanelle;
spesse volte trovandosi a contrasto
è meglio chiuder gli occhi e andare al tasto.
Gran destrezza ci vuole, e un po’ di flemma,
e mano esercitata e faccia tosta,
entrando in giuoco, usar lo strattagemma
colle figure di tentar la posta:
scartare i setti: se il profitto è poco,
passar la mano ed aspettar buon giuoco.
Vi narrerò il casetto d’un amico,
che non è punto uno stinco di santo;
lo dice a tutti, e anch’io però lo dico;
poi finirò, per non noiarvi tanto:
con le parole sue lo metto qui.
Gliel’ho sentito raccontar così:
«Vado al ballo una sera, e trovo pieno
di gente d’ogni risma e d’ogni conio:
v’era Gigia fra le altre, un capo ameno,
più armeggiona e più furba del demonio:
tale insomma, e lo sa chi la conobbe,
da far perder la flemma ancora a Giobbe.
Era la sala il consueto buco:
ed io che non so stare a quella pigia,
mi ritiro in un canto e m’introduco
a un tavolino di bambara: Gigia,
confusa fra quel turbine di gente,
ballava e schiamazzava allegramente.
Stanca poi di ballar, questa monella
entra in gioco e si pianta a canto a me;
io restava sull’angolo, e la bella
a destra mi sedea sul canapè,
di modo che fra l’uno e l’altro posto
un piè del tavolino era frapposto.
Io la guardava attento e almanaccava,
cercando un mezzo d’entrare in materia:
accorta della ragia, essa giocava
squadrandomi sott’occhio, e seria seria
tirava avanti come niente fosse.
Io non potendo più stare alle mosse:
‘Madama’, cominciai, ‘come le va?’
‘Male, ma male assai: da questa parte
c’è proprio la sperpetua. Eh! già si sa,
chi ha fortuna in amor non giochi a carte.’
‘Che! come c’entra? Eppur sarà così,
animo, lesto, scarti e badi lì.’
‘Mi creda’, seguitai, ‘tanta beltà…’
‘La prego a risparmiarsi il complimento.’
‘Oh non è complimento, è verità.’
‘Sarà come le piace; animo, attento.’
‘Se non bado a giuocar son compatibile.
Così vicino a lei com’è possibile?
Ma Gigia a muso duro, attenta al giuoco,
o delle frasi mie non soddisfatta,
non mi volea badar punto né poco;
parlava agli altri, faceva l’astratta.
Piccato da quell’aria altera e stramba,
strinsi l’assedio ed allungai la gamba.
Trovai duro e pigiai: bene, per bacco!
dissi dentro di me, dunque ci sta;
e replicando l’amoroso attacco,
ci messi tanta forza ed ansietà,
che il tavolin si mosse e fece cricche,
ed io rimasi lì come Berlicche.
Tremarono i doppieri e le candele,
e dimandaron tutti: o cos’è stato?
Io confuso mi vôlsi alla crudele,
confessando cogli occhi il mio peccato,
e vidi che si scosse e si riscosse,
coi labbri bianchi e colle gote rosse.
Tossì, m’urtò col gomito sinistro,
e brontolando non so che parola,
volle sdegnarsi, ma mutò registro,
perché le prese il rantolo alla gola;
la bussola perdette, e dal piacere
gettava a monti i goffi e le primiere».
Signori, io non ne sto mallevadore,
sarà vero, sarà una spacconata;
ma in sostanza, s’ei fece il bell’umore,
quella restò lì quasi incantata,
d’amor fu tutto il merito o la colpa,
che le pose la molla in una polpa.
È pur la bella cosa un tavolino!
Di sopra carte in mano e indifferenza,
si giuoca di sottecche a ginocchino,
e il ginocchio contiene un’eloquenza,
che non riesce a prender la migliore
in tutta la Rettorica d’Amore.
Sicché, tornando a quel che vi dicea,
non è la molla un sogno o un ammennicolo;
anzi, donne mie care, ho nell’idea,
che guardando la cosa a perpendicolo,
voi pur gli scatti, senza far misteri,
ne risentiste spesso e volentieri.
Ma a dir la verità, trovarne il guado
non è impresa sì facile e ordinaria.
Io pure ho la mia molla e non di rado
qualcuna me la fa saltare all’aria.
O il posto? Oh il posto, a dirvela, lo so,
ma non voglio insegnarvi dove l’ho.
Forse taluno non vedrà, perché
debba costar sì gran difficoltà
l’occulta molla a indovinar dov’è:
al primo cercator s’asconderà;
ma se una volta ritrovata fu,
a chi vien dopo non si cela più.
Sappiate che al mutar della stagione
si soffre di vertigini, e nel male
la macchina patisce e si scompone;
la molla del conquasso universale
scatta violentemente e di nascosto
o si storce, o si rompe, o muta posto.
Nel loco ov’era, indura la cotenna,
e ne riman la fibra intorpidita,
e se l’urta taluno o la tentenna,
non si fa viva al tocco delle dita.
Oh quanti, oh quanti han fatta la frittata,
perché la molla a un tratto è ritirata!
Ecco, donne, la causa, ecco il motivo
delle vostre pretese infedeltà:
quando un uomo non tocca più sul vivo,
via, confessiamo il ver, che se ne fa?
Esso al destino si rassegni, e poi
s’inquieti con la molla e non con voi.
Inoltre quella molla non ha sempre,
operando lo scatto, un’egual norma;
anzi varia ogni poco, ed alle tempre
del corpo ov’è celata s’uniforma;
e da questo fenomeno deriva
che in certi corpi è più o meno attiva.
V’è ancor chi non ha molla, o se pur l’ha
si muove appena e i nervi non irrita;
questo poi non so dirvi come va:
di certo sarà fessa o arrugginita:
ognuno al nascer suo l’ha salda e netta,
ma se si guasta poi non si rassetta.
C’è Crezia che n’ha due. Vi guardi Iddio
da Crezia; gira, strepita, gestisce,
e ognun dice: Crezina è tutta brio;
e la cagione poi non si capisce;
è quel doppio scattar la vera causa
che alla Crezia non dà requie né pausa.
E qui, come in parentesi, si osservi,
che nelle donne i brividi, le smanie,
i pallori, le scosse, il mal di nervi,
e isterismi e sbadigli ed emicranie,
attribuite un tempo a Silfi e Gnomi,
son di molla diagnostici e sintòmi.
Conosco finalmente alcune tali
che n’hanno per lo meno una dozzina;
ma nello scatto son deboli e frali;
altrimenti sarebbe una rovina:
servono a mantener l’animo desto,
ma gli effetti che fanno passan presto.
O giovinetti, che in amor bramate
di far breccia alle prime e senza pene,
queste che han tante molle stuzzicate,
e vi assicuro che farete bene;
perché senza timore e gelosia
si dà una toccatina e si va via.
Qui se mi dice alcun: come si fa
dunque a trovar la macchina fatale?
Risponderò che io stesso in verità
sudo a trovarla e ci riesco male:
solo ho sentito dir che dal colore
se ne giudica il moto ed il valore.
Le bianche l’hanno debole; le rosse
così così; le pallide incrinata,
ma buona per resistere alle scosse;
le brune hanno una molla indiavolata,
che non c’è versi di farle andar piano,
da far proprio cascar il pan di mano.
Sicché nel petto l’abbiano o nell’anche,
o interna, o a fior di pelle, o sopra o sotto,
bisogna andar di passo colle bianche,
colle rosse anderai di mezzo trotto;
va’ di galoppo con quelle di cera
pallida, e con le brune di carriera.
Ma non solo alle donne in questo mondo
giova toccar la molla, e corre voce
che spesso un ciarlatano, un vagabondo
toccò la molla e guadagnò la croce:
io però non l’ho visto, e in questo caso
seguo la teoria di San Tommaso.
Ma ho visto un cameriere ignudo e bruco,
toccar la molla e diventar patrizio;
toccarla agli scrocconi un ricco ciuco,
e passar per un uomo di giudizio;
toccarla l’abatino a Monsignore,
e doventar Canonico o Priore.
Da queste anomalie sovente è nato
il vincolo d’amor, la simpatia
che lega l’imbecille al letterato,
che ravvicina il nobile alla spia,
che unisce bacchettoni e sensuali,
e accorda sanfedisti e liberali.
Però se misti e dispari coi pari
vedrete casualmente alla giornata,
deh! non fate giudizi temerari:
è la molla toccata e ritoccata
che produce così, senza malizia,
la reciproca fede e l’amicizia.
Tocchiam la molla, il resto non importa.
Beati quelli che la molla imbroccano!
Che in somma delle somme, a farla corta,
o si tocca la molla o ce la toccano.
Donne mie belle, se pietose siete,
diteci in carità dove l’avete.
Giuseppe Parini
Che spettacol gentil
Che spettacol gentil, che vago oggetto,
fu il veder la mia Nice all’improvviso,
quando sorpresa in abito negletto
m’apparve innanzi ed arrossì nel viso!
Come il candido velo al sen ristretto
i bei membri avvolgea! Come indeciso
celava e non celava i fianchi e il petto
che sorger si vedeva in due diviso!
Quali forme apparìan sotto a la veste!
Paga era l’alma, e vivo era il desìo;
e il piacer del mirarla era celeste.
Deh mi concedi, Amor, che quella cruda
tal mi si mostri anco un momento; ed io
più non invidio chi vedralla ignuda.
fu il veder la mia Nice all’improvviso,
quando sorpresa in abito negletto
m’apparve innanzi ed arrossì nel viso!
Come il candido velo al sen ristretto
i bei membri avvolgea! Come indeciso
celava e non celava i fianchi e il petto
che sorger si vedeva in due diviso!
Quali forme apparìan sotto a la veste!
Paga era l’alma, e vivo era il desìo;
e il piacer del mirarla era celeste.
Deh mi concedi, Amor, che quella cruda
tal mi si mostri anco un momento; ed io
più non invidio chi vedralla ignuda.
Giuseppe Parini
Il dono
Queste che il fero Allobrogo
note piene d’affanni
incise col terribile
odiator de’ tiranni
pugnale, onde Melpomene
lui fra gl’itali spirti unico armò;
come oh come a quest’animo
giungon soavi e belle
or che la stessa Grazia
a me di sua man dielle,
dal labro sorridendomi
e da le luci onde cotanto può!
de gli affetti tremendi,
me per lo cieco avvolgere
de’ casi, e per gli orrendi
de i gran re precipizii
ove il coturno camminando va,
segue tua dolce imagine,
amabil donatrice,
grata spirando ambrosia
su la strada infelice,
e in sen nova eccitandomi
mista al terrore acuta voluttà:
o sia che a me la fervida
mente ti mostri, quando
in divin modi e in vario
sermon, dissimulando,
versi dl’ingegno copia,
e saper che lo ingegno almo nodrì;
o sia quando spontaneo
lepor tu mesci a i detti,
e di gentile aculeo
altrui pungi e diletti
mal cauto da le insidie
che de’ tuoi vezzi la natura ordì.
Caro dolore, e specie
gradevol di spavento
è mirar finto in tavola
e squallido e di lento
sangue rigato il giovane
che dal crudo cinghiale ucciso fu.
Ma sovra lui se pendere
la madre de gli Amori
cingendol con le rosee
braccia si vede, i cori
oh quanto allor si sentono
da giocondo tumulto agitar più!
Certo maggior, ma simile
fra le torbide scene
senso in me desta il pingermi
tue sembianze serene,
e a l’atre idee contessere
i bei pregi onde sol sei pari a te.
Ben porteranno invidia
a’ miei novi piaceri
quant’altri a scorrer prendano
i volumi severi.
Che far, se amico Genio
sì amabile donatrice a lor non diè?
note piene d’affanni
incise col terribile
odiator de’ tiranni
pugnale, onde Melpomene
lui fra gl’itali spirti unico armò;
come oh come a quest’animo
giungon soavi e belle
or che la stessa Grazia
a me di sua man dielle,
dal labro sorridendomi
e da le luci onde cotanto può!
de gli affetti tremendi,
me per lo cieco avvolgere
de’ casi, e per gli orrendi
de i gran re precipizii
ove il coturno camminando va,
segue tua dolce imagine,
amabil donatrice,
grata spirando ambrosia
su la strada infelice,
e in sen nova eccitandomi
mista al terrore acuta voluttà:
o sia che a me la fervida
mente ti mostri, quando
in divin modi e in vario
sermon, dissimulando,
versi dl’ingegno copia,
e saper che lo ingegno almo nodrì;
o sia quando spontaneo
lepor tu mesci a i detti,
e di gentile aculeo
altrui pungi e diletti
mal cauto da le insidie
che de’ tuoi vezzi la natura ordì.
Caro dolore, e specie
gradevol di spavento
è mirar finto in tavola
e squallido e di lento
sangue rigato il giovane
che dal crudo cinghiale ucciso fu.
Ma sovra lui se pendere
la madre de gli Amori
cingendol con le rosee
braccia si vede, i cori
oh quanto allor si sentono
da giocondo tumulto agitar più!
Certo maggior, ma simile
fra le torbide scene
senso in me desta il pingermi
tue sembianze serene,
e a l’atre idee contessere
i bei pregi onde sol sei pari a te.
Ben porteranno invidia
a’ miei novi piaceri
quant’altri a scorrer prendano
i volumi severi.
Che far, se amico Genio
sì amabile donatrice a lor non diè?
Giuseppe Parini
Il messaggio
novelle a chiedere
manda l’inclita Nice
del piè che me costringere
suole al letto infelice,
sento repente l’intimo
petto agitarsi del bel nome al suon.
Rapido il sangue fluttua
ne le mie vene: invade
acre calor le trepide
fibre: m’arrosso: cade
la voce; ed al rispondere
util pensiero in van cerco e sermon.
il messo. E allor soletto
tutta vegg’io con l’animo
pien di nuovo diletto
tutta di lei la imagine
dentro a la calda fantasia venir.
Ed ecco ed ecco sorgere
le delicate forme
sovra il bel fianco; e mobili
scender con lucid’orme
che mal può la dovizia
de l’ondeggiante al piè veste coprir.
Ecco spiegarsi e l’Omero
e le braccia orgogliose
cui di rugiada nudrono
freschi ligustri e rose,
e il bruno sottilissimo
crine che sovra lor volando va:
e quasi molle cumulo
crescer di neve alpina
la man che ne le floride
dita lieve declina,
cara de’ baci invidia
che riverenza contener poi sa.
Ahi, la vivace imagine
tanto pareggia il vero,
che, del piè leso immemore,
l’opra del mio pensiero
seguir già tentò; e l’aria
con la delusa man cercando vo.
Sciocco vulgo, a che mormori,
a che su per le infeste
dita ridendo novetri
quante volte il celeste
a visitare ariete
dopo il natal mio di Febo tornò?
A me disse il mio Genio
allor cl’io nacqui: “ L’oro
non fia che te solleciti,
nè l’inane decoro
de’ titoli, nè il perfido
desio di superare altri in poter:
ma di natura i liberi
doni ed affetti, e il grato
de la beltà spettacolo
te renderan beato,
te di vagare indocile
per lungo di speranze arduo sentier.”
Inclita Nice, il secolo
che di te s’orna e splende
arde già gli assi; l’ultimo
lustro già tocca, e scende
ad incontrar le tenebre,
onde una volta giovanetto uscì.
E già vicine a i limiti
del tempo i piedi e l’ali
provan tra lor le vergini
ore, che a noi mortali
già di guidar sospitano
del secol che matura il primo dì.
fresca e leggiadra ancora
pur di recenti grazie
gareggiar con l’aurora;
e di mirarti cupido
de’ tuoi begli anni farà lento il vol.
Ma io, forse già polvere
che senso altro non serba
fuor che di te, giacendomi
fra le pie zolle e l’erba
attenderò chi dicami
“ Vale,” passando, “e ti sia lieve il suol.”
Deh, alcun che te ne l’aureo
cocchio trascorrer veggia
su la via, che fra gli alberi
suburbana verdeggia
faccia a me intorno l’aere
modulato del tuo nome volar.
Colpito allor da brivido
religioso il core,
fermerà il passo; e attonito
udrà del tuo cantore
le commosse reliquie
sotto la terra argute sibilar.
manda l’inclita Nice
del piè che me costringere
suole al letto infelice,
sento repente l’intimo
petto agitarsi del bel nome al suon.
Rapido il sangue fluttua
ne le mie vene: invade
acre calor le trepide
fibre: m’arrosso: cade
la voce; ed al rispondere
util pensiero in van cerco e sermon.
il messo. E allor soletto
tutta vegg’io con l’animo
pien di nuovo diletto
tutta di lei la imagine
dentro a la calda fantasia venir.
Ed ecco ed ecco sorgere
le delicate forme
sovra il bel fianco; e mobili
scender con lucid’orme
che mal può la dovizia
de l’ondeggiante al piè veste coprir.
Ecco spiegarsi e l’Omero
e le braccia orgogliose
cui di rugiada nudrono
freschi ligustri e rose,
e il bruno sottilissimo
crine che sovra lor volando va:
e quasi molle cumulo
crescer di neve alpina
la man che ne le floride
dita lieve declina,
cara de’ baci invidia
che riverenza contener poi sa.
Ahi, la vivace imagine
tanto pareggia il vero,
che, del piè leso immemore,
l’opra del mio pensiero
seguir già tentò; e l’aria
con la delusa man cercando vo.
Sciocco vulgo, a che mormori,
a che su per le infeste
dita ridendo novetri
quante volte il celeste
a visitare ariete
dopo il natal mio di Febo tornò?
A me disse il mio Genio
allor cl’io nacqui: “ L’oro
non fia che te solleciti,
nè l’inane decoro
de’ titoli, nè il perfido
desio di superare altri in poter:
ma di natura i liberi
doni ed affetti, e il grato
de la beltà spettacolo
te renderan beato,
te di vagare indocile
per lungo di speranze arduo sentier.”
Inclita Nice, il secolo
che di te s’orna e splende
arde già gli assi; l’ultimo
lustro già tocca, e scende
ad incontrar le tenebre,
onde una volta giovanetto uscì.
E già vicine a i limiti
del tempo i piedi e l’ali
provan tra lor le vergini
ore, che a noi mortali
già di guidar sospitano
del secol che matura il primo dì.
fresca e leggiadra ancora
pur di recenti grazie
gareggiar con l’aurora;
e di mirarti cupido
de’ tuoi begli anni farà lento il vol.
Ma io, forse già polvere
che senso altro non serba
fuor che di te, giacendomi
fra le pie zolle e l’erba
attenderò chi dicami
“ Vale,” passando, “e ti sia lieve il suol.”
Deh, alcun che te ne l’aureo
cocchio trascorrer veggia
su la via, che fra gli alberi
suburbana verdeggia
faccia a me intorno l’aere
modulato del tuo nome volar.
Colpito allor da brivido
religioso il core,
fermerà il passo; e attonito
udrà del tuo cantore
le commosse reliquie
sotto la terra argute sibilar.
Giuseppe Ungaretti
Canzone
descrive lo stato d’animo del poeta
Nude, le braccia di segreti sazie,
A nuoto hanno del Lete svolto il fondo,
Adagio sciolto le veementi grazie
E le stanchezze onde luce fu il mondo.
Nulla è muto più della strana strada
Dove foglia non nasce o cade o sverna,
Dove nessuna cosa pena o aggrada,
Dove la veglia mai, mai il sonno alterna.
Tutto si sporse poi, entro trasparenze,
Nell’ora credula, quando, la quiete
Stanca, da dissepolte arborescenze
Riestesasi misura delle mete,
Estenuandosi in iridi echi, amore
Dall’aereo greto trasalì sorpreso
Roseo facendo il buio e, in quel colore,
Più d’ogni vita un arco, il sonno, teso.
Preda dell’impalpabile propagine
Di muri, eterni dei minuti eredi,
Sempre ci esclude più, la prima immagine
Ma, a lampi, rompe il gelo e riconquide.
Più sfugga vera, l’Oossessiva mira,
E sia bella, più tocca a nudo calma
E, germe, appena schietta idea, d’ira,
Rifreme, avversa al nulla, in breve salma.
Rivi indovina, suscita la palma:
Dita dedale svela, se sospira.
* (La terra promessa)
Prepari gli attimi con cruda lama,
Devasti, carceri, con vaga lama,
Desoli gli animi con sorda lama,
Non distrarrò da lei mai l’occhio fisso
Sebbene, orribile da spoglio abisso,
Non si conosca forma che da fama.
E se, tuttora fuoco d’avventura,
Tornati gli attimi da angoscia a brama,
D’Itaca varco le fuggenti mura,
So, ultima metamorfosi all’aurora,
Oramai so che il filo della trama
Umana, pare rompersi in quell’ora.
Nulla più nuovo parve della strada
Dove lo spazio mai non si degrada
Per la luce o per tenebra, o altro tempo.
Oo notte
Dall’ampia ansia dell’alba
svelata alberatura.
Dolorosi risvegli.
Foglie, sorelle foglie,
Vi ascolto nel lamento.
Autunni,
Moribonde dolcezze.
O gioventù,
Passata è appena l’ora del distacco.
Cieli alti della gioventù,
Libero slancio.
E già sono deserto.
Perso in questa curva malinconia.
Ma la notte sperde le lontananze.
Oceanici silenzi,
Astrali nidi d’illusione,
O notte.
Nude, le braccia di segreti sazie,
A nuoto hanno del Lete svolto il fondo,
Adagio sciolto le veementi grazie
E le stanchezze onde luce fu il mondo.
Nulla è muto più della strana strada
Dove foglia non nasce o cade o sverna,
Dove nessuna cosa pena o aggrada,
Dove la veglia mai, mai il sonno alterna.
Tutto si sporse poi, entro trasparenze,
Nell’ora credula, quando, la quiete
Stanca, da dissepolte arborescenze
Riestesasi misura delle mete,
Estenuandosi in iridi echi, amore
Dall’aereo greto trasalì sorpreso
Roseo facendo il buio e, in quel colore,
Più d’ogni vita un arco, il sonno, teso.
Preda dell’impalpabile propagine
Di muri, eterni dei minuti eredi,
Sempre ci esclude più, la prima immagine
Ma, a lampi, rompe il gelo e riconquide.
Più sfugga vera, l’Oossessiva mira,
E sia bella, più tocca a nudo calma
E, germe, appena schietta idea, d’ira,
Rifreme, avversa al nulla, in breve salma.
Rivi indovina, suscita la palma:
Dita dedale svela, se sospira.
* (La terra promessa)
Prepari gli attimi con cruda lama,
Devasti, carceri, con vaga lama,
Desoli gli animi con sorda lama,
Non distrarrò da lei mai l’occhio fisso
Sebbene, orribile da spoglio abisso,
Non si conosca forma che da fama.
E se, tuttora fuoco d’avventura,
Tornati gli attimi da angoscia a brama,
D’Itaca varco le fuggenti mura,
So, ultima metamorfosi all’aurora,
Oramai so che il filo della trama
Umana, pare rompersi in quell’ora.
Nulla più nuovo parve della strada
Dove lo spazio mai non si degrada
Per la luce o per tenebra, o altro tempo.
Oo notte
Dall’ampia ansia dell’alba
svelata alberatura.
Dolorosi risvegli.
Foglie, sorelle foglie,
Vi ascolto nel lamento.
Autunni,
Moribonde dolcezze.
O gioventù,
Passata è appena l’ora del distacco.
Cieli alti della gioventù,
Libero slancio.
E già sono deserto.
Perso in questa curva malinconia.
Ma la notte sperde le lontananze.
Oceanici silenzi,
Astrali nidi d’illusione,
O notte.