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Poesie di questo tema

Amore romantico

Giovanni Boccaccio

Giovanni Boccaccio

Dal Ninfale fiesolano (strofe 234-245)

Ell’eran già tanto giù per lo colle
gite, ch’eran vicine a quella valle
ch’e’ duo monti divide, quando volle
d’Africo Amor le voglie contentalle,
né più oltre che quel giorno indugiolle,
trovando modo ad effetto menalle;
ché, mentre in tal maniera insieme gieno
nella valle, acqua risonar sentieno.

Né furon guari le ninfe oltre andate,
che trovaron duo ninfe, tutte ignude,
che ‘n un pelago d’acqua erano entrate,
dove l’un monte con l’altro si chiude;
e giunte lì, s’ebbon le gonne alzate,
e tutte quante entrar nell’acque crude,
con l’altre ragionando del bagnare.
«Che faren noi? Voglianci noi spogliare?»

Perch’allor era la maggior calura
che fosse in tutto ’l giorno, e dal diletto
tirate di quell’acqua alla frescura,
e veggendosi sanz’alcun sospetto,
e l’acqua tanto chiara e netta e pura,
diliberaron far com’avean detto,
e per bagnarsi ognuna si spogliava;
e Mensola con Africo parlava,

e si diceva: «O compagna mia cara,
bagnera’ti tu qui con esso noi?»
Africo disse con la boce chiara:
«Compagne mie, i’ farò quel che voi,
né cosa che vogliate mi fia amara».
E tra se stesso si diceva poi:
«S’elle si spoglian tutte, al certo ch’io
non terrò più nascoso il mio disio».

Ed avvisossi di prima lasciarle
tutte spogliar, e poi egli spogliarsi,
acciò che le lor armi adoperarle
contra lui non potessono; ed a trarsi
cominciò lento il vestir, per poi farle,
quando nell’acqua entrasse per bagnarsi,
per vergogna fuggir pe’ boschi via,
e Mensola per forza riterria.

E ’nnanzi che spogliato tutto fosse,
le ninfe eran nell’acqua tutte quante;
e poi spogliato verso lor si mosse,
mostrando tutto ciò ch’avea davante.
Ciascuna delle ninfe si riscosse,
e, con boce paurosa e tremante,
cominciarono urlando: «Omè, omè,
or non vedete voi chi costui è?»

Non altrimenti lo lupo affamato
percuote alla gran turba degli agnelli,
ed un ne piglia e quel se n’ha portato,
lasciando tutti gli altri tapinelli:
ciascun belando fugge spaventato,
pur procacciando di campar le pelli;
così correndo Africo per quell’acque,
sola prese colei che più gli piacque.

E tutte l’altre ninfe molto in fretta
uscir dell’acqua, a’ lor vestir correndo;
né però niuna fu che lì sel metta,
ma coperte con essi via fuggendo,
ché punto l’una l’altra non aspetta,
né mai indietro si givan volgendo;
ma chi qua e chi là si dileguoe,
e ciascuna le sue armi lascioe.

Africo tenea stretta con le braccia
Mensola sua nell’acqua, che piangea,
e basciandole la vergine faccia,
cota’ parole verso lei dicea:
«O dolce la mia vita, non ti spiaccia,
se io t’ho presa, ché Venere iddea
mi t’ha promessa, cuor del corpo mio:
deh, più non pianger, per l’amor di Dio!»

Mensola, le parole non intende
ch’Africo le dicea, ma quanto puote
con quella forza ch’ell’ha si difende,
e fortemente in qua e ’n là si scuote
dalle braccia di colui che l’offende,
bagnandosi di lagrime le gote;
ma nulla le valea forza o difesa,
ch’Africo la tenea pur forte presa.

Per la contesa che facean si desta
tal che prima dormia malinconoso,
e, con superbia rizzando la cresta,
cominciò a picchiar l’uscio furïoso;
e tanto dentro vi diè della testa,
ch’egli entrò dentro, non già con riposo,
ma con battaglia grande ed urlamento
e forse che di sangue spargimento.

Ma poi che messer Mazzone ebbe avuto
Monteficalli, e nel castello entrato,
fu lietamente dentro ricevuto
da que’ che prima l’avean contrastato;
ma poi che molto si fu dibattuto,
per la terra lasciare in buono stato,
per pietà lagrimò, e del castello
uscì poi fuor, umìl più ch’un agnello.
Giuseppe Giusti

Giuseppe Giusti

La molla magnetica

Amore è morto al mondo, e par che dorma,
per quello che ne pensano parecchi:
io poi so che prepara una riforma,
e che, noiato degli arnesi vecchi,
buttò nel fuoco il solit’arco, e invece
udite, donne mie, che diavol fece.

Piccola molla immaginò, che mossa
scatta veloce e lungamente oscilla,
propagando quel moto e quella scossa,
come se fosse elettrica scintilla,
e per virtù simpatica o magnetica
il sistema nervoso urta e solletica.

Questa poi qua e là nel corpo umano
in mille parti, in mille modi ascose,
nei piedi a questo, a quello in una mano,
a chi più su, a chi più giù la pose;
uno l’ebbe di dentro, uno di fuori,
uno davanti, un altro a posteriori.

Poi legar seppe e combinar sì bene
le fibre con la molla in armonia,
che come il sangue al cuor va per le vene
e refluisce per contraria via,
così da quella il moto ai sensi dentro
passa, e ritorna dalle parti al centro.

Scatta la molla, e una dolcezza, un tremito
serpe occulto per l’ossa e per la fibra
e lieve lieve con soave fremito
le corde del piacere allenta e vibra;
e il cor che in tanta voluttà si scuote
si palesa per gli occhi e per le gote.

Il segreto d’amore, il talismano
che gli effetti fa sorgere ad un tratto,
e della simpatia tutto l’arcano,
consiste unicamente in quello scatto;
in quello scatto magico gradito,
che non si’ntende se non è sentito.

Tocchi la molla all’idolo adorato,
chi desia dell’amor gustare il frutto;
la donna ama quel tocco, ed è provato
che toccata la molla, è fatto tutto;
ma docile in amor non la sperate,
se la molla fatal non le toccate.

E a dirla, questa molla è un certo arnese,
che quando non è messa in pelle in pelle,
non si può venir subito alle prese,
e si dà facilmente in ciampanelle;
spesse volte trovandosi a contrasto
è meglio chiuder gli occhi e andare al tasto.

Gran destrezza ci vuole, e un po’ di flemma,
e mano esercitata e faccia tosta,
entrando in giuoco, usar lo strattagemma
colle figure di tentar la posta:
scartare i setti: se il profitto è poco,
passar la mano ed aspettar buon giuoco.

Vi narrerò il casetto d’un amico,
che non è punto uno stinco di santo;
lo dice a tutti, e anch’io però lo dico;
poi finirò, per non noiarvi tanto:
con le parole sue lo metto qui.
Gliel’ho sentito raccontar così:

«Vado al ballo una sera, e trovo pieno
di gente d’ogni risma e d’ogni conio:
v’era Gigia fra le altre, un capo ameno,
più armeggiona e più furba del demonio:
tale insomma, e lo sa chi la conobbe,
da far perder la flemma ancora a Giobbe.

Era la sala il consueto buco:
ed io che non so stare a quella pigia,
mi ritiro in un canto e m’introduco
a un tavolino di bambara: Gigia,
confusa fra quel turbine di gente,
ballava e schiamazzava allegramente.

Stanca poi di ballar, questa monella
entra in gioco e si pianta a canto a me;
io restava sull’angolo, e la bella
a destra mi sedea sul canapè,
di modo che fra l’uno e l’altro posto
un piè del tavolino era frapposto.

Io la guardava attento e almanaccava,
cercando un mezzo d’entrare in materia:
accorta della ragia, essa giocava
squadrandomi sott’occhio, e seria seria
tirava avanti come niente fosse.
Io non potendo più stare alle mosse:

‘Madama’, cominciai, ‘come le va?’
‘Male, ma male assai: da questa parte
c’è proprio la sperpetua. Eh! già si sa,
chi ha fortuna in amor non giochi a carte.’
‘Che! come c’entra? Eppur sarà così,
animo, lesto, scarti e badi lì.’

‘Mi creda’, seguitai, ‘tanta beltà…’
‘La prego a risparmiarsi il complimento.’
‘Oh non è complimento, è verità.’
‘Sarà come le piace; animo, attento.’
‘Se non bado a giuocar son compatibile.
Così vicino a lei com’è possibile?

Ma Gigia a muso duro, attenta al giuoco,
o delle frasi mie non soddisfatta,
non mi volea badar punto né poco;
parlava agli altri, faceva l’astratta.
Piccato da quell’aria altera e stramba,
strinsi l’assedio ed allungai la gamba.

Trovai duro e pigiai: bene, per bacco!
dissi dentro di me, dunque ci sta;
e replicando l’amoroso attacco,
ci messi tanta forza ed ansietà,
che il tavolin si mosse e fece cricche,
ed io rimasi lì come Berlicche.

Tremarono i doppieri e le candele,
e dimandaron tutti: o cos’è stato?
Io confuso mi vôlsi alla crudele,
confessando cogli occhi il mio peccato,
e vidi che si scosse e si riscosse,
coi labbri bianchi e colle gote rosse.

Tossì, m’urtò col gomito sinistro,
e brontolando non so che parola,
volle sdegnarsi, ma mutò registro,
perché le prese il rantolo alla gola;
la bussola perdette, e dal piacere
gettava a monti i goffi e le primiere».

Signori, io non ne sto mallevadore,
sarà vero, sarà una spacconata;
ma in sostanza, s’ei fece il bell’umore,
quella restò lì quasi incantata,
d’amor fu tutto il merito o la colpa,
che le pose la molla in una polpa.

È pur la bella cosa un tavolino!
Di sopra carte in mano e indifferenza,
si giuoca di sottecche a ginocchino,
e il ginocchio contiene un’eloquenza,
che non riesce a prender la migliore
in tutta la Rettorica d’Amore.

Sicché, tornando a quel che vi dicea,
non è la molla un sogno o un ammennicolo;
anzi, donne mie care, ho nell’idea,
che guardando la cosa a perpendicolo,
voi pur gli scatti, senza far misteri,
ne risentiste spesso e volentieri.

Ma a dir la verità, trovarne il guado
non è impresa sì facile e ordinaria.
Io pure ho la mia molla e non di rado
qualcuna me la fa saltare all’aria.
O il posto? Oh il posto, a dirvela, lo so,
ma non voglio insegnarvi dove l’ho.

Forse taluno non vedrà, perché
debba costar sì gran difficoltà
l’occulta molla a indovinar dov’è:
al primo cercator s’asconderà;
ma se una volta ritrovata fu,
a chi vien dopo non si cela più.

Sappiate che al mutar della stagione
si soffre di vertigini, e nel male
la macchina patisce e si scompone;
la molla del conquasso universale
scatta violentemente e di nascosto
o si storce, o si rompe, o muta posto.

Nel loco ov’era, indura la cotenna,
e ne riman la fibra intorpidita,
e se l’urta taluno o la tentenna,
non si fa viva al tocco delle dita.
Oh quanti, oh quanti han fatta la frittata,
perché la molla a un tratto è ritirata!

Ecco, donne, la causa, ecco il motivo
delle vostre pretese infedeltà:
quando un uomo non tocca più sul vivo,
via, confessiamo il ver, che se ne fa?
Esso al destino si rassegni, e poi
s’inquieti con la molla e non con voi.

Inoltre quella molla non ha sempre,
operando lo scatto, un’egual norma;
anzi varia ogni poco, ed alle tempre
del corpo ov’è celata s’uniforma;
e da questo fenomeno deriva
che in certi corpi è più o meno attiva.

V’è ancor chi non ha molla, o se pur l’ha
si muove appena e i nervi non irrita;
questo poi non so dirvi come va:
di certo sarà fessa o arrugginita:
ognuno al nascer suo l’ha salda e netta,
ma se si guasta poi non si rassetta.

C’è Crezia che n’ha due. Vi guardi Iddio
da Crezia; gira, strepita, gestisce,
e ognun dice: Crezina è tutta brio;
e la cagione poi non si capisce;
è quel doppio scattar la vera causa
che alla Crezia non dà requie né pausa.

E qui, come in parentesi, si osservi,
che nelle donne i brividi, le smanie,
i pallori, le scosse, il mal di nervi,
e isterismi e sbadigli ed emicranie,
attribuite un tempo a Silfi e Gnomi,
son di molla diagnostici e sintòmi.

Conosco finalmente alcune tali
che n’hanno per lo meno una dozzina;
ma nello scatto son deboli e frali;
altrimenti sarebbe una rovina:
servono a mantener l’animo desto,
ma gli effetti che fanno passan presto.

O giovinetti, che in amor bramate
di far breccia alle prime e senza pene,
queste che han tante molle stuzzicate,
e vi assicuro che farete bene;
perché senza timore e gelosia
si dà una toccatina e si va via.

Qui se mi dice alcun: come si fa
dunque a trovar la macchina fatale?
Risponderò che io stesso in verità
sudo a trovarla e ci riesco male:
solo ho sentito dir che dal colore
se ne giudica il moto ed il valore.

Le bianche l’hanno debole; le rosse
così così; le pallide incrinata,
ma buona per resistere alle scosse;
le brune hanno una molla indiavolata,
che non c’è versi di farle andar piano,
da far proprio cascar il pan di mano.

Sicché nel petto l’abbiano o nell’anche,
o interna, o a fior di pelle, o sopra o sotto,
bisogna andar di passo colle bianche,
colle rosse anderai di mezzo trotto;
va’ di galoppo con quelle di cera
pallida, e con le brune di carriera.

Ma non solo alle donne in questo mondo
giova toccar la molla, e corre voce
che spesso un ciarlatano, un vagabondo
toccò la molla e guadagnò la croce:
io però non l’ho visto, e in questo caso
seguo la teoria di San Tommaso.

Ma ho visto un cameriere ignudo e bruco,
toccar la molla e diventar patrizio;
toccarla agli scrocconi un ricco ciuco,
e passar per un uomo di giudizio;
toccarla l’abatino a Monsignore,
e doventar Canonico o Priore.

Da queste anomalie sovente è nato
il vincolo d’amor, la simpatia
che lega l’imbecille al letterato,
che ravvicina il nobile alla spia,
che unisce bacchettoni e sensuali,
e accorda sanfedisti e liberali.

Però se misti e dispari coi pari
vedrete casualmente alla giornata,
deh! non fate giudizi temerari:
è la molla toccata e ritoccata
che produce così, senza malizia,
la reciproca fede e l’amicizia.

Tocchiam la molla, il resto non importa.
Beati quelli che la molla imbroccano!
Che in somma delle somme, a farla corta,
o si tocca la molla o ce la toccano.
Donne mie belle, se pietose siete,
diteci in carità dove l’avete.
Giuseppe Parini

Giuseppe Parini

Il dono

Queste che il fero Allobrogo
note piene d’affanni
incise col terribile
odiator de’ tiranni
pugnale, onde Melpomene
lui fra gl’itali spirti unico armò;

come oh come a quest’animo
giungon soavi e belle
or che la stessa Grazia
a me di sua man dielle,
dal labro sorridendomi
e da le luci onde cotanto può!
de gli affetti tremendi,
me per lo cieco avvolgere
de’ casi, e per gli orrendi
de i gran re precipizii
ove il coturno camminando va,

segue tua dolce imagine,
amabil donatrice,
grata spirando ambrosia
su la strada infelice,
e in sen nova eccitandomi
mista al terrore acuta voluttà:

o sia che a me la fervida
mente ti mostri, quando
in divin modi e in vario
sermon, dissimulando,
versi dl’ingegno copia,
e saper che lo ingegno almo nodrì;

o sia quando spontaneo
lepor tu mesci a i detti,
e di gentile aculeo
altrui pungi e diletti
mal cauto da le insidie
che de’ tuoi vezzi la natura ordì.

Caro dolore, e specie
gradevol di spavento
è mirar finto in tavola
e squallido e di lento
sangue rigato il giovane
che dal crudo cinghiale ucciso fu.
Ma sovra lui se pendere
la madre de gli Amori
cingendol con le rosee
braccia si vede, i cori
oh quanto allor si sentono
da giocondo tumulto agitar più!
Certo maggior, ma simile
fra le torbide scene
senso in me desta il pingermi
tue sembianze serene,
e a l’atre idee contessere
i bei pregi onde sol sei pari a te.
Ben porteranno invidia
a’ miei novi piaceri
quant’altri a scorrer prendano
i volumi severi.
Che far, se amico Genio
sì amabile donatrice a lor non diè?
Giuseppe Parini

Giuseppe Parini

Il messaggio

novelle a chiedere
manda l’inclita Nice
del piè che me costringere
suole al letto infelice,
sento repente l’intimo
petto agitarsi del bel nome al suon.
Rapido il sangue fluttua
ne le mie vene: invade
acre calor le trepide
fibre: m’arrosso: cade
la voce; ed al rispondere
util pensiero in van cerco e sermon.
il messo. E allor soletto
tutta vegg’io con l’animo
pien di nuovo diletto
tutta di lei la imagine
dentro a la calda fantasia venir.

Ed ecco ed ecco sorgere
le delicate forme
sovra il bel fianco; e mobili
scender con lucid’orme
che mal può la dovizia
de l’ondeggiante al piè veste coprir.

Ecco spiegarsi e l’Omero
e le braccia orgogliose
cui di rugiada nudrono
freschi ligustri e rose,
e il bruno sottilissimo
crine che sovra lor volando va:

e quasi molle cumulo
crescer di neve alpina
la man che ne le floride
dita lieve declina,
cara de’ baci invidia
che riverenza contener poi sa.

Ahi, la vivace imagine
tanto pareggia il vero,
che, del piè leso immemore,
l’opra del mio pensiero
seguir già tentò; e l’aria
con la delusa man cercando vo.
Sciocco vulgo, a che mormori,
a che su per le infeste
dita ridendo novetri
quante volte il celeste
a visitare ariete
dopo il natal mio di Febo tornò?

A me disse il mio Genio
allor cl’io nacqui: “ L’oro
non fia che te solleciti,
nè l’inane decoro
de’ titoli, nè il perfido
desio di superare altri in poter:

ma di natura i liberi
doni ed affetti, e il grato
de la beltà spettacolo
te renderan beato,
te di vagare indocile
per lungo di speranze arduo sentier.”

Inclita Nice, il secolo
che di te s’orna e splende
arde già gli assi; l’ultimo
lustro già tocca, e scende
ad incontrar le tenebre,
onde una volta giovanetto uscì.

E già vicine a i limiti
del tempo i piedi e l’ali
provan tra lor le vergini
ore, che a noi mortali
già di guidar sospitano
del secol che matura il primo dì.
fresca e leggiadra ancora
pur di recenti grazie
gareggiar con l’aurora;
e di mirarti cupido
de’ tuoi begli anni farà lento il vol.

Ma io, forse già polvere
che senso altro non serba
fuor che di te, giacendomi
fra le pie zolle e l’erba
attenderò chi dicami
“ Vale,” passando, “e ti sia lieve il suol.”

Deh, alcun che te ne l’aureo
cocchio trascorrer veggia
su la via, che fra gli alberi
suburbana verdeggia
faccia a me intorno l’aere
modulato del tuo nome volar.

Colpito allor da brivido
religioso il core,
fermerà il passo; e attonito
udrà del tuo cantore
le commosse reliquie
sotto la terra argute sibilar.
Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti

Canzone

descrive lo stato d’animo del poeta

Nude, le braccia di segreti sazie,
A nuoto hanno del Lete svolto il fondo,
Adagio sciolto le veementi grazie
E le stanchezze onde luce fu il mondo.

Nulla è muto più della strana strada
Dove foglia non nasce o cade o sverna,
Dove nessuna cosa pena o aggrada,
Dove la veglia mai, mai il sonno alterna.

Tutto si sporse poi, entro trasparenze,
Nell’ora credula, quando, la quiete
Stanca, da dissepolte arborescenze
Riestesasi misura delle mete,
Estenuandosi in iridi echi, amore
Dall’aereo greto trasalì sorpreso
Roseo facendo il buio e, in quel colore,
Più d’ogni vita un arco, il sonno, teso.

Preda dell’impalpabile propagine
Di muri, eterni dei minuti eredi,
Sempre ci esclude più, la prima immagine
Ma, a lampi, rompe il gelo e riconquide.

Più sfugga vera, l’Oossessiva mira,
E sia bella, più tocca a nudo calma
E, germe, appena schietta idea, d’ira,
Rifreme, avversa al nulla, in breve salma.

Rivi indovina, suscita la palma:
Dita dedale svela, se sospira.

* (La terra promessa)

Prepari gli attimi con cruda lama,
Devasti, carceri, con vaga lama,
Desoli gli animi con sorda lama,
Non distrarrò da lei mai l’occhio fisso
Sebbene, orribile da spoglio abisso,
Non si conosca forma che da fama.

E se, tuttora fuoco d’avventura,
Tornati gli attimi da angoscia a brama,
D’Itaca varco le fuggenti mura,
So, ultima metamorfosi all’aurora,
Oramai so che il filo della trama
Umana, pare rompersi in quell’ora.

Nulla più nuovo parve della strada
Dove lo spazio mai non si degrada
Per la luce o per tenebra, o altro tempo.

Oo notte

Dall’ampia ansia dell’alba
svelata alberatura.

Dolorosi risvegli.

Foglie, sorelle foglie,
Vi ascolto nel lamento.

Autunni,
Moribonde dolcezze.

O gioventù,
Passata è appena l’ora del distacco.

Cieli alti della gioventù,
Libero slancio.

E già sono deserto.

Perso in questa curva malinconia.

Ma la notte sperde le lontananze.

Oceanici silenzi,
Astrali nidi d’illusione,

O notte.