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Amore romantico

Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi

Alla sua donna

Cara beltà che amore
lunge m’inspiri o nascondendo il viso,
fuor se nel sonno il core,
ombra diva, mi scuoti,
o ne’ campi ove splenda
più vago il giorno e di natura il riso;
forse tu l’innocente
secol beasti che dell’oro ha nome,
or leve intra la gente
anima voli? o te la sorte avara
ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara?

Viva mirarti omai
nulla speme nyavanza;
s’allor non fosse, allor che ignudo e solo
per novo calle a peregrina stanza
verrà lo spirto mio. Già sul novello
aprir di mia giornata incerta e bruna,
te viatrice in questo arido suolo
io mi pensai. Ma non è cosa in terra
che ti somigli; e s’anco pari alcuna
ti fosse al volto, agli atti, alla favella;
saria, così conforme, assai men bella.

Fra cotanto dolore
quanto all’umana età propose il fato,
se vera e quale il mio pensier ti pinge,
alcun t’amasse in terra, a lui pur fora
questo viver beato:
e ben chiaro vegg’io siccome ancora
seguir loda e vittù qual ne’ prim’anni
l’amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
e teco la mortal vita saria
simile a quella che nel cielo india.

Per le valli ove suona
del faticoso agricoltore il canto,
ed io seggo e mi lagno
del giovanile error che m’abbandona;
e per li poggi, ov’io rimembro e piagno
i perduti desiri e la perduta
speme dei giorni miei; di te pensando,
a palpitar mi sveglio. E potess’io,
nel secol tetro e in questo aer nefando,
l’alta specie serbar; che dell’imago,
poi che del ver m’è tolto, assai m’appago.

Se dell’eterne idee
luna sei tu, cui di sensibil forma
sdegni l’eterno senno esser vestita,
e fra caduche spoglie
provar gli affanni di funerea vita;
o s’altra terra ne’ superni giri
fra’ mondi innumerabili t’accoglie,
e più vaga del Sol prossima stella
t’irraggia, e più benigno etere spiri;
di qua dove son gli anni infausti e brevi,
questo d’ignoto amante inno ricevi.
Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi

Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte

Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
ingenerò la sorte.
Cose quaggiù sì belle
altre il mondo non ha, non han le stelle.
Nasce dall’uno il bene
nasce il piacer maggiore
che per lo mar dell’essere si trova;
l’altra ogni gran dolore
ogni gran male annulla.
Bellissima fanciulla,
dolce a veder, non quale
la si dipinge la codarda gente,
gode il fanciullo Amore
accompagnar sovente;
e sorvolano insiem la via mortale,
primi conforti d’ogni saggio core.
Nè cor fu mai più saggio
che percosso d’amor, nè mai più forte
sprezzò l’infausta vita,
nè per altro signore
come per questo a perigliar fu pronto:
ch’ove tu porgi aita,
Amor, nasce il coraggio,
o si ridesta; e sapiente in opre,
non in pensiero invan, siccome suole,
divien l’umana prole.

Quando novellamente
nasce nel cor profondo
un amoroso affetto,
languido e stanco insiem con esso in petto
un desiderio di morir si sente:
come, non so: ma tale
d’amor vero e possente è il primo effetto.
Forse gli occhi spaura
allor questo deserto: a sè la terra
forse il mortale inabitabil fatta
vede omai senza quella
nova, sola, infinita
felicità che il suo pensier figura:
ma per cagion di lei grave procella
presentendo in suo cor, brama quiete,
brama raccorsi in porto
dinanzi al fier desio,
che già, rugghiando, intorno intorno oscura.

Poi, quando tutto avvolge
la formidabil possa,
e fulmina nel cor l’invitta cura,
quante volte implorata
con desiderio intenso,
Motte, sei tu dall’affannoso amante!
Quante la sera, e quante
abbandonando all’alba il corpo stanco,
se beato chiamò s’indi giammai
non rilevasse il fianco,
nè tornasse a veder l’amara luce!
E spesso al suon della funebre squilla,
al canto che conduce
la gente morta al sempiterno oblio,
con più sospiri ardenti
dall’imo petto invidiò colui
che tra gli spenti ad abitar sen giva.
Fin. la negletta plebe,
l’uom della villa, ignaro
d’ogni virtù che da saper deriva,
fin la donzella timidetta e schiva,
che già di morte al nome
sentì rizzar le chiome,
osa alla tomba, alle funeree bende
fermar lo sguardo di costanza pieno,
osa ferro e veleno
meditar lungamente,
e nell’indotta mente
la gentilezza del morir comprende.
Tanto alla morte inclina
d’amor la disciplina. Anco sovente,
a tal venuto il gran travaglio interno
che sostener nol può forza mortale,
o cede il corpo frale
ai terribili moti, e in questa forma
pel fraterno poter Morte prevale;
o così sprona Amor là nel profondo,
che da se stessi il villanello ignaro,
la tenera donzella
con la man violenta
pongon le membra giovanili in terra.
Ride ai lor casi il mondo,
a cui pace e vecchiezza il ciel consenta.

Ai fervidi, ai felici,
agli animosi ingegni
l’uno o l’altro di voi conceda il fato,
dolci signori, amici
all’umana famiglia;
al cui poter nessun poter somiglia
nell’immenso universo, e non l’avanza,
se non quella del fato, altra possanza.
E tu, cui già dal cominciar degli anni
sempre onorata invoco,
bella Morte, pietosa
tu sola al mondo dei terreni affanni,
se celebrata mai
fosti da me, s’al tuo divino stato
l’onte del volgo ingrato
ricompensar tentai,
non tardar più, t’inchina
a disusati preghi,
chiudi alla luce omai
questi occhi tristi, o dell’età reina.
Mee certo troverai, qual si sia l’ora
che tu le penne al mio pregar dispieghi,
erta la fronte, armato,
e renitente al fato,
la man che flagellando si colora
nel mio sangue innocente
non ricolmar di lode,
non benedir, com’usa
per antica viltà l’umana gente;
ogni vana speranza onde consola
sè coi fanciulli il mondo,
ogni conforto stolto
gittar da me; null’altro in alcun tempo
sperar, se non te sola;
solo aspettar sereno
quel dì ch’io pieghi addormentato il volto
nel tuo virgineo seno.
Giambattista Marino

Giambattista Marino

Da L’Adone (Canto VIII, ottave 120-148)

«O de l’anima mia dolce favilla,
o del mio cor dolcissimo martiro,
o de le luci mie luce e pupilla,
o mio vezzo, o mio bacio, o mio sospiro,
volgimi quegli, ond’ogni grazia stilla,
fonti di puro e tremulo zaffiro.
Porgimi quella, ove m’è dato in sorte
in coppa di rubino a ber la morte!

Que’ begli occhi mi volgi. Occhi vitali,
occhi de gli occhi miei specchi lucenti,
occhi, faretre ed archi, e de gli strali
intinti nel piacer fucine ardenti;
occhi del ciel d’Amor stelle fatali,
e del sol di beltà vivi orïenti;
stelle serene, la cui luce bella
può far perpetua ecclisse a la mia stella.

Quella bocca mi porgi. O cara bocca,
de la reggia del Riso uscio gemmato,
siepe di rose, in cui saetta e scocca
viperetta amorosa arabo fiato,
arca di perle, ond’ogni ben trabocca,
cameretta purpurea, antro odorato,
ove rifugge, ove s’asconde Amore,
poi ch’ha rubata un’alma, ucciso un core.»

Tace, ma qual fia stil che di ciascuna
paroletta il tenore a pien distingua?
Certo indegna è di lor, se non quell’una
che le forma sì dolci, ogni altra lingua.
Sì parlando e mirando ebra e digiuna
pasce la sete sì, non che l’estingua;
anzi perché più arda e si consumi
bacia le dolci labra e i dolci lumi.

Bacia, e dopo ’l baciar mira e rimira
le baciate bellezze, or questi, or quella.
Ribacia, e poi sospira e risospira
le gustate dolcezze or egli, or ella.
Vivon due vite in una vita, e spira
confusa in due favelle una favella,
giungono i cori in su le labra estreme,
corrono l’alme ad intrecciarsi insieme.

Di note ad or ad or tronche e fugaci
risona l’antro cavernoso e scabro.
«Dimmi, o dea», dice l’un «questi tuoi baci
movon così dal cor come dal labro?»
Risponde l’altra: «Il cor ne le mordaci
labra si bacia. Amor del bacio è fabro.
Il cor lo stilla, il labro poi lo scocca,
il più ne gode l’alma, il men la bocca.

Baci questi non son, ma di concorde
amoroso desio loquaci messi;
parlan tacendo in lor le lingue ingorde,
ed han gran sensi in tal silenzio espressi.
Son del mio cor, che ’l tuo baciando morde,
muti accenti i sospiri e i baci istessi;
rispondonsi tra lor l’anime accese
con voci sol da lor medesme intese.

Favella il bacio, e del sospir, del guardo,
voci anch’essi d’Amor, porta le palme,
perch’al centro del cor premendo il dardo
su la cima d’un labro accoppia l’alme.
Che soave ristoro al foco, ond’ardo,
compor le bocche, alleggerir le salme!
Le bocche, che, di nèttare bramose,
han la sete e ’l licor, son api e rose.

Quel bel vermiglio, che le labra inostra,
alcun dubbio non ha che sangue sia.
Or se nel sangue sta l’anima nostra,
sì come i saggi pur voglion che stia,
dunque qualor baciando entriamo in giostra
bacia l’anima tua l’anima mia;
e mentre tu ribaci ed io ribacio,
l’alma mia con la tua copula il bacio.

Siede nel sommo de l’amate labbia,
dove il fior de gli spirti è tutto accolto,
come corpo animato in sé pur abbia,
il bacio, che da l’anima vien tolto.
Quivi non so d’amor qual dolce rabbia
l’uccide, e dove muor resta sepolto:
ma là dove ha sepolcro, ancora poi,
baci divini, il suscitate voi.

Mentre a scontrar si va bocca con bocca,
mentre a ferir si van baci con baci,
sì profondo piacer l’anime tocca,
ch’apron l’ali a volar quasi fugaci;
e di tanta che ’n lor dolcezza fiocca
essendo i cori angusti urne incapaci,
versanla per le labra, e vanno in esse
anelando a morir l’anime istesse.

Treman gli spirti infra i più vivi ardori,
quando il bacio a morir l’anima spinge.
Mutan bocca le lingue e petto i cori,
spirto con spirto e cor con cor si stringe.
Palpitan gli occhi, e de le guance i fiori
amoroso pallor scolora e tinge;
e morendo talor gli amanti accorti
ritardano il morir per far due morti.

Da te l’anima tua morendo fugge,
io moribonda in su ’l badar la prendo,
e ’n quel vital morir, che ne distrugge,
mentre la tua mi dai, la mia ti rendo;
e chi mi mira sospirando e sugge,
suggo, sospiro anch’io, miro morendo;
e per morir, quando ti bacio e miro,
vorrei ch’anima fosse ogni sospiro».

«Fa’ dunque, anima mia», l’altro le dice
«ch’io con vita immortal cangi la morte.
Voli l’anima al ciel sì che felice
sia de gli eterni dei fatta consorte.
Fa’ ch’io viva e ch’io mora e, se ciò lice,
fa’ ch’io riviva poi con miglior sorte.
Dolcemente languendo a l’istess’ora
fa’ che ’n bocca io ti viva, in sen ti mora!

Un albergo medesmo in que’ dolci ostri
unisca il mio desir col tuo desire.
Le nostr’anime, i cor, gli spirti nostri
vadano insieme a vivere e morire.
Ferito a un punto il feritor si mostri,
péra la feritrice in su ’1 ferire;
onde, mentre ch’io moro e che tu mori,
ravivi il morir nostro, i nostri ardori.

Sostien, diletta mia, ch’a mio diletto
senza cessar da le tue labra io penda.
Ma col labro vermiglio il bianco petto
avarizia d’amor non mi difenda.
Né que’ begli occhi al mio vorace affetto
dispettoso rigor, prego, contenda.
Morendo io vivrò in te, tu in me vivrai;
così ti renderò quanto mi dai.

Se nulla è in noi di nostro, e non v’ha loco
cosa che possa tua dirsi né mia;
se ’l mio cor non è mio molto né poco,
come ’l tuo credo ancor che tuo non sia;
poiché tu sei mia fiamma, io son tuo foco,
e ciò che brama l’un l’altro desia;
poiché di propria mano Amor ha fatto
e fermato tra noi questo contratto;

consenti pur ch’io ti ribaci, e dammi
ch’io te, come tu me, stringa ed abbracci.
Pungi, ferisci, uccidi e svenir fammi
fin che l’anima sudi e ’l core agghiacci.
Te l’ardor mio, me la tua fiamma infiammi,
e me teco e te meco un laccio allacci;
perpetuo moto abbian le lingue, e doppi
sien de le braccia e de le labbra i groppi.

Per mezo i fior de le tue labra molli
Amor, qual augellin vago e vezzoso,
con cento suoi fratei lascivi e folli,
vola scherzando, e vi tien l’arco ascoso.
Né vuol ch’io le mie fami ivi satolli,
de le dolcezze sue quasi geloso,
ché tosto ch’io per mitigar l’ardore
ne colgo un bacio, ei mi trafige il core.

Ma qualor da lui scampo e là rifuggo
dov’ha più di vermiglio il tuo bel viso,
più dolce ambrosia, oh me beato, io suggo
di quella che si gusta in paradiso.
Zefiretto soave, ond’io mi struggo,
sento spirar de le tue rose al riso,
lo qual del foco, che ’l mio cor consuma,
ventilando l’ardor vie più l’alluma.

No, che baci non son questi ch’io prendo,
son de la dolce Arabia aure odorate,
d’una soavità ch’io non intendo,
più che di cinnamomo imbalsamate.
Son profumi d’Amor, ch’ei va traendo
da l’incendio de l’alme innamorate.
Par ch’abbia in queste porpore ricetto
quanto mèle han Parnaso, Ibla ed Imetto.

Felice me, che meritar potei
quel dolce mal, che tanto ben m’ha fatto.
Ma son ben folle ne’ diletti miei,
che bacio e parlo in un medesmo tratto.
È sì grande il piacer, che non vorrei
la mia bocca occupar fuorché ’n quest’atto.
E con la bocca istessa il cor si dole
quando i baci dan luogo a le parole.»

«Ed io», dic’ella «che fruir mi vanto
gloria infinita in que’ superni seggi,
non provo colassù diletto tanto,
ch’a la gioia presente si pareggi:
prendi pur ciò che chiedi, e chiedi quanto
di me ti piace, a tuo piacer mi reggi;
ecco a picciole scosse a te, mio bene,
sospirando e tremando il cor sen viene.

Deh nel core, o mio core, ornai m’aventa
quella lingua, d’Amor dolce saetta,
e ’n cote di rubino aguzzar tenta
la punta, ch’a morir dolce m’alletta;
e fa’, tanto ch’anch’io morir mi senta,
del tuo dolce morir dolce vendetta.
Serpe sembri al ferir, ché ben ascose
stan sovente le serpi infra le rose.

E se, perch’ella è velenosa e schiva,
forse imitar la vipera ti spiace,
movila almen sì come suol lasciva
coda guizzar di rondine fugace.
O pur qual fronda di novella oliva
rincresparla t’insegni Amor sagace.
Vibrala sì che la tua bocca arciera
emula de’ begli occhi il cor mi fèra.»

«Non sono», egli ripiglia «or non son questi
gli occhi, onde dolci al cor strali mi scocchi?
Gli occhi, onde dolce il cor dianzi m’ardesti?
Begli occhi…» E ’n questo dir le bacia gli occhi.
«Begli occhi», ella soggiunge «occhi celesti
cagion che di dolcezza il cor trabocchi.
Core ond’io vivo senza cor, tesoro
ond’io povera son, vita ond’io moro!»

Allora il vago: «Anzi tu sol, tu sei
quel core, onde ’l mio cor vita riceve;
cor mio…» Più volea dir, quando colei
la parola in un bacio e ’l cor gli beve.
Ella per lui si strugge, egli per lei,
com’a raggio di sol falda di neve.
Suonano i baci, e mai dal cavo speco
forse a più dolce suon non rispos’ Eco.

Fa un groppo allor de l’un e l’altro core
quel sommo del piacer, fin del desio.
Formano i petti in estasi d’amore
di profondi sospiri un mormorio.
Stillansi l’alme in tepidetto umore,
opprime i sensi un dilettoso oblio.
Tornan fredde le lingue e smorti i volti,
e vacillano i lumi, al ciel travolti.

Tramortiscon di gioia ebre e languenti
l’anime stanche al ciel d’amor rapite.
Gl’iterati sospiri, i rotti accenti,
le dolcissime guerre e le ferite
narrar non so. Fresche aure, onde correnti,
voi che ’l miraste e ben l’udiste, il dite,
voi secretari de’ felici amori
verdi mirti, alti pini, ombrosi allori.
Giambattista Marino

Giambattista Marino

Da La notte goduta (Strofe 1-12)

Era già notte, e lo stellato velo
coprian le nubi d’ogn’intorno accolte,
e fioccando cadean dall’alto cielo
falde di neve in mille giri avvolte,
e Borea, il crudo apportator del gelo,
avea le briglie al suo furor disciolte,
onde in quel punto, al tempestar del verno,
parea la notte un tenebroso inferno.

Ed era omai vicin l’ora fatale,
che la mia bella mi promise un giorno
di dar ristoro al mio dolor mortale,
pria che l’alba facesse in ciel ritorno;
quindi dava al mio cor piaga letale
il ciel, che, tempestoso d’ogni intorno,
parea che oscuro e d’atra invidia pieno
gir mi negasse a la mia cara in seno.

Ma, giunta l’ora, invan l’aria tempesta,
invan soffiano i venti e le procelle,
che punto l’andar mio già non arresta
furor d’inverno e oscurità di stelle;
là me ne vo, dove aspettando desta
Lilla sen sta con due fidate ancelle,
e, giunto alfin, con un sospir cocente
dò il segno che m’impose ed ella il sente.

Sorge tutta tremante, indi, pian piano,
la sento che anelando a me discende,
e con l’avorio de la bianca mano
apre la porta, e per la man mi prende;
m’arretro allor per far cader lontano
la neve ch’avea indosso; ed ella stende
dolcemente ver’ me l’amate braccia,
e languendo e abbracciando il cor m’allaccia.

Trammi in disparte in solitario loco
ai diletti d’amor fra gli altri eletto,
chiude la porta e mi conduce al foco,
e d’una ricca veste il tergo e ’l petto
vestemi, e vuol ch’io mi riscaldi un poco,
pria che a posar sull’amoroso letto
vadan le membra; intanto un guardo fiso
ver’ me rivolge e scioglie un dolce riso.

E vuol parlar, ma nol permette Amore,
ché le parole sue sì la confonde
fra l’interne dolcezze, onde si more
l’anima dentro al corpo e si diffonde;
dà segno alfin d’innamorato core,
e prende la mia mano e la nasconde
tutta nel seno, in quel bel sen di rose,
che per stupor dell’alme amor compose.

Chi sentì mai d’innamorato affetto
segno più chiaro; e qual maggior dolcezza
trasse mai cor da delicato petto,
qual trasse il mio da quella gran bellezza?
Stupita resta a così gran diletto
l’anima mia solo a le pene avvezza,
e dir parea allor volta a le stelle:
«Avete su nel ciel poma più belle?»

Tocca l’avida man le mamme intatte,
e si riscalda entro quel sen cocente,
e le dita dal gel quasi disfatte
vengon di fuoco a meraviglia ardente,
e mentre impressa in quell’eburno latte
or l’una mamma stringo, ed or sovente
provo dolcezza tal, che il cor vien meno
tra gli alabastri di quel bianco seno.

Intanto nel mio grembo ella si lassa
tutta cader e in me rivolge il viso,
e con ambe le mani il collo abbassa,
perch’io goda in quel sen di Paradiso;
e l’amoroso ardir tant’oltre passa
che, mentre il guardo in lei rivolgo fiso,
le dono un bacio, il più soave e grato,
che mai più s’abbia in gioventù formato.

E sotto il manco lembo ove partita
sorge la veste e l’altre vaghe spoglie,
pongo pien di timor la mano ardita;
ma lei la prende e l’adito mi toglie.
Sforzola allora e, giunto con le dita
là dove Amore ogni dolcezza accoglie,
ella si torce, e sorridendo dice:
«Deh! non toccar, ben mio, quel che non lice».

E mentre così parla, Onor le tinge
l’amato volto di vermiglio affetto;
poi tanto l’una e l’altra coscia stringe,
che mi priva la man d’ogni diletto;
quindi tenta fuggir, ma forse finge,
ond’io più forte me la stringo al petto;
cede ella al fin, ond’io toccando sento
l’amorosa cagion del mio tormento.

«Caro, soave e dilettoso loco,
calamita de l’alme, ésca d’amore,
dove sovente il mio amoroso foco
smorza l’incendio del suo grande ardore;
per te languir, per te morir fia poco!…»
in quel punto dicea, che del mio core
sentia, toccando quel ch’a noi s’asconde
termine angusto fra due vaghe sponde.
Giambattista Marino

Giambattista Marino

Da La pastorella (Strofe 28-39)

«Ahi Tirsi» ella proruppe «oh! come ardito,
lusinghiero mi sforzi a’ dolci inganni!
Vorrei disdirti, e sì mi sei gradito
che forza è pur che il mio rigor condanni.
Ah! che troppo sta male, e mal va unito
amore e castità, fieri tiranni!
Ma che! solo consiste e si ricopre
castità nel silenzio, amor nell’opre.

Se tu d’amarmi e di tacer prometti,
ciò che brami da me, bramo ed approvo;
dipende il mio gioir dai tuoi diletti,
i miei dolor ne le tue pene provo.
Amo e disamo co’ tuoi propri affetti,
e se t’aiuto, a me medesmo giovo:
sicché, dolce ben mio, prendi i miei baci,
ribaciami tu ancor, godiamci e taci.»

Languida in braccio mi si slancia e tosto
il suo volto al mio volto ella congiunge;
e il varco de’ rubini ai baci esposto
rare volte, anzi mai da me disgiunge:
il mio labbro talor fra i suoi frapposto
colle mordaci perle alletta e punge;
chiedo audace la lingua a lei, suggendo:
or la piglio, or la presto ed or la rendo.

Premo le acerbe poma al bianco seno,
e nel premerle più, vie più le bramo:
poma di quel bell’idolo terreno,
che farebber peccar di nuovo Adamo!
e, per far noto il mio diletto a pieno,
parlo co’ baci, e con lo sguardo esclamo:
così fruisco in quelle membra intatte
coi labbri il mèl e con le mani il latte.

Distendo alfin il braccio mio furtivo
sotto il manto a colei, che a me s’espose.
Lievemente l’incalzo, ed ecco arrivo
presto a toccar le dolci parti ascose;
ond’ella in atto ritrosetto e schivo
la bella destra a la mia destra oppose.
La spinge, la ritien, poi lascia, e fiso
mirami vergognosa e forma un riso.

Fra’ tiepidetti avori angusto giro
trova la mano e con un dito il tenta,
ella con un caldissimo sospiro
risveglia tosto ogni favilla spenta,
e nel mio grembo allor, che più la miro,
stende la mano languidita e lenta,
e parea dir: «se il tuo dominio impetro,
tua regina son io, dammi lo scettro».

Stimolato dal foco il più cocente
la stendo sull’erbetta ivi supina,
alzo il rustico manto, e dolcemente
scopro di latte una beltà divina;
tale in rozza conchiglia altri sovente
candidetta mirò perla marina,
sciolto il manto a le nubi, a l’ombre il velo,
tale appar neve in terra, ed alba in cielo.

Le morbidette cosce avido allora
dilato sì, che pur le mie v’accolgo;
mi disciolgo ogni impaccio e alla mia Flora
col manco braccio il suo bel collo avvolgo;
così, precipitando ogni dimora,
ella si adatta, ed io all’oprar mi volgo;
l’arbitrio mio nelle sue man’ dispenso,
ché ne disponga ove le detta il senso.

Là dove appunto gliel dettò natura,
senz’altro dir, la giovane l’immerse;
lo spingo ardito, e il mio furor l’indura,
sicché del varco ogni ritegno aperse:
fra il dolor, il diletto e la paura
si riscosse, gridò, ma pur sofferse,
e nel campo d’amor fattasi audace
prova nel guerreggiar diletto e pace.

Ed ecco, giunto a quel gioir perfetto
nel bel sen di colei che tanto amai,
proruppi: «O vita mia, stringimi al petto,
prendi il mio cor, il tuo mi dona omai.
Oh dolce anima mia! oh che diletto!
Deh! spingi, stringi, baciami; che fai?
Or or spingi, mio ben, stringi, ben mio;
O cara, ecco finisco…» Ed Ella: «Anch’io».

Così tacita allor vie più mi stringe
e mi bacia e mi sugge e mi rinforza,
mi rimira, sospira e mi respinge,
tutt’amor, tutta foco e tutta forza.
Or d’ostro, or di pallor ella si tinge,
ed ecco s’abbandona e il foco ammorza;
alfin s’arresta, e languidetta e smorta
proruppe sospirando: «Oimé! son morta».

Una candida benda ella si scioglie
per rasciugarsi i tiepidetti umori:
della rosa d’amor le brine accoglie
la vezzosetta pastorella Clori:
quindi s’allarga le innalzate spoglie,
compone il velo al sen, al crine i fiori,
e ritornando a pascolar l’armento,
si partì lieta, ed io restai contento.
Giambattista Marino

Giambattista Marino

O baci aventurosi

O baci aventurosi, ristoro de’ miei mali,
che di nettare al cor cibo porgete;
spiriti rugiadosi,
sensi d’amor vitali,
che ’n breve giro il viver mio chiudete;
in voi le più secrete
dolcezze e più profonde
provo, talor che con sommessi accenti
interrotti lamenti,
lascivetti desiri,
languidetti sospiri
tra rubino e rubino Amor confonde,
e più d’un’alma in una bocca asconde!

Una bocca omicida,
dolce d’Amor guerrera,
cui natura di gemme arma ed inostra,
dolcemente mi sfida,
e schiva e lusinghiera,
ed amante e nemica a me si mostra.
Entran scherzando in giostra
le lingue innamorate;
baci le trombe son, baci l’offese,
baci son le contese;
quelle labra, ch’io stringo,
son l’agone e l’arringo;
vezzi son l’onte, e son le piaghe amate,
quanto profonde più, tanto più grate.

Tranquilla guerra e cara,
ove l’ira è dolcezza,
amor lo sdegno, e ne le risse è pace;
ove ’l morir s’impara,
l’esser prigion s’apprezza,
né men che la vittoria il perder piace!
Quel corallo mordace,
che m’offende, mi giova;
quel dente, che mi fére ad ora ad ora,
quel mi risana ancora;
quel bacio, che mi priva
di vita, mi raviva;
ond’io, ch’ho nel morir vita ognor nova,
per ferito esser più, ferisco a prova.

Or tepid’aura e leve,
or accento, or sorriso,
pon freno al bacio, a pien non anco impresso.
Spesso un sol bacio beve
sospir, parola e riso;
spesso il bacio vien doppio, ed anco spesso
tronco è dal bacio stesso.
Né sazio avien che lasce
pur d’aver sete il desir troppo ingordo:
suggo, mordo, rimordo,
un bacio fugge, un riede,
un ne more, un succede;
de la morte di quel questo si pasce,
e, pria che mora l’un, l’altro rinasce.

L’asciutto è caro al core,
il molle è più soave,
men dolce è quel che mormorando fugge.
Ma quel, che stampa Amore
d’ambrosia umido e grave,
i vaghi spirti dolcemente sugge.
Lasso! ma chi mi strugge
ritrosa il mi contende
in atto sì gentil, che ’nvita e nega,
ricusa insieme e prega.
Pur amata ed amante,
e baciata e baciante,
alfin col bacio il cor mi porge e prende,
e la vita col cor mi fura e rende.

Miro, rimiro ed ardo,
bacio, ribacio e godo,
e mirando e baciando mi disfaccio.
Amor tra ’l bacio e ’l guardo
scherza e vaneggia in modo
ch’ebro di tanta gloria i’ tremo e taccio;
ond’ella che m’ha in braccio,
lascivamente onesta,
gli occhi mi bacia, e fra le perle elette
frange due parolette:
«Cor mio!» dicendo, e poi,
baciando i baci suoi,
di bacio in bacio a quel piacer mi desta,
che l’alme insieme allaccia e i corpi innesta.

Vinta allor dal diletto
con un sospir sen viene
l’anima al varco, e ’l proprio albergo oblia;
ma con pietoso affetto
la ’ncontra ivi e ritiene
l’anima amica, che s’oppon tra via;
e ’n lei, ch’arde e desia
già languida e smarrita,
d’un vasel di rubin tal pioggia versa
di gioia, che sommersa
in quel piacer gentile,
cui presso ogni altro è vile,
baciando l’altra, ch’a baciar la ’nvita,
alfin ne more, e quel morire è vita.

Deh taci, o lingua sciocca;
senti la dolce bocca,
che ti rappella e dice: «Or godi, e taci!»
e, per farti tacer, raddoppia i baci.