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Poesie di questo tema

Amore romantico

Fazio degli Uberti

Fazio degli Uberti

Poi guardo l’amorosa e bella bocca

Poi guardo l’amorosa e bella bocca,
la spaziosa fronte e ’l vago piglio
e i bianchi denti, il dritto naso e ’l ciglio
pulito e brun, tal che dipinto pare.
E ’l vago mio pensiero allor mi tocca
dicendo: «Vedi allegro dar di piglio
dentro a quel labbro sottile e vermiglio,
dov’ogni dolce e saporito pare!
E odi suo vezzoso ragionare
quanto ben mostra, morbida e pietosa,
e come ‘l suo parlar parte e divide.
Vedi, quand’ella ride,
che passa per diletto ogn’altra cosa!»
Così di quella bocca il pensier mio
mi sprona, perché io
non ho nel mondo cosa ch’io non desse
a tal ch’un sì con buon voler dicesse.
Poi guardo la sua svelta e bianca gola
com’esce ben delle spalle e del petto;
il mento tondo, fesso, piccioletto,
tal che più bel con l’occhio nol disegno.
E quel pensier che sol per lei m’invola
mi dice: «Vedi allegro e bel diletto
aver quel collo fra le braccia stretto
e fare in quella gola un picciol segno!»
Poi sopraggiugne e dice: «Apri lo ’ngegno;
se le parti di fuor son così belle,
l’altre che den valer che dentro copre?
ché sol per le belle opre,
che fanno in cielo il sole e l’altre stelle,
dentro da lor se crede ’l paradiso.
Dunque, se miri fiso,
pensar ben dei ch’ogni terren piacere
si trova dove tu non puoi vedere».
Poi guardo i bracci suoi distesi e grossi,
la bianca mano morbida e pulita,
le belle lunghe e sottilette dita
vaghe di quello anel che l’un tien cinto.
E ’l mio pensier mi dice: «Or se tu fossi
dentro a que’ bracci, fra quella partita,
tanto diletto avrebbe la tua vita,
che dir per me non si potrebbe il quinto.
Vedi ch’ogni suo membro par dipinto,
formoso e grande quanto a lei s’avviene,
con un colore angelico di perla;
graziosa a vederla
e disdegnosa dove si convene,
umile, e vergognosa e temperata;
e sempre a virtù guata,
e in fra’ suoi be’ costumi un atto regna
che d’ogni reverenza la fa degna».
Francesco Berni

Francesco Berni

Alla sua innamorata

Quand’io ti sguardo ben dal capo a’ piei
e ch’io contemplo la cima e ’l pedone,
mi par aver acconcio i fatti miei.

Alle guagnel, tu sei un bel donnone,
da non trovar nella tua beltà fondo,
tanto capace sei con le persone.

Credo che chi cercasse tutto ’l mondo
non troveria la più grande schiattona:
sempre sei la maggior del ballo tondo.

Io vedo chiar che tu saresti buona
ad ogni gran refugio e naturale,
sol con l’aiuto della tua persona.

Se tu fussi la mia moglie carnale,
noi faremmo sì fatti figliuoloni
da compensarne Bacco e Carnevale.

Quando io ti veggio in sen que’ dui fiasconi,
oh mi vien una sete tanto grande
che par ch’io abbia mangiato salsiccioni;

poi, quand’io penso all’altre tue vivande,
mi si risveglia in modo l’appetito
che quasi mi si strappan le mutande.

Accettami, ti prego, per marito,
ché ti trarrai con me tutte le voglie,
perciò ch’io son in casa ben fornito.

Io non aveva il capo a pigliar moglie,
ma quand’io veggio te, giglio incarnato,
son come uno stallon quando si scioglie,

che vede la sua dama in sur un prato,
e balla e salta come un paladino;
così fo io or ch’io ti son allato.

Io ballo, io canto, io sòno il citarino,
e dico all’improvista de’ sonetti
che non gli scoprirebbe un cittadino.

Se vói che ’l mio amor in te rimetti,
èccome in punto apparecchiato e presto,
pur che di buona voglia tu l’accetti.

E se ancor non ti bastasse questo,
che tu voglia di me meglio informarti,
infòrmatene, ché gli è ben onesto.

In me ritrovarai di buone parti,
ma la meglior io non te la vo’ dire:
s’io la dicessi, farei vergognarti.

Or se tu vòi alli effetti venire,
stringiamo insieme le parole e’ fatti,
e da uom discreto chiamami a dormire;

e se poi il mio esser piaceratti,
ci accordaremo a far le cose chiare,
ché senza testimon non voglio gli atti.

Io so che presso me arai a durare
e che tu vòi un marito galante:
adunque piglia me, non mi lasciare.

Io ti fui sempre sviscerato amante;
di me resti a veder sol una prova:
da quella in fuor, hai visto tutte quante.

Sappi che di miei par non se ne trova,
perch’io lavoro spesso e volentieri
fo questo e quello ch’alla moglie giova.

Con me dar ti potrai mille piaceri,
di Marcon ci staremo in santa pace,
dormirem tutti due senza pensieri,

perché ’l fottere a tutti sempre piace.
Francesco Petrarca

Francesco Petrarca

Chiare, fresche e dolci acque

Chiare, fresche e dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
(con sospir mi rimembra)
a lei di fare al bel fianco colonna;
erba e fior che la gonna
leggiadra ricoverse
co l’angelico seno;
aer sacro sereno,
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse;
date udienza insieme
a le dolenti mie parole estreme.

S’egli è pur mio destino,
e ’]l cielo in ciò s’adopra,
ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda;
qualche grazia il meschino
corpo fra voi ricopra,
e torni l’alma al proprio albergo ignuda.
La motte fia men cruda,
se questa spene porto
a quel dubbioso passo;
chè lo spirito lasso
non poria mai ’n più riposato porto
nè in più tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata e l’ossa.

Tempo verrà ancor forse
cla l’usato soggiorno
torni la fera bella e mansueta,
e là, °v’ella mi scorse
. nel benedetto giorno,
volga la vista disiosa e lieta,
cercandomi; et, o pieta!,
già terra in fra le pietre
vedendo, Amor l’inspiri
in guisa, che sospiri
e faccia forza al cielo
asciugandosi gli occhi co ’l bel velo.

Dai bei rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior sovra ’l suo grembo;
et ella si sedea,
umile in tanta gloria
coverta già de l’amoroso nembo.
Qual fior cadea su ’l lembo,
qual su le treccie bionde,
ch’oro forbito e perle
eran quel dì a vederle;
qual si posava in terra, e qual su l’onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: “ Qui regna Amore.”

Quante volte diss’io
allor pien di spavento
“ Costei per fermo nacque in paradiso! ”
Così carco d’oblio
il divin portamento
e ’l volto e le parole e ’l dolce riso
m’aveano, e sì diviso
da l’imagine vera,
ch’? dicea sospirando:
“Qui come vent’io, o quando?”
credendo esser in ciel, non là dov’era.
Da indi in quà mi piace
quest’erba sì, ch’altrove non ho pace.

Se tu avessi ornamenti quant’hai voglia,
potresti arditamente
uscir del bosco e gir in fra la gente.
1317-1375
Gabriele D'Annunzio

Gabriele D'Annunzio

Da Il peccato di maggio

Tutto il bosco, un istante, parve a la mia vista
una maravigliosa foresta di ametista
che risplendeva; e Yella parve la maga. Eretta
fra l’erba, d’un’aerea tunica violetta
circonfusa, a quell’ultima luce crepuscolare
ella diede l’addio con un alto cantare.
Ella cantava ancòra al mio fianco. Una ciocca
de’ suoi capelli, a tratti, mi sfiorava la bocca;
ed il profumo, l’anima di quella cosa viva,
m’irritava le nari avide, mi saliva
pe ’l capo. Io le guardai la gola palpitante
al ritmo de le note: come bianca!
curve al passaggio udivano?
Or vanivan d’intorno le nebbie di viola
ne l’aria; una penombra dolce velava l’aria,
e su da la foresta profonda e solitaria
sorgevano le voci de le cose, gli odori
de le cose. Pareva, non so, come dai fiori
da le foglie da l’erbe un sogno vegetale
salisse e si spandesse, grande e soave; quale,
non so, da le dormenti acque a l’alba un vapore.
Io respirava un sogno di foresta in amore.
Ella cantava; e il puro canto rendeva pure
tutte le cose.

[…]

ella disse, piegando verso di me. «Non vuoi
tu riposare?» Aveano le sue parole, i suoi
gesti una così nova dolcezza ch’io tremai
ne l’ime fibre come a una voce non mai
udita, indefinibile. E mi sentii su gli occhi
scendere un denso velo; e le caddi a’ ginocchi;
e con avide mani su pe ’l suo corpo ascesi,
e tremar come un’arpa viva il suo corpo intesi.
Atterrita a que’ sùbiti vibramenti d’ignote
fibre, ella con aneliti, gemiti, con immote
le pupille e convulsa la bocca, omai perduta,
omai perduta senza scampo, omai posseduta
da la dolce e terribile forza a cui la foresta
era schiava in quell’ora, pendea su me…
in dietro a l’improvviso abbandonò. Le chiome
effuse le composero un letto ov’ella, come
per morire, si stese. Un irrigidimento,
quasi un gelo di morte, l’occupò. Lo spavento
m’invase, per un attimo, innanzi a quel candore
mortale che parea cingerla d’un orrore
mistico e da l’impuro desìo che in me sì forte
fiammeggiava difenderla per sempre. Ma fu morte
breve. Tornò la vita ne l’onda del piacere.
Chino a lei su la bocca io tutto, come a bere
da un calice, fremendo di conquista, sentivo
le punte del suo petto insorgere, al lascivo
tentar de le mie dita, quali carnosi fiori…

O bei fiori vermigli – in cui eran sapori
de’ più teneri frutti che tarda su le soglie
de l’Estate ridendo l’ultimo riso coglie
la Primavera –, o fiori, o frutti dal più lene
sangue virgineo nati, nudriti da le vene
più cerule che scorrano in paradisi umani,
o fiori, o frutti, ancòra io mi sento su i vani
versi, al ricordo antico, impallidir la faccia!
Ed ancòra le reni, come allora, mi ghiaccia
un brivido!