Poesie di questo tema
Amore romantico
Contessa Lara
Mezzanotte
Quando a notte alta si velano
le pie stelle, e il suon dell’ore
da San Carlo al Corso in dodici
balzi arriva nel mio cuore,
e la luna solitaria
per il ciel chiaro s’effonde,
e gli alati sogni calano lievi,
a frotte vagabonde,
su ’l terrazzo io muovo tacita,
e tra’ fior del parapetto
l’ombra mia s’accampa immobile
sopra il muro di rimpetto.
Ma un’altra ombra a un punto sorgere
ecco dietro: su le chiome
sento un bacio e un respir tiepido
che si esala nel mio nome.
Non mi volgo io, ma con languido
atto il capo indietro piego,
e d’un braccio quel suo pallido
viso al mio stringo e rilego.
Le nostre ombre si confondono
mentre avvinti si rimane:
e d’intorno alto singhiozzano
invisibili fontane.
Volan l’ore… Chi mai numera
i miei baci e i baci suoi?
Par che Dio non lasci vivere
nella notte altri che noi.
le pie stelle, e il suon dell’ore
da San Carlo al Corso in dodici
balzi arriva nel mio cuore,
e la luna solitaria
per il ciel chiaro s’effonde,
e gli alati sogni calano lievi,
a frotte vagabonde,
su ’l terrazzo io muovo tacita,
e tra’ fior del parapetto
l’ombra mia s’accampa immobile
sopra il muro di rimpetto.
Ma un’altra ombra a un punto sorgere
ecco dietro: su le chiome
sento un bacio e un respir tiepido
che si esala nel mio nome.
Non mi volgo io, ma con languido
atto il capo indietro piego,
e d’un braccio quel suo pallido
viso al mio stringo e rilego.
Le nostre ombre si confondono
mentre avvinti si rimane:
e d’intorno alto singhiozzano
invisibili fontane.
Volan l’ore… Chi mai numera
i miei baci e i baci suoi?
Par che Dio non lasci vivere
nella notte altri che noi.
Contessa Lara
Scapataggini
Io non ti chiederò, mio trascurato,
dove consumi il tempo ed a che pensi,
se una dama gentil d’alto casato,
idol di brevi giorni, adori e incensi;
o se in un’orgia, d’una Frine a lato,
de’ cibi tra i vapor tiepidi e densi,
le tue labbra ridenti hai profanato,
di strane voluttà briaco i sensi.
A me basta saper che ovunque sei,
o che affondi ne ‘l fango o sogni il cielo,
il ricordo è con te de’ baci miei.
Che a quel ricordo ti si stringe il core,
ti si distende sovra gli occhi un velo;
per ch’io sono il tuo vero, unico amore.
dove consumi il tempo ed a che pensi,
se una dama gentil d’alto casato,
idol di brevi giorni, adori e incensi;
o se in un’orgia, d’una Frine a lato,
de’ cibi tra i vapor tiepidi e densi,
le tue labbra ridenti hai profanato,
di strane voluttà briaco i sensi.
A me basta saper che ovunque sei,
o che affondi ne ‘l fango o sogni il cielo,
il ricordo è con te de’ baci miei.
Che a quel ricordo ti si stringe il core,
ti si distende sovra gli occhi un velo;
per ch’io sono il tuo vero, unico amore.
Fazio degli Uberti
Poi guardo l’amorosa e bella bocca
Poi guardo l’amorosa e bella bocca,
la spaziosa fronte e ’l vago piglio
e i bianchi denti, il dritto naso e ’l ciglio
pulito e brun, tal che dipinto pare.
E ’l vago mio pensiero allor mi tocca
dicendo: «Vedi allegro dar di piglio
dentro a quel labbro sottile e vermiglio,
dov’ogni dolce e saporito pare!
E odi suo vezzoso ragionare
quanto ben mostra, morbida e pietosa,
e come ‘l suo parlar parte e divide.
Vedi, quand’ella ride,
che passa per diletto ogn’altra cosa!»
Così di quella bocca il pensier mio
mi sprona, perché io
non ho nel mondo cosa ch’io non desse
a tal ch’un sì con buon voler dicesse.
Poi guardo la sua svelta e bianca gola
com’esce ben delle spalle e del petto;
il mento tondo, fesso, piccioletto,
tal che più bel con l’occhio nol disegno.
E quel pensier che sol per lei m’invola
mi dice: «Vedi allegro e bel diletto
aver quel collo fra le braccia stretto
e fare in quella gola un picciol segno!»
Poi sopraggiugne e dice: «Apri lo ’ngegno;
se le parti di fuor son così belle,
l’altre che den valer che dentro copre?
ché sol per le belle opre,
che fanno in cielo il sole e l’altre stelle,
dentro da lor se crede ’l paradiso.
Dunque, se miri fiso,
pensar ben dei ch’ogni terren piacere
si trova dove tu non puoi vedere».
Poi guardo i bracci suoi distesi e grossi,
la bianca mano morbida e pulita,
le belle lunghe e sottilette dita
vaghe di quello anel che l’un tien cinto.
E ’l mio pensier mi dice: «Or se tu fossi
dentro a que’ bracci, fra quella partita,
tanto diletto avrebbe la tua vita,
che dir per me non si potrebbe il quinto.
Vedi ch’ogni suo membro par dipinto,
formoso e grande quanto a lei s’avviene,
con un colore angelico di perla;
graziosa a vederla
e disdegnosa dove si convene,
umile, e vergognosa e temperata;
e sempre a virtù guata,
e in fra’ suoi be’ costumi un atto regna
che d’ogni reverenza la fa degna».
la spaziosa fronte e ’l vago piglio
e i bianchi denti, il dritto naso e ’l ciglio
pulito e brun, tal che dipinto pare.
E ’l vago mio pensiero allor mi tocca
dicendo: «Vedi allegro dar di piglio
dentro a quel labbro sottile e vermiglio,
dov’ogni dolce e saporito pare!
E odi suo vezzoso ragionare
quanto ben mostra, morbida e pietosa,
e come ‘l suo parlar parte e divide.
Vedi, quand’ella ride,
che passa per diletto ogn’altra cosa!»
Così di quella bocca il pensier mio
mi sprona, perché io
non ho nel mondo cosa ch’io non desse
a tal ch’un sì con buon voler dicesse.
Poi guardo la sua svelta e bianca gola
com’esce ben delle spalle e del petto;
il mento tondo, fesso, piccioletto,
tal che più bel con l’occhio nol disegno.
E quel pensier che sol per lei m’invola
mi dice: «Vedi allegro e bel diletto
aver quel collo fra le braccia stretto
e fare in quella gola un picciol segno!»
Poi sopraggiugne e dice: «Apri lo ’ngegno;
se le parti di fuor son così belle,
l’altre che den valer che dentro copre?
ché sol per le belle opre,
che fanno in cielo il sole e l’altre stelle,
dentro da lor se crede ’l paradiso.
Dunque, se miri fiso,
pensar ben dei ch’ogni terren piacere
si trova dove tu non puoi vedere».
Poi guardo i bracci suoi distesi e grossi,
la bianca mano morbida e pulita,
le belle lunghe e sottilette dita
vaghe di quello anel che l’un tien cinto.
E ’l mio pensier mi dice: «Or se tu fossi
dentro a que’ bracci, fra quella partita,
tanto diletto avrebbe la tua vita,
che dir per me non si potrebbe il quinto.
Vedi ch’ogni suo membro par dipinto,
formoso e grande quanto a lei s’avviene,
con un colore angelico di perla;
graziosa a vederla
e disdegnosa dove si convene,
umile, e vergognosa e temperata;
e sempre a virtù guata,
e in fra’ suoi be’ costumi un atto regna
che d’ogni reverenza la fa degna».
Federico II di Svevia
Farò come l’augello
Farò come l’augello
quand’altri lo distene,
che vive ne la spene
la quale ha ne lo core
e no more — sperando di campare.
E aspettando quello,
viveragio con pene,
chio non credo aver bene;
tant’è lo fino amore,
e ’l grande — ardore cl’agio di tornare
a voi, donna, d’amare,
di tutte gioi’ compita,
chl’avete la mia vita
da gioia dipartita — e da alegranza.
E mille anni mi pare
che fu la dipartita;
e parmi la redita
quasi fallita per la disianza.
quand’altri lo distene,
che vive ne la spene
la quale ha ne lo core
e no more — sperando di campare.
E aspettando quello,
viveragio con pene,
chio non credo aver bene;
tant’è lo fino amore,
e ’l grande — ardore cl’agio di tornare
a voi, donna, d’amare,
di tutte gioi’ compita,
chl’avete la mia vita
da gioia dipartita — e da alegranza.
E mille anni mi pare
che fu la dipartita;
e parmi la redita
quasi fallita per la disianza.
Francesco Berni
Alla sua innamorata
Quand’io ti sguardo ben dal capo a’ piei
e ch’io contemplo la cima e ’l pedone,
mi par aver acconcio i fatti miei.
Alle guagnel, tu sei un bel donnone,
da non trovar nella tua beltà fondo,
tanto capace sei con le persone.
Credo che chi cercasse tutto ’l mondo
non troveria la più grande schiattona:
sempre sei la maggior del ballo tondo.
Io vedo chiar che tu saresti buona
ad ogni gran refugio e naturale,
sol con l’aiuto della tua persona.
Se tu fussi la mia moglie carnale,
noi faremmo sì fatti figliuoloni
da compensarne Bacco e Carnevale.
Quando io ti veggio in sen que’ dui fiasconi,
oh mi vien una sete tanto grande
che par ch’io abbia mangiato salsiccioni;
poi, quand’io penso all’altre tue vivande,
mi si risveglia in modo l’appetito
che quasi mi si strappan le mutande.
Accettami, ti prego, per marito,
ché ti trarrai con me tutte le voglie,
perciò ch’io son in casa ben fornito.
Io non aveva il capo a pigliar moglie,
ma quand’io veggio te, giglio incarnato,
son come uno stallon quando si scioglie,
che vede la sua dama in sur un prato,
e balla e salta come un paladino;
così fo io or ch’io ti son allato.
Io ballo, io canto, io sòno il citarino,
e dico all’improvista de’ sonetti
che non gli scoprirebbe un cittadino.
Se vói che ’l mio amor in te rimetti,
èccome in punto apparecchiato e presto,
pur che di buona voglia tu l’accetti.
E se ancor non ti bastasse questo,
che tu voglia di me meglio informarti,
infòrmatene, ché gli è ben onesto.
In me ritrovarai di buone parti,
ma la meglior io non te la vo’ dire:
s’io la dicessi, farei vergognarti.
Or se tu vòi alli effetti venire,
stringiamo insieme le parole e’ fatti,
e da uom discreto chiamami a dormire;
e se poi il mio esser piaceratti,
ci accordaremo a far le cose chiare,
ché senza testimon non voglio gli atti.
Io so che presso me arai a durare
e che tu vòi un marito galante:
adunque piglia me, non mi lasciare.
Io ti fui sempre sviscerato amante;
di me resti a veder sol una prova:
da quella in fuor, hai visto tutte quante.
Sappi che di miei par non se ne trova,
perch’io lavoro spesso e volentieri
fo questo e quello ch’alla moglie giova.
Con me dar ti potrai mille piaceri,
di Marcon ci staremo in santa pace,
dormirem tutti due senza pensieri,
perché ’l fottere a tutti sempre piace.
e ch’io contemplo la cima e ’l pedone,
mi par aver acconcio i fatti miei.
Alle guagnel, tu sei un bel donnone,
da non trovar nella tua beltà fondo,
tanto capace sei con le persone.
Credo che chi cercasse tutto ’l mondo
non troveria la più grande schiattona:
sempre sei la maggior del ballo tondo.
Io vedo chiar che tu saresti buona
ad ogni gran refugio e naturale,
sol con l’aiuto della tua persona.
Se tu fussi la mia moglie carnale,
noi faremmo sì fatti figliuoloni
da compensarne Bacco e Carnevale.
Quando io ti veggio in sen que’ dui fiasconi,
oh mi vien una sete tanto grande
che par ch’io abbia mangiato salsiccioni;
poi, quand’io penso all’altre tue vivande,
mi si risveglia in modo l’appetito
che quasi mi si strappan le mutande.
Accettami, ti prego, per marito,
ché ti trarrai con me tutte le voglie,
perciò ch’io son in casa ben fornito.
Io non aveva il capo a pigliar moglie,
ma quand’io veggio te, giglio incarnato,
son come uno stallon quando si scioglie,
che vede la sua dama in sur un prato,
e balla e salta come un paladino;
così fo io or ch’io ti son allato.
Io ballo, io canto, io sòno il citarino,
e dico all’improvista de’ sonetti
che non gli scoprirebbe un cittadino.
Se vói che ’l mio amor in te rimetti,
èccome in punto apparecchiato e presto,
pur che di buona voglia tu l’accetti.
E se ancor non ti bastasse questo,
che tu voglia di me meglio informarti,
infòrmatene, ché gli è ben onesto.
In me ritrovarai di buone parti,
ma la meglior io non te la vo’ dire:
s’io la dicessi, farei vergognarti.
Or se tu vòi alli effetti venire,
stringiamo insieme le parole e’ fatti,
e da uom discreto chiamami a dormire;
e se poi il mio esser piaceratti,
ci accordaremo a far le cose chiare,
ché senza testimon non voglio gli atti.
Io so che presso me arai a durare
e che tu vòi un marito galante:
adunque piglia me, non mi lasciare.
Io ti fui sempre sviscerato amante;
di me resti a veder sol una prova:
da quella in fuor, hai visto tutte quante.
Sappi che di miei par non se ne trova,
perch’io lavoro spesso e volentieri
fo questo e quello ch’alla moglie giova.
Con me dar ti potrai mille piaceri,
di Marcon ci staremo in santa pace,
dormirem tutti due senza pensieri,
perché ’l fottere a tutti sempre piace.
Francesco Petrarca
Amor ed io, sì pien di meraviglia
Amor ed io, sì pien di meraviglia,
come chi mai cosa incredibil vide,
miriam costei quand’ella parla o ride,
che sol se stessa, e null’altra simiglia.
Dal bel seren de le tranquille ciglia
sfavillan sì le mie due stelle fide,
ch’altro lume non è cl’infiammi e guide
chi d’amar altamente si consiglia.
Qual miracol è quel, quando tra l’erba
quasi un fior sede! o ver quand’ella preme
col suo candido seno un verde cespo!
Qual dolcezza è ne la stagione acerba
vederla ir sola coi pensier suoi insieme,
tessendo un cerchio a l’oro terso e crespo!
come chi mai cosa incredibil vide,
miriam costei quand’ella parla o ride,
che sol se stessa, e null’altra simiglia.
Dal bel seren de le tranquille ciglia
sfavillan sì le mie due stelle fide,
ch’altro lume non è cl’infiammi e guide
chi d’amar altamente si consiglia.
Qual miracol è quel, quando tra l’erba
quasi un fior sede! o ver quand’ella preme
col suo candido seno un verde cespo!
Qual dolcezza è ne la stagione acerba
vederla ir sola coi pensier suoi insieme,
tessendo un cerchio a l’oro terso e crespo!
Francesco Petrarca
Canta, or piango, e non men di dolcezza
Canta, or piango, e non men di dolcezza
del pianger prendo che del canto presi;
ch’a la cagion, non a l’effetto, intesi
sono i miei sensi vaghi pur d’altezza.
Indi e mansiietudine e durezza
ed atti fieri ed umili e cortesi
porto egualmente; nè me gravan pesi,
nè l’arme mie punta di sdegni spezza.
Tengan dunque vér me l’usato stile
Amor, Madonna, il mondo e mia fortuna;
ch’? non penso esser mai se non felice.
Viva o mora o languisca, un più gentile
stato del mio non è sotto la luna:
sì dolce è del mio amaro la radice!
del pianger prendo che del canto presi;
ch’a la cagion, non a l’effetto, intesi
sono i miei sensi vaghi pur d’altezza.
Indi e mansiietudine e durezza
ed atti fieri ed umili e cortesi
porto egualmente; nè me gravan pesi,
nè l’arme mie punta di sdegni spezza.
Tengan dunque vér me l’usato stile
Amor, Madonna, il mondo e mia fortuna;
ch’? non penso esser mai se non felice.
Viva o mora o languisca, un più gentile
stato del mio non è sotto la luna:
sì dolce è del mio amaro la radice!
Francesco Petrarca
Ch1 vuol veder quantunque può natura
vuol veder quantunque può natura
e il ciel tra noi, venga a mirar costei,
ch’è sola un sol, non pur agli occhi miei
ma al mondo cieco che virtù non cura;
e venga tosto, perchè morte fura
prima i migliori e lascia stat i rei:
questa, aspettata al regno degli dei,
cosa bella mortal, passa e non dura.
Vedrà, s’arriva a tempo, ogni virtute,
ogni bellezza, ogni real costume
giunti in un corpo con mirabil tempre;
allor dirà che mie rime son mute,
l’ingegno offeso dal soverchio lume:
ma, se più tarda, avrà da pianger sempre.
e il ciel tra noi, venga a mirar costei,
ch’è sola un sol, non pur agli occhi miei
ma al mondo cieco che virtù non cura;
e venga tosto, perchè morte fura
prima i migliori e lascia stat i rei:
questa, aspettata al regno degli dei,
cosa bella mortal, passa e non dura.
Vedrà, s’arriva a tempo, ogni virtute,
ogni bellezza, ogni real costume
giunti in un corpo con mirabil tempre;
allor dirà che mie rime son mute,
l’ingegno offeso dal soverchio lume:
ma, se più tarda, avrà da pianger sempre.
Francesco Petrarca
Chiare, fresche e dolci acque
Chiare, fresche e dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
(con sospir mi rimembra)
a lei di fare al bel fianco colonna;
erba e fior che la gonna
leggiadra ricoverse
co l’angelico seno;
aer sacro sereno,
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse;
date udienza insieme
a le dolenti mie parole estreme.
S’egli è pur mio destino,
e ’]l cielo in ciò s’adopra,
ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda;
qualche grazia il meschino
corpo fra voi ricopra,
e torni l’alma al proprio albergo ignuda.
La motte fia men cruda,
se questa spene porto
a quel dubbioso passo;
chè lo spirito lasso
non poria mai ’n più riposato porto
nè in più tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata e l’ossa.
Tempo verrà ancor forse
cla l’usato soggiorno
torni la fera bella e mansueta,
e là, °v’ella mi scorse
. nel benedetto giorno,
volga la vista disiosa e lieta,
cercandomi; et, o pieta!,
già terra in fra le pietre
vedendo, Amor l’inspiri
in guisa, che sospiri
e faccia forza al cielo
asciugandosi gli occhi co ’l bel velo.
Dai bei rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior sovra ’l suo grembo;
et ella si sedea,
umile in tanta gloria
coverta già de l’amoroso nembo.
Qual fior cadea su ’l lembo,
qual su le treccie bionde,
ch’oro forbito e perle
eran quel dì a vederle;
qual si posava in terra, e qual su l’onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: “ Qui regna Amore.”
Quante volte diss’io
allor pien di spavento
“ Costei per fermo nacque in paradiso! ”
Così carco d’oblio
il divin portamento
e ’l volto e le parole e ’l dolce riso
m’aveano, e sì diviso
da l’imagine vera,
ch’? dicea sospirando:
“Qui come vent’io, o quando?”
credendo esser in ciel, non là dov’era.
Da indi in quà mi piace
quest’erba sì, ch’altrove non ho pace.
Se tu avessi ornamenti quant’hai voglia,
potresti arditamente
uscir del bosco e gir in fra la gente.
1317-1375
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
(con sospir mi rimembra)
a lei di fare al bel fianco colonna;
erba e fior che la gonna
leggiadra ricoverse
co l’angelico seno;
aer sacro sereno,
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse;
date udienza insieme
a le dolenti mie parole estreme.
S’egli è pur mio destino,
e ’]l cielo in ciò s’adopra,
ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda;
qualche grazia il meschino
corpo fra voi ricopra,
e torni l’alma al proprio albergo ignuda.
La motte fia men cruda,
se questa spene porto
a quel dubbioso passo;
chè lo spirito lasso
non poria mai ’n più riposato porto
nè in più tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata e l’ossa.
Tempo verrà ancor forse
cla l’usato soggiorno
torni la fera bella e mansueta,
e là, °v’ella mi scorse
. nel benedetto giorno,
volga la vista disiosa e lieta,
cercandomi; et, o pieta!,
già terra in fra le pietre
vedendo, Amor l’inspiri
in guisa, che sospiri
e faccia forza al cielo
asciugandosi gli occhi co ’l bel velo.
Dai bei rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior sovra ’l suo grembo;
et ella si sedea,
umile in tanta gloria
coverta già de l’amoroso nembo.
Qual fior cadea su ’l lembo,
qual su le treccie bionde,
ch’oro forbito e perle
eran quel dì a vederle;
qual si posava in terra, e qual su l’onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: “ Qui regna Amore.”
Quante volte diss’io
allor pien di spavento
“ Costei per fermo nacque in paradiso! ”
Così carco d’oblio
il divin portamento
e ’l volto e le parole e ’l dolce riso
m’aveano, e sì diviso
da l’imagine vera,
ch’? dicea sospirando:
“Qui come vent’io, o quando?”
credendo esser in ciel, non là dov’era.
Da indi in quà mi piace
quest’erba sì, ch’altrove non ho pace.
Se tu avessi ornamenti quant’hai voglia,
potresti arditamente
uscir del bosco e gir in fra la gente.
1317-1375
Francesco Petrarca
Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che in mille dolci nodi li avvolgea;
e il vago lume oltre misura ardea
di quei begli occhi, ch’or ne son si scarsi;
e il viso di pietosi color farsi,
non so se vero o falso mi parea:
io che l’esca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di subit’arsi?
Non era l’andar suo cosa mortale,
ma d’angelica forma, e le parole
sonavan altro che pur voce umana.
Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel chio vidi; e se non fosse or tale,
piaga per allentar d’arco non sana.
po
che in mille dolci nodi li avvolgea;
e il vago lume oltre misura ardea
di quei begli occhi, ch’or ne son si scarsi;
e il viso di pietosi color farsi,
non so se vero o falso mi parea:
io che l’esca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di subit’arsi?
Non era l’andar suo cosa mortale,
ma d’angelica forma, e le parole
sonavan altro che pur voce umana.
Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel chio vidi; e se non fosse or tale,
piaga per allentar d’arco non sana.
po
Francesco Petrarca
In qual parte del ciel, in quale idea
In qual parte del ciel, in quale idea
era l’esempio, onde natura tolse
quel bel viso leggiadro, in ch’ella volse
mostrar qua giù quanto lassù potea?
Qual ninfa in fonti, in selva mai qual Dea
chiome d’oro sì fino a l’aura sciolse?
Quando un cor tante in sè virtuti accolse?
Benchè la somma è di mia morte rea.
Per divina bellezza indarno mira
chi gli occhi di costei giammai non vide,
come soavemente ella gli gira.
Non sa come Amor sana e come ancide,
chi non sa come dolce ella sospira,
e come dolce parla e dolce ride.
era l’esempio, onde natura tolse
quel bel viso leggiadro, in ch’ella volse
mostrar qua giù quanto lassù potea?
Qual ninfa in fonti, in selva mai qual Dea
chiome d’oro sì fino a l’aura sciolse?
Quando un cor tante in sè virtuti accolse?
Benchè la somma è di mia morte rea.
Per divina bellezza indarno mira
chi gli occhi di costei giammai non vide,
come soavemente ella gli gira.
Non sa come Amor sana e come ancide,
chi non sa come dolce ella sospira,
e come dolce parla e dolce ride.
Francesco Petrarca
LeEvomwmr il mio pensier in parte ov’era
il mio pensier in parte ov’era
quella clio cerco e non ritrovo in terra:
ivi fra lor, che ’l terzo cerchio serra,
la rividi più bella e meno altera.
Mio ben non cape in intelletto umano:
te solo aspetto, e, quel che tanto amasti
e [à giuso è rimaso, il mio bel velo.”
Deh perchè tacque ed allargò la mano?
Ch’al suon de’ detti sì pietosi e casti
poco mancò ch’io non rimasi in cielo.
quella clio cerco e non ritrovo in terra:
ivi fra lor, che ’l terzo cerchio serra,
la rividi più bella e meno altera.
Mio ben non cape in intelletto umano:
te solo aspetto, e, quel che tanto amasti
e [à giuso è rimaso, il mio bel velo.”
Deh perchè tacque ed allargò la mano?
Ch’al suon de’ detti sì pietosi e casti
poco mancò ch’io non rimasi in cielo.
Francesco Petrarca
Li angeli eletti e l’anime beate
Li Angeli eletti, e l’anime beate
Cittadine del Cielo, il primo giorno
Che Madonna passò, le fur’ intorno
Piene di maraviglia, e di pietate.
Che luce è questa, e qual nova beltate?
Dicean tra lor, perch’abito sì adorno
Dal mondo errante a quest’alto soggiorno
Non salì mai in tutta questa etate.
Ella, contenta aver cangiato albergo
Si paragona pur coi più perfetti;
E parte ad or’ ad or si volge a tergo,
Mirando s’io la seguo; e par ch’aspetti:
Ond’io voglie, e pensier’ tutti al Ciel’ ergo;
Perch’i’ l’odo pregar pur, ch’i’ m’affretti.
Cittadine del Cielo, il primo giorno
Che Madonna passò, le fur’ intorno
Piene di maraviglia, e di pietate.
Che luce è questa, e qual nova beltate?
Dicean tra lor, perch’abito sì adorno
Dal mondo errante a quest’alto soggiorno
Non salì mai in tutta questa etate.
Ella, contenta aver cangiato albergo
Si paragona pur coi più perfetti;
E parte ad or’ ad or si volge a tergo,
Mirando s’io la seguo; e par ch’aspetti:
Ond’io voglie, e pensier’ tutti al Ciel’ ergo;
Perch’i’ l’odo pregar pur, ch’i’ m’affretti.
Francesco Petrarca
LreTI fiori e felici e ben nate erbe
fiori e felici e ben nate erbe,
che Madonna, pensando, premer sòle;
piaggia, ch’ascolti sue dolci parole,
e del bel piede alcun vestigio serbe;
schietti arboscelli e verdi frondi acerbe,
amorosette e pallide viole;
ombrose selve, ove percote il sole,
che vi fa co’ suoi raggi alte e superbe;
o soave contrada, o puro fiume,
che bagni il suo bel viso e gli occhi chiari,
IO
e prendi qualità dal vivo lume;
quanto v’invidio gli atti onesti e cari!
Non fia in voi scoglio omai, che per costume
d’arder co’ la mia fiamma non impari.
che Madonna, pensando, premer sòle;
piaggia, ch’ascolti sue dolci parole,
e del bel piede alcun vestigio serbe;
schietti arboscelli e verdi frondi acerbe,
amorosette e pallide viole;
ombrose selve, ove percote il sole,
che vi fa co’ suoi raggi alte e superbe;
o soave contrada, o puro fiume,
che bagni il suo bel viso e gli occhi chiari,
IO
e prendi qualità dal vivo lume;
quanto v’invidio gli atti onesti e cari!
Non fia in voi scoglio omai, che per costume
d’arder co’ la mia fiamma non impari.
Francesco Petrarca
Non d’atra et tempestosa onda marina
Non d’atra et tempestosa onda marina
fuggìo in porto già mai stanco nocchiero,
com’io dal fosco et torbido pensero
fuggo ove ’1 gran desìo mi sprona e ’nchina.
Né mortal vista mai luce divina
vinse, come la mia quel raggio altero
del bel dolce soave bianco et nero,
in che i suoi strali Amor dora et affina.
Cieco non già, ma pharetrato il veggo;
nudo, se non quanto vergogna il vela;
garzon con ali, non pinto, ma vivo.
Indi mi mostra quel ch’a molti cela;
ch’a parte a parte entro a’ begli occhi leggo
quant’io parlo d’Amore, et quant’io scrivo.
fuggìo in porto già mai stanco nocchiero,
com’io dal fosco et torbido pensero
fuggo ove ’1 gran desìo mi sprona e ’nchina.
Né mortal vista mai luce divina
vinse, come la mia quel raggio altero
del bel dolce soave bianco et nero,
in che i suoi strali Amor dora et affina.
Cieco non già, ma pharetrato il veggo;
nudo, se non quanto vergogna il vela;
garzon con ali, non pinto, ma vivo.
Indi mi mostra quel ch’a molti cela;
ch’a parte a parte entro a’ begli occhi leggo
quant’io parlo d’Amore, et quant’io scrivo.
Francesco Petrarca
PrEn d’un vago pensier che mi desvia
d’un vago pensier che mi desvia
da tutti gli altri e fammi al mondo ir solo,
ad or ad ora a me stesso m’involò,
pur lei cercando che fuggir devria;
e veggiola passar sì dolce e ria
che l’alma trema per levarsi a volo,
tal d’armati pensier conduce stuolo
questa bella d’amor nemica e mia.
Ben, s’io non erro, di pietate un raggio
scorgo fra ’l nubiloso altero ciglio,
che in parte rasserena il cor doglioso:
allor raccolgo l’alma, e poi ch’i’ aggio
di scovrirle il mio mal preso consiglio,
tanto gli ho a dir che incominciar non oso.
da tutti gli altri e fammi al mondo ir solo,
ad or ad ora a me stesso m’involò,
pur lei cercando che fuggir devria;
e veggiola passar sì dolce e ria
che l’alma trema per levarsi a volo,
tal d’armati pensier conduce stuolo
questa bella d’amor nemica e mia.
Ben, s’io non erro, di pietate un raggio
scorgo fra ’l nubiloso altero ciglio,
che in parte rasserena il cor doglioso:
allor raccolgo l’alma, e poi ch’i’ aggio
di scovrirle il mio mal preso consiglio,
tanto gli ho a dir che incominciar non oso.
Francesco Petrarca
Quanpo fra l’altre donne ad ora ad ora
Quanpo fra l’altre donne ad ora ad ora
Amor vien nel bel viso di costei,
quanto ciascuna è men bella di lei,
tanto cresce ’l desio che m’innamora.
To benedico il loco il tempo e l’ora
che sì alto miraron gli occhi miei,
e dico: “ Anima, assai ringraziar dèi
che fosti a tanto onor degnata allora.”
Da lei ti ven l’amoroso pensiero,
che, mentre ’l segui, al sommo ben t’invia,
poco prezzando quel ch’ogni uom desia;
da lei vien l’animosa leggiadria,
ch’al ciel ti scorge per destro sentiero:
sì chio vo già de la speranza altero.
Amor vien nel bel viso di costei,
quanto ciascuna è men bella di lei,
tanto cresce ’l desio che m’innamora.
To benedico il loco il tempo e l’ora
che sì alto miraron gli occhi miei,
e dico: “ Anima, assai ringraziar dèi
che fosti a tanto onor degnata allora.”
Da lei ti ven l’amoroso pensiero,
che, mentre ’l segui, al sommo ben t’invia,
poco prezzando quel ch’ogni uom desia;
da lei vien l’animosa leggiadria,
ch’al ciel ti scorge per destro sentiero:
sì chio vo già de la speranza altero.
Francesco Petrarca
Se lamentar augelli o verdi fronde
Se lamentar augelli o verdi fronde
mover soavemente a l’aura estiva,
o roco mormorar di lucide onde
s’ode d’una fiorita e fresca riva,
Ià °V’io seggia d’amor pensoso e scriva;
lei che ’l ciel ne mostrò, terra n’asconde,
veggio et odo et intendo, ch’ancor viva
di sì lontano ai sospir miei risponde.
“Deh perchè innanzi ’°l tempo ti consume? ”
mi dice con pietate: “a che pur versi
de gli occhi tristi un doloroso fiume?
Di me non pianger tu; ch’i miei dì fersi,
morendo, eterni; e ne l’interno lume,
quando mostrai di chiuder, gli occhi apersi.”
mover soavemente a l’aura estiva,
o roco mormorar di lucide onde
s’ode d’una fiorita e fresca riva,
Ià °V’io seggia d’amor pensoso e scriva;
lei che ’l ciel ne mostrò, terra n’asconde,
veggio et odo et intendo, ch’ancor viva
di sì lontano ai sospir miei risponde.
“Deh perchè innanzi ’°l tempo ti consume? ”
mi dice con pietate: “a che pur versi
de gli occhi tristi un doloroso fiume?
Di me non pianger tu; ch’i miei dì fersi,
morendo, eterni; e ne l’interno lume,
quando mostrai di chiuder, gli occhi apersi.”
Francesco Petrarca
Se mai foco per foco
Se mai foco per foco non si spense,
né fiume fu già mai secco per pioggia,
ma sempre l’un per l’altro simil poggia,
et spesso l’un contrario l’altro accense,
Amor, tu che’ pensier nostri dispense,
al qual un’alma in duo corpi s’appoggia,
perché fai in lei con disusata foggia
men, per molto voler, le voglie intense?
Forse, sì come ’l Nil, d’alto caggendo,
col gran suono i vicin dintorno assorda,
e ’l sole abbaglia chi ben fiso ’l guarda,
così ’l desio, che seco non s’accorda,
ne lo sfrenato obiecto vien perdendo;
et per troppo spronar la fuga è tarda.
né fiume fu già mai secco per pioggia,
ma sempre l’un per l’altro simil poggia,
et spesso l’un contrario l’altro accense,
Amor, tu che’ pensier nostri dispense,
al qual un’alma in duo corpi s’appoggia,
perché fai in lei con disusata foggia
men, per molto voler, le voglie intense?
Forse, sì come ’l Nil, d’alto caggendo,
col gran suono i vicin dintorno assorda,
e ’l sole abbaglia chi ben fiso ’l guarda,
così ’l desio, che seco non s’accorda,
ne lo sfrenato obiecto vien perdendo;
et per troppo spronar la fuga è tarda.
Gabriele D'Annunzio
Ad lunae sororem
Forma che così dolce t’arrotondi
dove s’inserta l’arco de le reni
e, vincendo in tua copia tutti i seni,
ne la mia man, che ti ricerca, abondi;
e ti parti anche duplice in due mondi,
ove il Peccato i suoi più rari beni
volle chiuder per me, come in terreni
paradisi, e i misteri più profondi;
o tu, candida mole, che sul vivo
perno ondeggi, levata ad alti cieli,
ove la voluttà suoi nembi aduna,
risplendi or qui, come nel marmo argivo,
s’io t’invoco presente, fuor dei veli,
o carnale sorella de la luna.
dove s’inserta l’arco de le reni
e, vincendo in tua copia tutti i seni,
ne la mia man, che ti ricerca, abondi;
e ti parti anche duplice in due mondi,
ove il Peccato i suoi più rari beni
volle chiuder per me, come in terreni
paradisi, e i misteri più profondi;
o tu, candida mole, che sul vivo
perno ondeggi, levata ad alti cieli,
ove la voluttà suoi nembi aduna,
risplendi or qui, come nel marmo argivo,
s’io t’invoco presente, fuor dei veli,
o carnale sorella de la luna.
Gabriele D'Annunzio
Da Il peccato di maggio
Tutto il bosco, un istante, parve a la mia vista
una maravigliosa foresta di ametista
che risplendeva; e Yella parve la maga. Eretta
fra l’erba, d’un’aerea tunica violetta
circonfusa, a quell’ultima luce crepuscolare
ella diede l’addio con un alto cantare.
Ella cantava ancòra al mio fianco. Una ciocca
de’ suoi capelli, a tratti, mi sfiorava la bocca;
ed il profumo, l’anima di quella cosa viva,
m’irritava le nari avide, mi saliva
pe ’l capo. Io le guardai la gola palpitante
al ritmo de le note: come bianca!
curve al passaggio udivano?
Or vanivan d’intorno le nebbie di viola
ne l’aria; una penombra dolce velava l’aria,
e su da la foresta profonda e solitaria
sorgevano le voci de le cose, gli odori
de le cose. Pareva, non so, come dai fiori
da le foglie da l’erbe un sogno vegetale
salisse e si spandesse, grande e soave; quale,
non so, da le dormenti acque a l’alba un vapore.
Io respirava un sogno di foresta in amore.
Ella cantava; e il puro canto rendeva pure
tutte le cose.
[…]
ella disse, piegando verso di me. «Non vuoi
tu riposare?» Aveano le sue parole, i suoi
gesti una così nova dolcezza ch’io tremai
ne l’ime fibre come a una voce non mai
udita, indefinibile. E mi sentii su gli occhi
scendere un denso velo; e le caddi a’ ginocchi;
e con avide mani su pe ’l suo corpo ascesi,
e tremar come un’arpa viva il suo corpo intesi.
Atterrita a que’ sùbiti vibramenti d’ignote
fibre, ella con aneliti, gemiti, con immote
le pupille e convulsa la bocca, omai perduta,
omai perduta senza scampo, omai posseduta
da la dolce e terribile forza a cui la foresta
era schiava in quell’ora, pendea su me…
in dietro a l’improvviso abbandonò. Le chiome
effuse le composero un letto ov’ella, come
per morire, si stese. Un irrigidimento,
quasi un gelo di morte, l’occupò. Lo spavento
m’invase, per un attimo, innanzi a quel candore
mortale che parea cingerla d’un orrore
mistico e da l’impuro desìo che in me sì forte
fiammeggiava difenderla per sempre. Ma fu morte
breve. Tornò la vita ne l’onda del piacere.
Chino a lei su la bocca io tutto, come a bere
da un calice, fremendo di conquista, sentivo
le punte del suo petto insorgere, al lascivo
tentar de le mie dita, quali carnosi fiori…
O bei fiori vermigli – in cui eran sapori
de’ più teneri frutti che tarda su le soglie
de l’Estate ridendo l’ultimo riso coglie
la Primavera –, o fiori, o frutti dal più lene
sangue virgineo nati, nudriti da le vene
più cerule che scorrano in paradisi umani,
o fiori, o frutti, ancòra io mi sento su i vani
versi, al ricordo antico, impallidir la faccia!
Ed ancòra le reni, come allora, mi ghiaccia
un brivido!
una maravigliosa foresta di ametista
che risplendeva; e Yella parve la maga. Eretta
fra l’erba, d’un’aerea tunica violetta
circonfusa, a quell’ultima luce crepuscolare
ella diede l’addio con un alto cantare.
Ella cantava ancòra al mio fianco. Una ciocca
de’ suoi capelli, a tratti, mi sfiorava la bocca;
ed il profumo, l’anima di quella cosa viva,
m’irritava le nari avide, mi saliva
pe ’l capo. Io le guardai la gola palpitante
al ritmo de le note: come bianca!
curve al passaggio udivano?
Or vanivan d’intorno le nebbie di viola
ne l’aria; una penombra dolce velava l’aria,
e su da la foresta profonda e solitaria
sorgevano le voci de le cose, gli odori
de le cose. Pareva, non so, come dai fiori
da le foglie da l’erbe un sogno vegetale
salisse e si spandesse, grande e soave; quale,
non so, da le dormenti acque a l’alba un vapore.
Io respirava un sogno di foresta in amore.
Ella cantava; e il puro canto rendeva pure
tutte le cose.
[…]
ella disse, piegando verso di me. «Non vuoi
tu riposare?» Aveano le sue parole, i suoi
gesti una così nova dolcezza ch’io tremai
ne l’ime fibre come a una voce non mai
udita, indefinibile. E mi sentii su gli occhi
scendere un denso velo; e le caddi a’ ginocchi;
e con avide mani su pe ’l suo corpo ascesi,
e tremar come un’arpa viva il suo corpo intesi.
Atterrita a que’ sùbiti vibramenti d’ignote
fibre, ella con aneliti, gemiti, con immote
le pupille e convulsa la bocca, omai perduta,
omai perduta senza scampo, omai posseduta
da la dolce e terribile forza a cui la foresta
era schiava in quell’ora, pendea su me…
in dietro a l’improvviso abbandonò. Le chiome
effuse le composero un letto ov’ella, come
per morire, si stese. Un irrigidimento,
quasi un gelo di morte, l’occupò. Lo spavento
m’invase, per un attimo, innanzi a quel candore
mortale che parea cingerla d’un orrore
mistico e da l’impuro desìo che in me sì forte
fiammeggiava difenderla per sempre. Ma fu morte
breve. Tornò la vita ne l’onda del piacere.
Chino a lei su la bocca io tutto, come a bere
da un calice, fremendo di conquista, sentivo
le punte del suo petto insorgere, al lascivo
tentar de le mie dita, quali carnosi fiori…
O bei fiori vermigli – in cui eran sapori
de’ più teneri frutti che tarda su le soglie
de l’Estate ridendo l’ultimo riso coglie
la Primavera –, o fiori, o frutti dal più lene
sangue virgineo nati, nudriti da le vene
più cerule che scorrano in paradisi umani,
o fiori, o frutti, ancòra io mi sento su i vani
versi, al ricordo antico, impallidir la faccia!
Ed ancòra le reni, come allora, mi ghiaccia
un brivido!
Gabriele D'Annunzio
Il vento scrive
Su la docile sabbia il vento scrive
con le penne dell’ala; e in sua favella?
parlano i segni per le bianche rive.
Ma, quando il sol declina? d’ogni nota
ombra lene si crea, d’ogni ondicella,
quasi di ciglia su soave gota.
E par che nell’immenso arido viso
della piaggia s’immilli il tuo sorriso.
con le penne dell’ala; e in sua favella?
parlano i segni per le bianche rive.
Ma, quando il sol declina? d’ogni nota
ombra lene si crea, d’ogni ondicella,
quasi di ciglia su soave gota.
E par che nell’immenso arido viso
della piaggia s’immilli il tuo sorriso.
Gabriele D'Annunzio
Sopra un “Erotik”
Voglio un amore doloroso, lento,
che lento sia come una lenta morte,
e senza fine (voglio che più forte
sia de la morte) e senza mutamento.
Voglio che senza tregua in un tormento
occulto sien le nostre anime assorte;
e un mare sia presso a le nostre porte,
solo, che pianga in un silenzio intento.
Voglio che sia la torre alta granito,
ed alta sia così che nel sereno
sembri attingere il grande astro polare.
Voglio un letto di porpora, e trovare
in quell’ombra giacendo su quel seno,
come in fondo a un sepolcro, l’Infinito.
che lento sia come una lenta morte,
e senza fine (voglio che più forte
sia de la morte) e senza mutamento.
Voglio che senza tregua in un tormento
occulto sien le nostre anime assorte;
e un mare sia presso a le nostre porte,
solo, che pianga in un silenzio intento.
Voglio che sia la torre alta granito,
ed alta sia così che nel sereno
sembri attingere il grande astro polare.
Voglio un letto di porpora, e trovare
in quell’ombra giacendo su quel seno,
come in fondo a un sepolcro, l’Infinito.
Giacomino Pugliese
La dolce ciera piagente
La dolce ciera piagente
e li amorosi sembianti
lo cor m’allegra e la mente
quando mi pare davanti,
si volontieri la vio
quella cui eo amai;
la bocca ch’eo basai
ancor l’astetto e disio!
L’aulente bocca e le menne
de lo petto le cercai,
salvaggio: sono furioso nei vostri confronti.
fra le mie braza la tenne;
basando m’adomandai:
“Messer, se ve n’ate a gire,
non facciate adimoranza,
ché non esti bona usanza
lassar l’amore e pattire.”
Allotta ch’eo mi partivi
e dissi “a Deo v’acomando,”
la bella guardò inver mivi,
sospirava lagrimiando;
tant’erano li sospiri
c’a pena mi rispondia,
la dolze donna mia
non mi lassava pattiri.
Io non fiivi si luntano,
che lo meo amor v’ubriasse,
né non credo che Tristano
Isaotta tanto amasse.
Quando vio venir l’aulente,
infra le donne apatiri,
lo cor mi trae di martiri
e ralegrami la mente.
Mazzeo di Ricco
e li amorosi sembianti
lo cor m’allegra e la mente
quando mi pare davanti,
si volontieri la vio
quella cui eo amai;
la bocca ch’eo basai
ancor l’astetto e disio!
L’aulente bocca e le menne
de lo petto le cercai,
salvaggio: sono furioso nei vostri confronti.
fra le mie braza la tenne;
basando m’adomandai:
“Messer, se ve n’ate a gire,
non facciate adimoranza,
ché non esti bona usanza
lassar l’amore e pattire.”
Allotta ch’eo mi partivi
e dissi “a Deo v’acomando,”
la bella guardò inver mivi,
sospirava lagrimiando;
tant’erano li sospiri
c’a pena mi rispondia,
la dolze donna mia
non mi lassava pattiri.
Io non fiivi si luntano,
che lo meo amor v’ubriasse,
né non credo che Tristano
Isaotta tanto amasse.
Quando vio venir l’aulente,
infra le donne apatiri,
lo cor mi trae di martiri
e ralegrami la mente.
Mazzeo di Ricco