Poesie di questo tema
Amore romantico
Dante Alighieri
L’apparizione di beatrice
Turrr dicean: Benedictus qui venis!
e, fior gittando di sopra e d’intorno;
Manibus o date lilia plenis!
Io vidi già nel cominciar del giorno
la parte oriental tutta rosata
e l’altro ciel di bel sereno adorno;
e la faccia del sol nascere ombrata
sì che per temperanza di vapori,
l’occhio la sostenea lunga fiata:
così dentro una nuvola di fiori,
che dalle mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fuori,
sopra candido vel cinta d’oliva,
donna m’apparve sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.
E lo spirito mio che già cotanto
tempo era stato, che alla sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,
senza degli occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amor sentì la gran potenza.
Tosto che nella vista mi percosse
l’alta virtù che già m’avea trafitto
prima chio fuor di puerizia fosse,
volsimi alla sinistra col rispitto
col quale il fantolin corre alla mamma,
quando ha paura, o quando egli è afflitto,
per dicere a Virgilio: “ Men che dramma
di sangue m’è rimaso, che non tremi;
conosco i segni dell’antica fiamma! ”
e, fior gittando di sopra e d’intorno;
Manibus o date lilia plenis!
Io vidi già nel cominciar del giorno
la parte oriental tutta rosata
e l’altro ciel di bel sereno adorno;
e la faccia del sol nascere ombrata
sì che per temperanza di vapori,
l’occhio la sostenea lunga fiata:
così dentro una nuvola di fiori,
che dalle mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fuori,
sopra candido vel cinta d’oliva,
donna m’apparve sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.
E lo spirito mio che già cotanto
tempo era stato, che alla sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,
senza degli occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amor sentì la gran potenza.
Tosto che nella vista mi percosse
l’alta virtù che già m’avea trafitto
prima chio fuor di puerizia fosse,
volsimi alla sinistra col rispitto
col quale il fantolin corre alla mamma,
quando ha paura, o quando egli è afflitto,
per dicere a Virgilio: “ Men che dramma
di sangue m’è rimaso, che non tremi;
conosco i segni dell’antica fiamma! ”
Dante Alighieri
Tanto gentile e tanto onesta pare
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand’ella altrui saluta,
ch’ogni lingua divien tremando muta
e gli occhi non l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
di cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per gli occhi una dolcezza al core
che intender non la può chi non la prova.
E par che dalla sua labbia si mova
un spirito soave e pien d’amore,
che va dicendo all’anima: “ Sospira.”
Negli occhi porta la mia donna Amore;
per che si fa gentil ciò ch’ella mira:
ov’ella passa, ogni uom vèr lei si gira,
e cui saluta fa tremar lo core.
Sicchè, bassando il viso tutto smuore,
e d’ogni suo difetto allor sospira:
fuggon dinanzi a lei superbia ed ira:
aiutatemi, donne, a farle onore.
Ogni dolcezza, ogni pensiero umile
nasce nel core a chi parlar la sente;
ond’è beato chi prima la vide.
Quel ch’ella par quand’un poco sorride,
non si può dicer nè tenere a mente,
sì è nuovo miracolo e gentile.
Guido, vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi ad un vascel che ad ogni vento
per mare andasse a voler vostro e mio.
Sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi vivendo sempre in un talento
di stare insieme crescesse il desìo.
E monna Vanna e monna Bice poi
con quella ch’è in sul numero del trenta
con noi ponesse il buon incantatore.
E quivi ragionar sempre d’amore
e ciascuna di lor fosse contenta,
siccome io credo che sariamo noi.
la donna mia, quand’ella altrui saluta,
ch’ogni lingua divien tremando muta
e gli occhi non l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
di cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per gli occhi una dolcezza al core
che intender non la può chi non la prova.
E par che dalla sua labbia si mova
un spirito soave e pien d’amore,
che va dicendo all’anima: “ Sospira.”
Negli occhi porta la mia donna Amore;
per che si fa gentil ciò ch’ella mira:
ov’ella passa, ogni uom vèr lei si gira,
e cui saluta fa tremar lo core.
Sicchè, bassando il viso tutto smuore,
e d’ogni suo difetto allor sospira:
fuggon dinanzi a lei superbia ed ira:
aiutatemi, donne, a farle onore.
Ogni dolcezza, ogni pensiero umile
nasce nel core a chi parlar la sente;
ond’è beato chi prima la vide.
Quel ch’ella par quand’un poco sorride,
non si può dicer nè tenere a mente,
sì è nuovo miracolo e gentile.
Guido, vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi ad un vascel che ad ogni vento
per mare andasse a voler vostro e mio.
Sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi vivendo sempre in un talento
di stare insieme crescesse il desìo.
E monna Vanna e monna Bice poi
con quella ch’è in sul numero del trenta
con noi ponesse il buon incantatore.
E quivi ragionar sempre d’amore
e ciascuna di lor fosse contenta,
siccome io credo che sariamo noi.
Diego Valeri
Poi che la sera...
Poi che la sera ha invaso la pallida stanza,
affogando nella sua lenta dolcezza
le nostre rotte parole di disperata speranza,
i nostri volti sbiancati di tristezza,
e le nostre anime, o amore,
gonfie ancora di lacrime—
ecco che il nostro povero dolore
ha cessato di singhiozzare,
e s’è messo a guardare a guardare
con occhi di bimbo smarrito
la finestra tutta azzurra d’infinito ...
E le tante le tante cose,
gravi e soavi, oscure e paurose,
che abbiamo detto poco fa,
e la stretta tremante delle mani,
gelide e ardenti, stanche e spasimose,
e le lacrime, le lacrime amare,
d’addio di lontananza di schianto
che abbiamo pianto—
tutto, ecco, tutto è dileguato via,
tutto è svanito nell’ombra leggera
della dolce sera
colore di poesia...
E noi non siamo, o amore mio santo,
che due piccole cose sperdute quaggiù,
che s’amano tanto,
che s’amano solo—
e non sanno di più.
affogando nella sua lenta dolcezza
le nostre rotte parole di disperata speranza,
i nostri volti sbiancati di tristezza,
e le nostre anime, o amore,
gonfie ancora di lacrime—
ecco che il nostro povero dolore
ha cessato di singhiozzare,
e s’è messo a guardare a guardare
con occhi di bimbo smarrito
la finestra tutta azzurra d’infinito ...
E le tante le tante cose,
gravi e soavi, oscure e paurose,
che abbiamo detto poco fa,
e la stretta tremante delle mani,
gelide e ardenti, stanche e spasimose,
e le lacrime, le lacrime amare,
d’addio di lontananza di schianto
che abbiamo pianto—
tutto, ecco, tutto è dileguato via,
tutto è svanito nell’ombra leggera
della dolce sera
colore di poesia...
E noi non siamo, o amore mio santo,
che due piccole cose sperdute quaggiù,
che s’amano tanto,
che s’amano solo—
e non sanno di più.
Dino Campana
La Chimera
Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.
Burchiello
Molti poeti
Molti Poeti han già descritto Amore,
fanciul nudo, coll’Arco faretrato,
con una pezza bianca di bucato
avvolta agli occhi, e l’ali ha di colore:
così Omer, così Nason maggiore,
Vergilio, e tutti gli altri han ciò mostrato;
ma come tutti quanti abbiano errato
mostrar lo intendo all’Orgagna Pittore:
sed egli è cieco; come fa gl’inganni?
Sed egli è nudo, chi gli scalda il casso?
S’ei porta l’Arco, tiralo un fanciullo?
Se gli è sì tenero, ove son tanti anni?
E s’egli ha l’ale, come va sì basso?
Così le lor ragion tutte l’annullo:
Amore è un trastullo,
che porta in campo nero fava rossa,
e cava il dolce mel delle dure ossa.
fanciul nudo, coll’Arco faretrato,
con una pezza bianca di bucato
avvolta agli occhi, e l’ali ha di colore:
così Omer, così Nason maggiore,
Vergilio, e tutti gli altri han ciò mostrato;
ma come tutti quanti abbiano errato
mostrar lo intendo all’Orgagna Pittore:
sed egli è cieco; come fa gl’inganni?
Sed egli è nudo, chi gli scalda il casso?
S’ei porta l’Arco, tiralo un fanciullo?
Se gli è sì tenero, ove son tanti anni?
E s’egli ha l’ale, come va sì basso?
Così le lor ragion tutte l’annullo:
Amore è un trastullo,
che porta in campo nero fava rossa,
e cava il dolce mel delle dure ossa.
Edoardo Cacciatore
La scala erigenda
I
Zampilla uno zodiaco da ogni zero
Vieni vieni verso la via che va al vero
Unisci l’udito all’unanime universo
Tempera alla tastiera un tuo tema terso
Senti il suono che strappa sillabe semplici
Ripete realtà dalla radice rèndici
Questua non è questa o querula questione
Paradiso prefigurato in un pavone
Offerta sì di olimpo ov’è oltraggio all’oggetto
Notizie native nemiche di un no netto
Moto che la magia del morire ha in mente
La libidine liberando lietamente
Incarnata in inganno inane e inavvertito
Hallalì hallalì ecce homo hai udito
Gridi gagliardi in un gorgo a gara gioiosi
Finito il furto e il furore infine festosi
Epitalamio encomio’ in eterno ti estrae
Docile dirada il danno e si detrae
Calunnia che ti carezzava con cardo
Bene bisbiglia butta il bacio bugiardo
Amore avvera dov’era in auge l’azzardo.
Il
La scala perché non sale ancora più in alto
Avrei gettato anche me stesso nella forgia
Di rampa in rampa e di slancio in salto
Non fu un percorso un viaggio fu un’orgia.
Un confondersi di sussurri un richiamarsi
1 complici congiunti infine per amarsi.
Dov’è la scala è superficie
L’azzardo è ancora là dov’era
La realtà non ha radice
Si spande a liquida cera.
L’amore non più a caso ecco ridiscende
Per orecchi ha il mare la luce per fronte
Gradino gradino il desiderio lo prende
Ogni cavo di mano svuota in orizzonte.
Non v’è sommità e squarcio di cieli immensi
L’uomo è lo squarcio? e la realtà in tutti i sensi.
From MA CHI È QUI IL RESPONSABILE?
Zampilla uno zodiaco da ogni zero
Vieni vieni verso la via che va al vero
Unisci l’udito all’unanime universo
Tempera alla tastiera un tuo tema terso
Senti il suono che strappa sillabe semplici
Ripete realtà dalla radice rèndici
Questua non è questa o querula questione
Paradiso prefigurato in un pavone
Offerta sì di olimpo ov’è oltraggio all’oggetto
Notizie native nemiche di un no netto
Moto che la magia del morire ha in mente
La libidine liberando lietamente
Incarnata in inganno inane e inavvertito
Hallalì hallalì ecce homo hai udito
Gridi gagliardi in un gorgo a gara gioiosi
Finito il furto e il furore infine festosi
Epitalamio encomio’ in eterno ti estrae
Docile dirada il danno e si detrae
Calunnia che ti carezzava con cardo
Bene bisbiglia butta il bacio bugiardo
Amore avvera dov’era in auge l’azzardo.
Il
La scala perché non sale ancora più in alto
Avrei gettato anche me stesso nella forgia
Di rampa in rampa e di slancio in salto
Non fu un percorso un viaggio fu un’orgia.
Un confondersi di sussurri un richiamarsi
1 complici congiunti infine per amarsi.
Dov’è la scala è superficie
L’azzardo è ancora là dov’era
La realtà non ha radice
Si spande a liquida cera.
L’amore non più a caso ecco ridiscende
Per orecchi ha il mare la luce per fronte
Gradino gradino il desiderio lo prende
Ogni cavo di mano svuota in orizzonte.
Non v’è sommità e squarcio di cieli immensi
L’uomo è lo squarcio? e la realtà in tutti i sensi.
From MA CHI È QUI IL RESPONSABILE?
Edoardo Scarfoglio
Da Ritornando
Spine crudeli, confitte vi porto nel cuore, nel pigro
mio cuor, che lento e freddo pulsa, che non più balza
fiero in sull’albe di giugno, gridandomi: lèvati, ferve
l’estate, e Bice t’attende al sol. Volavo,
come alla corsa incitato polledro, le chiome scomposte
dando alla brezza, il viso tergendo alle rugiade
pure. Seguendo le verdi tue tracce pei colli chiomati
di selve, o Bice, andavo; e guida Amore
m’era. Le candide braccia tu, fragrante, m’aprivi e
ai baci miei le molli umide labbra.
Lieve la man tra la bionda lanugin, tra’ fulvi capelli
m’insinuavi, e a noi dintorno il gran fioriva
alto. Fuggite veloci lontano da me, nell’occaso
fiammante, o colli; e voi fuggite, o miei ricordi.
mio cuor, che lento e freddo pulsa, che non più balza
fiero in sull’albe di giugno, gridandomi: lèvati, ferve
l’estate, e Bice t’attende al sol. Volavo,
come alla corsa incitato polledro, le chiome scomposte
dando alla brezza, il viso tergendo alle rugiade
pure. Seguendo le verdi tue tracce pei colli chiomati
di selve, o Bice, andavo; e guida Amore
m’era. Le candide braccia tu, fragrante, m’aprivi e
ai baci miei le molli umide labbra.
Lieve la man tra la bionda lanugin, tra’ fulvi capelli
m’insinuavi, e a noi dintorno il gran fioriva
alto. Fuggite veloci lontano da me, nell’occaso
fiammante, o colli; e voi fuggite, o miei ricordi.
Elio Pagliarani
La pietà oggettiva
Lei personalmente non è che faccia pena, anzi
ma fa rabbia vedere come una
si butta via così. Quanta violenza
scatenata su sé, quanta passione di bruciare in fretta
senza averne sospetto od ambirne ragione.
E lei da tempo non fa pena
anzi discosta, paralizza, perché pena
presuppone una sorte che tu senta
compagna, che ci sia un’equivalenza
accetta, la serie dei possibili impostata
come gli addendi in somma, che il totale
non muta se mi trovo io al tuo posto.
Ma non capisci che ogni sua bugia
non è menzogna e che perciò m’offende?
(Non mi lascia nemmeno da percorrere
la strada opposta.) Lo snack bar in galleria
è adattissimo a un saluto distaccato
fu lì che la lasciai – se parlo di Lucia.
Mi disse vado in Francia ero offeso indignato
nell’abito da ballo con un fiore d’organza slabbrato sul petto
le consigliai di toglierlo mi disse non posso perché copre uno
[strappo
quando veniva a dormire a casa mia
a mezzogiorno si usciva insieme il portiere
chissà cosa pensava con quell’abito da ballo.
Lo vedi anche tu
siamo in un ottocento d’appendice, non si può cavarne una storia
nemmeno da mettere in versi: ci sono esperienze
che non servono a niente che si inscrivono
come puro passivo.
Ma non è per Lucia
questo discorso (sembra una studentessa, un volto di Tiziano
raccomandami all’Embassy voglio ballare da entraîneuse ed ora
già scattata la tagliola infantile ti appesta)
o per Camillo Bendandi che si spende
per eccitarsi in solitudine, o Rinaldo o la scura Garibalda
come i matti che fanno pietà
ma alla lontana, in manicomio
il matto singolo va rinchiuso e basta
c’è di bello che loro se ne fregano
autolesionismo – pensa alle madri! – quale componente
di questa società: ecco il discorso. E l’offesa
per non potere per dovere riconoscersi.
Come offende d’inverno incontrare le notti alla stazione del
[verziere
gli addormentati sul lastrico, da sentire il bisogno
d’affrettare il passo spazzolare il cappotto chiedere
perché non mi assaltano?
Non è lo stesso? Ho scantonato? Dovrei insistere
coi trofei di Lucia irridenti nel mio bagno?
Meglio sciupare la composizione
con un brutto commiato. Certo
qui non si salva la tua né la mia faccia
vorrei vedere che non fosse così
che si compisse nei versi la catarsi che bastasse
questa pietà oggettiva che ci agghiaccia.
ma fa rabbia vedere come una
si butta via così. Quanta violenza
scatenata su sé, quanta passione di bruciare in fretta
senza averne sospetto od ambirne ragione.
E lei da tempo non fa pena
anzi discosta, paralizza, perché pena
presuppone una sorte che tu senta
compagna, che ci sia un’equivalenza
accetta, la serie dei possibili impostata
come gli addendi in somma, che il totale
non muta se mi trovo io al tuo posto.
Ma non capisci che ogni sua bugia
non è menzogna e che perciò m’offende?
(Non mi lascia nemmeno da percorrere
la strada opposta.) Lo snack bar in galleria
è adattissimo a un saluto distaccato
fu lì che la lasciai – se parlo di Lucia.
Mi disse vado in Francia ero offeso indignato
nell’abito da ballo con un fiore d’organza slabbrato sul petto
le consigliai di toglierlo mi disse non posso perché copre uno
[strappo
quando veniva a dormire a casa mia
a mezzogiorno si usciva insieme il portiere
chissà cosa pensava con quell’abito da ballo.
Lo vedi anche tu
siamo in un ottocento d’appendice, non si può cavarne una storia
nemmeno da mettere in versi: ci sono esperienze
che non servono a niente che si inscrivono
come puro passivo.
Ma non è per Lucia
questo discorso (sembra una studentessa, un volto di Tiziano
raccomandami all’Embassy voglio ballare da entraîneuse ed ora
già scattata la tagliola infantile ti appesta)
o per Camillo Bendandi che si spende
per eccitarsi in solitudine, o Rinaldo o la scura Garibalda
come i matti che fanno pietà
ma alla lontana, in manicomio
il matto singolo va rinchiuso e basta
c’è di bello che loro se ne fregano
autolesionismo – pensa alle madri! – quale componente
di questa società: ecco il discorso. E l’offesa
per non potere per dovere riconoscersi.
Come offende d’inverno incontrare le notti alla stazione del
[verziere
gli addormentati sul lastrico, da sentire il bisogno
d’affrettare il passo spazzolare il cappotto chiedere
perché non mi assaltano?
Non è lo stesso? Ho scantonato? Dovrei insistere
coi trofei di Lucia irridenti nel mio bagno?
Meglio sciupare la composizione
con un brutto commiato. Certo
qui non si salva la tua né la mia faccia
vorrei vedere che non fosse così
che si compisse nei versi la catarsi che bastasse
questa pietà oggettiva che ci agghiaccia.
Elio Pagliarani
Lezione di fisica
Lezione di fisica
a Elena
Cominciò studiando il corpo nero
Max Planck? all’inizio del secolo (dispute se era il principio o
[la fine
del secolo), le radiazioni del corpo nero nella memoria
del 14 dicembre 1900
bisognava supporre che quanti! d’azione
[fossero alla base
dell’energia moltiplicata per il tempo
Elena oh le sudate carte la
[luce
è una gragnuola di quanti, provo a dirti che esiste opposizione
fra macrofisica e microfisica che il mondo atomico delle
[particelle elementari
è studiato dalla meccanica quantistica —scuola di Copenaghen—
e da quella ondulatoria del prinicipe di Broglie che ben presto
[fisici
si accorsero come le due nuove meccaniche benché basate su
[algoritmi differenti
siano in sostanza equivalenti: entrambe negano
negano che possano esistere precisi rapporti di causa e effetto
affermano che non si può aver studio di un oggetto
senza modificarlo
la luce che piomba sull’elettrone per illuminarlo
E io qui sto
e io qui sto Elena in gabbia e aspetto
il suono di un oggetto la comunicazione dell’effetto
su te, delle modifiche
Non sono io
che ti tradisco, chi ti prende alla gola è la tua amica
la vita
To cosa vuoi se tiene duro il muscolo cardiaco
è ormai provato che sono una pellaccia, mi tingerò i capelli
[Einstein piuttosto
e la sua chioma, te lo immagini quando dovette prendere la
[penna
scrivendo a Roosevelt “Caro presidente, facciamola
l’atomica, sennò i nazi l’azione dell’energia
dell’energia moltiplicata per il tempo l’epistassi
anzi il sangue dal naso, diceva Pasquina alla tua età, il sangue
[dal naso che ti libera
Se si vuol sapere se A è causa dell’effetto B
se il microggetto in sé è inconoscibile
se l’onda di de Broglie per i fisici di Copenaghen
non è altro che l’espressione fisica della probabilità posseduta
dalla particelle di trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro
[onda cioè generata
dalla mancanza di un rigoroso nesso causale in microfisica
Perciò l’atomica
per la legge dei grandi numeri la probabilità tende alla certezza
Perciò l’atomica
Poi la teoria dell’onda pilota e quella, così cara al nostro tempo
della doppia soluzione, e se esiste il microggetto in sé, se la
[materia
può risponderci con un comportamento statistico
Dio gioca ai dadi"
con l’universo? E se la terra
ne dimostrasse il terrore?
Non gridare non gridare che ti sentono non è niente mentre
[graffio una poltrona
Herman Kahn ha già fatto la tabella
delle possibili condizioni postbelliche, sicché 160 milioni di
[decessi in casa sua
non sarebbero la fine della civiltà, il periodo necessario per
[la ripresa economica
sarebbero 100 anni; va da sé che esiste, egli scrive, un ulteriore
[problema
quello cioè se i sopravvissuti avranno buone ragioni
per invidiare i morti
Quanta gioia mi dai quando ti stufi
di me, quando mi dici se scriverai di me dirai di gioia
e che sia gioia attiva, trionfante, che sia una barzelletta
spinta, ’° magari
L’odore delle erbe di campagna nel piatto da
[Cesaretto’ rughetta
pimpinella un’insalata d’erbe della terra tenere espansive
[degli umori
il cielo di qui che interviene sulla gente compresente orizzontale
e tu e tu ognuno cui ti inviti a ballare ti accende
gli occhi e si fa bello e cresce
vino rosso
capriole con lancio di
[cuscini
nella mia stanza
Ma cosa credi che non sia stufo anch’io di
[coabitare
con me la mia faccia la mia pancia
anche in noi c’è dentro la voglia
di riassuefarci alla gioia, affermare la vita col canto
[tentazione
perché l’opposizione agisca da opposizione e abbia i suoi
[testimoni.
a Elena
Cominciò studiando il corpo nero
Max Planck? all’inizio del secolo (dispute se era il principio o
[la fine
del secolo), le radiazioni del corpo nero nella memoria
del 14 dicembre 1900
bisognava supporre che quanti! d’azione
[fossero alla base
dell’energia moltiplicata per il tempo
Elena oh le sudate carte la
[luce
è una gragnuola di quanti, provo a dirti che esiste opposizione
fra macrofisica e microfisica che il mondo atomico delle
[particelle elementari
è studiato dalla meccanica quantistica —scuola di Copenaghen—
e da quella ondulatoria del prinicipe di Broglie che ben presto
[fisici
si accorsero come le due nuove meccaniche benché basate su
[algoritmi differenti
siano in sostanza equivalenti: entrambe negano
negano che possano esistere precisi rapporti di causa e effetto
affermano che non si può aver studio di un oggetto
senza modificarlo
la luce che piomba sull’elettrone per illuminarlo
E io qui sto
e io qui sto Elena in gabbia e aspetto
il suono di un oggetto la comunicazione dell’effetto
su te, delle modifiche
Non sono io
che ti tradisco, chi ti prende alla gola è la tua amica
la vita
To cosa vuoi se tiene duro il muscolo cardiaco
è ormai provato che sono una pellaccia, mi tingerò i capelli
[Einstein piuttosto
e la sua chioma, te lo immagini quando dovette prendere la
[penna
scrivendo a Roosevelt “Caro presidente, facciamola
l’atomica, sennò i nazi l’azione dell’energia
dell’energia moltiplicata per il tempo l’epistassi
anzi il sangue dal naso, diceva Pasquina alla tua età, il sangue
[dal naso che ti libera
Se si vuol sapere se A è causa dell’effetto B
se il microggetto in sé è inconoscibile
se l’onda di de Broglie per i fisici di Copenaghen
non è altro che l’espressione fisica della probabilità posseduta
dalla particelle di trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro
[onda cioè generata
dalla mancanza di un rigoroso nesso causale in microfisica
Perciò l’atomica
per la legge dei grandi numeri la probabilità tende alla certezza
Perciò l’atomica
Poi la teoria dell’onda pilota e quella, così cara al nostro tempo
della doppia soluzione, e se esiste il microggetto in sé, se la
[materia
può risponderci con un comportamento statistico
Dio gioca ai dadi"
con l’universo? E se la terra
ne dimostrasse il terrore?
Non gridare non gridare che ti sentono non è niente mentre
[graffio una poltrona
Herman Kahn ha già fatto la tabella
delle possibili condizioni postbelliche, sicché 160 milioni di
[decessi in casa sua
non sarebbero la fine della civiltà, il periodo necessario per
[la ripresa economica
sarebbero 100 anni; va da sé che esiste, egli scrive, un ulteriore
[problema
quello cioè se i sopravvissuti avranno buone ragioni
per invidiare i morti
Quanta gioia mi dai quando ti stufi
di me, quando mi dici se scriverai di me dirai di gioia
e che sia gioia attiva, trionfante, che sia una barzelletta
spinta, ’° magari
L’odore delle erbe di campagna nel piatto da
[Cesaretto’ rughetta
pimpinella un’insalata d’erbe della terra tenere espansive
[degli umori
il cielo di qui che interviene sulla gente compresente orizzontale
e tu e tu ognuno cui ti inviti a ballare ti accende
gli occhi e si fa bello e cresce
vino rosso
capriole con lancio di
[cuscini
nella mia stanza
Ma cosa credi che non sia stufo anch’io di
[coabitare
con me la mia faccia la mia pancia
anche in noi c’è dentro la voglia
di riassuefarci alla gioia, affermare la vita col canto
[tentazione
perché l’opposizione agisca da opposizione e abbia i suoi
[testimoni.
Elio Pagliarani
Se domani ti arrivano dei fiori
Se domani ti arrivano dei fiori
sbagli se pensi a me (io sbaglio se
penso che il tuo pensiero a me si possa
volgere, come il volto tuo serrato
con mani troppo docili a carpire
quando sulle tue labbra m’era dato
baci dalla città) non so che fiori
siano: te li ha mandati per amore
d’amore uno incontrato in trattoria
dove le mie parole spesso s’urtano
con la gente di faccia.
Che figura
t’ho data, quali fiori può accordare
nella scelta all’immagine riflessa
di te?
Non devi amarmi se ti sbriciolo
su una tovaglia lisa: e non mi ami.
sbagli se pensi a me (io sbaglio se
penso che il tuo pensiero a me si possa
volgere, come il volto tuo serrato
con mani troppo docili a carpire
quando sulle tue labbra m’era dato
baci dalla città) non so che fiori
siano: te li ha mandati per amore
d’amore uno incontrato in trattoria
dove le mie parole spesso s’urtano
con la gente di faccia.
Che figura
t’ho data, quali fiori può accordare
nella scelta all’immagine riflessa
di te?
Non devi amarmi se ti sbriciolo
su una tovaglia lisa: e non mi ami.
Elio Pagliarani
Se facessimo un conto delle cose
Se facessimo un conto delle cose
che non tornano, come quella lampada
fulminata nell’atrio alla stazione
e il commiato allo scuro, avremmo allora
già perso, e il secolo altra luce esplode
che può farsi per noi definitiva.
Ma se ha forza incisiva sulla nostra
corteccia questa pioggia nel parco
da scavare una memoria – compresente
il piano d’assedio cittadino in tutto il quadrilatero –
e curiosi dei pappagalli un imbarazzo
ci rende, per un attimo, dicendoti dei fili di tabacco
che hai sul labbro, e perfino una scoperta
abbiamo riserbata: anche a te piace
camminare? (e te non stanca? che porti
tacchi alti, polsi, giunture fragili
che il mio braccio trova a fianco,
il tuo fianco, le mani provate sopra i tasti
milanese signorina)
se ci pare che quadri tutto questo
con l’anagrafe e il mestiere, non il minimo buonsenso
un taxi se piove / separé da Motta
Ginepro e Patria / poltrone alla prima
ci rimane, o dignità, se abbiamo solo in testa
svariate idee d’amore e d’ingiustizia.
che non tornano, come quella lampada
fulminata nell’atrio alla stazione
e il commiato allo scuro, avremmo allora
già perso, e il secolo altra luce esplode
che può farsi per noi definitiva.
Ma se ha forza incisiva sulla nostra
corteccia questa pioggia nel parco
da scavare una memoria – compresente
il piano d’assedio cittadino in tutto il quadrilatero –
e curiosi dei pappagalli un imbarazzo
ci rende, per un attimo, dicendoti dei fili di tabacco
che hai sul labbro, e perfino una scoperta
abbiamo riserbata: anche a te piace
camminare? (e te non stanca? che porti
tacchi alti, polsi, giunture fragili
che il mio braccio trova a fianco,
il tuo fianco, le mani provate sopra i tasti
milanese signorina)
se ci pare che quadri tutto questo
con l’anagrafe e il mestiere, non il minimo buonsenso
un taxi se piove / separé da Motta
Ginepro e Patria / poltrone alla prima
ci rimane, o dignità, se abbiamo solo in testa
svariate idee d’amore e d’ingiustizia.
Elio Pagliarani
Sotto la torre, al parco, di domenica
Sotto la torre, al parco, di domenica
con pacata follia per ore e ore
immobile a guardarti. Avevo gli occhi
gonfi, e il sesso, e il cuore.
Infastidita
i tuoi polsi snervati dalla mia
estasi, «lasciami» hai detto, di fuggirti
mi hai consigliato. Sono egoista e
lo spirito umano ha più bisogno
di piombo, che di ali.
con pacata follia per ore e ore
immobile a guardarti. Avevo gli occhi
gonfi, e il sesso, e il cuore.
Infastidita
i tuoi polsi snervati dalla mia
estasi, «lasciami» hai detto, di fuggirti
mi hai consigliato. Sono egoista e
lo spirito umano ha più bisogno
di piombo, che di ali.
Elio Pagliarani
Viaggio N. 2
Ci si poteva dire due parole
usate, ora ti do la spiegazione
(a quest’ora lavori forse in una
casa allegra): con gesti ripetuti
badavo ad aggiustarmi la camicia
perché tu costringessi la camicia
azzurra dentro la sottana lisa.
Un minuto!, ché variano le cose,
addio quell’uomo e siamo a Viserbella,
mi guardo intorno e nulla ti abbandono
quando, discesa che fosti, stupita
ti lascio, un futile oggetto porgendo
dimenticato su sedili rossi.
Tu accavalli i ginocchi come me,
io muovevo lo specchio delle allodole
– una Morris sorrisi e la mia faccia –
studioso e malsicuro della logica
animale,
rifugiata al finestrino
guardavi in basso (le città di mare),
chiusa, distolta, e non vedevi nulla,
io sì: il petto, e la camicia corta
e il bottone spezzato – ch’eri sporca
in viso, e rigata, me ne accorsi dopo
quando scappò la lacrima tenuta
con ogni sforzo e senza fazzoletto.
Io:
Miscuglio, signori, miscuglio.
Volevo portarla in albergo,
offrirle un’arancia «to’ prendi
che toglie la sete», vedere
se è uguale, sapere sapere
la storia d’amore, l’ometto.
Il mio nobile cuore:
Miscuglio, bambina, miscuglio.
Da brava rassetta la gonna
e appoggia la testa al mio petto
su piangi, hai molto dolore?
comprendo comprendo comprendo e
non sono importuno, sto zitto.
Diciamo seriamente:
Troppo, carina, ti mancava troppo,
ti pulivi la faccia con le mani
ti acconciavi i capelli, quando il vento
li scarmigliava, con una forcina
se vedevo in principio il tuo bagaglio
forse sceglievo un altro posto, e basta.
A Bellaria mi parve buona scelta,
non so più cosa dire, tu sei scesa
a Ferrara, io scendo al capolinea.
Che s’incontri qualcuno che ne ha voglia
capita, e c’eri tutta dentro, arresa
tocca banale e provvisoria. Sbaglio?
tu!, slabbrata, brunetta, cuore grosso.
Oh, ragazza, ma dura ancora il viaggio.
A Battaglia Terme danno Imputato
alzatevi.
usate, ora ti do la spiegazione
(a quest’ora lavori forse in una
casa allegra): con gesti ripetuti
badavo ad aggiustarmi la camicia
perché tu costringessi la camicia
azzurra dentro la sottana lisa.
Un minuto!, ché variano le cose,
addio quell’uomo e siamo a Viserbella,
mi guardo intorno e nulla ti abbandono
quando, discesa che fosti, stupita
ti lascio, un futile oggetto porgendo
dimenticato su sedili rossi.
Tu accavalli i ginocchi come me,
io muovevo lo specchio delle allodole
– una Morris sorrisi e la mia faccia –
studioso e malsicuro della logica
animale,
rifugiata al finestrino
guardavi in basso (le città di mare),
chiusa, distolta, e non vedevi nulla,
io sì: il petto, e la camicia corta
e il bottone spezzato – ch’eri sporca
in viso, e rigata, me ne accorsi dopo
quando scappò la lacrima tenuta
con ogni sforzo e senza fazzoletto.
Io:
Miscuglio, signori, miscuglio.
Volevo portarla in albergo,
offrirle un’arancia «to’ prendi
che toglie la sete», vedere
se è uguale, sapere sapere
la storia d’amore, l’ometto.
Il mio nobile cuore:
Miscuglio, bambina, miscuglio.
Da brava rassetta la gonna
e appoggia la testa al mio petto
su piangi, hai molto dolore?
comprendo comprendo comprendo e
non sono importuno, sto zitto.
Diciamo seriamente:
Troppo, carina, ti mancava troppo,
ti pulivi la faccia con le mani
ti acconciavi i capelli, quando il vento
li scarmigliava, con una forcina
se vedevo in principio il tuo bagaglio
forse sceglievo un altro posto, e basta.
A Bellaria mi parve buona scelta,
non so più cosa dire, tu sei scesa
a Ferrara, io scendo al capolinea.
Che s’incontri qualcuno che ne ha voglia
capita, e c’eri tutta dentro, arresa
tocca banale e provvisoria. Sbaglio?
tu!, slabbrata, brunetta, cuore grosso.
Oh, ragazza, ma dura ancora il viaggio.
A Battaglia Terme danno Imputato
alzatevi.
Elio Pecora
Forse abitiamo
Forse abitiamo
lo stesso giardino,
forse sei nato
dalla mia sonnolenza,
sei la mia gamba destra,
la mia mano sicura,
sei anche la mia distrazione,
né io sono altro per te.
Divisi per caso inspiegabile
ci tocca ritrovarci nella ressa
di respiri e di facce,
molte volte chiamandoci per nome.
lo stesso giardino,
forse sei nato
dalla mia sonnolenza,
sei la mia gamba destra,
la mia mano sicura,
sei anche la mia distrazione,
né io sono altro per te.
Divisi per caso inspiegabile
ci tocca ritrovarci nella ressa
di respiri e di facce,
molte volte chiamandoci per nome.
Elio Pecora
L’immisurabile bene
L’immisurabile bene,
che avvicina due anime e le schiude
entro due corpi inquieti che si cercano,
entrambi ci stupisce
come un annientamento.
E mi chiami per nome
e per nome ti chiamo
forse perché il miracolo appartenga
a noi che siamo,
a noi che rimaniamo.
che avvicina due anime e le schiude
entro due corpi inquieti che si cercano,
entrambi ci stupisce
come un annientamento.
E mi chiami per nome
e per nome ti chiamo
forse perché il miracolo appartenga
a noi che siamo,
a noi che rimaniamo.
Eugenio Montale
Mia volpe, un giorno fui anch’io il “poeta
Mia volpe, un giorno fui anch’io il “poeta
assassinato”: Ià nel noccioleto
raso, dove fa grotta, da un falò;
in quella tana un tondo di zecchino
accendeva il tuo viso, poi calava
lento per la sua via fino a toccare
un nimbo, ove stemprarsi; ed io ansioso
invocavo la fine su quel fondo
segno della tua vita aperta, amara,
atrocemente fragile e pur forte.
Sei tu che brilli al buio? Entro quel solco
pulsante, in una pista arroventata,
alacre sulla traccia del tuo lieve
zampetto di predace (un’orma quasi
invisibile, a stella) io, straniero,
ancora piombo; e a volo alzata un’anitra
nera, dal fondolago, fino al nuovo
incendio mi fa strada, per bruciarsi.
assassinato”: Ià nel noccioleto
raso, dove fa grotta, da un falò;
in quella tana un tondo di zecchino
accendeva il tuo viso, poi calava
lento per la sua via fino a toccare
un nimbo, ove stemprarsi; ed io ansioso
invocavo la fine su quel fondo
segno della tua vita aperta, amara,
atrocemente fragile e pur forte.
Sei tu che brilli al buio? Entro quel solco
pulsante, in una pista arroventata,
alacre sulla traccia del tuo lieve
zampetto di predace (un’orma quasi
invisibile, a stella) io, straniero,
ancora piombo; e a volo alzata un’anitra
nera, dal fondolago, fino al nuovo
incendio mi fa strada, per bruciarsi.
Eugenio Montale
Mottetti
Lo sai; debbo riperderti e non posso.
Come un tiro aggiustato mi sommuove
ogni opera, ogni grido e anche lo spiro
salino che straripa
dai moli e fa l’Oscura primavera
di Sottoripa.
Paese di ferrame e alberature
a selva nella polvere del vespro.
Un ronzio lungo viene dall’aperto,
strazia com’unghia ai vetri. Cerco il segno
smarrito, il pegno solo ch’ebbi in grazia
da te.
E l’inferno è certo.
XXX
Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose: hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.
Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole
freddoloso: e l’altre ombre che scantonano
nel vicolo non sanno che sei qui.
Come un tiro aggiustato mi sommuove
ogni opera, ogni grido e anche lo spiro
salino che straripa
dai moli e fa l’Oscura primavera
di Sottoripa.
Paese di ferrame e alberature
a selva nella polvere del vespro.
Un ronzio lungo viene dall’aperto,
strazia com’unghia ai vetri. Cerco il segno
smarrito, il pegno solo ch’ebbi in grazia
da te.
E l’inferno è certo.
XXX
Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose: hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.
Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole
freddoloso: e l’altre ombre che scantonano
nel vicolo non sanno che sei qui.
Eugenio Montale
Nella serra
S’empì d’uno zampettìo
di talpe la limonaia,
brillò in un rosario di caute
gocce la falce fienaia.
S’accese sui pomi cotogni,
un punto, una cocciniglia,
si udì inalberarsi alla striglia
il poney – e poi vinse il sogno.
Rapito e leggero ero intriso
di te, la tua forma era il mio
respiro nascosto, il tuo viso
nel mio si fondeva, e l’oscuro
pensiero di Dio discendeva
sui pochi viventi, tra suoni
celesti e infantili tamburi
e globi sospesi di fulmini
su me, su te, sui limoni...
di talpe la limonaia,
brillò in un rosario di caute
gocce la falce fienaia.
S’accese sui pomi cotogni,
un punto, una cocciniglia,
si udì inalberarsi alla striglia
il poney – e poi vinse il sogno.
Rapito e leggero ero intriso
di te, la tua forma era il mio
respiro nascosto, il tuo viso
nel mio si fondeva, e l’oscuro
pensiero di Dio discendeva
sui pochi viventi, tra suoni
celesti e infantili tamburi
e globi sospesi di fulmini
su me, su te, sui limoni...
Eugenio Montale
Nubi color magenta...
Nubi color magenta s’addensavano
nella grotta di Fingal d’oltrecosta
quando dissi “pedala,
angelo mio!” e con un salto
il tandem si staccò dal fango, sciolse
il volo tra le bacche del rialto.
Nubi color di rame si piegavano
a ponte sulle spire dell’Agliena,
sulle biancane rugginose quando
ti dissi “resta!”, e la tua ala d’ebano
occupò l’orizzonte
col suo fremito lungo, insostenibile.
Come Pafnuzio nel deserto, troppo
volli vincerti, io vinto.
Volo con te, resto con te; morire,
vivere è un punto solo, un groppo tinto
del tuo colore, caldo del respiro
della caverna, fondo, appena udibile.
nella grotta di Fingal d’oltrecosta
quando dissi “pedala,
angelo mio!” e con un salto
il tandem si staccò dal fango, sciolse
il volo tra le bacche del rialto.
Nubi color di rame si piegavano
a ponte sulle spire dell’Agliena,
sulle biancane rugginose quando
ti dissi “resta!”, e la tua ala d’ebano
occupò l’orizzonte
col suo fremito lungo, insostenibile.
Come Pafnuzio nel deserto, troppo
volli vincerti, io vinto.
Volo con te, resto con te; morire,
vivere è un punto solo, un groppo tinto
del tuo colore, caldo del respiro
della caverna, fondo, appena udibile.
Eugenio Montale
Nuove stanze
Poi che gli ultimi fili di tabacco
al tuo gesto si spengono nel piatto
di cristallo, al soffitto lenta sale
la spirale del fumo
che gli alfieri e i cavalli degli scacchi
guardano stupefatti; e nuovi anelli
la seguono, più mobili di quelli
delle tue dita.
La morgana che in cielo liberava
torri e ponti è sparita
al primo soffio; s’apre la finestra
non vista e il fumo s’agita. Là in fondo,
altro stormo si muove: una tregenda
d’uomini che non sa questo tuo incenso,
nella scacchiera di cui puoi tu sola
comporre il senso.
Il mio dubbio d’un tempo era se forse
tu stessa ignori il giuoco che si svolge
sul quadrato e ora è nembo alle tue porte:
follìa di morte non si placa a poco
prezzo, se poco è il lampo del tuo sguardo
ma domanda altri fuochi, oltre le fitte
cortine che per te fomenta il dio
del caso, quando assiste.
Oggi so ciò che vuoi; batte il suo fioco
tocco la Martinella ed impaura
le sagome d’avorio in una luce
spettrale di nevaio. Ma resiste
e vince il premio della solitaria
veglia chi può con te allo specchio ustorio
che accieca le pedine opporre i tuoi
occhi d’acciaio.
al tuo gesto si spengono nel piatto
di cristallo, al soffitto lenta sale
la spirale del fumo
che gli alfieri e i cavalli degli scacchi
guardano stupefatti; e nuovi anelli
la seguono, più mobili di quelli
delle tue dita.
La morgana che in cielo liberava
torri e ponti è sparita
al primo soffio; s’apre la finestra
non vista e il fumo s’agita. Là in fondo,
altro stormo si muove: una tregenda
d’uomini che non sa questo tuo incenso,
nella scacchiera di cui puoi tu sola
comporre il senso.
Il mio dubbio d’un tempo era se forse
tu stessa ignori il giuoco che si svolge
sul quadrato e ora è nembo alle tue porte:
follìa di morte non si placa a poco
prezzo, se poco è il lampo del tuo sguardo
ma domanda altri fuochi, oltre le fitte
cortine che per te fomenta il dio
del caso, quando assiste.
Oggi so ciò che vuoi; batte il suo fioco
tocco la Martinella ed impaura
le sagome d’avorio in una luce
spettrale di nevaio. Ma resiste
e vince il premio della solitaria
veglia chi può con te allo specchio ustorio
che accieca le pedine opporre i tuoi
occhi d’acciaio.
Eugenio Montale
Per album
Ho cominciato anzi giorno
a buttar l’amo per te (lo chiamavo “il lamo”).
Ma nessun guizzo di coda
scorgevo nei pozzi limosi,
nessun vento veniva col tuo indizio
dai colli monferrini.
Ho continuato il mio giorno
sempre spiando te, larva girino
frangia di rampicante francolino
gazzella zebù ocàpi
nuvola nera grandine
prima della vendemmia, ho spigolato
tra i filari inzuppati senza trovarti.
Ho proseguito fino a tardi
senza sapere che tre cassettine
– SABBIA SODA SAPONE, la piccionaia
da cui partì il tuo volo: da una cucina, –
si sarebbero aperte per me solo.
Così sparisti nell’orizzonte incerto.
Non c’è pensiero che imprigioni il fulmine
ma chi ha veduto la luce non se ne priva.
Mi stesi al piede del tuo ciliegio, ero
già troppo ricco per contenerti viva.
a buttar l’amo per te (lo chiamavo “il lamo”).
Ma nessun guizzo di coda
scorgevo nei pozzi limosi,
nessun vento veniva col tuo indizio
dai colli monferrini.
Ho continuato il mio giorno
sempre spiando te, larva girino
frangia di rampicante francolino
gazzella zebù ocàpi
nuvola nera grandine
prima della vendemmia, ho spigolato
tra i filari inzuppati senza trovarti.
Ho proseguito fino a tardi
senza sapere che tre cassettine
– SABBIA SODA SAPONE, la piccionaia
da cui partì il tuo volo: da una cucina, –
si sarebbero aperte per me solo.
Così sparisti nell’orizzonte incerto.
Non c’è pensiero che imprigioni il fulmine
ma chi ha veduto la luce non se ne priva.
Mi stesi al piede del tuo ciliegio, ero
già troppo ricco per contenerti viva.
Eugenio Montale
Perché tardi?...
Perché tardi? Nel pino lo scoiattolo
batte la coda a torcia sulla scorza.
La mezzaluna scende col suo picco
nel sole che la smorza. È giorno fatto.
A un soffio il pigro fumo trasalisce,
si difende nel punto che ti chiude.
Nulla finisce, o tutto, se tu fólgore
lasci la nube.
batte la coda a torcia sulla scorza.
La mezzaluna scende col suo picco
nel sole che la smorza. È giorno fatto.
A un soffio il pigro fumo trasalisce,
si difende nel punto che ti chiude.
Nulla finisce, o tutto, se tu fólgore
lasci la nube.
Eugenio Montale
Xenia II (5, 13)
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
Ho appeso nella mia stanza il dagherròtipo
di tuo padre bambino: ha più di un secolo.
In mancanza del mio, così confuso,
cerco di ricostruire, ma invano, il tuo pedigree.
Non siamo stati cavalli, i dati dei nostri ascendenti
non sono negli almanacchi. Coloro che hanno presunto
di saperne non erano essi stessi esistenti,
né noi per loro. E allora? Eppure resta
che qualcosa è accaduto, forse un niente
che è tutto.
From DIARIO DEL ‘71 E DEL ’72
AC.
Tentammo un giorno di trovare un modus
moriendi che non fosse il suicidio
né la sopravvivenza. Altri ne prese
per noi l’iniziativa; e ora è tardi
per rituffarci dallo scoglio.
Che un’anima malviva
fosse la vita stessa nel suo diapason
non lo credesti mai: le ore incalzavano,
a te bastò l’orgoglio, a me la nicchia
dell’imbeccatore.
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
Ho appeso nella mia stanza il dagherròtipo
di tuo padre bambino: ha più di un secolo.
In mancanza del mio, così confuso,
cerco di ricostruire, ma invano, il tuo pedigree.
Non siamo stati cavalli, i dati dei nostri ascendenti
non sono negli almanacchi. Coloro che hanno presunto
di saperne non erano essi stessi esistenti,
né noi per loro. E allora? Eppure resta
che qualcosa è accaduto, forse un niente
che è tutto.
From DIARIO DEL ‘71 E DEL ’72
AC.
Tentammo un giorno di trovare un modus
moriendi che non fosse il suicidio
né la sopravvivenza. Altri ne prese
per noi l’iniziativa; e ora è tardi
per rituffarci dallo scoglio.
Che un’anima malviva
fosse la vita stessa nel suo diapason
non lo credesti mai: le ore incalzavano,
a te bastò l’orgoglio, a me la nicchia
dell’imbeccatore.
Contessa Lara
Amor campagnuolo
Son due robusti contadini: lei
co ’l viso di lentiggini macchiato;
le treccie rosse; a ’l collo cinque o sei
fila di perle e il grembio di bordato.
Lui, bruno, muscoloso, con di bei
denti bianchi; co ’l torso alto e quadrato;
sembra tuttor ne gli abiti plebei
sentir la sua divisa di soldato.
Presto son sposi. E poi che nulla sanno
de la legge che unisce e che divide,
fino a la morte insiem vegeteranno.
Intanto seggon lì fermi de l’ore.
Lui fuma e sputa, lei lo guarda e ride;
e chiaman star così: fare a l’amore.
co ’l viso di lentiggini macchiato;
le treccie rosse; a ’l collo cinque o sei
fila di perle e il grembio di bordato.
Lui, bruno, muscoloso, con di bei
denti bianchi; co ’l torso alto e quadrato;
sembra tuttor ne gli abiti plebei
sentir la sua divisa di soldato.
Presto son sposi. E poi che nulla sanno
de la legge che unisce e che divide,
fino a la morte insiem vegeteranno.
Intanto seggon lì fermi de l’ore.
Lui fuma e sputa, lei lo guarda e ride;
e chiaman star così: fare a l’amore.