Poesie di questo tema
Amore romantico
Arturo Onofri
Le penombre di mammola...
Le penombre di mammola, nei caldi
incavi del tuo viso, hanno stupori
d’aurora nel sorriso delle labbra
e nell’ardore diafano degli occhi.
Il roseo dell’intenta anima affiora
al limite impalpabile che abbraccia
te quasi caldo petalo carnale,
e annuncia i ditirambici abbandoni
della feminea musica segreta
in balìa del volere che m’infiamma
a somigliarti in sillabe di canto.
La tua persona è immagine in silenzio
della nostra vocale ansia di cieli,
e quelle ombre di mammola, nei caldi
incavi del tuo viso, hanno stupori
dorati, a fior degli occhi e delle labbra,
nel sogno di voler rassomigliare
alla forma che, in noi, musica vive.
incavi del tuo viso, hanno stupori
d’aurora nel sorriso delle labbra
e nell’ardore diafano degli occhi.
Il roseo dell’intenta anima affiora
al limite impalpabile che abbraccia
te quasi caldo petalo carnale,
e annuncia i ditirambici abbandoni
della feminea musica segreta
in balìa del volere che m’infiamma
a somigliarti in sillabe di canto.
La tua persona è immagine in silenzio
della nostra vocale ansia di cieli,
e quelle ombre di mammola, nei caldi
incavi del tuo viso, hanno stupori
dorati, a fior degli occhi e delle labbra,
nel sogno di voler rassomigliare
alla forma che, in noi, musica vive.
Attilio Bertolucci
La rosa bianca
Coglierò per te
l’ultima rosa del giardino,
la rosa bianca che fiorisce
nelle prime nebbie.
Le avide api l’hanno visitata
sino a ieri,
ma è ancora così dolce
che fa tremare.
È un ritratto di te a trent’anni,
un po’ smemorata, come tu sarai allora.
l’ultima rosa del giardino,
la rosa bianca che fiorisce
nelle prime nebbie.
Le avide api l’hanno visitata
sino a ieri,
ma è ancora così dolce
che fa tremare.
È un ritratto di te a trent’anni,
un po’ smemorata, come tu sarai allora.
Attilio Bertolucci
Pagina di diario
A Bologna, alla Fontanina,
un cameriere furbo e liso
senza parlare, con un sorriso
aprì per noi una porticina.
La stanza vuota e assolata dava
su un canale
per cui silenziosa, uguale,
una flotta d’anatre navigava.
Un vino d’oro splendeva nei bicchieri
che ci inebbriò;
l’amore, nei tuoi occhi neri,
fuoco in una radura, s’incendiò.
un cameriere furbo e liso
senza parlare, con un sorriso
aprì per noi una porticina.
La stanza vuota e assolata dava
su un canale
per cui silenziosa, uguale,
una flotta d’anatre navigava.
Un vino d’oro splendeva nei bicchieri
che ci inebbriò;
l’amore, nei tuoi occhi neri,
fuoco in una radura, s’incendiò.
Attilio Bertolucci
Portami con te
Portami con te nel mattino vivace
le reni rotte l’occhio sveglio appoggiato
al tuo fianco di donna che cammina
come fa l’amore,
sono gli ultimi giorni dell’inverno
a bagnarci le mani e i camini
fumano più del necessario in una
stagione così tiepida,
ma lascia che vadano in malora
economia e sobrietà,
si consumino le scorte
della città e della nazione
se il ciclo offuscandosi, e poi
schiarendo per un sole più forte,
ci saremo trovati
là dove vita e morte hanno una sosta,
sfavilla il mezzogiorno, lamiera
che è azzurra ormai
senza residui e sopra
calmi uccelli camminano non volano.
le reni rotte l’occhio sveglio appoggiato
al tuo fianco di donna che cammina
come fa l’amore,
sono gli ultimi giorni dell’inverno
a bagnarci le mani e i camini
fumano più del necessario in una
stagione così tiepida,
ma lascia che vadano in malora
economia e sobrietà,
si consumino le scorte
della città e della nazione
se il ciclo offuscandosi, e poi
schiarendo per un sole più forte,
ci saremo trovati
là dove vita e morte hanno una sosta,
sfavilla il mezzogiorno, lamiera
che è azzurra ormai
senza residui e sopra
calmi uccelli camminano non volano.
Bartolomeo Corsini
Dal Torracchione desolato
Voi modesti garzoni, e voi modeste
fanciulle, che d’amor sentite il foco
in fra ’l seno aggirarvisi, e la veste:
da me vi piaccia allontanarvi un poco,
che forse al canto mio v’accendereste
in volontà per fare un simil giuoco;
d’appiattarvi, se non ne’ letti aurati,
almen per le cantine, o pe’ i fossati.
Soli rimasti i cattivelli amanti,
a guerreggiar senza loriche, e scudi,
per godere, il garzon, come i sembianti
tutti della sua donna i membri ignudi;
di lei, non riguardando ai preghi, ai pianti,
ai contrasti di lei severi e crudi,
la camicia le tragge, ond’ella appare
novella Galatea nuotante in mare.
Era senza camicia andata a letto
la fanciulla da prìa (come sapete)
ed or mostra d’aver noia e dispetto,
ch’egli la voglia ignuda; e che direte?
Che mascheran le donne il proprio affetto
assai sovente, e che da quella rete
ov’esse più desìan di restar colte,
mostran di voler ir libere, e sciolte.
Tutto anco sé disnuda: e se non ch’ella
tra questo e quel lenzuol candido e lieve
pur si ravvolge, avresti detto: oh bella
mostra de’ due, che d’animata neve
sembran due masse; alla gentil donzella
per farle omai di sé peso non greve
torna, la svolge, e sopra lei s’abbassa,
e vuol far di due masse, una sol massa.
Ma più che mai di bel rossor si tinge
la giovinetta, e se non è sdegnosa
nel core, almen nel volto ella si finge;
e dolcemente altera ed orgogliosa,
da lui tenta fuggir, da sé lo spinge:
ché fors’ella non vuol, che a côr la rosa
del suo giardino, impetuoso ei giunga,
senza che qualche spina almen lo punga.
In fra la coltre, e in fra le di lui braccia
tanto si scuote, ondeggia, e gira e guizza,
che da lui si sottrae, da lui si slaccia.
Pende dal letto, e quasi in piè si rizza:
ma in quell’istante ei pur la riabbraccia,
ve la ritragge su, vel’ addirizza;
e mentr’ella ritrosa anela e geme,
egli pur tuttavia la bacia, e preme.
fanciulle, che d’amor sentite il foco
in fra ’l seno aggirarvisi, e la veste:
da me vi piaccia allontanarvi un poco,
che forse al canto mio v’accendereste
in volontà per fare un simil giuoco;
d’appiattarvi, se non ne’ letti aurati,
almen per le cantine, o pe’ i fossati.
Soli rimasti i cattivelli amanti,
a guerreggiar senza loriche, e scudi,
per godere, il garzon, come i sembianti
tutti della sua donna i membri ignudi;
di lei, non riguardando ai preghi, ai pianti,
ai contrasti di lei severi e crudi,
la camicia le tragge, ond’ella appare
novella Galatea nuotante in mare.
Era senza camicia andata a letto
la fanciulla da prìa (come sapete)
ed or mostra d’aver noia e dispetto,
ch’egli la voglia ignuda; e che direte?
Che mascheran le donne il proprio affetto
assai sovente, e che da quella rete
ov’esse più desìan di restar colte,
mostran di voler ir libere, e sciolte.
Tutto anco sé disnuda: e se non ch’ella
tra questo e quel lenzuol candido e lieve
pur si ravvolge, avresti detto: oh bella
mostra de’ due, che d’animata neve
sembran due masse; alla gentil donzella
per farle omai di sé peso non greve
torna, la svolge, e sopra lei s’abbassa,
e vuol far di due masse, una sol massa.
Ma più che mai di bel rossor si tinge
la giovinetta, e se non è sdegnosa
nel core, almen nel volto ella si finge;
e dolcemente altera ed orgogliosa,
da lui tenta fuggir, da sé lo spinge:
ché fors’ella non vuol, che a côr la rosa
del suo giardino, impetuoso ei giunga,
senza che qualche spina almen lo punga.
In fra la coltre, e in fra le di lui braccia
tanto si scuote, ondeggia, e gira e guizza,
che da lui si sottrae, da lui si slaccia.
Pende dal letto, e quasi in piè si rizza:
ma in quell’istante ei pur la riabbraccia,
ve la ritragge su, vel’ addirizza;
e mentr’ella ritrosa anela e geme,
egli pur tuttavia la bacia, e preme.
Biagio Marin
Cô vignivo de tu
Cô vignivo de tu pioveva stele,
e tante ne ‘nsunevo
che l’ánema gera un firmamento;
comò un supio de vento
noturno vignivo!
Te le metevo adosso a una a una,
sui fianchi persuasi,
co’ tanti mai basi,
da fâ ‘na sintura.
Te le ghitevo in cuor e nel sangue,
a stiochi, a grande refolade:
le scoreva in fiumere,
in cressenti, in dosane,
le vanpeva in caldane
de sere
d’istàe,
le rièva sovrane
in duti i to dinti splindinti,
nel vogio to moro.
E in fin tu geri in fiame,
un fogo belo e grando,
che bruseva ‘l gno cuor
e la to vita intiera,
boca mia bela
che senpre incòra vago recordando.
e tante ne ‘nsunevo
che l’ánema gera un firmamento;
comò un supio de vento
noturno vignivo!
Te le metevo adosso a una a una,
sui fianchi persuasi,
co’ tanti mai basi,
da fâ ‘na sintura.
Te le ghitevo in cuor e nel sangue,
a stiochi, a grande refolade:
le scoreva in fiumere,
in cressenti, in dosane,
le vanpeva in caldane
de sere
d’istàe,
le rièva sovrane
in duti i to dinti splindinti,
nel vogio to moro.
E in fin tu geri in fiame,
un fogo belo e grando,
che bruseva ‘l gno cuor
e la to vita intiera,
boca mia bela
che senpre incòra vago recordando.
Biagio Marin
Soto ‘l sole de lugio
Soto ‘l sole de lugio, duto un fogo,
‘ndeveno sul dosso a catâ scusse
e gera quel el nostro zuogo
aconpagnào del mar co’ le vosusse.
Ogni scussa una zogia,
un sigâ forte e un rîe,
un mostrâla a cololtro, per fâ-’i vogia,
e un côre sul sabion, lisieri i pìe.
Le scusse adesso le xe dute qua,
che le favela forte dei to sini,
modulài da la luse de l’istà,
dai vinti frischi e i basi matutini.
No’ tu vol più sentîle?
Le sa cantâ, le sa basâ valìe,
le ha boche luminose e pur sutile,
e, comò tu, cô vien el sol, le rìe.
‘ndeveno sul dosso a catâ scusse
e gera quel el nostro zuogo
aconpagnào del mar co’ le vosusse.
Ogni scussa una zogia,
un sigâ forte e un rîe,
un mostrâla a cololtro, per fâ-’i vogia,
e un côre sul sabion, lisieri i pìe.
Le scusse adesso le xe dute qua,
che le favela forte dei to sini,
modulài da la luse de l’istà,
dai vinti frischi e i basi matutini.
No’ tu vol più sentîle?
Le sa cantâ, le sa basâ valìe,
le ha boche luminose e pur sutile,
e, comò tu, cô vien el sol, le rìe.
Bonagiunta Orbicciani
Tutto lo mondo si manten per fiore
Tutto lo mondo si manten per fiore;
se fior non fosse, frutto non seria;
e per lo fiore si mantene amote,
gioie e alegrezze, ch’è gran signoria.
E de la fior son fatto servidore
sì di bon core che più non poria:
in fiore ho messo tutto ’l meo valore;
si fiore mi falisse, ben moria.
Eo son fiorito e vado più fiorendo;
in fiore ho posto tutto il mi’ diporto;
per fiore aggio la vita certamente.
Com’ più fiorisco, più in fior m’intendo;
se fior mi falla, ben seria morto,
vostra mercé, madonna, fior aulente.
acrime. 11. coco: brucio. 13. s’aprende: s’accende, prende fuo-
0. 14. amortare: smotzare.
Inghilfredi da Lucca
se fior non fosse, frutto non seria;
e per lo fiore si mantene amote,
gioie e alegrezze, ch’è gran signoria.
E de la fior son fatto servidore
sì di bon core che più non poria:
in fiore ho messo tutto ’l meo valore;
si fiore mi falisse, ben moria.
Eo son fiorito e vado più fiorendo;
in fiore ho posto tutto il mi’ diporto;
per fiore aggio la vita certamente.
Com’ più fiorisco, più in fior m’intendo;
se fior mi falla, ben seria morto,
vostra mercé, madonna, fior aulente.
acrime. 11. coco: brucio. 13. s’aprende: s’accende, prende fuo-
0. 14. amortare: smotzare.
Inghilfredi da Lucca
Camillo Sbarbaro
Era color del mare e dell’estate
Era color del mare e dell’estate
la strada tra le case e i muri d’orto
dove la prima volta ti cercai.
All’incredulo sguardo ti staccasti
un po’ incerta dall’altro marciapiede.
Nemmeno mi guardasti. Mi stringesti,
con la forza di chi s’attacca, il polso.
A fianco procedemmo un tratto zitti.
Una macchina adesso mi portava,
procella appena dominata, verso
il luogo di quel primo appuntamento.
Già la svolta il mio cuore riconosce
e, raffica, la macchina la imbocca,
ed ecco tu ti stacchi
un po’ incerta dall’altro marciapiede.
(Non era che un crudele immaginare:
paralitico tenta con quest’ansia
la parte, se già il male la guadagni.)
Il tempo di pensarti; ma nell’attimo
che dolcissima spina mi trafisse!
Acuta come questa non mi desti
altra gioia, non mi potevi dare.
T’amavo. Amavo. Anche per me nel mondo
c’era qualcuno.
O strada tra le case, benedetta,
dove la prima volta nella vita
pietà d’altri che me mi strinse il cuore.
la strada tra le case e i muri d’orto
dove la prima volta ti cercai.
All’incredulo sguardo ti staccasti
un po’ incerta dall’altro marciapiede.
Nemmeno mi guardasti. Mi stringesti,
con la forza di chi s’attacca, il polso.
A fianco procedemmo un tratto zitti.
Una macchina adesso mi portava,
procella appena dominata, verso
il luogo di quel primo appuntamento.
Già la svolta il mio cuore riconosce
e, raffica, la macchina la imbocca,
ed ecco tu ti stacchi
un po’ incerta dall’altro marciapiede.
(Non era che un crudele immaginare:
paralitico tenta con quest’ansia
la parte, se già il male la guadagni.)
Il tempo di pensarti; ma nell’attimo
che dolcissima spina mi trafisse!
Acuta come questa non mi desti
altra gioia, non mi potevi dare.
T’amavo. Amavo. Anche per me nel mondo
c’era qualcuno.
O strada tra le case, benedetta,
dove la prima volta nella vita
pietà d’altri che me mi strinse il cuore.
Camillo Sbarbaro
Ora che sei venuta
Ora che sei venuta,
che con passo di danza sei entrata
nella mia vita
quasi folata in una stanza chiusa –
a festeggiarti, bene tanto atteso,
le parole mi mancano e la voce
e tacerti vicino già mi basta.
Il pigolìo così che assorda il bosco
al nascere dell’alba, ammutolisce
quando sull’orizzonte balza il sole.
Ma te la mia inquietudine cercava
quando ragazzo
nella notte d’estate mi facevo
alla finestra come soffocato:
che non sapevo, m’affannava il cuore.
E tutte tue sono le parole
che, come l’acqua all’orlo che trabocca,
alla bocca venivano da sole,
l’ore deserte, quando s’avanzavan
puerilmente le mie labbra d’uomo
da sé, per desiderio di baciare...
che con passo di danza sei entrata
nella mia vita
quasi folata in una stanza chiusa –
a festeggiarti, bene tanto atteso,
le parole mi mancano e la voce
e tacerti vicino già mi basta.
Il pigolìo così che assorda il bosco
al nascere dell’alba, ammutolisce
quando sull’orizzonte balza il sole.
Ma te la mia inquietudine cercava
quando ragazzo
nella notte d’estate mi facevo
alla finestra come soffocato:
che non sapevo, m’affannava il cuore.
E tutte tue sono le parole
che, come l’acqua all’orlo che trabocca,
alla bocca venivano da sole,
l’ore deserte, quando s’avanzavan
puerilmente le mie labbra d’uomo
da sé, per desiderio di baciare...
Carlo Porta
Leggevem on bell dì
Leggevem on bell dì per noster spass
i avventar amoros de Lanzellott;
no gh’eva terz incomod che seccass,
stoo per dì s’avarav poduu stà biott;
e rivand in del legg a certi pass
ne vegneva la faccia de pancott
e i nost oeucc se incontraven, come a dì
perché no pomm fà istess anca mì e tì?
Ma quand semm vegnuu al punt che el Paladin
el segilla a Zenevra el rid in bocca
cont el pù cald e s’ciasser di basin,
tutt tremant el mè Pavol me ne imbocca
vun compagn che ’l ne fa de zoffreghin.
Ah liber porch, fioeul d’ona baltrocca!
Tira giò galiott che te see bravo:
per tutt quell dì gh’emm miss el segn, e s’ciavo!
i avventar amoros de Lanzellott;
no gh’eva terz incomod che seccass,
stoo per dì s’avarav poduu stà biott;
e rivand in del legg a certi pass
ne vegneva la faccia de pancott
e i nost oeucc se incontraven, come a dì
perché no pomm fà istess anca mì e tì?
Ma quand semm vegnuu al punt che el Paladin
el segilla a Zenevra el rid in bocca
cont el pù cald e s’ciasser di basin,
tutt tremant el mè Pavol me ne imbocca
vun compagn che ’l ne fa de zoffreghin.
Ah liber porch, fioeul d’ona baltrocca!
Tira giò galiott che te see bravo:
per tutt quell dì gh’emm miss el segn, e s’ciavo!
Cecco Angiolieri
P’ sono innamorato, ma non tanto
Î’ sono innamorato, ma non tanto
che non men passi ben leggeramente;
di ciò mi lodo e tègnomi valente,
cha l’Amor non so dato tutto quanto.
E’ basta ben se per lui gioco e canto
e amo e serveria chi gli è servente:
ogni soperchio val quanto niente,
e ciò non regna en me, ben mi dò vanto.
Però non pensi donna che sia nata,
che l’ami ligio com’ è veggio molti,
sia quanto voglia bella e delicata,
ché troppo amare fa gli òmini stolti;
però non vo’ tener cotal usata,
che cangia ’l cor e divisa gli volti.
che non men passi ben leggeramente;
di ciò mi lodo e tègnomi valente,
cha l’Amor non so dato tutto quanto.
E’ basta ben se per lui gioco e canto
e amo e serveria chi gli è servente:
ogni soperchio val quanto niente,
e ciò non regna en me, ben mi dò vanto.
Però non pensi donna che sia nata,
che l’ami ligio com’ è veggio molti,
sia quanto voglia bella e delicata,
ché troppo amare fa gli òmini stolti;
però non vo’ tener cotal usata,
che cangia ’l cor e divisa gli volti.
Cesare Rinaldi
Salmace e Ermafrodito
(Madrigali, 1)
Stringimi, vita mia,
mentre ti stringo anch’io, e dolcemente
scherza al mio scherzo, e baciami sovente:
mesci note amorose
fra i dolcissimi baci,
e facciam dolci guerre e dolci paci;
vibrin le lingue ascose
fra le labbra serpendo, e co i sospiri
il tuo cor, il mio cor morendo spiri.
Spiri sì, ma rinasca e vita e morte
dolce il piacer n’apporte,
e acciò resti infinito
sia tu Salmace, ed io sia Ermafrodito.
Stringimi, vita mia,
mentre ti stringo anch’io, e dolcemente
scherza al mio scherzo, e baciami sovente:
mesci note amorose
fra i dolcissimi baci,
e facciam dolci guerre e dolci paci;
vibrin le lingue ascose
fra le labbra serpendo, e co i sospiri
il tuo cor, il mio cor morendo spiri.
Spiri sì, ma rinasca e vita e morte
dolce il piacer n’apporte,
e acciò resti infinito
sia tu Salmace, ed io sia Ermafrodito.
Cesare Viviani
VI Anno divora anno
amore consuma amore.
In tutti i centri immaginabili
cercato il Creatore, la creatura
lo cercava dove lo voleva,
nel più alto pensiero, nel contemplato, in sé.
E più si perfezionava,
più si intralciava.
Tornare nella creazione,
nella terra, nel limo,
uniti al Creatore, una materia,
unico impasto: è questa l’eternità,
premio o condanna futura,
la fine della creatura.
Faceva la creatura tutto da sé,
invocava, accorreva,
incoronava, puniva,
attribuiva ogni potere al Creatore,
si annullava con le parole, coi pensieri,
restava certamente quella di ieri.
Assente il pensiero, rimasto
nelle distinzioni del mondo,
si presentano uguali le creature,
come sono. I cuori liberi
al primo contatto riconoscono
l’Amore, di cui non si può dire,
Indicibile.
Non chiediamoci come sono
i corpi dei cuori liberi,
quando vivono nell’essere e nessuna parola
li può rappresentare.
I corpi sono tutti uguali, il più sano
pari al più martoriato: differenti
soltanto le pretese, mentre la stessa .
è l’entrata nell’essere.
Se c’è un’interrogazione,
non la si riesce a formulare.
Le tante domande, invece,
coprono la luce, oscurano,
allontanano dall’ardore,
rallentano il cuore.
non lascia spazio la fede fuori di sé.
E la creatura
è quello in cui crede:
non lo interessa come diventerà,
se opaca o pura, triste o gaia,
non pensa a quel che è, non pensa a sé.
x
Chi continua a smarrirsi nel fare,
o parimenti si perde in seno alla natura,
rimane nella fede. Ma oltre,
lasciato l’amore, abbandonato ogni valore,
escluso ogni fautore o mediatore,
è luce, luce, luce,
luce della Verità, luce
del mattino.
Il cuore sia il Creatore -
non si perda in bontà o in amore.
Il battito, la forma, la materia
non siano altro che sé, non siano
funzione o descrizione;
siano solo quello che da sempre sono:
la propria creazione.
Ora non c’è preghiera pronunciabile,
non c’è cura:
nell’essere che non si rivela
ritorni, dove è sempre stata, la creatura.
Il niente dell’esistenza e della storia
disveli l’immensa gloria.
Prima di arrivare al proprio essere,
ha fatto parte di silenziose esplosioni stellari,
era niente ma ha distrutto,
con un contatto minimo, una grande massa infuocata,
è sempre stato invisibile, inavvertibile,
ora si può dire: infinito.
Non c’è spazio: procede
intatta la creazione
nella continuità, nella pienezza,
tutto è indistinto niente.
Niente,
movimento assente.
Da PASSANTI
In tutti i centri immaginabili
cercato il Creatore, la creatura
lo cercava dove lo voleva,
nel più alto pensiero, nel contemplato, in sé.
E più si perfezionava,
più si intralciava.
Tornare nella creazione,
nella terra, nel limo,
uniti al Creatore, una materia,
unico impasto: è questa l’eternità,
premio o condanna futura,
la fine della creatura.
Faceva la creatura tutto da sé,
invocava, accorreva,
incoronava, puniva,
attribuiva ogni potere al Creatore,
si annullava con le parole, coi pensieri,
restava certamente quella di ieri.
Assente il pensiero, rimasto
nelle distinzioni del mondo,
si presentano uguali le creature,
come sono. I cuori liberi
al primo contatto riconoscono
l’Amore, di cui non si può dire,
Indicibile.
Non chiediamoci come sono
i corpi dei cuori liberi,
quando vivono nell’essere e nessuna parola
li può rappresentare.
I corpi sono tutti uguali, il più sano
pari al più martoriato: differenti
soltanto le pretese, mentre la stessa .
è l’entrata nell’essere.
Se c’è un’interrogazione,
non la si riesce a formulare.
Le tante domande, invece,
coprono la luce, oscurano,
allontanano dall’ardore,
rallentano il cuore.
non lascia spazio la fede fuori di sé.
E la creatura
è quello in cui crede:
non lo interessa come diventerà,
se opaca o pura, triste o gaia,
non pensa a quel che è, non pensa a sé.
x
Chi continua a smarrirsi nel fare,
o parimenti si perde in seno alla natura,
rimane nella fede. Ma oltre,
lasciato l’amore, abbandonato ogni valore,
escluso ogni fautore o mediatore,
è luce, luce, luce,
luce della Verità, luce
del mattino.
Il cuore sia il Creatore -
non si perda in bontà o in amore.
Il battito, la forma, la materia
non siano altro che sé, non siano
funzione o descrizione;
siano solo quello che da sempre sono:
la propria creazione.
Ora non c’è preghiera pronunciabile,
non c’è cura:
nell’essere che non si rivela
ritorni, dove è sempre stata, la creatura.
Il niente dell’esistenza e della storia
disveli l’immensa gloria.
Prima di arrivare al proprio essere,
ha fatto parte di silenziose esplosioni stellari,
era niente ma ha distrutto,
con un contatto minimo, una grande massa infuocata,
è sempre stato invisibile, inavvertibile,
ora si può dire: infinito.
Non c’è spazio: procede
intatta la creazione
nella continuità, nella pienezza,
tutto è indistinto niente.
Niente,
movimento assente.
Da PASSANTI
Chiaro Davanzati
Come Narcissi, in sua spera mirando
Come Narcissi, in sua spera mirando,
s’inamorao per ombra a la fontana;
veggendo se medesimo pensando,
ferissi il core e la sua mente vana;
gittòvisi entro per l’ombria pigliando,
di quello amor lo prese morte strana:
ed io, la vostra bieltà rimembrando
Vl’ora chio vidi voi, donna sovrana,
inamorato son sì feramente,
che, poi ch’io voglia, non poria partire,
sì m’ha l’amor compreso strettamente;
tormentami lo giorno e fa languire:
com’a Narcissi, parràmi piagente,
veggendo voi, la morte soferire.
s’inamorao per ombra a la fontana;
veggendo se medesimo pensando,
ferissi il core e la sua mente vana;
gittòvisi entro per l’ombria pigliando,
di quello amor lo prese morte strana:
ed io, la vostra bieltà rimembrando
Vl’ora chio vidi voi, donna sovrana,
inamorato son sì feramente,
che, poi ch’io voglia, non poria partire,
sì m’ha l’amor compreso strettamente;
tormentami lo giorno e fa languire:
com’a Narcissi, parràmi piagente,
veggendo voi, la morte soferire.
Chiaro Davanzati
E’ no mi piace, sire, la partenza
(MADONNA)
E’ no mi piace, sire, la partenza
da vostra fina donna ed amorosa,
ma piacemi le stiate ad ubidenza
si come buon segnor de’ far a sposa;
e ciò che vole sia vostra voglienza,
e la non-volontà vi sia noiosa;
e di questo mi fate gran pracenza,
e s’altro fosse, ne saria crucciosa.
Ma dipartiamo il vano intendimento
ch’è stato fra noi due aoperando,
che si congiunse di carnal talento:
la vostra donna sempre gite amando
(ed io lo mio segnore a piacimento),
e dolzi motti tra voi due parlando.
E’ no mi piace, sire, la partenza
da vostra fina donna ed amorosa,
ma piacemi le stiate ad ubidenza
si come buon segnor de’ far a sposa;
e ciò che vole sia vostra voglienza,
e la non-volontà vi sia noiosa;
e di questo mi fate gran pracenza,
e s’altro fosse, ne saria crucciosa.
Ma dipartiamo il vano intendimento
ch’è stato fra noi due aoperando,
che si congiunse di carnal talento:
la vostra donna sempre gite amando
(ed io lo mio segnore a piacimento),
e dolzi motti tra voi due parlando.
Chiaro Davanzati
lo non dico, messer, che voi pechiate
(MADONNA)
lo non dico, messer, che voi pechiate
per vostra donna amare e triverire,
né v’amonisco che da me partiate
lo vostro amor, ma solo lo disire
del frutto, che più aver no lo pensate,
perché’io fallar più voglia a lo mio sire
né voi a vostra donna léaltate:
ma buono amor cortes’è da gradire.
E tanto v’ho d’amarvi intendimento
che d’altro non mi piace essere amata
se non dal vostro dolze piacimento;
e poria esser ch’alcuna fiata
il nostro amore avria congiungimento
secondo nostra amanza ricelata.
lo non dico, messer, che voi pechiate
per vostra donna amare e triverire,
né v’amonisco che da me partiate
lo vostro amor, ma solo lo disire
del frutto, che più aver no lo pensate,
perché’io fallar più voglia a lo mio sire
né voi a vostra donna léaltate:
ma buono amor cortes’è da gradire.
E tanto v’ho d’amarvi intendimento
che d’altro non mi piace essere amata
se non dal vostro dolze piacimento;
e poria esser ch’alcuna fiata
il nostro amore avria congiungimento
secondo nostra amanza ricelata.
Cielo d'Alcamo
Dal Contrasto (vv. 136-160)
«Sazzo che m’ami [e] àmoti di core paladino.
Lèvati suso e vatene, tornaci a lo matino.
Se ciò che dico fàcemi, di bon cor t’amo e fino.
Quisso t’[ad]imprometto sanza faglia:
te’ la mia fede che m’hai in tua baglia.»
«Per zo che dici, càrama, neiente non mi movo.
Inanti pren[n]i e scànnami: tolli esto cortel novo.
Esto fatto far pòtesi inanti scalfì un uovo.
Arcompli mi’ talento, [a]mica bella,
ché l’arma co lo core mi si ’nfella.»
«Ben sazzo, l’arma dòleti, com’omo ch’ave arsura.
Esto fatto non pòtesi per null’altra misura:
se non ha’ le Vangel[ï]e, che mo ti dico ’Jura’,
avere me non puoi in tua podestà;
inanti pren[n]i e tagliami la testa.»
«Le Vangel[ï]e, càrama? ch’io le porto in seno:
a lo mostero prèsile (non ci era lo patrino).
Sovr’esto libro jùroti mai non ti vegno meno.
Arcompli mi’ talento in caritate,
ché l’arma me ne sta in sut[t]ilitate.»
«Meo siré, poi juràstimi, eo tut[t]a quanta incenno.
Sono a la tua presenz[ï]a, da voi non mi difenno.
S’eo minespreso àjoti, merzé, a voi m’arenno.
A lo letto ne gimo a la bon’ora,
ché chissà cosa n’è data in ventura.»
Lèvati suso e vatene, tornaci a lo matino.
Se ciò che dico fàcemi, di bon cor t’amo e fino.
Quisso t’[ad]imprometto sanza faglia:
te’ la mia fede che m’hai in tua baglia.»
«Per zo che dici, càrama, neiente non mi movo.
Inanti pren[n]i e scànnami: tolli esto cortel novo.
Esto fatto far pòtesi inanti scalfì un uovo.
Arcompli mi’ talento, [a]mica bella,
ché l’arma co lo core mi si ’nfella.»
«Ben sazzo, l’arma dòleti, com’omo ch’ave arsura.
Esto fatto non pòtesi per null’altra misura:
se non ha’ le Vangel[ï]e, che mo ti dico ’Jura’,
avere me non puoi in tua podestà;
inanti pren[n]i e tagliami la testa.»
«Le Vangel[ï]e, càrama? ch’io le porto in seno:
a lo mostero prèsile (non ci era lo patrino).
Sovr’esto libro jùroti mai non ti vegno meno.
Arcompli mi’ talento in caritate,
ché l’arma me ne sta in sut[t]ilitate.»
«Meo siré, poi juràstimi, eo tut[t]a quanta incenno.
Sono a la tua presenz[ï]a, da voi non mi difenno.
S’eo minespreso àjoti, merzé, a voi m’arenno.
A lo letto ne gimo a la bon’ora,
ché chissà cosa n’è data in ventura.»
Claudio Achillini
Donna scapigliata e bionda
Tra i vivi scogli de le due mammelle
la mia bella Giunon veggio destare
dal suo crinito ciel piogge e procelle,
prodighe d’oro e di salute avare.
Se mostra gli occhi o quelle poma belle,
più ricco s’apre e più fecondo appare,
mercé di due rubini e di due stelle,
quel ciel di stelle e di rubin quel mare.
Ma sia di scogli e di tempeste or pieno:
ch’io, dai venti d’amor sospinto e scorto,
vo’ navigar col core un sì bel seno.
Né tem’io già di rimanerne absorto,
poiché la sua tempesta è ’1 mio sereno,
poiché gli scogli suoi sono il mio porto.
la mia bella Giunon veggio destare
dal suo crinito ciel piogge e procelle,
prodighe d’oro e di salute avare.
Se mostra gli occhi o quelle poma belle,
più ricco s’apre e più fecondo appare,
mercé di due rubini e di due stelle,
quel ciel di stelle e di rubin quel mare.
Ma sia di scogli e di tempeste or pieno:
ch’io, dai venti d’amor sospinto e scorto,
vo’ navigar col core un sì bel seno.
Né tem’io già di rimanerne absorto,
poiché la sua tempesta è ’1 mio sereno,
poiché gli scogli suoi sono il mio porto.
Compagnetto da Prato
L’amor fa una donna amare
L’amor fa una donna amare.
Dice: “Lassa, com faragio?
Quelli a cui mi voglio dare
non so se m’à ’n suo coragio.
Sire Dio, che lo savesse
ch’io per lui sono al morire,
o c’a donna s’avenesse:
manderia a lui a dire
che lo suo amor mi desse,
Dio d’amor, quel per cui m’ài
conquisa, di lui m’aiuta;
non t’è onor s’a lui non vai,
combatti pur la renduta.
Dio! l’avessero in usanza
l’altre di ’nchieder d’amare!
chio inchiedesse lui d’amanza,
ché nà tolto lo posare;
per lui moro for fallanza.
Donne, no ’l tenete a male,
s’io danneo il vostro onore,
ché ’l pensier m’à messa a tale
convenmi inchieder d’amore.
Manderò per l’amor mio,
saprò se d’amor mi ’nvita;
se no gliela dirabo io,
la mia angosciosa vita.
Lo mio aunore non disio.”
‘Madonna, a vostre belleze
non era ardito di ’ntendre;
non credea che vostre alteze
ver me degnassero iscendre,
A voi mi do, donna mia,
vostro son, mio non mi tegno,
mio amor coral in voi sia;
fra tutto, senza ritegno
mettomi in vostra balifa.?
“Deo! como mi fa morire
l’omo a cui mandai il messagio!
Domandomi che vuol dite,
Quando in zambra meco l’agio
non me ne de’ domandare.
Drudo mio, aulente più c’ambra,
ben ti dovresti pensare
perché’i’ òti co meco in zambra;
sola son, non dubitare.”
‘Dimmi s’è ver l’abrazzare
che mi fai, donna avenente,
ché si gran cosa mi pare,
creder no ’l posso neiente.’
“Drudo mio, se Dio mi vaglia
ch’io del tuo amor mi disfaccio,
merzé, non mi dar travaglia!
Poi che m’ài ignuda in braccio,
meo sir, tenemi in tua baglia!”
Anonimo
Dice: “Lassa, com faragio?
Quelli a cui mi voglio dare
non so se m’à ’n suo coragio.
Sire Dio, che lo savesse
ch’io per lui sono al morire,
o c’a donna s’avenesse:
manderia a lui a dire
che lo suo amor mi desse,
Dio d’amor, quel per cui m’ài
conquisa, di lui m’aiuta;
non t’è onor s’a lui non vai,
combatti pur la renduta.
Dio! l’avessero in usanza
l’altre di ’nchieder d’amare!
chio inchiedesse lui d’amanza,
ché nà tolto lo posare;
per lui moro for fallanza.
Donne, no ’l tenete a male,
s’io danneo il vostro onore,
ché ’l pensier m’à messa a tale
convenmi inchieder d’amore.
Manderò per l’amor mio,
saprò se d’amor mi ’nvita;
se no gliela dirabo io,
la mia angosciosa vita.
Lo mio aunore non disio.”
‘Madonna, a vostre belleze
non era ardito di ’ntendre;
non credea che vostre alteze
ver me degnassero iscendre,
A voi mi do, donna mia,
vostro son, mio non mi tegno,
mio amor coral in voi sia;
fra tutto, senza ritegno
mettomi in vostra balifa.?
“Deo! como mi fa morire
l’omo a cui mandai il messagio!
Domandomi che vuol dite,
Quando in zambra meco l’agio
non me ne de’ domandare.
Drudo mio, aulente più c’ambra,
ben ti dovresti pensare
perché’i’ òti co meco in zambra;
sola son, non dubitare.”
‘Dimmi s’è ver l’abrazzare
che mi fai, donna avenente,
ché si gran cosa mi pare,
creder no ’l posso neiente.’
“Drudo mio, se Dio mi vaglia
ch’io del tuo amor mi disfaccio,
merzé, non mi dar travaglia!
Poi che m’ài ignuda in braccio,
meo sir, tenemi in tua baglia!”
Anonimo
Dante Alighieri
Da Il fiore (strofe 227-230)
Cortesia e Bellaccoglienza
«Figliuola mia, per Dio e per merzede,
aggie pietà di quel leal amante,
che per te ha sofferte pene tante
che dir nol ti poria, in buona fede!
In nessun altro iddio che te non crede,
e tuttora a ciò è stato fermo e stante:
figliuola mia, or gli fa tal sembiante
che sia certano di ciò ch’or non crede.»
Bellaccoglienza disse: «I’ gli abbandono
e me e ’l fiore e ciò ch’i’ ho ’n podere,
e ched e’ prenda tutto quanto in dono.
Per altre volte avea alcun volere,
ma non era sì agiata com’or sono.
Or ne può fare tutto ’l su’ piacere».
«Figliuola mia, per Dio e per merzede,
aggie pietà di quel leal amante,
che per te ha sofferte pene tante
che dir nol ti poria, in buona fede!
In nessun altro iddio che te non crede,
e tuttora a ciò è stato fermo e stante:
figliuola mia, or gli fa tal sembiante
che sia certano di ciò ch’or non crede.»
Bellaccoglienza disse: «I’ gli abbandono
e me e ’l fiore e ciò ch’i’ ho ’n podere,
e ched e’ prenda tutto quanto in dono.
Per altre volte avea alcun volere,
ma non era sì agiata com’or sono.
Or ne può fare tutto ’l su’ piacere».
Dante Alighieri
Francesca da Rimini (Inferno, V)
Io cominciai: “ Poeta, volentieri
parlerei a que’ due che insieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri.”
Ed egli a me: “ Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li prega
per quell’amor che i mena; e quei verranno.”
Sì tosto come il vento a noi li piega
mossi la voce; “ O anime affannate,
venite a noi parlar s’altri nol niega.”
Quali colombe dal disio chiamate,
con l’ali alzate e ferme, al dolce nido
vegnon per l’aer dal voler portate:
cotali uscir della schiera ov’è Dido
a noi venendo per l’aer maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.
“O animal grazioso e benigno,
che visitando vai per l’aer perso,
noi che tignemmo il mondo di sanguigno:
se fosse amico il re dell’universo,
noi pregheremmo lui della tua pace,
poi chè hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar ti piace
noi udiremo e parleremo a vui.
Mentre che il vento, come fa, si tace.
Siede la terra dove nata fui,
sulla marina dove il Po discende
per aver pace coi seguaci sui.
Amor, che a cor gentil ratto s’apprende,
prese costui della bella persona
che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende.
Amor, che a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi vita ci spense.”
Queste parole da lor ci fur porte.
Da che io intesi quelle anime offense,
chinai il viso, e tanto il tenni basso,
parlerei a que’ due che insieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri.”
Ed egli a me: “ Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li prega
per quell’amor che i mena; e quei verranno.”
Sì tosto come il vento a noi li piega
mossi la voce; “ O anime affannate,
venite a noi parlar s’altri nol niega.”
Quali colombe dal disio chiamate,
con l’ali alzate e ferme, al dolce nido
vegnon per l’aer dal voler portate:
cotali uscir della schiera ov’è Dido
a noi venendo per l’aer maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.
“O animal grazioso e benigno,
che visitando vai per l’aer perso,
noi che tignemmo il mondo di sanguigno:
se fosse amico il re dell’universo,
noi pregheremmo lui della tua pace,
poi chè hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar ti piace
noi udiremo e parleremo a vui.
Mentre che il vento, come fa, si tace.
Siede la terra dove nata fui,
sulla marina dove il Po discende
per aver pace coi seguaci sui.
Amor, che a cor gentil ratto s’apprende,
prese costui della bella persona
che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende.
Amor, che a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi vita ci spense.”
Queste parole da lor ci fur porte.
Da che io intesi quelle anime offense,
chinai il viso, e tanto il tenni basso,
Dante Alighieri
Iio
finchè il poeta mi disse: “ Che pense?”
Quando risposi, cominciai: “ O lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo! ”
Poi mi rivolsi a loro, e parla’ io,
e cominciai: “ Francesca, i tuoi martiri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo de’ dolci sospiri,
a che e come concedette Amore,
che conosceste i dubbiosi disiri? ”
Ed ella a me: “ Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
nella miseria; e ciò sa il tuo dottore.
Ma se a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
farò come colui che piange e dice.
Noi leggevamo un giorno per diletto
di Lancelotto, come amor lo strinse:
soli eravamo e senza alcun sospetto.
Per più fiate gli occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso:
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi baciò tutto tremante:
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.”
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangeva sì che di pietade
io venni meno sì com’io morisse;
e caddi, come corpo morto cade.
Quando risposi, cominciai: “ O lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo! ”
Poi mi rivolsi a loro, e parla’ io,
e cominciai: “ Francesca, i tuoi martiri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo de’ dolci sospiri,
a che e come concedette Amore,
che conosceste i dubbiosi disiri? ”
Ed ella a me: “ Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
nella miseria; e ciò sa il tuo dottore.
Ma se a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
farò come colui che piange e dice.
Noi leggevamo un giorno per diletto
di Lancelotto, come amor lo strinse:
soli eravamo e senza alcun sospetto.
Per più fiate gli occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso:
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi baciò tutto tremante:
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.”
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangeva sì che di pietade
io venni meno sì com’io morisse;
e caddi, come corpo morto cade.
Dante Alighieri
L’Amante
Quand’i’ udi’ quel buon risposto fino
che la gentil rispuose, mi levai
ed a la balestriera m’addrizzai,
ché quel sì era il mi’ dritto cammino,
e sì v’andai come buon pellegrino,
ch’un bordon noderuto v’apportai,
e la scarsella non dimenticai,
la qual v’appiccò buon mastro divino.
Tutto mi’ arnese tal chent’ i’ portava,
s’è di condurl’al porto in mia ventura,
di toccarne le ’rlique i’ pur pensava.
Nel mi’ bordon non avea ferratura,
ché già mai contra pietre no ll’urtava;
la scarsella sì era san costura.
Tant’andai, giorno e notte camminando
col mi’ bordon che non era ferrato,
che ’ntra duo be’ pilastri fu’ arrivato:
molto s’andò il mi’ cuor riconfortando.
Dritt’a le ’rlique venni appressimando,
e ’mmantenente mi fu’ inginocchiato
per adorare quel corpo beato;
po’ venni la coverta sollevando.
E poi provai sed i’ potea il bordone
in quella balestriera, ch’i’ v’ho detto,
metterlo dentro tutto di randone;
ma i’ non potti, ch’ell’era sì stretto
l’entrata, che ’l fatto andò in falligione.
La prima volta i’ vi fu’ ben distretto.
che la gentil rispuose, mi levai
ed a la balestriera m’addrizzai,
ché quel sì era il mi’ dritto cammino,
e sì v’andai come buon pellegrino,
ch’un bordon noderuto v’apportai,
e la scarsella non dimenticai,
la qual v’appiccò buon mastro divino.
Tutto mi’ arnese tal chent’ i’ portava,
s’è di condurl’al porto in mia ventura,
di toccarne le ’rlique i’ pur pensava.
Nel mi’ bordon non avea ferratura,
ché già mai contra pietre no ll’urtava;
la scarsella sì era san costura.
Tant’andai, giorno e notte camminando
col mi’ bordon che non era ferrato,
che ’ntra duo be’ pilastri fu’ arrivato:
molto s’andò il mi’ cuor riconfortando.
Dritt’a le ’rlique venni appressimando,
e ’mmantenente mi fu’ inginocchiato
per adorare quel corpo beato;
po’ venni la coverta sollevando.
E poi provai sed i’ potea il bordone
in quella balestriera, ch’i’ v’ho detto,
metterlo dentro tutto di randone;
ma i’ non potti, ch’ell’era sì stretto
l’entrata, che ’l fatto andò in falligione.
La prima volta i’ vi fu’ ben distretto.