Poesie di questo tema
Amore romantico
Anônimo
Abrazami, cor mio
«Abrazami, cor mio,
basami e po’ va’ via,
ca dal ziloso sentita non sia.»
«Zentil anema e bella,
come poss’io partire,
ch’i’ tegno in brazo tutti i miei disire?»
«Se non te parti, amore, serò morta.»
«Vita mia dolce, e io te farò scorta.»
basami e po’ va’ via,
ca dal ziloso sentita non sia.»
«Zentil anema e bella,
come poss’io partire,
ch’i’ tegno in brazo tutti i miei disire?»
«Se non te parti, amore, serò morta.»
«Vita mia dolce, e io te farò scorta.»
Anônimo
Con levrieri e mastin
Con levrieri e mastin, segugi e bracchi,
cacciando vo da sera e da mattina
sol per pigliar la bianca porcellina.
E per le vie, dov’ella più cammina,
piediche ho tese e molti forti lacci
e ancora nondimen l’aspetto a ’ghiacci.
Non lascerò per neve né per ghiacci,
per estivo calor né per ispesa,
ch’i’ non la segua in fin ch’i’ l’arò presa.
Per che sommo diletto spero il giorno
ch’i’ sonerò, a caccia presa, il corno.
cacciando vo da sera e da mattina
sol per pigliar la bianca porcellina.
E per le vie, dov’ella più cammina,
piediche ho tese e molti forti lacci
e ancora nondimen l’aspetto a ’ghiacci.
Non lascerò per neve né per ghiacci,
per estivo calor né per ispesa,
ch’i’ non la segua in fin ch’i’ l’arò presa.
Per che sommo diletto spero il giorno
ch’i’ sonerò, a caccia presa, il corno.
Anônimo
da Il mare amoroso
Amor mi’ bello, or che sarà di me?
Piacciavi pur ch’io dea morire a torto;
or vi pensate ben se v’è onore
a darmi morte, poi m’ avete preso
sì com’ l’uccellator prende l’uccello,
e sì come si truova diceduto
lo pesce, che, credendo prender l’esca,
ed egli ha preso l’amo in tal maniera,
com’ più s’agira per voler campare,
e più s’aferra contra ’l suo volere;
e que’ che vuol pigliar l’uccel d’inganno,
veggendol bianco e d’umile sembianza,
si sente sorvenir d’ardente flamma
che gitta quello uccello aprendo ’l becco;
e l gorgo, che si lancia per pigliare
la luce de la stella, tanto i piace,
e muore incontenente ch’è sopr’acqua:
così, credendo di voi prender gioia,
mi veggio preso ed ingannato e morto,
i
i
e
A
Certo, se voi poteste una fiata
vedere si come il lupo cerviere,
che vede oltra li monti chiaramente,
voi vedereste la vostra figura
dipinta e suggellata nel mio core,
e lettere dintorno che diriano:
“Più v’amo, déa, che non faccio Deo,
e son più vostro assai che non son meo.”
E questo dico sempre notte e giorno,
si come il peccatore il paternostro;
quest’ è l’ofensa e quest’ è la cagione
che mi potrebbe porre ch’i’ aggia fatto:
deggio però murire a sì gran torto?
Non credo certo che voi m’aucidiate;
ma mi farete tanto tormentare,
che minor male mi saria la morte.
E già l’avete in parte cominciata,
poi che m’avete fatto inginocchiare
come cammello quando è incarcato;
e di pene m’avete si soppresso,
che non posso al postutto più pottare,
anzi mi vene cader con tutto esso;
e non mi credo mai poter levare
più com’ può lo leofante ch’è caduto,
che non si può levar s’altri no’l leva.
Adunque com’ faraggio, amor mio bello,
se voi non m’aleggiate anzi ch’i’ caggia?
Consiglio prenderaggio di follia,
poi ch’aggio messo il senno in ubrianza,
sì com’ lo struzzolo che lascia l’uovo,
poi che l’ha fatto, istare entro l’arena;
ch’io voglio far la dritta somiglianza
de l’albero che per troppo incarcare
scavezza e perde foglie e fiori e frutto,
e poi si secca infino a le radici:
così mi voglio d’amoroso afanno
e di pensier carcar tanto chi’ mora,
poi che voi non mi fate se non male.
E non saccio per che cagion si sia:
che se vi spiace ch’io vi deggia amare,
gittate via la vostra gran beltade,
che mi fa forsenar, quando vi miro,
sì come il parpaglion che fere al foco
veggendo il gran splendor de la lumiera;
e la valenza, laove sta il meo core
in foco disioso notte e dia,
tanto che mi par esser salamandra.
E se nol fate, non me’n rimarraggio,
avegnamene ciò che può avenire:
chio penso, se Narcisso fosse vivo,
si ’ntenderebbe in voi, a mia credenza,
e non in sé medesmo come fece.
Ché li cavelli vostri son più biondi
che fila d’auro o che fior d’aulentino,
e son le funi che:m tegnon ’lacciato;
igli occhi, belli come di girfalco,
ma son di bavalischio, per sembianza,
che saetta il veleno collo sguardo;
i cigli bruni e avolti in forma d’arco
mi saettano al cor d’una saetta;
la bocca, piccioletta e colorita,
vermiglia come rosa di giardino,
piagente ed amorosa per basciare.
E bello saccio, ch’i’ l’aggio provato
una fiata, vostra gran merzede;
ma quella mi fu lancia di Pelds,
ch’avéa tal vertt nel suo ferire,
ch’al primo colpo dava pene e morte,
e al secondo vita ed allegrezza:
così mi die’ quel bascio mal di motte,
ma se n’avesse un altro, ben guerira.
Il vostro riso mi fa più di bene
che s’io passasse oltre la Cors di riso;
e ’l bel cantare m’ha conquiso e morto
a simiglianza de la serenella
che uccide ’l marinar col suo bel canto.
E lo parlar, tuttora anzi pensato,
saggio e cortese e franco e vertudioso
sì come ispecchio che non sa mentire,
anzi raporta dritta simiglianza,
mi fa isvegliar di sonno doloroso
sì come lo leon lo suo figliuolo.
O E *l color natural bianco e vermiglio,
‘come la fior di grana e flore inversa,
è simil del serpente ch’è fregiato,
che par dipinto per gran. maestria,
e muore incontenente chi lui sguarda,
tanto son que’ colori tossicosi.
Le vostre braccia mi fanno tal cerchio,
quando voi mi degnaste d’abracciare,
C’assai mi tegno più sicuro e franco
che ’l negromante al cerchio de la spada.
Le man’, più belle d’erba palmacristo;
l’unghia, sottili, dritte ed avenanti;
e in forma passate ogne figura
scolpita nella pietra camaina;
e ben parete dea d’amare, e meglio
che la chiarità stella de la dia.
Poi che ’l sole e ’Il vento e la pioggia
non può tanto guastar quel ch’è scoverto,
che non sia più bello assai ch’io non dico,
faccio ragion che sia ben per un cento
più bello assai ciò che ’n voi è celato.
*
Piacciavi pur ch’io dea morire a torto;
or vi pensate ben se v’è onore
a darmi morte, poi m’ avete preso
sì com’ l’uccellator prende l’uccello,
e sì come si truova diceduto
lo pesce, che, credendo prender l’esca,
ed egli ha preso l’amo in tal maniera,
com’ più s’agira per voler campare,
e più s’aferra contra ’l suo volere;
e que’ che vuol pigliar l’uccel d’inganno,
veggendol bianco e d’umile sembianza,
si sente sorvenir d’ardente flamma
che gitta quello uccello aprendo ’l becco;
e l gorgo, che si lancia per pigliare
la luce de la stella, tanto i piace,
e muore incontenente ch’è sopr’acqua:
così, credendo di voi prender gioia,
mi veggio preso ed ingannato e morto,
i
i
e
A
Certo, se voi poteste una fiata
vedere si come il lupo cerviere,
che vede oltra li monti chiaramente,
voi vedereste la vostra figura
dipinta e suggellata nel mio core,
e lettere dintorno che diriano:
“Più v’amo, déa, che non faccio Deo,
e son più vostro assai che non son meo.”
E questo dico sempre notte e giorno,
si come il peccatore il paternostro;
quest’ è l’ofensa e quest’ è la cagione
che mi potrebbe porre ch’i’ aggia fatto:
deggio però murire a sì gran torto?
Non credo certo che voi m’aucidiate;
ma mi farete tanto tormentare,
che minor male mi saria la morte.
E già l’avete in parte cominciata,
poi che m’avete fatto inginocchiare
come cammello quando è incarcato;
e di pene m’avete si soppresso,
che non posso al postutto più pottare,
anzi mi vene cader con tutto esso;
e non mi credo mai poter levare
più com’ può lo leofante ch’è caduto,
che non si può levar s’altri no’l leva.
Adunque com’ faraggio, amor mio bello,
se voi non m’aleggiate anzi ch’i’ caggia?
Consiglio prenderaggio di follia,
poi ch’aggio messo il senno in ubrianza,
sì com’ lo struzzolo che lascia l’uovo,
poi che l’ha fatto, istare entro l’arena;
ch’io voglio far la dritta somiglianza
de l’albero che per troppo incarcare
scavezza e perde foglie e fiori e frutto,
e poi si secca infino a le radici:
così mi voglio d’amoroso afanno
e di pensier carcar tanto chi’ mora,
poi che voi non mi fate se non male.
E non saccio per che cagion si sia:
che se vi spiace ch’io vi deggia amare,
gittate via la vostra gran beltade,
che mi fa forsenar, quando vi miro,
sì come il parpaglion che fere al foco
veggendo il gran splendor de la lumiera;
e la valenza, laove sta il meo core
in foco disioso notte e dia,
tanto che mi par esser salamandra.
E se nol fate, non me’n rimarraggio,
avegnamene ciò che può avenire:
chio penso, se Narcisso fosse vivo,
si ’ntenderebbe in voi, a mia credenza,
e non in sé medesmo come fece.
Ché li cavelli vostri son più biondi
che fila d’auro o che fior d’aulentino,
e son le funi che:m tegnon ’lacciato;
igli occhi, belli come di girfalco,
ma son di bavalischio, per sembianza,
che saetta il veleno collo sguardo;
i cigli bruni e avolti in forma d’arco
mi saettano al cor d’una saetta;
la bocca, piccioletta e colorita,
vermiglia come rosa di giardino,
piagente ed amorosa per basciare.
E bello saccio, ch’i’ l’aggio provato
una fiata, vostra gran merzede;
ma quella mi fu lancia di Pelds,
ch’avéa tal vertt nel suo ferire,
ch’al primo colpo dava pene e morte,
e al secondo vita ed allegrezza:
così mi die’ quel bascio mal di motte,
ma se n’avesse un altro, ben guerira.
Il vostro riso mi fa più di bene
che s’io passasse oltre la Cors di riso;
e ’l bel cantare m’ha conquiso e morto
a simiglianza de la serenella
che uccide ’l marinar col suo bel canto.
E lo parlar, tuttora anzi pensato,
saggio e cortese e franco e vertudioso
sì come ispecchio che non sa mentire,
anzi raporta dritta simiglianza,
mi fa isvegliar di sonno doloroso
sì come lo leon lo suo figliuolo.
O E *l color natural bianco e vermiglio,
‘come la fior di grana e flore inversa,
è simil del serpente ch’è fregiato,
che par dipinto per gran. maestria,
e muore incontenente chi lui sguarda,
tanto son que’ colori tossicosi.
Le vostre braccia mi fanno tal cerchio,
quando voi mi degnaste d’abracciare,
C’assai mi tegno più sicuro e franco
che ’l negromante al cerchio de la spada.
Le man’, più belle d’erba palmacristo;
l’unghia, sottili, dritte ed avenanti;
e in forma passate ogne figura
scolpita nella pietra camaina;
e ben parete dea d’amare, e meglio
che la chiarità stella de la dia.
Poi che ’l sole e ’Il vento e la pioggia
non può tanto guastar quel ch’è scoverto,
che non sia più bello assai ch’io non dico,
faccio ragion che sia ben per un cento
più bello assai ciò che ’n voi è celato.
*
Anônimo
Da La donna del Vergiù
Un giorno er’ito el duca a suo diletto
e cavalcato a un nobile palazzo,
e la duchessa, sanza ignun sospetto,
prese messer Guglielmo per lo brazzo
e menosselo in zambra a lato al letto
ragionandosi insieme con sollazzo,
e per giuocar la donna e ’l cavaliere
fece venir gli scacchi e lo scacchiere.
Da poi ch’egli ebbon tre giuochi giuocato,
la duchessa, ch’amor sovente sprona,
disse: «Messere, avete disiato
già gran tempo d’avere mia persona:
or prendete di me ciò che v’è a grato».
E abbracciandol gli baciò la gola,
poi gli baciò ben cento volte il viso
prima che ’l suo dal suo fosse diviso.
E abbracciandol gli dicea: «Amor mio,
perché mi fate d’amor tanta noia?
Deh, contentate ’l vostro e mio disio!
Prendiamo insieme dilettosa gioia:
io ve ne prego pell’amor di Dio,
o dolce amico mio, prima ch’ i’ muoia!
Se mi lasciate così innamorata,
ohimè lassa, in mal punto fui nata!»
e cavalcato a un nobile palazzo,
e la duchessa, sanza ignun sospetto,
prese messer Guglielmo per lo brazzo
e menosselo in zambra a lato al letto
ragionandosi insieme con sollazzo,
e per giuocar la donna e ’l cavaliere
fece venir gli scacchi e lo scacchiere.
Da poi ch’egli ebbon tre giuochi giuocato,
la duchessa, ch’amor sovente sprona,
disse: «Messere, avete disiato
già gran tempo d’avere mia persona:
or prendete di me ciò che v’è a grato».
E abbracciandol gli baciò la gola,
poi gli baciò ben cento volte il viso
prima che ’l suo dal suo fosse diviso.
E abbracciandol gli dicea: «Amor mio,
perché mi fate d’amor tanta noia?
Deh, contentate ’l vostro e mio disio!
Prendiamo insieme dilettosa gioia:
io ve ne prego pell’amor di Dio,
o dolce amico mio, prima ch’ i’ muoia!
Se mi lasciate così innamorata,
ohimè lassa, in mal punto fui nata!»
Anônimo
Dal Canto dei pescatori
Lasciate, donne, a noi pescar sovente
in quei vostri luoghi tanto vaghi,
ché mai alcun d’un bel peccar si pente;
e seppur acqua manca a’ vostri laghi,
tanta gliene darem per un corrente
canal che tosto il vedrete paghi,
dove oprarem sì ben nostri strumenti,
che voi e noi al fin sarem contenti. […]
Donne, noi ’porterem tutti gli ordegni
ch’a buona pesca si deggiono usare,
remi con ami, l’esca, reti e legni,
zucche ancor, bisognandoci notare.
E tutti gli altri necessari ingegni.
Voi ci darete, donne, per pescare,
la barca, il lago e i vostri divi aspetti,
a’ quai fummo e sarem sempre soggetti.
Tutto quel pesce che noi prenderemo,
donne, nel vostro lago sì pregiato,
liberamente a voi lo doneremo
con quel che più del nostro vi sia grato.
Così, donne gentil, vi serviremo,
quando il nostro servir non vi sia ingrato.
Noi dureremo la fatica in tutto.
Vostro sia, donna, della pesca il frutto.
in quei vostri luoghi tanto vaghi,
ché mai alcun d’un bel peccar si pente;
e seppur acqua manca a’ vostri laghi,
tanta gliene darem per un corrente
canal che tosto il vedrete paghi,
dove oprarem sì ben nostri strumenti,
che voi e noi al fin sarem contenti. […]
Donne, noi ’porterem tutti gli ordegni
ch’a buona pesca si deggiono usare,
remi con ami, l’esca, reti e legni,
zucche ancor, bisognandoci notare.
E tutti gli altri necessari ingegni.
Voi ci darete, donne, per pescare,
la barca, il lago e i vostri divi aspetti,
a’ quai fummo e sarem sempre soggetti.
Tutto quel pesce che noi prenderemo,
donne, nel vostro lago sì pregiato,
liberamente a voi lo doneremo
con quel che più del nostro vi sia grato.
Così, donne gentil, vi serviremo,
quando il nostro servir non vi sia ingrato.
Noi dureremo la fatica in tutto.
Vostro sia, donna, della pesca il frutto.
Anônimo
De, gioia mia
De, gioia mia, fa’ ch’una mattina
tu vengni al santo colla tua gonnella,
ché tu par ben con essa una fancella,
più collorita che la galatina.
Tu se’ più fresca che non è la brina:
quando ti veggio, perdo la favella,
e par ch’Amor mi dia per le budella
d’un unto coltellaccio da cucina.
L’altrier mi mossi a tanta tenereza,
vedendoti sì ben far un bucato
ch’io mi pisciava sotto d’allegreza:
e ben mi credetti esser acorato
vedendo in voi tanta piacevoleza
che mi diceste: «Ben siate trovato».
Da poi mi son pensato
di farti arditamente un’anbasciata;
che gl’occhi tuoi mi cavan la corata.
tu vengni al santo colla tua gonnella,
ché tu par ben con essa una fancella,
più collorita che la galatina.
Tu se’ più fresca che non è la brina:
quando ti veggio, perdo la favella,
e par ch’Amor mi dia per le budella
d’un unto coltellaccio da cucina.
L’altrier mi mossi a tanta tenereza,
vedendoti sì ben far un bucato
ch’io mi pisciava sotto d’allegreza:
e ben mi credetti esser acorato
vedendo in voi tanta piacevoleza
che mi diceste: «Ben siate trovato».
Da poi mi son pensato
di farti arditamente un’anbasciata;
che gl’occhi tuoi mi cavan la corata.
Anônimo
Deh, come dolcemente
Deh, come dolcemente m’abbracciava,
stando nel letto, con la donna mia,
quando la madre mi disse: «Va’ via!»
Quando la figlia intese tal novella,
volsesi a lei con gran malinconia;
disse: «Fuor, vecchia, di camera mia!»
«Or taci, figlia; non ci far più motto,
ch’i’ me ne vado e staròmi di sotto.»
stando nel letto, con la donna mia,
quando la madre mi disse: «Va’ via!»
Quando la figlia intese tal novella,
volsesi a lei con gran malinconia;
disse: «Fuor, vecchia, di camera mia!»
«Or taci, figlia; non ci far più motto,
ch’i’ me ne vado e staròmi di sotto.»
Anônimo
Dilatando le cosce
Dilatando le cosce, aperse il varco,
ove stemprò le sue dolcezze amore
curvò la destra gamba a guisa d’arco,
e spinse la sinistra alquanto fuore.
A sostener dell’amoroso incarco
l’amato peso ella dispone il core,
e mentre un dolce invito l’appresenta,
curioso il guardo il cavalier s’avventa.
Spuntava intorno al vaso aurato pelo,
filato in crespe inanellate, e bionde,
che come fiore in su del proprio stelo
le parti adombra sì, ma non l’asconde!
Senza l’impaccio vil d’infido velo
tetta tutte apparian le vie profonde,
e sudavan stemprate in stille, giusto
le labbra ormai dell’orificio angusto.
D’erbe intanto, e di fior la scaltra amante
un fascio fece, e sotto a sé le pose;
così che sollevata, e torreggiante
la parte bassa al suo arbitrio espose:
egli vi cadde sopra, ella brillante
in guisa tal s’avviticchiò e compose,
che con innesto vezzosetto, e ameno
bocca a bocca era unita, e seno a seno.
Un diluvio di baci egli le scocca,
e se cento ella n’ha, cento ne rende;
volan le lingue in l’una, e l’altra bocca,
né il fin del primo bacio il bacio attende;
si confondono i baci, e mentre incocca
il labro un bacio, un altro bacio il fende;
così largo di baci era lo stuolo
che parean mille baci un bacio solo.
Si bacian lungamente, e non s’estinse
l’empito in cor dell’amoroso foco,
che più vie più s’accense e allor s’accinse
l’amante alfine al vezzosetto gioco;
con braccia nerborute al sen la strinse
e avvicinando all’umidetto loco
la spada ardita, egli gagliardo e franco
nella meta investì di punto in bianco.
Penetrò il forte dardo, e forte giunse
a visitar gli tepedi meati,
ferì per dritto, ed in obliquo punse
ritorcendo la punta in tutti i lati;
estrema forza a gran vigor congiunse
sino quasi a spirar gli ultimi fiati:
sicché con forza inusitata, e vaga
le fe’ una grande e memorabil piaga.
ove stemprò le sue dolcezze amore
curvò la destra gamba a guisa d’arco,
e spinse la sinistra alquanto fuore.
A sostener dell’amoroso incarco
l’amato peso ella dispone il core,
e mentre un dolce invito l’appresenta,
curioso il guardo il cavalier s’avventa.
Spuntava intorno al vaso aurato pelo,
filato in crespe inanellate, e bionde,
che come fiore in su del proprio stelo
le parti adombra sì, ma non l’asconde!
Senza l’impaccio vil d’infido velo
tetta tutte apparian le vie profonde,
e sudavan stemprate in stille, giusto
le labbra ormai dell’orificio angusto.
D’erbe intanto, e di fior la scaltra amante
un fascio fece, e sotto a sé le pose;
così che sollevata, e torreggiante
la parte bassa al suo arbitrio espose:
egli vi cadde sopra, ella brillante
in guisa tal s’avviticchiò e compose,
che con innesto vezzosetto, e ameno
bocca a bocca era unita, e seno a seno.
Un diluvio di baci egli le scocca,
e se cento ella n’ha, cento ne rende;
volan le lingue in l’una, e l’altra bocca,
né il fin del primo bacio il bacio attende;
si confondono i baci, e mentre incocca
il labro un bacio, un altro bacio il fende;
così largo di baci era lo stuolo
che parean mille baci un bacio solo.
Si bacian lungamente, e non s’estinse
l’empito in cor dell’amoroso foco,
che più vie più s’accense e allor s’accinse
l’amante alfine al vezzosetto gioco;
con braccia nerborute al sen la strinse
e avvicinando all’umidetto loco
la spada ardita, egli gagliardo e franco
nella meta investì di punto in bianco.
Penetrò il forte dardo, e forte giunse
a visitar gli tepedi meati,
ferì per dritto, ed in obliquo punse
ritorcendo la punta in tutti i lati;
estrema forza a gran vigor congiunse
sino quasi a spirar gli ultimi fiati:
sicché con forza inusitata, e vaga
le fe’ una grande e memorabil piaga.
Anônimo
Dove so’ andati
Dove so’ andati quelli abrazamenti,
quelli solazi che soleamo fare?
Mettìvime la lengua fra li denti;
poi me decivi: «Non la mozzecare,
ca tutta quanta me la sangolenti:
la gente è falsa e possene adonare!»
Se tu patissi quello che pat’io,
pianserissi e non rìseri, per Dio!
quelli solazi che soleamo fare?
Mettìvime la lengua fra li denti;
poi me decivi: «Non la mozzecare,
ca tutta quanta me la sangolenti:
la gente è falsa e possene adonare!»
Se tu patissi quello che pat’io,
pianserissi e non rìseri, per Dio!
Anônimo
E.lla mia dona giogliosa
E-lla mia dona giogliosa
vidi cun le altre danzare.
Vidila cum alegranza,
la sovrana de le belle,
ke de gioi’ menava danza
de maritate e polcelle,
Jà ’nde presi gran baldanza,
tutor danzando chon elle:
ben resenbla plui che stelle
lo so vixo a reguardare.
Danzando la fresca rosa,
preso fui de so bellore:
tant’è fresca et amorosa
ch’a le altre dà splendore.
Ben ò pena dolorosa
per la mia dona tutore:
s’ella no me dà ’l so core,
giamà’ non credo canpare.
AI ballo de l’avenente
ne pignormo ella et eo;
dissili cortesemente:
“Dona, vostt’ è lo cor meo.”
Ella trespose inmantenente:
“Tal servente ben vogli’ eo,
in gio’ vività °l cor meo.”
Sì respose de bon aite.
vidi cun le altre danzare.
Vidila cum alegranza,
la sovrana de le belle,
ke de gioi’ menava danza
de maritate e polcelle,
Jà ’nde presi gran baldanza,
tutor danzando chon elle:
ben resenbla plui che stelle
lo so vixo a reguardare.
Danzando la fresca rosa,
preso fui de so bellore:
tant’è fresca et amorosa
ch’a le altre dà splendore.
Ben ò pena dolorosa
per la mia dona tutore:
s’ella no me dà ’l so core,
giamà’ non credo canpare.
AI ballo de l’avenente
ne pignormo ella et eo;
dissili cortesemente:
“Dona, vostt’ è lo cor meo.”
Ella trespose inmantenente:
“Tal servente ben vogli’ eo,
in gio’ vività °l cor meo.”
Sì respose de bon aite.
Anônimo
Gimene al letto
Gimene al letto de la donna mia,
stesi la mano e toccaile lo lato.
Ella si risvegliò, ch’ella dormia:
«Onde ci entrasti, o cane rinnegato?»
«Entraici da la porta, o vita mia;
priegoti ch’io ti sia racomandato.»
«Or poi che ci se’ entrato, fatto sia:
spogliati ignudo e corcamiti a lato.»
Poi ch’avem fatto tutto nostro gioco,
tolsi li panni e voleami vestire;
ed ella disse: «Stacci un altro poco,
ché non sai i giorni che ci puoi transire».
stesi la mano e toccaile lo lato.
Ella si risvegliò, ch’ella dormia:
«Onde ci entrasti, o cane rinnegato?»
«Entraici da la porta, o vita mia;
priegoti ch’io ti sia racomandato.»
«Or poi che ci se’ entrato, fatto sia:
spogliati ignudo e corcamiti a lato.»
Poi ch’avem fatto tutto nostro gioco,
tolsi li panni e voleami vestire;
ed ella disse: «Stacci un altro poco,
ché non sai i giorni che ci puoi transire».
Anônimo
L’ucellin de la commare
L’ucellin de la commare
che più su voleva andare,
gli volò sopra la coscia
l’ucellino faceva la mossa,
gli volò sopra la panza
l’ucellino faceva la danza,
gli volò nella gabbiola
l’ucellino dentro e fora.
che più su voleva andare,
gli volò sopra la coscia
l’ucellino faceva la mossa,
gli volò sopra la panza
l’ucellino faceva la danza,
gli volò nella gabbiola
l’ucellino dentro e fora.
Anônimo
Lavandose le mane
Lavandose le mane e ’l volto bello
dicenta e diflibata
vidi mia dona in un bianco guarnello.
Allora dissi: «Ben se tu trovata».
Non me respose a questo;
coperse i piedi, ch’era discalzata.
De leto era levata, relucente:
pareva ’l sol che leva a l’oriente.
dicenta e diflibata
vidi mia dona in un bianco guarnello.
Allora dissi: «Ben se tu trovata».
Non me respose a questo;
coperse i piedi, ch’era discalzata.
De leto era levata, relucente:
pareva ’l sol che leva a l’oriente.
Anônimo
Mano nella mano
Mano nella mano,
coso nella mano,
mano nella cosa,
coso nella cosa,
di cosa nasce cosa.
coso nella mano,
mano nella cosa,
coso nella cosa,
di cosa nasce cosa.
Anônimo
Nova danza più fina
Nova danza più fina,
vatten da quello sereno;
da la’ mia parte inchina
lo cavalero più fino,
ch’è fiore gibellina
sovr’ ogn’ altro latino!
E dille chio so’ so prigione
e non pozo, languendo!
Perzò l’adorna so persona
ch’io disio ed attendo,
zoè lo chavaliero d’aunore
in chu’ non este mendo,
merzé vi voglia, el mie signore!
Po’ tuta a voi mi rendo
e no difendo mie servire.
In vostra voglia
e’ fussemi, dolze sire!
È di mie voglia
clio asotiglio di sospiri,
e più che foglia!
E voi ve solazate!
di mie male niente churate!
Per Dio, no soferate,
o dolz’ amor piacente,
ch’io sto gra...tate!
Per vosttr’amor sovente
immantenente mi mandate;
di voi asicurando
cha, se troppo vi tardirete,
amor vostro lepando,
sacciate, ben mi pordirete.
Ma per voi disiando
e stando ne lo letto,
sognomi co voi, misero,
in gran diletto,
sotto a uno ricco pomero,
basciarvi lo petto e ’l vostro viso
e gl’occhi d’oro.
E poi, quando mi sveglio,
non son a quello solazzo!
Di gran doglia asoteglio,
raffreddo come ghiaccio,
molto mi mereveglio,
so che presente pazo,
tutta mi disfaccio, per sognare!
Trovomi inghannata,
ché mi pare
chon vo donneiare
e stare a l’ abrazzata.
Poi, la mattina, isquadro el mare
e veggio la contrada
sempre ’intorno adormentare!
Ma, perché’io sia alleggiata,
a la fiata ch’io danzai,
a la vostra mano
tutt’a voi mi donai,
chavalier sovrano,
e non pensai
ch’ el vostro chor fusse lontano!
Ma posi mano ’n una
come che tenete;
perzò di mie persona,
messer, vi provedete
da po’ che semo ad una
e vo me chanoscete,
non m’ anchudete o’ ma’ seragio
destorta e richiusa,
per tanto grado che mi moraggio!
Ma per voi disiosa,
o lassa me! como faraggio?
tanto son angosciosa!
S’el vostro amor non m’ave staggio,
giamai non so’ gioiosa!
dalle Rime dei Memoriali bolognesi
vatten da quello sereno;
da la’ mia parte inchina
lo cavalero più fino,
ch’è fiore gibellina
sovr’ ogn’ altro latino!
E dille chio so’ so prigione
e non pozo, languendo!
Perzò l’adorna so persona
ch’io disio ed attendo,
zoè lo chavaliero d’aunore
in chu’ non este mendo,
merzé vi voglia, el mie signore!
Po’ tuta a voi mi rendo
e no difendo mie servire.
In vostra voglia
e’ fussemi, dolze sire!
È di mie voglia
clio asotiglio di sospiri,
e più che foglia!
E voi ve solazate!
di mie male niente churate!
Per Dio, no soferate,
o dolz’ amor piacente,
ch’io sto gra...tate!
Per vosttr’amor sovente
immantenente mi mandate;
di voi asicurando
cha, se troppo vi tardirete,
amor vostro lepando,
sacciate, ben mi pordirete.
Ma per voi disiando
e stando ne lo letto,
sognomi co voi, misero,
in gran diletto,
sotto a uno ricco pomero,
basciarvi lo petto e ’l vostro viso
e gl’occhi d’oro.
E poi, quando mi sveglio,
non son a quello solazzo!
Di gran doglia asoteglio,
raffreddo come ghiaccio,
molto mi mereveglio,
so che presente pazo,
tutta mi disfaccio, per sognare!
Trovomi inghannata,
ché mi pare
chon vo donneiare
e stare a l’ abrazzata.
Poi, la mattina, isquadro el mare
e veggio la contrada
sempre ’intorno adormentare!
Ma, perché’io sia alleggiata,
a la fiata ch’io danzai,
a la vostra mano
tutt’a voi mi donai,
chavalier sovrano,
e non pensai
ch’ el vostro chor fusse lontano!
Ma posi mano ’n una
come che tenete;
perzò di mie persona,
messer, vi provedete
da po’ che semo ad una
e vo me chanoscete,
non m’ anchudete o’ ma’ seragio
destorta e richiusa,
per tanto grado che mi moraggio!
Ma per voi disiosa,
o lassa me! como faraggio?
tanto son angosciosa!
S’el vostro amor non m’ave staggio,
giamai non so’ gioiosa!
dalle Rime dei Memoriali bolognesi
Anônimo
Rosa aulente
Rosa aulente,
spendiente,
tu se’ la mia vita,
per cui vivo
più pensivo
ca per Dio romita:
da paura
non si cura
giaunque la ferita
ch’aggio al core
del tuo amore,
l’arma m’è fallita.
Fiore e foglia,
la tua voglia,
per Dio l’umilia:
lo cor dogli’à,
si che toglia
la speranza mia.
La tua cera,
dolze spera,
che ’l cor conduce,
m’è sì fera,
fosse vera,
morte al cor m’aduce.
La tua luce,
che riluce
sovr’ogne splendore,
già consuma
me ch’aluma,
sì mi stringe amore.
Sì m’ha priso
e conquiso
di cor tua valienza,
che niente
fra la gente
par mia benvoglienza.
Chi mi vede,
di te crede
ch’aggia pensagione;
e la fede
mi concede
ch’egli abbia ragione:
ché ’l mio core
sta °n errore
i
pur di te pensare;
a nullore
fa sentore
se non di te amare.
Io ti prego,
senza nego
che n’agge pietanza:
teco le gio’,
meco il pregio
e tutta speranza.
Te conforti
e me spotti,
ch’era senza noia;
no m’aporti
disconforti
né langore ctroia.
Anonimo
spendiente,
tu se’ la mia vita,
per cui vivo
più pensivo
ca per Dio romita:
da paura
non si cura
giaunque la ferita
ch’aggio al core
del tuo amore,
l’arma m’è fallita.
Fiore e foglia,
la tua voglia,
per Dio l’umilia:
lo cor dogli’à,
si che toglia
la speranza mia.
La tua cera,
dolze spera,
che ’l cor conduce,
m’è sì fera,
fosse vera,
morte al cor m’aduce.
La tua luce,
che riluce
sovr’ogne splendore,
già consuma
me ch’aluma,
sì mi stringe amore.
Sì m’ha priso
e conquiso
di cor tua valienza,
che niente
fra la gente
par mia benvoglienza.
Chi mi vede,
di te crede
ch’aggia pensagione;
e la fede
mi concede
ch’egli abbia ragione:
ché ’l mio core
sta °n errore
i
pur di te pensare;
a nullore
fa sentore
se non di te amare.
Io ti prego,
senza nego
che n’agge pietanza:
teco le gio’,
meco il pregio
e tutta speranza.
Te conforti
e me spotti,
ch’era senza noia;
no m’aporti
disconforti
né langore ctroia.
Anonimo
Anton Giulio Brignole Sale
La cortigiana frustata
La man, che ne le dita ha quadrella,
con duro laccio al molle tergo è avvolta.
L’onta a celar, ch’è ne le guance accolta,
spande il confuso crin ricca procella.
Sul dorso, ove la sferza empia flagella,
grandine di rubini appar disciolta;
già dal livor la candidezza è tolta,
ma men candida ancor non è men bella.
Su quel tergo il mio cor spiega le piume
e, per pietà di lui già tutto essangue,
ricever le ferite in sé presume.
In quelle piaghe agonizzando ei langue,
ma nel languir non è il primier costume
che il sangue corra al cor: ei corre al sangue.
con duro laccio al molle tergo è avvolta.
L’onta a celar, ch’è ne le guance accolta,
spande il confuso crin ricca procella.
Sul dorso, ove la sferza empia flagella,
grandine di rubini appar disciolta;
già dal livor la candidezza è tolta,
ma men candida ancor non è men bella.
Su quel tergo il mio cor spiega le piume
e, per pietà di lui già tutto essangue,
ricever le ferite in sé presume.
In quelle piaghe agonizzando ei langue,
ma nel languir non è il primier costume
che il sangue corra al cor: ei corre al sangue.
Antonio Bruni
Bacia, baciami, o Clori
Bacia, baciami, o Clori,
ma ’l tuo bacio si scocchi
o nel labro o negli occhi;
perché l’anima mia,
che negli occhi e nel labro ognor desia
e baciarti e mirarti
o mirarti o baciarti,
goda pari dolcezza, amante amata,
o mirata o baciata.
ma ’l tuo bacio si scocchi
o nel labro o negli occhi;
perché l’anima mia,
che negli occhi e nel labro ognor desia
e baciarti e mirarti
o mirarti o baciarti,
goda pari dolcezza, amante amata,
o mirata o baciata.
Antonio Bruni
I baci (1)
Soavissimi baci,
che son nettare ai labri e manna ai cori,
già mi desti, o Licori.
Quinci un bacio vorrei
rapir co’ labri miei,
per dir se sian più dolci e più graditi
i donati o i rapiti.
che son nettare ai labri e manna ai cori,
già mi desti, o Licori.
Quinci un bacio vorrei
rapir co’ labri miei,
per dir se sian più dolci e più graditi
i donati o i rapiti.
Antonio Bruni
Perché, mentre mi baci
Perché, mentre mi baci,
donna, mi mordi e vuoi
ch’io provi dolci i baci e i morsi tuoi?
Aggiunsi i morsi ai baci,
perché nel labro impresso il bacio io miri?
Sì, sì, con labri accesi e denti ingordi
bacia, baciami pur, mordimi, mordi,
perché dolcezza egual l’anima sente,
se talor morde il labro e bacia il dente.
donna, mi mordi e vuoi
ch’io provi dolci i baci e i morsi tuoi?
Aggiunsi i morsi ai baci,
perché nel labro impresso il bacio io miri?
Sì, sì, con labri accesi e denti ingordi
bacia, baciami pur, mordimi, mordi,
perché dolcezza egual l’anima sente,
se talor morde il labro e bacia il dente.
Antonio Porta
Zelda
se tenteranno di salvarmi
le inferriate infisse alle finestre
quando l’incendio è già troppo avanti
non si può uscire in nessun modo
appoggiando le scale di legno prendono
fuoco coi pompieri a precipizio
da una pantofola sarò riconosciuta
e sia quella pantofola conservata in tutte le case inferriate
poiché nessuno viene a salvarsi
e brucerà insieme a voi
come l’incendio come donna-pantofola come amante infelice
corro tutta la vita come fossero due o tre vite ciò
significa che produco il doppio e come tutti
mi circondo di sbarre mi chino soltanto
a baciare il mio gatto
che altro se non permettervi
di adorare la mia pantofola
le inferriate infisse alle finestre
quando l’incendio è già troppo avanti
non si può uscire in nessun modo
appoggiando le scale di legno prendono
fuoco coi pompieri a precipizio
da una pantofola sarò riconosciuta
e sia quella pantofola conservata in tutte le case inferriate
poiché nessuno viene a salvarsi
e brucerà insieme a voi
come l’incendio come donna-pantofola come amante infelice
corro tutta la vita come fossero due o tre vite ciò
significa che produco il doppio e come tutti
mi circondo di sbarre mi chino soltanto
a baciare il mio gatto
che altro se non permettervi
di adorare la mia pantofola