Temi
Poesie di questo tema

Amore romantico

Anônimo

Anônimo

da Il mare amoroso

Amor mi’ bello, or che sarà di me?
Piacciavi pur ch’io dea morire a torto;
or vi pensate ben se v’è onore
a darmi morte, poi m’ avete preso
sì com’ l’uccellator prende l’uccello,
e sì come si truova diceduto
lo pesce, che, credendo prender l’esca,
ed egli ha preso l’amo in tal maniera,
com’ più s’agira per voler campare,
e più s’aferra contra ’l suo volere;
e que’ che vuol pigliar l’uccel d’inganno,
veggendol bianco e d’umile sembianza,
si sente sorvenir d’ardente flamma
che gitta quello uccello aprendo ’l becco;
e l gorgo, che si lancia per pigliare
la luce de la stella, tanto i piace,
e muore incontenente ch’è sopr’acqua:
così, credendo di voi prender gioia,
mi veggio preso ed ingannato e morto,

i
i
e
A
Certo, se voi poteste una fiata
vedere si come il lupo cerviere,
che vede oltra li monti chiaramente,
voi vedereste la vostra figura
dipinta e suggellata nel mio core,
e lettere dintorno che diriano:
“Più v’amo, déa, che non faccio Deo,
e son più vostro assai che non son meo.”
E questo dico sempre notte e giorno,
si come il peccatore il paternostro;
quest’ è l’ofensa e quest’ è la cagione
che mi potrebbe porre ch’i’ aggia fatto:
deggio però murire a sì gran torto?
Non credo certo che voi m’aucidiate;
ma mi farete tanto tormentare,
che minor male mi saria la morte.
E già l’avete in parte cominciata,
poi che m’avete fatto inginocchiare
come cammello quando è incarcato;
e di pene m’avete si soppresso,
che non posso al postutto più pottare,
anzi mi vene cader con tutto esso;
e non mi credo mai poter levare
più com’ può lo leofante ch’è caduto,
che non si può levar s’altri no’l leva.
Adunque com’ faraggio, amor mio bello,
se voi non m’aleggiate anzi ch’i’ caggia?
Consiglio prenderaggio di follia,
poi ch’aggio messo il senno in ubrianza,
sì com’ lo struzzolo che lascia l’uovo,
poi che l’ha fatto, istare entro l’arena;
ch’io voglio far la dritta somiglianza
de l’albero che per troppo incarcare
scavezza e perde foglie e fiori e frutto,
e poi si secca infino a le radici:
così mi voglio d’amoroso afanno
e di pensier carcar tanto chi’ mora,
poi che voi non mi fate se non male.
E non saccio per che cagion si sia:
che se vi spiace ch’io vi deggia amare,
gittate via la vostra gran beltade,
che mi fa forsenar, quando vi miro,
sì come il parpaglion che fere al foco
veggendo il gran splendor de la lumiera;
e la valenza, laove sta il meo core
in foco disioso notte e dia,
tanto che mi par esser salamandra.
E se nol fate, non me’n rimarraggio,
avegnamene ciò che può avenire:
chio penso, se Narcisso fosse vivo,
si ’ntenderebbe in voi, a mia credenza,
e non in sé medesmo come fece.
Ché li cavelli vostri son più biondi
che fila d’auro o che fior d’aulentino,
e son le funi che:m tegnon ’lacciato;
igli occhi, belli come di girfalco,
ma son di bavalischio, per sembianza,
che saetta il veleno collo sguardo;
i cigli bruni e avolti in forma d’arco
mi saettano al cor d’una saetta;
la bocca, piccioletta e colorita,
vermiglia come rosa di giardino,
piagente ed amorosa per basciare.
E bello saccio, ch’i’ l’aggio provato
una fiata, vostra gran merzede;
ma quella mi fu lancia di Pelds,
ch’avéa tal vertt nel suo ferire,
ch’al primo colpo dava pene e morte,
e al secondo vita ed allegrezza:
così mi die’ quel bascio mal di motte,
ma se n’avesse un altro, ben guerira.
Il vostro riso mi fa più di bene
che s’io passasse oltre la Cors di riso;
e ’l bel cantare m’ha conquiso e morto
a simiglianza de la serenella
che uccide ’l marinar col suo bel canto.
E lo parlar, tuttora anzi pensato,
saggio e cortese e franco e vertudioso
sì come ispecchio che non sa mentire,
anzi raporta dritta simiglianza,
mi fa isvegliar di sonno doloroso
sì come lo leon lo suo figliuolo.
O E *l color natural bianco e vermiglio,
‘come la fior di grana e flore inversa,
è simil del serpente ch’è fregiato,
che par dipinto per gran. maestria,
e muore incontenente chi lui sguarda,
tanto son que’ colori tossicosi.
Le vostre braccia mi fanno tal cerchio,
quando voi mi degnaste d’abracciare,
C’assai mi tegno più sicuro e franco
che ’l negromante al cerchio de la spada.
Le man’, più belle d’erba palmacristo;
l’unghia, sottili, dritte ed avenanti;
e in forma passate ogne figura
scolpita nella pietra camaina;
e ben parete dea d’amare, e meglio
che la chiarità stella de la dia.
Poi che ’l sole e ’Il vento e la pioggia
non può tanto guastar quel ch’è scoverto,
che non sia più bello assai ch’io non dico,
faccio ragion che sia ben per un cento
più bello assai ciò che ’n voi è celato.
*
Anônimo

Anônimo

Dilatando le cosce

Dilatando le cosce, aperse il varco,
ove stemprò le sue dolcezze amore
curvò la destra gamba a guisa d’arco,
e spinse la sinistra alquanto fuore.

A sostener dell’amoroso incarco
l’amato peso ella dispone il core,
e mentre un dolce invito l’appresenta,
curioso il guardo il cavalier s’avventa.

Spuntava intorno al vaso aurato pelo,
filato in crespe inanellate, e bionde,
che come fiore in su del proprio stelo
le parti adombra sì, ma non l’asconde!

Senza l’impaccio vil d’infido velo
tetta tutte apparian le vie profonde,
e sudavan stemprate in stille, giusto
le labbra ormai dell’orificio angusto.

D’erbe intanto, e di fior la scaltra amante
un fascio fece, e sotto a sé le pose;
così che sollevata, e torreggiante
la parte bassa al suo arbitrio espose:

egli vi cadde sopra, ella brillante
in guisa tal s’avviticchiò e compose,
che con innesto vezzosetto, e ameno
bocca a bocca era unita, e seno a seno.

Un diluvio di baci egli le scocca,
e se cento ella n’ha, cento ne rende;
volan le lingue in l’una, e l’altra bocca,
né il fin del primo bacio il bacio attende;

si confondono i baci, e mentre incocca
il labro un bacio, un altro bacio il fende;
così largo di baci era lo stuolo
che parean mille baci un bacio solo.

Si bacian lungamente, e non s’estinse
l’empito in cor dell’amoroso foco,
che più vie più s’accense e allor s’accinse
l’amante alfine al vezzosetto gioco;

con braccia nerborute al sen la strinse
e avvicinando all’umidetto loco
la spada ardita, egli gagliardo e franco
nella meta investì di punto in bianco.

Penetrò il forte dardo, e forte giunse
a visitar gli tepedi meati,
ferì per dritto, ed in obliquo punse
ritorcendo la punta in tutti i lati;

estrema forza a gran vigor congiunse
sino quasi a spirar gli ultimi fiati:
sicché con forza inusitata, e vaga
le fe’ una grande e memorabil piaga.
Anônimo

Anônimo

Nova danza più fina

Nova danza più fina,
vatten da quello sereno;
da la’ mia parte inchina
lo cavalero più fino,
ch’è fiore gibellina
sovr’ ogn’ altro latino!

E dille chio so’ so prigione
e non pozo, languendo!
Perzò l’adorna so persona
ch’io disio ed attendo,
zoè lo chavaliero d’aunore
in chu’ non este mendo,
merzé vi voglia, el mie signore!
Po’ tuta a voi mi rendo
e no difendo mie servire.
In vostra voglia
e’ fussemi, dolze sire!
È di mie voglia
clio asotiglio di sospiri,
e più che foglia!

E voi ve solazate!
di mie male niente churate!
Per Dio, no soferate,
o dolz’ amor piacente,
ch’io sto gra...tate!
Per vosttr’amor sovente
immantenente mi mandate;
di voi asicurando
cha, se troppo vi tardirete,
amor vostro lepando,
sacciate, ben mi pordirete.
Ma per voi disiando
e stando ne lo letto,
sognomi co voi, misero,
in gran diletto,
sotto a uno ricco pomero,
basciarvi lo petto e ’l vostro viso
e gl’occhi d’oro.

E poi, quando mi sveglio,
non son a quello solazzo!
Di gran doglia asoteglio,
raffreddo come ghiaccio,
molto mi mereveglio,
so che presente pazo,
tutta mi disfaccio, per sognare!
Trovomi inghannata,
ché mi pare
chon vo donneiare
e stare a l’ abrazzata.
Poi, la mattina, isquadro el mare
e veggio la contrada
sempre ’intorno adormentare!
Ma, perché’io sia alleggiata,
a la fiata ch’io danzai,
a la vostra mano
tutt’a voi mi donai,
chavalier sovrano,
e non pensai
ch’ el vostro chor fusse lontano!
Ma posi mano ’n una
come che tenete;
perzò di mie persona,
messer, vi provedete
da po’ che semo ad una
e vo me chanoscete,
non m’ anchudete o’ ma’ seragio
destorta e richiusa,
per tanto grado che mi moraggio!
Ma per voi disiosa,
o lassa me! como faraggio?
tanto son angosciosa!
S’el vostro amor non m’ave staggio,
giamai non so’ gioiosa!

dalle Rime dei Memoriali bolognesi