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Poesie di questo tema

Nostalgia

Sergio Corazzini

Sergio Corazzini

Elegia

Tu piangi, ma non sai, piccola cara,
dove, nell’ombra, piangano le morte
cose quel tuo, dolcezza, ultimo addio,
non sai dove le tue lagrime, dove
le tue povere lagrime salate
piangere, se non anche il più diletto
amante, oggi, le beva per i lunghi
cigli e i capelli ti componga, piano
e tenero, su le arse tempie e voglia,
ad uno ad uno, dalle guance, tutte
bagnate, liberarli, indugiando
nella piccola cura in fin che un lume
dolce ti rida nei piangevoli occhi.

Lagrimi e vuoi che ti racconti alcuna
favola antica, mentre ti sarebbe
dolce un imaginare di lontani
giorni che la tristezza esiliò
con le favole, cara anima, poi
che nessuno te le racconta più,
quelle povere favole soavi
senza amarezze e pure, adesso, tanto
tristi che, quasi, piangi per averle
in cuore, tutte, come le figure
di quei piccoli santi con la palma
che tu appuntavi, con gli spilli, al muro.

Piangi pur anche la malinconia
mortale d’una piccola bottega
nera, di vecchi mobili, di vecchi
abiti, in una triste via, nell’ora
crepuscolare, e tutte quelle cose
imagini che siano per morire
in uno specchio, simili a dei fiori
obliati in un vaso? Ma non devi
piangere. Lascia ch’io ti asciughi, povera
anima, piano, quasi il fazzoletto,
raccogliendo le tue lagrime, possa
domani, ancora, s’io lo voglia, tutte
alla mia bocca renderle, dolcezza.
Sorriderai: se dolorosamente
sorriderai, mi basterà. Che importa
se non t’è il cielo, all’improvviso, tutto
nel cuore? Avrà tempo. Non è già questo
l’ultimo pianto! Io sarò dolce e tu
sarai fragile e tenera e serena.

Verrà la pace con le mani giunte,
ma non la udrai tu, piccola, venire.
Tornerà, sai, quotidianamente
un poco, senza dirti nulla; e, vedi,
sarà come se tu cantassi una
preghiera incomprensibile, per lungo
volger di tempo, in fin che in una sera,
forse più dolce e triste, all’improvviso
t’avvenisse, così, senza sapere,
di comprenderla intera. Cento volte
passeremo per quella via che più
diletta a non so che malinconie
nostre avremo. Lungo i chiari fiumi
canteremo le più vecchie canzoni
e sarà dolce non seguirne il senso.

Le canteremo solo perché possano
inavvertite piangervi le nostre
anime, un poco. Tu vedrai; la bella
Vita imagineremo in una chiara
morte. Come se tu fossi, ogni giorno,
per giungere ad un mio primo convegno,
ti vorrò bene, e come tu, dolcezza,
giungere mai dovessi, io ti vorrò
tanto bene. Sorridi, ora. Non piangi
quasi più. Ce ne andremo in una casa
piccola e sola. Se vorrai, nei giorni
di festa, porteremo a tutti i piccoli
infermi alcuni di quei dolci, quei
poveri dolci delle suore, quasi
bianchi, senza sapore, avvolti in carte
celesti e in fili d’oro. Se vorrai,
questo; se non vorrai, se ti sembrasse
troppo triste, andrò solo, senza piangere,
anima cara, e tornerò alla nostra
piccola casa e, come fossi anch’io
malato, sognerò le tue parole
tenere, bianche, senza senso quasi,
come quei dolci, quei piccoli dolci
delle povere suore malinconiche.
. . . . . . . . . . . .
Sergio Corazzini

Sergio Corazzini

La finestra aperta sul mare

Non rammento. Io la vidi
aperta sul mare,
come un occhio a guardare
coronata di nidi.
Ma non so né dove, né quando,
mi apparve; tenebrosa
come il cuore di un usuraio,
canora come l’anima
di un fanciullo. Era
la finestra di una torre in mezzo al mare, desolata
terribile nel crepuscolo,
spaventosa nella notte,
triste cancellatura
nella chiarità dell’alba.

Le antichissime sale morivano
di noia: solamente l’eco delle gavotte,
ballate in tempi lontani
da piccole folli signore incipriate,
le confortava un poco.

Qualche gufo co’i tristi
occhi, dall’alto nido
scricchiolante incantava
l’ombra vergine di stelle.
E non c’era più nessuno
da tanti anni, nella torre,
come nel mio cuore.

Sotto la polvere ancora,
un odore appassito, indefinito,
esalavano le cose,
come se le ultime rose
dell’ultima lontana primavera
fossero tutte morte
in quella torre triste, in una sera triste.

E lacrimava per i soffitti
pallidi, il cielo, talvolta
sopra lo sfacelo delle cose.
Lacrimava dolcemente
quietamente per ore
e ore, come un piccolo fanciullo malato.
Dopo, per la finestra
veniva il sole, e il mare,
sotto, cantava.

Cantava l’azzurro amante,
cingendo la torre tristissima
di tenerezze improvvise,
e il canto del titano
aveva dolcezze, sconforti,
malinconie, tristezze
profonde, nostalgie
terribili... Ed egli le offriva i suoi morti
tutte le navi infrante,
naufragate lontano.

Una sera per la malinconia
di un cielo che invano
chiamava da ore e ore
le stelle, volarono via
con il cuore
pieno di tremore
le ultime rondini e a poco
a poco nel mare
caddero i nidi: un giorno
non vi fu più nulla intorno
alla finestra. Allora
qualche cosa tremò
si spezzò
nella torre e, quasi
in un inginocchiarsi lento
di rassegnazione
davanti al grigio altare
dell’aurora,
la torre
si donò al mare.
Umberto Piersanti

Umberto Piersanti

Di marzo

tirava il vento gelido che spesso
attraversasti nonna a primavera
lunga fu l’orazione con le soste
come quando eri in vita che scandiva
la tua giornata estrema ai Cappuccini
restano ancora querce alle Cesane
e crescono le rape di questi giorni
solo la casa nostra in fondo al fosso
ho visto più rotta e devastata
sopra la macchia cresce come sempre
lì nell’infanzia spesso mi guidavi

mi resta una tua foto dove sei
con Jacopo che a un anno era stupito
per i volti diversi e così i luoghi
cresce in altro spazio dove il mare
si gonfia velenoso di schiuma e olio
solo quel giorno è stato sopra i campi
che la mia gente abita da sempre
penso che in quella foto insieme avete
cent’anni mancati così poco

ora tu sei nel breve cimitero
dove cresce l’anemone tra l’erba
guardo i greppi deserti ché nessuno
resta che li conosce in ogni ceppo
quanto sono caduti che m’hanno visto
mentre vago nei campi alla Cesana
molti ora sono in questo spiazzo
e ti è accanto Celeste che anche in vita
con te ha dimorato sotto il fosso

ora dov’è la fonte col folletto
e la piana remota dove a Madìo
saliva lo sprovinglo nel biroccio?
dove la terra brulla che ci ha dentro
i marenghi a mucchi sotto la genga?
deserte sono ora le Cesane
cessano le presenze o vanno altrove

sono arrivato dopo sopra il mare
con le ginestre spoglie dell’inverno
che tenace perdura e ci ha tolto
mai come quest’anno dolci amici
e una ragazza nuova e forestiera
è salita con me fin oltre i rovi
contro la stoffa premo la mia faccia
mentre le mani stringono la schiena

poi ti condussi al prato della chiesa
che sta sopra il villaggio abbandonato
c’inoltrammo di fianco in un sentiero
hai colto il fiore azzurro e piccolino
e m’hai chiesto il suo nome, dove
tu vivi — dici — non l’hai mai visto
non ti scordar di me io t’ho risposto
ferma nella tua mente l’ora e il luogo

un’altra volta il cielo era stellato
era lontana e fredda quella dama
bionda che sorrideva nella cena
ha le labbra serrate, dal finestrino
guarda i campi pendere gelati
vorrei goderla stretta contro il muro

non m’amano le donne in questi giorni
né m’accolgono più dentro di loro
solo sfiorano il volto e la mia mano
o giovinetta amica che m’accompagni
per lo Spineto colmo di favagelli
quieta ancora tu ascolta questa storia
d’un luogo che fu il mio e che diviene
un po’ più estraneo sempre e doloroso.
Da FRAMMENTI DI POEMA