Poesie di questo tema
Nostalgia
Salvatore Quasimodo
L’eucalyptus
Non una dolcezza mi matura,
e fu di pena deriva
ad ogni giorno
il tempo che rinnova
a fiato d’aspre resine.
In me un albero oscilla
da assonnata riva,
alata aria
amare fronde esala.
M’accori, dolente rinverdire,
odore dell’infanzia
che grama gioia accolse,
inferma già per un segreto amore
di narrarsi all’acque.
Isola mattutina:
riaffiora a mezza luce
la volpe d’oro
uccisa a una sorgiva.
e fu di pena deriva
ad ogni giorno
il tempo che rinnova
a fiato d’aspre resine.
In me un albero oscilla
da assonnata riva,
alata aria
amare fronde esala.
M’accori, dolente rinverdire,
odore dell’infanzia
che grama gioia accolse,
inferma già per un segreto amore
di narrarsi all’acque.
Isola mattutina:
riaffiora a mezza luce
la volpe d’oro
uccisa a una sorgiva.
Salvatore Quasimodo
Lamento per il Sud
La luna rossa, il vento, il tuo colore
di donna del Nord, la distesa di neve ...
Il mio cuore è ormai su queste praterie
in queste acque annuvolate dalle nebbie.
Ho dimenticato il mare, la grave
conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
nell’aria dei verdi altipiani
per le terre e i fiumi della Lombardia.
Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
Oh il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene,
è stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d’acacia lungo le piste
nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
E questa sera carica d’inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d’amore senza amore.
di donna del Nord, la distesa di neve ...
Il mio cuore è ormai su queste praterie
in queste acque annuvolate dalle nebbie.
Ho dimenticato il mare, la grave
conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
nell’aria dei verdi altipiani
per le terre e i fiumi della Lombardia.
Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
Oh il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene,
è stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d’acacia lungo le piste
nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
E questa sera carica d’inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d’amore senza amore.
Salvatore Quasimodo
Ritorno a patrica
Mi ritorna l’autunno della casa
come una selva stretta alle sue mùra:
nella patria dolente dei ricordi
è l’insegna del ragno sulla porta.
Acido odora nel buio un convito
d’anni e un’ombra al brindisi ferma
la mano che del giorno fu cara
dimora e nei guanciali stanno
i volti familiari e insieme
tante sedie dormenti come nonne.
All’alba perenne dello specchio
m’insegue un vecchio mare nelle stanze,
il tempo andato è scritto nella sfera.
Ancora una tenda giostra a fiori
entro il vento del sonno e il giuoco
comincia delle scale in fuga.
come una selva stretta alle sue mùra:
nella patria dolente dei ricordi
è l’insegna del ragno sulla porta.
Acido odora nel buio un convito
d’anni e un’ombra al brindisi ferma
la mano che del giorno fu cara
dimora e nei guanciali stanno
i volti familiari e insieme
tante sedie dormenti come nonne.
All’alba perenne dello specchio
m’insegue un vecchio mare nelle stanze,
il tempo andato è scritto nella sfera.
Ancora una tenda giostra a fiori
entro il vento del sonno e il giuoco
comincia delle scale in fuga.
Salvatore Quasimodo
Strada di Agrigentum
Là dura un vento che ricordo acceso
nelle criniere dei cavalli obliqui
in corsa lungo le pianure, vento
che macchia e rode l’arenaria e il cuore
dei telamoni lugubri, riversi
sopra l’erba. Anima antica, grigia
di rancori, torni a quel vento, annusi
il delicato muschio che riveste
i giganti sospinti giù dal cielo.
Come sola allo spazio che ti resta!
E più t’accori s’odi ancora il suono
che s’allontana largo verso il mare
dove Espero già striscia mattutino:
il marranzano tristemente vibra
nella gola al carraio che risale
il colle nitido di luna, lento
tra il murmure? d’ulivi saraceni.
nelle criniere dei cavalli obliqui
in corsa lungo le pianure, vento
che macchia e rode l’arenaria e il cuore
dei telamoni lugubri, riversi
sopra l’erba. Anima antica, grigia
di rancori, torni a quel vento, annusi
il delicato muschio che riveste
i giganti sospinti giù dal cielo.
Come sola allo spazio che ti resta!
E più t’accori s’odi ancora il suono
che s’allontana largo verso il mare
dove Espero già striscia mattutino:
il marranzano tristemente vibra
nella gola al carraio che risale
il colle nitido di luna, lento
tra il murmure? d’ulivi saraceni.
Salvatore Quasimodo
Vento a Tìndari
Tìndari, mite ti so
fra larghi colli pensile sull’acque
dell’isole dolci del dio,
oggi m’assali
e ti chini in cuore.
Salgo vertici aerei precipizi,
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m’accompagna
s’allontana nell’aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi
da cui male mi trassi
e paure d’ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d’anima.
A te ignota è la terra
ove ogni giorno affondo
e segrete sillabe nutro:
altra luce ti sfoglia sopra i vetri
nella veste notturna,
e gioia non mia riposa
sul tuo grembo.
Aspro è l’esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d’armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire;
e ogni amore è schermo alla tristezza,
tacito passo nel buio
dove mi hai posto
amaro pane a rompere.
Tìndari serena torna;
soave amico mi desta
che mi sporga nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo m’ha cercato.
fra larghi colli pensile sull’acque
dell’isole dolci del dio,
oggi m’assali
e ti chini in cuore.
Salgo vertici aerei precipizi,
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m’accompagna
s’allontana nell’aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi
da cui male mi trassi
e paure d’ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d’anima.
A te ignota è la terra
ove ogni giorno affondo
e segrete sillabe nutro:
altra luce ti sfoglia sopra i vetri
nella veste notturna,
e gioia non mia riposa
sul tuo grembo.
Aspro è l’esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d’armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire;
e ogni amore è schermo alla tristezza,
tacito passo nel buio
dove mi hai posto
amaro pane a rompere.
Tìndari serena torna;
soave amico mi desta
che mi sporga nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo m’ha cercato.
Salvatore Quasimodo
Vicino a una torre saracena, per il fratello morto
To stavo ad una chiara
conchiglia del mio mare
e nel suono lontano udivo cuori
crescere con me, battere
° uguale età. Di dèi o di bestie, timidi
o diavoli: favole avverse della
mente. Forse le attente
morse delle tagliole
cupe per volpi lupi
iene, sotto la luna a vela lacera
scattarono per noi,
cuori di viole delicate, cuori
di fiori itti. non dovevano crescere
e scendere dal suono: il tuono tetro
‘5 su dall’arcobaleno d’aria e pietra
all’orecchio del mare rombava una
infanzia errata, eredità di sogni
a rovescio, alla terra di misure
astratte, dove ogni cosa
20 è più forte dell’uomo.
conchiglia del mio mare
e nel suono lontano udivo cuori
crescere con me, battere
° uguale età. Di dèi o di bestie, timidi
o diavoli: favole avverse della
mente. Forse le attente
morse delle tagliole
cupe per volpi lupi
iene, sotto la luna a vela lacera
scattarono per noi,
cuori di viole delicate, cuori
di fiori itti. non dovevano crescere
e scendere dal suono: il tuono tetro
‘5 su dall’arcobaleno d’aria e pietra
all’orecchio del mare rombava una
infanzia errata, eredità di sogni
a rovescio, alla terra di misure
astratte, dove ogni cosa
20 è più forte dell’uomo.
Sandro Penna
La vita... è ricordarsi di un risveglio
La vita... è ricordarsi di un risveglio
triste in un treno all’alba: aver veduto
fuori la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell’aria pungente.
Ma ricordarsi la liberazione
improvvisa è più dolce: a me vicino
un marinaio giovane: l’azzurro
e il bianco della sua divisa, e fuori
un mare tutto fresco di colore.
triste in un treno all’alba: aver veduto
fuori la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell’aria pungente.
Ma ricordarsi la liberazione
improvvisa è più dolce: a me vicino
un marinaio giovane: l’azzurro
e il bianco della sua divisa, e fuori
un mare tutto fresco di colore.
Sandro Penna
Laggiù, dove una storia
Laggiù, dove una storia
personale nel sole,
mi parve un superiore
giuoco di dadi...
oggi una vacca senza storia annusa
la nera terra un po’ fumante, chiusa
tra i filamenti della pioggia, radi
ma certi fili della memoria.
personale nel sole,
mi parve un superiore
giuoco di dadi...
oggi una vacca senza storia annusa
la nera terra un po’ fumante, chiusa
tra i filamenti della pioggia, radi
ma certi fili della memoria.
Sandro Penna
Le nere scale della mia taverna
Le nere scale della mia taverna
tu discendi tutto intriso di vento.
I bei capelli caduti tu hai
sugli occhi vivi in un mio firmamento
remoto.
Nella fumosa taverna
ora è l’odore del porto e del vento.
Libero vento che modella i corpi
e muove il passo ai bianchi marinai.
tu discendi tutto intriso di vento.
I bei capelli caduti tu hai
sugli occhi vivi in un mio firmamento
remoto.
Nella fumosa taverna
ora è l’odore del porto e del vento.
Libero vento che modella i corpi
e muove il passo ai bianchi marinai.
Sandro Penna
Quattro Poesie
I treni che languivano una volta
sono muti oramai. Mia vita, è stolta
la tua fame testarda. E solo, e svolta
nella strada notturna l’operaio
con la sua tosse a fine di febbraio.
Il
Non era la città dove la sera
ebbro cantavo fra le sparse luci
sopra la dolce umidità del fiume.
Adesso un biondo sole sulla nera
bottega di mio padre par che bruci
la nostra assenza. E non ritrovo il fiume.
Il
Non moriva la luce ove un soldato
solitario sedeva a un parapetto.
Alla campagna volgeva le spalle
se non veniva la triste compagna.
Il sole ci teneva insieme assorti:
morti eravamo e senza alcun sospetto.
IV
Forse invecchio, se ho fatto un lungo viaggio
sempre seduto, se nulla ho veduto
fuor che la pioggia, se uno stanco raggio
di vita silenziosa ... (gli operai
pigliavano e lasciavano il mio treno,
portavano da un borgo a un dolce lago
il loro sonno coi loro utensili).
Quando giunsi nel letto anch’io gridai:
uomini siamo, più stanchi che vili.
sono muti oramai. Mia vita, è stolta
la tua fame testarda. E solo, e svolta
nella strada notturna l’operaio
con la sua tosse a fine di febbraio.
Il
Non era la città dove la sera
ebbro cantavo fra le sparse luci
sopra la dolce umidità del fiume.
Adesso un biondo sole sulla nera
bottega di mio padre par che bruci
la nostra assenza. E non ritrovo il fiume.
Il
Non moriva la luce ove un soldato
solitario sedeva a un parapetto.
Alla campagna volgeva le spalle
se non veniva la triste compagna.
Il sole ci teneva insieme assorti:
morti eravamo e senza alcun sospetto.
IV
Forse invecchio, se ho fatto un lungo viaggio
sempre seduto, se nulla ho veduto
fuor che la pioggia, se uno stanco raggio
di vita silenziosa ... (gli operai
pigliavano e lasciavano il mio treno,
portavano da un borgo a un dolce lago
il loro sonno coi loro utensili).
Quando giunsi nel letto anch’io gridai:
uomini siamo, più stanchi che vili.
Sandro Penna
Scuola
Negli azzurri mattini
le file svelte e nere
dei collegiali. Chini
su libri poi. Bandiere
di nostalgia campestre
gli alberi alle finestre.
le file svelte e nere
dei collegiali. Chini
su libri poi. Bandiere
di nostalgia campestre
gli alberi alle finestre.
Sandro Penna
Straripa nell’umida notte...
Straripa nell’umida notte in silenzio
il fiume. Addio secco vigore della mia gioventù.
il fiume. Addio secco vigore della mia gioventù.
Sergio Corazzini
da Toblack
I
...E giovinezze erranti per le vie
piene di un grande sole malinconico,
portoni semichiusi, davanzali
deserti, qualche piccola fontana
che piange un pianto eternamente uguale
al passare di ogni funerale,
un cimitero immenso, un’infinita
messe di croci e di corone, un lento
angoscioso rintocco di campana
a morto, sempre, tutti i giorni, tutte
le notti, e in alto, un cielo azzurro, pieno
di speranza e di consolazione,
un cielo aperto, buono come un occhio
di madre che rincuora e benedice.
II
Le speranze perdute, le preghiere
vane, l’audacie folli, i sogni infranti,
le inutili parole de gli amanti
illusi, le impossibili chimere,
e tutte le defunte primavere,
gl’ideali mortali, i grandi pianti
de gli ignoti, le anime sognanti
che hanno sete, ma non sanno bere,
e quanto v’ha Toblack d’irraggiungibile
e di perduto è in questa tua divina
terra, è in questo tuo sole inestinguibile,
è nelle tue terribili campane
è nelle tue monotone fontane,
Vita che piange, Morte che cammina.
...E giovinezze erranti per le vie
piene di un grande sole malinconico,
portoni semichiusi, davanzali
deserti, qualche piccola fontana
che piange un pianto eternamente uguale
al passare di ogni funerale,
un cimitero immenso, un’infinita
messe di croci e di corone, un lento
angoscioso rintocco di campana
a morto, sempre, tutti i giorni, tutte
le notti, e in alto, un cielo azzurro, pieno
di speranza e di consolazione,
un cielo aperto, buono come un occhio
di madre che rincuora e benedice.
II
Le speranze perdute, le preghiere
vane, l’audacie folli, i sogni infranti,
le inutili parole de gli amanti
illusi, le impossibili chimere,
e tutte le defunte primavere,
gl’ideali mortali, i grandi pianti
de gli ignoti, le anime sognanti
che hanno sete, ma non sanno bere,
e quanto v’ha Toblack d’irraggiungibile
e di perduto è in questa tua divina
terra, è in questo tuo sole inestinguibile,
è nelle tue terribili campane
è nelle tue monotone fontane,
Vita che piange, Morte che cammina.
Sergio Corazzini
Elegia
Tu piangi, ma non sai, piccola cara,
dove, nell’ombra, piangano le morte
cose quel tuo, dolcezza, ultimo addio,
non sai dove le tue lagrime, dove
le tue povere lagrime salate
piangere, se non anche il più diletto
amante, oggi, le beva per i lunghi
cigli e i capelli ti componga, piano
e tenero, su le arse tempie e voglia,
ad uno ad uno, dalle guance, tutte
bagnate, liberarli, indugiando
nella piccola cura in fin che un lume
dolce ti rida nei piangevoli occhi.
Lagrimi e vuoi che ti racconti alcuna
favola antica, mentre ti sarebbe
dolce un imaginare di lontani
giorni che la tristezza esiliò
con le favole, cara anima, poi
che nessuno te le racconta più,
quelle povere favole soavi
senza amarezze e pure, adesso, tanto
tristi che, quasi, piangi per averle
in cuore, tutte, come le figure
di quei piccoli santi con la palma
che tu appuntavi, con gli spilli, al muro.
Piangi pur anche la malinconia
mortale d’una piccola bottega
nera, di vecchi mobili, di vecchi
abiti, in una triste via, nell’ora
crepuscolare, e tutte quelle cose
imagini che siano per morire
in uno specchio, simili a dei fiori
obliati in un vaso? Ma non devi
piangere. Lascia ch’io ti asciughi, povera
anima, piano, quasi il fazzoletto,
raccogliendo le tue lagrime, possa
domani, ancora, s’io lo voglia, tutte
alla mia bocca renderle, dolcezza.
Sorriderai: se dolorosamente
sorriderai, mi basterà. Che importa
se non t’è il cielo, all’improvviso, tutto
nel cuore? Avrà tempo. Non è già questo
l’ultimo pianto! Io sarò dolce e tu
sarai fragile e tenera e serena.
Verrà la pace con le mani giunte,
ma non la udrai tu, piccola, venire.
Tornerà, sai, quotidianamente
un poco, senza dirti nulla; e, vedi,
sarà come se tu cantassi una
preghiera incomprensibile, per lungo
volger di tempo, in fin che in una sera,
forse più dolce e triste, all’improvviso
t’avvenisse, così, senza sapere,
di comprenderla intera. Cento volte
passeremo per quella via che più
diletta a non so che malinconie
nostre avremo. Lungo i chiari fiumi
canteremo le più vecchie canzoni
e sarà dolce non seguirne il senso.
Le canteremo solo perché possano
inavvertite piangervi le nostre
anime, un poco. Tu vedrai; la bella
Vita imagineremo in una chiara
morte. Come se tu fossi, ogni giorno,
per giungere ad un mio primo convegno,
ti vorrò bene, e come tu, dolcezza,
giungere mai dovessi, io ti vorrò
tanto bene. Sorridi, ora. Non piangi
quasi più. Ce ne andremo in una casa
piccola e sola. Se vorrai, nei giorni
di festa, porteremo a tutti i piccoli
infermi alcuni di quei dolci, quei
poveri dolci delle suore, quasi
bianchi, senza sapore, avvolti in carte
celesti e in fili d’oro. Se vorrai,
questo; se non vorrai, se ti sembrasse
troppo triste, andrò solo, senza piangere,
anima cara, e tornerò alla nostra
piccola casa e, come fossi anch’io
malato, sognerò le tue parole
tenere, bianche, senza senso quasi,
come quei dolci, quei piccoli dolci
delle povere suore malinconiche.
. . . . . . . . . . . .
dove, nell’ombra, piangano le morte
cose quel tuo, dolcezza, ultimo addio,
non sai dove le tue lagrime, dove
le tue povere lagrime salate
piangere, se non anche il più diletto
amante, oggi, le beva per i lunghi
cigli e i capelli ti componga, piano
e tenero, su le arse tempie e voglia,
ad uno ad uno, dalle guance, tutte
bagnate, liberarli, indugiando
nella piccola cura in fin che un lume
dolce ti rida nei piangevoli occhi.
Lagrimi e vuoi che ti racconti alcuna
favola antica, mentre ti sarebbe
dolce un imaginare di lontani
giorni che la tristezza esiliò
con le favole, cara anima, poi
che nessuno te le racconta più,
quelle povere favole soavi
senza amarezze e pure, adesso, tanto
tristi che, quasi, piangi per averle
in cuore, tutte, come le figure
di quei piccoli santi con la palma
che tu appuntavi, con gli spilli, al muro.
Piangi pur anche la malinconia
mortale d’una piccola bottega
nera, di vecchi mobili, di vecchi
abiti, in una triste via, nell’ora
crepuscolare, e tutte quelle cose
imagini che siano per morire
in uno specchio, simili a dei fiori
obliati in un vaso? Ma non devi
piangere. Lascia ch’io ti asciughi, povera
anima, piano, quasi il fazzoletto,
raccogliendo le tue lagrime, possa
domani, ancora, s’io lo voglia, tutte
alla mia bocca renderle, dolcezza.
Sorriderai: se dolorosamente
sorriderai, mi basterà. Che importa
se non t’è il cielo, all’improvviso, tutto
nel cuore? Avrà tempo. Non è già questo
l’ultimo pianto! Io sarò dolce e tu
sarai fragile e tenera e serena.
Verrà la pace con le mani giunte,
ma non la udrai tu, piccola, venire.
Tornerà, sai, quotidianamente
un poco, senza dirti nulla; e, vedi,
sarà come se tu cantassi una
preghiera incomprensibile, per lungo
volger di tempo, in fin che in una sera,
forse più dolce e triste, all’improvviso
t’avvenisse, così, senza sapere,
di comprenderla intera. Cento volte
passeremo per quella via che più
diletta a non so che malinconie
nostre avremo. Lungo i chiari fiumi
canteremo le più vecchie canzoni
e sarà dolce non seguirne il senso.
Le canteremo solo perché possano
inavvertite piangervi le nostre
anime, un poco. Tu vedrai; la bella
Vita imagineremo in una chiara
morte. Come se tu fossi, ogni giorno,
per giungere ad un mio primo convegno,
ti vorrò bene, e come tu, dolcezza,
giungere mai dovessi, io ti vorrò
tanto bene. Sorridi, ora. Non piangi
quasi più. Ce ne andremo in una casa
piccola e sola. Se vorrai, nei giorni
di festa, porteremo a tutti i piccoli
infermi alcuni di quei dolci, quei
poveri dolci delle suore, quasi
bianchi, senza sapore, avvolti in carte
celesti e in fili d’oro. Se vorrai,
questo; se non vorrai, se ti sembrasse
troppo triste, andrò solo, senza piangere,
anima cara, e tornerò alla nostra
piccola casa e, come fossi anch’io
malato, sognerò le tue parole
tenere, bianche, senza senso quasi,
come quei dolci, quei piccoli dolci
delle povere suore malinconiche.
. . . . . . . . . . . .
Sergio Corazzini
La finestra aperta sul mare
Non rammento. Io la vidi
aperta sul mare,
come un occhio a guardare
coronata di nidi.
Ma non so né dove, né quando,
mi apparve; tenebrosa
come il cuore di un usuraio,
canora come l’anima
di un fanciullo. Era
la finestra di una torre in mezzo al mare, desolata
terribile nel crepuscolo,
spaventosa nella notte,
triste cancellatura
nella chiarità dell’alba.
Le antichissime sale morivano
di noia: solamente l’eco delle gavotte,
ballate in tempi lontani
da piccole folli signore incipriate,
le confortava un poco.
Qualche gufo co’i tristi
occhi, dall’alto nido
scricchiolante incantava
l’ombra vergine di stelle.
E non c’era più nessuno
da tanti anni, nella torre,
come nel mio cuore.
Sotto la polvere ancora,
un odore appassito, indefinito,
esalavano le cose,
come se le ultime rose
dell’ultima lontana primavera
fossero tutte morte
in quella torre triste, in una sera triste.
E lacrimava per i soffitti
pallidi, il cielo, talvolta
sopra lo sfacelo delle cose.
Lacrimava dolcemente
quietamente per ore
e ore, come un piccolo fanciullo malato.
Dopo, per la finestra
veniva il sole, e il mare,
sotto, cantava.
Cantava l’azzurro amante,
cingendo la torre tristissima
di tenerezze improvvise,
e il canto del titano
aveva dolcezze, sconforti,
malinconie, tristezze
profonde, nostalgie
terribili... Ed egli le offriva i suoi morti
tutte le navi infrante,
naufragate lontano.
Una sera per la malinconia
di un cielo che invano
chiamava da ore e ore
le stelle, volarono via
con il cuore
pieno di tremore
le ultime rondini e a poco
a poco nel mare
caddero i nidi: un giorno
non vi fu più nulla intorno
alla finestra. Allora
qualche cosa tremò
si spezzò
nella torre e, quasi
in un inginocchiarsi lento
di rassegnazione
davanti al grigio altare
dell’aurora,
la torre
si donò al mare.
aperta sul mare,
come un occhio a guardare
coronata di nidi.
Ma non so né dove, né quando,
mi apparve; tenebrosa
come il cuore di un usuraio,
canora come l’anima
di un fanciullo. Era
la finestra di una torre in mezzo al mare, desolata
terribile nel crepuscolo,
spaventosa nella notte,
triste cancellatura
nella chiarità dell’alba.
Le antichissime sale morivano
di noia: solamente l’eco delle gavotte,
ballate in tempi lontani
da piccole folli signore incipriate,
le confortava un poco.
Qualche gufo co’i tristi
occhi, dall’alto nido
scricchiolante incantava
l’ombra vergine di stelle.
E non c’era più nessuno
da tanti anni, nella torre,
come nel mio cuore.
Sotto la polvere ancora,
un odore appassito, indefinito,
esalavano le cose,
come se le ultime rose
dell’ultima lontana primavera
fossero tutte morte
in quella torre triste, in una sera triste.
E lacrimava per i soffitti
pallidi, il cielo, talvolta
sopra lo sfacelo delle cose.
Lacrimava dolcemente
quietamente per ore
e ore, come un piccolo fanciullo malato.
Dopo, per la finestra
veniva il sole, e il mare,
sotto, cantava.
Cantava l’azzurro amante,
cingendo la torre tristissima
di tenerezze improvvise,
e il canto del titano
aveva dolcezze, sconforti,
malinconie, tristezze
profonde, nostalgie
terribili... Ed egli le offriva i suoi morti
tutte le navi infrante,
naufragate lontano.
Una sera per la malinconia
di un cielo che invano
chiamava da ore e ore
le stelle, volarono via
con il cuore
pieno di tremore
le ultime rondini e a poco
a poco nel mare
caddero i nidi: un giorno
non vi fu più nulla intorno
alla finestra. Allora
qualche cosa tremò
si spezzò
nella torre e, quasi
in un inginocchiarsi lento
di rassegnazione
davanti al grigio altare
dell’aurora,
la torre
si donò al mare.
Sergio Corazzini
Spleen
Che cosa mi canterai tu
questa sera?
Amica, non voglio pensare
troppo: la prima canzone
che ricordi, antica,
non importa;
una di quelle canzoni
che non si cantano più
da tanto,
che non fanno più schiuder balconi
da un secolo. Vuoi
darmi la nostalgia
di una canzone morta?
Sei triste, mi dai pena
questa sera; non canti, non mi parli ...
Che hai? malinconia
di morire? Ti duoli
perché siamo soli?
Ricordi l’ultimo ballo
nel tuo salotto giallo
roso dai tarli?
Sai che è primavera?
Io non me n’era accorto;
non ho rosai,
non ne ho avuto mai
nel mio triste orto.
Perché non suoni? Langue
di desiderio
quel tuo piccolo pianoforte esangue,
nell’ombra; o non così,
amica,
l’anima ci sospira nell’attesa
di chi
sappia farla vibrare?
Oh, che tristezza! Pare,
nel biancore lunare,
malata di etisia,
con tutte le sue porte
chiuse, la nostra via
diserta e quel fanale
solo e torbido pare
che attendendo la morte
ne vegli l’agonia.
questa sera?
Amica, non voglio pensare
troppo: la prima canzone
che ricordi, antica,
non importa;
una di quelle canzoni
che non si cantano più
da tanto,
che non fanno più schiuder balconi
da un secolo. Vuoi
darmi la nostalgia
di una canzone morta?
Sei triste, mi dai pena
questa sera; non canti, non mi parli ...
Che hai? malinconia
di morire? Ti duoli
perché siamo soli?
Ricordi l’ultimo ballo
nel tuo salotto giallo
roso dai tarli?
Sai che è primavera?
Io non me n’era accorto;
non ho rosai,
non ne ho avuto mai
nel mio triste orto.
Perché non suoni? Langue
di desiderio
quel tuo piccolo pianoforte esangue,
nell’ombra; o non così,
amica,
l’anima ci sospira nell’attesa
di chi
sappia farla vibrare?
Oh, che tristezza! Pare,
nel biancore lunare,
malata di etisia,
con tutte le sue porte
chiuse, la nostra via
diserta e quel fanale
solo e torbido pare
che attendendo la morte
ne vegli l’agonia.
Sergio Solmi
Sera sull’Adda
...E l’Adda riccioluta di spume, carica
di case attonite, di bianchi ponti
nel gonfio lume di luna: dall’erma
pergola i fiati della notte, i baci,
il vino, le liete parole. Se un giorno
di qui lontano errerò (stella bianca
che a tratti ardi e ti spegni laggiù),
s’altra in questo impensabile universo
avrò stanza, sovente
mi piacerà evocarti,
bel pianeta terrestre, adornato
di dolci fiumi, di morbide
erbe e notti ravvolto, stillante
amore: e questa tregua
alta d’estate, infinito momento,
spiri intermessi di brezze, liete
parole, vino.
di case attonite, di bianchi ponti
nel gonfio lume di luna: dall’erma
pergola i fiati della notte, i baci,
il vino, le liete parole. Se un giorno
di qui lontano errerò (stella bianca
che a tratti ardi e ti spegni laggiù),
s’altra in questo impensabile universo
avrò stanza, sovente
mi piacerà evocarti,
bel pianeta terrestre, adornato
di dolci fiumi, di morbide
erbe e notti ravvolto, stillante
amore: e questa tregua
alta d’estate, infinito momento,
spiri intermessi di brezze, liete
parole, vino.
Sergio Solmi
Una volta
Eravamo
sulla collina di Bergamo, dentro
l’erba alta, io te i bimbi. Volgeva
su noi, tra pioggia e schiarita, la vaga
ruota dei raggi annerati: per l’aria
tremula si sfaceva
il paesaggio in delizia.
Eravamo alla punta della vita
(quella che più non torna, più non torna),
attraversati di luce, sospesi
in un mondo esitante, ombre gentili
assunte in un deliquescente eliso.
sulla collina di Bergamo, dentro
l’erba alta, io te i bimbi. Volgeva
su noi, tra pioggia e schiarita, la vaga
ruota dei raggi annerati: per l’aria
tremula si sfaceva
il paesaggio in delizia.
Eravamo alla punta della vita
(quella che più non torna, più non torna),
attraversati di luce, sospesi
in un mondo esitante, ombre gentili
assunte in un deliquescente eliso.
Ugo Foscolo
A zacinto
Ne più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar, da cui vergine nacque
Venere e fèa quell’isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui, che l’acque
cantò fatali, ed il diverso esiglio,
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse,
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
O materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar, da cui vergine nacque
Venere e fèa quell’isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui, che l’acque
cantò fatali, ed il diverso esiglio,
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse,
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
O materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.
Umberto Piersanti
Di marzo
tirava il vento gelido che spesso
attraversasti nonna a primavera
lunga fu l’orazione con le soste
come quando eri in vita che scandiva
la tua giornata estrema ai Cappuccini
restano ancora querce alle Cesane
e crescono le rape di questi giorni
solo la casa nostra in fondo al fosso
ho visto più rotta e devastata
sopra la macchia cresce come sempre
lì nell’infanzia spesso mi guidavi
mi resta una tua foto dove sei
con Jacopo che a un anno era stupito
per i volti diversi e così i luoghi
cresce in altro spazio dove il mare
si gonfia velenoso di schiuma e olio
solo quel giorno è stato sopra i campi
che la mia gente abita da sempre
penso che in quella foto insieme avete
cent’anni mancati così poco
ora tu sei nel breve cimitero
dove cresce l’anemone tra l’erba
guardo i greppi deserti ché nessuno
resta che li conosce in ogni ceppo
quanto sono caduti che m’hanno visto
mentre vago nei campi alla Cesana
molti ora sono in questo spiazzo
e ti è accanto Celeste che anche in vita
con te ha dimorato sotto il fosso
ora dov’è la fonte col folletto
e la piana remota dove a Madìo
saliva lo sprovinglo nel biroccio?
dove la terra brulla che ci ha dentro
i marenghi a mucchi sotto la genga?
deserte sono ora le Cesane
cessano le presenze o vanno altrove
sono arrivato dopo sopra il mare
con le ginestre spoglie dell’inverno
che tenace perdura e ci ha tolto
mai come quest’anno dolci amici
e una ragazza nuova e forestiera
è salita con me fin oltre i rovi
contro la stoffa premo la mia faccia
mentre le mani stringono la schiena
poi ti condussi al prato della chiesa
che sta sopra il villaggio abbandonato
c’inoltrammo di fianco in un sentiero
hai colto il fiore azzurro e piccolino
e m’hai chiesto il suo nome, dove
tu vivi — dici — non l’hai mai visto
non ti scordar di me io t’ho risposto
ferma nella tua mente l’ora e il luogo
un’altra volta il cielo era stellato
era lontana e fredda quella dama
bionda che sorrideva nella cena
ha le labbra serrate, dal finestrino
guarda i campi pendere gelati
vorrei goderla stretta contro il muro
non m’amano le donne in questi giorni
né m’accolgono più dentro di loro
solo sfiorano il volto e la mia mano
o giovinetta amica che m’accompagni
per lo Spineto colmo di favagelli
quieta ancora tu ascolta questa storia
d’un luogo che fu il mio e che diviene
un po’ più estraneo sempre e doloroso.
Da FRAMMENTI DI POEMA
attraversasti nonna a primavera
lunga fu l’orazione con le soste
come quando eri in vita che scandiva
la tua giornata estrema ai Cappuccini
restano ancora querce alle Cesane
e crescono le rape di questi giorni
solo la casa nostra in fondo al fosso
ho visto più rotta e devastata
sopra la macchia cresce come sempre
lì nell’infanzia spesso mi guidavi
mi resta una tua foto dove sei
con Jacopo che a un anno era stupito
per i volti diversi e così i luoghi
cresce in altro spazio dove il mare
si gonfia velenoso di schiuma e olio
solo quel giorno è stato sopra i campi
che la mia gente abita da sempre
penso che in quella foto insieme avete
cent’anni mancati così poco
ora tu sei nel breve cimitero
dove cresce l’anemone tra l’erba
guardo i greppi deserti ché nessuno
resta che li conosce in ogni ceppo
quanto sono caduti che m’hanno visto
mentre vago nei campi alla Cesana
molti ora sono in questo spiazzo
e ti è accanto Celeste che anche in vita
con te ha dimorato sotto il fosso
ora dov’è la fonte col folletto
e la piana remota dove a Madìo
saliva lo sprovinglo nel biroccio?
dove la terra brulla che ci ha dentro
i marenghi a mucchi sotto la genga?
deserte sono ora le Cesane
cessano le presenze o vanno altrove
sono arrivato dopo sopra il mare
con le ginestre spoglie dell’inverno
che tenace perdura e ci ha tolto
mai come quest’anno dolci amici
e una ragazza nuova e forestiera
è salita con me fin oltre i rovi
contro la stoffa premo la mia faccia
mentre le mani stringono la schiena
poi ti condussi al prato della chiesa
che sta sopra il villaggio abbandonato
c’inoltrammo di fianco in un sentiero
hai colto il fiore azzurro e piccolino
e m’hai chiesto il suo nome, dove
tu vivi — dici — non l’hai mai visto
non ti scordar di me io t’ho risposto
ferma nella tua mente l’ora e il luogo
un’altra volta il cielo era stellato
era lontana e fredda quella dama
bionda che sorrideva nella cena
ha le labbra serrate, dal finestrino
guarda i campi pendere gelati
vorrei goderla stretta contro il muro
non m’amano le donne in questi giorni
né m’accolgono più dentro di loro
solo sfiorano il volto e la mia mano
o giovinetta amica che m’accompagni
per lo Spineto colmo di favagelli
quieta ancora tu ascolta questa storia
d’un luogo che fu il mio e che diviene
un po’ più estraneo sempre e doloroso.
Da FRAMMENTI DI POEMA
Umberto Piersanti
Dietro il vetro
e tornano 1 lillà
dalla finestra, di questo tempo
chiuso, dietro il vetro,
e s’accendono luci
e s’accavallano nubi
filano vorticose sul crinale
sfiorano i lunghi Sassi
vanno altrove
corrono le stagioni
mi rapinano il giorno
che invano invochi
colmo,
ora non cammini
sull’erbe
dentro l’aria,
tra le folte giunchiglie
non ti stendi
donna, ho nostalgia
dei tuoi giorni,
di quel vento al Petrano
che ti scompiglia
e le tue gambe lunghe
l’azzurra veste
che la mano discopre
timorosa,
le parole pacate
sul ritorno
oh vita che per attimi
procedi,
per attimi soltanto
ci consoli
dalla finestra, di questo tempo
chiuso, dietro il vetro,
e s’accendono luci
e s’accavallano nubi
filano vorticose sul crinale
sfiorano i lunghi Sassi
vanno altrove
corrono le stagioni
mi rapinano il giorno
che invano invochi
colmo,
ora non cammini
sull’erbe
dentro l’aria,
tra le folte giunchiglie
non ti stendi
donna, ho nostalgia
dei tuoi giorni,
di quel vento al Petrano
che ti scompiglia
e le tue gambe lunghe
l’azzurra veste
che la mano discopre
timorosa,
le parole pacate
sul ritorno
oh vita che per attimi
procedi,
per attimi soltanto
ci consoli
Umberto Piersanti
L’osteria del mare
quell’osteria, madre,
in quale vicolo persa,
laggiù, sul mare?
madre, giovane madre,
fu la nostra vacanza,
la sola forse,
allora non usava,
e quei fischioni rossi
con foglie verdi
mai ne ho trovato altri
così perfetti,
e l’azzurro d’intorno
ci cerchiava,
ci ubriacava la luce
sulla panca,
sono sceso alla costa
l’ho cercata,
ma il tempo muta
e le strade e le case,
cambia perfino l’aria
era l’aria allora
così diversa
10 la solcavo
stretto alla tua mano,
la tua veste leggera che risplende
contro l’ Ardizio
verde come il fosso
dove fatica la gente
del mio sangue
10 quei giorni
me li porto dentro,
il cammino mi fanno
più leggero
in quale vicolo persa,
laggiù, sul mare?
madre, giovane madre,
fu la nostra vacanza,
la sola forse,
allora non usava,
e quei fischioni rossi
con foglie verdi
mai ne ho trovato altri
così perfetti,
e l’azzurro d’intorno
ci cerchiava,
ci ubriacava la luce
sulla panca,
sono sceso alla costa
l’ho cercata,
ma il tempo muta
e le strade e le case,
cambia perfino l’aria
era l’aria allora
così diversa
10 la solcavo
stretto alla tua mano,
la tua veste leggera che risplende
contro l’ Ardizio
verde come il fosso
dove fatica la gente
del mio sangue
10 quei giorni
me li porto dentro,
il cammino mi fanno
più leggero
Umberto Saba
A lina
Primieramente udii nella solenne
notte un richiamo: il chiù.;
Dell’amore che fu,
Lina, mi risovvenne.
Quanti suoni risposero a quel suono,
quanti canti a quel canto!
Strinse il cuore un rimpianto
di te; ti chiesi dell’oblio perdono.
Ultimamente udii nella solenne
notte un gemito: il chiù.
Del dolore che fu,
Lina, mi risovvenne.
notte un richiamo: il chiù.;
Dell’amore che fu,
Lina, mi risovvenne.
Quanti suoni risposero a quel suono,
quanti canti a quel canto!
Strinse il cuore un rimpianto
di te; ti chiesi dell’oblio perdono.
Ultimamente udii nella solenne
notte un gemito: il chiù.
Del dolore che fu,
Lina, mi risovvenne.
Umberto Saba
Distacco
Muta il destino lentamente, a un’ora
precipita.
Per lui dovrò lasciarti,
mia città così aspra e maliosa,
dove in fondo a una bigia via è il celeste
° mare.
La tua scontrosa
grazia saluterò, già vecchi amici
e pietre bacerò — cuore fedele -;
come piange il fanciullo sopra il seno
amaro, a distaccarsene per sempre.
precipita.
Per lui dovrò lasciarti,
mia città così aspra e maliosa,
dove in fondo a una bigia via è il celeste
° mare.
La tua scontrosa
grazia saluterò, già vecchi amici
e pietre bacerò — cuore fedele -;
come piange il fanciullo sopra il seno
amaro, a distaccarsene per sempre.