Poesie di questo tema
Nostalgia
Mario Luzi
Il cuore di vetro
Ma i tuoi capelli blu dimenticati
al fuoco dei riflessi lungo i vetri rotanti,
la tua immagine fredda dagli occhi nichelati!
ripetuta dai fari sconsolanti!
Si sperde propagato dalle bianche pareti
della sera il tuo sguardo di chimera?
il tuo sguardo incostante riacceso dagli inquieti
chiarori delle spiove d’un’altra primavera:
io ricordo nell’aria l’occhio inerme
della luna e un brio pallido d’ulivi,
urv’iride addolcita dallo sguardo dell’erme
deposta sopra il vento triste per i declivi;
la forma del silenzio e d’una rosa
nel cielo senza occaso,
un viso ch’’evitando di piangere riposa
della sua vita restituita al caso.
Sfigurata ora penetra una lancia
celeste lungo i portici fuggiaschi,
i cavalli di febbre nel baglior dell’arancia
trascorrono scabrosi verso i lenti piovaschi.
al fuoco dei riflessi lungo i vetri rotanti,
la tua immagine fredda dagli occhi nichelati!
ripetuta dai fari sconsolanti!
Si sperde propagato dalle bianche pareti
della sera il tuo sguardo di chimera?
il tuo sguardo incostante riacceso dagli inquieti
chiarori delle spiove d’un’altra primavera:
io ricordo nell’aria l’occhio inerme
della luna e un brio pallido d’ulivi,
urv’iride addolcita dallo sguardo dell’erme
deposta sopra il vento triste per i declivi;
la forma del silenzio e d’una rosa
nel cielo senza occaso,
un viso ch’’evitando di piangere riposa
della sua vita restituita al caso.
Sfigurata ora penetra una lancia
celeste lungo i portici fuggiaschi,
i cavalli di febbre nel baglior dell’arancia
trascorrono scabrosi verso i lenti piovaschi.
Mario Luzi
Marina
Che acque affaticate contro la fioca riva,
che flutti grigi contro i pali. Ed isole
più oltre e banchi ove un affanno incerto
si separa dal giorno che va via.
Che sparse piogge navighi, che luci.
Quali? il pensiero se non finge ignora,
se non ricorda nega: là fui vivo,
qui avvisato del tempo in altra guisa.
Che memorie, che immagini abbiamo ereditate,
che età non mai vissute, che esistenze
fuori della letizia e del dolore
lottano alla marea presso gli approdi
o al largo che fiorisce e dice addio.
Rientri tu, ripari a questa proda
e nel cielo che salpa un pino stride
d’uccelli che rimpatriano, mio cuore.
che flutti grigi contro i pali. Ed isole
più oltre e banchi ove un affanno incerto
si separa dal giorno che va via.
Che sparse piogge navighi, che luci.
Quali? il pensiero se non finge ignora,
se non ricorda nega: là fui vivo,
qui avvisato del tempo in altra guisa.
Che memorie, che immagini abbiamo ereditate,
che età non mai vissute, che esistenze
fuori della letizia e del dolore
lottano alla marea presso gli approdi
o al largo che fiorisce e dice addio.
Rientri tu, ripari a questa proda
e nel cielo che salpa un pino stride
d’uccelli che rimpatriano, mio cuore.
Mario Luzi
Mi guarda Siena
Mi guarda Siena,
mi guarda sempre
dalla sua lontana altura
o da quella del ricordo —
come naufrago? —
come transfuga?
mi lancia incontro
la corsa
delle sue colline,
mi sferra in petto quel vento,
lo incrocia con il tempo —
il mio dirottamento
che le si avventa ai fianchi
dal profondo dell’infanzia
e quello dei miei morti
e l’altro d’ogni appena
memorabile esistenza...
Siamo ancora
io e lei, lei e io
soli, deserti.
Per un più estremo amore? Certo.
mi guarda sempre
dalla sua lontana altura
o da quella del ricordo —
come naufrago? —
come transfuga?
mi lancia incontro
la corsa
delle sue colline,
mi sferra in petto quel vento,
lo incrocia con il tempo —
il mio dirottamento
che le si avventa ai fianchi
dal profondo dell’infanzia
e quello dei miei morti
e l’altro d’ogni appena
memorabile esistenza...
Siamo ancora
io e lei, lei e io
soli, deserti.
Per un più estremo amore? Certo.
Mario Luzi
Notizie a Giuseppina dopo tanti anni
Che speri, che ti riprometti, amica,
se torni per così cupo viaggio
fin qua dove nel sole le burrasche
hanno una voce altissima abbrunata,
di gelsomino odorano e di frane?
Mi trovo qui a questa età che sai,
né giovane né vecchio, attendo, guardo
questa vicissitudine sospesa;
non so più quel che volli o mi fu imposto,
entri nei miei pensieri e n’esci illesa.
Tutto l’altro che deve essere è ancora,
il fiume scorre, la campagna varia,
grandina, spiove, qualche cane latra,
esce la luna, niente si riscuote,
niente dal lungo sonno avventuroso.
se torni per così cupo viaggio
fin qua dove nel sole le burrasche
hanno una voce altissima abbrunata,
di gelsomino odorano e di frane?
Mi trovo qui a questa età che sai,
né giovane né vecchio, attendo, guardo
questa vicissitudine sospesa;
non so più quel che volli o mi fu imposto,
entri nei miei pensieri e n’esci illesa.
Tutto l’altro che deve essere è ancora,
il fiume scorre, la campagna varia,
grandina, spiove, qualche cane latra,
esce la luna, niente si riscuote,
niente dal lungo sonno avventuroso.
Mario Luzi
Terrazza
Un giorno troppo povero d’amore
s’è spento e tace
nello spazio ed intorno il cielo giace
colmo di pace e di compianto. Ed ora
pencola insieme al profumato giorno
sull’orlo dell’estate
sotto le silenziose balaustrate
la rosa degli amati orti d’intorno.
E chi riprende al cielo
la furtiva sostanza del passato,
il puerile mattino e l’ora? Al suolo
cede l’ampia colomba. Nel profumo
dei mastici s’appanna?” il lago, sfugge
il sentiero ...
From AVVENTO NOTTURNO
s’è spento e tace
nello spazio ed intorno il cielo giace
colmo di pace e di compianto. Ed ora
pencola insieme al profumato giorno
sull’orlo dell’estate
sotto le silenziose balaustrate
la rosa degli amati orti d’intorno.
E chi riprende al cielo
la furtiva sostanza del passato,
il puerile mattino e l’ora? Al suolo
cede l’ampia colomba. Nel profumo
dei mastici s’appanna?” il lago, sfugge
il sentiero ...
From AVVENTO NOTTURNO
Massimo Bontempelli
Paesaggio
In un’età lunare la campagna deserta a perdita d’occhio
[ha germinato
una boscaglia nana fitta di luci d’acciaio senza rami né foglie
grigi filari intricati viticci di filo contorto – vi sbatte le ali
[morendo
qualche palla sfinita – s’affloscia
sopra i ciuffi molli ove tra sasso e sasso
vegliano disperatamente le violette
pallide senza profumo con un rancore muto contro uomini
[e dei.
Bisbigliano al vento su verso gli arbusti di ferro i grovigli
[strambi
che fioriscono a mille a mille le spine. Verrà un’estate di rose?
Chiedi il futuro domani al cerchio lontano
delle montagne violastre che leticano di fumi ed echi tra loro.
S’aprono sperdendosi i fumi vaniscono – sul turchino profondo
un dracken osceno dondola governa il cielo e la terra.
[ha germinato
una boscaglia nana fitta di luci d’acciaio senza rami né foglie
grigi filari intricati viticci di filo contorto – vi sbatte le ali
[morendo
qualche palla sfinita – s’affloscia
sopra i ciuffi molli ove tra sasso e sasso
vegliano disperatamente le violette
pallide senza profumo con un rancore muto contro uomini
[e dei.
Bisbigliano al vento su verso gli arbusti di ferro i grovigli
[strambi
che fioriscono a mille a mille le spine. Verrà un’estate di rose?
Chiedi il futuro domani al cerchio lontano
delle montagne violastre che leticano di fumi ed echi tra loro.
S’aprono sperdendosi i fumi vaniscono – sul turchino profondo
un dracken osceno dondola governa il cielo e la terra.
Maurizio Cucchi
Agnese
Ancora lei, l’ombra.
Chissà perché ti associo
nella mia mente al mio disordine:
sei l’esemplare e il mio ricovero
il capitano è il sole e gli occhi,
l’isola. Milano, una carrozza va, il teatro
Italia 1] nuovo cinedramma
La felicità: fragile nell’opporsi.
“ E dopo non c’è stato più
non è più stato mio”.
da LA LUCE DEL DISTACCO
Chissà perché ti associo
nella mia mente al mio disordine:
sei l’esemplare e il mio ricovero
il capitano è il sole e gli occhi,
l’isola. Milano, una carrozza va, il teatro
Italia 1] nuovo cinedramma
La felicità: fragile nell’opporsi.
“ E dopo non c’è stato più
non è più stato mio”.
da LA LUCE DEL DISTACCO
Maurizio Cucchi
Glenn, come lo chiamavo
Glenn, come lo chiamavo nella mia mente io,
o com’è più dolce e semplice,
conm’è più vero:
Luigi.
Resti per me una crepa d’affetto
o un lampo intermittente nel cervello.
E anche tu, che non l’hai mai visto,
lo ami.
Tu che hai taciuto, e oggi non taci più,
hai la memoria smangiata come la tua macula:
cerchi e non trovi più
nemmeno la sua voce.
o com’è più dolce e semplice,
conm’è più vero:
Luigi.
Resti per me una crepa d’affetto
o un lampo intermittente nel cervello.
E anche tu, che non l’hai mai visto,
lo ami.
Tu che hai taciuto, e oggi non taci più,
hai la memoria smangiata come la tua macula:
cerchi e non trovi più
nemmeno la sua voce.
Michele Sovente
...Poi gli arabeschi
...poi gli arabeschi, le antenne, i voli
si avvicendano nei giorni soli
di settembre, è appena sbollita
la smania di inseguire ragazze
dense di odori al tramonto, piena
appare la scena di assoli
che un attempato attore immagina
di stare ancora calcando. È blu
dopotutto il colore delle persiane da cui
tanta vita si è vista correre
per le strade. Di ciò che fu
cocciutamente vagheggiato e di cui nulla
o quasi è accaduto
cosa si dirà poi?
si avvicendano nei giorni soli
di settembre, è appena sbollita
la smania di inseguire ragazze
dense di odori al tramonto, piena
appare la scena di assoli
che un attempato attore immagina
di stare ancora calcando. È blu
dopotutto il colore delle persiane da cui
tanta vita si è vista correre
per le strade. Di ciò che fu
cocciutamente vagheggiato e di cui nulla
o quasi è accaduto
cosa si dirà poi?
Michele Sovente
Prato e naufragio
Di strani pulviscoli stridono
le pareti, la nuca
intirizzita. Un perdersi occhiuto
per le pietre, le astute siepi di Cuma
- voci d’acqua, di buio, zampe
che frugano in botole d’azzurro -, un
beato non sapere chi
attizza il fuoco, spinge la ruota.
Fuggono gli anni, piste
incrociate, si addensano notizie, anche
le più improbabili, risaltano
ferite da archi e colombari, senza
nome balenano galassie. Nel vuoto
un muoversi, uno scuotersi allarmato.
Cumae: prato e naufragio.
le pareti, la nuca
intirizzita. Un perdersi occhiuto
per le pietre, le astute siepi di Cuma
- voci d’acqua, di buio, zampe
che frugano in botole d’azzurro -, un
beato non sapere chi
attizza il fuoco, spinge la ruota.
Fuggono gli anni, piste
incrociate, si addensano notizie, anche
le più improbabili, risaltano
ferite da archi e colombari, senza
nome balenano galassie. Nel vuoto
un muoversi, uno scuotersi allarmato.
Cumae: prato e naufragio.
Michele Sovente
Ti amai
Ti amai, cara compagna,
d’infantili giochi, moscacieca
e prato in fiore
in un turbinio di allodole,
di margherite sul
filo della tramontana,
avido ti amai, caro
addome lungamente perlustrato
con labbra umide
nella schermata luce
di un notturno faro, tu
al mio brusio sospesa tu
vento intermittente tu, si era
nell’incanto a un passo
da un’ebbra rivelazione, io
ariete, tu scorpione, lo zodiaco
sarebbe stato la nostra
beffa, la nostra illusione, vai
tuttora da un’isola
all’altra inseguendomi
blandendomi, caro dado,
amaro guado, non sai
quanto ti amai.
d’infantili giochi, moscacieca
e prato in fiore
in un turbinio di allodole,
di margherite sul
filo della tramontana,
avido ti amai, caro
addome lungamente perlustrato
con labbra umide
nella schermata luce
di un notturno faro, tu
al mio brusio sospesa tu
vento intermittente tu, si era
nell’incanto a un passo
da un’ebbra rivelazione, io
ariete, tu scorpione, lo zodiaco
sarebbe stato la nostra
beffa, la nostra illusione, vai
tuttora da un’isola
all’altra inseguendomi
blandendomi, caro dado,
amaro guado, non sai
quanto ti amai.
Nanni Balestrini
In questo modo
Questi sono i nodi, queste le cicatrici,
gli abiti che hai indossato, la stagione inattesa
sull’asfalto dove ancora vivremo, quella nuvola
che abbastanza somiglia alla teiera già
fredda, con la faccia di uno che sta male,
azzurro come il ristorante, la distanza,
sebbene siano le nove, i preparativi
pressoché ultimati, papaveri distillati,
credendo ai miei occhi, sporgendo dal tetto
sulle cime di pini recisi, ma
inganni il titolo, garanzia ai passanti,
che quasi tutti se ne sono andati, si annidano
necessari e la barca che tu non trovi
mai, ma necessaria perché attraversiamo
quantunque noi non guardiamo e dove
vediamo se pure non c’è rimedio e passano
ancora incerti i luoghi dove
confini nettamente segnati ci rivelano ...
Poi il cielo dovrà pur mutare. Come io potrei
cambiare di colpo argomento e pochi se ne
accorgerebbero, il tonfo che fruga ancora
sordo le ore del pomeriggio, e profondo
e i sassi che hai sotto la schiena o la fuga
di sostantivi corrosi dalle stravolte strutture—
comunque niente di nuovo, la pomice
sui gomiti, se non c’è posto che per uno di noi
e appena uscito di casa s’imbatte,
tu t’imbatti, se hai capito quanto ti aspetto.
gli abiti che hai indossato, la stagione inattesa
sull’asfalto dove ancora vivremo, quella nuvola
che abbastanza somiglia alla teiera già
fredda, con la faccia di uno che sta male,
azzurro come il ristorante, la distanza,
sebbene siano le nove, i preparativi
pressoché ultimati, papaveri distillati,
credendo ai miei occhi, sporgendo dal tetto
sulle cime di pini recisi, ma
inganni il titolo, garanzia ai passanti,
che quasi tutti se ne sono andati, si annidano
necessari e la barca che tu non trovi
mai, ma necessaria perché attraversiamo
quantunque noi non guardiamo e dove
vediamo se pure non c’è rimedio e passano
ancora incerti i luoghi dove
confini nettamente segnati ci rivelano ...
Poi il cielo dovrà pur mutare. Come io potrei
cambiare di colpo argomento e pochi se ne
accorgerebbero, il tonfo che fruga ancora
sordo le ore del pomeriggio, e profondo
e i sassi che hai sotto la schiena o la fuga
di sostantivi corrosi dalle stravolte strutture—
comunque niente di nuovo, la pomice
sui gomiti, se non c’è posto che per uno di noi
e appena uscito di casa s’imbatte,
tu t’imbatti, se hai capito quanto ti aspetto.
Paolo Ruffilli
...Un sogno
...un sogno
il dato, ma non
memoria o nostalgia,
di ciò che è stato.
Amato o non amato
comunque, sconosciuto.
Perduto totalmente,
caduto dentro
il suo finire in
quello stesso
essere fissato
prima di perire.
Da LA GIOIA E IL LUTTO
il dato, ma non
memoria o nostalgia,
di ciò che è stato.
Amato o non amato
comunque, sconosciuto.
Perduto totalmente,
caduto dentro
il suo finire in
quello stesso
essere fissato
prima di perire.
Da LA GIOIA E IL LUTTO
Pier Paolo Pasolini
Lengas dai frus di sera
«Na greva viola viva a savarièa vuèi Vínars...»
(No, tas, sin a Ciasarsa; jot li ciasis e i tínars
lens ch’a trimin tal ríul). «Na viola a savarièa...»
(Se i síntiu? a son li sèis; un aunàr al si plea
sot na vampa di aria). «Na viola a vif bessola...»
Na viola: la me muàrt? Sintànsi cà parsora
di na sofa e pensàn. «Na viola, ahi, a cianta...»
Chej sígus di sinisa i sint sot chista planta,
strinzimmi cuntra il stomi massa vif il vistít.
«Dispeàda la viola par dut il mond a rit...»
A è ora ch’i recuardi chej sígus ch’a revòchin
da l’orizont azúr c’un sunsúr ch’al mi inciòca.
«L’azúr...» peràula crota, bessola tal silensi
dal sèil. Sin a Ciasarsa, a son sèis bos, m’impensi...
(No, tas, sin a Ciasarsa; jot li ciasis e i tínars
lens ch’a trimin tal ríul). «Na viola a savarièa...»
(Se i síntiu? a son li sèis; un aunàr al si plea
sot na vampa di aria). «Na viola a vif bessola...»
Na viola: la me muàrt? Sintànsi cà parsora
di na sofa e pensàn. «Na viola, ahi, a cianta...»
Chej sígus di sinisa i sint sot chista planta,
strinzimmi cuntra il stomi massa vif il vistít.
«Dispeàda la viola par dut il mond a rit...»
A è ora ch’i recuardi chej sígus ch’a revòchin
da l’orizont azúr c’un sunsúr ch’al mi inciòca.
«L’azúr...» peràula crota, bessola tal silensi
dal sèil. Sin a Ciasarsa, a son sèis bos, m’impensi...
Piero Bigongiari
Ardore e silenzio
I ponti verdi sulla piena soffocano
il tuo richiamo
in un lume di secoli aberrante
dove i cupi giacinti e la tua mano
sprigionano un odore penetrante;
dove l’ombra rinfocola pe’ muri,
ora fiamma ora cenere ora croco,
lo sguardo innamorato ancora un poco
di sé, forse il tuo pure
è un ricordo, il tuo segno è troppo oltre.
il tuo richiamo
in un lume di secoli aberrante
dove i cupi giacinti e la tua mano
sprigionano un odore penetrante;
dove l’ombra rinfocola pe’ muri,
ora fiamma ora cenere ora croco,
lo sguardo innamorato ancora un poco
di sé, forse il tuo pure
è un ricordo, il tuo segno è troppo oltre.
Piero Bigongiari
Tra la legge e la leggenda
Amo perdere qualcosa, più che per ritrovarlo,
per lasciare una traccia a chi m’insegue,
forse perché amo farmi là raggiungere
dove non sono, mentre guardo il mare
che insinua tra le sue macerie il grido
del gabbiano e un nido tra la ruggine
perduto che galleggia tra le schegge,
al contrario del gran depistatore,
perché so che è difficile seguire
chi, indeciso sulla propria meta,
si distrae dietro un viso, si nasconde
dietro il dito che indica le onde
che asciugano e bagnano la riva
del paese natale, la deriva
della luce che liquida ne assale
le sponde e nella mente le ravviva.
Amo confondere il cricchio del tarlo
a un andante di Mozart ..., mescolare
il passo del viandante per la via
con quello di chi risale le scale
a semicerchio della nostalgia.
Amo dimenticare il profumo della cedrina
su quello della tua pelle. Del tutto
ricordare la parte più obliata,
del frutto il seme ch’entro sé difende
la sua amarezza in duro tegumento.
Ma se mento, non mento che a me stesso
per dirti la verità che nello stesso
errore è celata, difesa, abbandonata
a crescere in se stessa, nelle proprie
contraddizioni elementari — è lì
che ogni due si unifica, nei suoi
seminali abbandoni.
Amo guardarti
mentre riveli in te una dolcezza
che è quella della fata che nascosta
tra gli alberi occhieggia che nessuno
la segua andando verso il suo tugurio
arredato come una reggia se tu
ne precorri l’augurio coi tuoi occhi,
del destino che l’uomo chiama vita.
Cammino dietro a poche cose, quelle
meno necessarie, le più volatili,
le meno rare. Forse in mano ad esse
è il codice per leggere il messaggio
che la legge ha lasciato sul tuo tavolo,
semiaperto, semicancellato,
fra terribilità e dolcezza.
Ma se tengo le mani ad un tempo
sui due telai, è che amo riprendere
dal secondo la tela che Penelope
sta sfacendo: è solo con quel filo
per lasciare una traccia a chi m’insegue,
forse perché amo farmi là raggiungere
dove non sono, mentre guardo il mare
che insinua tra le sue macerie il grido
del gabbiano e un nido tra la ruggine
perduto che galleggia tra le schegge,
al contrario del gran depistatore,
perché so che è difficile seguire
chi, indeciso sulla propria meta,
si distrae dietro un viso, si nasconde
dietro il dito che indica le onde
che asciugano e bagnano la riva
del paese natale, la deriva
della luce che liquida ne assale
le sponde e nella mente le ravviva.
Amo confondere il cricchio del tarlo
a un andante di Mozart ..., mescolare
il passo del viandante per la via
con quello di chi risale le scale
a semicerchio della nostalgia.
Amo dimenticare il profumo della cedrina
su quello della tua pelle. Del tutto
ricordare la parte più obliata,
del frutto il seme ch’entro sé difende
la sua amarezza in duro tegumento.
Ma se mento, non mento che a me stesso
per dirti la verità che nello stesso
errore è celata, difesa, abbandonata
a crescere in se stessa, nelle proprie
contraddizioni elementari — è lì
che ogni due si unifica, nei suoi
seminali abbandoni.
Amo guardarti
mentre riveli in te una dolcezza
che è quella della fata che nascosta
tra gli alberi occhieggia che nessuno
la segua andando verso il suo tugurio
arredato come una reggia se tu
ne precorri l’augurio coi tuoi occhi,
del destino che l’uomo chiama vita.
Cammino dietro a poche cose, quelle
meno necessarie, le più volatili,
le meno rare. Forse in mano ad esse
è il codice per leggere il messaggio
che la legge ha lasciato sul tuo tavolo,
semiaperto, semicancellato,
fra terribilità e dolcezza.
Ma se tengo le mani ad un tempo
sui due telai, è che amo riprendere
dal secondo la tela che Penelope
sta sfacendo: è solo con quel filo
Pietro dei Faitinelli
Sio veggio in Lucca bella mio ritorno
S’io veggio in Lucca bella mio ritorno,
che f’ quando la pera fie ben mezza,
in nullo cuore uman tant’allegrezza
già mai non fu, quant’io avrò quel giorno.
Le mura andrò leccando d’ogn’intorno
e gli uomini, piangendo d’allegrezza;
odio, rancore, guerra ed ogni empiezza
porrò giù contra quei che mi cacciorno.
E qui me’ voglio ’l bretto castagniccio,
’nanzi ch’altrove pan di gran calvello;
’nanzi ch’altrove piume qui il graticcio.
Ch’i’ ho provato sì amaro morsello,
e provo e proverò, stando esiticcio,
che ’l bianco e ’l ghibellin vo’ per fratello.
Pieraccio Tebaldi
che f’ quando la pera fie ben mezza,
in nullo cuore uman tant’allegrezza
già mai non fu, quant’io avrò quel giorno.
Le mura andrò leccando d’ogn’intorno
e gli uomini, piangendo d’allegrezza;
odio, rancore, guerra ed ogni empiezza
porrò giù contra quei che mi cacciorno.
E qui me’ voglio ’l bretto castagniccio,
’nanzi ch’altrove pan di gran calvello;
’nanzi ch’altrove piume qui il graticcio.
Ch’i’ ho provato sì amaro morsello,
e provo e proverò, stando esiticcio,
che ’l bianco e ’l ghibellin vo’ per fratello.
Pieraccio Tebaldi
Rocco Scotellaro
Tu non ci fai dormire cuculo disperato
Tutt’intorno le montagne brune
è ricresciuto il tuo colore
Settembre amico delle mie contrade.
Ti sei cacciato in mezzo a noi,
t’hanno sentito accanto le nostre donne
quando naufraghi grilli
dalle ristoppie arse del paese
si sollevano alle porte con un grido.
E c’è verghe di fichi seccati
e i pomidoro verdi sulle volte
e il sacco del grano duro, il mucchio
delle mandorle abbattute.
Tu non ci fai dormire,
cuculo disperato,
ricordo dei cammini a ritroso.
Ridaremo i passi alle trazzere
è ricresciuto il tuo colore
Settembre amico delle mie contrade.
Ti sei cacciato in mezzo a noi,
t’hanno sentito accanto le nostre donne
quando naufraghi grilli
dalle ristoppie arse del paese
si sollevano alle porte con un grido.
E c’è verghe di fichi seccati
e i pomidoro verdi sulle volte
e il sacco del grano duro, il mucchio
delle mandorle abbattute.
Tu non ci fai dormire,
cuculo disperato,
ricordo dei cammini a ritroso.
Ridaremo i passi alle trazzere
Salvatore Quasimodo
Alla mia terra
Un sole rompe gonfio nel sonno
e urlano alberi;
avventurosa aurora
in cui disancorata navighi,
e le stagioni marine
dolci fermentano rive nasciture.
Io qui infermo mi desto,
d’altra terra amaro
e della pietà mutevole del canto
che amore mi germina
d’uomini e di morte.
Il mio male ha nuovo verde,
ma le mani sono d’aria
ai tuoi rami,
a donne che la tristezza
chiuse in abbandono
e mai le tocca il tempo,
che me discorza e imbigia.
In te mi getto: un fresco
di navate posa nel cuore;
passi nudi d’angeli
vi s’ascoltano, al buio.
e urlano alberi;
avventurosa aurora
in cui disancorata navighi,
e le stagioni marine
dolci fermentano rive nasciture.
Io qui infermo mi desto,
d’altra terra amaro
e della pietà mutevole del canto
che amore mi germina
d’uomini e di morte.
Il mio male ha nuovo verde,
ma le mani sono d’aria
ai tuoi rami,
a donne che la tristezza
chiuse in abbandono
e mai le tocca il tempo,
che me discorza e imbigia.
In te mi getto: un fresco
di navate posa nel cuore;
passi nudi d’angeli
vi s’ascoltano, al buio.
Salvatore Quasimodo
Antico inverno
Desiderio delle tue mani chiare
nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose;
di morte. Antico inverno.
Cercavano il miglio gli uccelli
ed erano subito di neve;
così le parole.
Un po’ di sole, una raggera d’angelo,
e poi la nebbia; e gli alberi,
e noi fatti d’aria al mattino.
nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose;
di morte. Antico inverno.
Cercavano il miglio gli uccelli
ed erano subito di neve;
così le parole.
Un po’ di sole, una raggera d’angelo,
e poi la nebbia; e gli alberi,
e noi fatti d’aria al mattino.
Salvatore Quasimodo
Che vuoi, pastore d’aria?
Ed è ancora il richiamo dell’antico
corno dei pastori, aspro sui fossati
bianchi di scorze di serpenti. Forse
dà fiato dai pianori d’Acquaviva,
dove il Plàtani rotola conchiglie
sotto l’acqua fra i piedi dei fanciulli
di pelle uliva. O da che terra il soffio
di vento prigioniero, rompe e fa eco
nella luce che già crolla; che vuoi,
pastore d’aria? Forse chiami i morti.
Tu con me non odi, confusa al mare
dal riverbero, attenta al grido basso
dei pescatori che alzano le reti.
corno dei pastori, aspro sui fossati
bianchi di scorze di serpenti. Forse
dà fiato dai pianori d’Acquaviva,
dove il Plàtani rotola conchiglie
sotto l’acqua fra i piedi dei fanciulli
di pelle uliva. O da che terra il soffio
di vento prigioniero, rompe e fa eco
nella luce che già crolla; che vuoi,
pastore d’aria? Forse chiami i morti.
Tu con me non odi, confusa al mare
dal riverbero, attenta al grido basso
dei pescatori che alzano le reti.
Salvatore Quasimodo
Di fresca donna riversa in mezzo ai fiori
S’indovinava la stagione occulta
dall’ansia delle piogge notturne,
dal variar nei cieli delle nuvole,
ondose lievi culle;
” ed ero morto.
Una città a mezz’aria sospesa
m’era ultimo esilio,
e mi chiamavano intorno
le soavi donne d’un tempo,
‘el
dre,
f
dagli
I
e la madre, fatta nuova dagli anni,
la dolce mano scegliendo dalle rose
con le più bianche mi cingeva il capo.
Fuori era notte
e gli astri seguivano precisi
ignoti cammini in curve d’oro
e le cose fatte fuggitive
mi traevano in angoli segreti
per dirmi di giardini spalancati
e del senso di vita;
ma a me‘doleva ultimo sorriso
di fresca donna riversa in mezzo ai fiori.
dall’ansia delle piogge notturne,
dal variar nei cieli delle nuvole,
ondose lievi culle;
” ed ero morto.
Una città a mezz’aria sospesa
m’era ultimo esilio,
e mi chiamavano intorno
le soavi donne d’un tempo,
‘el
dre,
f
dagli
I
e la madre, fatta nuova dagli anni,
la dolce mano scegliendo dalle rose
con le più bianche mi cingeva il capo.
Fuori era notte
e gli astri seguivano precisi
ignoti cammini in curve d’oro
e le cose fatte fuggitive
mi traevano in angoli segreti
per dirmi di giardini spalancati
e del senso di vita;
ma a me‘doleva ultimo sorriso
di fresca donna riversa in mezzo ai fiori.
Salvatore Quasimodo
Elegia
Gelida messaggera della notte,
sei ritornata limpida ai balconi
delle case distrutte, a illuminare
le tombe ignote, i derelitti resti
della terra fumante. Qui riposa
il nostro sogno. E solitaria volgi
verso il nord, dove ogni cosa corre
senza luce alla morte, e tu resisti.
From LA VITA NON È SOGNO
sei ritornata limpida ai balconi
delle case distrutte, a illuminare
le tombe ignote, i derelitti resti
della terra fumante. Qui riposa
il nostro sogno. E solitaria volgi
verso il nord, dove ogni cosa corre
senza luce alla morte, e tu resisti.
From LA VITA NON È SOGNO
Salvatore Quasimodo
Isola
E
I
Io non ho che te
cuore della mia razza.
Di te amore m’attrista,
mia terra, se oscuri profumi
perde la sera d’aranci,
o d’oleandri, sereno,
° cammina con rose il torrente
che quasi n’è tocca la foce.
Ma se torno a tue rive
e dolce voce al canto
chiama da strada timorosa
non so se infanzia o amore,
ansia d’altri cieli mi volge,
e mi nascondo nelle perdute cose.
I
Io non ho che te
cuore della mia razza.
Di te amore m’attrista,
mia terra, se oscuri profumi
perde la sera d’aranci,
o d’oleandri, sereno,
° cammina con rose il torrente
che quasi n’è tocca la foce.
Ma se torno a tue rive
e dolce voce al canto
chiama da strada timorosa
non so se infanzia o amore,
ansia d’altri cieli mi volge,
e mi nascondo nelle perdute cose.