Poesie di questo tema
Nostalgia
Umberto Saba
Neve
Neve che turbini in alto ed avvolgi
le cose di un tacito manto,
una creatura di pianto
vedo per te sorridere; un baleno
d’allegrezza che il mesto viso illumini,
e agli occhi miei come un tesoro scopri.
Neve che cadi dall’alto e noi copri,
coprici ancora, all’infinito. Imbianca
la città con le case e con le chiese,
il porto con le navi; le distese
dei prati, i mari agghiaccia; della terra
fa’ – tu augusta e pudica – un astro spento,
una gran pace di morte. E che tale
essa rimanga un tempo interminato,
un lungo volger d’evi.
Il risveglio,
pensa il risveglio, noi due soli, in tanto
squallore.
In cielo
gli angeli con le trombe, in cuore acute
dilaceranti nostalgie, ridesti
vaghi ricordi, e piangere d’amore.
le cose di un tacito manto,
una creatura di pianto
vedo per te sorridere; un baleno
d’allegrezza che il mesto viso illumini,
e agli occhi miei come un tesoro scopri.
Neve che cadi dall’alto e noi copri,
coprici ancora, all’infinito. Imbianca
la città con le case e con le chiese,
il porto con le navi; le distese
dei prati, i mari agghiaccia; della terra
fa’ – tu augusta e pudica – un astro spento,
una gran pace di morte. E che tale
essa rimanga un tempo interminato,
un lungo volger d’evi.
Il risveglio,
pensa il risveglio, noi due soli, in tanto
squallore.
In cielo
gli angeli con le trombe, in cuore acute
dilaceranti nostalgie, ridesti
vaghi ricordi, e piangere d’amore.
Vincenzo Cardarelli
Alba
Solo in te, alba, riposa
la mia morte affannosa.
Solo in te trova pace
l’insonnia mia, ch’ è simile
ad un rombante fiume
rapinoso, infernale,
dov’io vado ogni notte
dibattendomi invano.
Dinanzi a te, che giungi
sempre così furtiva
da far quasi paura, e origli e spii,
spettro anche tu, il più vago,
alba dal freddo viso,
cessan gli orrori, fuggono i fantasmi.
La morte, mia nera
compagna di veglia,
se ne va, s’allontana
a passi di ladro.
Ond’io emergo e mi libero
- dall’onda tenebrosa
e affranto mi riduco
al mio sonno di pietra.
O alba, o dolce alba,
mare di luce incerta,
in cui tutto ha foce.
E ora, in queste mattine
così stanche
che ho smesso di chiedere e di sperare,
e tutto il giardino è per me,
per il mio male sontuosamente,
penso agli amici che mai più rivedrò,
alle cose care che sono state,
alle amanti rifiutate,
ai miei giorni di sole ...
la mia morte affannosa.
Solo in te trova pace
l’insonnia mia, ch’ è simile
ad un rombante fiume
rapinoso, infernale,
dov’io vado ogni notte
dibattendomi invano.
Dinanzi a te, che giungi
sempre così furtiva
da far quasi paura, e origli e spii,
spettro anche tu, il più vago,
alba dal freddo viso,
cessan gli orrori, fuggono i fantasmi.
La morte, mia nera
compagna di veglia,
se ne va, s’allontana
a passi di ladro.
Ond’io emergo e mi libero
- dall’onda tenebrosa
e affranto mi riduco
al mio sonno di pietra.
O alba, o dolce alba,
mare di luce incerta,
in cui tutto ha foce.
E ora, in queste mattine
così stanche
che ho smesso di chiedere e di sperare,
e tutto il giardino è per me,
per il mio male sontuosamente,
penso agli amici che mai più rivedrò,
alle cose care che sono state,
alle amanti rifiutate,
ai miei giorni di sole ...
Vincenzo Cardarelli
Autunno
Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d’agosto,
nelle pioggie di settembre
torrenziali e piangenti,
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora passa e declina,
in quest’autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.
nel vento d’agosto,
nelle pioggie di settembre
torrenziali e piangenti,
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora passa e declina,
in quest’autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.
Vincenzo Cardarelli
Autunno veneziano
L’alito freddo e umido m’assale
di Venezia autunnale.
Adesso che l’estate,
sudaticcia e sciroccosa,
una rigida luna settembrina
risplende, piena di funesti presagi,
sulla città d’acqua e di pietre
che rivela il suo volto di medusa
1° contagiosa e malefica.
Morto è il silenzio dei canali fetidi,
sotto la luna acquosa,
in ciascuno dei quali
par che dorma il cadavere d’Ofelia:
!° tombe sparse di fiori
marci e d’altre immondizie vegetali,
dove passa sciacquando
il fantasma del gondoliere.
O notti veneziane,
senza canto di galli,
è
senza voci di fontane,
tetre notti lagunari
cui nessun tenero bisbiglio anima,
case torve, gelose,
a picco sui canali,
dormenti senza respiro,
io v’ho sul cuore adesso più che mai.
del settembre montanino,
non odor di vendemmia, non lavacri
di pioggie lacrimose,
non fragore di foglie che cadono.
Un ciuffo d’erba che ingiallisce e muore
su un davanzale
è tutto l’autunno veneziano
I
Così a Venezia le stagioni delirano.
Pei suoi campi di marmo e i suoi canali
non son che luci smarrite,
luci che sognano la buona terra
odorosa e fruttifera.
Solo il naufragio invernale conviene
a questa città che non vive,
che non fiorisce,
se non quale una nave in fondo al mare.
di Venezia autunnale.
Adesso che l’estate,
sudaticcia e sciroccosa,
una rigida luna settembrina
risplende, piena di funesti presagi,
sulla città d’acqua e di pietre
che rivela il suo volto di medusa
1° contagiosa e malefica.
Morto è il silenzio dei canali fetidi,
sotto la luna acquosa,
in ciascuno dei quali
par che dorma il cadavere d’Ofelia:
!° tombe sparse di fiori
marci e d’altre immondizie vegetali,
dove passa sciacquando
il fantasma del gondoliere.
O notti veneziane,
senza canto di galli,
è
senza voci di fontane,
tetre notti lagunari
cui nessun tenero bisbiglio anima,
case torve, gelose,
a picco sui canali,
dormenti senza respiro,
io v’ho sul cuore adesso più che mai.
del settembre montanino,
non odor di vendemmia, non lavacri
di pioggie lacrimose,
non fragore di foglie che cadono.
Un ciuffo d’erba che ingiallisce e muore
su un davanzale
è tutto l’autunno veneziano
I
Così a Venezia le stagioni delirano.
Pei suoi campi di marmo e i suoi canali
non son che luci smarrite,
luci che sognano la buona terra
odorosa e fruttifera.
Solo il naufragio invernale conviene
a questa città che non vive,
che non fiorisce,
se non quale una nave in fondo al mare.
Vincenzo Cardarelli
Ospite senza invito
Segregato dagli altri che nel cuore
si conciliano come a sera amici,
un mio pensiero ritorna, il più tristo.
Ritorna repentino
alla mensa che termina, e i rimasti
si son fatti più accosto: leggera
una sparecchia, lascia su la tavola
l’ultimo vino.
L’ospite senza invito
m’invidia questo sorso
che mi regala una luce tranquilla.
Da tanto tempo non l’ho più nutrito,
tenuto vivo nel mio caldo. Dov’era?
Certo ha brucato le morte radici,
ha ribevuto il mio sangue trascorso,
abitatore notturno. Ogni volta
me lo fingo sepolto
sotto la pietra lavata dagli anni,
con le mie mani dirozzata a croce,
lo rivedo di colpo
apparire sul bianco simulacro.
si conciliano come a sera amici,
un mio pensiero ritorna, il più tristo.
Ritorna repentino
alla mensa che termina, e i rimasti
si son fatti più accosto: leggera
una sparecchia, lascia su la tavola
l’ultimo vino.
L’ospite senza invito
m’invidia questo sorso
che mi regala una luce tranquilla.
Da tanto tempo non l’ho più nutrito,
tenuto vivo nel mio caldo. Dov’era?
Certo ha brucato le morte radici,
ha ribevuto il mio sangue trascorso,
abitatore notturno. Ogni volta
me lo fingo sepolto
sotto la pietra lavata dagli anni,
con le mie mani dirozzata a croce,
lo rivedo di colpo
apparire sul bianco simulacro.
Vincenzo Cardarelli
Ottobre
Un tempo, era d’estate,
era a quel fuoco, a quegli ardori,
che si destava la mia fantasia.
Inclino adesso all’autunno
dal colore che inebria,
amo la stanca stagione
che ha già vendemmiato.
Niente più mi somiglia,
nulla più mi consola,
di quest’aria che odora
di mosto e di vino, -
di questo vecchio sole ottobrino
che splende sulle vigne saccheggiate.
’ che splendi come in un di là,
con tenera perdizione
e vagabonda felicità,
tu ci trovi fiaccati,
vòlgi al peggio e la morte nell’anima.
Ecco perché ci piaci,
Ss
vago sole superstite
che non sai dirci addio
tornando ogni mattina
come un nuovo miracolo,
” tanto più bello quanto più t’inoltri
e sei lì per spirare.
E di queste incredibili giornate
vai componendo la tua stagione
ch’è tutta una dolcissima agonia.
era a quel fuoco, a quegli ardori,
che si destava la mia fantasia.
Inclino adesso all’autunno
dal colore che inebria,
amo la stanca stagione
che ha già vendemmiato.
Niente più mi somiglia,
nulla più mi consola,
di quest’aria che odora
di mosto e di vino, -
di questo vecchio sole ottobrino
che splende sulle vigne saccheggiate.
’ che splendi come in un di là,
con tenera perdizione
e vagabonda felicità,
tu ci trovi fiaccati,
vòlgi al peggio e la morte nell’anima.
Ecco perché ci piaci,
Ss
vago sole superstite
che non sai dirci addio
tornando ogni mattina
come un nuovo miracolo,
” tanto più bello quanto più t’inoltri
e sei lì per spirare.
E di queste incredibili giornate
vai componendo la tua stagione
ch’è tutta una dolcissima agonia.
Vincenzo Cardarelli
Settembre a Venezia
Già di settembre imbrunano
a Venezia i crepuscoli precoci
e di gramaglie vestono le pietre.
Dardeggia il sole l’ultimo suo raggio
sugli ori dei mosaici ed accende
fuochi di paglia, effimera bellezza.
E cheta, dietro le Procuratìe,
sorge intanto la luna.
Luci festive ed argentate ridono,
van discorrendo trepide e lontane
nell’aria fredda e bruna.
Io le guardo ammaliato.
Forse più tardi mi ricorderò
di queste grandi sere
che son leste a venire,
e più belle, più vive le lor luci,
che ora un po’ mi disperano
(sempre da me così fuori e distanti!)
torneranno a brillare
nella mia fantasia.
E sarà vera e calma
felicità la mia.
a Venezia i crepuscoli precoci
e di gramaglie vestono le pietre.
Dardeggia il sole l’ultimo suo raggio
sugli ori dei mosaici ed accende
fuochi di paglia, effimera bellezza.
E cheta, dietro le Procuratìe,
sorge intanto la luna.
Luci festive ed argentate ridono,
van discorrendo trepide e lontane
nell’aria fredda e bruna.
Io le guardo ammaliato.
Forse più tardi mi ricorderò
di queste grandi sere
che son leste a venire,
e più belle, più vive le lor luci,
che ora un po’ mi disperano
(sempre da me così fuori e distanti!)
torneranno a brillare
nella mia fantasia.
E sarà vera e calma
felicità la mia.
Vincenzo Monti
Feroniade, canto III
Mentre cosí l’ire gelose in cielo
Disacerba Giunon, quai sono in terra
Di Feronia le lagrime, i sospiri?
Ditelo, d’Elicona alme fanciulle,
Voi che l’opere tutte e i pensier anco
De’ mortali sapete e degli dei.
Poi che si vide l’infelice in bando
Cacciata dal natío dolce terreno,
D’are priva e d’onori, e dallo stesso
(Ahi sconoscenza!) dallo stesso Giove
Lasciata in abbandono; ella dolente
Verso i boschi di Trivia incamminossi,
E ad or ad or volgea lo sguardo indietro
E sospirava. Sul piè stanco alfine
Mal si reggendo, e dalla lunga via
E piú dal duolo abbattuta e cadente,
Sotto un’elce s’assise: ivi, facendo
Al volto letto d’ambedue le palme,
Tutta con esse si coprí la fronte,
E nascose le lagrime, che mute
Le bagnavan le gote, e le sapea
Solo il terren che le bevea pietoso.
In quel misero stato la ravvolse
Dell’ombre sue la notte; e in sul mattino
Il sol la ritrovò sparsa le chiome
E di gelo grondante e di pruina;
Perocché per dolor posta in non cale
La sua celeste dignitade avea,
Onde al corpo divin l’aure notturne
Ingiurïose e irriverenti furo
Siccome a membra di mortal natura.
Lica intanto, di povero terreno
Piú povero cultor, dal letticciuolo
Era surto con l’alba, e del suo campo
Visitando venía le orrende piaghe
Che fatte avean la pioggia, il ghiaccio, il vento
Agli arboscelli, ai solchi ed alle viti.
Lungo il calle passando ove la diva
In quell’atto sedea, da meraviglia
Tocco e piú da pietà, che fra le selve
Meglio che in mezzo alle cittadi alberga,
S’appressò palpitando, e la giacente
Non conoscendo (ché a mortal pupilla
Difficil cosa è il ravvisar gli dei),
Ma in lei della contrada argomentando
Una ninfa smarrita: O tu, chi sei,
Chi sei (le disse), che sí care e belle
Hai le sembianze e dolor tanto in volto?
Per chi son queste lagrime? t’ha forse
Priva il ciel della madre, o del fratello,
O dell’amato sposo? ché son questi
Certo i primi de’ mali onde sovente
Giove n’affligge. Ma, del tuo cordoglio
Qual si sia la cagion, prendi conforto,
E pazïenza opponi alle sventure
Che ne mandano i numi: essi nemici
Nostri non son; ma col rigor talvolta
Correggono i piú cari. Alzati, o donna;
Vieni, e t’adagia nella mia capanna
Che non è lungi; e le forze languenti
Ivi di qualche cibo e di riposo
Ristorerai. La mia consorte poscia
Di tutto l’uopo ti sarà cortese,
Ch’ella è prudente e degli afflitti amica;
E qual figlia ambedue cara t’avremo.
Alle parole del villan pietoso
S’intenerí la diva, e in cor sentissi
La doglia mitigar, tanta fra’ boschi
Gentilezza trovando e cortesia.
Levossi in piedi; ed ei le resse il fianco,
E la sostenne con la man callosa.
Nell’appressarsi, nel toccar ch’ei fece
Il divin vestimento, un brividío
Un palpito lo prese, un cotal misto
Di rispetto, d’affetto e di paura,
Che parve uscir dei sensi, e su le labbra
La voce gli morí. Quindi il sentiero
Prese in ver la capanna, e il fido cane
Nel mezzo del cortil gli corse incontro:
Volea latrar; ma, sollevando il muso
E attonite rizzando ambe le orecchie,
Guardolla, e muto su l’impressa arena
Ne fiutò le vestigia. In questo mentre
Alla cara sua moglie Teletusa
Disacerba Giunon, quai sono in terra
Di Feronia le lagrime, i sospiri?
Ditelo, d’Elicona alme fanciulle,
Voi che l’opere tutte e i pensier anco
De’ mortali sapete e degli dei.
Poi che si vide l’infelice in bando
Cacciata dal natío dolce terreno,
D’are priva e d’onori, e dallo stesso
(Ahi sconoscenza!) dallo stesso Giove
Lasciata in abbandono; ella dolente
Verso i boschi di Trivia incamminossi,
E ad or ad or volgea lo sguardo indietro
E sospirava. Sul piè stanco alfine
Mal si reggendo, e dalla lunga via
E piú dal duolo abbattuta e cadente,
Sotto un’elce s’assise: ivi, facendo
Al volto letto d’ambedue le palme,
Tutta con esse si coprí la fronte,
E nascose le lagrime, che mute
Le bagnavan le gote, e le sapea
Solo il terren che le bevea pietoso.
In quel misero stato la ravvolse
Dell’ombre sue la notte; e in sul mattino
Il sol la ritrovò sparsa le chiome
E di gelo grondante e di pruina;
Perocché per dolor posta in non cale
La sua celeste dignitade avea,
Onde al corpo divin l’aure notturne
Ingiurïose e irriverenti furo
Siccome a membra di mortal natura.
Lica intanto, di povero terreno
Piú povero cultor, dal letticciuolo
Era surto con l’alba, e del suo campo
Visitando venía le orrende piaghe
Che fatte avean la pioggia, il ghiaccio, il vento
Agli arboscelli, ai solchi ed alle viti.
Lungo il calle passando ove la diva
In quell’atto sedea, da meraviglia
Tocco e piú da pietà, che fra le selve
Meglio che in mezzo alle cittadi alberga,
S’appressò palpitando, e la giacente
Non conoscendo (ché a mortal pupilla
Difficil cosa è il ravvisar gli dei),
Ma in lei della contrada argomentando
Una ninfa smarrita: O tu, chi sei,
Chi sei (le disse), che sí care e belle
Hai le sembianze e dolor tanto in volto?
Per chi son queste lagrime? t’ha forse
Priva il ciel della madre, o del fratello,
O dell’amato sposo? ché son questi
Certo i primi de’ mali onde sovente
Giove n’affligge. Ma, del tuo cordoglio
Qual si sia la cagion, prendi conforto,
E pazïenza opponi alle sventure
Che ne mandano i numi: essi nemici
Nostri non son; ma col rigor talvolta
Correggono i piú cari. Alzati, o donna;
Vieni, e t’adagia nella mia capanna
Che non è lungi; e le forze languenti
Ivi di qualche cibo e di riposo
Ristorerai. La mia consorte poscia
Di tutto l’uopo ti sarà cortese,
Ch’ella è prudente e degli afflitti amica;
E qual figlia ambedue cara t’avremo.
Alle parole del villan pietoso
S’intenerí la diva, e in cor sentissi
La doglia mitigar, tanta fra’ boschi
Gentilezza trovando e cortesia.
Levossi in piedi; ed ei le resse il fianco,
E la sostenne con la man callosa.
Nell’appressarsi, nel toccar ch’ei fece
Il divin vestimento, un brividío
Un palpito lo prese, un cotal misto
Di rispetto, d’affetto e di paura,
Che parve uscir dei sensi, e su le labbra
La voce gli morí. Quindi il sentiero
Prese in ver la capanna, e il fido cane
Nel mezzo del cortil gli corse incontro:
Volea latrar; ma, sollevando il muso
E attonite rizzando ambe le orecchie,
Guardolla, e muto su l’impressa arena
Ne fiutò le vestigia. In questo mentre
Alla cara sua moglie Teletusa
Virgilio Giotti
L’ùltima felizità
Un fogo de do legni
che brila e ardi pian
pian nel scuro; una dona
che se scalda le man.
El mio cuor tanto tempo
el ga batù de sora
el suo: vizin del suo
el bati tristo ancora.
La neve, fora, bianca;
el lugareto nela
su’ cheba al sol; d’i pomi
rossi ‘n una zestela.
che brila e ardi pian
pian nel scuro; una dona
che se scalda le man.
El mio cuor tanto tempo
el ga batù de sora
el suo: vizin del suo
el bati tristo ancora.
La neve, fora, bianca;
el lugareto nela
su’ cheba al sol; d’i pomi
rossi ‘n una zestela.
Vittorio Alfieri
Alla camera del petrarca
O cameretta che già in te chiudesti
quel grande alla cui fama angusto è il mondo,
quel sì gentil ’amor mastro profondo
per cui Laura ebbe in terra onor celesti;
o di pensier soavemente mesti
solitario ricovero giocondo;
di quai lagrime amare il petto inondo
nel veder cl’oggi inonorata resti!
foran debito fregio, e appena degno
IO
di rivestir sì nobile tesoro.
Ma no: tomba fregiar d’uom ch’ebbe regno
vuolsi, e por gemme ove disdice alloro:
qui basta il nome di quel divo ingegno.
quel grande alla cui fama angusto è il mondo,
quel sì gentil ’amor mastro profondo
per cui Laura ebbe in terra onor celesti;
o di pensier soavemente mesti
solitario ricovero giocondo;
di quai lagrime amare il petto inondo
nel veder cl’oggi inonorata resti!
foran debito fregio, e appena degno
IO
di rivestir sì nobile tesoro.
Ma no: tomba fregiar d’uom ch’ebbe regno
vuolsi, e por gemme ove disdice alloro:
qui basta il nome di quel divo ingegno.
Vittorio Sereni
3 dicembre
All’ultimo tumulto dei binari
hai la tua pace, dove la città
in un volo di ponti e di viali
si getta alla campagna
e chi passa non sa
di te come tu non sai
degli echi delle cacce che ti sfiorano.
Pace forse è davvero la tua
e gli occhi che noi richiudemmo
per sempre ora riaperti
stupiscono
che ancora per noi
tu muoia un poco ogni anno
in questo giorno.
hai la tua pace, dove la città
in un volo di ponti e di viali
si getta alla campagna
e chi passa non sa
di te come tu non sai
degli echi delle cacce che ti sfiorano.
Pace forse è davvero la tua
e gli occhi che noi richiudemmo
per sempre ora riaperti
stupiscono
che ancora per noi
tu muoia un poco ogni anno
in questo giorno.
Vittorio Sereni
Addio Lugano bella
Dovrò cambiare geografie e topografie.
Non vuole saperne,
mi rinnega in effigie, rifiuta
lo specchio di me (di noi) che le tendo.
Ma io non so che farci se la strada
mi si snoda di sotto
come una donna (come lei?)
con giusta impudicizia.
E dopo tutto
ho pozzi in me abbastanza profondi
per gettarvi anche questo.
Ecco che adesso nevica...
Ma io, mia signora, non mi appello al candore della neve
alla sua pace di selva
conclusiva
o al tepore che sottende di ermellini
legni bracieri e cere dove splendono virtù
altrove dilaniate fino al nonsenso
ma vizze qui, per poco che le guardi,
come bandiere flosce.
Sono per questa – notturna, immaginosa – neve di marzo
plurisensa
di petali e gemme in diluvio tra montagne
incerte laghi transitori (come me,
ululante di estasi alle colline in fiore?
falso-fiorite, un’ora
di sole le sbrinerà),
per il suo turbine il suo tumulto
che scompone la notte e ricompone
laminandola di peltri acciai leggeri argenti.
Ne vanno alteri i gentiluomini nottambuli
scesi con me per strada
da un quadro
visto una volta, perso
di vista, rincorso tra altrui reminiscenze,
forse solo sognato.
Non vuole saperne,
mi rinnega in effigie, rifiuta
lo specchio di me (di noi) che le tendo.
Ma io non so che farci se la strada
mi si snoda di sotto
come una donna (come lei?)
con giusta impudicizia.
E dopo tutto
ho pozzi in me abbastanza profondi
per gettarvi anche questo.
Ecco che adesso nevica...
Ma io, mia signora, non mi appello al candore della neve
alla sua pace di selva
conclusiva
o al tepore che sottende di ermellini
legni bracieri e cere dove splendono virtù
altrove dilaniate fino al nonsenso
ma vizze qui, per poco che le guardi,
come bandiere flosce.
Sono per questa – notturna, immaginosa – neve di marzo
plurisensa
di petali e gemme in diluvio tra montagne
incerte laghi transitori (come me,
ululante di estasi alle colline in fiore?
falso-fiorite, un’ora
di sole le sbrinerà),
per il suo turbine il suo tumulto
che scompone la notte e ricompone
laminandola di peltri acciai leggeri argenti.
Ne vanno alteri i gentiluomini nottambuli
scesi con me per strada
da un quadro
visto una volta, perso
di vista, rincorso tra altrui reminiscenze,
forse solo sognato.
Vittorio Sereni
Alla giovinezza
È cominciata una canzone losca
di rane tra le colline
e da un’estate mortale
—forse l’ultima tua—
s’avventano rondini in volo
perdutamente, come tu cammini
verso un’aria fondissima, brumale.
E delle voci che da me
si dilungano, quale
potrà volgere il tuo e il mio cammino
a una marcia d’insonni girasoli?
Ma non sanno altro bene o altro male
che un lago azzurro o grigio
i tuoi occhi dall’ombra d’un viale.
di rane tra le colline
e da un’estate mortale
—forse l’ultima tua—
s’avventano rondini in volo
perdutamente, come tu cammini
verso un’aria fondissima, brumale.
E delle voci che da me
si dilungano, quale
potrà volgere il tuo e il mio cammino
a una marcia d’insonni girasoli?
Ma non sanno altro bene o altro male
che un lago azzurro o grigio
i tuoi occhi dall’ombra d’un viale.
Vittorio Sereni
Concerto in giardino
A quest’ora
innaffiano i giardini in tutta Europa.
Tromba di spruzzi roca
° echeggia in suono d’acque
sino a quest’ombra di panca.
Ai bambini in guerra sulle aiole
sventaglia, si fa vortice;
suono sospeso in gocce
1° istante
ti specchi in verde ombrato;
siluri bianchi e rossi
battono gli asfalti dell’Avus,
filano treni a sud-est
!5 tra campi di rose.
Da quest’ombra di panca
ascolto i ringhi della tromba d’acqua:
a ritmi di gocce
il mio tempo s’accorda.
Ma fischiano treni d’arrivi.
S’è strozzato nel caldo
il concerto della vita che svaria
in estreme girandole d’acqua.
innaffiano i giardini in tutta Europa.
Tromba di spruzzi roca
° echeggia in suono d’acque
sino a quest’ombra di panca.
Ai bambini in guerra sulle aiole
sventaglia, si fa vortice;
suono sospeso in gocce
1° istante
ti specchi in verde ombrato;
siluri bianchi e rossi
battono gli asfalti dell’Avus,
filano treni a sud-est
!5 tra campi di rose.
Da quest’ombra di panca
ascolto i ringhi della tromba d’acqua:
a ritmi di gocce
il mio tempo s’accorda.
Ma fischiano treni d’arrivi.
S’è strozzato nel caldo
il concerto della vita che svaria
in estreme girandole d’acqua.
Vittorio Sereni
Soldati a urbino
Queste torri alte sulla memoria
nell’ora dolce dei bastioni
e la nebbia che appena
approssima l’autunno a queste terre,
a noi
due, girovaghi soldati. Dici:
— purtroppo — e taci
un nome se una foglia chissà
di dove distolta ti sfiora,
poi parli d’una stella
che ancora un giorno
sulla tua strada forse spunterà.
Forse da oggi soltanto
avvertiremo l’impeto dell’ore
a mezzo il nostro secolo volgenti,
mentre al vento oscillano le lampade
bisbiglia un portico in ombra
e tu trasali al rombo
degli autocarri che mordono la montagna.
nell’ora dolce dei bastioni
e la nebbia che appena
approssima l’autunno a queste terre,
a noi
due, girovaghi soldati. Dici:
— purtroppo — e taci
un nome se una foglia chissà
di dove distolta ti sfiora,
poi parli d’una stella
che ancora un giorno
sulla tua strada forse spunterà.
Forse da oggi soltanto
avvertiremo l’impeto dell’ore
a mezzo il nostro secolo volgenti,
mentre al vento oscillano le lampade
bisbiglia un portico in ombra
e tu trasali al rombo
degli autocarri che mordono la montagna.
Vittorio Sereni
Spesso per viottoli tortuosi
Spesso per viottoli tortuosi
quelque part en Algérie
del luogo incerto
che il vento morde,
la tua pioggia il tuo sole
tutti in un punto
tra sterpi amari del più amaro filo
di ferro, spina senza rosa...
ma già un anno è passato,
è appena un sogno:
siamo tutti sommessi a ricordarlo.
Ride una larva chiara
dov’era la sentinella
e la collina
dei nostri spiriti assenti
deserta e immemorabile si vela.
quelque part en Algérie
del luogo incerto
che il vento morde,
la tua pioggia il tuo sole
tutti in un punto
tra sterpi amari del più amaro filo
di ferro, spina senza rosa...
ma già un anno è passato,
è appena un sogno:
siamo tutti sommessi a ricordarlo.
Ride una larva chiara
dov’era la sentinella
e la collina
dei nostri spiriti assenti
deserta e immemorabile si vela.
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