Poesie di questo tema
Serenità e pace interiore
Giuseppe Ungaretti
Quiete
L’uva è matura, il campo arato,
Sì stacca il monte dalle nuvole.
Sui polverosi specchi dell’estate
Caduta è l’ombra,
Tra le dita incerte
Il loro lume è chiaro,
È lontano.
Colle rondini fugge
L’ultimo strazio.
From IL DOLORE
Sì stacca il monte dalle nuvole.
Sui polverosi specchi dell’estate
Caduta è l’ombra,
Tra le dita incerte
Il loro lume è chiaro,
È lontano.
Colle rondini fugge
L’ultimo strazio.
From IL DOLORE
Lourenço de Médici
Sonetto
chi vuol le pompe e gli alti onori,
le piazze, i templi e gli edifizi magni,
le delizie, il tesor, quale accompagni
mille duri pensier, mille dolori.
Un verde praticel pien di bei fiori,
un rivolo che l’erba intorno bagni,
un augelletto che d’amor si lagni,
acqueta molto meglio i nostri ardoti;
l’ombrose selve, i sassi e gli alti monti,
gli antri oscuri, e le fere fuggitive,
qualche leggiadra ninfa, paurosa.
Quivi vegg’io con pensier vaghi e pronti
le belle luci come fosser vive;
qui me le toglie or una or altra cosa.
le piazze, i templi e gli edifizi magni,
le delizie, il tesor, quale accompagni
mille duri pensier, mille dolori.
Un verde praticel pien di bei fiori,
un rivolo che l’erba intorno bagni,
un augelletto che d’amor si lagni,
acqueta molto meglio i nostri ardoti;
l’ombrose selve, i sassi e gli alti monti,
gli antri oscuri, e le fere fuggitive,
qualche leggiadra ninfa, paurosa.
Quivi vegg’io con pensier vaghi e pronti
le belle luci come fosser vive;
qui me le toglie or una or altra cosa.
Luciano Erba
Dasein
L’essere perentorio (Dasein?)
del tappeto o di un listello di parquet
mi fa un poco pensare al nulla
quasi stessi leggendo, anzi, assai meglio
i detti di un saggio tibetano:
un nulla di pelle, direi un brivido
che fa chiudere gli occhi, per vedere
su creste e cornici di monte
andare come se non andassero i treni,
o me stesso con un cappello di paglia
che pedalo diretto al mercato
in sella a una bicicletta di donna:
una strada un po’ bianca un po’ piana
esserci, allora?
del tappeto o di un listello di parquet
mi fa un poco pensare al nulla
quasi stessi leggendo, anzi, assai meglio
i detti di un saggio tibetano:
un nulla di pelle, direi un brivido
che fa chiudere gli occhi, per vedere
su creste e cornici di monte
andare come se non andassero i treni,
o me stesso con un cappello di paglia
che pedalo diretto al mercato
in sella a una bicicletta di donna:
una strada un po’ bianca un po’ piana
esserci, allora?
Luciano Erba
Epifania
C’è in questo cielo di gennaio
della dodicesima notte
un’infinita pazienza
non nascono domande
non occorre alzare gli occhi allo zenith
e non fa differenza seguire
la linea dei camini sui tetti
o lungo il granito dei muri
vedere, non vedere
tanto passare di umane ombre nere.
della dodicesima notte
un’infinita pazienza
non nascono domande
non occorre alzare gli occhi allo zenith
e non fa differenza seguire
la linea dei camini sui tetti
o lungo il granito dei muri
vedere, non vedere
tanto passare di umane ombre nere.
Luciano Erba
Sul ciglio di un fosso
Ci hai dato un solo trapasso
sai tu come e quando
ma questo, tra alberi e pietre,
nulla che vado inventando
è altra cosa, soltanto un momento
in un sistema di relatività
ma questi, quando mi vedi
tirare 1 remi in barca
star disteso sulla panchina di un parco
o seduto sul ciglio di un fosso,
questi sono per ora momenti
di assenza e di grande unità.
sai tu come e quando
ma questo, tra alberi e pietre,
nulla che vado inventando
è altra cosa, soltanto un momento
in un sistema di relatività
ma questi, quando mi vedi
tirare 1 remi in barca
star disteso sulla panchina di un parco
o seduto sul ciglio di un fosso,
questi sono per ora momenti
di assenza e di grande unità.
Mario Luzi
La notte lava la mente
La notte lava la mente.
Poco dopo si è qui come sai bene,
fila d’anime lungo la cornice,
chi pronto al balzo, chi quasi in catene.
Qualcuno sulla pagina del mare
traccia un segno di vita, figge un punto.
Raramente qualche gabbiano appare.
Poco dopo si è qui come sai bene,
fila d’anime lungo la cornice,
chi pronto al balzo, chi quasi in catene.
Qualcuno sulla pagina del mare
traccia un segno di vita, figge un punto.
Raramente qualche gabbiano appare.
Michelangelo
O sonno, o della quieta, umida, ombrosa
O sonno, o della quieta, umida, ombrosa
notte placido figlio; o de’ mortali
egri conforto, oblio dolce de’ mali
sì gravi, ond’è la vita aspra e noiosa;
soccorri al core omai, che langue e posa
non have; e queste membra stanche e frali
solleva: a me ten vola, o sonno, e l’ali
tue brune sovra me distendi e posa!
notte placido figlio; o de’ mortali
egri conforto, oblio dolce de’ mali
sì gravi, ond’è la vita aspra e noiosa;
soccorri al core omai, che langue e posa
non have; e queste membra stanche e frali
solleva: a me ten vola, o sonno, e l’ali
tue brune sovra me distendi e posa!
Paolo Buzzi
Conciliazioni
Finalmente ho smesso quelle febbrili dispute col fato,
quelle acerbe inquisizioni dell’avvenire e del passato.
Dritto in mezzo all’ orizzonte, mi riconosco radicato.
Sono amico di me stesso, innamorato del mio destino,
che respiro come l’aria d’ una domenica mattina,
che sorseggio come un calice luminoso di vecchio vino.
quelle acerbe inquisizioni dell’avvenire e del passato.
Dritto in mezzo all’ orizzonte, mi riconosco radicato.
Sono amico di me stesso, innamorato del mio destino,
che respiro come l’aria d’ una domenica mattina,
che sorseggio come un calice luminoso di vecchio vino.
Pietro Metastasio
La libertà
Grazie agl’inganni tuoi,
Al fin respiro, o Nice,
Al fin d’un infelice
Ebber gli dei pietà:
Sento da’ lacci suoi,
Sento che l’alma è sciolta;
Non sogno questa volta,
Non sogno libertà.
Mancò l’antico ardore,
E son tranquillo a segno,
Che in me non trova sdegno
Per mascherarsi Amor.
Non cangio più colore
Quando il tuo nome ascolto;
Quando ti miro in volto
Più non mi batte il cor.
Sogno, ma te non miro
Sempre ne’ sogni miei;
Mi desto, e tu non sei
Il primo mio pensier.
Lungi da te m’aggiro
Senza bramarti mai;
Son teco, e non mi fai
Nè pena nè piacer.
Di tua beltà ragiono.
Nè intenerir mi sento;
I torti miei rammento,
E non mi so sdegnar.
Confuso più non sono
Quando mi vieni appresso;
Col mio rivale istesso
Posso di te parlar.
Volgimi il guardo altero,
Parlami in volto umano;
Il tuo disprezzo è vano,
È vano il tuo favor;
Chè più l’usato impero
Quei labbri in me non hanno;
Quegli occhi più non sanno
La via di questo cor.
Quel che or m’alletta o spiace,
Se lieto o mesto or sono,
Già non è più tuo dono,
Già colpa tua non è;
Chè senza te mi piace
La selva, il colle, il prato;
Ogni soggiorno ingrato
M’annoia ancor con te.
Odi s’io son sincero;
Ancor mi sembri bella,
Ma non mi sembri quella
Che paragon non ha.
E (non t’offenda il vero)
Nel tuo leggiadro aspetto
Or vedo alcun difetto
Che mi parea beltà.
Quando lo stral spezzai
(Confesso il mio rossore)
Spezzar m’intesi il core,
Mi parve di morir.
Ma per uscir di guai,
Per non vedersi oppresso,
Per racquistar sè stesso
Tutto si puo soffrir.
Nel visco, in cui s’avvenne
Quell’augellin talora,
Lascia le penne ancora,
Ma torna in libertà:
Poi le perdute penne
In pochi dì rinnova;
Cauto divien per prova,
Nè più tradir si fa.
So che non credi estinto
In me l’incendio antico,
Perchè si spesso il dico,
Perchè tacer non so:
Quel naturale istinto,
Nice, a parlar mi sprona,
Per cui ciascun ragiona
De’ rischi che passò.
Dopo il crudel cimento
Narra i passati sdegni,
Di sue ferite i segni
Mostra il guerrier così.
Mostra così contento
Schiavo, che uscì di pena,
La barbara catena
Che strascinava un dì.
Parlo, ma sol parlando
Me soddisfar procuro;
Parlo, ma nulla io curo
Che tu mi presti fè;
Parlo, ma non dimando
Se approvi i detti miei,
Nè se tranquilla sei
Nel ragionar di me.
Io lascio un’incostante;
Tu perdi un cor sincero;
Non so di noi primiero
Chi s’abbia a consolar.
So che un sì fido amante
Non troverà più Nice,
Che un’altra ingannatrice
È facile a trovar.
Al fin respiro, o Nice,
Al fin d’un infelice
Ebber gli dei pietà:
Sento da’ lacci suoi,
Sento che l’alma è sciolta;
Non sogno questa volta,
Non sogno libertà.
Mancò l’antico ardore,
E son tranquillo a segno,
Che in me non trova sdegno
Per mascherarsi Amor.
Non cangio più colore
Quando il tuo nome ascolto;
Quando ti miro in volto
Più non mi batte il cor.
Sogno, ma te non miro
Sempre ne’ sogni miei;
Mi desto, e tu non sei
Il primo mio pensier.
Lungi da te m’aggiro
Senza bramarti mai;
Son teco, e non mi fai
Nè pena nè piacer.
Di tua beltà ragiono.
Nè intenerir mi sento;
I torti miei rammento,
E non mi so sdegnar.
Confuso più non sono
Quando mi vieni appresso;
Col mio rivale istesso
Posso di te parlar.
Volgimi il guardo altero,
Parlami in volto umano;
Il tuo disprezzo è vano,
È vano il tuo favor;
Chè più l’usato impero
Quei labbri in me non hanno;
Quegli occhi più non sanno
La via di questo cor.
Quel che or m’alletta o spiace,
Se lieto o mesto or sono,
Già non è più tuo dono,
Già colpa tua non è;
Chè senza te mi piace
La selva, il colle, il prato;
Ogni soggiorno ingrato
M’annoia ancor con te.
Odi s’io son sincero;
Ancor mi sembri bella,
Ma non mi sembri quella
Che paragon non ha.
E (non t’offenda il vero)
Nel tuo leggiadro aspetto
Or vedo alcun difetto
Che mi parea beltà.
Quando lo stral spezzai
(Confesso il mio rossore)
Spezzar m’intesi il core,
Mi parve di morir.
Ma per uscir di guai,
Per non vedersi oppresso,
Per racquistar sè stesso
Tutto si puo soffrir.
Nel visco, in cui s’avvenne
Quell’augellin talora,
Lascia le penne ancora,
Ma torna in libertà:
Poi le perdute penne
In pochi dì rinnova;
Cauto divien per prova,
Nè più tradir si fa.
So che non credi estinto
In me l’incendio antico,
Perchè si spesso il dico,
Perchè tacer non so:
Quel naturale istinto,
Nice, a parlar mi sprona,
Per cui ciascun ragiona
De’ rischi che passò.
Dopo il crudel cimento
Narra i passati sdegni,
Di sue ferite i segni
Mostra il guerrier così.
Mostra così contento
Schiavo, che uscì di pena,
La barbara catena
Che strascinava un dì.
Parlo, ma sol parlando
Me soddisfar procuro;
Parlo, ma nulla io curo
Che tu mi presti fè;
Parlo, ma non dimando
Se approvi i detti miei,
Nè se tranquilla sei
Nel ragionar di me.
Io lascio un’incostante;
Tu perdi un cor sincero;
Non so di noi primiero
Chi s’abbia a consolar.
So che un sì fido amante
Non troverà più Nice,
Che un’altra ingannatrice
È facile a trovar.
Ugo Foscolo
Alla Sera
Forse perchè della fatal quïete
Tu sei l’immago a me sì cara, vieni,
O Sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,
E quando dal nevoso aere inquiete
Tenebre, e lunghe, all’universo meni,
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.
Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
Che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
Questo reo tempo, e van con lui le torme
Delle cure, onde meco egli si strugge;
E mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.
Tu sei l’immago a me sì cara, vieni,
O Sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,
E quando dal nevoso aere inquiete
Tenebre, e lunghe, all’universo meni,
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.
Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
Che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
Questo reo tempo, e van con lui le torme
Delle cure, onde meco egli si strugge;
E mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.
Vincenzo Cardarelli
Sera di Gavinana
Ecco la sera e spiove
sul toscano Appennino.
Con lo scender che fan le nubi a valle,
prese a lembi qua e là
come ragne fra gli alberi intricate,
si colorano i monti di viola.
Dolce vagare allora
per chi s’affanna il giorno
ed in se stesso, incredulo, si torce.
Viene dai borghi, qui sotto, in faccende,
un vociar lieto e folto in cui si sente
il giorno che declina
e il riposo imminente.
Vi si mischia il pulsare, il batter secco
ed alto del camion sullo stradone
bianco che varca i monti.
E tutto quanto a sera,
grilli, campane, fonti,
fa concerto e preghiera,
trema nell’aria sgombra.
Ma come più rifulge,
nell’ora che non ha un’altra luce,
il manto dei tuoi fianchi ampi, Appennino.
Sui tuoi prati che salgono a gironi,
questo liquido verde, che rispunta
fra gl’inganni del sole ad ogni acquata,
al vento trascolora, e mi rapisce,
per l’inquieto cammino,
sì che teneramente fa star muta
l’anima vagabonda.
sul toscano Appennino.
Con lo scender che fan le nubi a valle,
prese a lembi qua e là
come ragne fra gli alberi intricate,
si colorano i monti di viola.
Dolce vagare allora
per chi s’affanna il giorno
ed in se stesso, incredulo, si torce.
Viene dai borghi, qui sotto, in faccende,
un vociar lieto e folto in cui si sente
il giorno che declina
e il riposo imminente.
Vi si mischia il pulsare, il batter secco
ed alto del camion sullo stradone
bianco che varca i monti.
E tutto quanto a sera,
grilli, campane, fonti,
fa concerto e preghiera,
trema nell’aria sgombra.
Ma come più rifulge,
nell’ora che non ha un’altra luce,
il manto dei tuoi fianchi ampi, Appennino.
Sui tuoi prati che salgono a gironi,
questo liquido verde, che rispunta
fra gl’inganni del sole ad ogni acquata,
al vento trascolora, e mi rapisce,
per l’inquieto cammino,
sì che teneramente fa star muta
l’anima vagabonda.
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