Poesie di questo tema
Serenità e pace interiore
Andrea Zanzotto
Non si sa quanto verde
Non si sa quanto verde
sia sepolto sotto questo verde
né quanta pioggia sotto questa pioggia
molti sono gli infiniti
che qui convergono
che di qui s’allontanano
dimentichi, intontiti
Questo è il relitto
Non-si-sa
relitto piovoso
di tale
il verde in cui sta reticendo
l’estremo del verde
Forse non-si-sa per un
sordo movimento di luce si
distilla in un suono effimero, e sa
Forse si lascia sfiorare, si sporge,
congiunge
membra a membra, ritorce
sia sepolto sotto questo verde
né quanta pioggia sotto questa pioggia
molti sono gli infiniti
che qui convergono
che di qui s’allontanano
dimentichi, intontiti
Questo è il relitto
Non-si-sa
relitto piovoso
di tale
il verde in cui sta reticendo
l’estremo del verde
Forse non-si-sa per un
sordo movimento di luce si
distilla in un suono effimero, e sa
Forse si lascia sfiorare, si sporge,
congiunge
membra a membra, ritorce
Andrea Zanzotto
Per lumina, per limina
e quanto m’’insegnavate.
Tutto è convinto spinto
a dare su un’alba
come di un altro fatto d’alba
tutto è coinvolto precipite a darsi
in filiazioni di napalm d’alba
tutto è roso da un fuoco sottile fragile freddo
—il tepore—
tutto è impuntato in cristallo fratto in fuoco
è covato e incavato a un fuoco
pruriti aurei di seccume
notturne e
tagliole di luna astrali seccumi-ragni
nel sottile del fuoco
foco
nell’esile del fuoco esile
nel frivolo nel freschissimo del fuoco
—il tepore—
mah eh per quanti e quali equilibri
per quale concilio di lumi equilibri
dell’inavvertito equilibri-ragni
rapidità sino alla fine e spazzato via
tutto da spazzare da incelestire in odori e via
in che pause oh no nemmeno effrazioni nemmeno
vado di soglia in soglia-——attraversato risaputo-—
effrangendo e violando—insegnami—
deliberatamente perdutamente
come se effrangessi a lievi e templati
effrangessi a veti a vie a circoli
circoli aree templifiche in boccio
per limina effrangessi per lumina arachnea
certissimo e come in perdita—oh leciti —
—e il tepore—
qui lo scartare il dirimere
e il venire
all’impatto del levissimo col levissimo
del freschissimo con l’altro astrale più sconfinata-
bramata-
tutto è sotto mani quasi sotto quiete
mente
e allora spezzettare e spruzzare spazzare
lievi sottomano e
francamente-mio deliberato
infusivo di mio brillìi egoici scricchiih narcissici
in fortune—luci—lenissima lumina
francamente ieri domani oggi di noi
e quanto minato
noi luminoso di noi
fogliame minuto perduto di noi
lische cartocci spade
scrigni lunari di noi-biade
noi secco ma convalidato incontaminato raccolto
e—nel liberamente perduto-effranto—
e il procedere violando intuendo
e l’esitare violando restando violati
in luna e da luna
da sotto l’ombra delle mani scomparse-qui
da sotto la luce protratta-attesa-là
tu nell’intendere, nell’accecare nel vellicare più amata
eppure inamabile e
in tua letizia aberrante a diamante
eccesso di me-eccesso oh più a-perdita-di
e nulla insufflati di foglie-nulla di luci-nulla
incardinati incentrati
—e il tepore—
coi non fattuali equilibri altitudini incavi
—insegniamoci—
mine di luna in fuga
per lumina per limina
oh più fecondo più verbo più troppo
scarti di luna-noi scaglia in abbaglio sul noi
là nel finalmente nell’ero-uni-ero
nel già esploso nella reticente
e polverio di mine e glossolalìe?
in sviluppo
—divincolarsi—
in snudato e offerto
nel fulgido sparso sagrato di segni di luna
—e l’insegnamento
mutuo di tutto a tutto—
From IL GALATEO IN BOSCO
Tutto è convinto spinto
a dare su un’alba
come di un altro fatto d’alba
tutto è coinvolto precipite a darsi
in filiazioni di napalm d’alba
tutto è roso da un fuoco sottile fragile freddo
—il tepore—
tutto è impuntato in cristallo fratto in fuoco
è covato e incavato a un fuoco
pruriti aurei di seccume
notturne e
tagliole di luna astrali seccumi-ragni
nel sottile del fuoco
foco
nell’esile del fuoco esile
nel frivolo nel freschissimo del fuoco
—il tepore—
mah eh per quanti e quali equilibri
per quale concilio di lumi equilibri
dell’inavvertito equilibri-ragni
rapidità sino alla fine e spazzato via
tutto da spazzare da incelestire in odori e via
in che pause oh no nemmeno effrazioni nemmeno
vado di soglia in soglia-——attraversato risaputo-—
effrangendo e violando—insegnami—
deliberatamente perdutamente
come se effrangessi a lievi e templati
effrangessi a veti a vie a circoli
circoli aree templifiche in boccio
per limina effrangessi per lumina arachnea
certissimo e come in perdita—oh leciti —
—e il tepore—
qui lo scartare il dirimere
e il venire
all’impatto del levissimo col levissimo
del freschissimo con l’altro astrale più sconfinata-
bramata-
tutto è sotto mani quasi sotto quiete
mente
e allora spezzettare e spruzzare spazzare
lievi sottomano e
francamente-mio deliberato
infusivo di mio brillìi egoici scricchiih narcissici
in fortune—luci—lenissima lumina
francamente ieri domani oggi di noi
e quanto minato
noi luminoso di noi
fogliame minuto perduto di noi
lische cartocci spade
scrigni lunari di noi-biade
noi secco ma convalidato incontaminato raccolto
e—nel liberamente perduto-effranto—
e il procedere violando intuendo
e l’esitare violando restando violati
in luna e da luna
da sotto l’ombra delle mani scomparse-qui
da sotto la luce protratta-attesa-là
tu nell’intendere, nell’accecare nel vellicare più amata
eppure inamabile e
in tua letizia aberrante a diamante
eccesso di me-eccesso oh più a-perdita-di
e nulla insufflati di foglie-nulla di luci-nulla
incardinati incentrati
—e il tepore—
coi non fattuali equilibri altitudini incavi
—insegniamoci—
mine di luna in fuga
per lumina per limina
oh più fecondo più verbo più troppo
scarti di luna-noi scaglia in abbaglio sul noi
là nel finalmente nell’ero-uni-ero
nel già esploso nella reticente
e polverio di mine e glossolalìe?
in sviluppo
—divincolarsi—
in snudato e offerto
nel fulgido sparso sagrato di segni di luna
—e l’insegnamento
mutuo di tutto a tutto—
From IL GALATEO IN BOSCO
Arturo Onofri
Simili a melodie rapprese in mondo
Simili a melodie rapprese in mondo,
quand’erano sull’orlo di sfatarsi
nei superni silenzi, ardono pace
nel mezzogiorno torrido le ondate
ferme dei pini, sul brillìo turchino
del mare che smiràcola d’argento.
E ancora dalle masse di smeraldo
divampa un concepirsi incandescenze;
ma un pensiero di su le incenerisce
in quella pausa d’essere ch’è cielo:
azzurreggiar di tenebra, che intìma
(dal massiccio dell’alpe all’orizzonte)
ai duri tronchi èrgersi alati incensi
a un dio sonoro, addormentato, in forma
d’un paese celeste sulla terra.
quand’erano sull’orlo di sfatarsi
nei superni silenzi, ardono pace
nel mezzogiorno torrido le ondate
ferme dei pini, sul brillìo turchino
del mare che smiràcola d’argento.
E ancora dalle masse di smeraldo
divampa un concepirsi incandescenze;
ma un pensiero di su le incenerisce
in quella pausa d’essere ch’è cielo:
azzurreggiar di tenebra, che intìma
(dal massiccio dell’alpe all’orizzonte)
ai duri tronchi èrgersi alati incensi
a un dio sonoro, addormentato, in forma
d’un paese celeste sulla terra.
Attilio Bertolucci
Torrente
Spumeggiante, fredda,
fiorita acqua dei torrenti,
un incanto mi dai
che più bello non conobbi mai;
il tuo rumore mi fa sordo,
nascono echi nel mio cuore.
Dove sono? Fra grandi massi
arrugginiti, alberi, selve
percorse da ombrosi sentieri?
Il sole mi fa un po’ sudare,
mi dora. Oh, questo rumore tranquillo,
questa solitudine.
E quel mulino che si vede e non si vede
fra i castagni, abbandonato.
Mi sento stanco, felice
come una nuvola o un albero bagnato.
fiorita acqua dei torrenti,
un incanto mi dai
che più bello non conobbi mai;
il tuo rumore mi fa sordo,
nascono echi nel mio cuore.
Dove sono? Fra grandi massi
arrugginiti, alberi, selve
percorse da ombrosi sentieri?
Il sole mi fa un po’ sudare,
mi dora. Oh, questo rumore tranquillo,
questa solitudine.
E quel mulino che si vede e non si vede
fra i castagni, abbandonato.
Mi sento stanco, felice
come una nuvola o un albero bagnato.
Biagio Marin
Ultimo sol
Un soliselo
comò convalessente;
un sielo smorto
sbiancào qua e là de vili;
rami nigri sutili
verso l’alto
a vantâ l’ultimo seleste;
in basso, quel zalo canarin
che rìe su case meste
a pena a pena.
Un’aria ciara serena
sensa sogni o ilusion,
sensa zogia e sensa passion,
comò l’ánema za destacagia;
aria linpida, in pase,
mossa apena da un fiào de burin,
da l’ale de do passaroti
che zuoga sora un camin;
vogi fissi che varda,
ánema ferma che tarda
per l’ultima luse
sensa canti e sensa firminti,
sfinìa comò sera de véro
sutilo lisiero
trasparente perchè sensa mistero.
Solo ocio che veghe.
comò convalessente;
un sielo smorto
sbiancào qua e là de vili;
rami nigri sutili
verso l’alto
a vantâ l’ultimo seleste;
in basso, quel zalo canarin
che rìe su case meste
a pena a pena.
Un’aria ciara serena
sensa sogni o ilusion,
sensa zogia e sensa passion,
comò l’ánema za destacagia;
aria linpida, in pase,
mossa apena da un fiào de burin,
da l’ale de do passaroti
che zuoga sora un camin;
vogi fissi che varda,
ánema ferma che tarda
per l’ultima luse
sensa canti e sensa firminti,
sfinìa comò sera de véro
sutilo lisiero
trasparente perchè sensa mistero.
Solo ocio che veghe.
Camillo Sbarbaro
Adesso che placata è la lussuria
Adesso che placata è la lussuria
sono rimasto con i sensi vuoti,
neppur desideroso di morire.
Ignoro se ci sia nel mondo ancora
chi pensi a me e se mio padre viva.
Evito di pensarci solamente.
Ché ogni pensiero di dolore adesso
mi sembrerebbe suscitato ad arte.
Sento d’esser passato oltre quel limite
nel qual si è tanto umani per soffrire,
e che quel bene non m’è più dovuto,
perché soffrire della colpa è un bene.
Mi lascio accarezzare dalla brezza,
illuminare dai fanali, spingere
dalla gente che passa, incurioso
come nave senz’ancora né vela
che abbandona la sua carcassa all’onda.
Ed aspetto così, senza pensiero
e senza desiderio, che di nuovo
per la vicenda eterna delle cose
la volontà di vivere ritorni.
sono rimasto con i sensi vuoti,
neppur desideroso di morire.
Ignoro se ci sia nel mondo ancora
chi pensi a me e se mio padre viva.
Evito di pensarci solamente.
Ché ogni pensiero di dolore adesso
mi sembrerebbe suscitato ad arte.
Sento d’esser passato oltre quel limite
nel qual si è tanto umani per soffrire,
e che quel bene non m’è più dovuto,
perché soffrire della colpa è un bene.
Mi lascio accarezzare dalla brezza,
illuminare dai fanali, spingere
dalla gente che passa, incurioso
come nave senz’ancora né vela
che abbandona la sua carcassa all’onda.
Ed aspetto così, senza pensiero
e senza desiderio, che di nuovo
per la vicenda eterna delle cose
la volontà di vivere ritorni.
Camillo Sbarbaro
Taci, anima stanca di godere
Taci, anima stanca di godere
e di soffrire (all’uno e all’altro vai
rassegnata).
Nessuna voce tua odo se ascolto:
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d’ira o di speranza,
e neppure di tedio.
Giaci come
il corpo, ammutolita, tutta piena
d’una rassegnazione disperata.
Non ci stupiremmo,
non è vero, mia anima, se il cuore
si fermasse, sospeso se ci fosse
il fiato...
Invece camminiamo,
camminiamo io e te come sonnambuli.
E gli alberi son alberi, le case
sono case, le donne
che passano son donne, e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.
La vicenda di gioia e di dolore
non ci tocca. Perduto ha la voce
la sirena del mondo, e il mondo è un grande
deserto.
Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso.
e di soffrire (all’uno e all’altro vai
rassegnata).
Nessuna voce tua odo se ascolto:
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d’ira o di speranza,
e neppure di tedio.
Giaci come
il corpo, ammutolita, tutta piena
d’una rassegnazione disperata.
Non ci stupiremmo,
non è vero, mia anima, se il cuore
si fermasse, sospeso se ci fosse
il fiato...
Invece camminiamo,
camminiamo io e te come sonnambuli.
E gli alberi son alberi, le case
sono case, le donne
che passano son donne, e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.
La vicenda di gioia e di dolore
non ci tocca. Perduto ha la voce
la sirena del mondo, e il mondo è un grande
deserto.
Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso.
Carlo Betocchi
A cuci e scuci
Alla pari di me, tetto avvampato dal caldo,
e dei miei limiti brevi, e breve percorso,
tu tra la doccia ed il culmine, irsuto mio tetto,
lento t’arrampichi, persisti, resti: e lasci
” che parli il cielo, di là da te, per te.
Poi, quando l’ora scottante trapassa, sopra
le buie parole ed il tanfo della solita
vita che tu proteggi, respiri quel poco
che ti dà pace. Questo tu esprimi col tuo
1° silenzio. Vorrei che così fossero i miei versi.
e dei miei limiti brevi, e breve percorso,
tu tra la doccia ed il culmine, irsuto mio tetto,
lento t’arrampichi, persisti, resti: e lasci
” che parli il cielo, di là da te, per te.
Poi, quando l’ora scottante trapassa, sopra
le buie parole ed il tanfo della solita
vita che tu proteggi, respiri quel poco
che ti dà pace. Questo tu esprimi col tuo
1° silenzio. Vorrei che così fossero i miei versi.
Carlo Betocchi
Dell’ombra
Un giorno di primavera
vidi l’ombra d’un’albatrella
addormentata sulla brughiera
come una timida agnella.
Era lontano il suo cuore
e stava sospeso nel cielo;
nel mezzo del raggiante sole
bruno, dentro un bruno velo.
Ella si godeva il vento;
solitaria si rimuoveva
per far quell’albero contento:
di fiammelle, qua e là, ardeva.
Non aveva fretta o pena;
altro che di sentir mattino,
poi il suo meriggio, poi la sera
con il suo fioco cammino.
Fra tante ombre che vanno
continuamente, all’ombra eterna,
e copron la terra d’inganno
adoravo quest’ombra ferma.
Così, talvolta, tra noi
scende questa mite apparenza,
che giace, e sembra che si annoi
nell’erba e nella pazienza.
vidi l’ombra d’un’albatrella
addormentata sulla brughiera
come una timida agnella.
Era lontano il suo cuore
e stava sospeso nel cielo;
nel mezzo del raggiante sole
bruno, dentro un bruno velo.
Ella si godeva il vento;
solitaria si rimuoveva
per far quell’albero contento:
di fiammelle, qua e là, ardeva.
Non aveva fretta o pena;
altro che di sentir mattino,
poi il suo meriggio, poi la sera
con il suo fioco cammino.
Fra tante ombre che vanno
continuamente, all’ombra eterna,
e copron la terra d’inganno
adoravo quest’ombra ferma.
Così, talvolta, tra noi
scende questa mite apparenza,
che giace, e sembra che si annoi
nell’erba e nella pazienza.
Corrado Govoni
La siesta del micio
È sereno. Ogni cosa
sembra velata di fatica.
Il pomeriggio è in panna su l’antica
Certosa.
Nel marciapiede suonano i miei passi.
Si pensa quasi che l’azzurro crepiti.
Dei pugnali di sole tiepidi
feriscono il cuore dei tassi.
Sopra un tetto s’illuminan dei coppi.
De le finestre sono infiorate.
Il vento pettina le sue chiome arruffate
ne lunghi pettini dei pioppi.
De le campane d’un convento vicino
spennellan l’aria d’una loro festa.
Sul davanzale un bianco micio fa la siesta
a gambe a l’aria, come un maialino.
sembra velata di fatica.
Il pomeriggio è in panna su l’antica
Certosa.
Nel marciapiede suonano i miei passi.
Si pensa quasi che l’azzurro crepiti.
Dei pugnali di sole tiepidi
feriscono il cuore dei tassi.
Sopra un tetto s’illuminan dei coppi.
De le finestre sono infiorate.
Il vento pettina le sue chiome arruffate
ne lunghi pettini dei pioppi.
De le campane d’un convento vicino
spennellan l’aria d’una loro festa.
Sul davanzale un bianco micio fa la siesta
a gambe a l’aria, come un maialino.
Dante Alighieri
Il paradiso terrestre (Purgatorio, canto XXVIII)
Vago già di cercar dentro e dintorno
la divina foresta spessa e viva,
ch’a li occhi temperava il novo giorno,
sanza più aspettar, lasciai la riva,
prendendo la campagna lento lento
su per lo suol che d’ogne parte auliva.
Un’aura dolce, sanza mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento;
per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u’ la prim’ombra gitta il santo monte;
non però dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d’operare ogne lor arte;
ma con piena letizia l’ore prime,
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime,
tal qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in su ’l lito di Chiassi,
quand’Ëolo scilocco fuor discioglie.
Già m’avean trasportato i lenti passi
dentro a la selva antica tanto, ch’io
non potea rivedere ond’io mi ’ntrassi;
ed ecco più andar mi tolse un rio,
che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.
Tutte l’acque che son di qua più monde,
parrieno avere in sé mistura alcuna
verso di quella, che nulla nasconde,
avvegna che si mova bruna bruna
sotto l’ombra perpetüa, che mai
raggiar non lascia sole ivi né luna.
Coi piè ristetti e con li occhi passai
di là dal fiumicello, per mirare
la gran varïazion d’i freschi mai;
e là m’apparve, sì com’elli appare
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro pensare,
una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond’era pinta tutta la sua via.
"Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
che soglion esser testimon del core,
vegnati in voglia di trarreti avanti",
diss’io a lei, "verso questa rivera,
tanto ch’io possa intender che tu canti.
Tu mi fai rimembrar dove e qual era
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera".
Come si volge, con le piante strette
a terra e intra sé, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette,
volsesi in su i vermigli e in su i gialli
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli;
e fece i prieghi miei esser contenti,
sì appressando sé, che ’l dolce suono
veniva a me co’ suoi intendimenti.
Tosto che fu là dove l’erbe sono
la divina foresta spessa e viva,
ch’a li occhi temperava il novo giorno,
sanza più aspettar, lasciai la riva,
prendendo la campagna lento lento
su per lo suol che d’ogne parte auliva.
Un’aura dolce, sanza mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento;
per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u’ la prim’ombra gitta il santo monte;
non però dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d’operare ogne lor arte;
ma con piena letizia l’ore prime,
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime,
tal qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in su ’l lito di Chiassi,
quand’Ëolo scilocco fuor discioglie.
Già m’avean trasportato i lenti passi
dentro a la selva antica tanto, ch’io
non potea rivedere ond’io mi ’ntrassi;
ed ecco più andar mi tolse un rio,
che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.
Tutte l’acque che son di qua più monde,
parrieno avere in sé mistura alcuna
verso di quella, che nulla nasconde,
avvegna che si mova bruna bruna
sotto l’ombra perpetüa, che mai
raggiar non lascia sole ivi né luna.
Coi piè ristetti e con li occhi passai
di là dal fiumicello, per mirare
la gran varïazion d’i freschi mai;
e là m’apparve, sì com’elli appare
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro pensare,
una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond’era pinta tutta la sua via.
"Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
che soglion esser testimon del core,
vegnati in voglia di trarreti avanti",
diss’io a lei, "verso questa rivera,
tanto ch’io possa intender che tu canti.
Tu mi fai rimembrar dove e qual era
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera".
Come si volge, con le piante strette
a terra e intra sé, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette,
volsesi in su i vermigli e in su i gialli
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli;
e fece i prieghi miei esser contenti,
sì appressando sé, che ’l dolce suono
veniva a me co’ suoi intendimenti.
Tosto che fu là dove l’erbe sono
Diego Valeri
Quel pomeriggio dolce
Quel pomeriggio dolce
si andava lungo il fiume.
E ci sorprese a un tratto,
dall’altra riva,
un vasto coro, un alto
rammarichìo di tortore selvagge
raccolte lì, chissà come, da quando.
Il bel fiume era l’Adda
errabonda per prati e campi,
tra leggiere boschine di pioppi.
Sopra era teso un cielo senza nubi,
appena nebuloso:
il bel cielo di Lombardia,
così bello, così in pace.
si andava lungo il fiume.
E ci sorprese a un tratto,
dall’altra riva,
un vasto coro, un alto
rammarichìo di tortore selvagge
raccolte lì, chissà come, da quando.
Il bel fiume era l’Adda
errabonda per prati e campi,
tra leggiere boschine di pioppi.
Sopra era teso un cielo senza nubi,
appena nebuloso:
il bel cielo di Lombardia,
così bello, così in pace.
Diego Valeri
Ritratto
Ella è sola e lontana,
tra queste cose della terra,
come sul ciglio della notte estrema
la stella diana.
Non ha sapore di sangue, di sale,
di male, di donna.
Nel ovale del viso
ogni linea par ferma
per sempre.
La bianca bocca è sigillata, senza
sorriso; agli occhi vuoti
affiora una compatta luce azzurra
d’acque profonde.
Una deserta pace
l’avvolge e chiude: intorno
nitida è l’aria come specchio;
non crolla ramo, non trema foglia,
non trema voglia o paura di carne;
anche la dolorosa
speranza tace.
Cosa inumana è questa
grande fanciulla. Pare
il termine posato da un Dio
tra la memoria della vita e il sogno
e l’infinito oblio.
tra queste cose della terra,
come sul ciglio della notte estrema
la stella diana.
Non ha sapore di sangue, di sale,
di male, di donna.
Nel ovale del viso
ogni linea par ferma
per sempre.
La bianca bocca è sigillata, senza
sorriso; agli occhi vuoti
affiora una compatta luce azzurra
d’acque profonde.
Una deserta pace
l’avvolge e chiude: intorno
nitida è l’aria come specchio;
non crolla ramo, non trema foglia,
non trema voglia o paura di carne;
anche la dolorosa
speranza tace.
Cosa inumana è questa
grande fanciulla. Pare
il termine posato da un Dio
tra la memoria della vita e il sogno
e l’infinito oblio.
Dino Campana
Donna genovese
Tu mi portasti un po’ d’alga marina
Nei tuoi capelli, ed un odor di vento,
Che è corso di lontano e giunge grave
D’ardore, era nel tuo corpo bronzino:
– Oh la divina
Semplicità delle tue forme snelle –
Non amore non spasimo, un fantasma,
Un’ombra della necessità che vaga
Serena e ineluttabile per l’anima
E la discioglie in gioia, in incanto serena
Perché per l’infinito lo scirocco
Se la possa portare.
Come è piccolo il mondo e leggero nelle tue mani!
Nei tuoi capelli, ed un odor di vento,
Che è corso di lontano e giunge grave
D’ardore, era nel tuo corpo bronzino:
– Oh la divina
Semplicità delle tue forme snelle –
Non amore non spasimo, un fantasma,
Un’ombra della necessità che vaga
Serena e ineluttabile per l’anima
E la discioglie in gioia, in incanto serena
Perché per l’infinito lo scirocco
Se la possa portare.
Come è piccolo il mondo e leggero nelle tue mani!
Franco Fortini
Agli dèi della mattinata
Il vento scuote allori e pini. Ai vetri, giù acqua.
Tra fumi e luci la costa la vedi a tratti, poi nulla.
La mattinata si affina nella stanza tranquilla.
Un filo di musica rock, le matite, le carte.
Sono felice della pioggia. O dèi inesistenti,
proteggete l’idillio, vi prego. E che altro potete,
o dèi dell’autunno indulgenti dormenti,
meste di frasche le tempie? Come maestosi quei vostri
luminosi cumuli! Quante ansiose formiche nell’ombra!
Tra fumi e luci la costa la vedi a tratti, poi nulla.
La mattinata si affina nella stanza tranquilla.
Un filo di musica rock, le matite, le carte.
Sono felice della pioggia. O dèi inesistenti,
proteggete l’idillio, vi prego. E che altro potete,
o dèi dell’autunno indulgenti dormenti,
meste di frasche le tempie? Come maestosi quei vostri
luminosi cumuli! Quante ansiose formiche nell’ombra!
Gabriele D'Annunzio
La sera
Rimanete, vi prego, rimanete
qui. Non vi alzate! Avete voi bisogno
di luce? No. Fate che questo sogno
duri ancora. Vi prego: rimanete!
Ci ferirebbe forse, come un dardo,
la luce. Troppo lungo è stato il giorno:
oh, troppo! Ed io già penso al suo ritorno
con orrore. La luce è come un dardo.
Anche voi non l’amate; è vero? Gli occhi
vostri, nel giorno, sono stanchi. Pare
quasi che non possiate sollevare
le pàlpebre, su quei dolorosi occhi;
e nulla, veramente, nulla è più
triste de l’ombra che le ciglia immote
fanno talvolta a sommo de le gote
quando la bocca non sorride più.
II.
Ma chi vide più larghi e più profondi
occhi dei vostri, se incominci il sole
a morire? Quale anima si duole
fascinata da abissi più profondi?
Io non conosco, veramente, cosa
che somigli a quel lento dilatarsi
ne la sera: — non gli astri in alto apparsi,
non i fiori. Non so nessuna cosa.
E quale cosa eguaglia ne la vita
del mio spirito l’estasi e il terrore
che m’invadono? Il mio corpo non muore,
e pur sembra ch’io viva oltre la vita!
Sembra che in ciel l’innaturale forma
con la sera divina si congiunga,
poi che l’immensa ombra del ciel prolunga
i tuoi capelli in una sola forma,
in una sola onda, in un sol fiume
misterioso che con un suo largo
giro m’avvolge e trae nel suo letargo
dando l’oblìo come l’antico fiume.
qui. Non vi alzate! Avete voi bisogno
di luce? No. Fate che questo sogno
duri ancora. Vi prego: rimanete!
Ci ferirebbe forse, come un dardo,
la luce. Troppo lungo è stato il giorno:
oh, troppo! Ed io già penso al suo ritorno
con orrore. La luce è come un dardo.
Anche voi non l’amate; è vero? Gli occhi
vostri, nel giorno, sono stanchi. Pare
quasi che non possiate sollevare
le pàlpebre, su quei dolorosi occhi;
e nulla, veramente, nulla è più
triste de l’ombra che le ciglia immote
fanno talvolta a sommo de le gote
quando la bocca non sorride più.
II.
Ma chi vide più larghi e più profondi
occhi dei vostri, se incominci il sole
a morire? Quale anima si duole
fascinata da abissi più profondi?
Io non conosco, veramente, cosa
che somigli a quel lento dilatarsi
ne la sera: — non gli astri in alto apparsi,
non i fiori. Non so nessuna cosa.
E quale cosa eguaglia ne la vita
del mio spirito l’estasi e il terrore
che m’invadono? Il mio corpo non muore,
e pur sembra ch’io viva oltre la vita!
Sembra che in ciel l’innaturale forma
con la sera divina si congiunga,
poi che l’immensa ombra del ciel prolunga
i tuoi capelli in una sola forma,
in una sola onda, in un sol fiume
misterioso che con un suo largo
giro m’avvolge e trae nel suo letargo
dando l’oblìo come l’antico fiume.
Giacomo Leopardi
L’infinito
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
ro
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le motti stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio;
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
ro
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le motti stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio;
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
Giovanni Pascoli
E’ lento il fiume, il naviglio è veloce
E’ lento il fiume, il naviglio è veloce.
La riva è pura come una ghirlanda.
Tu ridi tuttavia co’ raggi in bocca,
come l’Estate a me, come l’Estate!
Sopra di noi sono le vele bianche,
sopra di noi le vele immacolate.
Il vento che le tocca
tocca anche le tue pàlpebre un po’ stanche,
tocca anche le tue vene delicate;
e un divino sopor ti persuade,
fresco ne’ cigli tuoi come rugiade
in erbe all’albeggiare.
S’inazzurra il tuo sangue come il mare.
L’anima tua di pace s’inghirlanda.
L’Arno porta il silenzio alla sua foce
come l’Estate porta l’oro in bocca.
Stormi d’augelli varcano la foce
poi tutte l’ali bagnano nel mare!
Ogni passato mal nell’oblio cade.
S’estingue ogni desio vano e feroce.
Quel che ieri mi nocque, or non mi nuoce;
quello che mi toccò, più non mi tocca.
La riva è pura come una ghirlanda.
Tu ridi tuttavia co’ raggi in bocca,
come l’Estate a me, come l’Estate!
Sopra di noi sono le vele bianche,
sopra di noi le vele immacolate.
Il vento che le tocca
tocca anche le tue pàlpebre un po’ stanche,
tocca anche le tue vene delicate;
e un divino sopor ti persuade,
fresco ne’ cigli tuoi come rugiade
in erbe all’albeggiare.
S’inazzurra il tuo sangue come il mare.
L’anima tua di pace s’inghirlanda.
L’Arno porta il silenzio alla sua foce
come l’Estate porta l’oro in bocca.
Stormi d’augelli varcano la foce
poi tutte l’ali bagnano nel mare!
Ogni passato mal nell’oblio cade.
S’estingue ogni desio vano e feroce.
Quel che ieri mi nocque, or non mi nuoce;
quello che mi toccò, più non mi tocca.
Giovanni Pascoli
E’ paga nel mio cuore ogni dimanda
E’ paga nel mio cuore ogni dimanda,
come l’acqua tra l’una e l’altra voce.
Così discendo al mare;
così veleggio. E per la dolce landa
quinci è un cantare e quindi altro cantare.
Le lodolette cantan su le pratora
di San Rossore
e le cicale cantano su i platani
d’Arno a tenzone.
come l’acqua tra l’una e l’altra voce.
Così discendo al mare;
così veleggio. E per la dolce landa
quinci è un cantare e quindi altro cantare.
Le lodolette cantan su le pratora
di San Rossore
e le cicale cantano su i platani
d’Arno a tenzone.
Giovanni Pascoli
La mia sera
Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c’è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!
Si devono aprire? le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza!° monotono un rivo.!
di tutto quel cupo*? tumulto,
di tutta quell’aspra bufera,
non resta che un dolce singulto*ì
nell’umida sera.
E, quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d’oro.
O stanco dolore," riposa!
La nube? nel giorno più rosa
nell’ultima sera.
Che voli"ì di rondini intorno!
che gridi nell’aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi?!
nel giorno non l’ebbero intera.
Né io ... e che voli, che gridi,
mia limpida sera!
Don ... Don ... E mi dicono, Dormi!
Mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
Là, voci di tenebra azzurra ...
Mi sembrano canti di culla,°%
che fanno ch’io torni comrera ...
Sentivo mia madre...poi nulla ...
sul far della sera.
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c’è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!
Si devono aprire? le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza!° monotono un rivo.!
di tutto quel cupo*? tumulto,
di tutta quell’aspra bufera,
non resta che un dolce singulto*ì
nell’umida sera.
E, quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d’oro.
O stanco dolore," riposa!
La nube? nel giorno più rosa
nell’ultima sera.
Che voli"ì di rondini intorno!
che gridi nell’aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi?!
nel giorno non l’ebbero intera.
Né io ... e che voli, che gridi,
mia limpida sera!
Don ... Don ... E mi dicono, Dormi!
Mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
Là, voci di tenebra azzurra ...
Mi sembrano canti di culla,°%
che fanno ch’io torni comrera ...
Sentivo mia madre...poi nulla ...
sul far della sera.
Giovanni Pascoli
La sera
Icnupa de’ molli suoi veli
la sera prevale nei cieli
perlati. Di stelle non una
pur anco, nè bianco di luna.
Silenzio. Ma vivo ma intento.
A pena i bisbigli del vento
o forse nel sonno profondo
il fiato pacato del mondo.
O anima nostra sospesa
ne l’alto in ascolto o in attesa
quest’ora che pende più sola
e
ti dica l’amica parola.
Poi come s’accendono a mille
a mille le eterne faville,
tu, come l’Amore conduce,
t’effondi per mondi di luce.
la sera prevale nei cieli
perlati. Di stelle non una
pur anco, nè bianco di luna.
Silenzio. Ma vivo ma intento.
A pena i bisbigli del vento
o forse nel sonno profondo
il fiato pacato del mondo.
O anima nostra sospesa
ne l’alto in ascolto o in attesa
quest’ora che pende più sola
e
ti dica l’amica parola.
Poi come s’accendono a mille
a mille le eterne faville,
tu, come l’Amore conduce,
t’effondi per mondi di luce.
Giovanni Pascoli
Sonetto
Uomo, ascoltami. io so quale ti morde
cura seguace dentro il cuor ferito.
So come corpo e anima contrito
hannoti i nodi di tue stesse corde.
Fuor da la cerchia de le cose sorde
vuoi tu lo scampo? Mira ove ti addito:
mira che tutto il cielo è un infinito
riso di stelle, un palpito concorde.
E per la chiara immensità si spande
l’universa armonia; veglia l’eterno
Tutto, che in te puoi rispecchiar più grande.
Che stai? Penetra in quella viva pace.
Poi guarda giù dal vertice superno
l’uman breve dolor come si sface.
cura seguace dentro il cuor ferito.
So come corpo e anima contrito
hannoti i nodi di tue stesse corde.
Fuor da la cerchia de le cose sorde
vuoi tu lo scampo? Mira ove ti addito:
mira che tutto il cielo è un infinito
riso di stelle, un palpito concorde.
E per la chiara immensità si spande
l’universa armonia; veglia l’eterno
Tutto, che in te puoi rispecchiar più grande.
Che stai? Penetra in quella viva pace.
Poi guarda giù dal vertice superno
l’uman breve dolor come si sface.
Giovanni Raboni
Si va nell’ombra
Si va nell’ombra o è l’ombra che ci viene
incontro, annunciata, inattesa, e inghiotte
quello che siamo? Chi può dirlo. Notte
senza notte; non il dopo, ma scene
d’un dopo... E adesso che disimpigliandosi
dai rovi del sonno gradatamente
l’incubo svanisce vedo che niente
è poi così atroce, che è come quando
scivoli sopra l’acqua nell’incanto
del sole e di colpo una tetra e viscida
tenebra t’avvolge e il freddo t’infradicia
fin dentro le ossa ma se soltanto
trovi il coraggio di guardare in alto
sai che sei sotto il ponte di Rialto.
incontro, annunciata, inattesa, e inghiotte
quello che siamo? Chi può dirlo. Notte
senza notte; non il dopo, ma scene
d’un dopo... E adesso che disimpigliandosi
dai rovi del sonno gradatamente
l’incubo svanisce vedo che niente
è poi così atroce, che è come quando
scivoli sopra l’acqua nell’incanto
del sole e di colpo una tetra e viscida
tenebra t’avvolge e il freddo t’infradicia
fin dentro le ossa ma se soltanto
trovi il coraggio di guardare in alto
sai che sei sotto il ponte di Rialto.
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