Poesie di questo tema
Relazioni e famiglia
Agnolo Firenzuola
Mentre che ’l mio desir
Mentre che ’l mio desir con gli occhi appago,
e la candida man miro, e le schiette
dita, e ’l sottil refe, e ’l forbit’ago,
e ’l vario e bel trapunto, che madonna
l’altra notte scolpia ’n candida tela;
e d’un freddo timor tutto ripieno,
così furtivamente,
per gli occhi il core, e ’l cor guida la mente
alla contemplazion del più bel seno,
de la più bianca gola, ch’unque a gli occhi
si presentasse de la antiqua gente;
io vidi (vidil’io, o pur mi parse
vederlo? o non lo vidi? il vidi pure),
vidi nel bianco petto
muoversi non so che: io lo so pure;
anzi nol so: così non lo sapessi!
Anzi il sapessi, anzi pur lo toccassi
con queste rozze mani!
Io vidi, e vidil con mio gran diletto,
muover due fresche e candide mammelle,
anzi duo dolci colli
di viva neve, anzi due vaghe stelle.
anzi duo raggi d’un più chiaro sole.
E chi le mie parole
non crede, spii da la Notte, ch’allora,
volse fuggire, e risvegliar l’Aurora.
Da la lucerna il senta,
che restò quasi spenta,
mentre madonna, per più chiara farla
con l’ago la pungea con ch’ella cuce.
Che se non avenia,
che con la man la pose a caso sopra
al petto la bell’opra,
ond’ella venne per questo a scoprire
le candide mammelle;
la notte si fuggiva,
e ’l bel giorno appariva.
Porta madonna adunque
nel bel sen, tra le candide mammelle,
la neve, il giorno, il sol, la luce e ’l fuoco,
e le più chiare stelle;
le quai là come quelle
che d’alto scorgon ciò ch’è qui fra noi,
hanno avuto a dir poi
che la Beltà nel ciel non l’ha sì belle.
e la candida man miro, e le schiette
dita, e ’l sottil refe, e ’l forbit’ago,
e ’l vario e bel trapunto, che madonna
l’altra notte scolpia ’n candida tela;
e d’un freddo timor tutto ripieno,
così furtivamente,
per gli occhi il core, e ’l cor guida la mente
alla contemplazion del più bel seno,
de la più bianca gola, ch’unque a gli occhi
si presentasse de la antiqua gente;
io vidi (vidil’io, o pur mi parse
vederlo? o non lo vidi? il vidi pure),
vidi nel bianco petto
muoversi non so che: io lo so pure;
anzi nol so: così non lo sapessi!
Anzi il sapessi, anzi pur lo toccassi
con queste rozze mani!
Io vidi, e vidil con mio gran diletto,
muover due fresche e candide mammelle,
anzi duo dolci colli
di viva neve, anzi due vaghe stelle.
anzi duo raggi d’un più chiaro sole.
E chi le mie parole
non crede, spii da la Notte, ch’allora,
volse fuggire, e risvegliar l’Aurora.
Da la lucerna il senta,
che restò quasi spenta,
mentre madonna, per più chiara farla
con l’ago la pungea con ch’ella cuce.
Che se non avenia,
che con la man la pose a caso sopra
al petto la bell’opra,
ond’ella venne per questo a scoprire
le candide mammelle;
la notte si fuggiva,
e ’l bel giorno appariva.
Porta madonna adunque
nel bel sen, tra le candide mammelle,
la neve, il giorno, il sol, la luce e ’l fuoco,
e le più chiare stelle;
le quai là come quelle
che d’alto scorgon ciò ch’è qui fra noi,
hanno avuto a dir poi
che la Beltà nel ciel non l’ha sì belle.
Agnolo Poliziano
Ben venga maggio
Ben venga maggio
e ’l gonfalon selvaggio.
Ben venga primavera
che vuol l’uom s’innamori.
E voi, donzelle, a schiera
con li vostri amadori,
che di rose e di fiori
vi fate belle il maggio,
venite alla frescura
delli verdi arbuscelli.
Ogni bella è sicura
fra tanti damigelli;
chè le fiere e gli uccelli
ardon d’amore il maggio.
Chi è giovane e bella
deh non sie punto acerba,
chè non si rinnovella
l’età, come fa l’erba:
nessuna stia superba
all’amadore il maggio.
Ciascuna balli e canti
di questa schiera nostra.
Ecco che i dolci amanti
van per voi, belle, in giostra:
qual dura a lor si mostra
farà sfiorire il maggio.
Per prender le donzelle
si son gli amanti armati.
Arrendetevi, belle,
ai vostri innamorati;
rendete i cuor furati,
non fate guerra il maggio.
Chi Îl’altrui core invola
ad altrui doni il core.
Ma chi è quel che vola?
e ’l gonfalon selvaggio.
Ben venga primavera
che vuol l’uom s’innamori.
E voi, donzelle, a schiera
con li vostri amadori,
che di rose e di fiori
vi fate belle il maggio,
venite alla frescura
delli verdi arbuscelli.
Ogni bella è sicura
fra tanti damigelli;
chè le fiere e gli uccelli
ardon d’amore il maggio.
Chi è giovane e bella
deh non sie punto acerba,
chè non si rinnovella
l’età, come fa l’erba:
nessuna stia superba
all’amadore il maggio.
Ciascuna balli e canti
di questa schiera nostra.
Ecco che i dolci amanti
van per voi, belle, in giostra:
qual dura a lor si mostra
farà sfiorire il maggio.
Per prender le donzelle
si son gli amanti armati.
Arrendetevi, belle,
ai vostri innamorati;
rendete i cuor furati,
non fate guerra il maggio.
Chi Îl’altrui core invola
ad altrui doni il core.
Ma chi è quel che vola?
Agnolo Poliziano
E’ l’angiolo d’amore
E’ l’angiolo d’amore,
che viene a fare onore
con voi, donzelle, al maggio.
Amor ne vien ridendo
con rose e gigli in testa,
e vien di voi caendo.
Fategli, o belle, festa.
Qual sarà la più presta
a dargli i fior del maggio?
Ben venga il peregrino.
Amor che ne comandi?
Che al suo amante il crino
ogni bella ingrillandi;
chè le zitelle e i grandi
s’innamoran di maggio.
che viene a fare onore
con voi, donzelle, al maggio.
Amor ne vien ridendo
con rose e gigli in testa,
e vien di voi caendo.
Fategli, o belle, festa.
Qual sarà la più presta
a dargli i fior del maggio?
Ben venga il peregrino.
Amor che ne comandi?
Che al suo amante il crino
ogni bella ingrillandi;
chè le zitelle e i grandi
s’innamoran di maggio.
Agnolo Poliziano
Il canto d’aristeo
Udite, selve, mie dolci parole,
poichè la bella ninfa udir non vuole.
La bella ninfa sorda al mio lamento
il suon di nostra fistola non cura:
di ciò si lagna il mio cornuto armento,
nè vuol bagnare il ceffo in acqua pura
nè vuol toccar la tenera verdura;
tanto del suo pastor gl’incresce e dole.
Udite, selve, mie dolci parole.
Ben si cura l’armento del pastore:
la ninfa non si cura dello amante,
la bella ninfa c’ha di sasso il core:
di sasso? anzi di ferro, anzi adamante.
Ella fugge da me sempre d’avante,
come l’agnella il lupo fuggir suole.
Udite, selve, mie dolci parole.
Digli, fistola mia, come via fugge
con gli anni insieme sua bellezza isnella;
e digli come il tempo ci distrugge,
nè l’età persa mai si rinnovella:
digli che sappi usar sua forma bella,
che sempre mai non son rose e viole.
Udite, selve, mie dolci parole.
Portate, venti, questi dolci versi
dentro all’orecchie della ninfa mia:
dite quante per lei lagrime versi,
e la pregate che crudel non sia:
dite che la mia vita fugge via
e si consuma come brina al sole.
Ufdite, selve, mie dolci parole.
poichè la bella ninfa udir non vuole.
La bella ninfa sorda al mio lamento
il suon di nostra fistola non cura:
di ciò si lagna il mio cornuto armento,
nè vuol bagnare il ceffo in acqua pura
nè vuol toccar la tenera verdura;
tanto del suo pastor gl’incresce e dole.
Udite, selve, mie dolci parole.
Ben si cura l’armento del pastore:
la ninfa non si cura dello amante,
la bella ninfa c’ha di sasso il core:
di sasso? anzi di ferro, anzi adamante.
Ella fugge da me sempre d’avante,
come l’agnella il lupo fuggir suole.
Udite, selve, mie dolci parole.
Digli, fistola mia, come via fugge
con gli anni insieme sua bellezza isnella;
e digli come il tempo ci distrugge,
nè l’età persa mai si rinnovella:
digli che sappi usar sua forma bella,
che sempre mai non son rose e viole.
Udite, selve, mie dolci parole.
Portate, venti, questi dolci versi
dentro all’orecchie della ninfa mia:
dite quante per lei lagrime versi,
e la pregate che crudel non sia:
dite che la mia vita fugge via
e si consuma come brina al sole.
Ufdite, selve, mie dolci parole.
Agnolo Poliziano
L’ardito Iulio al giorno ancora acerbo
L’ardito Iulio al giorno ancora acerbo
allor ch’al tufo torna la civetta,
fatto frenare il corridor superbo,
verso la selva con sua gente eletta
prese il cammino (e sotto buon riserbo
seguia de’ fedel can la schiera stretta);
di ciò che fa mestieri a caccia adotni,
ma pur seguendo sua vana speranza
pervenne in un fiorito e verde prato.
Ivi sotto un vel candido gli apparve
lieta una ninfa; e via la fera sparve.
La fera sparve via dalle sue ciglia;
ma il giovan della fera omai non cura,
anzi ristringe al corridor la briglia,
e lo raffrena sopra a la verdura.
Ivi tutto ripien di maraviglia
pur della ninfa mira la figura;
pargli che dal bel viso e da’ begli occhi
una nuova dolcezza al cor gli fiocchi.
e
e
XLIII
Candida è ella e candida la vesta,
ma pur di rose e fior dipinta e d’erba:
lo inanellato crin dell’aurea testa
scende in la fronte umilmente superba.
Ridegli attorno tutta la foresta,
e quanto può sue cure disacerba.
Nell’atto regalmente è mansueta
e pur col ciglio le tempeste acqueta.
XLIV
Folgoran gli occhi d’un dolce sereno
ove sue face tien Cupido ascose;
l’aer d’intorno si fa tutto ameno
ovunque gira le luci amorose.
Di celeste letizia il volto ha pieno,
dolce dipinto di ligustri e rose
ogni aura tace al suo parlar divino
e canta ogni augelletto in suo latino.
XLVII
Ella era assisa sopra la verdura,
allegra e ghirlandetta avea contesta;
di quanti fior creasse mai Natura,
di tanti era dipinta la sua vesta.
E come in prima al giovan pose cura
alquanto paurosa alzò la Vesta:
poi colla bianca man ripreso il lembo,
levossi in piè con di fior pieno un grembo.
e
LY
Poi con occhi più lieti e più ridenti,
tal che ’l ciel tutto asserenò d’intorno,
mosse sopra l’erbetta i passi lenti
con atto d’amorosa grazia adorno.
Feciono i boschi allor dolci lamenti,
e gli augelletti a pianger cominciarno;
ma l’erba verde sotto i dolci passi
bianca, gialla, vermiglia, azzurra fassi.
allor ch’al tufo torna la civetta,
fatto frenare il corridor superbo,
verso la selva con sua gente eletta
prese il cammino (e sotto buon riserbo
seguia de’ fedel can la schiera stretta);
di ciò che fa mestieri a caccia adotni,
ma pur seguendo sua vana speranza
pervenne in un fiorito e verde prato.
Ivi sotto un vel candido gli apparve
lieta una ninfa; e via la fera sparve.
La fera sparve via dalle sue ciglia;
ma il giovan della fera omai non cura,
anzi ristringe al corridor la briglia,
e lo raffrena sopra a la verdura.
Ivi tutto ripien di maraviglia
pur della ninfa mira la figura;
pargli che dal bel viso e da’ begli occhi
una nuova dolcezza al cor gli fiocchi.
e
e
XLIII
Candida è ella e candida la vesta,
ma pur di rose e fior dipinta e d’erba:
lo inanellato crin dell’aurea testa
scende in la fronte umilmente superba.
Ridegli attorno tutta la foresta,
e quanto può sue cure disacerba.
Nell’atto regalmente è mansueta
e pur col ciglio le tempeste acqueta.
XLIV
Folgoran gli occhi d’un dolce sereno
ove sue face tien Cupido ascose;
l’aer d’intorno si fa tutto ameno
ovunque gira le luci amorose.
Di celeste letizia il volto ha pieno,
dolce dipinto di ligustri e rose
ogni aura tace al suo parlar divino
e canta ogni augelletto in suo latino.
XLVII
Ella era assisa sopra la verdura,
allegra e ghirlandetta avea contesta;
di quanti fior creasse mai Natura,
di tanti era dipinta la sua vesta.
E come in prima al giovan pose cura
alquanto paurosa alzò la Vesta:
poi colla bianca man ripreso il lembo,
levossi in piè con di fior pieno un grembo.
e
LY
Poi con occhi più lieti e più ridenti,
tal che ’l ciel tutto asserenò d’intorno,
mosse sopra l’erbetta i passi lenti
con atto d’amorosa grazia adorno.
Feciono i boschi allor dolci lamenti,
e gli augelletti a pianger cominciarno;
ma l’erba verde sotto i dolci passi
bianca, gialla, vermiglia, azzurra fassi.
Agnolo Poliziano
To mi trovai, fanciulle
To mi trovai, fanciulle, un bel mattino
di mezzo maggio in un verde giardino.
Eran d’intorno violette e gigli
fra l’erba verde, e vaghi fior novelli
azzurri gialli candidi e vermigli:
ond’io porsi la mano a còr di quelli
per adornare i miei biondi capelli
e cinger di grillanda il vago crino.
To mi trovai, fanciulle. . . .
Ma poi chio ebbi pien di fiori un lembo,
vidi le rose e non pur d’un colore:
io corsi allor per empier tutto il grembo,
perché’era sì soave il loro odore
chè tutto mi sentii destare il core
di dolce voglia e d’un piacer divino.
To mi trovai, fanciulle. . . .
I6 posi mente: quelle rose allora
mai non vi potrei dir quant’eran belle;
quale scoppiava dalla boccia ancora;
qual’erano un po’ passe e qual novelle.
Amor mi disse allor: “ Va’, cò di quelle
che più vedi fiorite in sullo spino.”
To mi trovai, fanciulle. . . .
Quando la rosa ogni sua foglia spande,
quando è più bella, quando è più gradita;
allora è buona a mettere in ghirlande,
prima che sua bellezza sia fuggita;
sicchè, fanciulle, mentre è più fiorita,
cogliam la bella rosa del giardino.
Alberto Cappi
A Raffaella
assegno la vita ai tuoi piedi
non calpestare i segni del mio rito
tu che additi il dare quotidiano
10 che coltivo un solitario mito
di colpe d’occasioni un dolce fare
nel disegno del silenzio un marmorare
non calpestare i segni del mio rito
tu che additi il dare quotidiano
10 che coltivo un solitario mito
di colpe d’occasioni un dolce fare
nel disegno del silenzio un marmorare
Alberto Cappi
Primo canto della neve
quando venne la neve
la neve portò bianchi glicini
e dolci tortore di farina
quando venne la brina
anima candida luce di luna
quando candì il giorno intorno
e l’oro si fece solo sole
quando la notte si annodò
e nodo e nido furono uno
quando il violino suonò le note
della terra bruna e del mare
quando ritmando e poetando
siamo tornati ad amare
la neve portò bianchi glicini
e dolci tortore di farina
quando venne la brina
anima candida luce di luna
quando candì il giorno intorno
e l’oro si fece solo sole
quando la notte si annodò
e nodo e nido furono uno
quando il violino suonò le note
della terra bruna e del mare
quando ritmando e poetando
siamo tornati ad amare
Albino Pierro
I ‘nnammurète
Si guardàine citte
e senza fiète
i ‘nnammurète.
Avìne ll’occhie ferme
e brillante,
ma u tempe ca passàite vacante
ci ammunzillàite u scure
e i trimuìzze d’u chiante.
E tècchete, na vota, come ll’erva
ca tròvese ‘ncastrète nda nu mure,
nascìvite ‘a paróua,
po’ n’ata, po’ cchiù assèi:
schitte ca tutt’i vote
assimigghiàite ‘a voce
a na cosa sunnèta
ca le sintìse ‘a notte e ca po’ tòrnete
cchiù dèbbua nd’ ‘a iurnèta.
Sempe ca si lassàine
parìne come ll’ombre
ca ièssene allunghète nd’ i mascìe;
si sintìne nu frusce, appizzutàine
‘a ‘ricchia e si virìne;
e si ‘ampiàite ‘a ‘ùcia si truvàine
faccia a faccia nd’u russe d’i matine.
Nu iurne
– nun vi sapéra dice si nd’u munne
facì’ fridde o chiuvìte –
‘ssìvite nda na botta
‘a ‘ùcia di menziurne.
Senza ca le sapìne
i ‘nnammurète si tinìne ‘a mène
e aunìte ci natàine nd’ ‘a rise
ca spànnene i campène d’u paìse.
Nun c’èrene cchiù i scannìje;
si sintìne cchiù llègge di nu sante,
facìne i sonne d’i vacantìje
cucchète supre ll’erva e ca le vìrene
u cée e na paùmma
ca ci pàssete ‘nnante.
Avìne arrivète a lu punte iuste:
mo si putìna stringe
si putìna vasé
si putìna ‘ntriccè come nd’u foche
i vampe e com’i pacce
putìna chiange rire e suspirè;
ma nun fècere nènte:
stavìne appapagghiète com’ ‘a nive
rusèta d’i muntagne
quanne càlete u sóue e a tutt’i cose
ni scìppete nu lagne.
Chi le sàpete.
Certe si ‘mpauràine
di si scriè tuccànnese cc’u fiète;
i’èrene une cchi ll’ate
‘a mbulla di sapone culurète;
e mbàreche le sapìne
ca dopp’u foche ièssene i lavìne
d’ ‘a cìnnere e ca i pacce
si grìrene tropp assèi
lle ‘nghiùrene cchi ssèmpe addù nisciune
ci trasèrete mèi.
Mo nun le sacce addù su’,
si su’ vive o su’ morte,
i ‘nnammurète;
nun sacce si camìnene aunìte
o si u diàue ll’è voste separète.
Nun mbogghia Die
ca si fècere zang ‘nmenz’ ‘a vie.
e senza fiète
i ‘nnammurète.
Avìne ll’occhie ferme
e brillante,
ma u tempe ca passàite vacante
ci ammunzillàite u scure
e i trimuìzze d’u chiante.
E tècchete, na vota, come ll’erva
ca tròvese ‘ncastrète nda nu mure,
nascìvite ‘a paróua,
po’ n’ata, po’ cchiù assèi:
schitte ca tutt’i vote
assimigghiàite ‘a voce
a na cosa sunnèta
ca le sintìse ‘a notte e ca po’ tòrnete
cchiù dèbbua nd’ ‘a iurnèta.
Sempe ca si lassàine
parìne come ll’ombre
ca ièssene allunghète nd’ i mascìe;
si sintìne nu frusce, appizzutàine
‘a ‘ricchia e si virìne;
e si ‘ampiàite ‘a ‘ùcia si truvàine
faccia a faccia nd’u russe d’i matine.
Nu iurne
– nun vi sapéra dice si nd’u munne
facì’ fridde o chiuvìte –
‘ssìvite nda na botta
‘a ‘ùcia di menziurne.
Senza ca le sapìne
i ‘nnammurète si tinìne ‘a mène
e aunìte ci natàine nd’ ‘a rise
ca spànnene i campène d’u paìse.
Nun c’èrene cchiù i scannìje;
si sintìne cchiù llègge di nu sante,
facìne i sonne d’i vacantìje
cucchète supre ll’erva e ca le vìrene
u cée e na paùmma
ca ci pàssete ‘nnante.
Avìne arrivète a lu punte iuste:
mo si putìna stringe
si putìna vasé
si putìna ‘ntriccè come nd’u foche
i vampe e com’i pacce
putìna chiange rire e suspirè;
ma nun fècere nènte:
stavìne appapagghiète com’ ‘a nive
rusèta d’i muntagne
quanne càlete u sóue e a tutt’i cose
ni scìppete nu lagne.
Chi le sàpete.
Certe si ‘mpauràine
di si scriè tuccànnese cc’u fiète;
i’èrene une cchi ll’ate
‘a mbulla di sapone culurète;
e mbàreche le sapìne
ca dopp’u foche ièssene i lavìne
d’ ‘a cìnnere e ca i pacce
si grìrene tropp assèi
lle ‘nghiùrene cchi ssèmpe addù nisciune
ci trasèrete mèi.
Mo nun le sacce addù su’,
si su’ vive o su’ morte,
i ‘nnammurète;
nun sacce si camìnene aunìte
o si u diàue ll’è voste separète.
Nun mbogghia Die
ca si fècere zang ‘nmenz’ ‘a vie.
Albino Pierro
Mbàreche mi vó’
Mbàreche mi vó’,
e già mi sònnese, ‘a notte.
Ié pure,
accumminze a trimè nd’ ‘a site,
e mi mpàure.
Mi iunnére dasupr’a tti,
e tutte quante t’i suchére, u sagne,
nda na vìppeta schitte e senza fiète,
com’a chi mbrièche ci s’ammùssete
a na vutte iacchète
e uèreta natè nd’u vine russe,
cchi ci murì.
e già mi sònnese, ‘a notte.
Ié pure,
accumminze a trimè nd’ ‘a site,
e mi mpàure.
Mi iunnére dasupr’a tti,
e tutte quante t’i suchére, u sagne,
nda na vìppeta schitte e senza fiète,
com’a chi mbrièche ci s’ammùssete
a na vutte iacchète
e uèreta natè nd’u vine russe,
cchi ci murì.
Albino Pierro
U vese di menziurne
Steve aspittanne a menziurne,
e tu le sàpese eccó.
«Ci mànchene dui minute»
accussì mi dìcete u rilogge
ca mbàreche pure tu
suspiranne mó guàrdese nd’ ‘a logge.
U vì’ u vì’ ca scàttete, u vì’,
nda fische di sirene e nda campene
u grire di menziurne,
e nda quillu stesse mumente
u nivre ca tinìme nnante ll’occhie
si squàgghiete nd’u vese ca si mannème.
Pó si spirdéme nd’u cée
c’avvampichìte cuntente:
passàvite ‘a rise di nu sante,
o fùete u vente?
e tu le sàpese eccó.
«Ci mànchene dui minute»
accussì mi dìcete u rilogge
ca mbàreche pure tu
suspiranne mó guàrdese nd’ ‘a logge.
U vì’ u vì’ ca scàttete, u vì’,
nda fische di sirene e nda campene
u grire di menziurne,
e nda quillu stesse mumente
u nivre ca tinìme nnante ll’occhie
si squàgghiete nd’u vese ca si mannème.
Pó si spirdéme nd’u cée
c’avvampichìte cuntente:
passàvite ‘a rise di nu sante,
o fùete u vente?
Alda Merini
Era, Titano
Era, Titano,
simile al giorno e alla notte
e alle domande inutili
del nostro destino.
Aveva paura di tutto,
del fuoco, del ferro e delle misure
di avena.
Era, Titano,
un lido asciutto e un mosto
facile da pigiare,
facile da lasciare,
ma soprattutto era una calda vena
di menzogna.
Ti potevi trovare poeta
soltanto tra le sue donne
e io ero ruvida come il suo dire,
dolcissima al mio pensiero,
ruvida di panni e chimere.
Ma il negriero ossuto della vecchia capanna
e la schiavitù di luoghi lontani
mi avevano circondata di acqua
sorda come paura.
simile al giorno e alla notte
e alle domande inutili
del nostro destino.
Aveva paura di tutto,
del fuoco, del ferro e delle misure
di avena.
Era, Titano,
un lido asciutto e un mosto
facile da pigiare,
facile da lasciare,
ma soprattutto era una calda vena
di menzogna.
Ti potevi trovare poeta
soltanto tra le sue donne
e io ero ruvida come il suo dire,
dolcissima al mio pensiero,
ruvida di panni e chimere.
Ma il negriero ossuto della vecchia capanna
e la schiavitù di luoghi lontani
mi avevano circondata di acqua
sorda come paura.
Alda Merini
Il grembiule
Mia madre invece aveva un vecchio grembiule
per la festa e per il lavoro,
a lui si consolava vivendo.
In quel grembiule noi trovammo ristoro
fu dato agli straccivendoli
dopo la morte, ma un barbone
riconoscendone la maternità
ne fece un molle cuscino
per le sue esequie vive.
Da BALLATE NON PAGATE
per la festa e per il lavoro,
a lui si consolava vivendo.
In quel grembiule noi trovammo ristoro
fu dato agli straccivendoli
dopo la morte, ma un barbone
riconoscendone la maternità
ne fece un molle cuscino
per le sue esequie vive.
Da BALLATE NON PAGATE
Alda Merini
Il pastrano
Un certo pastrano abitò lungo tempo in casa
era un pastrano di lana buona
un pettinato leggero
un pastrano di molte fatture
vissuto e rivoltato mille volte
era il disegno del nostro babbo
la sua sagoma ora assorta ora felice.
Appeso a un cappio o al portabiti
assumeva un’aria sconfitta:
traverso quell’antico pastrano
ho conosciuto i segreti di mio padre
vivendolo così, nell’ombra.
era un pastrano di lana buona
un pettinato leggero
un pastrano di molte fatture
vissuto e rivoltato mille volte
era il disegno del nostro babbo
la sua sagoma ora assorta ora felice.
Appeso a un cappio o al portabiti
assumeva un’aria sconfitta:
traverso quell’antico pastrano
ho conosciuto i segreti di mio padre
vivendolo così, nell’ombra.
Alda Merini
Invocazione
Perché lasciate vostra madre sola
ferma in un canto come una moneta da spendere
senza darle il buongiorno e metterle
un lume sulla parete
che guidi i suoi passi stanchi...
Perché non andare a vegliare
la sua solitudine di vecchia
che pensa che 1] suo letto è vuoto
da molti anni e le coperte scendono
su un pavimento ormai senza livore...
Perché non sfiorare i suoi pensieri di carne
da cui siete nati?
Perché in manicomio ho messo fonde radici
al fine di pensarvi.
ferma in un canto come una moneta da spendere
senza darle il buongiorno e metterle
un lume sulla parete
che guidi i suoi passi stanchi...
Perché non andare a vegliare
la sua solitudine di vecchia
che pensa che 1] suo letto è vuoto
da molti anni e le coperte scendono
su un pavimento ormai senza livore...
Perché non sfiorare i suoi pensieri di carne
da cui siete nati?
Perché in manicomio ho messo fonde radici
al fine di pensarvi.
Alda Merini
Mancava un palloncino
Mancava un palloncino nella mia vita
da appendere ai muri
da tenere come un gioco di carta
mancava un palloncino
che mi scoppiasse tra i denti
mancava l’onda di un vecchio mare perduto
mancava l’ombra, la sconclusione
il vile ricatto della vita.
Poi sei venuto tu che sei un amore
e mi hai lasciata sola.
da appendere ai muri
da tenere come un gioco di carta
mancava un palloncino
che mi scoppiasse tra i denti
mancava l’onda di un vecchio mare perduto
mancava l’ombra, la sconclusione
il vile ricatto della vita.
Poi sei venuto tu che sei un amore
e mi hai lasciata sola.
Alda Merini
Non mettetemi accanto
Non mettetemi accanto alle donne
che amano il loro pianto
più ancora dei loro figli
e che dei tradimenti maritali
hanno fatto un vessillo di guerra,
alle donne che accendono le pareti
degli altri
con i loro lunghi lamenti di affitto
tradendo tempo e sostanze.
Non mettetemi accanto a queste civette dolci
che usano le loro penne
per trascrivere annali di guerra
e che proteggono i forti
sol perché fan loro donazioni.
L’amore è uno spirito svelto
che se ne va via, tradisce
purtroppo i traditori.
che amano il loro pianto
più ancora dei loro figli
e che dei tradimenti maritali
hanno fatto un vessillo di guerra,
alle donne che accendono le pareti
degli altri
con i loro lunghi lamenti di affitto
tradendo tempo e sostanze.
Non mettetemi accanto a queste civette dolci
che usano le loro penne
per trascrivere annali di guerra
e che proteggono i forti
sol perché fan loro donazioni.
L’amore è uno spirito svelto
che se ne va via, tradisce
purtroppo i traditori.
Alda Merini
To ero un uccello
Io ero un uccello
dal bianco ventre gentile,
qualcuno mi ha tagliato la gola
per riderci sopra,
non so.
Io ero un albatro grande
e volteggiavo sui mari.
Qualcuno ha fermato il mio viaggio,
senza nessuna carità di suono.
Ma anche distesa per terra
io canto ora per te
le mie canzoni d’amore.
dal bianco ventre gentile,
qualcuno mi ha tagliato la gola
per riderci sopra,
non so.
Io ero un albatro grande
e volteggiavo sui mari.
Qualcuno ha fermato il mio viaggio,
senza nessuna carità di suono.
Ma anche distesa per terra
io canto ora per te
le mie canzoni d’amore.
Alda Merini
Tu che passi fischiando
Tu che passi fischiando
lungo i tuoi rivi di vita assente,
giovane adolescente gagliardo
che guardi l’erba e la falce
con divina sapienza, ascolta:
chinato sulla terra
è forse il fiore della tua rivolta,
la rosa che disfatta
geme l’apoteosi
della maturità di donna, e tu vedi
dissepolta tra i numi di zolle
e non osi toccarla che sarà,
dici a te stesso, infame.
Se forse a un certo gravido momento
questa rosa disfatta sulla terra
sorriderà al tuo piede che cammina,
adolescente, impara:
non sono soltanto verginali
a volte le fanciulle,
che anche i vecchi
han palpiti d’amore,
di amore chiuso dalle rimembranze.
lungo i tuoi rivi di vita assente,
giovane adolescente gagliardo
che guardi l’erba e la falce
con divina sapienza, ascolta:
chinato sulla terra
è forse il fiore della tua rivolta,
la rosa che disfatta
geme l’apoteosi
della maturità di donna, e tu vedi
dissepolta tra i numi di zolle
e non osi toccarla che sarà,
dici a te stesso, infame.
Se forse a un certo gravido momento
questa rosa disfatta sulla terra
sorriderà al tuo piede che cammina,
adolescente, impara:
non sono soltanto verginali
a volte le fanciulle,
che anche i vecchi
han palpiti d’amore,
di amore chiuso dalle rimembranze.
Aldo Palazzeschi
Rimini
Vele bianche
vele rosa
vele azzurre
filano verso il porto dell’ amore
gonfie di ebbrezza.
E una nera nel fondo
sgorata di rosso
s’avanza insensibilmente.
In oro perle e ciliegie
Isotta ride:
“Sì! Sì! Sì! Sì!
stringimi Sigismondo
voglio sentirmi stretta
più stretta
che avvinghiata non m’hai
per tutto il cielo
per tutto il tempo
per tutto il mondo:
Sì! Sì! Sì! Sì’
Dall’ alcova di porpora
Francesca guarda il mare:
“Paolo
per tutto il sangue:
Sì.”
vele rosa
vele azzurre
filano verso il porto dell’ amore
gonfie di ebbrezza.
E una nera nel fondo
sgorata di rosso
s’avanza insensibilmente.
In oro perle e ciliegie
Isotta ride:
“Sì! Sì! Sì! Sì!
stringimi Sigismondo
voglio sentirmi stretta
più stretta
che avvinghiata non m’hai
per tutto il cielo
per tutto il tempo
per tutto il mondo:
Sì! Sì! Sì! Sì’
Dall’ alcova di porpora
Francesca guarda il mare:
“Paolo
per tutto il sangue:
Sì.”
Aldo Palazzeschi
Rio Bo
Tre casettine
dai tetti aguzzi,
un verde praticello,
un esiguo ruscello: Rio Bo,
un vigile cipresso.
Microscopico paese, è vero,
paese da nulla, ma però...
c’è sempre disopra una stella,
una grande, magnifica stella,
che a un dipresso...
occhieggia con la punta del cipresso
di Rio Bo.
Una stella innamorata?
Chi sa
se nemmeno ce l’ha
una grande città.
dai tetti aguzzi,
un verde praticello,
un esiguo ruscello: Rio Bo,
un vigile cipresso.
Microscopico paese, è vero,
paese da nulla, ma però...
c’è sempre disopra una stella,
una grande, magnifica stella,
che a un dipresso...
occhieggia con la punta del cipresso
di Rio Bo.
Una stella innamorata?
Chi sa
se nemmeno ce l’ha
una grande città.
Aleardo Aleardi
Da È morta
[…] Ella morìa.
Subita, e cinta di sinistro arcano
ne dissero la morte. Era una notte.
Sovra il suo letto d’ebano dormiva
sorridente. La lampa agonizzava.
Sovra il tappeto orïental caduto
era un volume da la man che ancora
si atteggiava a tenerlo. Avea scordato
quella sera di dir le sue preghiere.
Un altro Iddio le inquïetava i caldi
rivi del sangue. E sotto il trasparente
velo azzurrino de le sue palpèbre
iva ondeggiando immersa in non so quali
vagabondi desii la sua pupilla.
Ma da canto a la bella peccatrice
carnefici soavi e inavvertiti
vegliavano dei fior. Dal levigato
labbro di conca alabastrina il capo
sporgeano in giro. Ed era ognun di loro
dono segreto di segreto amante
in segreto tradito.Iddio che lega
tutte le cose di quaggiù con fila
misterïose, Egli saprà per quale
corrispondenza incognita si fosse
l’anima di que’ fior comunicata
con l’anima di quei poveri cuori.
Tutto taceva. Una canzon briaca
solo si udia, come balzar per l’aura;
e qualche pésta che finia perduta
dietro le svolte: l’indice del tempo
segnava il colmo de la notte. Allora
avvenne un fatto pauroso. Il gambo
lieve lieve allungando una magnolia
al labbro s’appressò cupidamente
de la sopita, e vi depose il bacio,
onde l’aveva il donator pregata.
Ma in quello istante pur non altrimenti
la cardenia movea, movea l’acuta
tuberosa ed il giglio; e ognun credeva
in quella delicata ora di colpa
d’esser non visto, ognun d’essere il solo.
Ché la divina sognatrice, accesa
da volubili febbri, il collo e i crini
acconsentiva e il sen nitido a tutti
perfidamente con egual misura.
Ma in un balen dall’acre accorgimento
ch’ella tradia fûr colti. Una gelosa
rabbia li vinse, e in tacita congiura
ne decisero il fato. Allor dal fondo
dei calici scherniti, ove si accoglie
tanta virtù d’inesplorate essenze,
stille dedusser di sottil veleno
e nuvolette d’aliti mortali.
Poscia ravvolti in quel vapor d’affanno
saettaron le nari all’infedele
atrocemente. Ella agitò pei lini
le sue nobili forme; una fatica
disperata divenne il suo respiro;
come di cosa che si ferma, il metro
sempre più lento era del core; volle
mettere un grido; aprì gli occhi; la lampa
spegneasi allora con guizzo supremo;
ed ella vide l’ombra de la morte
passar su la parete. […]
Subita, e cinta di sinistro arcano
ne dissero la morte. Era una notte.
Sovra il suo letto d’ebano dormiva
sorridente. La lampa agonizzava.
Sovra il tappeto orïental caduto
era un volume da la man che ancora
si atteggiava a tenerlo. Avea scordato
quella sera di dir le sue preghiere.
Un altro Iddio le inquïetava i caldi
rivi del sangue. E sotto il trasparente
velo azzurrino de le sue palpèbre
iva ondeggiando immersa in non so quali
vagabondi desii la sua pupilla.
Ma da canto a la bella peccatrice
carnefici soavi e inavvertiti
vegliavano dei fior. Dal levigato
labbro di conca alabastrina il capo
sporgeano in giro. Ed era ognun di loro
dono segreto di segreto amante
in segreto tradito.Iddio che lega
tutte le cose di quaggiù con fila
misterïose, Egli saprà per quale
corrispondenza incognita si fosse
l’anima di que’ fior comunicata
con l’anima di quei poveri cuori.
Tutto taceva. Una canzon briaca
solo si udia, come balzar per l’aura;
e qualche pésta che finia perduta
dietro le svolte: l’indice del tempo
segnava il colmo de la notte. Allora
avvenne un fatto pauroso. Il gambo
lieve lieve allungando una magnolia
al labbro s’appressò cupidamente
de la sopita, e vi depose il bacio,
onde l’aveva il donator pregata.
Ma in quello istante pur non altrimenti
la cardenia movea, movea l’acuta
tuberosa ed il giglio; e ognun credeva
in quella delicata ora di colpa
d’esser non visto, ognun d’essere il solo.
Ché la divina sognatrice, accesa
da volubili febbri, il collo e i crini
acconsentiva e il sen nitido a tutti
perfidamente con egual misura.
Ma in un balen dall’acre accorgimento
ch’ella tradia fûr colti. Una gelosa
rabbia li vinse, e in tacita congiura
ne decisero il fato. Allor dal fondo
dei calici scherniti, ove si accoglie
tanta virtù d’inesplorate essenze,
stille dedusser di sottil veleno
e nuvolette d’aliti mortali.
Poscia ravvolti in quel vapor d’affanno
saettaron le nari all’infedele
atrocemente. Ella agitò pei lini
le sue nobili forme; una fatica
disperata divenne il suo respiro;
come di cosa che si ferma, il metro
sempre più lento era del core; volle
mettere un grido; aprì gli occhi; la lampa
spegneasi allora con guizzo supremo;
ed ella vide l’ombra de la morte
passar su la parete. […]
Alessandro Giribaldi
Le formiche
Oh qual nelle pupille stuporose
fiammar ti vidi in quel mattin di maggio,
alla soglia del tetro romitaggio,
le braccia e il seno carica di rose!
Entrasti lieve e con un gesto molle
de’ tuoi fiori innondasti
il tarlato scaffale
ed il tavolo greve
e i fogli de’ miei canti. Io ti guardava
con tristezza. La tua pupilla errava
nel sogno, dietro impalpabili rose.
Ma le rose del tuo seno odorante
nell’ampia scollatura e i tenui gigli
del tuo collo sottile, dal gran fascio
liberati de’ fior’ bianchi e vermigli,
palpitavano al sole… Ahi, lacerante
grido in quel breve incanto di un minuto!
«Le formiche!» E ridevi. «Aiuto, aiuto!»
E ridevi sgomenta. Per le trine
della fragil vestaglia,
dagli omeri e dal seno
irrompevan le industri piccoline
com’ebbre delle tue carnali rose!
«Aiuto! Aiuto!» e frugammo i segreti
del tuo pudore con dita febbrili.
Oh le strida sottili
e le risa e i divieti
delle tue mani alle mie mani audaci
e i tuoi languori trepidi e i miei baci
furtivi e le formiche
sgomenti e fuggitive,
le formiche impudiche
su le tue carni vive
su le tue vive rose!
fiammar ti vidi in quel mattin di maggio,
alla soglia del tetro romitaggio,
le braccia e il seno carica di rose!
Entrasti lieve e con un gesto molle
de’ tuoi fiori innondasti
il tarlato scaffale
ed il tavolo greve
e i fogli de’ miei canti. Io ti guardava
con tristezza. La tua pupilla errava
nel sogno, dietro impalpabili rose.
Ma le rose del tuo seno odorante
nell’ampia scollatura e i tenui gigli
del tuo collo sottile, dal gran fascio
liberati de’ fior’ bianchi e vermigli,
palpitavano al sole… Ahi, lacerante
grido in quel breve incanto di un minuto!
«Le formiche!» E ridevi. «Aiuto, aiuto!»
E ridevi sgomenta. Per le trine
della fragil vestaglia,
dagli omeri e dal seno
irrompevan le industri piccoline
com’ebbre delle tue carnali rose!
«Aiuto! Aiuto!» e frugammo i segreti
del tuo pudore con dita febbrili.
Oh le strida sottili
e le risa e i divieti
delle tue mani alle mie mani audaci
e i tuoi languori trepidi e i miei baci
furtivi e le formiche
sgomenti e fuggitive,
le formiche impudiche
su le tue carni vive
su le tue vive rose!
Alessandro Parronchi
Via s. leonardo
Battibecco di sorelle per la via
una bionda una bruna per la via
San Leonardo fatto presto fatto tardi
alla messa di domenica mattina
° una bionda una bruna in mezzo al verde
al grigiastro delle mura al cielo grigio
alla pioggia che becchetta sull’ombrello
tutto lustro pietre ombrello tacchi lustri
occhi lustri di sorelle per la via.
una bionda una bruna per la via
San Leonardo fatto presto fatto tardi
alla messa di domenica mattina
° una bionda una bruna in mezzo al verde
al grigiastro delle mura al cielo grigio
alla pioggia che becchetta sull’ombrello
tutto lustro pietre ombrello tacchi lustri
occhi lustri di sorelle per la via.
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