Poesie di questo tema
Relazioni e famiglia
Giovanni Berchet
Il trovatore
Va per la selva bruna
Solingo il trovator
Domato dal rigor
Della fortuna.
La faccia sua sì bella
La disfiorò il dolor;
La voce del cantor
Non è più quella.
Ardea nel suo segreto;
E i voti, i lai, l’ardor
Alla canzon d’amor
Fidò indiscreto.
Dal talamo inaccesso
Udillo il suo signor:
L’improvido cantor
Tradì sè stesso. —
Pei dì del giovinetto
Tremò alla donna il cor,
Ignara fino allor
Di tanto affetto.
E supplice al geloso,
Ne contenea il furor:
Bella del proprio onor
Piacque allo sposo.
Rise l’ingenua. Blando
L’accarezzò il signor:
Ma il giovin Trovator
Cacciato è in bando.
De’ cari occhi fatali
Più non vedrà il fulgor,
Non berrà più da lor
L’obblio de’ mali.
Varcò quegli atri muto
Ch’ei rallegrava ognor
Con gl’inni del valor,
Col suo liuto.
Scese — varcò le porte —
Stette — guardolle ancor:
E gli scoppiava il cor
Come per morte. —
Venne alla selva bruna:
Quivi erra il Trovator,
Fuggendo ogni chiaror
Fuor che la luna.
La guancia sua sì bella
Più non somiglia un fior;
La voce del cantor
Solingo il trovator
Domato dal rigor
Della fortuna.
La faccia sua sì bella
La disfiorò il dolor;
La voce del cantor
Non è più quella.
Ardea nel suo segreto;
E i voti, i lai, l’ardor
Alla canzon d’amor
Fidò indiscreto.
Dal talamo inaccesso
Udillo il suo signor:
L’improvido cantor
Tradì sè stesso. —
Pei dì del giovinetto
Tremò alla donna il cor,
Ignara fino allor
Di tanto affetto.
E supplice al geloso,
Ne contenea il furor:
Bella del proprio onor
Piacque allo sposo.
Rise l’ingenua. Blando
L’accarezzò il signor:
Ma il giovin Trovator
Cacciato è in bando.
De’ cari occhi fatali
Più non vedrà il fulgor,
Non berrà più da lor
L’obblio de’ mali.
Varcò quegli atri muto
Ch’ei rallegrava ognor
Con gl’inni del valor,
Col suo liuto.
Scese — varcò le porte —
Stette — guardolle ancor:
E gli scoppiava il cor
Come per morte. —
Venne alla selva bruna:
Quivi erra il Trovator,
Fuggendo ogni chiaror
Fuor che la luna.
La guancia sua sì bella
Più non somiglia un fior;
La voce del cantor
Giovanni Boccaccio
Dal Ninfale fiesolano (strofe 234-245)
Ell’eran già tanto giù per lo colle
gite, ch’eran vicine a quella valle
ch’e’ duo monti divide, quando volle
d’Africo Amor le voglie contentalle,
né più oltre che quel giorno indugiolle,
trovando modo ad effetto menalle;
ché, mentre in tal maniera insieme gieno
nella valle, acqua risonar sentieno.
Né furon guari le ninfe oltre andate,
che trovaron duo ninfe, tutte ignude,
che ‘n un pelago d’acqua erano entrate,
dove l’un monte con l’altro si chiude;
e giunte lì, s’ebbon le gonne alzate,
e tutte quante entrar nell’acque crude,
con l’altre ragionando del bagnare.
«Che faren noi? Voglianci noi spogliare?»
Perch’allor era la maggior calura
che fosse in tutto ’l giorno, e dal diletto
tirate di quell’acqua alla frescura,
e veggendosi sanz’alcun sospetto,
e l’acqua tanto chiara e netta e pura,
diliberaron far com’avean detto,
e per bagnarsi ognuna si spogliava;
e Mensola con Africo parlava,
e si diceva: «O compagna mia cara,
bagnera’ti tu qui con esso noi?»
Africo disse con la boce chiara:
«Compagne mie, i’ farò quel che voi,
né cosa che vogliate mi fia amara».
E tra se stesso si diceva poi:
«S’elle si spoglian tutte, al certo ch’io
non terrò più nascoso il mio disio».
Ed avvisossi di prima lasciarle
tutte spogliar, e poi egli spogliarsi,
acciò che le lor armi adoperarle
contra lui non potessono; ed a trarsi
cominciò lento il vestir, per poi farle,
quando nell’acqua entrasse per bagnarsi,
per vergogna fuggir pe’ boschi via,
e Mensola per forza riterria.
E ’nnanzi che spogliato tutto fosse,
le ninfe eran nell’acqua tutte quante;
e poi spogliato verso lor si mosse,
mostrando tutto ciò ch’avea davante.
Ciascuna delle ninfe si riscosse,
e, con boce paurosa e tremante,
cominciarono urlando: «Omè, omè,
or non vedete voi chi costui è?»
Non altrimenti lo lupo affamato
percuote alla gran turba degli agnelli,
ed un ne piglia e quel se n’ha portato,
lasciando tutti gli altri tapinelli:
ciascun belando fugge spaventato,
pur procacciando di campar le pelli;
così correndo Africo per quell’acque,
sola prese colei che più gli piacque.
E tutte l’altre ninfe molto in fretta
uscir dell’acqua, a’ lor vestir correndo;
né però niuna fu che lì sel metta,
ma coperte con essi via fuggendo,
ché punto l’una l’altra non aspetta,
né mai indietro si givan volgendo;
ma chi qua e chi là si dileguoe,
e ciascuna le sue armi lascioe.
Africo tenea stretta con le braccia
Mensola sua nell’acqua, che piangea,
e basciandole la vergine faccia,
cota’ parole verso lei dicea:
«O dolce la mia vita, non ti spiaccia,
se io t’ho presa, ché Venere iddea
mi t’ha promessa, cuor del corpo mio:
deh, più non pianger, per l’amor di Dio!»
Mensola, le parole non intende
ch’Africo le dicea, ma quanto puote
con quella forza ch’ell’ha si difende,
e fortemente in qua e ’n là si scuote
dalle braccia di colui che l’offende,
bagnandosi di lagrime le gote;
ma nulla le valea forza o difesa,
ch’Africo la tenea pur forte presa.
Per la contesa che facean si desta
tal che prima dormia malinconoso,
e, con superbia rizzando la cresta,
cominciò a picchiar l’uscio furïoso;
e tanto dentro vi diè della testa,
ch’egli entrò dentro, non già con riposo,
ma con battaglia grande ed urlamento
e forse che di sangue spargimento.
Ma poi che messer Mazzone ebbe avuto
Monteficalli, e nel castello entrato,
fu lietamente dentro ricevuto
da que’ che prima l’avean contrastato;
ma poi che molto si fu dibattuto,
per la terra lasciare in buono stato,
per pietà lagrimò, e del castello
uscì poi fuor, umìl più ch’un agnello.
gite, ch’eran vicine a quella valle
ch’e’ duo monti divide, quando volle
d’Africo Amor le voglie contentalle,
né più oltre che quel giorno indugiolle,
trovando modo ad effetto menalle;
ché, mentre in tal maniera insieme gieno
nella valle, acqua risonar sentieno.
Né furon guari le ninfe oltre andate,
che trovaron duo ninfe, tutte ignude,
che ‘n un pelago d’acqua erano entrate,
dove l’un monte con l’altro si chiude;
e giunte lì, s’ebbon le gonne alzate,
e tutte quante entrar nell’acque crude,
con l’altre ragionando del bagnare.
«Che faren noi? Voglianci noi spogliare?»
Perch’allor era la maggior calura
che fosse in tutto ’l giorno, e dal diletto
tirate di quell’acqua alla frescura,
e veggendosi sanz’alcun sospetto,
e l’acqua tanto chiara e netta e pura,
diliberaron far com’avean detto,
e per bagnarsi ognuna si spogliava;
e Mensola con Africo parlava,
e si diceva: «O compagna mia cara,
bagnera’ti tu qui con esso noi?»
Africo disse con la boce chiara:
«Compagne mie, i’ farò quel che voi,
né cosa che vogliate mi fia amara».
E tra se stesso si diceva poi:
«S’elle si spoglian tutte, al certo ch’io
non terrò più nascoso il mio disio».
Ed avvisossi di prima lasciarle
tutte spogliar, e poi egli spogliarsi,
acciò che le lor armi adoperarle
contra lui non potessono; ed a trarsi
cominciò lento il vestir, per poi farle,
quando nell’acqua entrasse per bagnarsi,
per vergogna fuggir pe’ boschi via,
e Mensola per forza riterria.
E ’nnanzi che spogliato tutto fosse,
le ninfe eran nell’acqua tutte quante;
e poi spogliato verso lor si mosse,
mostrando tutto ciò ch’avea davante.
Ciascuna delle ninfe si riscosse,
e, con boce paurosa e tremante,
cominciarono urlando: «Omè, omè,
or non vedete voi chi costui è?»
Non altrimenti lo lupo affamato
percuote alla gran turba degli agnelli,
ed un ne piglia e quel se n’ha portato,
lasciando tutti gli altri tapinelli:
ciascun belando fugge spaventato,
pur procacciando di campar le pelli;
così correndo Africo per quell’acque,
sola prese colei che più gli piacque.
E tutte l’altre ninfe molto in fretta
uscir dell’acqua, a’ lor vestir correndo;
né però niuna fu che lì sel metta,
ma coperte con essi via fuggendo,
ché punto l’una l’altra non aspetta,
né mai indietro si givan volgendo;
ma chi qua e chi là si dileguoe,
e ciascuna le sue armi lascioe.
Africo tenea stretta con le braccia
Mensola sua nell’acqua, che piangea,
e basciandole la vergine faccia,
cota’ parole verso lei dicea:
«O dolce la mia vita, non ti spiaccia,
se io t’ho presa, ché Venere iddea
mi t’ha promessa, cuor del corpo mio:
deh, più non pianger, per l’amor di Dio!»
Mensola, le parole non intende
ch’Africo le dicea, ma quanto puote
con quella forza ch’ell’ha si difende,
e fortemente in qua e ’n là si scuote
dalle braccia di colui che l’offende,
bagnandosi di lagrime le gote;
ma nulla le valea forza o difesa,
ch’Africo la tenea pur forte presa.
Per la contesa che facean si desta
tal che prima dormia malinconoso,
e, con superbia rizzando la cresta,
cominciò a picchiar l’uscio furïoso;
e tanto dentro vi diè della testa,
ch’egli entrò dentro, non già con riposo,
ma con battaglia grande ed urlamento
e forse che di sangue spargimento.
Ma poi che messer Mazzone ebbe avuto
Monteficalli, e nel castello entrato,
fu lietamente dentro ricevuto
da que’ che prima l’avean contrastato;
ma poi che molto si fu dibattuto,
per la terra lasciare in buono stato,
per pietà lagrimò, e del castello
uscì poi fuor, umìl più ch’un agnello.
Giovanni Camerana
Il velo nero
Sogno e medito e invidio il velo nero,
il vel che avvolge la tua faccia pallida,
che recinge la tua testa ineffabile;
sogno e medito e invidio il velo nero!
Felice il vel, perché ti bacia e tocca,
perché freme del tuo fiato al tepore;
felice il vel, beato il tenebrore,
felice il velo che ti bacia e tocca!
Felice l’ora che non verrà mai
di sentir fra le mie convulse mani
il vel, il viso ed i capelli strani!
Ora infinita che non verrà mai!
Il velo, il viso e gli strani capelli,
i capelli d’abisso e di fuligine
negri cotanto da parer cerulei!
Il velo, il viso e gli strani capelli!
Ora infinita e grigia dei tramonti
d’autunno! Il velo soffuso di stille
di nebbia, e gli occhi vibranti faville,
tigre fatal nel grigio dei tramonti.
Io, più raggiante che un levar di sole,
ti coprirei di baci e di carezze,
ti morderei nelle più estreme ebbrezze,
io più raggiante che un levar di sole!
Gli occhi, la testa bella, il velo nero,
i capelli d’abisso e di fuligine,
tutte del corpo tuo le arcane tenebre!
Sogno e medito e invidio il velo nero.
il vel che avvolge la tua faccia pallida,
che recinge la tua testa ineffabile;
sogno e medito e invidio il velo nero!
Felice il vel, perché ti bacia e tocca,
perché freme del tuo fiato al tepore;
felice il vel, beato il tenebrore,
felice il velo che ti bacia e tocca!
Felice l’ora che non verrà mai
di sentir fra le mie convulse mani
il vel, il viso ed i capelli strani!
Ora infinita che non verrà mai!
Il velo, il viso e gli strani capelli,
i capelli d’abisso e di fuligine
negri cotanto da parer cerulei!
Il velo, il viso e gli strani capelli!
Ora infinita e grigia dei tramonti
d’autunno! Il velo soffuso di stille
di nebbia, e gli occhi vibranti faville,
tigre fatal nel grigio dei tramonti.
Io, più raggiante che un levar di sole,
ti coprirei di baci e di carezze,
ti morderei nelle più estreme ebbrezze,
io più raggiante che un levar di sole!
Gli occhi, la testa bella, il velo nero,
i capelli d’abisso e di fuligine,
tutte del corpo tuo le arcane tenebre!
Sogno e medito e invidio il velo nero.
Giovanni Della Casa
Dal Capitolo del forno
Ch’inforna dovverebbe stare ignudo:
benché vestito anche infornar si possa,
e per una infornata anch’io non sudo.
La pala poi vuol esser corta e grossa,
dice la gente ignorante; ma io
non trovo che ragion se l’abbi mossa.
E bench’io dica or contra ’l fatto mio,
perché, Soranzo, a non vi dir bugia,
la pala mia non è gran lavorio,
io credo che bisogni ch’ella sia
grande, e profonda, e grossa, e larga, e lunga,
e s’altro nome ha la geometria.
Perch’io veggio il fornaio,
che si prolunga per accostarla del forno alle mura,
e Dio vogli anco poi, ch’ella v’aggiunga.
Ma sopra tutto ella vuol esser dura,
e chi l’adopra gagliardo di schiena,
che la sappi tener ritta, e sicura.
benché vestito anche infornar si possa,
e per una infornata anch’io non sudo.
La pala poi vuol esser corta e grossa,
dice la gente ignorante; ma io
non trovo che ragion se l’abbi mossa.
E bench’io dica or contra ’l fatto mio,
perché, Soranzo, a non vi dir bugia,
la pala mia non è gran lavorio,
io credo che bisogni ch’ella sia
grande, e profonda, e grossa, e larga, e lunga,
e s’altro nome ha la geometria.
Perch’io veggio il fornaio,
che si prolunga per accostarla del forno alle mura,
e Dio vogli anco poi, ch’ella v’aggiunga.
Ma sopra tutto ella vuol esser dura,
e chi l’adopra gagliardo di schiena,
che la sappi tener ritta, e sicura.
Giovanni Dominici
Dr, Maria dolce, con quanto disio
Dr, Maria dolce, con quanto disio
miravi il tuo figliuol, Cristo mio Dio.
Quando tu il partoristi senza pena,
la prima cosa, credo, che facesti,
tu l’adorasti, o di grazia piena,
poi sopra il fien nel presepio il ponesti;
con pochi e pover panni lo involgesti,
maravigliando e godendo, cred’io.
Oh quanto gaudio avevi, o quanto bene
quando tu lo tenevi nelle braccia!
Dimmi, Maria, che forse si conviene
che un poco per pietà mi sadisfaccia.
Baciavilo tu allora nella faccia?
Sì ben, cred’io, e dicei: “ O figliuol mio! ”
Quando figliuol, quando padre e signore,
quando Iddio, quando Gesù il chiamavi;
oh quanto dolce amor sentivi al core
quando il grembo il tenevi e lattavi!
Oh, quanti atti d’amore soavi
avesti, essendo col tuo figliuol pio!
Quando talora un poco il dì dormia,
e tu, destar volendo il paradiso,
pian piano andavi, che non ti sentia,
e poi ponevi il viso al santo viso;
poi gli dicevi con materno riso:
“Non dormir più che ti sarebbe rio.”
Quando tu ti sentivi chiamar mamma,
come non ti morivi di dolcezza?
Come d’amor non t’ardeva una fiamma,
che t’avessi scoppiata d’allegrezza?
Da ver che grande fu la tua fortezza
poichè la vita allor non ti finio.
E la figlia del sommo eterno padre,
e lo signor la sua umile ancilla
pietosamente la chiamava madre,
che sol pensando il cor mi si distilla.
Chi vuol sentir qualche dolce favilla
ponga nel buon Gesù ogni desio.
miravi il tuo figliuol, Cristo mio Dio.
Quando tu il partoristi senza pena,
la prima cosa, credo, che facesti,
tu l’adorasti, o di grazia piena,
poi sopra il fien nel presepio il ponesti;
con pochi e pover panni lo involgesti,
maravigliando e godendo, cred’io.
Oh quanto gaudio avevi, o quanto bene
quando tu lo tenevi nelle braccia!
Dimmi, Maria, che forse si conviene
che un poco per pietà mi sadisfaccia.
Baciavilo tu allora nella faccia?
Sì ben, cred’io, e dicei: “ O figliuol mio! ”
Quando figliuol, quando padre e signore,
quando Iddio, quando Gesù il chiamavi;
oh quanto dolce amor sentivi al core
quando il grembo il tenevi e lattavi!
Oh, quanti atti d’amore soavi
avesti, essendo col tuo figliuol pio!
Quando talora un poco il dì dormia,
e tu, destar volendo il paradiso,
pian piano andavi, che non ti sentia,
e poi ponevi il viso al santo viso;
poi gli dicevi con materno riso:
“Non dormir più che ti sarebbe rio.”
Quando tu ti sentivi chiamar mamma,
come non ti morivi di dolcezza?
Come d’amor non t’ardeva una fiamma,
che t’avessi scoppiata d’allegrezza?
Da ver che grande fu la tua fortezza
poichè la vita allor non ti finio.
E la figlia del sommo eterno padre,
e lo signor la sua umile ancilla
pietosamente la chiamava madre,
che sol pensando il cor mi si distilla.
Chi vuol sentir qualche dolce favilla
ponga nel buon Gesù ogni desio.
Giovanni Giudici
Alla beatrice
Beatrice sui tuoi seni io ci sto alla finestra
arrampicato su una scala di corda
affacciato dal fuori in posizione precaria
dentro i tuoi occhi celeste vetro
dentro i tuoi vizi capitali
dentro i tuoi tremori e mali
Beatrice sui tuoi seni io ci sto a spiare
ciò che fanno seduti intorno a un tavolo
i tuoi pensieri su sedie di paglia
ospiti appena arrivati o sul punto di partire
raccolti sotto la lampada gialla
uno che ride uno che ascolta e uno che parla
Beatrice dai tuoi seni io guardo dentro la casa
dalla notte esteriore superstite luce
nella selva selvaggia che a te conduce
dalla padella alla brace
estrema escursione termica che mi resta
più fuoco per me tua minestra
Beatrice – costruttrice
della mia beatitudine infelice
Beatrice dai tuoi seni io vengo a esplorare com’è
la stanza dove abitare
se convenienti vi siano i servizi
e sufficiente l’ordine prima di entrare
se il letto sia di giusta misura
per l’amore secondo natura.
Beatrice dunque di essi non devi andare superba
più che dell’erba il prato su cui ci sdraiamo
potrebbero essere stracci non ostentarli
per tesori da schiudere a viste meravigliate
i tuoi semplici beni di utilità strumentale
mi servono da davanzale
Beatrice – dal verbo beare
nome comune singolare
arrampicato su una scala di corda
affacciato dal fuori in posizione precaria
dentro i tuoi occhi celeste vetro
dentro i tuoi vizi capitali
dentro i tuoi tremori e mali
Beatrice sui tuoi seni io ci sto a spiare
ciò che fanno seduti intorno a un tavolo
i tuoi pensieri su sedie di paglia
ospiti appena arrivati o sul punto di partire
raccolti sotto la lampada gialla
uno che ride uno che ascolta e uno che parla
Beatrice dai tuoi seni io guardo dentro la casa
dalla notte esteriore superstite luce
nella selva selvaggia che a te conduce
dalla padella alla brace
estrema escursione termica che mi resta
più fuoco per me tua minestra
Beatrice – costruttrice
della mia beatitudine infelice
Beatrice dai tuoi seni io vengo a esplorare com’è
la stanza dove abitare
se convenienti vi siano i servizi
e sufficiente l’ordine prima di entrare
se il letto sia di giusta misura
per l’amore secondo natura.
Beatrice dunque di essi non devi andare superba
più che dell’erba il prato su cui ci sdraiamo
potrebbero essere stracci non ostentarli
per tesori da schiudere a viste meravigliate
i tuoi semplici beni di utilità strumentale
mi servono da davanzale
Beatrice – dal verbo beare
nome comune singolare
Giovanni Giudici
I. 1 Minne — mia binarietà
Minne — mia binarietà
E mio affondante errore:
La vita pagar con la vita
Per amore morir d’amore —
Bifida remigando dalla chiostra
La lingua dolcissima vostra
Fumo e solfo d’inverno è sommo bene
Nostra disperazione la speranza
Midons — come a Padova
Immobile incessante va-e-viene
Su vana sfera la pazza Incostanza —
Essenzialmente per non darvi dolore
Essenzialmente
Io vi davo dolore
IL. 10
Se sono o se non sono
E mio affondante errore:
La vita pagar con la vita
Per amore morir d’amore —
Bifida remigando dalla chiostra
La lingua dolcissima vostra
Fumo e solfo d’inverno è sommo bene
Nostra disperazione la speranza
Midons — come a Padova
Immobile incessante va-e-viene
Su vana sfera la pazza Incostanza —
Essenzialmente per non darvi dolore
Essenzialmente
Io vi davo dolore
IL. 10
Se sono o se non sono
Giovanni Giudici
II. 10 Se sono o se non sono
Io non conosco più — voi lo saprete
Se questa non finita
A inseguirvi inseguirmi fu la vita:
Però come d’infanti
Poche migliaia di ore
A contendersi un troppo ingordo amore —
E se alle labbra miei sospiri estremi
Già adesso non tergete
Ultime mie vilissime monete:
Fu nostra parte il nero della stiva
Ansimando su e giù
Alla galera al remo alla deriva:
Aber du —
Se questa non finita
A inseguirvi inseguirmi fu la vita:
Però come d’infanti
Poche migliaia di ore
A contendersi un troppo ingordo amore —
E se alle labbra miei sospiri estremi
Già adesso non tergete
Ultime mie vilissime monete:
Fu nostra parte il nero della stiva
Ansimando su e giù
Alla galera al remo alla deriva:
Aber du —
Giovanni Giudici
IV. 3 Vi amai sì per paura
Di maleficio e sciagura :
Un popolo di cani
Fu il mio — trasfigurato
Alla mia trista spoglia in vostre mani:
Da voi tenni blandizie avaro nido
Reo di me stesso sempre castigato
Però diverso asilo avendo infido —
A ubbidire creato
A darvi guida e scorta
Io che balzavo al vostro secco grido
Vivo di voi sognata in sogno morta:
Come colui che fedelmente crede
Nella più falsa fede
Un popolo di cani
Fu il mio — trasfigurato
Alla mia trista spoglia in vostre mani:
Da voi tenni blandizie avaro nido
Reo di me stesso sempre castigato
Però diverso asilo avendo infido —
A ubbidire creato
A darvi guida e scorta
Io che balzavo al vostro secco grido
Vivo di voi sognata in sogno morta:
Come colui che fedelmente crede
Nella più falsa fede
Giovanni Giudici
La liberazione dell’uomo
Bisognava vederlo. Cos’era
Una giornata di lavoro per lui?
Niente—avreste detto allo spettacolo
Di quando tornava a casa, contento
Come una pasqua, fresco come un fringuello,!
Un grillo che saltava
Di stanza in stanza «dove sei» squittendo?
«O mia adorata».
E ilare al ritrovarla «cucù»
Lanciava il suo gridolino
E poi subito all’opera «buona tu adesso»
Esordiva rivolto alla pigra befana?
Tutto il giorno a fumacchiare sdraiata
A far parole crociate o solitari di carte.
Aveva l’arte di non vederla un orrore
Ma anzi le sette beltà, la grazia.
Per prima la cucina—oh il lustro
Che gli dava quell’uomo a quelle piastrelle
Alle pentole ai piatti alle maniglie,
Faceva tutto come nuovo ogni sera.
E altrettanto la sala lo stanzino
Il casto nido coniugale dove
A lei diceva con dolcezza «passa
Cara in poltrona intanto che faccio il letto».
Poi d’un balzo ai fornelli—e in un battibaleno
Che intingoli a quella golosa apprestava:
Salse bearnesi, vol-au-vent, supreme
Squisitezze di caccia e pesca, brodini
Di tartaruga, pasticci di funghi
A ogni stagione, ananassi.
Miracoli di economia —sempre meno
Spendendo del gramo peculio.
Mai che si chiedesse lei «come fa»,
Tutto accettava per dovuto battendo
Talvolta imperiosa la posata?
Per una crème-bràlée troppo calda o un raviolo
Dalla minima crepa. Ed egli pazientissimo
Si scusava «hai ragione, che sciocco».
Poi l’assisteva in toilette
E la metteva a nanna sprimacciando il cuscino.
Davvero «che stronzo»’’ avreste detto
E tanto più sapendo quanto sgobbava in ditta’
Sotto il sopruso dei capi
E dei compagni la perenne irrisione:’
Così per molti anni
Finché la beneamata morì per occlusione."
Ma nessuno ha saputo mai più
Di che libertà fosse il prezzo la sua servitù.
From IL RISTORANTE DEI MORTI
Una giornata di lavoro per lui?
Niente—avreste detto allo spettacolo
Di quando tornava a casa, contento
Come una pasqua, fresco come un fringuello,!
Un grillo che saltava
Di stanza in stanza «dove sei» squittendo?
«O mia adorata».
E ilare al ritrovarla «cucù»
Lanciava il suo gridolino
E poi subito all’opera «buona tu adesso»
Esordiva rivolto alla pigra befana?
Tutto il giorno a fumacchiare sdraiata
A far parole crociate o solitari di carte.
Aveva l’arte di non vederla un orrore
Ma anzi le sette beltà, la grazia.
Per prima la cucina—oh il lustro
Che gli dava quell’uomo a quelle piastrelle
Alle pentole ai piatti alle maniglie,
Faceva tutto come nuovo ogni sera.
E altrettanto la sala lo stanzino
Il casto nido coniugale dove
A lei diceva con dolcezza «passa
Cara in poltrona intanto che faccio il letto».
Poi d’un balzo ai fornelli—e in un battibaleno
Che intingoli a quella golosa apprestava:
Salse bearnesi, vol-au-vent, supreme
Squisitezze di caccia e pesca, brodini
Di tartaruga, pasticci di funghi
A ogni stagione, ananassi.
Miracoli di economia —sempre meno
Spendendo del gramo peculio.
Mai che si chiedesse lei «come fa»,
Tutto accettava per dovuto battendo
Talvolta imperiosa la posata?
Per una crème-bràlée troppo calda o un raviolo
Dalla minima crepa. Ed egli pazientissimo
Si scusava «hai ragione, che sciocco».
Poi l’assisteva in toilette
E la metteva a nanna sprimacciando il cuscino.
Davvero «che stronzo»’’ avreste detto
E tanto più sapendo quanto sgobbava in ditta’
Sotto il sopruso dei capi
E dei compagni la perenne irrisione:’
Così per molti anni
Finché la beneamata morì per occlusione."
Ma nessuno ha saputo mai più
Di che libertà fosse il prezzo la sua servitù.
From IL RISTORANTE DEI MORTI
Giovanni Giudici
Ritratto (1)
Spinosa nella breve
Stretta cucina mentre
S’adopera a fornelli e pattumiera
I nudi anni ben scritti
In faccia e un po’ spazientendo
Con l’altra verde virgulto
Nella usuale loquela
Ma in vaga lingua strana invece a lui
Rivolta ove un vibrare di cicala
Annuncia qualcuno là
Per le scale alla porta con quanta
Notizia che sia pure fugaci ore
Ha un uomo in casa vai tu gli comanda
Apri
Stretta cucina mentre
S’adopera a fornelli e pattumiera
I nudi anni ben scritti
In faccia e un po’ spazientendo
Con l’altra verde virgulto
Nella usuale loquela
Ma in vaga lingua strana invece a lui
Rivolta ove un vibrare di cicala
Annuncia qualcuno là
Per le scale alla porta con quanta
Notizia che sia pure fugaci ore
Ha un uomo in casa vai tu gli comanda
Apri
Giovanni Giudici
Senza titolo
Perché con occhi chiusi?
Perché con bocca che non parla?
Voglio guardarti, voglio nominarti.
Voglio fissarti e toccarti:
Mio sentirmi che ti parlo,
Mio vedermi che ti vedo.
Dirti – sei questa cosa hai questo nome.
Al canto che tace non credo.
Così in me ti distruggo.
Non sarò, tu sarai:
Ti inseguo e ti sfuggo,
Bella vita che te ne vai.
Perché con bocca che non parla?
Voglio guardarti, voglio nominarti.
Voglio fissarti e toccarti:
Mio sentirmi che ti parlo,
Mio vedermi che ti vedo.
Dirti – sei questa cosa hai questo nome.
Al canto che tace non credo.
Così in me ti distruggo.
Non sarò, tu sarai:
Ti inseguo e ti sfuggo,
Bella vita che te ne vai.
Giovanni Giudici
Storia
Ho avuto sì una storia — quel tale del treno
Mais sans jouir e una volta soltanto
E sul sofà — nemmeno
Proprio nudi benché l’atto fu quello —
Macché giovane e bello: basso, grasso
Pieno di boria tra il furbo e lo scemo
Quando racconta che ha molto vissuto
Però era stato gentile una sera di neve
Io tutta lieve e te lontano un abisso
Da tanti pianti che mi avevi fatto fare —
Volevo cancellare le mie pene
Volerti non troppo bene:
Anche se intanto tu eri tornato esemplare
Mio solo tutto amore al mio servizio
Ma il ricordo mordeva come un vizio
Quando è successo a marzo una mattina
Alle cinque nel buio graffiata da uno squillo:
Ti piacerebbe un giretto d’oblìo?
Non dirmi cosa avresti risposto tu
Perché a rispondere c’ero io —
Alles Gute, mi vesto e sono giù
Mais sans jouir e una volta soltanto
E sul sofà — nemmeno
Proprio nudi benché l’atto fu quello —
Macché giovane e bello: basso, grasso
Pieno di boria tra il furbo e lo scemo
Quando racconta che ha molto vissuto
Però era stato gentile una sera di neve
Io tutta lieve e te lontano un abisso
Da tanti pianti che mi avevi fatto fare —
Volevo cancellare le mie pene
Volerti non troppo bene:
Anche se intanto tu eri tornato esemplare
Mio solo tutto amore al mio servizio
Ma il ricordo mordeva come un vizio
Quando è successo a marzo una mattina
Alle cinque nel buio graffiata da uno squillo:
Ti piacerebbe un giretto d’oblìo?
Non dirmi cosa avresti risposto tu
Perché a rispondere c’ero io —
Alles Gute, mi vesto e sono giù
Giovanni Giudici
Tanto giovane
«Tanto giovane e tanto puttana»:
ciài la nomina e forse non è
colpa tua – è la maglia di lana
nera e stretta che sparla di te.
E la bocca ride agra:
ma come ti morde il cuore
sa chi t’ha vista magra
farti le trecce per fare l’amore.
ciài la nomina e forse non è
colpa tua – è la maglia di lana
nera e stretta che sparla di te.
E la bocca ride agra:
ma come ti morde il cuore
sa chi t’ha vista magra
farti le trecce per fare l’amore.
Giovanni Giudici
Umetta alle labbra
Umetta alle labbra il refe!
Per qui passeremo
Benigna pantomima
Duplice lama di perfidia e fiore —
Entrate anni intercorsi
Orpello di paura
Al mio codardo amore
Perché vi ricongiungo?
E da qual punto seguitarvi ancora?
O mio sole mani sorto
Che fra un ridere diabolus e un sospiro
Mi chiami al bel tramonto:
Non è un trofeo — rispondo
Il tuo vello di buio.
Per qui passeremo
Benigna pantomima
Duplice lama di perfidia e fiore —
Entrate anni intercorsi
Orpello di paura
Al mio codardo amore
Perché vi ricongiungo?
E da qual punto seguitarvi ancora?
O mio sole mani sorto
Che fra un ridere diabolus e un sospiro
Mi chiami al bel tramonto:
Non è un trofeo — rispondo
Il tuo vello di buio.
Giovanni Meli
Lu pettu
Ntra ssu pittuzzu amabili,
ortu di rosi e ciuri,
dui mazzuneddi Amuri
cu li soi manu fa.
Ci spruzza poi cu l’ali
li fiocchi di la nivi,
’ntriccia li vini e scrivi:
Lu paradisu è ccà.
Ma un’importuna nuvula
m’ottenebra lu celu:
appena ntra lu velu
na spiragghiedda c’è.
Armata d’una spìngula,
chi pari na laparda,
modestia si lu guarda:
ch’è rigurusa, ohimè!
Un Amurinu affabili
l’ammutta a jiri a mia,
ma l’àutru, oh tirannia!
turnari poi lu fa;
pietusu a li mei lagrimi,
chiddu lu spinci arrèri,
ma torna poi ’nnarrèri,
e sempri veni e va.
Li sguardi si sammuzzanu
ntra dda spiragghia nica,
ed idda li nutrica,
li pasci quantu pò;
idda la menti guida
a li biddizzi arcani,
nni teni vivi e sani
lu sulu aiutu so.
Si mai sintisti affettu,
o Zefiru amurusu,
lu velu suspittusu
allarga un pocu chiù;
e si lu to nun basta
alitu dilicatu,
pìgghiati lu miu ciatu,
e servitìnni tu.
ortu di rosi e ciuri,
dui mazzuneddi Amuri
cu li soi manu fa.
Ci spruzza poi cu l’ali
li fiocchi di la nivi,
’ntriccia li vini e scrivi:
Lu paradisu è ccà.
Ma un’importuna nuvula
m’ottenebra lu celu:
appena ntra lu velu
na spiragghiedda c’è.
Armata d’una spìngula,
chi pari na laparda,
modestia si lu guarda:
ch’è rigurusa, ohimè!
Un Amurinu affabili
l’ammutta a jiri a mia,
ma l’àutru, oh tirannia!
turnari poi lu fa;
pietusu a li mei lagrimi,
chiddu lu spinci arrèri,
ma torna poi ’nnarrèri,
e sempri veni e va.
Li sguardi si sammuzzanu
ntra dda spiragghia nica,
ed idda li nutrica,
li pasci quantu pò;
idda la menti guida
a li biddizzi arcani,
nni teni vivi e sani
lu sulu aiutu so.
Si mai sintisti affettu,
o Zefiru amurusu,
lu velu suspittusu
allarga un pocu chiù;
e si lu to nun basta
alitu dilicatu,
pìgghiati lu miu ciatu,
e servitìnni tu.
Giovanni Pascoli
Fides
Quando brillava il vespero vermiglio,
e il cipresso pareva oro, oro fino,
la madre disse al piccoletto figlio:
Così fatto è lassù tutto un giardino.
Il bimbo dorme, e sogna i rami d’oro,
gli alberi d’oro, le foreste d’oro;
mentre il cipresso nella notte nera
scagliasi al vento, piange alla bufera.
e il cipresso pareva oro, oro fino,
la madre disse al piccoletto figlio:
Così fatto è lassù tutto un giardino.
Il bimbo dorme, e sogna i rami d’oro,
gli alberi d’oro, le foreste d’oro;
mentre il cipresso nella notte nera
scagliasi al vento, piange alla bufera.
Giovanni Pascoli
In tanto nell’Epiro aspra e montana
In tanto nell’Epiro aspra e montana
filano le sue vergini sorelle
pel dolce Assente la milesia lana.
A tarda notte, tra le industri ancelle,
torcono il fuso con le ceree dita;
e il vento passa e passano le stelle.
Olympiàs in un sogno smarrita
ascolta il lungo favellìo d’un fonte,
ascolta nella cava ombra infinita
le grandi quercie bisbigliar sul monte.
filano le sue vergini sorelle
pel dolce Assente la milesia lana.
A tarda notte, tra le industri ancelle,
torcono il fuso con le ceree dita;
e il vento passa e passano le stelle.
Olympiàs in un sogno smarrita
ascolta il lungo favellìo d’un fonte,
ascolta nella cava ombra infinita
le grandi quercie bisbigliar sul monte.
Giovanni Pascoli
La cavalla storna
Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del rio Salto.
I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.
Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;
che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.
Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:
‘““O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;
il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.
Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
tu dài retta alla sua piccola mano.
Tu ch’hai nel cuore la marina brulla,
tu dài retta alla sua voce fanciulla.”
La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte.
O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;
sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:
adagio seguitasti la tua via,
perchè facesse in pace l’agonia...”
La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
oh! due parole egli dovè pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.
Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,
con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:
lo riportavi tra il morir del sole,
perchè udissimo noi le sue parole.”
Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbracciò su la criniera.
“O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!
a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona... Ma parlar non sai!
Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!
Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui, nelle pupille fise.
Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come.”
Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.
La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.
Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome ... Sonò alto un nitrito.
Sussurravano i pioppi del rio Salto.
I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.
Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;
che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.
Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:
‘““O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;
il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.
Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
tu dài retta alla sua piccola mano.
Tu ch’hai nel cuore la marina brulla,
tu dài retta alla sua voce fanciulla.”
La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte.
O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;
sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:
adagio seguitasti la tua via,
perchè facesse in pace l’agonia...”
La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
oh! due parole egli dovè pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.
Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,
con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:
lo riportavi tra il morir del sole,
perchè udissimo noi le sue parole.”
Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbracciò su la criniera.
“O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!
a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona... Ma parlar non sai!
Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!
Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui, nelle pupille fise.
Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come.”
Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.
La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.
Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome ... Sonò alto un nitrito.
Giovanni Raboni
Ah, le tue scollature
Ah, le tue scollature: immaginare
la cosa che non pare,
la brusca, invisibile ascesa.
la cosa che non pare,
la brusca, invisibile ascesa.
Giovanni Raboni
Come cieco, con ansia...
Come cieco, con ansia, contro
il temporale e la grandine, una
dopo l’altra chiudevo
sette finestre.
Importava che non sapessi quali.
Solo all’alba, tremando,
con l’orrenda minuzia di chi si sveglia o muore,
capisco che ho strisciato
dentro il solito buio,
via San Gregorio primo piano.
Al di qua dei miei figli,
di poter dare o prendere parola.
il temporale e la grandine, una
dopo l’altra chiudevo
sette finestre.
Importava che non sapessi quali.
Solo all’alba, tremando,
con l’orrenda minuzia di chi si sveglia o muore,
capisco che ho strisciato
dentro il solito buio,
via San Gregorio primo piano.
Al di qua dei miei figli,
di poter dare o prendere parola.
Giovanni Raboni
Ho amato vivendo
Ho amato vivendo degli animali,
non gli animali. Adesso, nel ricordo,
non ne amo nessuno, come se a bordo
dell’arca in viaggio verso più ospitali
silenzi ci fosse posto soltanto
per creature fatte a somiglianza
di mio padre e mia madre. La vacanza
da quello che siamo più di quel tanto
non può durare, e uno sente 1] fiato
del buio sul collo non sa che farsene
dello charme dell’innocenza, dei traffici
con il bello e la grazia a buon mercato
e dice addio senz’ombra di rimpianto
agli dei senz’ombra che ha avuto accanto.
non gli animali. Adesso, nel ricordo,
non ne amo nessuno, come se a bordo
dell’arca in viaggio verso più ospitali
silenzi ci fosse posto soltanto
per creature fatte a somiglianza
di mio padre e mia madre. La vacanza
da quello che siamo più di quel tanto
non può durare, e uno sente 1] fiato
del buio sul collo non sa che farsene
dello charme dell’innocenza, dei traffici
con il bello e la grazia a buon mercato
e dice addio senz’ombra di rimpianto
agli dei senz’ombra che ha avuto accanto.
Giovanni Raboni
Il compleanno di mia figlia
Siano con selvaggia compunzione accese
le tre candele.
Saltino sui coperchi con fragore i due
compari di spada compiuti uno
sei anni e mezzo, l’altro cinque
e io trentaquattro e la mamma trentadue
e la nonna, se non sbaglio, sessantotto.
Questa scena non verrà ripetuta.
La scena non viene diversamente effigiata. E chi
si sentisse esule o in qualche
percentuale risulta ingrugnato
parli prima o domani.
Accogli, streghina di marzapane, la nostra sospettosa tenerezza.
Seguano come a caso stridi
di vagoni piombati, raffiche di mitragliatrice...
le tre candele.
Saltino sui coperchi con fragore i due
compari di spada compiuti uno
sei anni e mezzo, l’altro cinque
e io trentaquattro e la mamma trentadue
e la nonna, se non sbaglio, sessantotto.
Questa scena non verrà ripetuta.
La scena non viene diversamente effigiata. E chi
si sentisse esule o in qualche
percentuale risulta ingrugnato
parli prima o domani.
Accogli, streghina di marzapane, la nostra sospettosa tenerezza.
Seguano come a caso stridi
di vagoni piombati, raffiche di mitragliatrice...
Giovanni Raboni
La casa di campagna dove
La casa di campagna dove leggere
George Eliot o E. M. Forster fino all’ora
della cenere e poi quando s’infervora
il silenzio delle siepi contendere
ori carte e primiera ai non ancora
scomparsi, è questa ormai l’unica immagine
che riesco a farmi della gioia in bilico
sulla frana del sonno. Ma la ignora
poco dopo, svegliandosi, la mente
infantilmente avida di luce
e rituffarsi impavida nell’orrida
dolcezza del presente: così incespica
un piede nell’altro, così si scuce
il rammendo invisibile del niente.
George Eliot o E. M. Forster fino all’ora
della cenere e poi quando s’infervora
il silenzio delle siepi contendere
ori carte e primiera ai non ancora
scomparsi, è questa ormai l’unica immagine
che riesco a farmi della gioia in bilico
sulla frana del sonno. Ma la ignora
poco dopo, svegliandosi, la mente
infantilmente avida di luce
e rituffarsi impavida nell’orrida
dolcezza del presente: così incespica
un piede nell’altro, così si scuce
il rammendo invisibile del niente.