Temi
Poesie di questo tema

Emozioni e sentimenti

Andrea Zanzotto

Andrea Zanzotto

Per lumina, per limina

e quanto m’’insegnavate.
Tutto è convinto spinto
a dare su un’alba
come di un altro fatto d’alba
tutto è coinvolto precipite a darsi
in filiazioni di napalm d’alba
tutto è roso da un fuoco sottile fragile freddo
—il tepore—
tutto è impuntato in cristallo fratto in fuoco
è covato e incavato a un fuoco
pruriti aurei di seccume
notturne e
tagliole di luna astrali seccumi-ragni
nel sottile del fuoco
foco
nell’esile del fuoco esile
nel frivolo nel freschissimo del fuoco
—il tepore—
mah eh per quanti e quali equilibri
per quale concilio di lumi equilibri
dell’inavvertito equilibri-ragni
rapidità sino alla fine e spazzato via
tutto da spazzare da incelestire in odori e via
in che pause oh no nemmeno effrazioni nemmeno
vado di soglia in soglia-——attraversato risaputo-—
effrangendo e violando—insegnami—
deliberatamente perdutamente
come se effrangessi a lievi e templati
effrangessi a veti a vie a circoli
circoli aree templifiche in boccio
per limina effrangessi per lumina arachnea
certissimo e come in perdita—oh leciti —
—e il tepore—
qui lo scartare il dirimere
e il venire
all’impatto del levissimo col levissimo
del freschissimo con l’altro astrale più sconfinata-
bramata-
tutto è sotto mani quasi sotto quiete
mente
e allora spezzettare e spruzzare spazzare
lievi sottomano e
francamente-mio deliberato
infusivo di mio brillìi egoici scricchiih narcissici
in fortune—luci—lenissima lumina
francamente ieri domani oggi di noi
e quanto minato
noi luminoso di noi
fogliame minuto perduto di noi
lische cartocci spade
scrigni lunari di noi-biade
noi secco ma convalidato incontaminato raccolto
e—nel liberamente perduto-effranto—
e il procedere violando intuendo
e l’esitare violando restando violati
in luna e da luna
da sotto l’ombra delle mani scomparse-qui
da sotto la luce protratta-attesa-là
tu nell’intendere, nell’accecare nel vellicare più amata
eppure inamabile e
in tua letizia aberrante a diamante
eccesso di me-eccesso oh più a-perdita-di
e nulla insufflati di foglie-nulla di luci-nulla
incardinati incentrati
—e il tepore—
coi non fattuali equilibri altitudini incavi
—insegniamoci—
mine di luna in fuga
per lumina per limina
oh più fecondo più verbo più troppo
scarti di luna-noi scaglia in abbaglio sul noi
là nel finalmente nell’ero-uni-ero
nel già esploso nella reticente
e polverio di mine e glossolalìe?
in sviluppo
—divincolarsi—
in snudato e offerto
nel fulgido sparso sagrato di segni di luna
—e l’insegnamento
mutuo di tutto a tutto—
From IL GALATEO IN BOSCO
Anônimo

Anônimo

Canzone del f Aldobrandino

Giannotto, io aggio moglie inguadiata,
della qual brevemente te diraggio
com’ ha adorno ’l visaggio,
e ’l nome suo e ’l suo gran parentato;
la casa asiata chio trovata li aggio;
diròtte com’è forte innamorata;
la dote che m’ha data;
per lo suo amore quanto io sono amato,
infra la gente temuto e dottato.
E poi che sapera’ convio ho fatto,

o. 5. il suo uccellino. 7. cum dolo: addolotato. 16. broilo: giar-
inetto recintato.
al mio grande convito
vera’ne tosto, però ch’io t’invito:
non dimorar, per Dio, ma vieni ratto,
viene a le nozze del f’ Aldobrandino,
ch’oggi avea men che nessum suo vicino.

Questa mia moglie di cui ti favello
non mostra altro che l’ossa, tanto è magra,
e ’l mal della podagra
par ch’aggia in sé; più negra è che la notte.
Ahi, quanto orribil cosa pare e agra
la fronte sua vestita de capello
e collo infiato ciglio!
Piangoli li occhi e ’1 capo sì li gotte,
e poi, apresso le dolenti grotte
de l’ampio naso, mostra pur le fossie
coi denti radi e lunghi;
i labri ha curti: par che se raggiunghi,
si l’una gota co l’altra se cossie;
e ciascuna beltade in lei redoppia.
Or puoi saper se noi siam bella coppia.

Ella è chiamata monna Povertade;
e’ suo’ parenti, dolze mio amico,
son questi chio te dico:
ser Tristo, ser Dolente, Poco-Adosso,
messer Topim, ser Pianto ed Om-Mendico,
monna Cattiva e monna Estremitade:
questi som canto padre.
Da canto madre si è missere Scosso,
il Doloroso, il ‘Trafitto e ’l Percosso,
monna Tristizia e monna Menconia
con donna Sciaurata;
madonna Brama e monna Adolorata
con monna Angoscia e monna Recadia;
e sono via assai più chio non dico,
ché tutto giorno apresso multiprico.

La prima fiata ched io le ’ntrai in casa,
trovai che li pioveva in ogni luogo;
de paglia facea il fuoco,
con diece figlie ognuna più fanciulla;
tutte dician: “Del pan dàmene un poco
1”
Né arca, botte non ci avea né vasa:
tanto era monda e rasa,
che sedio non ci avea più ch’una culla.
Quand’ io mirai, e non veddî più nulla,
astrinse l’orche; e ella era vestita
curta da chi a le natiche,
d’una gonella sola senza maniche
tutta quanta spezzata e deriscita.
Pensai con lei zanzar, beffar, riddare;
ma non trovai de potermi assettare.

Or vo’ che sappi ch’ella m’ama molto,
ché tutto giorno m’ha le braccia al collo,
si che tutto mi mollo
del pianto ch’ella fa per drudaria,
dicendo: “Amore mio, tutta bollo,
tal ho paura tu non mi si’ tolto,”
Leccami tutto il volto
e non mi lassa star notte né dia;
tanto ell’ ha preso di me gelosia
ch’ella s’uccide s’um ricco m’apressa.
Tamant’ ha’la paura
non mi sia fatta malia né fattura,
ch’ella mi dà mangiar pure ella stessa;
e più, ch’ella mi veste e scalza e spoglie:
così s’impazza di mi esta mia moglie.
La dote n’aggio grande e smisurata:
pur li fideli ogni mese mi dànno
dece libre di danno,
e nelle pasque rampogne e balieri.
Io n’aggio um po’ c’ha nom Monte Malanno,
che, senza seminarci mai derrata,
ne recolgo alla fiata
trenta, quaranta e cinquanta rasieri;
ma di che? de sospiti,
ch’altro arbor non ci nasce mai néd erba.
Grotta non ci ho né casa,
e la neve alta ci ha più di doe brazza,
e tutto l’anno lassi si conserba.
Molti ci van per traiercel di mano,
ma io non lo vendrei a cristiano.

Or saperai com’io som grazioso,
per mégliama quanto la gente m’amo;
ché mille volte chiamo,
’nanti che l’uom mi voglia pur rispondere,
Si malamente a tutti sono in camo,
che fugge ogni uom da me più pauroso
che non dal cam rabbioso;
e là onde io passo veggio onne uom nascondere:
nessun m’aspetta, nessun mi vol giongere;
solo mi trovo là dovonque io vada,
non fosser miei parenti
malinconosi, trafitti e dolenti,
che sempre piena ne trovo la strada,
de’ qua’ neun ce m’ha, quando me vede,
che per mi ratto non si levi in pede.
Castra Fiorentino
Anônimo

Anônimo

Detto del gatto lupesco

Si com’ altr’ uomini vanno,
ki per prode e chi per danno,
per lo mondo tuttavia,
così m’andava l’altra dia
per un cammino trastullando
e d’un mio amor gia pensando
e andava a capo chino.
Allora uscio fuor del cammino
ed intrai in uno sentieri
ed incontrai duo cavalieri
de la corte de lo re Arti,
ke mi dissero: “Ki:sse’ tu?”
E io rispuosi in salutare:
“Quello Fio sono, ben mi si pare.
Îo sono uno gatto lupesco,
ke a catuno vo dando un esco,
ki non mi dice veritate.
Però saper voglio ove andate,
e voglio sapere onde sete
e di qual parte venite.”
Quelli mi dissero; “Or intendete,
e vi diremo ciò che volete,
ove gimo e donde siamo;
e vi ditemo onde vegnamo.
Cavalieri siamo di Bretagna,
ke vegnamo de la montagna
ke-ll’omo apella Mongibello.
Assai vi semo stati ad ostello
per apparare ed invenire
la veritade di nostro sire
lo re Arti, k’avemo perduto
e non sapemo ke-:ssia venuto.
Or ne torniamo in nostra terra,
ne lo reame d’Inghilterra.
A Dio siate voi, ser gatto,
voi con tutto ’l vostro fatto.”
E io rispuosi allora insuno:
“A Dio vi comando ciascheduno.”
Così da me si dipartiro
li cavalieri quando ne giro.
E io andai pur oltre addesso
per lo sentiero ond’ iera messo,
e tutto ’l giorno non finai
infin a la sera, k’io albergai
con un romito nel gran diserto,
lungi ben trenta miglia certo;
ed al mattino mi ne partio,
sì acomandai lo romito a Dio,
Ed anzi Kio mi ne partisse,
lo romito sì mi disse
verso qual parte io andasse:
veritade non li celasse.
E io li dissi: “Ben mi piace;
non te ne serò fallace
k’io non ti dica tutto *’l dritto.
lo me ne vo in terra d’Egitto,
e voi’ cercare Saracinia
E tutta terra pagania,
e Arabici e ’Braici e Tedeschi

e ’l soldano e ’l Saladino
e ’1 Veglio e tutto suo dimino
e terra Vinenzium e Belleem
‘e Montuliveto e Gersalem
e l’amiraglio e ’1 Massamuto,
e l’uomo per kui Cristo è atenduto
dall’ora in qua ke fue pigliato
e ne la croce inchiavellato
da li Giudei ke ‘l giano frustando,
com’ a ladrone battendo e dando.
Allor quell’uomo li puose mente
e sì li disse pietosamente:
‘Va’ tosto, ke non ti dean si spesso’;
e Cristo si rivolse adesso,
sì li disse: ‘Io anderòe,
e tu m’aspetta, K’io torneròe’;
e poi fue messo in su la croce
a grido di popolo ed a boce.
Allora tremò tutta la terra:
così:cci guardi Dio di guerra.”
A questa mi dipartio andando
e da lo romito acomiatando,
a cui dicea lo mio viaggio.
Ed uscfo fuor dello rumitaggio
per un sportello k’avea la porta,
pensando trovare la via scorta
ond’ io andasse sicuramente.
Allor guardai e puosi mente
e non vidi via neuna.
L’aria era molto scura,
e ’l tempo nero e tenebroso;
e io com’ uomo pàuroso
ritornai ver’ lo romito,
da cui m’iera già partito,
e d’una boce l’appellai,
sì li diss’ io: “Per Dio, se-ttu sai
lo cammino, or lo m’insegna,
Kio non soe dond’ io mi tegna.”
Quelli allora mi guardòe,
co la mano mi mostròe
una croce nel diserto,
lungi ben diece miglia certo,
e disse: “Colà è lo cammino
onde va catuno pelegrino
ke vada o vegna d’oltremare.”
A questa mi mossi ad andare
verso la croce bellamente,
e quasi non vedea neente
per lo tempo ch’iera oscuro,
e ’] diserto aspro e duro.
E a l’andare K’io facea
verso la croce tuttavia

voce, per “fama.” 81. A questa: In questa (cioè dopo aver detto
86. scorta: chiaramen-
e parole riportate). 83. viaggio: itinerario.
sì vidi bestie ragunate,
ke tutte stavaro aparechiate
per pigliare ke divorassero,
se alcuna pastura trovassero,
Ed io ristetti per vedere,
per conoscere e per sapere
ke bestie fosser tutte queste
ke mi pareano molte alpestre;
si vi vidi un grande leofante
ed un vette molto grande
ed un orso molto superbio
ed un leone ed un gran cerbio;
e vidivi quattro leopardi
e due dragoni cun rei sguardi;
e sì vi vidi lo tigro e ’l tasso
e una lonza e un tinasso;
e sì vi vidi una bestia strana,
ch’uomo appella baldivana;
e sì vi vidi la pantera
e la giraffa e la paupera
e ’l gatto padule e la lea
e la gran bestia baradinera;
ed altre bestie vi vidi assai,
le quali ora non vi dirai,
ké nonn-è tempo né stagione.
Ma-:ssì vi dico, per san Simone,
ke mi partii per maestria
da le bestie ed andà’ via,
i
e cercaj tutti Ji paesi
ke voi da me avete intesi,
e tornai a lo mi’ ostello.
Però finisco ke-ffà bello.

44. Perciò finisco in bellezza (oppure: Perciò finisco perché conviene
inire).
Jacopone da Todi
Anônimo

Anônimo

Dilatando le cosce

Dilatando le cosce, aperse il varco,
ove stemprò le sue dolcezze amore
curvò la destra gamba a guisa d’arco,
e spinse la sinistra alquanto fuore.

A sostener dell’amoroso incarco
l’amato peso ella dispone il core,
e mentre un dolce invito l’appresenta,
curioso il guardo il cavalier s’avventa.

Spuntava intorno al vaso aurato pelo,
filato in crespe inanellate, e bionde,
che come fiore in su del proprio stelo
le parti adombra sì, ma non l’asconde!

Senza l’impaccio vil d’infido velo
tetta tutte apparian le vie profonde,
e sudavan stemprate in stille, giusto
le labbra ormai dell’orificio angusto.

D’erbe intanto, e di fior la scaltra amante
un fascio fece, e sotto a sé le pose;
così che sollevata, e torreggiante
la parte bassa al suo arbitrio espose:

egli vi cadde sopra, ella brillante
in guisa tal s’avviticchiò e compose,
che con innesto vezzosetto, e ameno
bocca a bocca era unita, e seno a seno.

Un diluvio di baci egli le scocca,
e se cento ella n’ha, cento ne rende;
volan le lingue in l’una, e l’altra bocca,
né il fin del primo bacio il bacio attende;

si confondono i baci, e mentre incocca
il labro un bacio, un altro bacio il fende;
così largo di baci era lo stuolo
che parean mille baci un bacio solo.

Si bacian lungamente, e non s’estinse
l’empito in cor dell’amoroso foco,
che più vie più s’accense e allor s’accinse
l’amante alfine al vezzosetto gioco;

con braccia nerborute al sen la strinse
e avvicinando all’umidetto loco
la spada ardita, egli gagliardo e franco
nella meta investì di punto in bianco.

Penetrò il forte dardo, e forte giunse
a visitar gli tepedi meati,
ferì per dritto, ed in obliquo punse
ritorcendo la punta in tutti i lati;

estrema forza a gran vigor congiunse
sino quasi a spirar gli ultimi fiati:
sicché con forza inusitata, e vaga
le fe’ una grande e memorabil piaga.