Poesie di questo tema
Emozioni e sentimenti
Andrea Zanzotto
Per lumina, per limina
e quanto m’’insegnavate.
Tutto è convinto spinto
a dare su un’alba
come di un altro fatto d’alba
tutto è coinvolto precipite a darsi
in filiazioni di napalm d’alba
tutto è roso da un fuoco sottile fragile freddo
—il tepore—
tutto è impuntato in cristallo fratto in fuoco
è covato e incavato a un fuoco
pruriti aurei di seccume
notturne e
tagliole di luna astrali seccumi-ragni
nel sottile del fuoco
foco
nell’esile del fuoco esile
nel frivolo nel freschissimo del fuoco
—il tepore—
mah eh per quanti e quali equilibri
per quale concilio di lumi equilibri
dell’inavvertito equilibri-ragni
rapidità sino alla fine e spazzato via
tutto da spazzare da incelestire in odori e via
in che pause oh no nemmeno effrazioni nemmeno
vado di soglia in soglia-——attraversato risaputo-—
effrangendo e violando—insegnami—
deliberatamente perdutamente
come se effrangessi a lievi e templati
effrangessi a veti a vie a circoli
circoli aree templifiche in boccio
per limina effrangessi per lumina arachnea
certissimo e come in perdita—oh leciti —
—e il tepore—
qui lo scartare il dirimere
e il venire
all’impatto del levissimo col levissimo
del freschissimo con l’altro astrale più sconfinata-
bramata-
tutto è sotto mani quasi sotto quiete
mente
e allora spezzettare e spruzzare spazzare
lievi sottomano e
francamente-mio deliberato
infusivo di mio brillìi egoici scricchiih narcissici
in fortune—luci—lenissima lumina
francamente ieri domani oggi di noi
e quanto minato
noi luminoso di noi
fogliame minuto perduto di noi
lische cartocci spade
scrigni lunari di noi-biade
noi secco ma convalidato incontaminato raccolto
e—nel liberamente perduto-effranto—
e il procedere violando intuendo
e l’esitare violando restando violati
in luna e da luna
da sotto l’ombra delle mani scomparse-qui
da sotto la luce protratta-attesa-là
tu nell’intendere, nell’accecare nel vellicare più amata
eppure inamabile e
in tua letizia aberrante a diamante
eccesso di me-eccesso oh più a-perdita-di
e nulla insufflati di foglie-nulla di luci-nulla
incardinati incentrati
—e il tepore—
coi non fattuali equilibri altitudini incavi
—insegniamoci—
mine di luna in fuga
per lumina per limina
oh più fecondo più verbo più troppo
scarti di luna-noi scaglia in abbaglio sul noi
là nel finalmente nell’ero-uni-ero
nel già esploso nella reticente
e polverio di mine e glossolalìe?
in sviluppo
—divincolarsi—
in snudato e offerto
nel fulgido sparso sagrato di segni di luna
—e l’insegnamento
mutuo di tutto a tutto—
From IL GALATEO IN BOSCO
Tutto è convinto spinto
a dare su un’alba
come di un altro fatto d’alba
tutto è coinvolto precipite a darsi
in filiazioni di napalm d’alba
tutto è roso da un fuoco sottile fragile freddo
—il tepore—
tutto è impuntato in cristallo fratto in fuoco
è covato e incavato a un fuoco
pruriti aurei di seccume
notturne e
tagliole di luna astrali seccumi-ragni
nel sottile del fuoco
foco
nell’esile del fuoco esile
nel frivolo nel freschissimo del fuoco
—il tepore—
mah eh per quanti e quali equilibri
per quale concilio di lumi equilibri
dell’inavvertito equilibri-ragni
rapidità sino alla fine e spazzato via
tutto da spazzare da incelestire in odori e via
in che pause oh no nemmeno effrazioni nemmeno
vado di soglia in soglia-——attraversato risaputo-—
effrangendo e violando—insegnami—
deliberatamente perdutamente
come se effrangessi a lievi e templati
effrangessi a veti a vie a circoli
circoli aree templifiche in boccio
per limina effrangessi per lumina arachnea
certissimo e come in perdita—oh leciti —
—e il tepore—
qui lo scartare il dirimere
e il venire
all’impatto del levissimo col levissimo
del freschissimo con l’altro astrale più sconfinata-
bramata-
tutto è sotto mani quasi sotto quiete
mente
e allora spezzettare e spruzzare spazzare
lievi sottomano e
francamente-mio deliberato
infusivo di mio brillìi egoici scricchiih narcissici
in fortune—luci—lenissima lumina
francamente ieri domani oggi di noi
e quanto minato
noi luminoso di noi
fogliame minuto perduto di noi
lische cartocci spade
scrigni lunari di noi-biade
noi secco ma convalidato incontaminato raccolto
e—nel liberamente perduto-effranto—
e il procedere violando intuendo
e l’esitare violando restando violati
in luna e da luna
da sotto l’ombra delle mani scomparse-qui
da sotto la luce protratta-attesa-là
tu nell’intendere, nell’accecare nel vellicare più amata
eppure inamabile e
in tua letizia aberrante a diamante
eccesso di me-eccesso oh più a-perdita-di
e nulla insufflati di foglie-nulla di luci-nulla
incardinati incentrati
—e il tepore—
coi non fattuali equilibri altitudini incavi
—insegniamoci—
mine di luna in fuga
per lumina per limina
oh più fecondo più verbo più troppo
scarti di luna-noi scaglia in abbaglio sul noi
là nel finalmente nell’ero-uni-ero
nel già esploso nella reticente
e polverio di mine e glossolalìe?
in sviluppo
—divincolarsi—
in snudato e offerto
nel fulgido sparso sagrato di segni di luna
—e l’insegnamento
mutuo di tutto a tutto—
From IL GALATEO IN BOSCO
Andrea Zanzotto
Quanto a lungo
Quanto a lungo tra il grano e tra il vento
di quelle soffitte
più alte, più estese che il cielo,
quanto a lungo vi ho lasciate
mie scritture, miei rischi appassiti.
Con l’angelo e con la chimera
con l’antico strumento
col diario e col dramma
che giocano le notti
a vicenda col sole
vi ho lasciate lassù perché salvaste
dalle ustioni della luce
il mio tetto incerto
i comignoli disorientati
le terrazze ove cammina impazzita la grandine:
voi, ombra unica nell’inverno,
ombra tra i dèmoni del ghiaccio.
Tarme e farfalle dannose
topi e talpe scendendo al letargo
vi appresero e vi affinarono,
su voi sagittario e capricorno
inclinarono le fredde lance
e l’acquario temperò nei suoi silenzi
nelle sue trasparenze
un anno stillante di sangue, una mia
perdita inesplicabile.
Già per voi con tinte sublimi
di fresche antenne e tetti
s’alzano intorno i giorni nuovi,
già alcuno s’alza e scuote
le muffe e le nevi dai mari;
e se a voi salgo per cornici e corde
verso il prisma che vi discerne
verso l’aurora che v’ospita,
il mio cuore trafitto dal futuro
non cura i lampi e le catene
che ancora premono ai confini.
di quelle soffitte
più alte, più estese che il cielo,
quanto a lungo vi ho lasciate
mie scritture, miei rischi appassiti.
Con l’angelo e con la chimera
con l’antico strumento
col diario e col dramma
che giocano le notti
a vicenda col sole
vi ho lasciate lassù perché salvaste
dalle ustioni della luce
il mio tetto incerto
i comignoli disorientati
le terrazze ove cammina impazzita la grandine:
voi, ombra unica nell’inverno,
ombra tra i dèmoni del ghiaccio.
Tarme e farfalle dannose
topi e talpe scendendo al letargo
vi appresero e vi affinarono,
su voi sagittario e capricorno
inclinarono le fredde lance
e l’acquario temperò nei suoi silenzi
nelle sue trasparenze
un anno stillante di sangue, una mia
perdita inesplicabile.
Già per voi con tinte sublimi
di fresche antenne e tetti
s’alzano intorno i giorni nuovi,
già alcuno s’alza e scuote
le muffe e le nevi dai mari;
e se a voi salgo per cornici e corde
verso il prisma che vi discerne
verso l’aurora che v’ospita,
il mio cuore trafitto dal futuro
non cura i lampi e le catene
che ancora premono ai confini.
Andrea Zanzotto
Stanza immaginata o intravista
Il cielo è limpido sino ad
essere sconosciuto
Tutto è intossicato dal sole
Io tossisco sotto questo, in questo
brusire di entificazioni
e sono distratto
molto distratto dalla violenza
di un freddo
che pur non fa nulla di male
Adocchio solitudini
ora di se stesse
già mie
unicamente
Tutti i rimproveri pare si calmino
riverberando
Tutto è distrazione e
forse meno, un
poco meno del previsto, pena
essere sconosciuto
Tutto è intossicato dal sole
Io tossisco sotto questo, in questo
brusire di entificazioni
e sono distratto
molto distratto dalla violenza
di un freddo
che pur non fa nulla di male
Adocchio solitudini
ora di se stesse
già mie
unicamente
Tutti i rimproveri pare si calmino
riverberando
Tutto è distrazione e
forse meno, un
poco meno del previsto, pena
Andrea Zanzotto
Subnarcosi
Uccelli
crudo infinito cinguettio
su un albero invernale
qualche cosa di crudo
forse non vero ma solo
scintillio di un possibile
infantilmente aumano
ma certo da noi che ascoltiamo
—-allarmati—lontano
—o anche placati—lontano
uccelli tutta una città
chiusa
pregna
glorie di glottidi
acumi e vischi di dottrine
un chiuso si-si-significare
nemmeno infantile ma
adulto occulto nella sua minimità
[disperse specie del mio sonno
che mai ritornerà].
crudo infinito cinguettio
su un albero invernale
qualche cosa di crudo
forse non vero ma solo
scintillio di un possibile
infantilmente aumano
ma certo da noi che ascoltiamo
—-allarmati—lontano
—o anche placati—lontano
uccelli tutta una città
chiusa
pregna
glorie di glottidi
acumi e vischi di dottrine
un chiuso si-si-significare
nemmeno infantile ma
adulto occulto nella sua minimità
[disperse specie del mio sonno
che mai ritornerà].
Ruzante
Da La Betìa
O dolze e bela serore,
o uoci de sole inrazè,
o massele inverzelè
pi che no fo mé basta o persuto salò,
o lavri rosé, o biè dinti da ravolò,
o boca inmelata,
a’ dighe, anzelicata,
de robini e d’ariento,
o tete, a’ fassè pur contento
per grandeza ogni vacaro,
o piè biè grande da vetolàro,
o gambe grosse ben norì, o bel lacheto,
tondo, grosso, bianco e neto,
che ogni botazo è picolo a pè de ti!
Chi no starae mo tri dì
per vêrte da magnare?
O spale da portare
oltra el mare Missier Domenedio,
o pieto bianco e scolorìo,
com fo mé ravo in campo,
o corpo giusioso e santo,
o braze ben da sapa o da baìle,
o man da lavorar ben mile
bughè int’un dì,
o scureguzo, o cotaleta…
ch’ a’ no vuò dir pì!
Me volìu mo agiare,
o volìu lagarme crepare?
o uoci de sole inrazè,
o massele inverzelè
pi che no fo mé basta o persuto salò,
o lavri rosé, o biè dinti da ravolò,
o boca inmelata,
a’ dighe, anzelicata,
de robini e d’ariento,
o tete, a’ fassè pur contento
per grandeza ogni vacaro,
o piè biè grande da vetolàro,
o gambe grosse ben norì, o bel lacheto,
tondo, grosso, bianco e neto,
che ogni botazo è picolo a pè de ti!
Chi no starae mo tri dì
per vêrte da magnare?
O spale da portare
oltra el mare Missier Domenedio,
o pieto bianco e scolorìo,
com fo mé ravo in campo,
o corpo giusioso e santo,
o braze ben da sapa o da baìle,
o man da lavorar ben mile
bughè int’un dì,
o scureguzo, o cotaleta…
ch’ a’ no vuò dir pì!
Me volìu mo agiare,
o volìu lagarme crepare?
Annibal Caro
Se tu vuoi, Cencia mia
Se tu vuoi, Cencia mia, questa mia Fava,
dammi il tuo Fico fiore;
ma fa che sia maturo, e che di fuore
gocci di pianto, e scoppi delle risa,
e ch’abbi la gonnella alla divisa.
Ed io della mia Fava
ti farò gran derrata.
Vuoi del Baccello, o vuoi della Sfavata
asciutta, e molle, e ’n concia:
e se la vuoi menata,
meneremo; io la Rilla, e tu la Cioncia.
Ma quando il Fico tuo non sia maturo,
ti darò fava soda.
Mettiam duro con duro,
e chi ha buon denti roda.
Facciamo un tratto questa merenduola,
Fave in Corazza, e Fiche in Camiciuola.
dammi il tuo Fico fiore;
ma fa che sia maturo, e che di fuore
gocci di pianto, e scoppi delle risa,
e ch’abbi la gonnella alla divisa.
Ed io della mia Fava
ti farò gran derrata.
Vuoi del Baccello, o vuoi della Sfavata
asciutta, e molle, e ’n concia:
e se la vuoi menata,
meneremo; io la Rilla, e tu la Cioncia.
Ma quando il Fico tuo non sia maturo,
ti darò fava soda.
Mettiam duro con duro,
e chi ha buon denti roda.
Facciamo un tratto questa merenduola,
Fave in Corazza, e Fiche in Camiciuola.
Anônimo
” For de la bella bella caiba
‘For de la bella bella caiba
fuge lo lixignolo.
Plange lo fantino
però che non trova
lu so hoxilino
. ne la gaiba nova,
e dize cum dolo:
“Chi gli avri l’usolo?”;
e dize cum dolo:
“Chi gli avrì l’usolo?
E in un buscheto
se mise ad andare,
senti l’oxeleto
sì dolze cantare:
“Oi bel lixignolo,
torna nel meo broilo;
oi bel lixignolo,
torna nel meo broilo.”
Anonimo
fuge lo lixignolo.
Plange lo fantino
però che non trova
lu so hoxilino
. ne la gaiba nova,
e dize cum dolo:
“Chi gli avri l’usolo?”;
e dize cum dolo:
“Chi gli avrì l’usolo?
E in un buscheto
se mise ad andare,
senti l’oxeleto
sì dolze cantare:
“Oi bel lixignolo,
torna nel meo broilo;
oi bel lixignolo,
torna nel meo broilo.”
Anonimo
Anônimo
Bernardona
O siate benedetta, Bernardona,
alza li gambi e mostrami Verona,
mostrami Verona affatto affatto
ch’io ti farò veder Bernardo matto;
Bernardo matto ch’i’ ho l’è ’na brutta bestia
che in tutti i büs al gh’ völ mettar la testa.
Non digo minga i büs dalli murài,
ma digo quelli ch’è sota li patài.
alza li gambi e mostrami Verona,
mostrami Verona affatto affatto
ch’io ti farò veder Bernardo matto;
Bernardo matto ch’i’ ho l’è ’na brutta bestia
che in tutti i büs al gh’ völ mettar la testa.
Non digo minga i büs dalli murài,
ma digo quelli ch’è sota li patài.
Anônimo
Cadendo dal balcon
Cadendo dal balcon, suor Margherita
finì col cul sul cazzo di fra Carlo.
Si ruppe il cul, ma ebbe salva la vita.
Si domanda: doveva ringraziarlo?
Dato per certo che la pia creatura,
tutta compresa di mortal spavento,
non provò il gusto de l’inculatura,
la si dispensa dal ringraziamento.
finì col cul sul cazzo di fra Carlo.
Si ruppe il cul, ma ebbe salva la vita.
Si domanda: doveva ringraziarlo?
Dato per certo che la pia creatura,
tutta compresa di mortal spavento,
non provò il gusto de l’inculatura,
la si dispensa dal ringraziamento.
Anônimo
Campagnola
Mmiez’ ’a campagna, Matalena caca
e cu na fronna se pulézza ’o mazzo.
Aitano ’o parulano ’a guarda, arrizza
e cu na mano s’accarezza ’o cazzo.
e cu na fronna se pulézza ’o mazzo.
Aitano ’o parulano ’a guarda, arrizza
e cu na mano s’accarezza ’o cazzo.
Anônimo
Canzone del f Aldobrandino
Giannotto, io aggio moglie inguadiata,
della qual brevemente te diraggio
com’ ha adorno ’l visaggio,
e ’l nome suo e ’l suo gran parentato;
la casa asiata chio trovata li aggio;
diròtte com’è forte innamorata;
la dote che m’ha data;
per lo suo amore quanto io sono amato,
infra la gente temuto e dottato.
E poi che sapera’ convio ho fatto,
o. 5. il suo uccellino. 7. cum dolo: addolotato. 16. broilo: giar-
inetto recintato.
al mio grande convito
vera’ne tosto, però ch’io t’invito:
non dimorar, per Dio, ma vieni ratto,
viene a le nozze del f’ Aldobrandino,
ch’oggi avea men che nessum suo vicino.
Questa mia moglie di cui ti favello
non mostra altro che l’ossa, tanto è magra,
e ’l mal della podagra
par ch’aggia in sé; più negra è che la notte.
Ahi, quanto orribil cosa pare e agra
la fronte sua vestita de capello
e collo infiato ciglio!
Piangoli li occhi e ’1 capo sì li gotte,
e poi, apresso le dolenti grotte
de l’ampio naso, mostra pur le fossie
coi denti radi e lunghi;
i labri ha curti: par che se raggiunghi,
si l’una gota co l’altra se cossie;
e ciascuna beltade in lei redoppia.
Or puoi saper se noi siam bella coppia.
Ella è chiamata monna Povertade;
e’ suo’ parenti, dolze mio amico,
son questi chio te dico:
ser Tristo, ser Dolente, Poco-Adosso,
messer Topim, ser Pianto ed Om-Mendico,
monna Cattiva e monna Estremitade:
questi som canto padre.
Da canto madre si è missere Scosso,
il Doloroso, il ‘Trafitto e ’l Percosso,
monna Tristizia e monna Menconia
con donna Sciaurata;
madonna Brama e monna Adolorata
con monna Angoscia e monna Recadia;
e sono via assai più chio non dico,
ché tutto giorno apresso multiprico.
La prima fiata ched io le ’ntrai in casa,
trovai che li pioveva in ogni luogo;
de paglia facea il fuoco,
con diece figlie ognuna più fanciulla;
tutte dician: “Del pan dàmene un poco
1”
Né arca, botte non ci avea né vasa:
tanto era monda e rasa,
che sedio non ci avea più ch’una culla.
Quand’ io mirai, e non veddî più nulla,
astrinse l’orche; e ella era vestita
curta da chi a le natiche,
d’una gonella sola senza maniche
tutta quanta spezzata e deriscita.
Pensai con lei zanzar, beffar, riddare;
ma non trovai de potermi assettare.
Or vo’ che sappi ch’ella m’ama molto,
ché tutto giorno m’ha le braccia al collo,
si che tutto mi mollo
del pianto ch’ella fa per drudaria,
dicendo: “Amore mio, tutta bollo,
tal ho paura tu non mi si’ tolto,”
Leccami tutto il volto
e non mi lassa star notte né dia;
tanto ell’ ha preso di me gelosia
ch’ella s’uccide s’um ricco m’apressa.
Tamant’ ha’la paura
non mi sia fatta malia né fattura,
ch’ella mi dà mangiar pure ella stessa;
e più, ch’ella mi veste e scalza e spoglie:
così s’impazza di mi esta mia moglie.
La dote n’aggio grande e smisurata:
pur li fideli ogni mese mi dànno
dece libre di danno,
e nelle pasque rampogne e balieri.
Io n’aggio um po’ c’ha nom Monte Malanno,
che, senza seminarci mai derrata,
ne recolgo alla fiata
trenta, quaranta e cinquanta rasieri;
ma di che? de sospiti,
ch’altro arbor non ci nasce mai néd erba.
Grotta non ci ho né casa,
e la neve alta ci ha più di doe brazza,
e tutto l’anno lassi si conserba.
Molti ci van per traiercel di mano,
ma io non lo vendrei a cristiano.
Or saperai com’io som grazioso,
per mégliama quanto la gente m’amo;
ché mille volte chiamo,
’nanti che l’uom mi voglia pur rispondere,
Si malamente a tutti sono in camo,
che fugge ogni uom da me più pauroso
che non dal cam rabbioso;
e là onde io passo veggio onne uom nascondere:
nessun m’aspetta, nessun mi vol giongere;
solo mi trovo là dovonque io vada,
non fosser miei parenti
malinconosi, trafitti e dolenti,
che sempre piena ne trovo la strada,
de’ qua’ neun ce m’ha, quando me vede,
che per mi ratto non si levi in pede.
Castra Fiorentino
della qual brevemente te diraggio
com’ ha adorno ’l visaggio,
e ’l nome suo e ’l suo gran parentato;
la casa asiata chio trovata li aggio;
diròtte com’è forte innamorata;
la dote che m’ha data;
per lo suo amore quanto io sono amato,
infra la gente temuto e dottato.
E poi che sapera’ convio ho fatto,
o. 5. il suo uccellino. 7. cum dolo: addolotato. 16. broilo: giar-
inetto recintato.
al mio grande convito
vera’ne tosto, però ch’io t’invito:
non dimorar, per Dio, ma vieni ratto,
viene a le nozze del f’ Aldobrandino,
ch’oggi avea men che nessum suo vicino.
Questa mia moglie di cui ti favello
non mostra altro che l’ossa, tanto è magra,
e ’l mal della podagra
par ch’aggia in sé; più negra è che la notte.
Ahi, quanto orribil cosa pare e agra
la fronte sua vestita de capello
e collo infiato ciglio!
Piangoli li occhi e ’1 capo sì li gotte,
e poi, apresso le dolenti grotte
de l’ampio naso, mostra pur le fossie
coi denti radi e lunghi;
i labri ha curti: par che se raggiunghi,
si l’una gota co l’altra se cossie;
e ciascuna beltade in lei redoppia.
Or puoi saper se noi siam bella coppia.
Ella è chiamata monna Povertade;
e’ suo’ parenti, dolze mio amico,
son questi chio te dico:
ser Tristo, ser Dolente, Poco-Adosso,
messer Topim, ser Pianto ed Om-Mendico,
monna Cattiva e monna Estremitade:
questi som canto padre.
Da canto madre si è missere Scosso,
il Doloroso, il ‘Trafitto e ’l Percosso,
monna Tristizia e monna Menconia
con donna Sciaurata;
madonna Brama e monna Adolorata
con monna Angoscia e monna Recadia;
e sono via assai più chio non dico,
ché tutto giorno apresso multiprico.
La prima fiata ched io le ’ntrai in casa,
trovai che li pioveva in ogni luogo;
de paglia facea il fuoco,
con diece figlie ognuna più fanciulla;
tutte dician: “Del pan dàmene un poco
1”
Né arca, botte non ci avea né vasa:
tanto era monda e rasa,
che sedio non ci avea più ch’una culla.
Quand’ io mirai, e non veddî più nulla,
astrinse l’orche; e ella era vestita
curta da chi a le natiche,
d’una gonella sola senza maniche
tutta quanta spezzata e deriscita.
Pensai con lei zanzar, beffar, riddare;
ma non trovai de potermi assettare.
Or vo’ che sappi ch’ella m’ama molto,
ché tutto giorno m’ha le braccia al collo,
si che tutto mi mollo
del pianto ch’ella fa per drudaria,
dicendo: “Amore mio, tutta bollo,
tal ho paura tu non mi si’ tolto,”
Leccami tutto il volto
e non mi lassa star notte né dia;
tanto ell’ ha preso di me gelosia
ch’ella s’uccide s’um ricco m’apressa.
Tamant’ ha’la paura
non mi sia fatta malia né fattura,
ch’ella mi dà mangiar pure ella stessa;
e più, ch’ella mi veste e scalza e spoglie:
così s’impazza di mi esta mia moglie.
La dote n’aggio grande e smisurata:
pur li fideli ogni mese mi dànno
dece libre di danno,
e nelle pasque rampogne e balieri.
Io n’aggio um po’ c’ha nom Monte Malanno,
che, senza seminarci mai derrata,
ne recolgo alla fiata
trenta, quaranta e cinquanta rasieri;
ma di che? de sospiti,
ch’altro arbor non ci nasce mai néd erba.
Grotta non ci ho né casa,
e la neve alta ci ha più di doe brazza,
e tutto l’anno lassi si conserba.
Molti ci van per traiercel di mano,
ma io non lo vendrei a cristiano.
Or saperai com’io som grazioso,
per mégliama quanto la gente m’amo;
ché mille volte chiamo,
’nanti che l’uom mi voglia pur rispondere,
Si malamente a tutti sono in camo,
che fugge ogni uom da me più pauroso
che non dal cam rabbioso;
e là onde io passo veggio onne uom nascondere:
nessun m’aspetta, nessun mi vol giongere;
solo mi trovo là dovonque io vada,
non fosser miei parenti
malinconosi, trafitti e dolenti,
che sempre piena ne trovo la strada,
de’ qua’ neun ce m’ha, quando me vede,
che per mi ratto non si levi in pede.
Castra Fiorentino
Anônimo
Con levrieri e mastin
Con levrieri e mastin, segugi e bracchi,
cacciando vo da sera e da mattina
sol per pigliar la bianca porcellina.
E per le vie, dov’ella più cammina,
piediche ho tese e molti forti lacci
e ancora nondimen l’aspetto a ’ghiacci.
Non lascerò per neve né per ghiacci,
per estivo calor né per ispesa,
ch’i’ non la segua in fin ch’i’ l’arò presa.
Per che sommo diletto spero il giorno
ch’i’ sonerò, a caccia presa, il corno.
cacciando vo da sera e da mattina
sol per pigliar la bianca porcellina.
E per le vie, dov’ella più cammina,
piediche ho tese e molti forti lacci
e ancora nondimen l’aspetto a ’ghiacci.
Non lascerò per neve né per ghiacci,
per estivo calor né per ispesa,
ch’i’ non la segua in fin ch’i’ l’arò presa.
Per che sommo diletto spero il giorno
ch’i’ sonerò, a caccia presa, il corno.
Anônimo
Date beccare all’ugellino mio
Date beccare all’ugellino mio,
donne e fanciulle, per l’amor di Dio.
Questo ugellino gli è tanto bello,
ardito e forte co’ un lioncello;
un dipintor nol farebbe più bello,
com’egli ha fatto la testa e ’l su’ crino.
Quest’ugellino è vago dell’ova,
vanne cercando quantunque ne truova;
quando v’è dentro non par che si mova,
e poi se n’esce un cotal pocolino.
E’ non si cura là donde s’attuffa,
per che li sappi di feccia o di muffa;
cacciasi dentro alla baruffa,
cacciasi dentro quel buon piccolino.
Chi lo vedesse così ben armato
andare a la giostra quel dileggiato;
dà solo un colpo ed è iscavalcato;
torna piangendo com’un fanciullino.
Questo ugellino egli è costumato;
nanti alle donne non tien nulla in capo;
egli sta ritto e sta iscappucciato
e mai non cura né gel né serino.
donne e fanciulle, per l’amor di Dio.
Questo ugellino gli è tanto bello,
ardito e forte co’ un lioncello;
un dipintor nol farebbe più bello,
com’egli ha fatto la testa e ’l su’ crino.
Quest’ugellino è vago dell’ova,
vanne cercando quantunque ne truova;
quando v’è dentro non par che si mova,
e poi se n’esce un cotal pocolino.
E’ non si cura là donde s’attuffa,
per che li sappi di feccia o di muffa;
cacciasi dentro alla baruffa,
cacciasi dentro quel buon piccolino.
Chi lo vedesse così ben armato
andare a la giostra quel dileggiato;
dà solo un colpo ed è iscavalcato;
torna piangendo com’un fanciullino.
Questo ugellino egli è costumato;
nanti alle donne non tien nulla in capo;
egli sta ritto e sta iscappucciato
e mai non cura né gel né serino.
Anônimo
Detto del gatto lupesco
Si com’ altr’ uomini vanno,
ki per prode e chi per danno,
per lo mondo tuttavia,
così m’andava l’altra dia
per un cammino trastullando
e d’un mio amor gia pensando
e andava a capo chino.
Allora uscio fuor del cammino
ed intrai in uno sentieri
ed incontrai duo cavalieri
de la corte de lo re Arti,
ke mi dissero: “Ki:sse’ tu?”
E io rispuosi in salutare:
“Quello Fio sono, ben mi si pare.
Îo sono uno gatto lupesco,
ke a catuno vo dando un esco,
ki non mi dice veritate.
Però saper voglio ove andate,
e voglio sapere onde sete
e di qual parte venite.”
Quelli mi dissero; “Or intendete,
e vi diremo ciò che volete,
ove gimo e donde siamo;
e vi ditemo onde vegnamo.
Cavalieri siamo di Bretagna,
ke vegnamo de la montagna
ke-ll’omo apella Mongibello.
Assai vi semo stati ad ostello
per apparare ed invenire
la veritade di nostro sire
lo re Arti, k’avemo perduto
e non sapemo ke-:ssia venuto.
Or ne torniamo in nostra terra,
ne lo reame d’Inghilterra.
A Dio siate voi, ser gatto,
voi con tutto ’l vostro fatto.”
E io rispuosi allora insuno:
“A Dio vi comando ciascheduno.”
Così da me si dipartiro
li cavalieri quando ne giro.
E io andai pur oltre addesso
per lo sentiero ond’ iera messo,
e tutto ’l giorno non finai
infin a la sera, k’io albergai
con un romito nel gran diserto,
lungi ben trenta miglia certo;
ed al mattino mi ne partio,
sì acomandai lo romito a Dio,
Ed anzi Kio mi ne partisse,
lo romito sì mi disse
verso qual parte io andasse:
veritade non li celasse.
E io li dissi: “Ben mi piace;
non te ne serò fallace
k’io non ti dica tutto *’l dritto.
lo me ne vo in terra d’Egitto,
e voi’ cercare Saracinia
E tutta terra pagania,
e Arabici e ’Braici e Tedeschi
e ’l soldano e ’l Saladino
e ’1 Veglio e tutto suo dimino
e terra Vinenzium e Belleem
‘e Montuliveto e Gersalem
e l’amiraglio e ’1 Massamuto,
e l’uomo per kui Cristo è atenduto
dall’ora in qua ke fue pigliato
e ne la croce inchiavellato
da li Giudei ke ‘l giano frustando,
com’ a ladrone battendo e dando.
Allor quell’uomo li puose mente
e sì li disse pietosamente:
‘Va’ tosto, ke non ti dean si spesso’;
e Cristo si rivolse adesso,
sì li disse: ‘Io anderòe,
e tu m’aspetta, K’io torneròe’;
e poi fue messo in su la croce
a grido di popolo ed a boce.
Allora tremò tutta la terra:
così:cci guardi Dio di guerra.”
A questa mi dipartio andando
e da lo romito acomiatando,
a cui dicea lo mio viaggio.
Ed uscfo fuor dello rumitaggio
per un sportello k’avea la porta,
pensando trovare la via scorta
ond’ io andasse sicuramente.
Allor guardai e puosi mente
e non vidi via neuna.
L’aria era molto scura,
e ’l tempo nero e tenebroso;
e io com’ uomo pàuroso
ritornai ver’ lo romito,
da cui m’iera già partito,
e d’una boce l’appellai,
sì li diss’ io: “Per Dio, se-ttu sai
lo cammino, or lo m’insegna,
Kio non soe dond’ io mi tegna.”
Quelli allora mi guardòe,
co la mano mi mostròe
una croce nel diserto,
lungi ben diece miglia certo,
e disse: “Colà è lo cammino
onde va catuno pelegrino
ke vada o vegna d’oltremare.”
A questa mi mossi ad andare
verso la croce bellamente,
e quasi non vedea neente
per lo tempo ch’iera oscuro,
e ’] diserto aspro e duro.
E a l’andare K’io facea
verso la croce tuttavia
voce, per “fama.” 81. A questa: In questa (cioè dopo aver detto
86. scorta: chiaramen-
e parole riportate). 83. viaggio: itinerario.
sì vidi bestie ragunate,
ke tutte stavaro aparechiate
per pigliare ke divorassero,
se alcuna pastura trovassero,
Ed io ristetti per vedere,
per conoscere e per sapere
ke bestie fosser tutte queste
ke mi pareano molte alpestre;
si vi vidi un grande leofante
ed un vette molto grande
ed un orso molto superbio
ed un leone ed un gran cerbio;
e vidivi quattro leopardi
e due dragoni cun rei sguardi;
e sì vi vidi lo tigro e ’l tasso
e una lonza e un tinasso;
e sì vi vidi una bestia strana,
ch’uomo appella baldivana;
e sì vi vidi la pantera
e la giraffa e la paupera
e ’l gatto padule e la lea
e la gran bestia baradinera;
ed altre bestie vi vidi assai,
le quali ora non vi dirai,
ké nonn-è tempo né stagione.
Ma-:ssì vi dico, per san Simone,
ke mi partii per maestria
da le bestie ed andà’ via,
i
e cercaj tutti Ji paesi
ke voi da me avete intesi,
e tornai a lo mi’ ostello.
Però finisco ke-ffà bello.
44. Perciò finisco in bellezza (oppure: Perciò finisco perché conviene
inire).
Jacopone da Todi
ki per prode e chi per danno,
per lo mondo tuttavia,
così m’andava l’altra dia
per un cammino trastullando
e d’un mio amor gia pensando
e andava a capo chino.
Allora uscio fuor del cammino
ed intrai in uno sentieri
ed incontrai duo cavalieri
de la corte de lo re Arti,
ke mi dissero: “Ki:sse’ tu?”
E io rispuosi in salutare:
“Quello Fio sono, ben mi si pare.
Îo sono uno gatto lupesco,
ke a catuno vo dando un esco,
ki non mi dice veritate.
Però saper voglio ove andate,
e voglio sapere onde sete
e di qual parte venite.”
Quelli mi dissero; “Or intendete,
e vi diremo ciò che volete,
ove gimo e donde siamo;
e vi ditemo onde vegnamo.
Cavalieri siamo di Bretagna,
ke vegnamo de la montagna
ke-ll’omo apella Mongibello.
Assai vi semo stati ad ostello
per apparare ed invenire
la veritade di nostro sire
lo re Arti, k’avemo perduto
e non sapemo ke-:ssia venuto.
Or ne torniamo in nostra terra,
ne lo reame d’Inghilterra.
A Dio siate voi, ser gatto,
voi con tutto ’l vostro fatto.”
E io rispuosi allora insuno:
“A Dio vi comando ciascheduno.”
Così da me si dipartiro
li cavalieri quando ne giro.
E io andai pur oltre addesso
per lo sentiero ond’ iera messo,
e tutto ’l giorno non finai
infin a la sera, k’io albergai
con un romito nel gran diserto,
lungi ben trenta miglia certo;
ed al mattino mi ne partio,
sì acomandai lo romito a Dio,
Ed anzi Kio mi ne partisse,
lo romito sì mi disse
verso qual parte io andasse:
veritade non li celasse.
E io li dissi: “Ben mi piace;
non te ne serò fallace
k’io non ti dica tutto *’l dritto.
lo me ne vo in terra d’Egitto,
e voi’ cercare Saracinia
E tutta terra pagania,
e Arabici e ’Braici e Tedeschi
e ’l soldano e ’l Saladino
e ’1 Veglio e tutto suo dimino
e terra Vinenzium e Belleem
‘e Montuliveto e Gersalem
e l’amiraglio e ’1 Massamuto,
e l’uomo per kui Cristo è atenduto
dall’ora in qua ke fue pigliato
e ne la croce inchiavellato
da li Giudei ke ‘l giano frustando,
com’ a ladrone battendo e dando.
Allor quell’uomo li puose mente
e sì li disse pietosamente:
‘Va’ tosto, ke non ti dean si spesso’;
e Cristo si rivolse adesso,
sì li disse: ‘Io anderòe,
e tu m’aspetta, K’io torneròe’;
e poi fue messo in su la croce
a grido di popolo ed a boce.
Allora tremò tutta la terra:
così:cci guardi Dio di guerra.”
A questa mi dipartio andando
e da lo romito acomiatando,
a cui dicea lo mio viaggio.
Ed uscfo fuor dello rumitaggio
per un sportello k’avea la porta,
pensando trovare la via scorta
ond’ io andasse sicuramente.
Allor guardai e puosi mente
e non vidi via neuna.
L’aria era molto scura,
e ’l tempo nero e tenebroso;
e io com’ uomo pàuroso
ritornai ver’ lo romito,
da cui m’iera già partito,
e d’una boce l’appellai,
sì li diss’ io: “Per Dio, se-ttu sai
lo cammino, or lo m’insegna,
Kio non soe dond’ io mi tegna.”
Quelli allora mi guardòe,
co la mano mi mostròe
una croce nel diserto,
lungi ben diece miglia certo,
e disse: “Colà è lo cammino
onde va catuno pelegrino
ke vada o vegna d’oltremare.”
A questa mi mossi ad andare
verso la croce bellamente,
e quasi non vedea neente
per lo tempo ch’iera oscuro,
e ’] diserto aspro e duro.
E a l’andare K’io facea
verso la croce tuttavia
voce, per “fama.” 81. A questa: In questa (cioè dopo aver detto
86. scorta: chiaramen-
e parole riportate). 83. viaggio: itinerario.
sì vidi bestie ragunate,
ke tutte stavaro aparechiate
per pigliare ke divorassero,
se alcuna pastura trovassero,
Ed io ristetti per vedere,
per conoscere e per sapere
ke bestie fosser tutte queste
ke mi pareano molte alpestre;
si vi vidi un grande leofante
ed un vette molto grande
ed un orso molto superbio
ed un leone ed un gran cerbio;
e vidivi quattro leopardi
e due dragoni cun rei sguardi;
e sì vi vidi lo tigro e ’l tasso
e una lonza e un tinasso;
e sì vi vidi una bestia strana,
ch’uomo appella baldivana;
e sì vi vidi la pantera
e la giraffa e la paupera
e ’l gatto padule e la lea
e la gran bestia baradinera;
ed altre bestie vi vidi assai,
le quali ora non vi dirai,
ké nonn-è tempo né stagione.
Ma-:ssì vi dico, per san Simone,
ke mi partii per maestria
da le bestie ed andà’ via,
i
e cercaj tutti Ji paesi
ke voi da me avete intesi,
e tornai a lo mi’ ostello.
Però finisco ke-ffà bello.
44. Perciò finisco in bellezza (oppure: Perciò finisco perché conviene
inire).
Jacopone da Todi
Anônimo
Dilatando le cosce
Dilatando le cosce, aperse il varco,
ove stemprò le sue dolcezze amore
curvò la destra gamba a guisa d’arco,
e spinse la sinistra alquanto fuore.
A sostener dell’amoroso incarco
l’amato peso ella dispone il core,
e mentre un dolce invito l’appresenta,
curioso il guardo il cavalier s’avventa.
Spuntava intorno al vaso aurato pelo,
filato in crespe inanellate, e bionde,
che come fiore in su del proprio stelo
le parti adombra sì, ma non l’asconde!
Senza l’impaccio vil d’infido velo
tetta tutte apparian le vie profonde,
e sudavan stemprate in stille, giusto
le labbra ormai dell’orificio angusto.
D’erbe intanto, e di fior la scaltra amante
un fascio fece, e sotto a sé le pose;
così che sollevata, e torreggiante
la parte bassa al suo arbitrio espose:
egli vi cadde sopra, ella brillante
in guisa tal s’avviticchiò e compose,
che con innesto vezzosetto, e ameno
bocca a bocca era unita, e seno a seno.
Un diluvio di baci egli le scocca,
e se cento ella n’ha, cento ne rende;
volan le lingue in l’una, e l’altra bocca,
né il fin del primo bacio il bacio attende;
si confondono i baci, e mentre incocca
il labro un bacio, un altro bacio il fende;
così largo di baci era lo stuolo
che parean mille baci un bacio solo.
Si bacian lungamente, e non s’estinse
l’empito in cor dell’amoroso foco,
che più vie più s’accense e allor s’accinse
l’amante alfine al vezzosetto gioco;
con braccia nerborute al sen la strinse
e avvicinando all’umidetto loco
la spada ardita, egli gagliardo e franco
nella meta investì di punto in bianco.
Penetrò il forte dardo, e forte giunse
a visitar gli tepedi meati,
ferì per dritto, ed in obliquo punse
ritorcendo la punta in tutti i lati;
estrema forza a gran vigor congiunse
sino quasi a spirar gli ultimi fiati:
sicché con forza inusitata, e vaga
le fe’ una grande e memorabil piaga.
ove stemprò le sue dolcezze amore
curvò la destra gamba a guisa d’arco,
e spinse la sinistra alquanto fuore.
A sostener dell’amoroso incarco
l’amato peso ella dispone il core,
e mentre un dolce invito l’appresenta,
curioso il guardo il cavalier s’avventa.
Spuntava intorno al vaso aurato pelo,
filato in crespe inanellate, e bionde,
che come fiore in su del proprio stelo
le parti adombra sì, ma non l’asconde!
Senza l’impaccio vil d’infido velo
tetta tutte apparian le vie profonde,
e sudavan stemprate in stille, giusto
le labbra ormai dell’orificio angusto.
D’erbe intanto, e di fior la scaltra amante
un fascio fece, e sotto a sé le pose;
così che sollevata, e torreggiante
la parte bassa al suo arbitrio espose:
egli vi cadde sopra, ella brillante
in guisa tal s’avviticchiò e compose,
che con innesto vezzosetto, e ameno
bocca a bocca era unita, e seno a seno.
Un diluvio di baci egli le scocca,
e se cento ella n’ha, cento ne rende;
volan le lingue in l’una, e l’altra bocca,
né il fin del primo bacio il bacio attende;
si confondono i baci, e mentre incocca
il labro un bacio, un altro bacio il fende;
così largo di baci era lo stuolo
che parean mille baci un bacio solo.
Si bacian lungamente, e non s’estinse
l’empito in cor dell’amoroso foco,
che più vie più s’accense e allor s’accinse
l’amante alfine al vezzosetto gioco;
con braccia nerborute al sen la strinse
e avvicinando all’umidetto loco
la spada ardita, egli gagliardo e franco
nella meta investì di punto in bianco.
Penetrò il forte dardo, e forte giunse
a visitar gli tepedi meati,
ferì per dritto, ed in obliquo punse
ritorcendo la punta in tutti i lati;
estrema forza a gran vigor congiunse
sino quasi a spirar gli ultimi fiati:
sicché con forza inusitata, e vaga
le fe’ una grande e memorabil piaga.
Anônimo
Facciendo una fanciulla
Facciendo una fanciulla canpanelle,
e gl’occhi mie’ che guardan senza freno,
per mia sventura gli guardai in seno
e vidi cose oltra misura belle.
Ciò fur le suo bianchissime mamelle
ch’io non conosco niun uom terreno
ch’a risguardarle non venisse meno
desiderando di ruzar con elle.
Inmaginai: «Questa onde l’ha tratte?»
però ch’avea brunetta la sua faccia
e le mammelle bianche più di latte.
fosse stato quando il freddo aghiaccia,
arìa pensato: «Di neve l’ha fatte,
perché alla giente più diletti o piaccia».
Io vo’ che ciascun saccia,
ch’io vidi ben che l’eran di natura;
ond’io m’innamorai oltra misura.
e gl’occhi mie’ che guardan senza freno,
per mia sventura gli guardai in seno
e vidi cose oltra misura belle.
Ciò fur le suo bianchissime mamelle
ch’io non conosco niun uom terreno
ch’a risguardarle non venisse meno
desiderando di ruzar con elle.
Inmaginai: «Questa onde l’ha tratte?»
però ch’avea brunetta la sua faccia
e le mammelle bianche più di latte.
fosse stato quando il freddo aghiaccia,
arìa pensato: «Di neve l’ha fatte,
perché alla giente più diletti o piaccia».
Io vo’ che ciascun saccia,
ch’io vidi ben che l’eran di natura;
ond’io m’innamorai oltra misura.
Anônimo
Femina non fu mai
Femina non fu mai che non sia croia;
femina non fu mai che non sia pazza;
femina non fu mai che non sia troia.
Elle vorrebbon star sempre a la piazza,
e tirar la sampogna e ’l manganello,
sempre con la bugada e con la guazza.
Femina non fu mai senza coltello;
femina non fu mai senza ruina;
femina non fu mai senza bordello.
femina non fu mai che non sia pazza;
femina non fu mai che non sia troia.
Elle vorrebbon star sempre a la piazza,
e tirar la sampogna e ’l manganello,
sempre con la bugada e con la guazza.
Femina non fu mai senza coltello;
femina non fu mai senza ruina;
femina non fu mai senza bordello.
Anônimo
Fermati, viator
Fermati, viator, se saper vuoi
l’esito de la mia vita meschina:
Gaspara Stampa fui, donna e reina
di quante unqua puttane fur tra voi.
M’ebbe vergine il Gritti, ed ho da poi
fatto di mille e più cazzi ruina;
vissi sempre di furto e di rapina;
m’uccise un cazzo con gl’impiti suoi. […]
Va’ in pace, e, per temprare mia penuria,
snientami col membro tuo virile,
che sol quel, mentre vissi, mi piacea.
l’esito de la mia vita meschina:
Gaspara Stampa fui, donna e reina
di quante unqua puttane fur tra voi.
M’ebbe vergine il Gritti, ed ho da poi
fatto di mille e più cazzi ruina;
vissi sempre di furto e di rapina;
m’uccise un cazzo con gl’impiti suoi. […]
Va’ in pace, e, per temprare mia penuria,
snientami col membro tuo virile,
che sol quel, mentre vissi, mi piacea.
Anônimo
Fruste ccà
Fruste ccà, Margaritella,
ca si’ troppo scannalosa,
che per ogni poca cosa
vutte nnanze la gonnella.
Fruste ccà, Margaritella.
ca si’ troppo scannalosa,
che per ogni poca cosa
vutte nnanze la gonnella.
Fruste ccà, Margaritella.
Anônimo
Infin levossi
Infin levossi Potta da Modena,
che da Cazzon scacciata con infamia,
a titolo di brutta, larga e insipida,
portava dentro al cor gelose furie:
ma sospendendo alquanto la sua rabbia,
all’assemblea mostrò voler discorrere:
talché drizzati i cazzi per intendere
i culi verso lei si rivoltarono
e sospesi i coglioni e attenti stettero
al discorso che fe’ molto patetico,
e perorò con sì grand’eloquenzia,
che trovò scritto in certo commentario,
che fu da questa ch’imparò Demostene,
e poscia Cicerone e Tito Livio
il bel modello di parlare al pubblico,
sendo la prima che lo mise in pratica.
Si pose in atto la Potta da Modena,
e avendo fatte alcune strane smorfie,
e sgocciolate sanguinose lagrime,
spalancò la gran bocca in tal propositi.
che da Cazzon scacciata con infamia,
a titolo di brutta, larga e insipida,
portava dentro al cor gelose furie:
ma sospendendo alquanto la sua rabbia,
all’assemblea mostrò voler discorrere:
talché drizzati i cazzi per intendere
i culi verso lei si rivoltarono
e sospesi i coglioni e attenti stettero
al discorso che fe’ molto patetico,
e perorò con sì grand’eloquenzia,
che trovò scritto in certo commentario,
che fu da questa ch’imparò Demostene,
e poscia Cicerone e Tito Livio
il bel modello di parlare al pubblico,
sendo la prima che lo mise in pratica.
Si pose in atto la Potta da Modena,
e avendo fatte alcune strane smorfie,
e sgocciolate sanguinose lagrime,
spalancò la gran bocca in tal propositi.
Anônimo
La fira ed San Lazer
A san stè a la fira ed San Lazer oili oilà
A san stè a la fira ed San Lazer oilì oilà
A iò cumprè du bi pizòn cum i eran bi cum i eran bòn
A iò cumprè du bi pizòn cum i eran bi cum i eran bòn
La selta fora na ragazola, oilì oilà
La selta fora na ragazola oilì oilà
Ma xa vli pri du pizòn cum i eran bi cum i eran bòn
Ma xa vli pri du pizòn cum i eran bi cum i eran bòn
A la purtè dantr’a una porta, oili oilà
Sò la stanela, zò i bragòn, cum i eran bi cum i eran bòn
Sò la stanela, zò i bragòn, cum i eran bi cum i eran bòn
La selta fora na brotta vciàza oilì oilà
La selta fora na brotta vciàza oilì oilà
Ban xa fev du spurcaciòn cum i eran bi cum i eran bòn
Ban xa fev du spurcaciòn cum i eran bi cum i eran bòn
Siamo qui che giochiamo alla merla oili oilà
Siamo qui che giochiamo alla merla oilà…
Sè la merla i mi quaiòn cum i eran bi cum i eran bòn
Sè la merla i mi quaiòn cum i eran bi cum i eran bòn
Anca me quand ai’ era giuvnàza oilì oilà
Anca mè quand ai era giuvnàza oili oilà
A n’ho ciapè di bi pzulòn cum i eran bi cum i eran bòn
A n’ho ciapè di bi pzulòn cum i eran bi cum i eran…
Anc ades ca san na vciaza oilì oilà
Anc ades ca san na vciaza oilì oilà
Am la sfraig contr’i fitòn,
cum i eran bi cum i eran bòn
Am la sfraig contr’i fitòn,
cum i eran bi cum i eran bòn
A san stè a la fira ed San Lazer oilì oilà
A iò cumprè du bi pizòn cum i eran bi cum i eran bòn
A iò cumprè du bi pizòn cum i eran bi cum i eran bòn
La selta fora na ragazola, oilì oilà
La selta fora na ragazola oilì oilà
Ma xa vli pri du pizòn cum i eran bi cum i eran bòn
Ma xa vli pri du pizòn cum i eran bi cum i eran bòn
A la purtè dantr’a una porta, oili oilà
Sò la stanela, zò i bragòn, cum i eran bi cum i eran bòn
Sò la stanela, zò i bragòn, cum i eran bi cum i eran bòn
La selta fora na brotta vciàza oilì oilà
La selta fora na brotta vciàza oilì oilà
Ban xa fev du spurcaciòn cum i eran bi cum i eran bòn
Ban xa fev du spurcaciòn cum i eran bi cum i eran bòn
Siamo qui che giochiamo alla merla oili oilà
Siamo qui che giochiamo alla merla oilà…
Sè la merla i mi quaiòn cum i eran bi cum i eran bòn
Sè la merla i mi quaiòn cum i eran bi cum i eran bòn
Anca me quand ai’ era giuvnàza oilì oilà
Anca mè quand ai era giuvnàza oili oilà
A n’ho ciapè di bi pzulòn cum i eran bi cum i eran bòn
A n’ho ciapè di bi pzulòn cum i eran bi cum i eran…
Anc ades ca san na vciaza oilì oilà
Anc ades ca san na vciaza oilì oilà
Am la sfraig contr’i fitòn,
cum i eran bi cum i eran bòn
Am la sfraig contr’i fitòn,
cum i eran bi cum i eran bòn
Anônimo
La puttana per i poveri
Parleranno i giornali e le gazzette
d’una mia famosissima invenzione
che a scorno della fica e delle tette
trïonfante sen viene dall’agone.
Metter si può infra le cose elette
atte a soddisfar sì quelle persone
che odian sempre le donne maledette…
Ma alfin, di che si tratta? D’un popone!
Ci ho fatto un buco, e poi l’ho riscaldato,
indi v’ho posto il cazzo, ed assicuro
che fottendo un gran gusto ho lì provato.
Dopo l’ho aperto, e con del vino puro
ho fatto colazione a buon mercato,
talché le potte umane più non curo.
d’una mia famosissima invenzione
che a scorno della fica e delle tette
trïonfante sen viene dall’agone.
Metter si può infra le cose elette
atte a soddisfar sì quelle persone
che odian sempre le donne maledette…
Ma alfin, di che si tratta? D’un popone!
Ci ho fatto un buco, e poi l’ho riscaldato,
indi v’ho posto il cazzo, ed assicuro
che fottendo un gran gusto ho lì provato.
Dopo l’ho aperto, e con del vino puro
ho fatto colazione a buon mercato,
talché le potte umane più non curo.
Anônimo
Le pute de San Lunardo
Le pute de San Lunardo
g’ha le gambe de bombàso
e quando che le camina
le se ghe storse le se ghe inchina.
La la la…
E quéle de Rialto
le va in giro col taco alto,
le se volta par de drìo,
vede quel béco de so marìo.
La la la…
E quéle de la Bràgola
le g’ha l’oro che ghe bàgola,
le g’ha i còtoli ricamài;
i marineri ghe li g’ha pagài.
La la la…
E quéle de San Lìo
le va in leto sensa marìo,
le fa fiòi alegramente:
so marìo no ghe dise niente.
La la la…
E quéle de San Marcuòra
le g’ha l’abito che ghe svola,
le g’ha el còtolo de saco,
camisa al culo no ghe ne cato.
La la la…
E quéle de qua drìo
loro le porta la bustina
larga abasso e streta in cima
perché peti no ghe ne g’ha.
La la la…
E feghe la nìo-nana,
con quatro bachete se bate la lana
e con tre se bate la séa,
viva le pute de Sant’Andrea!
La la la…
g’ha le gambe de bombàso
e quando che le camina
le se ghe storse le se ghe inchina.
La la la…
E quéle de Rialto
le va in giro col taco alto,
le se volta par de drìo,
vede quel béco de so marìo.
La la la…
E quéle de la Bràgola
le g’ha l’oro che ghe bàgola,
le g’ha i còtoli ricamài;
i marineri ghe li g’ha pagài.
La la la…
E quéle de San Lìo
le va in leto sensa marìo,
le fa fiòi alegramente:
so marìo no ghe dise niente.
La la la…
E quéle de San Marcuòra
le g’ha l’abito che ghe svola,
le g’ha el còtolo de saco,
camisa al culo no ghe ne cato.
La la la…
E quéle de qua drìo
loro le porta la bustina
larga abasso e streta in cima
perché peti no ghe ne g’ha.
La la la…
E feghe la nìo-nana,
con quatro bachete se bate la lana
e con tre se bate la séa,
viva le pute de Sant’Andrea!
La la la…
Anônimo
Musarum invocatio
Rica putanarum notissima tuque Roseta
Unica vacarum multo bertone superba
Tu Franceschina quidem semper colante potifa
Tu quoque Marieta nunquam satiata futiri
Vos quae albarellis vos quae ad vignale sedetis
Huc bordellorum vache: poteque venite
Que juristarum dignissima numina sitis
Vos mihi cantanti largis favete potifis.
Unica vacarum multo bertone superba
Tu Franceschina quidem semper colante potifa
Tu quoque Marieta nunquam satiata futiri
Vos quae albarellis vos quae ad vignale sedetis
Huc bordellorum vache: poteque venite
Que juristarum dignissima numina sitis
Vos mihi cantanti largis favete potifis.