Poesie di questo tema
Emozioni e sentimenti
Cesare Viviani
Dolo mite
I
scartato bela ringo da bambino
non ha pori mariànto biodegrada
un quadro gli noventa commestibile. Oh le tenerazioni, non si dosa
il gasato remoto e bricolava col rogito Argo rum. E la Persiana
col bacco simpamìna nel programma
del rosso femminino:
quest’ano bisestile pien di ràncido
cospirando l’implicito s’allena. Che dalmine non è
ma un cosentino dirige questo siro: l’è venuto
dal bus, pieno di dee
II
il tòrzolo del negro la cichìta rallenta il casto periplo di Linda
tarato sui liquami:
una scoria impossibile a narrare, vedete questa polla venerata?
la falange africana si fa l’una invade il terminale salomonico
compreso nell’ammanco organolettico. Più costo mi tramésto da
[corèta
nella saluminosa sua cométa donde para domande
per il doppio servizio: oh piscatore,
vantava la mattina
sbaglia tutti
questa è la fiaba orale
III
una taccia velata di vanessa la tisana al dessert dell’auto nobile
sotto il mastello fitto di visone, commìna sulla fiscia
di cemento si scherma un pezzo al mare:
una liguria bianca di convivere detiene la combìna importunata ...
Oh se mosse possibile ... e corrode
al caldo bollicino di dicembre
al comma sei Vincenzo comparato tirava i semi in barca
scartato bela ringo da bambino
non ha pori mariànto biodegrada
un quadro gli noventa commestibile. Oh le tenerazioni, non si dosa
il gasato remoto e bricolava col rogito Argo rum. E la Persiana
col bacco simpamìna nel programma
del rosso femminino:
quest’ano bisestile pien di ràncido
cospirando l’implicito s’allena. Che dalmine non è
ma un cosentino dirige questo siro: l’è venuto
dal bus, pieno di dee
II
il tòrzolo del negro la cichìta rallenta il casto periplo di Linda
tarato sui liquami:
una scoria impossibile a narrare, vedete questa polla venerata?
la falange africana si fa l’una invade il terminale salomonico
compreso nell’ammanco organolettico. Più costo mi tramésto da
[corèta
nella saluminosa sua cométa donde para domande
per il doppio servizio: oh piscatore,
vantava la mattina
sbaglia tutti
questa è la fiaba orale
III
una taccia velata di vanessa la tisana al dessert dell’auto nobile
sotto il mastello fitto di visone, commìna sulla fiscia
di cemento si scherma un pezzo al mare:
una liguria bianca di convivere detiene la combìna importunata ...
Oh se mosse possibile ... e corrode
al caldo bollicino di dicembre
al comma sei Vincenzo comparato tirava i semi in barca
Cesare Viviani
Ho dovuto concordare
Ho dovuto concordare la mia crescita, il mio futuro
con questo amore.
Più volte ho sperato che fosse una donna o un uomo.
Ma ogni sera la luce se ne andava e con il buio
le persone sparivano, tutte
con discrezione sparivano:
mai una con cui restare.
con questo amore.
Più volte ho sperato che fosse una donna o un uomo.
Ma ogni sera la luce se ne andava e con il buio
le persone sparivano, tutte
con discrezione sparivano:
mai una con cui restare.
Cesare Viviani
Il cittadino mi vede
Il cittadino mi vede seduto
sulla panchina che la prima luce
imbianca, meravigliato
si ferma e vuole
che gli risponda. Dice
che sono bianco in volto
sulla panchina che la prima luce
imbianca, meravigliato
si ferma e vuole
che gli risponda. Dice
che sono bianco in volto
Cesare Viviani
Limpida America
Limpida America che mi racconta volando con l’automobile
verso la cima, con il foulard o sciarpa al vento -
già mi distraggo al pensiero di quella disgraziata
che mi rovinò - elegante deve essere
molto ricco il mio amico.
Questa grande camera è tua, per quanto vuoi, guarda che vista,
e incalza il giorno seguente: averti ritrovato dopo tanti
anni, ospitarti che gioia!
Che bella camera, ripeto, da solo a bassa voce ritirandomi stanco,
che bella casa, appoggiato alla sponda del letto, e rivedo una casa -
e la terra chissà se è fertile qui e se produce,
non gliel’ho chiesto,
e 1 figli? sì, i figli che saranno qui a pranzo, sono straordinari
e che è felice che li conosca.
verso la cima, con il foulard o sciarpa al vento -
già mi distraggo al pensiero di quella disgraziata
che mi rovinò - elegante deve essere
molto ricco il mio amico.
Questa grande camera è tua, per quanto vuoi, guarda che vista,
e incalza il giorno seguente: averti ritrovato dopo tanti
anni, ospitarti che gioia!
Che bella camera, ripeto, da solo a bassa voce ritirandomi stanco,
che bella casa, appoggiato alla sponda del letto, e rivedo una casa -
e la terra chissà se è fertile qui e se produce,
non gliel’ho chiesto,
e 1 figli? sì, i figli che saranno qui a pranzo, sono straordinari
e che è felice che li conosca.
Cesare Zavattini
È duro è duro è duro
È duro è duro è duro
gridai lungo la rampa delle scale.
Dopo la guerra non si drizzava più
da quattro mesi. Invano lo squassavo il lumacone.
Decisi
di buttarmi dall’attico.
Inesistiti mi pareano i tempi che ovunque fossi
come brezza il pensiero di lei
dal nulla lo faceva lievitare
anzi dovevo badarvi con la mano in tasca
per celare il rigonfio nei calzoni.
Non credo eppur pregai.
Sentii dunque all’improvviso
un che tra l’aurora e il coro dei «lombardi»,
un calore solenne,
non so forse c’entrava
la turgida cascata delle Marmore,
gridai
è duro è duro
piangendo
lungo la rampa delle scale.
gridai lungo la rampa delle scale.
Dopo la guerra non si drizzava più
da quattro mesi. Invano lo squassavo il lumacone.
Decisi
di buttarmi dall’attico.
Inesistiti mi pareano i tempi che ovunque fossi
come brezza il pensiero di lei
dal nulla lo faceva lievitare
anzi dovevo badarvi con la mano in tasca
per celare il rigonfio nei calzoni.
Non credo eppur pregai.
Sentii dunque all’improvviso
un che tra l’aurora e il coro dei «lombardi»,
un calore solenne,
non so forse c’entrava
la turgida cascata delle Marmore,
gridai
è duro è duro
piangendo
lungo la rampa delle scale.
Cino da Pistoia
A dante
Dante, io ho preso l’abito di doglia
e innanzi altrui di lagrimar non curo;
chè ’l vel tinto clio vidi e ’l drappo scuro
d’ogni allegrezza e d’ogni ben mi spoglia;
ed il cor m’arde in desiosa voglia
di pur doler mentre che in vita duro;
tal ch’Amor non può rendermi sicuro,
ch’ogni dolor in me più non s’accoglia.
Dolente vo’ pascendomi sospiri
quanto posso inforzando il mio lamento
IO
per quella in cui son morti i miei disiri.
È però se tu sai nuovo tormento,
mandalo al desioso de’ mattiti,
chè fie albergato di coral talento.
e innanzi altrui di lagrimar non curo;
chè ’l vel tinto clio vidi e ’l drappo scuro
d’ogni allegrezza e d’ogni ben mi spoglia;
ed il cor m’arde in desiosa voglia
di pur doler mentre che in vita duro;
tal ch’Amor non può rendermi sicuro,
ch’ogni dolor in me più non s’accoglia.
Dolente vo’ pascendomi sospiri
quanto posso inforzando il mio lamento
IO
per quella in cui son morti i miei disiri.
È però se tu sai nuovo tormento,
mandalo al desioso de’ mattiti,
chè fie albergato di coral talento.
Cino da Pistoia
Sonetto
Tutto ciò ch’altrui piace, a me disgrada;
ed emmi a noia e spiace tutto il mondo.
Or dunque che ti piace? Io ti rispondo
quando l’un l’altro spessamente agghiada:
e piacemi veder colpi di spada
altrui nel volto, e navi andar al fondo;
e piacemi veder Neron secondo
e che s’ardesse ogni femmina lada.
Molto mi spiace allegrezza e sollazzo
e la malinconia m’aggrada forte,
IO
e tutto ’Î dì vorrei seguire un pazzo,
e far mi piaceria di pianto, corte,
ed ammazzar tutti quei cl’io ammazzo
con l’arme del pensier, w trovo motte.
ed emmi a noia e spiace tutto il mondo.
Or dunque che ti piace? Io ti rispondo
quando l’un l’altro spessamente agghiada:
e piacemi veder colpi di spada
altrui nel volto, e navi andar al fondo;
e piacemi veder Neron secondo
e che s’ardesse ogni femmina lada.
Molto mi spiace allegrezza e sollazzo
e la malinconia m’aggrada forte,
IO
e tutto ’Î dì vorrei seguire un pazzo,
e far mi piaceria di pianto, corte,
ed ammazzar tutti quei cl’io ammazzo
con l’arme del pensier, w trovo motte.
Clemente Rebora
Dall’imagine tesa
Dall’imagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire,
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire,
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.
Clemente Rebora
Lungo di donna un canto si trasfonde
Lungo di donna un canto si trasfonde
come azzurro vapore
dai clivi lambiti dal sole d’autunno
che stanco dirada l’ardor delle fronde
e nuvole scioglie cercanti sopore.
Nel vuoto sostare dell’aria ascoltante
la voce mi pàlpita in cuore;
e le bellezze ripenso che sole
vaniscon senza amore:
baleno d’oro non giunto al guizzo,
pianta nel succhio divelta, tizzo
scordato sotto la cappa
a sognare la fiamma,
alito non respirato,
baci non schiusi,
forte corpo senza amplesso.
Dai clivi si versa si esala dispera
l’umido ombrare violetto:
a casa, a spremer la sera!
come azzurro vapore
dai clivi lambiti dal sole d’autunno
che stanco dirada l’ardor delle fronde
e nuvole scioglie cercanti sopore.
Nel vuoto sostare dell’aria ascoltante
la voce mi pàlpita in cuore;
e le bellezze ripenso che sole
vaniscon senza amore:
baleno d’oro non giunto al guizzo,
pianta nel succhio divelta, tizzo
scordato sotto la cappa
a sognare la fiamma,
alito non respirato,
baci non schiusi,
forte corpo senza amplesso.
Dai clivi si versa si esala dispera
l’umido ombrare violetto:
a casa, a spremer la sera!
Corrado Govoni
Giardini chiusi
II
Orti, dove i convolvoli contorti
più non stendono i fragili festoni;
vasi forti che più ne gli orti morti
non salgono i paoni da padroni;
penne disperse dentro gli orti motti,
semina d’occhi smorti di paoni
ritorti a dei vilucchi e a degli storti
festoni ed ai ricami dei balconi;
inedia immemore degli orti morti
con qualche marmo mutilo o muscoso
e un muro vigilato da un’opunzia;
per cui diffonde sopra i fiori morti
un senso d’abbandono soporoso,
la parola nostalgica: «Rinunzia».
Orti, dove i convolvoli contorti
più non stendono i fragili festoni;
vasi forti che più ne gli orti morti
non salgono i paoni da padroni;
penne disperse dentro gli orti motti,
semina d’occhi smorti di paoni
ritorti a dei vilucchi e a degli storti
festoni ed ai ricami dei balconi;
inedia immemore degli orti morti
con qualche marmo mutilo o muscoso
e un muro vigilato da un’opunzia;
per cui diffonde sopra i fiori morti
un senso d’abbandono soporoso,
la parola nostalgica: «Rinunzia».
Corrado Govoni
Il palazzo dell’anima
Triste dimora! Aborti nelle fiale,
rachitici e verdastri. Sorridenti
bambole sparse ovunque. Sofferenti
in vasi d’ambra fior di digitale.
Campane di cristallo su agonie
di cera, rosee maschere di seta
annegate nell’acqua ovale inquieta
degli specchi, malinconie impagliate.
Laggiù la città bianca col suo rombo
d’api e il suo fiume di ardente piombo,
come un pallido sogno di morfina.
Oh i crepuscoli tristi d’anilina
sulle mura echeggianti di fanfare!
Da una finestra si scorge il mare.
rachitici e verdastri. Sorridenti
bambole sparse ovunque. Sofferenti
in vasi d’ambra fior di digitale.
Campane di cristallo su agonie
di cera, rosee maschere di seta
annegate nell’acqua ovale inquieta
degli specchi, malinconie impagliate.
Laggiù la città bianca col suo rombo
d’api e il suo fiume di ardente piombo,
come un pallido sogno di morfina.
Oh i crepuscoli tristi d’anilina
sulle mura echeggianti di fanfare!
Da una finestra si scorge il mare.
Corrado Govoni
La siesta del micio
È sereno. Ogni cosa
sembra velata di fatica.
Il pomeriggio è in panna su l’antica
Certosa.
Nel marciapiede suonano i miei passi.
Si pensa quasi che l’azzurro crepiti.
Dei pugnali di sole tiepidi
feriscono il cuore dei tassi.
Sopra un tetto s’illuminan dei coppi.
De le finestre sono infiorate.
Il vento pettina le sue chiome arruffate
ne lunghi pettini dei pioppi.
De le campane d’un convento vicino
spennellan l’aria d’una loro festa.
Sul davanzale un bianco micio fa la siesta
a gambe a l’aria, come un maialino.
sembra velata di fatica.
Il pomeriggio è in panna su l’antica
Certosa.
Nel marciapiede suonano i miei passi.
Si pensa quasi che l’azzurro crepiti.
Dei pugnali di sole tiepidi
feriscono il cuore dei tassi.
Sopra un tetto s’illuminan dei coppi.
De le finestre sono infiorate.
Il vento pettina le sue chiome arruffate
ne lunghi pettini dei pioppi.
De le campane d’un convento vicino
spennellan l’aria d’una loro festa.
Sul davanzale un bianco micio fa la siesta
a gambe a l’aria, come un maialino.
Corrado Govoni
Le dolcezze -
Le domeniche azzurre della primavera.
Le lampade d’oro che s’accendono la sera.
I crepuscoli di sangue che muoion sulle mura.
Le rose sfogliate sul letto dei malati.
Suonare il pianoforte un giorno di festa.
Il canto del cuculo nella campagna.
I gatti sopra i davanzali.
Le candide colombe sui tetti.
Le malve nelle pentole.
2? ] mendicanti che mangian sulle soglie delle chiese.
I malati al sole.
Le bambine che si pettinano l’oro al sole sulle porte.
Le donne che cantano alla finestra.
Le lampade d’oro che s’accendono la sera.
I crepuscoli di sangue che muoion sulle mura.
Le rose sfogliate sul letto dei malati.
Suonare il pianoforte un giorno di festa.
Il canto del cuculo nella campagna.
I gatti sopra i davanzali.
Le candide colombe sui tetti.
Le malve nelle pentole.
2? ] mendicanti che mangian sulle soglie delle chiese.
I malati al sole.
Le bambine che si pettinano l’oro al sole sulle porte.
Le donne che cantano alla finestra.
Corrado Govoni
Musica per camera
La luce stanca si volatilizza
ne la camera per i vetri ermetici;
nei laghi de gli armadi si erborizza
un bel giardino con dei muri erpetici.
Una statuetta bronzea dramatizza
i suoi gesti che sembravan bisbetici;
l’avola del pastello sintetizza
su le sue gote un’orma di cosmetici.
Il giorno accende la sua saettia.
La stanza sensitiva come un fisico
esala tutto il suo cuore vecchio.
Singhiozza un organo di Barberia.
Il crepuscolo muore come un tisico.
L’ombra stagna la piaga de lo specchio.
From 1] FUOCHI D’ARTIFIZIO
ne la camera per i vetri ermetici;
nei laghi de gli armadi si erborizza
un bel giardino con dei muri erpetici.
Una statuetta bronzea dramatizza
i suoi gesti che sembravan bisbetici;
l’avola del pastello sintetizza
su le sue gote un’orma di cosmetici.
Il giorno accende la sua saettia.
La stanza sensitiva come un fisico
esala tutto il suo cuore vecchio.
Singhiozza un organo di Barberia.
Il crepuscolo muore come un tisico.
L’ombra stagna la piaga de lo specchio.
From 1] FUOCHI D’ARTIFIZIO
Corrado Govoni
Naufragio
Sul mio capo di naufrago
galleggiante sul mare nero della vita
afferrato a una tavola sfasciata
materna culla
” vedo ancora ondeggiare le stelle
come un tenero ramo di mandorlo.
Luce di fuori mondo
o vertigine
degli abissi incantevoli del nulla?
galleggiante sul mare nero della vita
afferrato a una tavola sfasciata
materna culla
” vedo ancora ondeggiare le stelle
come un tenero ramo di mandorlo.
Luce di fuori mondo
o vertigine
degli abissi incantevoli del nulla?
Corrado Govoni
Oro appassito e lilla smontata
In una sera di Settembre. Era spiovuto
ed il cielo sembrava fresco come un giglio.
L’aria fluttuava morbida come un velluto.
Un uovo d’anatra scorreva nel Naviglio.
E le rondini turbinavan come spole
canore pel telaio grande dell’azzurro,
e i fioretti autunnali avevano parole
di profumi, soavi simili al sussurro
biondo dei diti d’un amato nei capelli
d’un’amante convalescente. E quando noi
scostammo un poco i lamentevoli cancelli
per passare, la casa con i suoi vassoi
d’agavi secche sul terrazzo, ci apparì
con la poesia d’un castello medievale
che sia incoronato dell’aureola di
una storia fantastica e sentimentale.
Una campana con un timbro d’Orsolina
lentamente facevasi il segno di croce
con la sua mano puerile. Una bambina
impigliava il suo cervo volante in un noce.
Il giardino era pieno di mitologia
e di decrepitudine. Tutte le pose
delle statue eran gravi di malinconia.
Le mani avevan l’aria di sfogliare rose.
E le rose ultime morivano morivano
per gli oleandri dei sarcofaghi romani
lungo le cui pareti gialle si sfinivano
delle danze di ninfe ignude e d’Egipani.
La cena fu cordiale, lunga ed inaffiata
di vino nuovo nuovo e di semplicità.
E i grappoli da una scodella figurata
fermentarono l’anima di ebrietà.
Il padrone era un vecchio che si ricordava
di carestie e di guerre che con molto ardore
fumando la sua pipa egli ci raccontava
aggiungendo le sue virtù di cacciatore.
La nuora, una magnifica giovane bruna,
ci apprese mestamente che l’unica figlia
l’era morta di tisi ritornata d’una
villeggiatura d’educande, e che somiglia-
va tutta lei; e ci disse che le sue letture,
le predilette, sono il Robinson Crosuè
ed i romanzi d’appendice e d’avventure.
Ed io ripensai, non so bene perché,
che al mio paese mia nonna aveva in camera
sopra un alto ed impolverato cassettone
dentro un vaso con l’anse del colore verde-rame
dei semprevivi e delle penne di paone,
ed un martin pescatore imbalsamato
davanti allo specchio ovale con un orlo d’oro,
tra due gatti di vacuo gesso colorato,
ed un portaritratti di seta a traforo.
Quindi, tardi, ci ritirammo per dormire
in un salone ov’erano armi per la caccia,
e ad un angolo col suo andare e venire
nell’ombra un pendolo ascondeva la sua faccia;
e un poco ragionai con il compagno amico
della gentile cortesia ospitaliera
di quei signori e della storia dell’antico
palazzo e della sposa dalla chioma nera.
Poi sodisfatto gli augurai la buona notte,
mostrandogli un’acuta lama arrugginita
per terra. Chiusi l’uscio che da le corrotte
assi soffiava un’armonia assai gradita.
E non avendo sonno, dopo spento il lume,
rannicchiato nel duro letto improvvisato
mentre s’udiva solo il pendolo ed il fiume
che brontolava come un cieco incontentato,
serrando gli occhi verso la finestra ermetica,
con il pensiero che la morta era precisa
alla madre, provai ad evocare l’etica
dal nome in forma di basilico – Biblisa –.
ed il cielo sembrava fresco come un giglio.
L’aria fluttuava morbida come un velluto.
Un uovo d’anatra scorreva nel Naviglio.
E le rondini turbinavan come spole
canore pel telaio grande dell’azzurro,
e i fioretti autunnali avevano parole
di profumi, soavi simili al sussurro
biondo dei diti d’un amato nei capelli
d’un’amante convalescente. E quando noi
scostammo un poco i lamentevoli cancelli
per passare, la casa con i suoi vassoi
d’agavi secche sul terrazzo, ci apparì
con la poesia d’un castello medievale
che sia incoronato dell’aureola di
una storia fantastica e sentimentale.
Una campana con un timbro d’Orsolina
lentamente facevasi il segno di croce
con la sua mano puerile. Una bambina
impigliava il suo cervo volante in un noce.
Il giardino era pieno di mitologia
e di decrepitudine. Tutte le pose
delle statue eran gravi di malinconia.
Le mani avevan l’aria di sfogliare rose.
E le rose ultime morivano morivano
per gli oleandri dei sarcofaghi romani
lungo le cui pareti gialle si sfinivano
delle danze di ninfe ignude e d’Egipani.
La cena fu cordiale, lunga ed inaffiata
di vino nuovo nuovo e di semplicità.
E i grappoli da una scodella figurata
fermentarono l’anima di ebrietà.
Il padrone era un vecchio che si ricordava
di carestie e di guerre che con molto ardore
fumando la sua pipa egli ci raccontava
aggiungendo le sue virtù di cacciatore.
La nuora, una magnifica giovane bruna,
ci apprese mestamente che l’unica figlia
l’era morta di tisi ritornata d’una
villeggiatura d’educande, e che somiglia-
va tutta lei; e ci disse che le sue letture,
le predilette, sono il Robinson Crosuè
ed i romanzi d’appendice e d’avventure.
Ed io ripensai, non so bene perché,
che al mio paese mia nonna aveva in camera
sopra un alto ed impolverato cassettone
dentro un vaso con l’anse del colore verde-rame
dei semprevivi e delle penne di paone,
ed un martin pescatore imbalsamato
davanti allo specchio ovale con un orlo d’oro,
tra due gatti di vacuo gesso colorato,
ed un portaritratti di seta a traforo.
Quindi, tardi, ci ritirammo per dormire
in un salone ov’erano armi per la caccia,
e ad un angolo col suo andare e venire
nell’ombra un pendolo ascondeva la sua faccia;
e un poco ragionai con il compagno amico
della gentile cortesia ospitaliera
di quei signori e della storia dell’antico
palazzo e della sposa dalla chioma nera.
Poi sodisfatto gli augurai la buona notte,
mostrandogli un’acuta lama arrugginita
per terra. Chiusi l’uscio che da le corrotte
assi soffiava un’armonia assai gradita.
E non avendo sonno, dopo spento il lume,
rannicchiato nel duro letto improvvisato
mentre s’udiva solo il pendolo ed il fiume
che brontolava come un cieco incontentato,
serrando gli occhi verso la finestra ermetica,
con il pensiero che la morta era precisa
alla madre, provai ad evocare l’etica
dal nome in forma di basilico – Biblisa –.
Corrado Govoni
Siepe
All’odore crudele
che viene dalle spine della siepe
il tuo sangue amareggia l’amore,
e ti diventan gli occhi
una luce cattiva pigiata.
Sulla tua statua che cammina
aprendo una nuova strada nel vento
invano battono le mie parole
come gocce di rugiada da me scossa.
Prego l’erba dell’argine ti venga incontro
con la lampada avvelenata del gigaro
per far soffrire la tua bocca rossa.
che viene dalle spine della siepe
il tuo sangue amareggia l’amore,
e ti diventan gli occhi
una luce cattiva pigiata.
Sulla tua statua che cammina
aprendo una nuova strada nel vento
invano battono le mie parole
come gocce di rugiada da me scossa.
Prego l’erba dell’argine ti venga incontro
con la lampada avvelenata del gigaro
per far soffrire la tua bocca rossa.
Corrado Govoni
Villa chiusa
nella campagna romana
So d’una villa chiusa e abbandonata
da tempo immemorabile, segreta
e chiusa come il cuore d’un poeta
che viva in solitudine forzata.
La circonda una siepe, e par murata
di amaro bosso, e l’ombra alla pineta
da tanto più non rompe né più inquieta
la ciarliera fontana disseccata.
Tanta è la pace in questa intisichita
villa che sembra quasi che ogni cosa
sia veduta a traverso d’una lente.
Solo una ventarola arrugginita
in alto, su la torre silenziosa,
che gira, gira interminatamente.
From ARMONIA IN GRIGIO ET IN SILENZIO
So d’una villa chiusa e abbandonata
da tempo immemorabile, segreta
e chiusa come il cuore d’un poeta
che viva in solitudine forzata.
La circonda una siepe, e par murata
di amaro bosso, e l’ombra alla pineta
da tanto più non rompe né più inquieta
la ciarliera fontana disseccata.
Tanta è la pace in questa intisichita
villa che sembra quasi che ogni cosa
sia veduta a traverso d’una lente.
Solo una ventarola arrugginita
in alto, su la torre silenziosa,
che gira, gira interminatamente.
From ARMONIA IN GRIGIO ET IN SILENZIO
Dante Alighieri
Dal Purgatorio (Canto XIX)
Nell’ora che non può ’1 calor diurno
intepidar più il freddo della luna,
vinto da terra, e talor da Saturno;
quando i geomanti lor Maggior Fortuna
veggiono in oriente, innanzi all’alba,
surger per via che poco le sta bruna;
mi venne in sogno una femmina balba,
nelli occhi guercia, e sovra i piè distorta,
con le man monche, e di colore scialba.
Io la mirava; e come ’l sol conforta
le fredde membra che la notte aggrava,
così lo sguardo mio le facea scorta
la lingua, e poscia tutta la drizzava
in poco d’ora, e lo smarrito volto,
com’amor vuol, così le colorava.
Poi ch’ell’avea il parlar così disciolto,
cominciava a cantar sì, che con pena
da lei avrei mio intento rivolto.
«Io son» cantava, «io son dolce serena,
che’ marinari in mezzo mar dismago;
tanto son di piacere a sentir piena!
Io volsi Ulisse del suo cammin vago
al canto mio; e qual meco si ausa,
rado sen parte; sì tutto l’appago!»
Ancor non era sua bocca richiusa,
quand’una donna apparve santa e presta
lunghesso me per far colei confusa.
«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»
fieramente dicea; ed el venìa
con li occhi fitti pur in quella onesta.
L’altra prendea, e dinanzi l’aprìa
fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre:
quel mi svegliò col puzzo che n’uscìa.
intepidar più il freddo della luna,
vinto da terra, e talor da Saturno;
quando i geomanti lor Maggior Fortuna
veggiono in oriente, innanzi all’alba,
surger per via che poco le sta bruna;
mi venne in sogno una femmina balba,
nelli occhi guercia, e sovra i piè distorta,
con le man monche, e di colore scialba.
Io la mirava; e come ’l sol conforta
le fredde membra che la notte aggrava,
così lo sguardo mio le facea scorta
la lingua, e poscia tutta la drizzava
in poco d’ora, e lo smarrito volto,
com’amor vuol, così le colorava.
Poi ch’ell’avea il parlar così disciolto,
cominciava a cantar sì, che con pena
da lei avrei mio intento rivolto.
«Io son» cantava, «io son dolce serena,
che’ marinari in mezzo mar dismago;
tanto son di piacere a sentir piena!
Io volsi Ulisse del suo cammin vago
al canto mio; e qual meco si ausa,
rado sen parte; sì tutto l’appago!»
Ancor non era sua bocca richiusa,
quand’una donna apparve santa e presta
lunghesso me per far colei confusa.
«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»
fieramente dicea; ed el venìa
con li occhi fitti pur in quella onesta.
L’altra prendea, e dinanzi l’aprìa
fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre:
quel mi svegliò col puzzo che n’uscìa.
Dante Alighieri
Il conte ugolino
- . . 10 vi due ghiacciati in una buca,
sì che l’un capo a l’altro era cappello;
e come il pan per fame si manduca,
così il sovran li denti a l’altro pose
là °ve il cervel s’aggiunge con la nuca.
Non altrimenti ‘Tideo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno
che quei faceva il teschio e l’altre cose.
“O tu che mostri per sì bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi il perchè,” diss’io, per tal convegno,
che se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi
se quella con chio parlo non si secca.”
XXXIII
La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola ai capelli
del capo ch’egli avea di retro guasto.
Poi cominciò: “ Tu vuoi cl’io rinnovelli
disperato dolor che il cor mi preme
già pur pensando pria chio ne favelli.
Ma se le mie parole esser den seme
che frutti infamia al traditor cllio rodo,
parlare e lacrimar vedrai insieme.
To non so chi tu se’ nè per che modo
venuto se’ quaggiù ma fiorentino
mi sembri veramente quand’io t’odo.
Tu dei saper clio fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché’io son tal vicino.
Che per l’effetto dei suoi mai pensieri
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia motto, dir non è mestieri;
però quel che non puoi avere inteso,
ciò è come la morte mia fu cruda,
udirai e saprai s’ei m’ha offeso.
Breve pertugio dentro da la muda,
la qual per me ha il titol de la fame,
e in che conviene ancor ch’altri si chiuda,
m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’io feci il mal sonno
che del futuro mi squarciò il velame.
Questi pareva a me maestro e donno
cacciando il lupo e i lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.
Con cagne magre, studiose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.
In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e i figli, e con l’acute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.
Quando fui desto innanzi la dimane
pianger sentii fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco e dimandar del pane.
Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli,
pensando ciò che il mio cor s’annunziava
e se non piangi, di che pianger suoli?
Già eran desti e l’ora s’appressava
che il cibo ne solea esser addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;
e io sentii chiavar l’uscio di sotto,
a l’orribile torre; ond’io guardai
nel viso ai miei figliuoi senza far motto.
To non piangeva, sì dentro impietrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: Tu guardi sì, padre! che hai?’
Perciò non lagrimai nè rispos’io
tutto quel giorno nè la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscio.
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
ambo le mani per dolor mi morsi,
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi,
e disser: Padre, assai ci fia men doglia,
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia.’
Queta’ mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti:
ahi, dura terra, perchè non t’apristi?
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gettò disteso ai piedi
dicendo: Padre mio, chè non m’aiuti?’
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto, ond’io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti:
poscia più che il dolor, potè il digiuno.”
Quand’ebbe detto ciò, con gli occhi torti,
riprese il teschio misero coi denti
che furo a l’osso, come d’un can, forti.
Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ’l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti
muovasi la Capraia e la Gotrgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’egli anneghi in te ogni persona!
sì che l’un capo a l’altro era cappello;
e come il pan per fame si manduca,
così il sovran li denti a l’altro pose
là °ve il cervel s’aggiunge con la nuca.
Non altrimenti ‘Tideo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno
che quei faceva il teschio e l’altre cose.
“O tu che mostri per sì bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi il perchè,” diss’io, per tal convegno,
che se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi
se quella con chio parlo non si secca.”
XXXIII
La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola ai capelli
del capo ch’egli avea di retro guasto.
Poi cominciò: “ Tu vuoi cl’io rinnovelli
disperato dolor che il cor mi preme
già pur pensando pria chio ne favelli.
Ma se le mie parole esser den seme
che frutti infamia al traditor cllio rodo,
parlare e lacrimar vedrai insieme.
To non so chi tu se’ nè per che modo
venuto se’ quaggiù ma fiorentino
mi sembri veramente quand’io t’odo.
Tu dei saper clio fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché’io son tal vicino.
Che per l’effetto dei suoi mai pensieri
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia motto, dir non è mestieri;
però quel che non puoi avere inteso,
ciò è come la morte mia fu cruda,
udirai e saprai s’ei m’ha offeso.
Breve pertugio dentro da la muda,
la qual per me ha il titol de la fame,
e in che conviene ancor ch’altri si chiuda,
m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’io feci il mal sonno
che del futuro mi squarciò il velame.
Questi pareva a me maestro e donno
cacciando il lupo e i lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.
Con cagne magre, studiose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.
In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e i figli, e con l’acute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.
Quando fui desto innanzi la dimane
pianger sentii fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco e dimandar del pane.
Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli,
pensando ciò che il mio cor s’annunziava
e se non piangi, di che pianger suoli?
Già eran desti e l’ora s’appressava
che il cibo ne solea esser addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;
e io sentii chiavar l’uscio di sotto,
a l’orribile torre; ond’io guardai
nel viso ai miei figliuoi senza far motto.
To non piangeva, sì dentro impietrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: Tu guardi sì, padre! che hai?’
Perciò non lagrimai nè rispos’io
tutto quel giorno nè la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscio.
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
ambo le mani per dolor mi morsi,
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi,
e disser: Padre, assai ci fia men doglia,
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia.’
Queta’ mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti:
ahi, dura terra, perchè non t’apristi?
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gettò disteso ai piedi
dicendo: Padre mio, chè non m’aiuti?’
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto, ond’io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti:
poscia più che il dolor, potè il digiuno.”
Quand’ebbe detto ciò, con gli occhi torti,
riprese il teschio misero coi denti
che furo a l’osso, come d’un can, forti.
Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ’l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti
muovasi la Capraia e la Gotrgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’egli anneghi in te ogni persona!
Dante Alighieri
Il paradiso terrestre (Purgatorio, canto XXVIII)
Vago già di cercar dentro e dintorno
la divina foresta spessa e viva,
ch’a li occhi temperava il novo giorno,
sanza più aspettar, lasciai la riva,
prendendo la campagna lento lento
su per lo suol che d’ogne parte auliva.
Un’aura dolce, sanza mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento;
per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u’ la prim’ombra gitta il santo monte;
non però dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d’operare ogne lor arte;
ma con piena letizia l’ore prime,
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime,
tal qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in su ’l lito di Chiassi,
quand’Ëolo scilocco fuor discioglie.
Già m’avean trasportato i lenti passi
dentro a la selva antica tanto, ch’io
non potea rivedere ond’io mi ’ntrassi;
ed ecco più andar mi tolse un rio,
che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.
Tutte l’acque che son di qua più monde,
parrieno avere in sé mistura alcuna
verso di quella, che nulla nasconde,
avvegna che si mova bruna bruna
sotto l’ombra perpetüa, che mai
raggiar non lascia sole ivi né luna.
Coi piè ristetti e con li occhi passai
di là dal fiumicello, per mirare
la gran varïazion d’i freschi mai;
e là m’apparve, sì com’elli appare
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro pensare,
una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond’era pinta tutta la sua via.
"Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
che soglion esser testimon del core,
vegnati in voglia di trarreti avanti",
diss’io a lei, "verso questa rivera,
tanto ch’io possa intender che tu canti.
Tu mi fai rimembrar dove e qual era
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera".
Come si volge, con le piante strette
a terra e intra sé, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette,
volsesi in su i vermigli e in su i gialli
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli;
e fece i prieghi miei esser contenti,
sì appressando sé, che ’l dolce suono
veniva a me co’ suoi intendimenti.
Tosto che fu là dove l’erbe sono
la divina foresta spessa e viva,
ch’a li occhi temperava il novo giorno,
sanza più aspettar, lasciai la riva,
prendendo la campagna lento lento
su per lo suol che d’ogne parte auliva.
Un’aura dolce, sanza mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento;
per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u’ la prim’ombra gitta il santo monte;
non però dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d’operare ogne lor arte;
ma con piena letizia l’ore prime,
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime,
tal qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in su ’l lito di Chiassi,
quand’Ëolo scilocco fuor discioglie.
Già m’avean trasportato i lenti passi
dentro a la selva antica tanto, ch’io
non potea rivedere ond’io mi ’ntrassi;
ed ecco più andar mi tolse un rio,
che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.
Tutte l’acque che son di qua più monde,
parrieno avere in sé mistura alcuna
verso di quella, che nulla nasconde,
avvegna che si mova bruna bruna
sotto l’ombra perpetüa, che mai
raggiar non lascia sole ivi né luna.
Coi piè ristetti e con li occhi passai
di là dal fiumicello, per mirare
la gran varïazion d’i freschi mai;
e là m’apparve, sì com’elli appare
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro pensare,
una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond’era pinta tutta la sua via.
"Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
che soglion esser testimon del core,
vegnati in voglia di trarreti avanti",
diss’io a lei, "verso questa rivera,
tanto ch’io possa intender che tu canti.
Tu mi fai rimembrar dove e qual era
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera".
Come si volge, con le piante strette
a terra e intra sé, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette,
volsesi in su i vermigli e in su i gialli
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli;
e fece i prieghi miei esser contenti,
sì appressando sé, che ’l dolce suono
veniva a me co’ suoi intendimenti.
Tosto che fu là dove l’erbe sono
Dante Alighieri
Il principio del purgatorio
Dorcg color d’oriental zaffiro,
che s’accoglieva nel sereno aspetto
dell’ aer puro infino al primo giro
agli occhi miei ricominciò diletto,
tosto, chi’ uscii fuor dell’aura morta,
che m’avea contristati gli occhi e ’l petto.
Lo bel pianeta che ad amar conforta,
faceva tutto rider l’oriente,
velando i pesci ch’erano in sua scorta.
Io mi volsi a man destra e posi mente
all’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’alla prima gente.
Goder pareva il ciel di lor fiammelle.
O settentrional vedovo sito,
poichè privato sei di mirar quelle!
che s’accoglieva nel sereno aspetto
dell’ aer puro infino al primo giro
agli occhi miei ricominciò diletto,
tosto, chi’ uscii fuor dell’aura morta,
che m’avea contristati gli occhi e ’l petto.
Lo bel pianeta che ad amar conforta,
faceva tutto rider l’oriente,
velando i pesci ch’erano in sua scorta.
Io mi volsi a man destra e posi mente
all’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’alla prima gente.
Goder pareva il ciel di lor fiammelle.
O settentrional vedovo sito,
poichè privato sei di mirar quelle!
Dante Alighieri
Manfredi
Come le pecorelle escon dal chiuso
ad una, a due, a tre, e l’altre stanno
timidette atterrando l’occhio e il muso;
e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
semplici e quete, e lo ’mperchè non sanno;
sì vid’io muovere a venir la testa
di quella mandria fortunata allotta,
pudica in faccia e nell’andare onesta.
e
Ed un di loro incominciò: “ Chiunque
tu se’, così andando, volgi il viso!
Pon mente se di là mi vedesti unque.”
To mi volsi vèr lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un dei cigli un colpo avea diviso.
Quand’io mi fui umilmente disdetto
d’averlo visto mai, ei disse: “ Or vedi! ”
e mostrommi una piaga a sommo il petto.
Poi sorridendo disse: “Io son Manfredi,
nipote di Costanza imperatrice;
ond’io ti priego che quando tu riedi,
vadi a mia bella figlia, genitrice
dell’onor di Sicilia e d’Aragona
e dichi a lei il ver, s’altro si dice.
Poscia cli ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo a Quei che volentier perdona.
Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.
Se il pastor di Cosenza, che alla caccia
di me fu messo per Clemente, allora
avesse in Dio ben letta questa faccia,
l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co’ del ponte, presso a Benevento,
sotto la guardia della grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo il Verde,
dov’ei le trasmutò a lume spento.”
ad una, a due, a tre, e l’altre stanno
timidette atterrando l’occhio e il muso;
e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
semplici e quete, e lo ’mperchè non sanno;
sì vid’io muovere a venir la testa
di quella mandria fortunata allotta,
pudica in faccia e nell’andare onesta.
e
Ed un di loro incominciò: “ Chiunque
tu se’, così andando, volgi il viso!
Pon mente se di là mi vedesti unque.”
To mi volsi vèr lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un dei cigli un colpo avea diviso.
Quand’io mi fui umilmente disdetto
d’averlo visto mai, ei disse: “ Or vedi! ”
e mostrommi una piaga a sommo il petto.
Poi sorridendo disse: “Io son Manfredi,
nipote di Costanza imperatrice;
ond’io ti priego che quando tu riedi,
vadi a mia bella figlia, genitrice
dell’onor di Sicilia e d’Aragona
e dichi a lei il ver, s’altro si dice.
Poscia cli ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo a Quei che volentier perdona.
Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.
Se il pastor di Cosenza, che alla caccia
di me fu messo per Clemente, allora
avesse in Dio ben letta questa faccia,
l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co’ del ponte, presso a Benevento,
sotto la guardia della grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo il Verde,
dov’ei le trasmutò a lume spento.”
Diego Valeri
I pescatori
Rovesciavi il bel viso in fanciullesco modo,
per ascoltare quel trillo alto perduto di allodola;
guardavi stupita gli spazi, la bianca mattina
fumante nel sole, confusa alla bianca marina.
Poi vennero i pescatori: con lunghi strappi oscillanti,
con rotte grida, tiravano in secco le reti stillanti.
Nel bruno groviglio dei fili scorgesti un guizzare d’argenti
di azzurri di verdi. Ridevi tutta, occhi labbra denti.
per ascoltare quel trillo alto perduto di allodola;
guardavi stupita gli spazi, la bianca mattina
fumante nel sole, confusa alla bianca marina.
Poi vennero i pescatori: con lunghi strappi oscillanti,
con rotte grida, tiravano in secco le reti stillanti.
Nel bruno groviglio dei fili scorgesti un guizzare d’argenti
di azzurri di verdi. Ridevi tutta, occhi labbra denti.