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Poesie di questo tema

Emozioni e sentimenti

Corrado Govoni

Corrado Govoni

Oro appassito e lilla smontata

In una sera di Settembre. Era spiovuto
ed il cielo sembrava fresco come un giglio.
L’aria fluttuava morbida come un velluto.
Un uovo d’anatra scorreva nel Naviglio.

E le rondini turbinavan come spole
canore pel telaio grande dell’azzurro,
e i fioretti autunnali avevano parole
di profumi, soavi simili al sussurro

biondo dei diti d’un amato nei capelli
d’un’amante convalescente. E quando noi
scostammo un poco i lamentevoli cancelli
per passare, la casa con i suoi vassoi

d’agavi secche sul terrazzo, ci apparì
con la poesia d’un castello medievale
che sia incoronato dell’aureola di
una storia fantastica e sentimentale.

Una campana con un timbro d’Orsolina
lentamente facevasi il segno di croce
con la sua mano puerile. Una bambina
impigliava il suo cervo volante in un noce.

Il giardino era pieno di mitologia
e di decrepitudine. Tutte le pose
delle statue eran gravi di malinconia.
Le mani avevan l’aria di sfogliare rose.

E le rose ultime morivano morivano
per gli oleandri dei sarcofaghi romani
lungo le cui pareti gialle si sfinivano
delle danze di ninfe ignude e d’Egipani.

La cena fu cordiale, lunga ed inaffiata
di vino nuovo nuovo e di semplicità.
E i grappoli da una scodella figurata
fermentarono l’anima di ebrietà.

Il padrone era un vecchio che si ricordava
di carestie e di guerre che con molto ardore
fumando la sua pipa egli ci raccontava
aggiungendo le sue virtù di cacciatore.

La nuora, una magnifica giovane bruna,
ci apprese mestamente che l’unica figlia
l’era morta di tisi ritornata d’una
villeggiatura d’educande, e che somiglia-

va tutta lei; e ci disse che le sue letture,
le predilette, sono il Robinson Crosuè
ed i romanzi d’appendice e d’avventure.
Ed io ripensai, non so bene perché,

che al mio paese mia nonna aveva in camera
sopra un alto ed impolverato cassettone
dentro un vaso con l’anse del colore verde-rame
dei semprevivi e delle penne di paone,

ed un martin pescatore imbalsamato
davanti allo specchio ovale con un orlo d’oro,
tra due gatti di vacuo gesso colorato,
ed un portaritratti di seta a traforo.

Quindi, tardi, ci ritirammo per dormire
in un salone ov’erano armi per la caccia,
e ad un angolo col suo andare e venire
nell’ombra un pendolo ascondeva la sua faccia;

e un poco ragionai con il compagno amico
della gentile cortesia ospitaliera
di quei signori e della storia dell’antico
palazzo e della sposa dalla chioma nera.

Poi sodisfatto gli augurai la buona notte,
mostrandogli un’acuta lama arrugginita
per terra. Chiusi l’uscio che da le corrotte
assi soffiava un’armonia assai gradita.

E non avendo sonno, dopo spento il lume,
rannicchiato nel duro letto improvvisato
mentre s’udiva solo il pendolo ed il fiume
che brontolava come un cieco incontentato,

serrando gli occhi verso la finestra ermetica,
con il pensiero che la morta era precisa
alla madre, provai ad evocare l’etica
dal nome in forma di basilico – Biblisa –.
Dante Alighieri

Dante Alighieri

Il conte ugolino

- . . 10 vi due ghiacciati in una buca,
sì che l’un capo a l’altro era cappello;
e come il pan per fame si manduca,
così il sovran li denti a l’altro pose
là °ve il cervel s’aggiunge con la nuca.
Non altrimenti ‘Tideo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno
che quei faceva il teschio e l’altre cose.
“O tu che mostri per sì bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi il perchè,” diss’io, per tal convegno,
che se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi
se quella con chio parlo non si secca.”

XXXIII
La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola ai capelli
del capo ch’egli avea di retro guasto.
Poi cominciò: “ Tu vuoi cl’io rinnovelli
disperato dolor che il cor mi preme
già pur pensando pria chio ne favelli.
Ma se le mie parole esser den seme
che frutti infamia al traditor cllio rodo,
parlare e lacrimar vedrai insieme.
To non so chi tu se’ nè per che modo
venuto se’ quaggiù ma fiorentino
mi sembri veramente quand’io t’odo.
Tu dei saper clio fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché’io son tal vicino.
Che per l’effetto dei suoi mai pensieri
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia motto, dir non è mestieri;
però quel che non puoi avere inteso,
ciò è come la morte mia fu cruda,
udirai e saprai s’ei m’ha offeso.
Breve pertugio dentro da la muda,
la qual per me ha il titol de la fame,
e in che conviene ancor ch’altri si chiuda,
m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’io feci il mal sonno
che del futuro mi squarciò il velame.
Questi pareva a me maestro e donno
cacciando il lupo e i lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.
Con cagne magre, studiose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.
In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e i figli, e con l’acute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.
Quando fui desto innanzi la dimane
pianger sentii fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco e dimandar del pane.
Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli,
pensando ciò che il mio cor s’annunziava
e se non piangi, di che pianger suoli?
Già eran desti e l’ora s’appressava
che il cibo ne solea esser addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;
e io sentii chiavar l’uscio di sotto,
a l’orribile torre; ond’io guardai
nel viso ai miei figliuoi senza far motto.
To non piangeva, sì dentro impietrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: Tu guardi sì, padre! che hai?’
Perciò non lagrimai nè rispos’io
tutto quel giorno nè la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscio.
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
ambo le mani per dolor mi morsi,
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi,
e disser: Padre, assai ci fia men doglia,
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia.’
Queta’ mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti:
ahi, dura terra, perchè non t’apristi?
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gettò disteso ai piedi
dicendo: Padre mio, chè non m’aiuti?’
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto, ond’io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti:
poscia più che il dolor, potè il digiuno.”
Quand’ebbe detto ciò, con gli occhi torti,
riprese il teschio misero coi denti
che furo a l’osso, come d’un can, forti.
Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ’l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti
muovasi la Capraia e la Gotrgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’egli anneghi in te ogni persona!
Dante Alighieri

Dante Alighieri

Il paradiso terrestre (Purgatorio, canto XXVIII)

Vago già di cercar dentro e dintorno
la divina foresta spessa e viva,
ch’a li occhi temperava il novo giorno,

sanza più aspettar, lasciai la riva,
prendendo la campagna lento lento
su per lo suol che d’ogne parte auliva.

Un’aura dolce, sanza mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento;

per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u’ la prim’ombra gitta il santo monte;

non però dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d’operare ogne lor arte;

ma con piena letizia l’ore prime,
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime,

tal qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in su ’l lito di Chiassi,
quand’Ëolo scilocco fuor discioglie.

Già m’avean trasportato i lenti passi
dentro a la selva antica tanto, ch’io
non potea rivedere ond’io mi ’ntrassi;

ed ecco più andar mi tolse un rio,
che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.

Tutte l’acque che son di qua più monde,
parrieno avere in sé mistura alcuna
verso di quella, che nulla nasconde,

avvegna che si mova bruna bruna
sotto l’ombra perpetüa, che mai
raggiar non lascia sole ivi né luna.

Coi piè ristetti e con li occhi passai
di là dal fiumicello, per mirare
la gran varïazion d’i freschi mai;

e là m’apparve, sì com’elli appare
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro pensare,

una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond’era pinta tutta la sua via.

"Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
che soglion esser testimon del core,

vegnati in voglia di trarreti avanti",
diss’io a lei, "verso questa rivera,
tanto ch’io possa intender che tu canti.

Tu mi fai rimembrar dove e qual era
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera".

Come si volge, con le piante strette
a terra e intra sé, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette,

volsesi in su i vermigli e in su i gialli
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli;

e fece i prieghi miei esser contenti,
sì appressando sé, che ’l dolce suono
veniva a me co’ suoi intendimenti.

Tosto che fu là dove l’erbe sono
Dante Alighieri

Dante Alighieri

Manfredi

Come le pecorelle escon dal chiuso
ad una, a due, a tre, e l’altre stanno
timidette atterrando l’occhio e il muso;
e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
semplici e quete, e lo ’mperchè non sanno;
sì vid’io muovere a venir la testa
di quella mandria fortunata allotta,
pudica in faccia e nell’andare onesta.

e

Ed un di loro incominciò: “ Chiunque
tu se’, così andando, volgi il viso!
Pon mente se di là mi vedesti unque.”
To mi volsi vèr lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un dei cigli un colpo avea diviso.
Quand’io mi fui umilmente disdetto
d’averlo visto mai, ei disse: “ Or vedi! ”
e mostrommi una piaga a sommo il petto.
Poi sorridendo disse: “Io son Manfredi,
nipote di Costanza imperatrice;
ond’io ti priego che quando tu riedi,
vadi a mia bella figlia, genitrice
dell’onor di Sicilia e d’Aragona
e dichi a lei il ver, s’altro si dice.
Poscia cli ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo a Quei che volentier perdona.
Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.
Se il pastor di Cosenza, che alla caccia
di me fu messo per Clemente, allora
avesse in Dio ben letta questa faccia,
l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co’ del ponte, presso a Benevento,
sotto la guardia della grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo il Verde,
dov’ei le trasmutò a lume spento.”