Poesie di questo tema
Vita ed esistenza
Salvatore Quasimodo
Milano, agosto 1943
Invano cerchi tra la polvere,
povera mano, la città è morta.
E morta: s’è udito l’ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l’usignolo
è caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.
povera mano, la città è morta.
E morta: s’è udito l’ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l’usignolo
è caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.
Salvatore Quasimodo
Ritorno a patrica
Mi ritorna l’autunno della casa
come una selva stretta alle sue mùra:
nella patria dolente dei ricordi
è l’insegna del ragno sulla porta.
Acido odora nel buio un convito
d’anni e un’ombra al brindisi ferma
la mano che del giorno fu cara
dimora e nei guanciali stanno
i volti familiari e insieme
tante sedie dormenti come nonne.
All’alba perenne dello specchio
m’insegue un vecchio mare nelle stanze,
il tempo andato è scritto nella sfera.
Ancora una tenda giostra a fiori
entro il vento del sonno e il giuoco
comincia delle scale in fuga.
come una selva stretta alle sue mùra:
nella patria dolente dei ricordi
è l’insegna del ragno sulla porta.
Acido odora nel buio un convito
d’anni e un’ombra al brindisi ferma
la mano che del giorno fu cara
dimora e nei guanciali stanno
i volti familiari e insieme
tante sedie dormenti come nonne.
All’alba perenne dello specchio
m’insegue un vecchio mare nelle stanze,
il tempo andato è scritto nella sfera.
Ancora una tenda giostra a fiori
entro il vento del sonno e il giuoco
comincia delle scale in fuga.
Salvatore Quasimodo
Settembre tedesco
‘“]l ventidue settembre 1943,
alle otto del mattino .. .”’ (dal Verbale*)
Vorrei dirlo all’Himalaja
che sta vicino al cielo,
venga la quercia più antica
che potrebbe capire.
Dite ai giardini e alle piazze di farsi steppa,
ditelo al mare. Dite all’acqua dei fiumi
che l’uomo alleva serpi nelle vene.
Il cavallo perda l’unghia e la criniera
*Settembre tedesco fu scritta in memoria d’un ragazzo romano, ucciso da una
sentinella tedesca di guardia a Forte Pietralata in Roma, durante l’occupazione
nazista. L’autore ebbe notizia del tragico episodio dalla lettura del verbale,
che un agente di P. S. aveva rimesso alla pretura urbana qualche giorno dopo
l’accaduto: “Porto a conoscenza della S. V. che alle ore otto del 22 settembre
1943; una sentinella tedesca del Forte Pietralata ha scaricato il suo mitra
contro i piccoli fratelli Bin, che attendevano in quei pressi gli avanzi del
rancio e che s’erano messi a ridere all’ingiunzione minacciosa di andarsene,
fatta loro dalla suddetta sentinella. Claudio di anni undici è rimasto ucciso sul
colpo, mentre Vincenzo di anni nove, gravemente ferito, venne ricoverato
all’ospedale di Santo Spirito. Di padre ignoto essi vivevano con la madre
Maria Bin all’ isolato n. 9 di Pietralata.”
e le lingue tornino a Babele,
ma la smetta il salice di compatire.
Che vuole l’aurora? La sua rosa non ci serve.
Che vuole l’alba? Infangate il suo velo bianco.
E dite al sole che se ne stia alle Piramidi,
al cielo dite che strappi le sue bandiere.
lo alla Bellezza vorrei dire due parole.
O mia spiga, mia spiga di grano,
albero di betulla, fiore di pesco,
voi disposti a qualunque delizia,
e voi, gentili pensieri di ciliegio,
non vi adocchi il tedesco.
E tu, collina d’oro, collina odorata
dal vento, frena i tuoi slanci.
Pastore, conta i tuoi agnelli, pastore:
il lupo tedesco ha sbranato già il cane.
O mia spiga dolente come un addio,
sola creatura che possa inorridire
a quel mattino tedesco di settembre.
Forte Pietralata, tu non vuoi parlare.
Tu potresti giurare che un bimbo rideva,
che uscì dalla grotta quel mattino
e ora nasconde il suo occhio assassino.
A voi pare che sappia di menta il mattino
e che alla rondine fresca gorgheggi
e soffi alla nuca delle felci:
invece il mattino vi ha mentito.
Discolpati, se puoi, mattino di settembre,
che speravi perdono dai monti
e volevi un ruscello testimone:
oggi t’accusa il fiato delle case,
la preghiera di tanti mattini.
Avido sparviero, tu fingevi la colomba.
L’angelo ucciso non si vendica.
La verità è questo compianto
di parole gettate come polline sterile
sotto l’arco dei verdi a Forte Pietralata,
dove non si arriva per le solite strade,
dove si paga l’obolo all’ astuto Caronte.
Sentinella tedesca, armasti il tuo mattino,
affilasti come lama il tuo mattino,
caricasti il tuo mattino come mitra
contro l’erba crescente, contro un bimbo che ride:
un bimbo che ride è bandiera celeste
che non s’addice al mattino tedesco.
Questo accadde a Forte Pietralata,
quando il Tevere è meno vecchio d’una frasca,
all’ora degli orizzonti che giuocano
ai meridiani, l’ora degli incontri angelici,
appena il giorno fa capricci per le siepi.
Il mitra ha ucciso il silenzio,
Il mitra ha ucciso le fonti e gli alveari,
ma non si lamenta il mattino tedesco.
Voi non sapete che Claudio Bin fu ucciso,
Claudio odoroso di pelle nuova.
Sul fango un bimbo lascia screzi di vento,
si dice bimbo per parlare ai gelsomini,
e non sappia la morte che la gemma è lavorata.
Non ditelo a tutti, ditelo al mare
che ha orecchio gentile per ascoltare:
ditelo ai figli che a settembre lievitano,
ditelo ai morti, ditelo agli ubbriachi:
forse un poeta vi risponderà.
Ascoltami, madre, che hai speso tuo figlio
come fa il giorno con prodiga luce.
lo ti avvolgo nel tenero compianto
delle capinere che narrano tuo figlio:
“di undici anni, figlio di Maria,
Claudio Bin che rideva
fu ucciso col mitra perchè rideva”.
Non badare alla foglia che stride tra mille,
al gallo che canta il suo stornello iroso.
O tu, guarda la nuvola che scioglie il sole
nel suo fumo, il bosco che marcia
lungo la marina: l’eco comincia
di Claudio per le strette tiberine.
Faccia il mare gli scherzi che vuole
con l’onda, continui a stare il monte,
ogni grembo di terra consumi il suo polline:
alle otto d’ogni mattina il nome
di Claudio tuonerà a Forte Pietralata.
Ascolterà la stupida margherita,
la piuma smarrita risponderà,
sorda sarà la nube dei vulcani.
Interrogate l’ozioso guardiano,
interrogate il tempo che sfuggirà:
il nome di Claudio è un velo di brina
che ricama la luce per chi lo ricorda.
Vi dico io che la morte disse di no:
alle nubi ordinò di salpare
per dire al tedesco di non guastare la vigna,
di non strappare il grappolo acerbo.
Semplice fu come la scintilla
dell’uragano, come la foglia cadente,
così semplice è l’ultima parola.
Vi dico io che il vento cancella la farfalla,
che Claudio fu pettirosso sfregiato,
il bianco lamento dei crisantemi.
Chi dunque può negare che quel mattino,
nonostante Dio, sia stato assassino?
Tu lo sai, Claudio Bin. A te, madre,
vorrei non dirlo per essere usignolo
nella tua gabbia, luce del suo viso.
La spiga di grano non marcirà per questo,
daranno ancora spettacolo sole e luna,
le Ande continueranno la cordigliera,
vorranno inseguirsi le stagioni.
Chi impedirà alle strade di andare,
chi consiglierà il falco di non volare
perchè Hans ha ucciso Claudio che rideva?
Esci dal tuo sasso, Claudio, e sul colle
del mio ricordo fatti una casa:
prenditi tutto il miele, prenditi un fiore
per ogni tedesco, per chi non sa amare.
E stato un attimo di storia:
la sorgente che si perde,
la goccia che si gela nella sabbia,
la lucciola all’alba che l’uccide,
la sorte nemica d’ogni parola.
Sei una lagrima secca sul guanciale
e io ti canto la nenia e di quel settembre
tedesco mi scrivo ia data sulla mano.
alle otto del mattino .. .”’ (dal Verbale*)
Vorrei dirlo all’Himalaja
che sta vicino al cielo,
venga la quercia più antica
che potrebbe capire.
Dite ai giardini e alle piazze di farsi steppa,
ditelo al mare. Dite all’acqua dei fiumi
che l’uomo alleva serpi nelle vene.
Il cavallo perda l’unghia e la criniera
*Settembre tedesco fu scritta in memoria d’un ragazzo romano, ucciso da una
sentinella tedesca di guardia a Forte Pietralata in Roma, durante l’occupazione
nazista. L’autore ebbe notizia del tragico episodio dalla lettura del verbale,
che un agente di P. S. aveva rimesso alla pretura urbana qualche giorno dopo
l’accaduto: “Porto a conoscenza della S. V. che alle ore otto del 22 settembre
1943; una sentinella tedesca del Forte Pietralata ha scaricato il suo mitra
contro i piccoli fratelli Bin, che attendevano in quei pressi gli avanzi del
rancio e che s’erano messi a ridere all’ingiunzione minacciosa di andarsene,
fatta loro dalla suddetta sentinella. Claudio di anni undici è rimasto ucciso sul
colpo, mentre Vincenzo di anni nove, gravemente ferito, venne ricoverato
all’ospedale di Santo Spirito. Di padre ignoto essi vivevano con la madre
Maria Bin all’ isolato n. 9 di Pietralata.”
e le lingue tornino a Babele,
ma la smetta il salice di compatire.
Che vuole l’aurora? La sua rosa non ci serve.
Che vuole l’alba? Infangate il suo velo bianco.
E dite al sole che se ne stia alle Piramidi,
al cielo dite che strappi le sue bandiere.
lo alla Bellezza vorrei dire due parole.
O mia spiga, mia spiga di grano,
albero di betulla, fiore di pesco,
voi disposti a qualunque delizia,
e voi, gentili pensieri di ciliegio,
non vi adocchi il tedesco.
E tu, collina d’oro, collina odorata
dal vento, frena i tuoi slanci.
Pastore, conta i tuoi agnelli, pastore:
il lupo tedesco ha sbranato già il cane.
O mia spiga dolente come un addio,
sola creatura che possa inorridire
a quel mattino tedesco di settembre.
Forte Pietralata, tu non vuoi parlare.
Tu potresti giurare che un bimbo rideva,
che uscì dalla grotta quel mattino
e ora nasconde il suo occhio assassino.
A voi pare che sappia di menta il mattino
e che alla rondine fresca gorgheggi
e soffi alla nuca delle felci:
invece il mattino vi ha mentito.
Discolpati, se puoi, mattino di settembre,
che speravi perdono dai monti
e volevi un ruscello testimone:
oggi t’accusa il fiato delle case,
la preghiera di tanti mattini.
Avido sparviero, tu fingevi la colomba.
L’angelo ucciso non si vendica.
La verità è questo compianto
di parole gettate come polline sterile
sotto l’arco dei verdi a Forte Pietralata,
dove non si arriva per le solite strade,
dove si paga l’obolo all’ astuto Caronte.
Sentinella tedesca, armasti il tuo mattino,
affilasti come lama il tuo mattino,
caricasti il tuo mattino come mitra
contro l’erba crescente, contro un bimbo che ride:
un bimbo che ride è bandiera celeste
che non s’addice al mattino tedesco.
Questo accadde a Forte Pietralata,
quando il Tevere è meno vecchio d’una frasca,
all’ora degli orizzonti che giuocano
ai meridiani, l’ora degli incontri angelici,
appena il giorno fa capricci per le siepi.
Il mitra ha ucciso il silenzio,
Il mitra ha ucciso le fonti e gli alveari,
ma non si lamenta il mattino tedesco.
Voi non sapete che Claudio Bin fu ucciso,
Claudio odoroso di pelle nuova.
Sul fango un bimbo lascia screzi di vento,
si dice bimbo per parlare ai gelsomini,
e non sappia la morte che la gemma è lavorata.
Non ditelo a tutti, ditelo al mare
che ha orecchio gentile per ascoltare:
ditelo ai figli che a settembre lievitano,
ditelo ai morti, ditelo agli ubbriachi:
forse un poeta vi risponderà.
Ascoltami, madre, che hai speso tuo figlio
come fa il giorno con prodiga luce.
lo ti avvolgo nel tenero compianto
delle capinere che narrano tuo figlio:
“di undici anni, figlio di Maria,
Claudio Bin che rideva
fu ucciso col mitra perchè rideva”.
Non badare alla foglia che stride tra mille,
al gallo che canta il suo stornello iroso.
O tu, guarda la nuvola che scioglie il sole
nel suo fumo, il bosco che marcia
lungo la marina: l’eco comincia
di Claudio per le strette tiberine.
Faccia il mare gli scherzi che vuole
con l’onda, continui a stare il monte,
ogni grembo di terra consumi il suo polline:
alle otto d’ogni mattina il nome
di Claudio tuonerà a Forte Pietralata.
Ascolterà la stupida margherita,
la piuma smarrita risponderà,
sorda sarà la nube dei vulcani.
Interrogate l’ozioso guardiano,
interrogate il tempo che sfuggirà:
il nome di Claudio è un velo di brina
che ricama la luce per chi lo ricorda.
Vi dico io che la morte disse di no:
alle nubi ordinò di salpare
per dire al tedesco di non guastare la vigna,
di non strappare il grappolo acerbo.
Semplice fu come la scintilla
dell’uragano, come la foglia cadente,
così semplice è l’ultima parola.
Vi dico io che il vento cancella la farfalla,
che Claudio fu pettirosso sfregiato,
il bianco lamento dei crisantemi.
Chi dunque può negare che quel mattino,
nonostante Dio, sia stato assassino?
Tu lo sai, Claudio Bin. A te, madre,
vorrei non dirlo per essere usignolo
nella tua gabbia, luce del suo viso.
La spiga di grano non marcirà per questo,
daranno ancora spettacolo sole e luna,
le Ande continueranno la cordigliera,
vorranno inseguirsi le stagioni.
Chi impedirà alle strade di andare,
chi consiglierà il falco di non volare
perchè Hans ha ucciso Claudio che rideva?
Esci dal tuo sasso, Claudio, e sul colle
del mio ricordo fatti una casa:
prenditi tutto il miele, prenditi un fiore
per ogni tedesco, per chi non sa amare.
E stato un attimo di storia:
la sorgente che si perde,
la goccia che si gela nella sabbia,
la lucciola all’alba che l’uccide,
la sorte nemica d’ogni parola.
Sei una lagrima secca sul guanciale
e io ti canto la nenia e di quel settembre
tedesco mi scrivo ia data sulla mano.
Salvatore Quasimodo
Valle etrusca
Lontana dai campi vivi
e per due mari, l’uno lento
di grano e l’altro predone di rive,
la valle si gonfia di grotte
antiche e sono pallide stanze,
ove i morti stanno a convito
sui letti di pietra: la messe
del sonno scorre dolente.
Alle immemori fronti è regno estremo
la mano che all’eco fiato ridona,
alla forte amicizia del tempo.
Della morte è soave il vino
bevuto a sorsi d’anni,
e il grano rimatura sempre
per un cielo ignoto e fioco.
Quale uccello sinistro
il sole non è nominato
nella patria eterna dei morti.
e per due mari, l’uno lento
di grano e l’altro predone di rive,
la valle si gonfia di grotte
antiche e sono pallide stanze,
ove i morti stanno a convito
sui letti di pietra: la messe
del sonno scorre dolente.
Alle immemori fronti è regno estremo
la mano che all’eco fiato ridona,
alla forte amicizia del tempo.
Della morte è soave il vino
bevuto a sorsi d’anni,
e il grano rimatura sempre
per un cielo ignoto e fioco.
Quale uccello sinistro
il sole non è nominato
nella patria eterna dei morti.
Salvatore Quasimodo
Vicino a una torre saracena, per il fratello morto
To stavo ad una chiara
conchiglia del mio mare
e nel suono lontano udivo cuori
crescere con me, battere
° uguale età. Di dèi o di bestie, timidi
o diavoli: favole avverse della
mente. Forse le attente
morse delle tagliole
cupe per volpi lupi
iene, sotto la luna a vela lacera
scattarono per noi,
cuori di viole delicate, cuori
di fiori itti. non dovevano crescere
e scendere dal suono: il tuono tetro
‘5 su dall’arcobaleno d’aria e pietra
all’orecchio del mare rombava una
infanzia errata, eredità di sogni
a rovescio, alla terra di misure
astratte, dove ogni cosa
20 è più forte dell’uomo.
conchiglia del mio mare
e nel suono lontano udivo cuori
crescere con me, battere
° uguale età. Di dèi o di bestie, timidi
o diavoli: favole avverse della
mente. Forse le attente
morse delle tagliole
cupe per volpi lupi
iene, sotto la luna a vela lacera
scattarono per noi,
cuori di viole delicate, cuori
di fiori itti. non dovevano crescere
e scendere dal suono: il tuono tetro
‘5 su dall’arcobaleno d’aria e pietra
all’orecchio del mare rombava una
infanzia errata, eredità di sogni
a rovescio, alla terra di misure
astratte, dove ogni cosa
20 è più forte dell’uomo.
Salvatore Quasimodo
Visibile, invisibile
Visibile, invisibile
il carrettiere all’orizzonte
nelle braccia della strada chiama
risponde alla voce delle isole.
Anch’io non vado alla deriva,
intorno rulla il mondo, leggo
la mia storia come guardia di notte
le ore delle piogge. Il segreto ha margini
felici, stratagemmi, attrazioni difficili.
La mia vita, abitanti crudeli e sorridenti
delle mie vie, dei miei paesaggi,
è senza maniglie alle porte.
Non mi preparò alla morte,
so il principio delle cose,
la fine è una superficie dove viaggia
* l’invasore della mia ombra.
To non conosco le ombre.
il carrettiere all’orizzonte
nelle braccia della strada chiama
risponde alla voce delle isole.
Anch’io non vado alla deriva,
intorno rulla il mondo, leggo
la mia storia come guardia di notte
le ore delle piogge. Il segreto ha margini
felici, stratagemmi, attrazioni difficili.
La mia vita, abitanti crudeli e sorridenti
delle mie vie, dei miei paesaggi,
è senza maniglie alle porte.
Non mi preparò alla morte,
so il principio delle cose,
la fine è una superficie dove viaggia
* l’invasore della mia ombra.
To non conosco le ombre.
Sandro Penna
I tuoi calmi spettacoli...
I tuoi calmi spettacoli. La vita.
L’amore che li lega. Sole sul colle.
E più tardi la luna. Aiuto, aiuto!
L’amore che li lega. Sole sul colle.
E più tardi la luna. Aiuto, aiuto!
Sandro Penna
La battaglia
«Tua madre è morta,» mi diceva un coro
sommesso immemorabile sereno.
«Morta,» mi ripetevo e un lieve riso
di tempi immemorabili sereno
tingeva l’acre angoscia nella luce. «E quello
che fu nei tempi oscuri il grande amico
è forse morto?» «Oh, quello,»
dicevano più cauti, «in due tagliato
da un solo colpo, mai non lo vedemmo
altrimenti piegato.» Ed io baciavo
piangendo i resti di quel panno amico
che ricoperto aveva sotto il sole
una cosa nel mondo mai toccata.
sommesso immemorabile sereno.
«Morta,» mi ripetevo e un lieve riso
di tempi immemorabili sereno
tingeva l’acre angoscia nella luce. «E quello
che fu nei tempi oscuri il grande amico
è forse morto?» «Oh, quello,»
dicevano più cauti, «in due tagliato
da un solo colpo, mai non lo vedemmo
altrimenti piegato.» Ed io baciavo
piangendo i resti di quel panno amico
che ricoperto aveva sotto il sole
una cosa nel mondo mai toccata.
Sandro Penna
Lascia l’orinatoio
Lascia l’orinatoio il giovanotto
col membro ancora fuori. Negligenza
adorabile in lui che è giunto appena
a un paese di mare a mezza estate.
col membro ancora fuori. Negligenza
adorabile in lui che è giunto appena
a un paese di mare a mezza estate.
Sandro Penna
Nuotatore
Dormiva...?
Poi si tolse e si stirò.
Guardò con occhi lenti l’acqua. Un guizzo
il suo corpo.
Così lasciò la terra.
Poi si tolse e si stirò.
Guardò con occhi lenti l’acqua. Un guizzo
il suo corpo.
Così lasciò la terra.
Sergio Corazzini
Il mio cuore
Il mio cuore è una rossa
macchia di sangue dove
io bagno senza possa
la penna, a dolci prove
eternamente mossa.
E la penna si muove
e la carta s’arrossa
sempre a passioni nove.
Giorno verrà: lo so
che questo sangue ardente
a un tratto mancherà,
che la mia penna avrà
uno schianto stridente...
. e allora morirò.
macchia di sangue dove
io bagno senza possa
la penna, a dolci prove
eternamente mossa.
E la penna si muove
e la carta s’arrossa
sempre a passioni nove.
Giorno verrà: lo so
che questo sangue ardente
a un tratto mancherà,
che la mia penna avrà
uno schianto stridente...
. e allora morirò.
Sergio Corazzini
La morte di Tantalo g
Noi sedemmo sull’orlo
della fontana nella vigna d’oro.
Sedemmo lacrimosi in silenzio.
Le palpebre della mia dolce amica
si gonfiavano dietro le lagrime
come due vele
dietro una leggera brezza marina.
Il nostro dolore non era dolore d’amore
né dolore di nostalgia
né dolore carnale.
Noi morivamo tutti i giorni
cercando una causa divina
il mio dolce bene ed io.
Ma quel giorno già vanìa
e la causa della nostra morte
non era stata rinvenuta.
E calò la sera su la vigna d’oro
e tanto essa era oscura
che alle nostre anime apparve
una nevicata di stelle.
Assaporammo tutta la notte
i meravigliosi grappoli.
Bevemmo l’acqua d’oro,
e l’alba ci trovò seduti
sull’orlo della fontana
nella vigna non più d’oro.
O dolce mio amore,
confessa al viandante
che non abbiamo saputo morire
negandoci il frutto saporoso
e l’acqua d’oro, come la luna.
E aggiungi che non morremo più
e che andremo per la vita
errando per sempre.
della fontana nella vigna d’oro.
Sedemmo lacrimosi in silenzio.
Le palpebre della mia dolce amica
si gonfiavano dietro le lagrime
come due vele
dietro una leggera brezza marina.
Il nostro dolore non era dolore d’amore
né dolore di nostalgia
né dolore carnale.
Noi morivamo tutti i giorni
cercando una causa divina
il mio dolce bene ed io.
Ma quel giorno già vanìa
e la causa della nostra morte
non era stata rinvenuta.
E calò la sera su la vigna d’oro
e tanto essa era oscura
che alle nostre anime apparve
una nevicata di stelle.
Assaporammo tutta la notte
i meravigliosi grappoli.
Bevemmo l’acqua d’oro,
e l’alba ci trovò seduti
sull’orlo della fontana
nella vigna non più d’oro.
O dolce mio amore,
confessa al viandante
che non abbiamo saputo morire
negandoci il frutto saporoso
e l’acqua d’oro, come la luna.
E aggiungi che non morremo più
e che andremo per la vita
errando per sempre.
Sergio Solmi
Canti
I
Fossimo i nostri pro-progenitori:
un grumo di muco in una calda palude.
Vita e morte fluirebbero, germe e nascita,
via con le nostre linfe mute.
Fossimo uno stelo d’alga, un dorso sabbioso
che il vento sforma ma è greve di sotto.
Testa di libellula, ala di gabbiano,
già troppo avanti sarebbero, soffrirebbero troppo.
II
Spregevoli sono gli amanti, i beffatori
– tutti disperazione, brama – e i fiduciosi:
noi, sofferenti ed impestati dèi,
e tuttavia spesso del dio pensosi.
La molle baia. I boschivi sogni oscuri,
le stelle, enormi palle-di-neve in fiore.
Tacite fra le piante balzano le pantere.
È tutto riva. Eterno chiama il mare.
Fossimo i nostri pro-progenitori:
un grumo di muco in una calda palude.
Vita e morte fluirebbero, germe e nascita,
via con le nostre linfe mute.
Fossimo uno stelo d’alga, un dorso sabbioso
che il vento sforma ma è greve di sotto.
Testa di libellula, ala di gabbiano,
già troppo avanti sarebbero, soffrirebbero troppo.
II
Spregevoli sono gli amanti, i beffatori
– tutti disperazione, brama – e i fiduciosi:
noi, sofferenti ed impestati dèi,
e tuttavia spesso del dio pensosi.
La molle baia. I boschivi sogni oscuri,
le stelle, enormi palle-di-neve in fiore.
Tacite fra le piante balzano le pantere.
È tutto riva. Eterno chiama il mare.
Tommaso Campanella
Il teatro del mondo
Nez teatro del mondo ammascherate
l’alme dai corpi e dagli effetti loro,
spettacolo al supremo concistoro
da natura, divina arte, apprestate,
fan gli atti e detti tutte a chi son nate;
di scena in scena van, di coro in coro;
si veston di letizia e di mattoro,
dal comico fatal libro ordinate.
Nè san, nè ponno, ne vogliono fare,
nè patir altro che ’l gran Senno scrisse,
di tutte lieto, per tutte allegrare;
quando, rendendo, al fin di giuochi e risse,
le maschere alla terra, al cielo, al mare,
in Dio vedrem chi meglio fece e disse.
l’alme dai corpi e dagli effetti loro,
spettacolo al supremo concistoro
da natura, divina arte, apprestate,
fan gli atti e detti tutte a chi son nate;
di scena in scena van, di coro in coro;
si veston di letizia e di mattoro,
dal comico fatal libro ordinate.
Nè san, nè ponno, ne vogliono fare,
nè patir altro che ’l gran Senno scrisse,
di tutte lieto, per tutte allegrare;
quando, rendendo, al fin di giuochi e risse,
le maschere alla terra, al cielo, al mare,
in Dio vedrem chi meglio fece e disse.
Tommaso Campanella
L’idea divina
L’uom fu bambino, embrione, seme e sangue,
pane, erba ed altre cose, in cui godeva
d’esser quel ch’era, e gli spiacea mutarsi
in quel ch’è mo’: e quel ch’ora gli aggreva,
di farsi in fuoco, in terra, in topo, in angue,
poi piaceragli; e crederà bearsi
in quel che fia, chè in tutti enti riluce
la Idea divina, e pe ’l dimenticarsi.
pane, erba ed altre cose, in cui godeva
d’esser quel ch’era, e gli spiacea mutarsi
in quel ch’è mo’: e quel ch’ora gli aggreva,
di farsi in fuoco, in terra, in topo, in angue,
poi piaceragli; e crederà bearsi
in quel che fia, chè in tutti enti riluce
la Idea divina, e pe ’l dimenticarsi.
Tommaso Campanella
La gran vita
Che maraviglia s’alcuno s’ammazzi?
Lo guida il fato con occulto incanto
per la gran vita, ove enno i mali e i pazzi
semitoni e metafore al suo canto.
Lo guida il fato con occulto incanto
per la gran vita, ove enno i mali e i pazzi
semitoni e metafore al suo canto.
Tonino Guerra
A gli óchi dla Chèca
Quand ch’a faséva i palunzéin me nès
e ch’a tiréva la còuda mé gatt,
a s’era pécal, mo pécal da fatt
che a préima vésta t’a m’ u n’févi chès.
Mo una matéina am so séntéi d’es grand,
ò guèrs in zèir e pu a i ò ciap la pórta:
– Sta vólta a vag, a vag par la mi sórta
e s-ciao a tòtt, e basta sa sti cmand. –
‘D fura da chèsa a gli ochi a ‘l m’à piséu!
e alòura dri ch’a vléva spavéntèli;
mo lòu a s’ vólta ad bòtt e al slèrga a gli èli
e mè, sa vléiv ch’a faza? A i ò pianzéu.
e ch’a tiréva la còuda mé gatt,
a s’era pécal, mo pécal da fatt
che a préima vésta t’a m’ u n’févi chès.
Mo una matéina am so séntéi d’es grand,
ò guèrs in zèir e pu a i ò ciap la pórta:
– Sta vólta a vag, a vag par la mi sórta
e s-ciao a tòtt, e basta sa sti cmand. –
‘D fura da chèsa a gli ochi a ‘l m’à piséu!
e alòura dri ch’a vléva spavéntèli;
mo lòu a s’ vólta ad bòtt e al slèrga a gli èli
e mè, sa vléiv ch’a faza? A i ò pianzéu.
Tonino Guerra
Cantèda vintiquàtar
La figa l’è una telaragna
un pidriùl ad sàida
e’ sgarzùl ad tótt i fiéur;
la figa l’è una pòrta
ch’la dà chissà duvò
o una muràia
ch’u t tócca buté zò.
U i è dal fighi aligri
dal fighi mati s-cènti
dal fighi lèrghi e strétti,
fighi de cazz
ciacaròuni ch’ai tartàia
e quèli ch’al sbadàia
e a n dói una paróla
gnénca s’ta li amàzz.
La figa l’è una muntagna
biènca ad zócar
una forèsta in dò ch’e’ pasa i lópp,
l’è la caróza ch’la tóira i cavai;
la figa l’è una baléna svóita
pina ad aria nira e ad lózli,
l’è la bascòza dl’usèl
la su cóffia da nota,
un fòuran ch’e’ bréusa iniquèl.
La figa quand ch’e’ tócca
l’è la faza de’ Signour,
la su bócca.
L’è da la figa ch’l’è avnéu fura
e’ mònd sa i èlbar, al nóvli, e’ mèr
e i óman éun a la vòlta
e at tótt al razi.
Da la figa l’è avnù fura énca la figa.
Os-cia la figa!
un pidriùl ad sàida
e’ sgarzùl ad tótt i fiéur;
la figa l’è una pòrta
ch’la dà chissà duvò
o una muràia
ch’u t tócca buté zò.
U i è dal fighi aligri
dal fighi mati s-cènti
dal fighi lèrghi e strétti,
fighi de cazz
ciacaròuni ch’ai tartàia
e quèli ch’al sbadàia
e a n dói una paróla
gnénca s’ta li amàzz.
La figa l’è una muntagna
biènca ad zócar
una forèsta in dò ch’e’ pasa i lópp,
l’è la caróza ch’la tóira i cavai;
la figa l’è una baléna svóita
pina ad aria nira e ad lózli,
l’è la bascòza dl’usèl
la su cóffia da nota,
un fòuran ch’e’ bréusa iniquèl.
La figa quand ch’e’ tócca
l’è la faza de’ Signour,
la su bócca.
L’è da la figa ch’l’è avnéu fura
e’ mònd sa i èlbar, al nóvli, e’ mèr
e i óman éun a la vòlta
e at tótt al razi.
Da la figa l’è avnù fura énca la figa.
Os-cia la figa!
Tonino Guerra
Sivio e’ matt
Quand che parlèva,
e’ parlèva ad scatt,
tott un brandèll
da in chèva fina i pi,
se brètt cun la visira arvólta indri,
che l’era avstéid da chéursa
Sivio e’ matt.
e’ parlèva ad scatt,
tott un brandèll
da in chèva fina i pi,
se brètt cun la visira arvólta indri,
che l’era avstéid da chéursa
Sivio e’ matt.
Ugo Foscolo
Dei sepolcri
de’ cipressi e dentro l’urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove più il sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d’erbe famiglia e d’animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l’ore future,
nè da te, dolce amico, udrò più il verso
e la mesta armonia che lo governa,
nè più nel cor mi parlerà lo spirto
po)
delle vergini Muse e dell’Amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso
che distingua le mie dall’infinite
ossa che in terra e in mar semina Morte?
Vero è ben, Pindemonte, anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri; e involve
tutte cose l’oblio nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
e l’estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il Tempo.
Ma perchè pria del Tempo a sè il mortale
invidierà l’illusion che spento
pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente dei suoi? Celeste è questa
corrispondenza d’amotrosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall’insultar de’ nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.
Sol chi non lascia eredità d’affetti
poca gioia ha dell’urna, e se pur mira
fra ’l compianto de’ templi Acherontei,
o ricovratsi sotto le grandi ale
del perdono d’Iddio; ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove nè donna innamorata preghi,
nè passeggier solingo oda il sospiro
che dal tumulo a noi manda Natura.
Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ motti
contende. È senza tomba giace il tuo
sacerdote, o Talia, che a te cantando
nel suo povero tetto educò un lauro
con lungo amore, e t’appendea corone:
e tu gli ornavi del tuo riso i canti
che il lombardo pungean Sardanapalo,
cui solo è dolce il muggito de’ buoi
che dagli antri abdiiani e dal Ticino
lo fan d’ozi beato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume,
fra queste piante ov’io siedo e sospiro
il mio tetto materno. E tu venivi
e sorridevi a lui sotto quel tiglio
ch’or con dimesse frondi va fremendo
perchè non copre, o Dea, l’urna del vecchio
cui già di calma era cortese e d’ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorme il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra Îe sue mura la città, lasciva
d’evirati cantori allettatrice;
non pietra, non parola; e forse l’ossa
col mozzo capo gl’insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse, e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggìa la Luna,
l’àpupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerea campagna,
e l’immonda accusar col luttiioso
singulto i rai di che son pie le stelle
alle obliate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. Ahi! sugli estinti
non sorge fiore, ove non sia d’umane
lodi onorato e d’amoroso pianto.
Dal dì che nozze e tribunali ed are
diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d’altrui, toglieano i vivi
all’etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
ed are a’ figli; e uscian quindi i responsi
de’ domestici Lari, e fu temuto
su la polve degli avi il giuramento:
religion che con diversi riti
le virtù patrie e la pietà congiunta
tradussero per lungo ordine d’anni.
Non sempre i sassi sepolcrali a’ templi
fean pavimento; nè agl’incensi avvolto
de’ cadaveri il lezzo i supplicanti
contaminò; nè le città fur meste
d’effigiati scheletri: le madri
balzan ne’ sonni esterrefatte, e tendono
nude le braccia su l’amato capo
il gemer lungo di persona morta
chiedente la venal prece agli eredi
dal santuario. Ma cipressi e cedri
di puri effluvi i zefiri impregnando
perenne verde protendean sull’urne
per memoria perenne, e preziosi
vasi accogliean le lagrime votive.
Rapian gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perchè gli occhi dell’uom cercan morendo
il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali,
amaranti educavano e viole
su la funebre zolla; e chi sedea
a libar latte e a raccontar sue pene
ai cari estinti, una fragranza intorno
sentia qual d’aura de’ beati Elisi.
Pietosa insania, che fa cari gli orti
de’ suburbani avelli alle britanne
vergini dove le conduce amore
della perduta madre; ove clementi
pregaro i Genj del ritorno al Prode
che tronca fe’ la trionfata nave
del maggior pino, e si scavò la bara.
Ma ove dorme il furor d’inclite geste
e sien ministri al vivere civile
l’opulenza e il tremore, inutil pompa,
e inaugurate immagini dell’Orco
sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
decoro e mente al bello italo regno,
nelle adulate reggie ha sepoltura
già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
morte apparecchi riposato albergo,
ove una volta la fortuna cessi
dalle vendette, e l’amistà raccolga
non di tesori eredità, ma caldi
sensi, e di liberal carme l’esempio.
A egregie cose il forte animo accendono
l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel Grande
che, temprando lo scettro ai regnatoti,
gli allor ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue;
e l’arca di colui che nuovo Olimpo
alzò in Roma a’ celesti; e di chi vide
sotto l’etereo padiglion rotarsi
più mondi, e il sole irradiarli immoto,
onde all’Anglo che tanta ala vi stese
sgombrò primo le vie del firmamento;
te beata, gridai, per le felici
aure pregne di vita e pe’ lavactri
che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell’aer tuo veste la Luna
di luce limpidissima i tuoi colli
per vendemmia festanti; e le convalli
popolate di case e d’oliveti
mille di fiori al ciel mandano incensi.
E tu prima, Firenze, udivi il carme
che allegrò lira al Ghibellin fuggiasco;
e tu i cari parenti e l’idioma
desti a quel dolce di Calliope labbro
che Amore, in Grecia nudo e nudo in Roma,
d’un velo candidissimo adornando,
Ma più beata, chè in un tempio accolte
serbi l’itale glorie, uniche forse,
da che le mal vietate Alpi e l’alterna
onnipotenza delle umane sorti
armi e sostanze t’invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto.
Chè ove speme di gloria agli animosi
intelletti rifulga ed all’Italia,
quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
Irato a’ patri Numi, errava muto
ove Arno è più deserto, i campi e il cielo
desioso mirando; e poi che nullo
vivente aspetto gli molcea la cura,
qui posava l’austero, e avea sul volto
il pallor della morte e la speranza.
Con questi grandi abita eterno, e l’ossa
fremono amor di patria. Ah sì, da quella
religiosa pace un Nume parla;
e nutria contro a’ Persi in Maratona,
ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi,
la virtù greca e l’ira. Il navigante,
che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,
vedea per l’ampia oscurità scintille
balenar d’elmi e di cozzanti brandi,
fumart le pire igneo vapor, corrusche
d’armi ferree vedea larve guerriere
cercar la pugna; e all’orror de’ notturni
silenzi si spandea lungo ne’ campi
di falangi un tumulto, e un suon di tube,
e un incalzar di cavalli accorrenti
scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,
e pianto, ed inni, e delle Parchè il canto.
Felice te che il regno ampio de’ venti,
Ippolito, a’ tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l’antenna
oltre l’isole egèe, d’antichi fatti
certo udisti suonar dell’Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode retee l’armi d’Achille
sovra l’ossa d’Aiace. A’ generosi
giusta di glorie dispensiera è morte:
nè senno astuto, nè favor di regi
all’Itaco le spoglie ardue serbava,
chè a la poppa raminga le ritolse
l’onda incitata dagl’inferni Dei.
E me che i tempi ed il desio d’onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de’ sepolcri, e quando
il Tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
di lor canto i deserti, e l’armonia
vince di mille secoli il silenzio.
Ed oggi nella Tròade inseminata
eterno splende a’ peregrini un loco;
eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diè Dardano figlio,
onde fur Troia e Assaraco e i cinquanta
talami e il regno della Giulia gente.
Però che quando Elettra udì la Parca
che lei dalle vitali aure del giorno
chiamava a’ cori dell’Eliso, a Giove
mandò il voto supremo, e: “ Se,” diceva,
“a te fur care le mie chiome e il viso
e le dolci vigilie, e non mi assente
onde d’Elettra tua resti la fama.”
Così orando moriva. E ne gemea
l’Olimpio; e l’immortal capo accennando
piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
e fe’ sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
cenere d’Ilo; ivi l’iliache donne
sciogliean le chiome, indarno, ahi! deprecando
da’ lor mariti l’imminente fato;
ivi Cassandra allor che il Nume in petto
le fea parlar di Troia il dì mortale,
venne, e all’ombre cantò carme amoroso,
e guidava i nepoti, e l’amoroso
apprendeva lamento ai giovinetti;
e dicea sospirando: “ O se mai d’Argo,
ove al Tidide e di Làerte al figlio
pascerete i cavalli, a voi permetta
ritorno il cielo, invan la patria vostra
cercherete! Le mura, opra di Febo,
sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Penati di Troia avranno stanza
in queste tombe; chè de’ Numi è dono
servar nelle miserie altero nome.
E voi, palme e cipressi, che le nuore
piantan di Priamo, e crescerete, ahi presto!
di vedovili lagrime innaffiati,
proteggete i miei padri; e chi la scure
asterrà pio dalle devote frondi,
men si dorrà di consanguinei lutti,
e santamente toccherà l’altare.
Proteggete i miei padri. Un dì vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente sulle mute vie
per far più bello l’ultimo trofeo
ai fatati Pelidi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finchè il sole
risplenderà su le sciagure umane.”
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove più il sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d’erbe famiglia e d’animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l’ore future,
nè da te, dolce amico, udrò più il verso
e la mesta armonia che lo governa,
nè più nel cor mi parlerà lo spirto
po)
delle vergini Muse e dell’Amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso
che distingua le mie dall’infinite
ossa che in terra e in mar semina Morte?
Vero è ben, Pindemonte, anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri; e involve
tutte cose l’oblio nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
e l’estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il Tempo.
Ma perchè pria del Tempo a sè il mortale
invidierà l’illusion che spento
pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente dei suoi? Celeste è questa
corrispondenza d’amotrosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall’insultar de’ nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.
Sol chi non lascia eredità d’affetti
poca gioia ha dell’urna, e se pur mira
fra ’l compianto de’ templi Acherontei,
o ricovratsi sotto le grandi ale
del perdono d’Iddio; ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove nè donna innamorata preghi,
nè passeggier solingo oda il sospiro
che dal tumulo a noi manda Natura.
Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ motti
contende. È senza tomba giace il tuo
sacerdote, o Talia, che a te cantando
nel suo povero tetto educò un lauro
con lungo amore, e t’appendea corone:
e tu gli ornavi del tuo riso i canti
che il lombardo pungean Sardanapalo,
cui solo è dolce il muggito de’ buoi
che dagli antri abdiiani e dal Ticino
lo fan d’ozi beato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume,
fra queste piante ov’io siedo e sospiro
il mio tetto materno. E tu venivi
e sorridevi a lui sotto quel tiglio
ch’or con dimesse frondi va fremendo
perchè non copre, o Dea, l’urna del vecchio
cui già di calma era cortese e d’ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorme il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra Îe sue mura la città, lasciva
d’evirati cantori allettatrice;
non pietra, non parola; e forse l’ossa
col mozzo capo gl’insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse, e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggìa la Luna,
l’àpupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerea campagna,
e l’immonda accusar col luttiioso
singulto i rai di che son pie le stelle
alle obliate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. Ahi! sugli estinti
non sorge fiore, ove non sia d’umane
lodi onorato e d’amoroso pianto.
Dal dì che nozze e tribunali ed are
diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d’altrui, toglieano i vivi
all’etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
ed are a’ figli; e uscian quindi i responsi
de’ domestici Lari, e fu temuto
su la polve degli avi il giuramento:
religion che con diversi riti
le virtù patrie e la pietà congiunta
tradussero per lungo ordine d’anni.
Non sempre i sassi sepolcrali a’ templi
fean pavimento; nè agl’incensi avvolto
de’ cadaveri il lezzo i supplicanti
contaminò; nè le città fur meste
d’effigiati scheletri: le madri
balzan ne’ sonni esterrefatte, e tendono
nude le braccia su l’amato capo
il gemer lungo di persona morta
chiedente la venal prece agli eredi
dal santuario. Ma cipressi e cedri
di puri effluvi i zefiri impregnando
perenne verde protendean sull’urne
per memoria perenne, e preziosi
vasi accogliean le lagrime votive.
Rapian gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perchè gli occhi dell’uom cercan morendo
il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali,
amaranti educavano e viole
su la funebre zolla; e chi sedea
a libar latte e a raccontar sue pene
ai cari estinti, una fragranza intorno
sentia qual d’aura de’ beati Elisi.
Pietosa insania, che fa cari gli orti
de’ suburbani avelli alle britanne
vergini dove le conduce amore
della perduta madre; ove clementi
pregaro i Genj del ritorno al Prode
che tronca fe’ la trionfata nave
del maggior pino, e si scavò la bara.
Ma ove dorme il furor d’inclite geste
e sien ministri al vivere civile
l’opulenza e il tremore, inutil pompa,
e inaugurate immagini dell’Orco
sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
decoro e mente al bello italo regno,
nelle adulate reggie ha sepoltura
già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
morte apparecchi riposato albergo,
ove una volta la fortuna cessi
dalle vendette, e l’amistà raccolga
non di tesori eredità, ma caldi
sensi, e di liberal carme l’esempio.
A egregie cose il forte animo accendono
l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel Grande
che, temprando lo scettro ai regnatoti,
gli allor ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue;
e l’arca di colui che nuovo Olimpo
alzò in Roma a’ celesti; e di chi vide
sotto l’etereo padiglion rotarsi
più mondi, e il sole irradiarli immoto,
onde all’Anglo che tanta ala vi stese
sgombrò primo le vie del firmamento;
te beata, gridai, per le felici
aure pregne di vita e pe’ lavactri
che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell’aer tuo veste la Luna
di luce limpidissima i tuoi colli
per vendemmia festanti; e le convalli
popolate di case e d’oliveti
mille di fiori al ciel mandano incensi.
E tu prima, Firenze, udivi il carme
che allegrò lira al Ghibellin fuggiasco;
e tu i cari parenti e l’idioma
desti a quel dolce di Calliope labbro
che Amore, in Grecia nudo e nudo in Roma,
d’un velo candidissimo adornando,
Ma più beata, chè in un tempio accolte
serbi l’itale glorie, uniche forse,
da che le mal vietate Alpi e l’alterna
onnipotenza delle umane sorti
armi e sostanze t’invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto.
Chè ove speme di gloria agli animosi
intelletti rifulga ed all’Italia,
quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
Irato a’ patri Numi, errava muto
ove Arno è più deserto, i campi e il cielo
desioso mirando; e poi che nullo
vivente aspetto gli molcea la cura,
qui posava l’austero, e avea sul volto
il pallor della morte e la speranza.
Con questi grandi abita eterno, e l’ossa
fremono amor di patria. Ah sì, da quella
religiosa pace un Nume parla;
e nutria contro a’ Persi in Maratona,
ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi,
la virtù greca e l’ira. Il navigante,
che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,
vedea per l’ampia oscurità scintille
balenar d’elmi e di cozzanti brandi,
fumart le pire igneo vapor, corrusche
d’armi ferree vedea larve guerriere
cercar la pugna; e all’orror de’ notturni
silenzi si spandea lungo ne’ campi
di falangi un tumulto, e un suon di tube,
e un incalzar di cavalli accorrenti
scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,
e pianto, ed inni, e delle Parchè il canto.
Felice te che il regno ampio de’ venti,
Ippolito, a’ tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l’antenna
oltre l’isole egèe, d’antichi fatti
certo udisti suonar dell’Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode retee l’armi d’Achille
sovra l’ossa d’Aiace. A’ generosi
giusta di glorie dispensiera è morte:
nè senno astuto, nè favor di regi
all’Itaco le spoglie ardue serbava,
chè a la poppa raminga le ritolse
l’onda incitata dagl’inferni Dei.
E me che i tempi ed il desio d’onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de’ sepolcri, e quando
il Tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
di lor canto i deserti, e l’armonia
vince di mille secoli il silenzio.
Ed oggi nella Tròade inseminata
eterno splende a’ peregrini un loco;
eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diè Dardano figlio,
onde fur Troia e Assaraco e i cinquanta
talami e il regno della Giulia gente.
Però che quando Elettra udì la Parca
che lei dalle vitali aure del giorno
chiamava a’ cori dell’Eliso, a Giove
mandò il voto supremo, e: “ Se,” diceva,
“a te fur care le mie chiome e il viso
e le dolci vigilie, e non mi assente
onde d’Elettra tua resti la fama.”
Così orando moriva. E ne gemea
l’Olimpio; e l’immortal capo accennando
piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
e fe’ sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
cenere d’Ilo; ivi l’iliache donne
sciogliean le chiome, indarno, ahi! deprecando
da’ lor mariti l’imminente fato;
ivi Cassandra allor che il Nume in petto
le fea parlar di Troia il dì mortale,
venne, e all’ombre cantò carme amoroso,
e guidava i nepoti, e l’amoroso
apprendeva lamento ai giovinetti;
e dicea sospirando: “ O se mai d’Argo,
ove al Tidide e di Làerte al figlio
pascerete i cavalli, a voi permetta
ritorno il cielo, invan la patria vostra
cercherete! Le mura, opra di Febo,
sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Penati di Troia avranno stanza
in queste tombe; chè de’ Numi è dono
servar nelle miserie altero nome.
E voi, palme e cipressi, che le nuore
piantan di Priamo, e crescerete, ahi presto!
di vedovili lagrime innaffiati,
proteggete i miei padri; e chi la scure
asterrà pio dalle devote frondi,
men si dorrà di consanguinei lutti,
e santamente toccherà l’altare.
Proteggete i miei padri. Un dì vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente sulle mute vie
per far più bello l’ultimo trofeo
ai fatati Pelidi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finchè il sole
risplenderà su le sciagure umane.”
Ugo Foscolo
Dei sepolcri
de’ cipressi e dentro l’urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove più il sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d’erbe famiglia e d’animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l’ore future,
nè da te, dolce amico, udrò più il verso
e la mesta armonia che lo governa,
nè più nel cor mi parlerà lo spirto
po)
delle vergini Muse e dell’Amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso
che distingua le mie dall’infinite
ossa che in terra e in mar semina Morte?
Vero è ben, Pindemonte, anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri; e involve
tutte cose l’oblio nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
e l’estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il Tempo.
Ma perchè pria del Tempo a sè il mortale
invidierà l’illusion che spento
pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente dei suoi? Celeste è questa
corrispondenza d’amotrosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall’insultar de’ nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.
Sol chi non lascia eredità d’affetti
poca gioia ha dell’urna, e se pur mira
fra ’l compianto de’ templi Acherontei,
o ricovratsi sotto le grandi ale
del perdono d’Iddio; ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove nè donna innamorata preghi,
nè passeggier solingo oda il sospiro
che dal tumulo a noi manda Natura.
Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ motti
contende. È senza tomba giace il tuo
sacerdote, o Talia, che a te cantando
nel suo povero tetto educò un lauro
con lungo amore, e t’appendea corone:
e tu gli ornavi del tuo riso i canti
che il lombardo pungean Sardanapalo,
cui solo è dolce il muggito de’ buoi
che dagli antri abdiiani e dal Ticino
lo fan d’ozi beato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume,
fra queste piante ov’io siedo e sospiro
il mio tetto materno. E tu venivi
e sorridevi a lui sotto quel tiglio
ch’or con dimesse frondi va fremendo
perchè non copre, o Dea, l’urna del vecchio
cui già di calma era cortese e d’ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorme il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra Îe sue mura la città, lasciva
d’evirati cantori allettatrice;
non pietra, non parola; e forse l’ossa
col mozzo capo gl’insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse, e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggìa la Luna,
l’àpupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerea campagna,
e l’immonda accusar col luttiioso
singulto i rai di che son pie le stelle
alle obliate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. Ahi! sugli estinti
non sorge fiore, ove non sia d’umane
lodi onorato e d’amoroso pianto.
Dal dì che nozze e tribunali ed are
diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d’altrui, toglieano i vivi
all’etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
ed are a’ figli; e uscian quindi i responsi
de’ domestici Lari, e fu temuto
su la polve degli avi il giuramento:
religion che con diversi riti
le virtù patrie e la pietà congiunta
tradussero per lungo ordine d’anni.
Non sempre i sassi sepolcrali a’ templi
fean pavimento; nè agl’incensi avvolto
de’ cadaveri il lezzo i supplicanti
contaminò; nè le città fur meste
d’effigiati scheletri: le madri
balzan ne’ sonni esterrefatte, e tendono
nude le braccia su l’amato capo
il gemer lungo di persona morta
chiedente la venal prece agli eredi
dal santuario. Ma cipressi e cedri
di puri effluvi i zefiri impregnando
perenne verde protendean sull’urne
per memoria perenne, e preziosi
vasi accogliean le lagrime votive.
Rapian gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perchè gli occhi dell’uom cercan morendo
il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali,
amaranti educavano e viole
su la funebre zolla; e chi sedea
a libar latte e a raccontar sue pene
ai cari estinti, una fragranza intorno
sentia qual d’aura de’ beati Elisi.
Pietosa insania, che fa cari gli orti
de’ suburbani avelli alle britanne
vergini dove le conduce amore
della perduta madre; ove clementi
pregaro i Genj del ritorno al Prode
che tronca fe’ la trionfata nave
del maggior pino, e si scavò la bara.
Ma ove dorme il furor d’inclite geste
e sien ministri al vivere civile
l’opulenza e il tremore, inutil pompa,
e inaugurate immagini dell’Orco
sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
decoro e mente al bello italo regno,
nelle adulate reggie ha sepoltura
già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
morte apparecchi riposato albergo,
ove una volta la fortuna cessi
dalle vendette, e l’amistà raccolga
non di tesori eredità, ma caldi
sensi, e di liberal carme l’esempio.
A egregie cose il forte animo accendono
l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel Grande
che, temprando lo scettro ai regnatoti,
gli allor ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue;
e l’arca di colui che nuovo Olimpo
alzò in Roma a’ celesti; e di chi vide
sotto l’etereo padiglion rotarsi
più mondi, e il sole irradiarli immoto,
onde all’Anglo che tanta ala vi stese
sgombrò primo le vie del firmamento;
te beata, gridai, per le felici
aure pregne di vita e pe’ lavactri
che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell’aer tuo veste la Luna
di luce limpidissima i tuoi colli
per vendemmia festanti; e le convalli
popolate di case e d’oliveti
mille di fiori al ciel mandano incensi.
E tu prima, Firenze, udivi il carme
che allegrò lira al Ghibellin fuggiasco;
e tu i cari parenti e l’idioma
desti a quel dolce di Calliope labbro
che Amore, in Grecia nudo e nudo in Roma,
d’un velo candidissimo adornando,
Ma più beata, chè in un tempio accolte
serbi l’itale glorie, uniche forse,
da che le mal vietate Alpi e l’alterna
onnipotenza delle umane sorti
armi e sostanze t’invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto.
Chè ove speme di gloria agli animosi
intelletti rifulga ed all’Italia,
quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
Irato a’ patri Numi, errava muto
ove Arno è più deserto, i campi e il cielo
desioso mirando; e poi che nullo
vivente aspetto gli molcea la cura,
qui posava l’austero, e avea sul volto
il pallor della morte e la speranza.
Con questi grandi abita eterno, e l’ossa
fremono amor di patria. Ah sì, da quella
religiosa pace un Nume parla;
e nutria contro a’ Persi in Maratona,
ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi,
la virtù greca e l’ira. Il navigante,
che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,
vedea per l’ampia oscurità scintille
balenar d’elmi e di cozzanti brandi,
fumart le pire igneo vapor, corrusche
d’armi ferree vedea larve guerriere
cercar la pugna; e all’orror de’ notturni
silenzi si spandea lungo ne’ campi
di falangi un tumulto, e un suon di tube,
e un incalzar di cavalli accorrenti
scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,
e pianto, ed inni, e delle Parchè il canto.
Felice te che il regno ampio de’ venti,
Ippolito, a’ tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l’antenna
oltre l’isole egèe, d’antichi fatti
certo udisti suonar dell’Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode retee l’armi d’Achille
sovra l’ossa d’Aiace. A’ generosi
giusta di glorie dispensiera è morte:
nè senno astuto, nè favor di regi
all’Itaco le spoglie ardue serbava,
chè a la poppa raminga le ritolse
l’onda incitata dagl’inferni Dei.
E me che i tempi ed il desio d’onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de’ sepolcri, e quando
il Tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
di lor canto i deserti, e l’armonia
vince di mille secoli il silenzio.
Ed oggi nella Tròade inseminata
eterno splende a’ peregrini un loco;
eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diè Dardano figlio,
onde fur Troia e Assaraco e i cinquanta
talami e il regno della Giulia gente.
Però che quando Elettra udì la Parca
che lei dalle vitali aure del giorno
chiamava a’ cori dell’Eliso, a Giove
mandò il voto supremo, e: “ Se,” diceva,
“a te fur care le mie chiome e il viso
e le dolci vigilie, e non mi assente
onde d’Elettra tua resti la fama.”
Così orando moriva. E ne gemea
l’Olimpio; e l’immortal capo accennando
piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
e fe’ sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
cenere d’Ilo; ivi l’iliache donne
sciogliean le chiome, indarno, ahi! deprecando
da’ lor mariti l’imminente fato;
ivi Cassandra allor che il Nume in petto
le fea parlar di Troia il dì mortale,
venne, e all’ombre cantò carme amoroso,
e guidava i nepoti, e l’amoroso
apprendeva lamento ai giovinetti;
e dicea sospirando: “ O se mai d’Argo,
ove al Tidide e di Làerte al figlio
pascerete i cavalli, a voi permetta
ritorno il cielo, invan la patria vostra
cercherete! Le mura, opra di Febo,
sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Penati di Troia avranno stanza
in queste tombe; chè de’ Numi è dono
servar nelle miserie altero nome.
E voi, palme e cipressi, che le nuore
piantan di Priamo, e crescerete, ahi presto!
di vedovili lagrime innaffiati,
proteggete i miei padri; e chi la scure
asterrà pio dalle devote frondi,
men si dorrà di consanguinei lutti,
e santamente toccherà l’altare.
Proteggete i miei padri. Un dì vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente sulle mute vie
per far più bello l’ultimo trofeo
ai fatati Pelidi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finchè il sole
risplenderà su le sciagure umane.”
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove più il sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d’erbe famiglia e d’animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l’ore future,
nè da te, dolce amico, udrò più il verso
e la mesta armonia che lo governa,
nè più nel cor mi parlerà lo spirto
po)
delle vergini Muse e dell’Amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso
che distingua le mie dall’infinite
ossa che in terra e in mar semina Morte?
Vero è ben, Pindemonte, anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri; e involve
tutte cose l’oblio nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
e l’estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il Tempo.
Ma perchè pria del Tempo a sè il mortale
invidierà l’illusion che spento
pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente dei suoi? Celeste è questa
corrispondenza d’amotrosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall’insultar de’ nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.
Sol chi non lascia eredità d’affetti
poca gioia ha dell’urna, e se pur mira
fra ’l compianto de’ templi Acherontei,
o ricovratsi sotto le grandi ale
del perdono d’Iddio; ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove nè donna innamorata preghi,
nè passeggier solingo oda il sospiro
che dal tumulo a noi manda Natura.
Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ motti
contende. È senza tomba giace il tuo
sacerdote, o Talia, che a te cantando
nel suo povero tetto educò un lauro
con lungo amore, e t’appendea corone:
e tu gli ornavi del tuo riso i canti
che il lombardo pungean Sardanapalo,
cui solo è dolce il muggito de’ buoi
che dagli antri abdiiani e dal Ticino
lo fan d’ozi beato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume,
fra queste piante ov’io siedo e sospiro
il mio tetto materno. E tu venivi
e sorridevi a lui sotto quel tiglio
ch’or con dimesse frondi va fremendo
perchè non copre, o Dea, l’urna del vecchio
cui già di calma era cortese e d’ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorme il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra Îe sue mura la città, lasciva
d’evirati cantori allettatrice;
non pietra, non parola; e forse l’ossa
col mozzo capo gl’insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse, e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggìa la Luna,
l’àpupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerea campagna,
e l’immonda accusar col luttiioso
singulto i rai di che son pie le stelle
alle obliate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. Ahi! sugli estinti
non sorge fiore, ove non sia d’umane
lodi onorato e d’amoroso pianto.
Dal dì che nozze e tribunali ed are
diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d’altrui, toglieano i vivi
all’etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
ed are a’ figli; e uscian quindi i responsi
de’ domestici Lari, e fu temuto
su la polve degli avi il giuramento:
religion che con diversi riti
le virtù patrie e la pietà congiunta
tradussero per lungo ordine d’anni.
Non sempre i sassi sepolcrali a’ templi
fean pavimento; nè agl’incensi avvolto
de’ cadaveri il lezzo i supplicanti
contaminò; nè le città fur meste
d’effigiati scheletri: le madri
balzan ne’ sonni esterrefatte, e tendono
nude le braccia su l’amato capo
il gemer lungo di persona morta
chiedente la venal prece agli eredi
dal santuario. Ma cipressi e cedri
di puri effluvi i zefiri impregnando
perenne verde protendean sull’urne
per memoria perenne, e preziosi
vasi accogliean le lagrime votive.
Rapian gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perchè gli occhi dell’uom cercan morendo
il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali,
amaranti educavano e viole
su la funebre zolla; e chi sedea
a libar latte e a raccontar sue pene
ai cari estinti, una fragranza intorno
sentia qual d’aura de’ beati Elisi.
Pietosa insania, che fa cari gli orti
de’ suburbani avelli alle britanne
vergini dove le conduce amore
della perduta madre; ove clementi
pregaro i Genj del ritorno al Prode
che tronca fe’ la trionfata nave
del maggior pino, e si scavò la bara.
Ma ove dorme il furor d’inclite geste
e sien ministri al vivere civile
l’opulenza e il tremore, inutil pompa,
e inaugurate immagini dell’Orco
sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
decoro e mente al bello italo regno,
nelle adulate reggie ha sepoltura
già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
morte apparecchi riposato albergo,
ove una volta la fortuna cessi
dalle vendette, e l’amistà raccolga
non di tesori eredità, ma caldi
sensi, e di liberal carme l’esempio.
A egregie cose il forte animo accendono
l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel Grande
che, temprando lo scettro ai regnatoti,
gli allor ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue;
e l’arca di colui che nuovo Olimpo
alzò in Roma a’ celesti; e di chi vide
sotto l’etereo padiglion rotarsi
più mondi, e il sole irradiarli immoto,
onde all’Anglo che tanta ala vi stese
sgombrò primo le vie del firmamento;
te beata, gridai, per le felici
aure pregne di vita e pe’ lavactri
che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell’aer tuo veste la Luna
di luce limpidissima i tuoi colli
per vendemmia festanti; e le convalli
popolate di case e d’oliveti
mille di fiori al ciel mandano incensi.
E tu prima, Firenze, udivi il carme
che allegrò lira al Ghibellin fuggiasco;
e tu i cari parenti e l’idioma
desti a quel dolce di Calliope labbro
che Amore, in Grecia nudo e nudo in Roma,
d’un velo candidissimo adornando,
Ma più beata, chè in un tempio accolte
serbi l’itale glorie, uniche forse,
da che le mal vietate Alpi e l’alterna
onnipotenza delle umane sorti
armi e sostanze t’invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto.
Chè ove speme di gloria agli animosi
intelletti rifulga ed all’Italia,
quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
Irato a’ patri Numi, errava muto
ove Arno è più deserto, i campi e il cielo
desioso mirando; e poi che nullo
vivente aspetto gli molcea la cura,
qui posava l’austero, e avea sul volto
il pallor della morte e la speranza.
Con questi grandi abita eterno, e l’ossa
fremono amor di patria. Ah sì, da quella
religiosa pace un Nume parla;
e nutria contro a’ Persi in Maratona,
ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi,
la virtù greca e l’ira. Il navigante,
che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,
vedea per l’ampia oscurità scintille
balenar d’elmi e di cozzanti brandi,
fumart le pire igneo vapor, corrusche
d’armi ferree vedea larve guerriere
cercar la pugna; e all’orror de’ notturni
silenzi si spandea lungo ne’ campi
di falangi un tumulto, e un suon di tube,
e un incalzar di cavalli accorrenti
scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,
e pianto, ed inni, e delle Parchè il canto.
Felice te che il regno ampio de’ venti,
Ippolito, a’ tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l’antenna
oltre l’isole egèe, d’antichi fatti
certo udisti suonar dell’Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode retee l’armi d’Achille
sovra l’ossa d’Aiace. A’ generosi
giusta di glorie dispensiera è morte:
nè senno astuto, nè favor di regi
all’Itaco le spoglie ardue serbava,
chè a la poppa raminga le ritolse
l’onda incitata dagl’inferni Dei.
E me che i tempi ed il desio d’onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de’ sepolcri, e quando
il Tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
di lor canto i deserti, e l’armonia
vince di mille secoli il silenzio.
Ed oggi nella Tròade inseminata
eterno splende a’ peregrini un loco;
eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diè Dardano figlio,
onde fur Troia e Assaraco e i cinquanta
talami e il regno della Giulia gente.
Però che quando Elettra udì la Parca
che lei dalle vitali aure del giorno
chiamava a’ cori dell’Eliso, a Giove
mandò il voto supremo, e: “ Se,” diceva,
“a te fur care le mie chiome e il viso
e le dolci vigilie, e non mi assente
onde d’Elettra tua resti la fama.”
Così orando moriva. E ne gemea
l’Olimpio; e l’immortal capo accennando
piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
e fe’ sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
cenere d’Ilo; ivi l’iliache donne
sciogliean le chiome, indarno, ahi! deprecando
da’ lor mariti l’imminente fato;
ivi Cassandra allor che il Nume in petto
le fea parlar di Troia il dì mortale,
venne, e all’ombre cantò carme amoroso,
e guidava i nepoti, e l’amoroso
apprendeva lamento ai giovinetti;
e dicea sospirando: “ O se mai d’Argo,
ove al Tidide e di Làerte al figlio
pascerete i cavalli, a voi permetta
ritorno il cielo, invan la patria vostra
cercherete! Le mura, opra di Febo,
sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Penati di Troia avranno stanza
in queste tombe; chè de’ Numi è dono
servar nelle miserie altero nome.
E voi, palme e cipressi, che le nuore
piantan di Priamo, e crescerete, ahi presto!
di vedovili lagrime innaffiati,
proteggete i miei padri; e chi la scure
asterrà pio dalle devote frondi,
men si dorrà di consanguinei lutti,
e santamente toccherà l’altare.
Proteggete i miei padri. Un dì vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente sulle mute vie
per far più bello l’ultimo trofeo
ai fatati Pelidi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finchè il sole
risplenderà su le sciagure umane.”
Ugo Foscolo
Le Grazie, inno terzo (Il velo delle Grazie)
Mesci, odorosa Dea, rosee le fila;
e nel mezzo del velo ardita balli,
canti fra ’l coro delle sue speranze
Giovinezza: percote a spessi tocchi
antico un plettro il Tempo; e la danzante
discende un clivo onde nessun risale.
Le Grazie a’ piedi suoi destano fiori,
a fiorir sue ghirlande: e quando il biondo
crin t’abbandoni e perderai ’l tuo nome,
vivran que’ fiori, o Giovinezza, e intorno
l’urna funerea spireranno odore.
Or mesci, amabil Dea, nivee le fila;
e ad un lato del velo Espero sorga
dal lavor di tue dita; escono errando
fra l’ombre e i raggi fuor d’un mìrteo bosco
due tortorelle mormorando ai baci;
mirale occulto un rosignuol, e ascolta
silenzïoso, e poi canta imenei:
fuggono quelle vereconde al bosco.
Mesci, madre dei fior, lauri alle fila;
e sul contrario lato erri co’ specchi
dell’alba il sogno; e mandi a le pupille
sopite del guerrier miseri i volti
de la madre e del padre allor che all’are
recan lagrime e voti; e quei si desta,
e i prigionieri suoi guarda e sospira.
Mesci, o Flora gentile, oro alle fila;
e il destro lembo istorïato esulti
d’un festante convito: il Genio in volta
prime coroni agli esuli le tazze.
Or libera è la gioia, ilare il biasmo,
e candida è la lode. A parte siede
bello il Silenzio arguto in viso e accenna
che non volino i detti oltre le soglie.
Mesci cerulee, Dea, mesci le fila;
e pinta il lembo estremo abbia una donna
che con l’ombre e i silenzi unica veglia;
nutre una lampa su la culla, e teme
non i vagiti del suo primo infante
sien presagi di morte; e in quell’errore
non manda a tutto il cielo altro che pianti.
Beata! ancor non sa quanto agl’infanti
provido è il sonno eterno, e que’ vagiti
presagi son di dolorosa vita.
e nel mezzo del velo ardita balli,
canti fra ’l coro delle sue speranze
Giovinezza: percote a spessi tocchi
antico un plettro il Tempo; e la danzante
discende un clivo onde nessun risale.
Le Grazie a’ piedi suoi destano fiori,
a fiorir sue ghirlande: e quando il biondo
crin t’abbandoni e perderai ’l tuo nome,
vivran que’ fiori, o Giovinezza, e intorno
l’urna funerea spireranno odore.
Or mesci, amabil Dea, nivee le fila;
e ad un lato del velo Espero sorga
dal lavor di tue dita; escono errando
fra l’ombre e i raggi fuor d’un mìrteo bosco
due tortorelle mormorando ai baci;
mirale occulto un rosignuol, e ascolta
silenzïoso, e poi canta imenei:
fuggono quelle vereconde al bosco.
Mesci, madre dei fior, lauri alle fila;
e sul contrario lato erri co’ specchi
dell’alba il sogno; e mandi a le pupille
sopite del guerrier miseri i volti
de la madre e del padre allor che all’are
recan lagrime e voti; e quei si desta,
e i prigionieri suoi guarda e sospira.
Mesci, o Flora gentile, oro alle fila;
e il destro lembo istorïato esulti
d’un festante convito: il Genio in volta
prime coroni agli esuli le tazze.
Or libera è la gioia, ilare il biasmo,
e candida è la lode. A parte siede
bello il Silenzio arguto in viso e accenna
che non volino i detti oltre le soglie.
Mesci cerulee, Dea, mesci le fila;
e pinta il lembo estremo abbia una donna
che con l’ombre e i silenzi unica veglia;
nutre una lampa su la culla, e teme
non i vagiti del suo primo infante
sien presagi di morte; e in quell’errore
non manda a tutto il cielo altro che pianti.
Beata! ancor non sa quanto agl’infanti
provido è il sonno eterno, e que’ vagiti
presagi son di dolorosa vita.
Uguccione da Lodi
da Il libro
Pare del ciel altisemo, re de gloria posente,
gloriosa maiesta, verasi’ omnipotente,
lo siegolo formassi tut emprimeramente,
ciel e terra e mar,
qe tut era niente;
posta fais Adam, nostro primer parente;
de la costa de lui formàs Eva en presente.
Ela manzà del pomo dge li de’ un serpente,
al compagnon Adam alò ’n fe’ un presente,
tanto ’l capitolà fing’el se’ mis al dente.
Zo fo ’l primer engano, per lo meu esiente,
ke fo fat en ’sto siegolo, poi ge ne fo la zente.
Non è om en ’sto mondo, sire Deu, s’el T’onfende,
s’el de li soi peccati envers Ti se repente,
ge de la Toa gracia no sea ric e mainente,
qgé guerra né regoio no te fo a talente,
anci mandasti pase
enfra tuta la zente.
Mai pogi son de quili, per lo meu esiente,
ge de pas retegnir abia cor ni talente,
et è grand meraveia, C’ogn’om è cognosente
ge ’l tesor de ’sto mondo
tut tornarà niente,
Quel ge fosse segnore dal levant al ponente,
dig vair e de li grisi, de l’or e de l’arzente,
le vile e li casteli aves en tenimente,
le citad e li borghi al so comandamente,
e tuta la rigeza dond lo mond è mainente,
valer un gran de lente,
tuto zo no i porave
quando vien en quel’ora qe la sorte no mente,
ge la morte nol toia
tost et isnelamente:
negro lo fai vegnir, puzolent e pesente,
sì q’el no pò audir,
né no vé, né no sente.
S’el è sì como dise Agostin e Climente,
la anema se n’esse
grama, trista e dolente,
molto tost è portaa entro l’infern ardente,
en quel pessimo fogo, dq’è sì caud e bugente
ge quel d’una fornase ve patria resente.
Là entr’ è basalischi, scorpion e serpente
qe morde e percode de venen e de dente.
Quig ge là dentro alberga molt à reo covignente.
O gente crudelissema, como devé guarir,
ge le ovre de Deu no volé mantegnir?
Le vostre vanitade v’à condur a perir.
Denanti ’l Re de gloria como v’avré scondir,
sì q’El unca ve degne salvar ni benedir?
Za savi molto ben senza ’l meu somonit:
gi vol servir a Deu, no dé tropo dormir.
Molt è grand meraveia como pò avegnir
d’una causa, là o’ Deu no me voia tegnir:
s’el fosse asai de quili ge volesse audir
con’ la ovra de Deu
se voria tegnir!
mai molt se’n truova pogi de quig ge °l voi’ audir
e gi no planzerà com agudi sospir
no vorà custedir
e vera penetencia
e da li soi peccadi no s’avrà depattir.
no v’avi convertir,
È se verasiamentre
en presente ve digo que ve mn’à avegnir.
Le grand pene d’inferno ve stoverà sofrir,
q’è cento milia tanto maior, senza mentir,
escoltar ni audir,
ge nui’ om no porave
ni con la boca dir,
né en lo cor pensar,
zamai no ’nd’ à ensir,
Le aneme ge là entra,
qgé là no val engegni ni arte per fogir:
a crudel marescalco serà dade a bailir,
en lo grand fuog d’inferno a brusar e rostir.
Mai no crede la zente
dqe zo posa ’vegnir,
alegrar e sbaudir,
tant ie plas en ‘sto mondo
ben bever e manzar, ben calzar e vestir,
li omini e le femene molto giugar e rir
et altre cause far ge mi no cal de dir,
à mes a delinquir.
qe Deu nostro Signor
E se l’un om pò l’autro
enganar e trair,
za no revardarà
que li’n possa avegnir,
per leve ofensione manaza-s’a ferir,
de spade e de corteli afolar et alcir.
Quig q’è sani et alegri zamai no cre’ morir,
e si sa molto ben
qe zascun n’è sentir:
nigun è sì ardit ge se’n possa scremir.
Mai quel tiegn eu per fol qe no se ’n vol partir
fing el pò en ’sto mondo né andar ni vegnir,
ké, s’el s’atende tanto q’el viegna al fenir,
k’el no porà parlar ni veder ni audir,
quig ge ’l so dé gauder tosto l’à sepelir:
segond q’el avrà fato merit no li à falir.
Mai cotal penetencia no voio custedir,
anci prego Quelui
qge me dé mantegnir,
lo magno Re de gloria ge no degna mentir,
q’enl So servisio far me faza permagnir
e i Soi comandamenti
servar et obedir,
qgé tut l’autr’ è nient,
se no a Deu servir,
Avaricia en ’sto segolo abunda e desmesura,
tradiment et engano,
avoltèri e sozura:
zamai no fo la zente
sì falsa ni sperzura,
qe de l’ovra de Deu
unca no mete cura,
del magno Re de gloria
qe sta sopra l’altura,
Quel per cui se mantien
ognunca creatura.
Ben savf que ve dise la divina scritura:
tuti semo formadi a la Séa figura.
Mai quel tegn eu per fole ge tropo s’asegura,
zà no vol aver cura.
ni d’ensir dig pecadi
pogi è quig ge là dura;
Mo sì son percevt:
lo plusor de la zente vol autra caosa dura.
Qi pò aver dinari de livrar ad usura
e comprar de la terra, campi, vigna e closura,
Deu, como se percaza d’aver bona coltura,
i
e dis: “Aguan farai riga semenadura!”
Mai tal l’à semenar, no l’à veder madura.
Mo s’el se recordasse de la scarsa mesura
como ven con la cana a far la sepoltura!
Quando è reversaa la fera guardatura,
la soperbia e ’l regoio ch’avéa oltra mesura
molto tost è gitaa entro la terra dura:
lo torsel è malvasio et à réa voltura.
La muier e i parenti de grand vertd lo plura:
en la soa portadura,
tal ie mena gran dol
s’el lo pò abandonar, asai poco mà cura.
E l’anema dolentre à pres réa pastura
entro l’infern ardente, en quela grand calura:
]à no se trovarà bela cavalcadura,
destrier ni palafren cum soaf ambladura,
né norbia vestimenta, né rica flibadura,
ni negun’ armadura.
palasio ni tor,
Mai ben devria la zente aver molt grand paura
de la morte crudel, negra, pessima e scura,
ge re ni emperador
encontra lei no dura,
né principo ni dus
qge sia d’alta natura.
L’apostolic de Roma non à quela ventura,
zà no lo defendrà né sorte né agura,
né la cristianitad
ch’à tuta en soa rancura:
mai quig serà biadi ch’à vivre con mesura.
Mai ben devi savere senz’altro sagramento
c’unca encontra la morte
non è defendimento:
no ie val strolomia ni art d’encantamento;
palasio ni torre né nigun bastimento
né roca ni castel,
clave ni fermamento
no la pò destegnir dq’ela no saia dentro,
qg’ela va molto tosto,
plui ge no cér lo vento.
Quelui ge ela gionge molt à grand smarrimento,
gé lo cor li tramuda e ’l pensier e ’l talento;
ben par q’el sia tocado da tosseg de serpento.
Zamai no cred q’’el faza, ben né mal, testamento,
q’abassad è ’l regoio, l’alteza e l’ardimento:
l’aver ch’à guadagnado con dol e con tormento,
con bausî’ et engani
e con grand tradimento,
la pecunia g’el ave con grand rapinamento,
le rige vestimente e l’autr’adornamento,
destrieri e palafreni, vassieg d’or e d’arzento
e le rige masone e ’l grand asiamento,
a tal le lassarà, ben savf q’eu no mento,
un sol star de formento.
no darà per so’ anema
Zà me par qg’el avrà de novel guarnimento;
tost serà trato fora del rico casamento;
zà vorave ’l plusor dg’el fos èl monimento
delivrad a quelor qge’n farà giuggiamento
ke tut lo mangiarà e de fora e dentro.
De l’anema sai ben senza retenimento
ge segondo la ovra recevrà pagamento.
pp]
Giacomino da Verona
gloriosa maiesta, verasi’ omnipotente,
lo siegolo formassi tut emprimeramente,
ciel e terra e mar,
qe tut era niente;
posta fais Adam, nostro primer parente;
de la costa de lui formàs Eva en presente.
Ela manzà del pomo dge li de’ un serpente,
al compagnon Adam alò ’n fe’ un presente,
tanto ’l capitolà fing’el se’ mis al dente.
Zo fo ’l primer engano, per lo meu esiente,
ke fo fat en ’sto siegolo, poi ge ne fo la zente.
Non è om en ’sto mondo, sire Deu, s’el T’onfende,
s’el de li soi peccati envers Ti se repente,
ge de la Toa gracia no sea ric e mainente,
qgé guerra né regoio no te fo a talente,
anci mandasti pase
enfra tuta la zente.
Mai pogi son de quili, per lo meu esiente,
ge de pas retegnir abia cor ni talente,
et è grand meraveia, C’ogn’om è cognosente
ge ’l tesor de ’sto mondo
tut tornarà niente,
Quel ge fosse segnore dal levant al ponente,
dig vair e de li grisi, de l’or e de l’arzente,
le vile e li casteli aves en tenimente,
le citad e li borghi al so comandamente,
e tuta la rigeza dond lo mond è mainente,
valer un gran de lente,
tuto zo no i porave
quando vien en quel’ora qe la sorte no mente,
ge la morte nol toia
tost et isnelamente:
negro lo fai vegnir, puzolent e pesente,
sì q’el no pò audir,
né no vé, né no sente.
S’el è sì como dise Agostin e Climente,
la anema se n’esse
grama, trista e dolente,
molto tost è portaa entro l’infern ardente,
en quel pessimo fogo, dq’è sì caud e bugente
ge quel d’una fornase ve patria resente.
Là entr’ è basalischi, scorpion e serpente
qe morde e percode de venen e de dente.
Quig ge là dentro alberga molt à reo covignente.
O gente crudelissema, como devé guarir,
ge le ovre de Deu no volé mantegnir?
Le vostre vanitade v’à condur a perir.
Denanti ’l Re de gloria como v’avré scondir,
sì q’El unca ve degne salvar ni benedir?
Za savi molto ben senza ’l meu somonit:
gi vol servir a Deu, no dé tropo dormir.
Molt è grand meraveia como pò avegnir
d’una causa, là o’ Deu no me voia tegnir:
s’el fosse asai de quili ge volesse audir
con’ la ovra de Deu
se voria tegnir!
mai molt se’n truova pogi de quig ge °l voi’ audir
e gi no planzerà com agudi sospir
no vorà custedir
e vera penetencia
e da li soi peccadi no s’avrà depattir.
no v’avi convertir,
È se verasiamentre
en presente ve digo que ve mn’à avegnir.
Le grand pene d’inferno ve stoverà sofrir,
q’è cento milia tanto maior, senza mentir,
escoltar ni audir,
ge nui’ om no porave
ni con la boca dir,
né en lo cor pensar,
zamai no ’nd’ à ensir,
Le aneme ge là entra,
qgé là no val engegni ni arte per fogir:
a crudel marescalco serà dade a bailir,
en lo grand fuog d’inferno a brusar e rostir.
Mai no crede la zente
dqe zo posa ’vegnir,
alegrar e sbaudir,
tant ie plas en ‘sto mondo
ben bever e manzar, ben calzar e vestir,
li omini e le femene molto giugar e rir
et altre cause far ge mi no cal de dir,
à mes a delinquir.
qe Deu nostro Signor
E se l’un om pò l’autro
enganar e trair,
za no revardarà
que li’n possa avegnir,
per leve ofensione manaza-s’a ferir,
de spade e de corteli afolar et alcir.
Quig q’è sani et alegri zamai no cre’ morir,
e si sa molto ben
qe zascun n’è sentir:
nigun è sì ardit ge se’n possa scremir.
Mai quel tiegn eu per fol qe no se ’n vol partir
fing el pò en ’sto mondo né andar ni vegnir,
ké, s’el s’atende tanto q’el viegna al fenir,
k’el no porà parlar ni veder ni audir,
quig ge ’l so dé gauder tosto l’à sepelir:
segond q’el avrà fato merit no li à falir.
Mai cotal penetencia no voio custedir,
anci prego Quelui
qge me dé mantegnir,
lo magno Re de gloria ge no degna mentir,
q’enl So servisio far me faza permagnir
e i Soi comandamenti
servar et obedir,
qgé tut l’autr’ è nient,
se no a Deu servir,
Avaricia en ’sto segolo abunda e desmesura,
tradiment et engano,
avoltèri e sozura:
zamai no fo la zente
sì falsa ni sperzura,
qe de l’ovra de Deu
unca no mete cura,
del magno Re de gloria
qe sta sopra l’altura,
Quel per cui se mantien
ognunca creatura.
Ben savf que ve dise la divina scritura:
tuti semo formadi a la Séa figura.
Mai quel tegn eu per fole ge tropo s’asegura,
zà no vol aver cura.
ni d’ensir dig pecadi
pogi è quig ge là dura;
Mo sì son percevt:
lo plusor de la zente vol autra caosa dura.
Qi pò aver dinari de livrar ad usura
e comprar de la terra, campi, vigna e closura,
Deu, como se percaza d’aver bona coltura,
i
e dis: “Aguan farai riga semenadura!”
Mai tal l’à semenar, no l’à veder madura.
Mo s’el se recordasse de la scarsa mesura
como ven con la cana a far la sepoltura!
Quando è reversaa la fera guardatura,
la soperbia e ’l regoio ch’avéa oltra mesura
molto tost è gitaa entro la terra dura:
lo torsel è malvasio et à réa voltura.
La muier e i parenti de grand vertd lo plura:
en la soa portadura,
tal ie mena gran dol
s’el lo pò abandonar, asai poco mà cura.
E l’anema dolentre à pres réa pastura
entro l’infern ardente, en quela grand calura:
]à no se trovarà bela cavalcadura,
destrier ni palafren cum soaf ambladura,
né norbia vestimenta, né rica flibadura,
ni negun’ armadura.
palasio ni tor,
Mai ben devria la zente aver molt grand paura
de la morte crudel, negra, pessima e scura,
ge re ni emperador
encontra lei no dura,
né principo ni dus
qge sia d’alta natura.
L’apostolic de Roma non à quela ventura,
zà no lo defendrà né sorte né agura,
né la cristianitad
ch’à tuta en soa rancura:
mai quig serà biadi ch’à vivre con mesura.
Mai ben devi savere senz’altro sagramento
c’unca encontra la morte
non è defendimento:
no ie val strolomia ni art d’encantamento;
palasio ni torre né nigun bastimento
né roca ni castel,
clave ni fermamento
no la pò destegnir dq’ela no saia dentro,
qg’ela va molto tosto,
plui ge no cér lo vento.
Quelui ge ela gionge molt à grand smarrimento,
gé lo cor li tramuda e ’l pensier e ’l talento;
ben par q’el sia tocado da tosseg de serpento.
Zamai no cred q’’el faza, ben né mal, testamento,
q’abassad è ’l regoio, l’alteza e l’ardimento:
l’aver ch’à guadagnado con dol e con tormento,
con bausî’ et engani
e con grand tradimento,
la pecunia g’el ave con grand rapinamento,
le rige vestimente e l’autr’adornamento,
destrieri e palafreni, vassieg d’or e d’arzento
e le rige masone e ’l grand asiamento,
a tal le lassarà, ben savf q’eu no mento,
un sol star de formento.
no darà per so’ anema
Zà me par qg’el avrà de novel guarnimento;
tost serà trato fora del rico casamento;
zà vorave ’l plusor dg’el fos èl monimento
delivrad a quelor qge’n farà giuggiamento
ke tut lo mangiarà e de fora e dentro.
De l’anema sai ben senza retenimento
ge segondo la ovra recevrà pagamento.
pp]
Giacomino da Verona
Uguccione da Lodi
da Il libro
Pare del ciel altisemo, re de gloria posente,
gloriosa maiesta, verasi’ omnipotente,
lo siegolo formassi tut emprimeramente,
ciel e terra e mar,
qe tut era niente;
posta fais Adam, nostro primer parente;
de la costa de lui formàs Eva en presente.
Ela manzà del pomo dge li de’ un serpente,
al compagnon Adam alò ’n fe’ un presente,
tanto ’l capitolà fing’el se’ mis al dente.
Zo fo ’l primer engano, per lo meu esiente,
ke fo fat en ’sto siegolo, poi ge ne fo la zente.
Non è om en ’sto mondo, sire Deu, s’el T’onfende,
s’el de li soi peccati envers Ti se repente,
ge de la Toa gracia no sea ric e mainente,
qgé guerra né regoio no te fo a talente,
anci mandasti pase
enfra tuta la zente.
Mai pogi son de quili, per lo meu esiente,
ge de pas retegnir abia cor ni talente,
et è grand meraveia, C’ogn’om è cognosente
ge ’l tesor de ’sto mondo
tut tornarà niente,
Quel ge fosse segnore dal levant al ponente,
dig vair e de li grisi, de l’or e de l’arzente,
le vile e li casteli aves en tenimente,
le citad e li borghi al so comandamente,
e tuta la rigeza dond lo mond è mainente,
valer un gran de lente,
tuto zo no i porave
quando vien en quel’ora qe la sorte no mente,
ge la morte nol toia
tost et isnelamente:
negro lo fai vegnir, puzolent e pesente,
sì q’el no pò audir,
né no vé, né no sente.
S’el è sì como dise Agostin e Climente,
la anema se n’esse
grama, trista e dolente,
molto tost è portaa entro l’infern ardente,
en quel pessimo fogo, dq’è sì caud e bugente
ge quel d’una fornase ve patria resente.
Là entr’ è basalischi, scorpion e serpente
qe morde e percode de venen e de dente.
Quig ge là dentro alberga molt à reo covignente.
O gente crudelissema, como devé guarir,
ge le ovre de Deu no volé mantegnir?
Le vostre vanitade v’à condur a perir.
Denanti ’l Re de gloria como v’avré scondir,
sì q’El unca ve degne salvar ni benedir?
Za savi molto ben senza ’l meu somonit:
gi vol servir a Deu, no dé tropo dormir.
Molt è grand meraveia como pò avegnir
d’una causa, là o’ Deu no me voia tegnir:
s’el fosse asai de quili ge volesse audir
con’ la ovra de Deu
se voria tegnir!
mai molt se’n truova pogi de quig ge °l voi’ audir
e gi no planzerà com agudi sospir
no vorà custedir
e vera penetencia
e da li soi peccadi no s’avrà depattir.
no v’avi convertir,
È se verasiamentre
en presente ve digo que ve mn’à avegnir.
Le grand pene d’inferno ve stoverà sofrir,
q’è cento milia tanto maior, senza mentir,
escoltar ni audir,
ge nui’ om no porave
ni con la boca dir,
né en lo cor pensar,
zamai no ’nd’ à ensir,
Le aneme ge là entra,
qgé là no val engegni ni arte per fogir:
a crudel marescalco serà dade a bailir,
en lo grand fuog d’inferno a brusar e rostir.
Mai no crede la zente
dqe zo posa ’vegnir,
alegrar e sbaudir,
tant ie plas en ‘sto mondo
ben bever e manzar, ben calzar e vestir,
li omini e le femene molto giugar e rir
et altre cause far ge mi no cal de dir,
à mes a delinquir.
qe Deu nostro Signor
E se l’un om pò l’autro
enganar e trair,
za no revardarà
que li’n possa avegnir,
per leve ofensione manaza-s’a ferir,
de spade e de corteli afolar et alcir.
Quig q’è sani et alegri zamai no cre’ morir,
e si sa molto ben
qe zascun n’è sentir:
nigun è sì ardit ge se’n possa scremir.
Mai quel tiegn eu per fol qe no se ’n vol partir
fing el pò en ’sto mondo né andar ni vegnir,
ké, s’el s’atende tanto q’el viegna al fenir,
k’el no porà parlar ni veder ni audir,
quig ge ’l so dé gauder tosto l’à sepelir:
segond q’el avrà fato merit no li à falir.
Mai cotal penetencia no voio custedir,
anci prego Quelui
qge me dé mantegnir,
lo magno Re de gloria ge no degna mentir,
q’enl So servisio far me faza permagnir
e i Soi comandamenti
servar et obedir,
qgé tut l’autr’ è nient,
se no a Deu servir,
Avaricia en ’sto segolo abunda e desmesura,
tradiment et engano,
avoltèri e sozura:
zamai no fo la zente
sì falsa ni sperzura,
qe de l’ovra de Deu
unca no mete cura,
del magno Re de gloria
qe sta sopra l’altura,
Quel per cui se mantien
ognunca creatura.
Ben savf que ve dise la divina scritura:
tuti semo formadi a la Séa figura.
Mai quel tegn eu per fole ge tropo s’asegura,
zà no vol aver cura.
ni d’ensir dig pecadi
pogi è quig ge là dura;
Mo sì son percevt:
lo plusor de la zente vol autra caosa dura.
Qi pò aver dinari de livrar ad usura
e comprar de la terra, campi, vigna e closura,
Deu, como se percaza d’aver bona coltura,
i
e dis: “Aguan farai riga semenadura!”
Mai tal l’à semenar, no l’à veder madura.
Mo s’el se recordasse de la scarsa mesura
como ven con la cana a far la sepoltura!
Quando è reversaa la fera guardatura,
la soperbia e ’l regoio ch’avéa oltra mesura
molto tost è gitaa entro la terra dura:
lo torsel è malvasio et à réa voltura.
La muier e i parenti de grand vertd lo plura:
en la soa portadura,
tal ie mena gran dol
s’el lo pò abandonar, asai poco mà cura.
E l’anema dolentre à pres réa pastura
entro l’infern ardente, en quela grand calura:
]à no se trovarà bela cavalcadura,
destrier ni palafren cum soaf ambladura,
né norbia vestimenta, né rica flibadura,
ni negun’ armadura.
palasio ni tor,
Mai ben devria la zente aver molt grand paura
de la morte crudel, negra, pessima e scura,
ge re ni emperador
encontra lei no dura,
né principo ni dus
qge sia d’alta natura.
L’apostolic de Roma non à quela ventura,
zà no lo defendrà né sorte né agura,
né la cristianitad
ch’à tuta en soa rancura:
mai quig serà biadi ch’à vivre con mesura.
Mai ben devi savere senz’altro sagramento
c’unca encontra la morte
non è defendimento:
no ie val strolomia ni art d’encantamento;
palasio ni torre né nigun bastimento
né roca ni castel,
clave ni fermamento
no la pò destegnir dq’ela no saia dentro,
qg’ela va molto tosto,
plui ge no cér lo vento.
Quelui ge ela gionge molt à grand smarrimento,
gé lo cor li tramuda e ’l pensier e ’l talento;
ben par q’el sia tocado da tosseg de serpento.
Zamai no cred q’’el faza, ben né mal, testamento,
q’abassad è ’l regoio, l’alteza e l’ardimento:
l’aver ch’à guadagnado con dol e con tormento,
con bausî’ et engani
e con grand tradimento,
la pecunia g’el ave con grand rapinamento,
le rige vestimente e l’autr’adornamento,
destrieri e palafreni, vassieg d’or e d’arzento
e le rige masone e ’l grand asiamento,
a tal le lassarà, ben savf q’eu no mento,
un sol star de formento.
no darà per so’ anema
Zà me par qg’el avrà de novel guarnimento;
tost serà trato fora del rico casamento;
zà vorave ’l plusor dg’el fos èl monimento
delivrad a quelor qge’n farà giuggiamento
ke tut lo mangiarà e de fora e dentro.
De l’anema sai ben senza retenimento
ge segondo la ovra recevrà pagamento.
pp]
Giacomino da Verona
gloriosa maiesta, verasi’ omnipotente,
lo siegolo formassi tut emprimeramente,
ciel e terra e mar,
qe tut era niente;
posta fais Adam, nostro primer parente;
de la costa de lui formàs Eva en presente.
Ela manzà del pomo dge li de’ un serpente,
al compagnon Adam alò ’n fe’ un presente,
tanto ’l capitolà fing’el se’ mis al dente.
Zo fo ’l primer engano, per lo meu esiente,
ke fo fat en ’sto siegolo, poi ge ne fo la zente.
Non è om en ’sto mondo, sire Deu, s’el T’onfende,
s’el de li soi peccati envers Ti se repente,
ge de la Toa gracia no sea ric e mainente,
qgé guerra né regoio no te fo a talente,
anci mandasti pase
enfra tuta la zente.
Mai pogi son de quili, per lo meu esiente,
ge de pas retegnir abia cor ni talente,
et è grand meraveia, C’ogn’om è cognosente
ge ’l tesor de ’sto mondo
tut tornarà niente,
Quel ge fosse segnore dal levant al ponente,
dig vair e de li grisi, de l’or e de l’arzente,
le vile e li casteli aves en tenimente,
le citad e li borghi al so comandamente,
e tuta la rigeza dond lo mond è mainente,
valer un gran de lente,
tuto zo no i porave
quando vien en quel’ora qe la sorte no mente,
ge la morte nol toia
tost et isnelamente:
negro lo fai vegnir, puzolent e pesente,
sì q’el no pò audir,
né no vé, né no sente.
S’el è sì como dise Agostin e Climente,
la anema se n’esse
grama, trista e dolente,
molto tost è portaa entro l’infern ardente,
en quel pessimo fogo, dq’è sì caud e bugente
ge quel d’una fornase ve patria resente.
Là entr’ è basalischi, scorpion e serpente
qe morde e percode de venen e de dente.
Quig ge là dentro alberga molt à reo covignente.
O gente crudelissema, como devé guarir,
ge le ovre de Deu no volé mantegnir?
Le vostre vanitade v’à condur a perir.
Denanti ’l Re de gloria como v’avré scondir,
sì q’El unca ve degne salvar ni benedir?
Za savi molto ben senza ’l meu somonit:
gi vol servir a Deu, no dé tropo dormir.
Molt è grand meraveia como pò avegnir
d’una causa, là o’ Deu no me voia tegnir:
s’el fosse asai de quili ge volesse audir
con’ la ovra de Deu
se voria tegnir!
mai molt se’n truova pogi de quig ge °l voi’ audir
e gi no planzerà com agudi sospir
no vorà custedir
e vera penetencia
e da li soi peccadi no s’avrà depattir.
no v’avi convertir,
È se verasiamentre
en presente ve digo que ve mn’à avegnir.
Le grand pene d’inferno ve stoverà sofrir,
q’è cento milia tanto maior, senza mentir,
escoltar ni audir,
ge nui’ om no porave
ni con la boca dir,
né en lo cor pensar,
zamai no ’nd’ à ensir,
Le aneme ge là entra,
qgé là no val engegni ni arte per fogir:
a crudel marescalco serà dade a bailir,
en lo grand fuog d’inferno a brusar e rostir.
Mai no crede la zente
dqe zo posa ’vegnir,
alegrar e sbaudir,
tant ie plas en ‘sto mondo
ben bever e manzar, ben calzar e vestir,
li omini e le femene molto giugar e rir
et altre cause far ge mi no cal de dir,
à mes a delinquir.
qe Deu nostro Signor
E se l’un om pò l’autro
enganar e trair,
za no revardarà
que li’n possa avegnir,
per leve ofensione manaza-s’a ferir,
de spade e de corteli afolar et alcir.
Quig q’è sani et alegri zamai no cre’ morir,
e si sa molto ben
qe zascun n’è sentir:
nigun è sì ardit ge se’n possa scremir.
Mai quel tiegn eu per fol qe no se ’n vol partir
fing el pò en ’sto mondo né andar ni vegnir,
ké, s’el s’atende tanto q’el viegna al fenir,
k’el no porà parlar ni veder ni audir,
quig ge ’l so dé gauder tosto l’à sepelir:
segond q’el avrà fato merit no li à falir.
Mai cotal penetencia no voio custedir,
anci prego Quelui
qge me dé mantegnir,
lo magno Re de gloria ge no degna mentir,
q’enl So servisio far me faza permagnir
e i Soi comandamenti
servar et obedir,
qgé tut l’autr’ è nient,
se no a Deu servir,
Avaricia en ’sto segolo abunda e desmesura,
tradiment et engano,
avoltèri e sozura:
zamai no fo la zente
sì falsa ni sperzura,
qe de l’ovra de Deu
unca no mete cura,
del magno Re de gloria
qe sta sopra l’altura,
Quel per cui se mantien
ognunca creatura.
Ben savf que ve dise la divina scritura:
tuti semo formadi a la Séa figura.
Mai quel tegn eu per fole ge tropo s’asegura,
zà no vol aver cura.
ni d’ensir dig pecadi
pogi è quig ge là dura;
Mo sì son percevt:
lo plusor de la zente vol autra caosa dura.
Qi pò aver dinari de livrar ad usura
e comprar de la terra, campi, vigna e closura,
Deu, como se percaza d’aver bona coltura,
i
e dis: “Aguan farai riga semenadura!”
Mai tal l’à semenar, no l’à veder madura.
Mo s’el se recordasse de la scarsa mesura
como ven con la cana a far la sepoltura!
Quando è reversaa la fera guardatura,
la soperbia e ’l regoio ch’avéa oltra mesura
molto tost è gitaa entro la terra dura:
lo torsel è malvasio et à réa voltura.
La muier e i parenti de grand vertd lo plura:
en la soa portadura,
tal ie mena gran dol
s’el lo pò abandonar, asai poco mà cura.
E l’anema dolentre à pres réa pastura
entro l’infern ardente, en quela grand calura:
]à no se trovarà bela cavalcadura,
destrier ni palafren cum soaf ambladura,
né norbia vestimenta, né rica flibadura,
ni negun’ armadura.
palasio ni tor,
Mai ben devria la zente aver molt grand paura
de la morte crudel, negra, pessima e scura,
ge re ni emperador
encontra lei no dura,
né principo ni dus
qge sia d’alta natura.
L’apostolic de Roma non à quela ventura,
zà no lo defendrà né sorte né agura,
né la cristianitad
ch’à tuta en soa rancura:
mai quig serà biadi ch’à vivre con mesura.
Mai ben devi savere senz’altro sagramento
c’unca encontra la morte
non è defendimento:
no ie val strolomia ni art d’encantamento;
palasio ni torre né nigun bastimento
né roca ni castel,
clave ni fermamento
no la pò destegnir dq’ela no saia dentro,
qg’ela va molto tosto,
plui ge no cér lo vento.
Quelui ge ela gionge molt à grand smarrimento,
gé lo cor li tramuda e ’l pensier e ’l talento;
ben par q’el sia tocado da tosseg de serpento.
Zamai no cred q’’el faza, ben né mal, testamento,
q’abassad è ’l regoio, l’alteza e l’ardimento:
l’aver ch’à guadagnado con dol e con tormento,
con bausî’ et engani
e con grand tradimento,
la pecunia g’el ave con grand rapinamento,
le rige vestimente e l’autr’adornamento,
destrieri e palafreni, vassieg d’or e d’arzento
e le rige masone e ’l grand asiamento,
a tal le lassarà, ben savf q’eu no mento,
un sol star de formento.
no darà per so’ anema
Zà me par qg’el avrà de novel guarnimento;
tost serà trato fora del rico casamento;
zà vorave ’l plusor dg’el fos èl monimento
delivrad a quelor qge’n farà giuggiamento
ke tut lo mangiarà e de fora e dentro.
De l’anema sai ben senza retenimento
ge segondo la ovra recevrà pagamento.
pp]
Giacomino da Verona