Poesie di questo tema
Società e mondo
Giosuè Carducci
O: si fa innanzi Alberto di Giussano
O: si fa innanzi Alberto di Giussano.
Di ben tutta la spalla egli soverchia
gli accolti in piedi al console d’intorno.
Ne la gran possa de la sua persona
torreggia in mezzo al parlamento: ha in mano
la barbuta: la bruna capelliera
il lato collo e l’ampie spalle inonda.
Batte il sol ne la chiara onesta faccia,
ne le chiome e ne gli occhi risfavilla.
È la sua voce come tuon di Maggio.
Di ben tutta la spalla egli soverchia
gli accolti in piedi al console d’intorno.
Ne la gran possa de la sua persona
torreggia in mezzo al parlamento: ha in mano
la barbuta: la bruna capelliera
il lato collo e l’ampie spalle inonda.
Batte il sol ne la chiara onesta faccia,
ne le chiome e ne gli occhi risfavilla.
È la sua voce come tuon di Maggio.
Giosuè Carducci
Sta Federico imperatore in Como
Sta Federico imperatore in Como.
Ed ecco un messaggero entra in Milano
Da Porta Nova a briglie abbandonate.
“Popolo di Milano,„ ei passa e chiede,
“Fatemi scorta al console Gherardo„.
Il consolo era in mezzo de la piazza,
E il messagger piegato in su l’arcione
Parlò brevi parole e spronò via.
Allor fe’ cenno il console Gherardo,
E squillaron le trombe a parlamento.
II.
Squillarono le trombe a parlamento:
Ché non anche risurto era il palagio
Su’ gran pilastri, né l’arengo v’era,
Né torre v’era, né a la torre in cima
La campana. Fra i ruderi che neri
Verdeggiavan di spine, fra le basse
Case di legno, ne la breve piazza
I milanesi tenner parlamento
Al sol di maggio. Da finestre e porte
Le donne riguardavano e i fanciulli.
III.
“Signori milanesi,„ il consol dice,
“La primavera in fior mena tedeschi
Pur come d’uso. Fanno pasqua i lurchi
Ne le lor tane, e poi calano a valle.
Per l’Engadina due scomunicati
Arcivescovi trassero lo sforzo.
Trasse la bionda imperatrice al sire
Il cuor fido e un esercito novello.
Como è coi forti, e abbandonò la lega.„
Il popol grida: “L’esterminio a Como.„
Ed ecco un messaggero entra in Milano
Da Porta Nova a briglie abbandonate.
“Popolo di Milano,„ ei passa e chiede,
“Fatemi scorta al console Gherardo„.
Il consolo era in mezzo de la piazza,
E il messagger piegato in su l’arcione
Parlò brevi parole e spronò via.
Allor fe’ cenno il console Gherardo,
E squillaron le trombe a parlamento.
II.
Squillarono le trombe a parlamento:
Ché non anche risurto era il palagio
Su’ gran pilastri, né l’arengo v’era,
Né torre v’era, né a la torre in cima
La campana. Fra i ruderi che neri
Verdeggiavan di spine, fra le basse
Case di legno, ne la breve piazza
I milanesi tenner parlamento
Al sol di maggio. Da finestre e porte
Le donne riguardavano e i fanciulli.
III.
“Signori milanesi,„ il consol dice,
“La primavera in fior mena tedeschi
Pur come d’uso. Fanno pasqua i lurchi
Ne le lor tane, e poi calano a valle.
Per l’Engadina due scomunicati
Arcivescovi trassero lo sforzo.
Trasse la bionda imperatrice al sire
Il cuor fido e un esercito novello.
Como è coi forti, e abbandonò la lega.„
Il popol grida: “L’esterminio a Como.„
Giosuè Carducci
Su i campi di Marengo
Ode, e, poggiato il capo su l’alta spada, il sire
Canuto d’Hohenzollern pensa tra sé — Morire
Per man di mercatanti che cinsero pur ieri
A i lor mal pingui ventri l’acciar de’ cavalieri! —
E il vescovo di Spira, a cui cento convalli
Empion le botti e cento canonici gli stalli,
Mugola — O belle torri de la mia cattedrale,
Chi vi canterà messa la notte di natale? —
E il conte palatino Ditpoldo, a cui la bionda
Chioma per l’agil collo rose e ligustri inonda,
Pensa — Dal Reno il canto de gli elfi per la bruna
Notte va: Tecla sogna al lume de la luna. —
E dice il magontino arcivescovo — A canto
De la mazza ferrata io porto l’olio santo:
Ce n’è per tutti. Oh almeno foste de l’alpe a’ varchi,
Miei poveri muletti d’italo argento carchi! —
E il conte del Tirolo — Figliuol mio, te domane
Saluterà de l’Alpi il sole ed il mio cane:
Tuoi l’uno e l’altro; io, cervo sorpreso da i villani,
Cadrò sgozzato in questi grigi lombardi piani. —
Solo, a piedi, nel mezzo del campo, al corridore
Suo presso, riguardava nel ciel l’imperatore:
Passavano le stelle su l’ grigio capo; nera
Dietro garria co ’l vento l’imperial bandiera.
A’ fianchi di Boemia e di Polonia i regi
Scettro e spada reggevano, del santo impero i fregi.
Quando stanche languirono le stelle, e rosseggianti
Ne l’alba parean l’Alpi, Cesare disse — Avanti!
A cavallo, o fedeli! Tu, Wittelsbach, dispiega
Il sacro segno in faccia de la lombarda lega.
Tu intima, o araldo: Passa l’imperator romano,
Del divo Giulio erede, successor di Traiano. —
Deh come allegri e rapidi si sparsero gli squilli
De le trombe teutoniche fra il Tanaro ed il Po,
Quando in cospetto a l’aquila gli animi ed i vessilli
D’Italia s’inchinarono e Cesare passò!
Canuto d’Hohenzollern pensa tra sé — Morire
Per man di mercatanti che cinsero pur ieri
A i lor mal pingui ventri l’acciar de’ cavalieri! —
E il vescovo di Spira, a cui cento convalli
Empion le botti e cento canonici gli stalli,
Mugola — O belle torri de la mia cattedrale,
Chi vi canterà messa la notte di natale? —
E il conte palatino Ditpoldo, a cui la bionda
Chioma per l’agil collo rose e ligustri inonda,
Pensa — Dal Reno il canto de gli elfi per la bruna
Notte va: Tecla sogna al lume de la luna. —
E dice il magontino arcivescovo — A canto
De la mazza ferrata io porto l’olio santo:
Ce n’è per tutti. Oh almeno foste de l’alpe a’ varchi,
Miei poveri muletti d’italo argento carchi! —
E il conte del Tirolo — Figliuol mio, te domane
Saluterà de l’Alpi il sole ed il mio cane:
Tuoi l’uno e l’altro; io, cervo sorpreso da i villani,
Cadrò sgozzato in questi grigi lombardi piani. —
Solo, a piedi, nel mezzo del campo, al corridore
Suo presso, riguardava nel ciel l’imperatore:
Passavano le stelle su l’ grigio capo; nera
Dietro garria co ’l vento l’imperial bandiera.
A’ fianchi di Boemia e di Polonia i regi
Scettro e spada reggevano, del santo impero i fregi.
Quando stanche languirono le stelle, e rosseggianti
Ne l’alba parean l’Alpi, Cesare disse — Avanti!
A cavallo, o fedeli! Tu, Wittelsbach, dispiega
Il sacro segno in faccia de la lombarda lega.
Tu intima, o araldo: Passa l’imperator romano,
Del divo Giulio erede, successor di Traiano. —
Deh come allegri e rapidi si sparsero gli squilli
De le trombe teutoniche fra il Tanaro ed il Po,
Quando in cospetto a l’aquila gli animi ed i vessilli
D’Italia s’inchinarono e Cesare passò!
Giovanni Berchet
Il romito del Cenisio
Viandante alla ventura
L’ardue nevi del Cenisio
Un estranio superò;
E dell’itala pianura
Al sorriso interminabile
Dalla balza s’affacciò.
Gli occhi alacri, i passi arditi
Subitaneo in lui rivelano
Il tripudio del pensier.
Maravigliano i romiti,
Quei che pavido il sorressero
Su pei dubbi del sentier.
Ma l’un di essi, col dispetto
D’uom crucciato da miserie,
Rompe i gaudi al viator,
Esclamando: — «Maledetto
Chi s’accosta senza piangere
Alla terra del dolor!»
Qual chi scosso d’improvviso,
Si risente d’un’ingiuria
Che non sa di meritar;
Tal sul vecchio del Cenisio
Si rivolse quell’estranio
Scuro il guardo a saettar.
Ma fu un lampo. — Del Romito
Le pupille venerabili
Una lagrima velò;
E l’estranio, impietosito,
Ne’ misteri di quell’anima,
Sospettando, penetrò.
Che un dì a lui, nell’aule algenti
Là lontan su l’onda baltica,
Dall’Italia andò un romor
D’oppressori e di frementi,
Di speranze e di dissidi,
Di tumulti annunziator.
Ma confuso, ma fugace
Fu quel grido: e ratto a sperderlo
La parola uscì dei re,
Che narrò composta in pace
Tutta Italia a’ troni immobili
Plauder lieta, e giurar fè. —
Ei pensava: — Non è lieta,
Non può stanza esser del giubilo
Dove il pianto è al limitar. —
Con inchiesta mansueta
Tentò il cor del Solitario,
Che rispose al suo pregar:
«Non è lieta, ma pensosa;
Non v’è plauso, ma silenzio;
Non v’è pace, ma terror.
Come il mar su cui si posa,
Sono immensi i guai d’Italia,
Inesausto il suo dolor.
«Libertà volle; ma, stolta!
Credè ai prenci, e osò commettere
Ai lor giuri il suo voler.
I suoi prenci l’han travolta,
L’han ricinta di perfidie,
L’han venduta allo stranier.
«Da quest’Alpi infino a Scilla
La sua legge è il brando barbaro
Che i suoi regoli invocâr.
Da quest’Alpi infino a Scilla
È delitto amar la patria,
È una colpa il sospirar.
«Una ciurma irrequieta
Scosse i cenci, e giù dal Brennero
Corse ai Fori e li occupò:
Trae le genti alla segreta,
Dove iroso quei le giudica
Che bugiardo le accusò.
«Guarda; i figli dell’affanno
Su la marra incurvi sudano:
Va, ne interroga il sospir:
Queste braccia, ti diranno,
Scarne penano onde mietere
Il tributo a un stranio sir.
«Va, discendi, e le bandiere
Cerca ai prodi; cerca i lauri
Che all’Italia il pensier diè. —
Son disciolte le sue schiere;
È compresso il labbro ai savii;
Stretto in ferri ai giusti il piè:
«Tolta ai solchi, alle officine
Delle madri al caro eloquio
La robusta gioventù,
Data in rocche peregrine
Alla verga del vil Teutono
Che l’edùchi a servitù.
«Cerca il brio delle sue genti
All’Italia; i dì che furono
Alle cento sue città:
Dov’è il flauto che rammenti
Le sue veglie, e delle vergini
La danzante ilarità?
«Va, ti bea de’ Soli suoi;
Godi l’aure, spira vivide
Le fragranze de’ suoi fior.
Ma, che pro de’ gaudi tuoi?
Non avrai con chi dividerli:
Il sospetto ha chiusi i cor.
«Muti intorno degli alari
Vedrai padri ai figli stringersi:
Vedrai nuore impallidir
Su lo strazio de’ lor cari,
E fratelli membrar invidi
I fratelli che fuggîr.
«Oh! Perchè non posso anch’io,
Con la mente ansia, fra gli esuli
Il mio figlio rintracciar?
O mio Silvio, o figlio mio,
Perchè mai nell’incolpabile
Tua coscienza ti fidar?
«Oh, l’improvido! — l’han colto
Come agnello al suo presepio;
E di mano al percussor
Sol dai perfidi fu tolto
Perchè, avvinto in ceppi, il calice
Beva lento del dolor;
«Dove un pio mai non consola,
Dove i giorni non gli numera
Altro mai che l’alternar
Delle scolte...» — La parola
Su le labbra qui del misero
I singulti soffocâr. —
«Di conforto lo sovviene,
La man stende a lui l’estranio. —
Quei sul petto la serrò:
Poi, com’uom che più ’l rattiene
Più gli sgorga il pianto, all’eremo
Col compagno s’avviò.
Ahi! qual alpe sì romita
Può sottrarlo alle memorie,
Può le angosce in lui sopir
Che dal turbin della vita,
Dalle care consuetudini,
Disperato, il dipartir? —
Come il voto che la sera,
Fe’ il briaco nel convivio,
Rinnegato è al nuovo dì;
Tal, sul l’itala frontiera,
Dell’Italia il desiderio
All’estranio in sen morì.
Ai bei soli, a’ bei vigneti
Contristati dalle lagrime
Che i tiranni fan versar,
Ei preferse i tetri abeti,
Le sue nebbie ed i perpetui
Aquiloni del suo mar.
L’ardue nevi del Cenisio
Un estranio superò;
E dell’itala pianura
Al sorriso interminabile
Dalla balza s’affacciò.
Gli occhi alacri, i passi arditi
Subitaneo in lui rivelano
Il tripudio del pensier.
Maravigliano i romiti,
Quei che pavido il sorressero
Su pei dubbi del sentier.
Ma l’un di essi, col dispetto
D’uom crucciato da miserie,
Rompe i gaudi al viator,
Esclamando: — «Maledetto
Chi s’accosta senza piangere
Alla terra del dolor!»
Qual chi scosso d’improvviso,
Si risente d’un’ingiuria
Che non sa di meritar;
Tal sul vecchio del Cenisio
Si rivolse quell’estranio
Scuro il guardo a saettar.
Ma fu un lampo. — Del Romito
Le pupille venerabili
Una lagrima velò;
E l’estranio, impietosito,
Ne’ misteri di quell’anima,
Sospettando, penetrò.
Che un dì a lui, nell’aule algenti
Là lontan su l’onda baltica,
Dall’Italia andò un romor
D’oppressori e di frementi,
Di speranze e di dissidi,
Di tumulti annunziator.
Ma confuso, ma fugace
Fu quel grido: e ratto a sperderlo
La parola uscì dei re,
Che narrò composta in pace
Tutta Italia a’ troni immobili
Plauder lieta, e giurar fè. —
Ei pensava: — Non è lieta,
Non può stanza esser del giubilo
Dove il pianto è al limitar. —
Con inchiesta mansueta
Tentò il cor del Solitario,
Che rispose al suo pregar:
«Non è lieta, ma pensosa;
Non v’è plauso, ma silenzio;
Non v’è pace, ma terror.
Come il mar su cui si posa,
Sono immensi i guai d’Italia,
Inesausto il suo dolor.
«Libertà volle; ma, stolta!
Credè ai prenci, e osò commettere
Ai lor giuri il suo voler.
I suoi prenci l’han travolta,
L’han ricinta di perfidie,
L’han venduta allo stranier.
«Da quest’Alpi infino a Scilla
La sua legge è il brando barbaro
Che i suoi regoli invocâr.
Da quest’Alpi infino a Scilla
È delitto amar la patria,
È una colpa il sospirar.
«Una ciurma irrequieta
Scosse i cenci, e giù dal Brennero
Corse ai Fori e li occupò:
Trae le genti alla segreta,
Dove iroso quei le giudica
Che bugiardo le accusò.
«Guarda; i figli dell’affanno
Su la marra incurvi sudano:
Va, ne interroga il sospir:
Queste braccia, ti diranno,
Scarne penano onde mietere
Il tributo a un stranio sir.
«Va, discendi, e le bandiere
Cerca ai prodi; cerca i lauri
Che all’Italia il pensier diè. —
Son disciolte le sue schiere;
È compresso il labbro ai savii;
Stretto in ferri ai giusti il piè:
«Tolta ai solchi, alle officine
Delle madri al caro eloquio
La robusta gioventù,
Data in rocche peregrine
Alla verga del vil Teutono
Che l’edùchi a servitù.
«Cerca il brio delle sue genti
All’Italia; i dì che furono
Alle cento sue città:
Dov’è il flauto che rammenti
Le sue veglie, e delle vergini
La danzante ilarità?
«Va, ti bea de’ Soli suoi;
Godi l’aure, spira vivide
Le fragranze de’ suoi fior.
Ma, che pro de’ gaudi tuoi?
Non avrai con chi dividerli:
Il sospetto ha chiusi i cor.
«Muti intorno degli alari
Vedrai padri ai figli stringersi:
Vedrai nuore impallidir
Su lo strazio de’ lor cari,
E fratelli membrar invidi
I fratelli che fuggîr.
«Oh! Perchè non posso anch’io,
Con la mente ansia, fra gli esuli
Il mio figlio rintracciar?
O mio Silvio, o figlio mio,
Perchè mai nell’incolpabile
Tua coscienza ti fidar?
«Oh, l’improvido! — l’han colto
Come agnello al suo presepio;
E di mano al percussor
Sol dai perfidi fu tolto
Perchè, avvinto in ceppi, il calice
Beva lento del dolor;
«Dove un pio mai non consola,
Dove i giorni non gli numera
Altro mai che l’alternar
Delle scolte...» — La parola
Su le labbra qui del misero
I singulti soffocâr. —
«Di conforto lo sovviene,
La man stende a lui l’estranio. —
Quei sul petto la serrò:
Poi, com’uom che più ’l rattiene
Più gli sgorga il pianto, all’eremo
Col compagno s’avviò.
Ahi! qual alpe sì romita
Può sottrarlo alle memorie,
Può le angosce in lui sopir
Che dal turbin della vita,
Dalle care consuetudini,
Disperato, il dipartir? —
Come il voto che la sera,
Fe’ il briaco nel convivio,
Rinnegato è al nuovo dì;
Tal, sul l’itala frontiera,
Dell’Italia il desiderio
All’estranio in sen morì.
Ai bei soli, a’ bei vigneti
Contristati dalle lagrime
Che i tiranni fan versar,
Ei preferse i tetri abeti,
Le sue nebbie ed i perpetui
Aquiloni del suo mar.
Giovanni Berchet
Le fantasie, IV (La pace di Costanza)
Lo stesso evangelo toccato da’ suoi,
Toccammo a vicenda; giurammo anche noi
Quel ch’egli col labbro dei Conti giurò.
Su l’anime nostre, su quella di lui
Sta il patto: la perda, la danni colui
Del quale avran detto che primo il falsò.
In Curia solenne, fra un nugol di sguardi,
Qual pari con pari, coi Messi lombardi
Fu duopo al superbo legarsi di fè!
Il popol ch’ei volle punito, soggetto,
Gli sfugge dal piglio; gli siede a rimpetto,
Levata la fronte, sicuro di sè.
La pace! la pace! Rechiamola ai figli,
Nunziamo alle spose finiti i perigli
Di ch’elle tant’anni pei cari tremâr.
L’immune abituro pregato ai mariti,
Or l’han; nè più mogli di servi scherniti,
Ma donne di franchi s’udranno chiamar.
Addio, belle rive del fiume straniero,
E tu, mitigato signor dell’impero,
E tu, pei Lombardi la fausta città.
Tornati a sedere su i fiumi nativi,
Compagno de’ nostri pensieri più giulivi,
Costanza, il tuo nome perpetuo verrà.
Ma quando da canto le nostre lettiere
Vedrem le sospese labarde guerriere,
E i grumi del sangue che un dì le bruttò;
Un altro bel nome ricorso alla mente
Diremo alle donne; ciascuna, ridente,
Poggiatasi al braccio che i fieri prostrò.
Direm lo sbaraglio del campo battuto,
E il sir di tant’oste tre giorni perduto,
Tre notti fra dumi tentando un sentier.
La regia consorte tre notti l’aspetta,
Tre giorni lo chiama dall’alta veletta:
Al quarto, — misviene fra i muti scudier.
L’han cerco nel greto, nell’ampia boscaglia;
Indarno! — Sergenti, valletti in gramaglia,
Preparan nell’aula l’esequie del re. —
No, povera afflitta, non metterlo il bruno.
Giù al ponte v’è gridi; — lo passa qualcuno:
È desso, — in castello; — domanda di te.
No, povera afflitta, tu colpa non hai;
E il ciel te lo rende; nè tu le saprai
Le angosce sofferte dall’uom del tuo cor.
Ma taci; e ti basti che vano è il corrotto.
Nessun di battaglia s’attenti far motto;
Nessun con inchieste gl’irriti il rossor.
È altrove, è fra i balli del popol ritroso
Che fervon racconti del dì sanguinoso.
Là chiede ogni voce: Guerrieri, che fu? —
Oh, bello! sul campo venir di que’ prodi,
Tracciarne i vestigi, ridirne le lodi,
Membrarne per tutto l’audace virtù!
Nei dì del Signore, dinanzi gli altari,
Allor che l’uom, netto d’affanni volgari,
L’origin più intende da cui derivò;
Ignoti al rimorso d’averla smentita,
Oh bello! in sen piena sentirci la vita,
Volenti, possenti, quai Dio ne creò!
Nel coglier dell’uve, nel mieter del grano,
Dovunque è una gioia, fia sempre Legnano
L’altera parola che il canto dirà.
Ma, guai pe’ nipoti! se ad essi discesa,
Diventa parola che muor non compresa:
Quel giorno l’infame dei giorni sarà.
Snerbato, curante ciascun di sè solo;
Qual correr d’estranei! qual onta sul suolo
Che a noi tanto sangue, tant’ansie costò.
Allor, non distinti dai vili i gementi,
Guardando un tal volgo, diranno le genti:
I re che ha sul collo, son quei che mertò. —
Toccammo a vicenda; giurammo anche noi
Quel ch’egli col labbro dei Conti giurò.
Su l’anime nostre, su quella di lui
Sta il patto: la perda, la danni colui
Del quale avran detto che primo il falsò.
In Curia solenne, fra un nugol di sguardi,
Qual pari con pari, coi Messi lombardi
Fu duopo al superbo legarsi di fè!
Il popol ch’ei volle punito, soggetto,
Gli sfugge dal piglio; gli siede a rimpetto,
Levata la fronte, sicuro di sè.
La pace! la pace! Rechiamola ai figli,
Nunziamo alle spose finiti i perigli
Di ch’elle tant’anni pei cari tremâr.
L’immune abituro pregato ai mariti,
Or l’han; nè più mogli di servi scherniti,
Ma donne di franchi s’udranno chiamar.
Addio, belle rive del fiume straniero,
E tu, mitigato signor dell’impero,
E tu, pei Lombardi la fausta città.
Tornati a sedere su i fiumi nativi,
Compagno de’ nostri pensieri più giulivi,
Costanza, il tuo nome perpetuo verrà.
Ma quando da canto le nostre lettiere
Vedrem le sospese labarde guerriere,
E i grumi del sangue che un dì le bruttò;
Un altro bel nome ricorso alla mente
Diremo alle donne; ciascuna, ridente,
Poggiatasi al braccio che i fieri prostrò.
Direm lo sbaraglio del campo battuto,
E il sir di tant’oste tre giorni perduto,
Tre notti fra dumi tentando un sentier.
La regia consorte tre notti l’aspetta,
Tre giorni lo chiama dall’alta veletta:
Al quarto, — misviene fra i muti scudier.
L’han cerco nel greto, nell’ampia boscaglia;
Indarno! — Sergenti, valletti in gramaglia,
Preparan nell’aula l’esequie del re. —
No, povera afflitta, non metterlo il bruno.
Giù al ponte v’è gridi; — lo passa qualcuno:
È desso, — in castello; — domanda di te.
No, povera afflitta, tu colpa non hai;
E il ciel te lo rende; nè tu le saprai
Le angosce sofferte dall’uom del tuo cor.
Ma taci; e ti basti che vano è il corrotto.
Nessun di battaglia s’attenti far motto;
Nessun con inchieste gl’irriti il rossor.
È altrove, è fra i balli del popol ritroso
Che fervon racconti del dì sanguinoso.
Là chiede ogni voce: Guerrieri, che fu? —
Oh, bello! sul campo venir di que’ prodi,
Tracciarne i vestigi, ridirne le lodi,
Membrarne per tutto l’audace virtù!
Nei dì del Signore, dinanzi gli altari,
Allor che l’uom, netto d’affanni volgari,
L’origin più intende da cui derivò;
Ignoti al rimorso d’averla smentita,
Oh bello! in sen piena sentirci la vita,
Volenti, possenti, quai Dio ne creò!
Nel coglier dell’uve, nel mieter del grano,
Dovunque è una gioia, fia sempre Legnano
L’altera parola che il canto dirà.
Ma, guai pe’ nipoti! se ad essi discesa,
Diventa parola che muor non compresa:
Quel giorno l’infame dei giorni sarà.
Snerbato, curante ciascun di sè solo;
Qual correr d’estranei! qual onta sul suolo
Che a noi tanto sangue, tant’ansie costò.
Allor, non distinti dai vili i gementi,
Guardando un tal volgo, diranno le genti:
I re che ha sul collo, son quei che mertò. —
Giovanni Giudici
Guerra
Il giorno prima che deve arrivare
La guerra prima di questa
Ai bordi d’una lieve foresta
Sul monte da cui si scorge il mare
Chiedono a lui se mai avverrà
Rispettabile uomo di malaffare’-—
Non si vorranno suicidare
È la risposta che dà
Intende Francia e Inghilterra
L’America pensa a sé
La Polonia di un certo Beck
Non mette il conto d’una guerra
Perché lo sanno anche i bambini
Il duce avanza e non arretra?
La Germania ha l’arma segreta
Nessuno passa i suoi confini
Nera vista e camicia nera
Ma intanto che lo ascoltiamo
Già scritto è il libro che leggiamo
Nel poi di un dopo che non era
Ha dita gialle e fuma sicuro
Del luogo somma autorità
E il muro al quale finirà
Gli cresce alle spalle futuro
Il giorno prima che deve scoppiare
La bomba prima di questa
Ai bordi d’una vana tempesta
Sul monte da cui sì scorge il mare
La guerra prima di questa
Ai bordi d’una lieve foresta
Sul monte da cui si scorge il mare
Chiedono a lui se mai avverrà
Rispettabile uomo di malaffare’-—
Non si vorranno suicidare
È la risposta che dà
Intende Francia e Inghilterra
L’America pensa a sé
La Polonia di un certo Beck
Non mette il conto d’una guerra
Perché lo sanno anche i bambini
Il duce avanza e non arretra?
La Germania ha l’arma segreta
Nessuno passa i suoi confini
Nera vista e camicia nera
Ma intanto che lo ascoltiamo
Già scritto è il libro che leggiamo
Nel poi di un dopo che non era
Ha dita gialle e fuma sicuro
Del luogo somma autorità
E il muro al quale finirà
Gli cresce alle spalle futuro
Il giorno prima che deve scoppiare
La bomba prima di questa
Ai bordi d’una vana tempesta
Sul monte da cui sì scorge il mare
Giovanni Giudici
Mi chiedi cosa vuol dire
Mi chiedi cosa vuol dire
la parola alienazione:
da quando nasci è morire
per vivere in un padrone
che ti vende—è consegnare
ciò che porti——forza, amore,
odio intero—per trovare
sesso, vino, crepacuore.
Vuol dire fuori di te
già essere mentre credi
in te abitare perché
ti scalza il vento a cui cedi.
Puoi resistere, ma un giorno
è un secolo a consumarti:
ciò che dài non fa ritorno
al te stesso da cui parte.
È un’altra vita aspettare,
ma un altro tempo non c’è:
il tempo che sei scompare,
ciò che resta non sei te.
From IL MALE DEI CREDITORI
la parola alienazione:
da quando nasci è morire
per vivere in un padrone
che ti vende—è consegnare
ciò che porti——forza, amore,
odio intero—per trovare
sesso, vino, crepacuore.
Vuol dire fuori di te
già essere mentre credi
in te abitare perché
ti scalza il vento a cui cedi.
Puoi resistere, ma un giorno
è un secolo a consumarti:
ciò che dài non fa ritorno
al te stesso da cui parte.
È un’altra vita aspettare,
ma un altro tempo non c’è:
il tempo che sei scompare,
ciò che resta non sei te.
From IL MALE DEI CREDITORI
Giovanni Giudici
Postino
Si chiamasse pure Luis
Dobermann — non ne farei
Un maestro di sbranatori
Un assassino
Se pensi a quante miglia
Nel suo servizio di postino
Tutto solo doveva tutti 1 giorni
Farsi a piedi in deserti non-sentieri
A scanso di brutti incontri inventarsi
Quella specie di cane
Vivo mai visto da tenersi vicino
Fu il più semplice dei pensieri
Dobermann — non ne farei
Un maestro di sbranatori
Un assassino
Se pensi a quante miglia
Nel suo servizio di postino
Tutto solo doveva tutti 1 giorni
Farsi a piedi in deserti non-sentieri
A scanso di brutti incontri inventarsi
Quella specie di cane
Vivo mai visto da tenersi vicino
Fu il più semplice dei pensieri
Giovanni Raboni
Città dall’alto
Queste strade che salgono alle mura
non hanno orizzonte, vedi: urtano un cielo
bianco e netto, senz’alberi, come un fiume che volta. Da qui
[alle processioni
dei signori e dei cani
che recano guinzagli, stendardi
reggendosi la coda
ci saranno novanta passi, cento, non più: però più giù, nel fondo
[della città
divisa in quadrati (puoi contarli) e dolce
come un catino... e poco più avanti
la cattedrale, di cinque ordini sovrapposti: e proseguendo
a destra, in diagonale, per altri
trenta o quaranta passi – una spanna: continua a leggere
come in una mappa – imbrocchi in pieno l’asse della piazza
costruita sulle rocciose fondamenta del circo
romano
grigia ellisse quieta dove
dormono o si trascinano enormi, obesi, ingrassati
come capponi, rimpinzati a volontà
di carni e borgogna purché non escano dalla piazza! i poveri
della città. A metà tra i due fuochi
lì, tra quattrocento anni
impiantano la ghigliottina.
non hanno orizzonte, vedi: urtano un cielo
bianco e netto, senz’alberi, come un fiume che volta. Da qui
[alle processioni
dei signori e dei cani
che recano guinzagli, stendardi
reggendosi la coda
ci saranno novanta passi, cento, non più: però più giù, nel fondo
[della città
divisa in quadrati (puoi contarli) e dolce
come un catino... e poco più avanti
la cattedrale, di cinque ordini sovrapposti: e proseguendo
a destra, in diagonale, per altri
trenta o quaranta passi – una spanna: continua a leggere
come in una mappa – imbrocchi in pieno l’asse della piazza
costruita sulle rocciose fondamenta del circo
romano
grigia ellisse quieta dove
dormono o si trascinano enormi, obesi, ingrassati
come capponi, rimpinzati a volontà
di carni e borgogna purché non escano dalla piazza! i poveri
della città. A metà tra i due fuochi
lì, tra quattrocento anni
impiantano la ghigliottina.
Giovanni Raboni
Dalla mia finestra
Eh, le misure della notte, l’ambiguo
lume di luna che confonde
il protocollo dei marmi, l’ombra che ravviva
gli strombi delle finestre, le profonde
gole dei cornicioni
scampati (ancora per poco) al viceregno
delle imprese, al morso dei capitali
premiati col sette, sette e mezzo per cento mentre sai, con la
[campagna
è già tanto se copri le tue spese...
lume di luna che confonde
il protocollo dei marmi, l’ombra che ravviva
gli strombi delle finestre, le profonde
gole dei cornicioni
scampati (ancora per poco) al viceregno
delle imprese, al morso dei capitali
premiati col sette, sette e mezzo per cento mentre sai, con la
[campagna
è già tanto se copri le tue spese...
Giovanni Raboni
Figure nel parco
E dire che ci sono
curve spaziose in questi viali, siepi
basse o trasparenti...
Con la mia vista (poca) mi domando
come faccio a vederli. Chi lo sa. Sbucano dal fondo,
dall’alto,
da dietro le targhe delle piante rare
muovendosi cauti, silenziosi, la cravatta annodata con cura,
le corna piene di muschio, a coda bassa.
Non domandano non dicono l’ora
ai comuni passanti.
Sfilano, cacciando, sull’orlo dello stagno.
Povera strega, poveraccia, ripeteva lisciandosi i baffi,
i capelli, aggiustando con cura la cravatta,
in cuor suo ridendo per la di lei caduta nello stagno.
Sulla panchina piega minuziosamente
mutande, bende, accomoda la stampella,
apre e chiude cartocci di ghiaia e di supposte,
pronto a farsi redimere o scannare.
Alta cm. 105 ma
in grado di far rotolare una botte con un ramo
lungo discese leggerissime scardinatrice
di pali cestini dei rifiuti croci? in un cubo
di polvere puntando
alla quota-trappola dello stagno.
La cosa
impercettibile, quantità
di polvere su una scarpa sola o modo
di asciugarsi il sudore sulla fronte
ecco l’ho in mano il mostro braccato l’assassino
l’uomo che uccide con la luna piena
e corro sprizzando scintille dai pattini sull’asfalto a chiamare
i lenti ronzanti bipedi d’acciaio della polizia.
curve spaziose in questi viali, siepi
basse o trasparenti...
Con la mia vista (poca) mi domando
come faccio a vederli. Chi lo sa. Sbucano dal fondo,
dall’alto,
da dietro le targhe delle piante rare
muovendosi cauti, silenziosi, la cravatta annodata con cura,
le corna piene di muschio, a coda bassa.
Non domandano non dicono l’ora
ai comuni passanti.
Sfilano, cacciando, sull’orlo dello stagno.
Povera strega, poveraccia, ripeteva lisciandosi i baffi,
i capelli, aggiustando con cura la cravatta,
in cuor suo ridendo per la di lei caduta nello stagno.
Sulla panchina piega minuziosamente
mutande, bende, accomoda la stampella,
apre e chiude cartocci di ghiaia e di supposte,
pronto a farsi redimere o scannare.
Alta cm. 105 ma
in grado di far rotolare una botte con un ramo
lungo discese leggerissime scardinatrice
di pali cestini dei rifiuti croci? in un cubo
di polvere puntando
alla quota-trappola dello stagno.
La cosa
impercettibile, quantità
di polvere su una scarpa sola o modo
di asciugarsi il sudore sulla fronte
ecco l’ho in mano il mostro braccato l’assassino
l’uomo che uccide con la luna piena
e corro sprizzando scintille dai pattini sull’asfalto a chiamare
i lenti ronzanti bipedi d’acciaio della polizia.
Giovanni Raboni
Lo chiamavano, credo, fronte
Lo chiamavano, credo, fronte interno
far la fila per ore per avere
quattro patate congelate e nere
e stare senza fuoco in pieno inverno
e non sognare che patate vere
e fuoco acceso e in un orrore alterno
cucire con il filo dell’inferno
i brandelli di insulse primavere
così che scampo o tregua non discerno
al cuore fuso a quelle perse cere
se adesso per allora le leggere
tue mani al fuoco non fanno schermo.
Da OGNI TERZO PENSIERO
far la fila per ore per avere
quattro patate congelate e nere
e stare senza fuoco in pieno inverno
e non sognare che patate vere
e fuoco acceso e in un orrore alterno
cucire con il filo dell’inferno
i brandelli di insulse primavere
così che scampo o tregua non discerno
al cuore fuso a quelle perse cere
se adesso per allora le leggere
tue mani al fuoco non fanno schermo.
Da OGNI TERZO PENSIERO
Giovanni Raboni
Nell’ora, ormai, della cenere
Nell’ora, ormai, della cenere
a pochi passi il corso brulicava
di commerci frenetici e ingannevoli
e di delitti consumati in sogno
quando per contagio di quel che resta
d’un antico ricetto di sventure,
cinque camini e sei finestre in tutto
di mattoni di color sangue, avviliti
ora, loro, da miasmi micidiali
più dell’intero un tempo da famoso
flagello di cui si legge nei libri
considerai con l’immaginazione
l’immensa prateria purgatoriale
che da quella fronte invisibilmente
sin quasi agli invisibili bastioni
aveva per suo centro San Carlino
come l’ostia la sua goccia di sangue
quando inginocchiato premevo gli occhi
con le mani per vera costrizione
dopo un fantastico sacrilegio
e pensai che lui sì, non gli spagnoli
ci aveva ammassati lì come agnelli
per sterminarci (...).
a pochi passi il corso brulicava
di commerci frenetici e ingannevoli
e di delitti consumati in sogno
quando per contagio di quel che resta
d’un antico ricetto di sventure,
cinque camini e sei finestre in tutto
di mattoni di color sangue, avviliti
ora, loro, da miasmi micidiali
più dell’intero un tempo da famoso
flagello di cui si legge nei libri
considerai con l’immaginazione
l’immensa prateria purgatoriale
che da quella fronte invisibilmente
sin quasi agli invisibili bastioni
aveva per suo centro San Carlino
come l’ostia la sua goccia di sangue
quando inginocchiato premevo gli occhi
con le mani per vera costrizione
dopo un fantastico sacrilegio
e pensai che lui sì, non gli spagnoli
ci aveva ammassati lì come agnelli
per sterminarci (...).
Giovanni Raboni
Non facevano fumo
Non facevano fumo né rumore
nei piazzali ghiacciati le corriere
degli sfollati in quelle bianche sere
di prima guerra e d’antico dolore
fagocitando e cancellando a schiere
i silenziosi corpi traghettanti
e negando anche il suono ai mille pianti
pagati all’invisibile nocchiere
finché infine in un tempo che non fa
mestiere d’abbandoni e di tormenti
sia il colore che l’audio non inventi
il marchingegno della tua pietà.
nei piazzali ghiacciati le corriere
degli sfollati in quelle bianche sere
di prima guerra e d’antico dolore
fagocitando e cancellando a schiere
i silenziosi corpi traghettanti
e negando anche il suono ai mille pianti
pagati all’invisibile nocchiere
finché infine in un tempo che non fa
mestiere d’abbandoni e di tormenti
sia il colore che l’audio non inventi
il marchingegno della tua pietà.
Giovanni Raboni
Non stava a noi risolvere
Non stava a noi risolvere
il rebus della cena
scaraventando in scena
le sostitute povere
delle pietanze a poca
luce d’acetilene
o abbreviando le pene
gutturali dell’oca
ma essere personaggi
di quella storia, perdere
proprio quella partita
quando per contumacia
di te s’era smarrita
in un forno la vita.
il rebus della cena
scaraventando in scena
le sostitute povere
delle pietanze a poca
luce d’acetilene
o abbreviando le pene
gutturali dell’oca
ma essere personaggi
di quella storia, perdere
proprio quella partita
quando per contumacia
di te s’era smarrita
in un forno la vita.
Giuseppe Conte
Ristabiliamo commercio
Democrazia, ti ho odiato nelle iridi dei ragazzi
abbandonate dal vino dei sogni
nella tua pretesa che sia il numero a decidere il destino
nel tuo adorare al Tempio soltanto la mercanzia e la
carta moneta
io ti ho odiata quando hai calpestato la poesia tua ma-
dre segreta
quando hai spento il canto foglie-onde dell’universo
quando hai disarmato i forti, hai lasciato lo spirito
morire
ti ho odiata per il tuo diffondere l’invidia imbelle, il
profittare, il mentire.
Ma tu democrazia vera, fioriture
tu democrazia nuova, che ancora possiamo generare
che Whitman voleva, grande d’alberi, laghi, desideri,
corpi, viaggi, insieme e canti, compagni, gioie,
democrazia nuova stirpe
oggi io Giuseppe nato nel 1945
a quarantacinque anni, varcato il limite
né cieco né profeta
contro chi uccide con un editto gli dei
contro chi governa attraverso i carri e le spade
contro chi non ha pietà per chi cade
contro chi esilia, stermina, imprigiona
contro l’immobilità, l’uniformità, l’ordine
la voce delle spie fatta padrona
io ti scelgo.
Non è vero che la libertà può fare a meno di foglie e
di onde, e tu di eroi.
Democrazia, stabiliamo commercio tra noi.
abbandonate dal vino dei sogni
nella tua pretesa che sia il numero a decidere il destino
nel tuo adorare al Tempio soltanto la mercanzia e la
carta moneta
io ti ho odiata quando hai calpestato la poesia tua ma-
dre segreta
quando hai spento il canto foglie-onde dell’universo
quando hai disarmato i forti, hai lasciato lo spirito
morire
ti ho odiata per il tuo diffondere l’invidia imbelle, il
profittare, il mentire.
Ma tu democrazia vera, fioriture
tu democrazia nuova, che ancora possiamo generare
che Whitman voleva, grande d’alberi, laghi, desideri,
corpi, viaggi, insieme e canti, compagni, gioie,
democrazia nuova stirpe
oggi io Giuseppe nato nel 1945
a quarantacinque anni, varcato il limite
né cieco né profeta
contro chi uccide con un editto gli dei
contro chi governa attraverso i carri e le spade
contro chi non ha pietà per chi cade
contro chi esilia, stermina, imprigiona
contro l’immobilità, l’uniformità, l’ordine
la voce delle spie fatta padrona
io ti scelgo.
Non è vero che la libertà può fare a meno di foglie e
di onde, e tu di eroi.
Democrazia, stabiliamo commercio tra noi.
Giuseppe Conte
Ristabiliamo commercio
Democrazia, ti ho odiato nelle iridi dei ragazzi
abbandonate dal vino dei sogni
nella tua pretesa che sia il numero a decidere il destino
nel tuo adorare al Tempio soltanto la mercanzia e la
carta moneta
io ti ho odiata quando hai calpestato la poesia tua ma-
dre segreta
quando hai spento il canto foglie-onde dell’universo
quando hai disarmato i forti, hai lasciato lo spirito
morire
ti ho odiata per il tuo diffondere l’invidia imbelle, il
profittare, il mentire.
Ma tu democrazia vera, fioriture
tu democrazia nuova, che ancora possiamo generare
che Whitman voleva, grande d’alberi, laghi, desideri,
corpi, viaggi, insieme e canti, compagni, gioie,
democrazia nuova stirpe
oggi io Giuseppe nato nel 1945
a quarantacinque anni, varcato il limite
né cieco né profeta
contro chi uccide con un editto gli dei
contro chi governa attraverso i carri e le spade
contro chi non ha pietà per chi cade
contro chi esilia, stermina, imprigiona
contro l’immobilità, l’uniformità, l’ordine
la voce delle spie fatta padrona
io ti scelgo.
Non è vero che la libertà può fare a meno di foglie e
di onde, e tu di eroi.
Democrazia, stabiliamo commercio tra noi.
abbandonate dal vino dei sogni
nella tua pretesa che sia il numero a decidere il destino
nel tuo adorare al Tempio soltanto la mercanzia e la
carta moneta
io ti ho odiata quando hai calpestato la poesia tua ma-
dre segreta
quando hai spento il canto foglie-onde dell’universo
quando hai disarmato i forti, hai lasciato lo spirito
morire
ti ho odiata per il tuo diffondere l’invidia imbelle, il
profittare, il mentire.
Ma tu democrazia vera, fioriture
tu democrazia nuova, che ancora possiamo generare
che Whitman voleva, grande d’alberi, laghi, desideri,
corpi, viaggi, insieme e canti, compagni, gioie,
democrazia nuova stirpe
oggi io Giuseppe nato nel 1945
a quarantacinque anni, varcato il limite
né cieco né profeta
contro chi uccide con un editto gli dei
contro chi governa attraverso i carri e le spade
contro chi non ha pietà per chi cade
contro chi esilia, stermina, imprigiona
contro l’immobilità, l’uniformità, l’ordine
la voce delle spie fatta padrona
io ti scelgo.
Non è vero che la libertà può fare a meno di foglie e
di onde, e tu di eroi.
Democrazia, stabiliamo commercio tra noi.
Giuseppe Giusti
La Rassegnazione
Dite un po’, Padre mio, sarebbe vero
Che ci volete tanto rassegnati
Da giulebbarci in casa il forestiero
Come un cilizio a sconto de’ peccati,
E a Dio lasciare la cura del poi,
Come se il fatto non istesse a noi?
Eh via, Padre, parliamo da Cristiani:
Se vi saltasse un canchero a ridosso,
Lascerete là là d’oggi in domani
Che col comodo suo v’arrivi all’osso?
Aspetterete lì senza Chirurgo
Che vi levi da letto un Taumaturgo?
Uno che nasce qui nel suo paese,
Che di nessuno non invidia il covo,
Se non fa posto, se non fa le spese
A chi gli entra nel nido e ci fa l’ovo,
Se non gli fa per giunta anco buon viso,
Secondo voi, si gioca il Paradiso?
LA RASSEGNAZIONE
Noi siam venuti su colla credenza
Che il mondo è largo da bastare a tutti:
E ci pare una bella impertinenza,
Che una ladra genía di farabutti
Venga a imbrogliar le parti di lontano
Che fa Domine Dio di propria mano.
Questa dottrina di succhiarsi in pace
Uno che ci spelliccia allegramente,
Padre, non è in natura, e non ci piace
Appunto perchè piace a certa gente:
Caro Padrino mio, questa dottrina,
Secondo noi, non è schietta farina.
Vedete? Ognuno di scansar molestia
Si studia a più non posso e s’arrabatta:
E morsa e tafanata, anco una bestia
Vedo che si rivolta e che si gratta:
E noi staremo qui come stivali
Senza grattarci quest’altri animali?
«Siamo fratelli, siam figli d’Adamo,
» Creati tutti a immagine d’Iddio;
» Siam pellegrini sulla terra; siamo,
» Senza distinzïon di tuo nè mio,
» Una famiglia di diverse genti...»
Bravo, grazie, non fate complimenti;
E facciamo piuttosto in carità
Tanti fratelli, altrettanti castelli!
Di quella razza di fraternità
Anco Abele e Caino eran fratelli!
Finchè ci fanno il pelo e il contrappelo,
Che c’entra stiracchiare anco il Vangelo?
Questo vostro dolciume umanitario,
Questa fraternità tanto esemplare,
Che di santa che fu là sul Calvario
L’hanno ridotta ad un intercalare,
Vo’ l’usereste, ditemi, appuntino
Tanto al ladro diritto che al mancino?
Oh io, per ora, a dirvela sincera,
Mi sento paesano paesano:
E nel caso, sapete in qual maniera
Sarei fratello del genere umano?
Come dice il proverbio: amici cari,
Ma patti chiari e la borsa del pari.
Prima, padron di casa in casa mia;
Poi, cittadino nella mia città;
Italiano in Italia, e così via
Discorrendo, uomo nell’umanità:
Di questo passo do vita per vita,
E abbraccio tutti e son cosmopolita.
La Carità l’è santa, e tra di noi
Che siamo al sizio venga e si trattenga;
Ma verso chi mi scortica, po’ poi,
Io non mi sento carità che tenga:
Padrino, chi mi fa tabula rasa,
Pochi discorsi, non lo voglio in casa.
Questa marmaglia di starci sul collo
Non si contenta, ma tira a dividere,
Tira a castrare e a pelacchiare il pollo,
Come suol dirsi, senza farlo stridere:
E la pazienza in questo struggibuco
La mi doventa la virtù del ciuco.
L’ira è peccato! Sì, quando per l’ira
Se ne va la giustizia a gambe all’aria:
Ma se le cose giuste avrò di mira,
L’ira non sento alla virtù contraria.
Fossi Papa, scusatemi, a momenti
L’ira la metterei tra’ Sacramenti.
Cristo, a questo proposito, ci ha dato,
Dolce com’era, un bellissimo esempio
(E lo lasciò perchè fosse imitato),
Quando, come sapete, entrò nel Tempio
E sbarazzò le soglie profanate
A furia di santissime funate.
Fino a non far pasticci, e all’utopie
Tenere aperto l’occhio e l’uscio chiuso;
Fino a sfidare il carcere, le spie,
L’esilio, il boia, e ridergli sul muso;
Fino a dar tempo al tempo, oh Padre mio,
Fin qui ci sono, e mi ci firmo anch’io.
Ma la prudenza non fu mai pigrizia.
Vosignoria se canta o sesta o nona,
Canta: Servite Domino in lætitia;
E non canta: servitelo in poltrona.
Che ci volete tanto rassegnati
Da giulebbarci in casa il forestiero
Come un cilizio a sconto de’ peccati,
E a Dio lasciare la cura del poi,
Come se il fatto non istesse a noi?
Eh via, Padre, parliamo da Cristiani:
Se vi saltasse un canchero a ridosso,
Lascerete là là d’oggi in domani
Che col comodo suo v’arrivi all’osso?
Aspetterete lì senza Chirurgo
Che vi levi da letto un Taumaturgo?
Uno che nasce qui nel suo paese,
Che di nessuno non invidia il covo,
Se non fa posto, se non fa le spese
A chi gli entra nel nido e ci fa l’ovo,
Se non gli fa per giunta anco buon viso,
Secondo voi, si gioca il Paradiso?
LA RASSEGNAZIONE
Noi siam venuti su colla credenza
Che il mondo è largo da bastare a tutti:
E ci pare una bella impertinenza,
Che una ladra genía di farabutti
Venga a imbrogliar le parti di lontano
Che fa Domine Dio di propria mano.
Questa dottrina di succhiarsi in pace
Uno che ci spelliccia allegramente,
Padre, non è in natura, e non ci piace
Appunto perchè piace a certa gente:
Caro Padrino mio, questa dottrina,
Secondo noi, non è schietta farina.
Vedete? Ognuno di scansar molestia
Si studia a più non posso e s’arrabatta:
E morsa e tafanata, anco una bestia
Vedo che si rivolta e che si gratta:
E noi staremo qui come stivali
Senza grattarci quest’altri animali?
«Siamo fratelli, siam figli d’Adamo,
» Creati tutti a immagine d’Iddio;
» Siam pellegrini sulla terra; siamo,
» Senza distinzïon di tuo nè mio,
» Una famiglia di diverse genti...»
Bravo, grazie, non fate complimenti;
E facciamo piuttosto in carità
Tanti fratelli, altrettanti castelli!
Di quella razza di fraternità
Anco Abele e Caino eran fratelli!
Finchè ci fanno il pelo e il contrappelo,
Che c’entra stiracchiare anco il Vangelo?
Questo vostro dolciume umanitario,
Questa fraternità tanto esemplare,
Che di santa che fu là sul Calvario
L’hanno ridotta ad un intercalare,
Vo’ l’usereste, ditemi, appuntino
Tanto al ladro diritto che al mancino?
Oh io, per ora, a dirvela sincera,
Mi sento paesano paesano:
E nel caso, sapete in qual maniera
Sarei fratello del genere umano?
Come dice il proverbio: amici cari,
Ma patti chiari e la borsa del pari.
Prima, padron di casa in casa mia;
Poi, cittadino nella mia città;
Italiano in Italia, e così via
Discorrendo, uomo nell’umanità:
Di questo passo do vita per vita,
E abbraccio tutti e son cosmopolita.
La Carità l’è santa, e tra di noi
Che siamo al sizio venga e si trattenga;
Ma verso chi mi scortica, po’ poi,
Io non mi sento carità che tenga:
Padrino, chi mi fa tabula rasa,
Pochi discorsi, non lo voglio in casa.
Questa marmaglia di starci sul collo
Non si contenta, ma tira a dividere,
Tira a castrare e a pelacchiare il pollo,
Come suol dirsi, senza farlo stridere:
E la pazienza in questo struggibuco
La mi doventa la virtù del ciuco.
L’ira è peccato! Sì, quando per l’ira
Se ne va la giustizia a gambe all’aria:
Ma se le cose giuste avrò di mira,
L’ira non sento alla virtù contraria.
Fossi Papa, scusatemi, a momenti
L’ira la metterei tra’ Sacramenti.
Cristo, a questo proposito, ci ha dato,
Dolce com’era, un bellissimo esempio
(E lo lasciò perchè fosse imitato),
Quando, come sapete, entrò nel Tempio
E sbarazzò le soglie profanate
A furia di santissime funate.
Fino a non far pasticci, e all’utopie
Tenere aperto l’occhio e l’uscio chiuso;
Fino a sfidare il carcere, le spie,
L’esilio, il boia, e ridergli sul muso;
Fino a dar tempo al tempo, oh Padre mio,
Fin qui ci sono, e mi ci firmo anch’io.
Ma la prudenza non fu mai pigrizia.
Vosignoria se canta o sesta o nona,
Canta: Servite Domino in lætitia;
E non canta: servitelo in poltrona.
Giuseppe Ungaretti
È dietro
È dietro le casipole il porticciuolo
Con i burchielli pronti a scivolare
Dentro strette lunghissime di specchi,
E una vela, farfalla colossale,
Ha raso l’erba e, dietro le casipole,
Va gente, con le vetrici s’intreccia,
Nelle nasse si schiudono occhi, va...
Con i burchielli pronti a scivolare
Dentro strette lunghissime di specchi,
E una vela, farfalla colossale,
Ha raso l’erba e, dietro le casipole,
Va gente, con le vetrici s’intreccia,
Nelle nasse si schiudono occhi, va...
Giuseppe Ungaretti
Fratelli
Di che reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità
Fratelli
Mariano, il 15 luglio 1916
fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità
Fratelli
Mariano, il 15 luglio 1916
Giuseppe Ungaretti
In memoria
Si chiamava
Moammed Sceab
Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome
Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè
E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono
L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa
Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera
E forse io solo
so ancora
che visse
Moammed Sceab
Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome
Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè
E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono
L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa
Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera
E forse io solo
so ancora
che visse
Giuseppe Ungaretti
Italia
Sono un poeta
un grido unanime
sono un grumo di sogni
Sono un frutto
d’innumerevoli contrasti d’innesti
ie
I
I
’
maturato in una serra
Ma il tuo popolo è portato
dalla stessa terra
che mi porta
Ttalia
E in questa uniforme
di tuo soldato
mi riposo
come fosse la culla
° di mio padre
Locvizza il «° Ottobre 1916.
un grido unanime
sono un grumo di sogni
Sono un frutto
d’innumerevoli contrasti d’innesti
ie
I
I
’
maturato in una serra
Ma il tuo popolo è portato
dalla stessa terra
che mi porta
Ttalia
E in questa uniforme
di tuo soldato
mi riposo
come fosse la culla
° di mio padre
Locvizza il «° Ottobre 1916.
Giuseppe Ungaretti
L’angelo del povero
Ora che invade le oscurate menti
Più aspra pietà del sangue e della terra,
Ora che ci misura ad ogni palpito
Il silenzio di tante ingiuste morti,
Ora si svegli l’angelo del povero,
Gentilezza superstite dell’anima...
Col gesto inestinguibile dei secoli
Discenda a capo del suo vecchio popolo,
In mezzo alle ombre...
Più aspra pietà del sangue e della terra,
Ora che ci misura ad ogni palpito
Il silenzio di tante ingiuste morti,
Ora si svegli l’angelo del povero,
Gentilezza superstite dell’anima...
Col gesto inestinguibile dei secoli
Discenda a capo del suo vecchio popolo,
In mezzo alle ombre...