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Società e mondo

Giosuè Carducci

Giosuè Carducci

Su i campi di Marengo

Ode, e, poggiato il capo su l’alta spada, il sire
Canuto d’Hohenzollern pensa tra sé — Morire
Per man di mercatanti che cinsero pur ieri
A i lor mal pingui ventri l’acciar de’ cavalieri! —

E il vescovo di Spira, a cui cento convalli
Empion le botti e cento canonici gli stalli,
Mugola — O belle torri de la mia cattedrale,
Chi vi canterà messa la notte di natale? —

E il conte palatino Ditpoldo, a cui la bionda
Chioma per l’agil collo rose e ligustri inonda,
Pensa — Dal Reno il canto de gli elfi per la bruna
Notte va: Tecla sogna al lume de la luna. —

E dice il magontino arcivescovo — A canto
De la mazza ferrata io porto l’olio santo:
Ce n’è per tutti. Oh almeno foste de l’alpe a’ varchi,
Miei poveri muletti d’italo argento carchi! —

E il conte del Tirolo — Figliuol mio, te domane
Saluterà de l’Alpi il sole ed il mio cane:
Tuoi l’uno e l’altro; io, cervo sorpreso da i villani,
Cadrò sgozzato in questi grigi lombardi piani. —

Solo, a piedi, nel mezzo del campo, al corridore
Suo presso, riguardava nel ciel l’imperatore:
Passavano le stelle su l’ grigio capo; nera
Dietro garria co ’l vento l’imperial bandiera.

A’ fianchi di Boemia e di Polonia i regi
Scettro e spada reggevano, del santo impero i fregi.
Quando stanche languirono le stelle, e rosseggianti
Ne l’alba parean l’Alpi, Cesare disse — Avanti!

A cavallo, o fedeli! Tu, Wittelsbach, dispiega
Il sacro segno in faccia de la lombarda lega.
Tu intima, o araldo: Passa l’imperator romano,
Del divo Giulio erede, successor di Traiano. —

Deh come allegri e rapidi si sparsero gli squilli
De le trombe teutoniche fra il Tanaro ed il Po,
Quando in cospetto a l’aquila gli animi ed i vessilli
D’Italia s’inchinarono e Cesare passò!
Giovanni Berchet

Giovanni Berchet

Il romito del Cenisio

Viandante alla ventura
L’ardue nevi del Cenisio
Un estranio superò;
E dell’itala pianura
Al sorriso interminabile
Dalla balza s’affacciò.

Gli occhi alacri, i passi arditi
Subitaneo in lui rivelano
Il tripudio del pensier.
Maravigliano i romiti,
Quei che pavido il sorressero
Su pei dubbi del sentier.

Ma l’un di essi, col dispetto
D’uom crucciato da miserie,
Rompe i gaudi al viator,
Esclamando: — «Maledetto
Chi s’accosta senza piangere
Alla terra del dolor!»

Qual chi scosso d’improvviso,
Si risente d’un’ingiuria
Che non sa di meritar;
Tal sul vecchio del Cenisio
Si rivolse quell’estranio
Scuro il guardo a saettar.

Ma fu un lampo. — Del Romito
Le pupille venerabili
Una lagrima velò;
E l’estranio, impietosito,
Ne’ misteri di quell’anima,
Sospettando, penetrò.

Che un dì a lui, nell’aule algenti
Là lontan su l’onda baltica,
Dall’Italia andò un romor
D’oppressori e di frementi,
Di speranze e di dissidi,
Di tumulti annunziator.

Ma confuso, ma fugace
Fu quel grido: e ratto a sperderlo
La parola uscì dei re,
Che narrò composta in pace
Tutta Italia a’ troni immobili
Plauder lieta, e giurar fè. —

Ei pensava: — Non è lieta,
Non può stanza esser del giubilo
Dove il pianto è al limitar. —
Con inchiesta mansueta
Tentò il cor del Solitario,
Che rispose al suo pregar:

«Non è lieta, ma pensosa;
Non v’è plauso, ma silenzio;
Non v’è pace, ma terror.
Come il mar su cui si posa,
Sono immensi i guai d’Italia,
Inesausto il suo dolor.

«Libertà volle; ma, stolta!
Credè ai prenci, e osò commettere
Ai lor giuri il suo voler.
I suoi prenci l’han travolta,
L’han ricinta di perfidie,
L’han venduta allo stranier.

«Da quest’Alpi infino a Scilla
La sua legge è il brando barbaro
Che i suoi regoli invocâr.
Da quest’Alpi infino a Scilla
È delitto amar la patria,
È una colpa il sospirar.

«Una ciurma irrequieta
Scosse i cenci, e giù dal Brennero
Corse ai Fori e li occupò:
Trae le genti alla segreta,
Dove iroso quei le giudica
Che bugiardo le accusò.

«Guarda; i figli dell’affanno
Su la marra incurvi sudano:
Va, ne interroga il sospir:
Queste braccia, ti diranno,
Scarne penano onde mietere
Il tributo a un stranio sir.

«Va, discendi, e le bandiere
Cerca ai prodi; cerca i lauri
Che all’Italia il pensier diè. —
Son disciolte le sue schiere;
È compresso il labbro ai savii;
Stretto in ferri ai giusti il piè:

«Tolta ai solchi, alle officine
Delle madri al caro eloquio
La robusta gioventù,
Data in rocche peregrine
Alla verga del vil Teutono
Che l’edùchi a servitù.

«Cerca il brio delle sue genti
All’Italia; i dì che furono
Alle cento sue città:
Dov’è il flauto che rammenti
Le sue veglie, e delle vergini
La danzante ilarità?

«Va, ti bea de’ Soli suoi;
Godi l’aure, spira vivide
Le fragranze de’ suoi fior.
Ma, che pro de’ gaudi tuoi?
Non avrai con chi dividerli:
Il sospetto ha chiusi i cor.

«Muti intorno degli alari
Vedrai padri ai figli stringersi:
Vedrai nuore impallidir
Su lo strazio de’ lor cari,
E fratelli membrar invidi
I fratelli che fuggîr.

«Oh! Perchè non posso anch’io,
Con la mente ansia, fra gli esuli
Il mio figlio rintracciar?
O mio Silvio, o figlio mio,
Perchè mai nell’incolpabile
Tua coscienza ti fidar?

«Oh, l’improvido! — l’han colto
Come agnello al suo presepio;
E di mano al percussor
Sol dai perfidi fu tolto
Perchè, avvinto in ceppi, il calice
Beva lento del dolor;

«Dove un pio mai non consola,
Dove i giorni non gli numera
Altro mai che l’alternar
Delle scolte...» — La parola
Su le labbra qui del misero
I singulti soffocâr. —

«Di conforto lo sovviene,
La man stende a lui l’estranio. —
Quei sul petto la serrò:
Poi, com’uom che più ’l rattiene
Più gli sgorga il pianto, all’eremo
Col compagno s’avviò.

Ahi! qual alpe sì romita
Può sottrarlo alle memorie,
Può le angosce in lui sopir
Che dal turbin della vita,
Dalle care consuetudini,
Disperato, il dipartir? —

Come il voto che la sera,
Fe’ il briaco nel convivio,
Rinnegato è al nuovo dì;
Tal, sul l’itala frontiera,
Dell’Italia il desiderio
All’estranio in sen morì.

Ai bei soli, a’ bei vigneti
Contristati dalle lagrime
Che i tiranni fan versar,
Ei preferse i tetri abeti,
Le sue nebbie ed i perpetui
Aquiloni del suo mar.
Giovanni Berchet

Giovanni Berchet

Le fantasie, IV (La pace di Costanza)

Lo stesso evangelo toccato da’ suoi,
Toccammo a vicenda; giurammo anche noi
Quel ch’egli col labbro dei Conti giurò.
Su l’anime nostre, su quella di lui
Sta il patto: la perda, la danni colui
Del quale avran detto che primo il falsò.

In Curia solenne, fra un nugol di sguardi,
Qual pari con pari, coi Messi lombardi
Fu duopo al superbo legarsi di fè!
Il popol ch’ei volle punito, soggetto,
Gli sfugge dal piglio; gli siede a rimpetto,
Levata la fronte, sicuro di sè.

La pace! la pace! Rechiamola ai figli,
Nunziamo alle spose finiti i perigli
Di ch’elle tant’anni pei cari tremâr.
L’immune abituro pregato ai mariti,
Or l’han; nè più mogli di servi scherniti,
Ma donne di franchi s’udranno chiamar.

Addio, belle rive del fiume straniero,
E tu, mitigato signor dell’impero,
E tu, pei Lombardi la fausta città.
Tornati a sedere su i fiumi nativi,
Compagno de’ nostri pensieri più giulivi,
Costanza, il tuo nome perpetuo verrà.

Ma quando da canto le nostre lettiere
Vedrem le sospese labarde guerriere,
E i grumi del sangue che un dì le bruttò;
Un altro bel nome ricorso alla mente
Diremo alle donne; ciascuna, ridente,
Poggiatasi al braccio che i fieri prostrò.

Direm lo sbaraglio del campo battuto,
E il sir di tant’oste tre giorni perduto,
Tre notti fra dumi tentando un sentier.
La regia consorte tre notti l’aspetta,
Tre giorni lo chiama dall’alta veletta:
Al quarto, — misviene fra i muti scudier.

L’han cerco nel greto, nell’ampia boscaglia;
Indarno! — Sergenti, valletti in gramaglia,
Preparan nell’aula l’esequie del re. —
No, povera afflitta, non metterlo il bruno.
Giù al ponte v’è gridi; — lo passa qualcuno:
È desso, — in castello; — domanda di te.

No, povera afflitta, tu colpa non hai;
E il ciel te lo rende; nè tu le saprai
Le angosce sofferte dall’uom del tuo cor.
Ma taci; e ti basti che vano è il corrotto.
Nessun di battaglia s’attenti far motto;
Nessun con inchieste gl’irriti il rossor.

È altrove, è fra i balli del popol ritroso
Che fervon racconti del dì sanguinoso.
Là chiede ogni voce: Guerrieri, che fu? —
Oh, bello! sul campo venir di que’ prodi,
Tracciarne i vestigi, ridirne le lodi,
Membrarne per tutto l’audace virtù!

Nei dì del Signore, dinanzi gli altari,
Allor che l’uom, netto d’affanni volgari,
L’origin più intende da cui derivò;
Ignoti al rimorso d’averla smentita,
Oh bello! in sen piena sentirci la vita,
Volenti, possenti, quai Dio ne creò!

Nel coglier dell’uve, nel mieter del grano,
Dovunque è una gioia, fia sempre Legnano
L’altera parola che il canto dirà.
Ma, guai pe’ nipoti! se ad essi discesa,
Diventa parola che muor non compresa:
Quel giorno l’infame dei giorni sarà.

Snerbato, curante ciascun di sè solo;
Qual correr d’estranei! qual onta sul suolo
Che a noi tanto sangue, tant’ansie costò.
Allor, non distinti dai vili i gementi,
Guardando un tal volgo, diranno le genti:
I re che ha sul collo, son quei che mertò. —
Giuseppe Giusti

Giuseppe Giusti

La Rassegnazione

Dite un po’, Padre mio, sarebbe vero
Che ci volete tanto rassegnati
Da giulebbarci in casa il forestiero
Come un cilizio a sconto de’ peccati,
E a Dio lasciare la cura del poi,
Come se il fatto non istesse a noi?

Eh via, Padre, parliamo da Cristiani:
Se vi saltasse un canchero a ridosso,
Lascerete là là d’oggi in domani
Che col comodo suo v’arrivi all’osso?
Aspetterete lì senza Chirurgo
Che vi levi da letto un Taumaturgo?

Uno che nasce qui nel suo paese,
Che di nessuno non invidia il covo,
Se non fa posto, se non fa le spese
A chi gli entra nel nido e ci fa l’ovo,
Se non gli fa per giunta anco buon viso,
Secondo voi, si gioca il Paradiso?

LA RASSEGNAZIONE

Noi siam venuti su colla credenza
Che il mondo è largo da bastare a tutti:
E ci pare una bella impertinenza,
Che una ladra genía di farabutti
Venga a imbrogliar le parti di lontano
Che fa Domine Dio di propria mano.

Questa dottrina di succhiarsi in pace
Uno che ci spelliccia allegramente,
Padre, non è in natura, e non ci piace
Appunto perchè piace a certa gente:
Caro Padrino mio, questa dottrina,
Secondo noi, non è schietta farina.

Vedete? Ognuno di scansar molestia
Si studia a più non posso e s’arrabatta:
E morsa e tafanata, anco una bestia
Vedo che si rivolta e che si gratta:
E noi staremo qui come stivali
Senza grattarci quest’altri animali?

«Siamo fratelli, siam figli d’Adamo,
» Creati tutti a immagine d’Iddio;
» Siam pellegrini sulla terra; siamo,
» Senza distinzïon di tuo nè mio,
» Una famiglia di diverse genti...»
Bravo, grazie, non fate complimenti;

E facciamo piuttosto in carità
Tanti fratelli, altrettanti castelli!
Di quella razza di fraternità
Anco Abele e Caino eran fratelli!
Finchè ci fanno il pelo e il contrappelo,
Che c’entra stiracchiare anco il Vangelo?

Questo vostro dolciume umanitario,
Questa fraternità tanto esemplare,
Che di santa che fu là sul Calvario
L’hanno ridotta ad un intercalare,
Vo’ l’usereste, ditemi, appuntino
Tanto al ladro diritto che al mancino?

Oh io, per ora, a dirvela sincera,
Mi sento paesano paesano:
E nel caso, sapete in qual maniera
Sarei fratello del genere umano?
Come dice il proverbio: amici cari,
Ma patti chiari e la borsa del pari.

Prima, padron di casa in casa mia;
Poi, cittadino nella mia città;
Italiano in Italia, e così via
Discorrendo, uomo nell’umanità:
Di questo passo do vita per vita,
E abbraccio tutti e son cosmopolita.

La Carità l’è santa, e tra di noi
Che siamo al sizio venga e si trattenga;
Ma verso chi mi scortica, po’ poi,
Io non mi sento carità che tenga:
Padrino, chi mi fa tabula rasa,
Pochi discorsi, non lo voglio in casa.

Questa marmaglia di starci sul collo
Non si contenta, ma tira a dividere,
Tira a castrare e a pelacchiare il pollo,
Come suol dirsi, senza farlo stridere:
E la pazienza in questo struggibuco
La mi doventa la virtù del ciuco.

L’ira è peccato! Sì, quando per l’ira
Se ne va la giustizia a gambe all’aria:
Ma se le cose giuste avrò di mira,
L’ira non sento alla virtù contraria.
Fossi Papa, scusatemi, a momenti
L’ira la metterei tra’ Sacramenti.

Cristo, a questo proposito, ci ha dato,
Dolce com’era, un bellissimo esempio
(E lo lasciò perchè fosse imitato),
Quando, come sapete, entrò nel Tempio
E sbarazzò le soglie profanate
A furia di santissime funate.

Fino a non far pasticci, e all’utopie
Tenere aperto l’occhio e l’uscio chiuso;
Fino a sfidare il carcere, le spie,
L’esilio, il boia, e ridergli sul muso;
Fino a dar tempo al tempo, oh Padre mio,
Fin qui ci sono, e mi ci firmo anch’io.

Ma la prudenza non fu mai pigrizia.
Vosignoria se canta o sesta o nona,
Canta: Servite Domino in lætitia;
E non canta: servitelo in poltrona.