Poesie di questo tema
Natura ed elementi
Andrea Zanzotto
Da Fosfeni
Chi s’illuse su quel casto lingueggiare
chi su quei tenui sussulti? Chi
fidò un dì nella sfumante diaspora
di primavera e promessa, primavera
perché sposa-folla
cara al grigiore?
Chi praticò intergamie lungo ogni sinapsi
ogni elemento ogni mathesi?
Chi convocò benignamente a cometa
dirupi di foglie, sortilegi di nevi, umani sguardi?
Chi aprì al pubblico la perenta erotica cineteca?
Chi salvò col solo stuzzicare di una piuma
le nari i lobi delle orecchie i capezzoli
le ipofisi, chi salvò?
Ma con queste falcate collinari andrò
fino ai primi rapporti con ghiacci senza fine
con vertigini infidamente divinatrici
predicando ogni non-religione
ogni conversione oppure conversazione,
non predicando, non predicando cadendo ne
chi su quei tenui sussulti? Chi
fidò un dì nella sfumante diaspora
di primavera e promessa, primavera
perché sposa-folla
cara al grigiore?
Chi praticò intergamie lungo ogni sinapsi
ogni elemento ogni mathesi?
Chi convocò benignamente a cometa
dirupi di foglie, sortilegi di nevi, umani sguardi?
Chi aprì al pubblico la perenta erotica cineteca?
Chi salvò col solo stuzzicare di una piuma
le nari i lobi delle orecchie i capezzoli
le ipofisi, chi salvò?
Ma con queste falcate collinari andrò
fino ai primi rapporti con ghiacci senza fine
con vertigini infidamente divinatrici
predicando ogni non-religione
ogni conversione oppure conversazione,
non predicando, non predicando cadendo ne
Andrea Zanzotto
Ecloga VIII
b - Soffia oro settembre nelle lente
giornate, nel
sole largamente speso, libero.
Ora dei fumi
e dei fati d’un tempo più non resta
traccia sul mondo e mai remoto
più da quest’oggi d’anime e d’intenti
giunti a frutto, di filtri e
d’elitre lampeggiante,
mai più remoto fu il timore.
Mai dalla terra
più distratta è la morte e se pur stanche
labbra e stanchi occhi si chiudono
forse in qualche paese
– che non è qui, non qui tra i nostri passi –
è solo per avere
una calma più alta ma contigua
a questa che ci adempie e che ci affama.
a - Eppure scarse e sorde – e non sono
che mesi –, scene
cui m’affido ora tepide eloquenti,
io vi vedevo e nelle vostre
glaciali stanze il pianto
versavo (ogni essere
ogni segno ogni senso attraversato
da una corrente di menzogna: pseudo:
non sogno, falsità).
E voi ricordo, chimici
nomi, angeli, fomenti,
a sostentarmi a indurmi
oltre me stesso ai greti
affannati del sonno. E oltre il sonno la spada
infallibile, l’alba, il novissimo
incredibile sangue mio di ogni alba,
il mio sangue ad aprirmi al peggio, all’alba,
fortissima nell’odio.
E anche la tua mano,
brezza, latte, levamen,
anche la mano tua sento posarsi
dolce e tuttavia piena
sulla mia fronte, come
se destandomi, infante, ecco il vomito
mi lacerava, e un’altra mano
infinitamente digitata
m’aiutava premendo sulla fronte.
Sento la mano tua e il mio morto
sudore, jazz antichi
frondeggiano, fa notte
su grammofoni antichi
metallici,
nulla mi giova, lo so, a nulla giovo,
inficiarmi si tenta, trasgredirmi.
b - E ora tutto questo non è più
che una nota di guasto in fianco al pomo
altissimo, vermiglio,
e ora tutto questo non è più
non più dell’indolente
forma già umana
che tanto
s’impicciolì sotto le zolle vivide
tanto se ne umiliò
che né umana né forma
né – benché scarsa –
sostanza più si crede.
E ora tutto questo non è più
non più di quanto cova
forse nel profondo della valle
e, benché sia meriggio, ingombro in sé
giace, e nei suoi misteri
muscosi. Ma tu
non cadrai, tu fiorirai per sempre
del tuo vero. Esitando e vagando
inabile, cedendo
facendoti
sanie informale, nigredo, liquame,
fimo implorante, fimo
muto, vincesti.
a - Ma io starò, perché tutto l’occhio offrii:
a ciò che arde ogni frode
perché tutto volle arso nella frode.
Ora potrò, cibo, lasciarmi cogliere.
Ora avrò l’invenzione, il movimento,
avrò anche te e l’unico
amore, ora che più non conta nemmeno l’amore
ti sveglierò
ti guiderò nel sole,
ora che più non conta nemmeno il sole,
perché tutto conosce
maestramente l’arte dell’esistere.
Ora mi sarà inutile
dirti e dire, poi che tutto dice
di te, per me. Ti guiderò nel vuoto
sempre più vuoto e cerulo
che settembre apre
intorno ai cuori, estrema
bellezza cui la prossima
condanna nulla lede, anzi l’avvia
felice e fonda come
un fiume che più non afferra
non cura se non il suo stesso fluire.
giornate, nel
sole largamente speso, libero.
Ora dei fumi
e dei fati d’un tempo più non resta
traccia sul mondo e mai remoto
più da quest’oggi d’anime e d’intenti
giunti a frutto, di filtri e
d’elitre lampeggiante,
mai più remoto fu il timore.
Mai dalla terra
più distratta è la morte e se pur stanche
labbra e stanchi occhi si chiudono
forse in qualche paese
– che non è qui, non qui tra i nostri passi –
è solo per avere
una calma più alta ma contigua
a questa che ci adempie e che ci affama.
a - Eppure scarse e sorde – e non sono
che mesi –, scene
cui m’affido ora tepide eloquenti,
io vi vedevo e nelle vostre
glaciali stanze il pianto
versavo (ogni essere
ogni segno ogni senso attraversato
da una corrente di menzogna: pseudo:
non sogno, falsità).
E voi ricordo, chimici
nomi, angeli, fomenti,
a sostentarmi a indurmi
oltre me stesso ai greti
affannati del sonno. E oltre il sonno la spada
infallibile, l’alba, il novissimo
incredibile sangue mio di ogni alba,
il mio sangue ad aprirmi al peggio, all’alba,
fortissima nell’odio.
E anche la tua mano,
brezza, latte, levamen,
anche la mano tua sento posarsi
dolce e tuttavia piena
sulla mia fronte, come
se destandomi, infante, ecco il vomito
mi lacerava, e un’altra mano
infinitamente digitata
m’aiutava premendo sulla fronte.
Sento la mano tua e il mio morto
sudore, jazz antichi
frondeggiano, fa notte
su grammofoni antichi
metallici,
nulla mi giova, lo so, a nulla giovo,
inficiarmi si tenta, trasgredirmi.
b - E ora tutto questo non è più
che una nota di guasto in fianco al pomo
altissimo, vermiglio,
e ora tutto questo non è più
non più dell’indolente
forma già umana
che tanto
s’impicciolì sotto le zolle vivide
tanto se ne umiliò
che né umana né forma
né – benché scarsa –
sostanza più si crede.
E ora tutto questo non è più
non più di quanto cova
forse nel profondo della valle
e, benché sia meriggio, ingombro in sé
giace, e nei suoi misteri
muscosi. Ma tu
non cadrai, tu fiorirai per sempre
del tuo vero. Esitando e vagando
inabile, cedendo
facendoti
sanie informale, nigredo, liquame,
fimo implorante, fimo
muto, vincesti.
a - Ma io starò, perché tutto l’occhio offrii:
a ciò che arde ogni frode
perché tutto volle arso nella frode.
Ora potrò, cibo, lasciarmi cogliere.
Ora avrò l’invenzione, il movimento,
avrò anche te e l’unico
amore, ora che più non conta nemmeno l’amore
ti sveglierò
ti guiderò nel sole,
ora che più non conta nemmeno il sole,
perché tutto conosce
maestramente l’arte dell’esistere.
Ora mi sarà inutile
dirti e dire, poi che tutto dice
di te, per me. Ti guiderò nel vuoto
sempre più vuoto e cerulo
che settembre apre
intorno ai cuori, estrema
bellezza cui la prossima
condanna nulla lede, anzi l’avvia
felice e fonda come
un fiume che più non afferra
non cura se non il suo stesso fluire.
Andrea Zanzotto
La perfezione della neve
Quante perfezioni, quante
quante totalità. Pungendo aggiunge.
E poi astrazioni astrificazioni formulazione d’astri
assideramento, attraverso sidera e coelos
assideramenti assimilazioni –
nel perfezionato procederei
più in là del grande abbaglio, del pieno e del vuoto,
ricercherei procedimenti
risaltando, evitando
dubbiose tenebrose; saprei direi.
Ma come ci soffolce, quanta è l’ubertà nivale
come vale: a valle del mattino a valle
a monte della luce plurifonte.
Mi sono messo di mezzo a questo movimento-mancamento
[radiale
ahi il primo brivido del salire, del capire,
partono in ordine, sfidano: ecco tutto.
E la tua consolazione insolazione e la mia, frutto
di quest’inverno, allenate, alleate,
sui vertici vitrei del sempre, sui margini nevati
del mai-mai-non-lasciai-andare,
e la stella che brucia nel suo riccio
e la castagna tratta dal ghiaccio
e – tutto – e tutto-eros, tutto-lib. libertà nel laccio
nell’abbraccio mi sta: ci sta,
ci sta all’invito, sta nel programma, nella faccenda.
Un sorriso, vero? E la vi(ta) (id-vid)
quella di cui non si può nulla, non ipotizzare,
sulla soglia si fa (accarezzare?).
Evoè lungo i ghiacci e le colture dei colori
e i rassicurati lavori degli ori.
Pronto. A chi parlo? Riallacciare.
E sono pronto, in fase d’immortale,
per uno sketch-idea della neve, per un suo guizzo.
Pronto.
Alla, della perfetta.
«È tutto, potete andare.»
quante totalità. Pungendo aggiunge.
E poi astrazioni astrificazioni formulazione d’astri
assideramento, attraverso sidera e coelos
assideramenti assimilazioni –
nel perfezionato procederei
più in là del grande abbaglio, del pieno e del vuoto,
ricercherei procedimenti
risaltando, evitando
dubbiose tenebrose; saprei direi.
Ma come ci soffolce, quanta è l’ubertà nivale
come vale: a valle del mattino a valle
a monte della luce plurifonte.
Mi sono messo di mezzo a questo movimento-mancamento
[radiale
ahi il primo brivido del salire, del capire,
partono in ordine, sfidano: ecco tutto.
E la tua consolazione insolazione e la mia, frutto
di quest’inverno, allenate, alleate,
sui vertici vitrei del sempre, sui margini nevati
del mai-mai-non-lasciai-andare,
e la stella che brucia nel suo riccio
e la castagna tratta dal ghiaccio
e – tutto – e tutto-eros, tutto-lib. libertà nel laccio
nell’abbraccio mi sta: ci sta,
ci sta all’invito, sta nel programma, nella faccenda.
Un sorriso, vero? E la vi(ta) (id-vid)
quella di cui non si può nulla, non ipotizzare,
sulla soglia si fa (accarezzare?).
Evoè lungo i ghiacci e le colture dei colori
e i rassicurati lavori degli ori.
Pronto. A chi parlo? Riallacciare.
E sono pronto, in fase d’immortale,
per uno sketch-idea della neve, per un suo guizzo.
Pronto.
Alla, della perfetta.
«È tutto, potete andare.»
Andrea Zanzotto
Sere del dì festivo
non v’è nulla, nel tuo tutto, che si chiami sera.
Sera che scende da se stessa come
purissima immemore autoctonia del gelo.
Sera che è festa di tratti unicizzanti
hàpax di unicità qui implicate
per orrore errore splendore 31-1, e poi
dannata euforia di guerriglie del gelo
Sera del dì di festa: e ogni vena, infine,
voluttà in lei ristagna
e poi rimbalza e scivola
e ogni grido-bisbiglio precipita
in luce umana scavata dentro vetri
in cui Beltà chances frammenti già ipèrmetri
sotto ogni grado zero
sotto la cuspide 31-1
vibrano allùcinano.
Sera che non vuole, anche se onnipotente,
che abbandonaaccantona futuro e passato
e pur nega il presente
ma
sera che non tradisce, sparge
duri perdoni, durissime consolazioni,
lacrime gloriosamente
folli-fossili.
Sera, immensa ti fai di suoni nani
di tossici juke-box
che nessuno mai rinvenne, udì, sostenne;
31-1, domenica, sera del dì di festa,
‘passione ghiacciooscura
nota e maisempre ignota,
sera fuori figura
sutura.
Sera che scende da se stessa come
purissima immemore autoctonia del gelo.
Sera che è festa di tratti unicizzanti
hàpax di unicità qui implicate
per orrore errore splendore 31-1, e poi
dannata euforia di guerriglie del gelo
Sera del dì di festa: e ogni vena, infine,
voluttà in lei ristagna
e poi rimbalza e scivola
e ogni grido-bisbiglio precipita
in luce umana scavata dentro vetri
in cui Beltà chances frammenti già ipèrmetri
sotto ogni grado zero
sotto la cuspide 31-1
vibrano allùcinano.
Sera che non vuole, anche se onnipotente,
che abbandonaaccantona futuro e passato
e pur nega il presente
ma
sera che non tradisce, sparge
duri perdoni, durissime consolazioni,
lacrime gloriosamente
folli-fossili.
Sera, immensa ti fai di suoni nani
di tossici juke-box
che nessuno mai rinvenne, udì, sostenne;
31-1, domenica, sera del dì di festa,
‘passione ghiacciooscura
nota e maisempre ignota,
sera fuori figura
sutura.
Antonio Porta
Agonia di una lucertola
agonia di una lucertola
ventreaperto digrigna, schizza odio
la coda continua a battere
la mia mente come la sua pancia
1.,-1982
From IL GIARDINIERE CONTRO IL BECCHINO
ventreaperto digrigna, schizza odio
la coda continua a battere
la mia mente come la sua pancia
1.,-1982
From IL GIARDINIERE CONTRO IL BECCHINO
Antonio Porta
Chi non ha mai toccato un falco
chi non ha mai toccato un falco
chi non ha mai accarezzato il dorso di un falcone dorato
chi non ha mai succhiato la coda di un astòre
senza aver abbandonato una mano sulla finestra
senza aver appoggiato le guance ai mattoni assolati
senza aver riempito lo scroto col ventre del falco
non conosce i celesti
non ha avuto doni dal dio
è un comune mortale come tutti
con un bicchiere di vino davanti
le braghe bagnate
e i capelli tinti
chi non ha mai accarezzato il dorso di un falcone dorato
chi non ha mai succhiato la coda di un astòre
senza aver abbandonato una mano sulla finestra
senza aver appoggiato le guance ai mattoni assolati
senza aver riempito lo scroto col ventre del falco
non conosce i celesti
non ha avuto doni dal dio
è un comune mortale come tutti
con un bicchiere di vino davanti
le braghe bagnate
e i capelli tinti
Antonio Porta
Farfalle di luce volano giù dalla montagna
farfalle di luce volano giù dalla montagna
gli scorpioni si acquattano
27..1982
gli scorpioni si acquattano
27..1982
Antonio Porta
i piedi affondano nella terra molle
i piedi affondano nella terra molle
i piedi si dimenticano dentro la terra molle
smemorato si allontana con le stampelle di legno
le gambe cedono a una svolta del sottobosco
qui il suolo rifiorisce tutto a tappeto
c’è una testa appoggiata al davanzale
una lingua si sporge per sete
stracolmo di inganni
paese di Primavera
ricordate
i piedi si dimenticano dentro la terra molle
smemorato si allontana con le stampelle di legno
le gambe cedono a una svolta del sottobosco
qui il suolo rifiorisce tutto a tappeto
c’è una testa appoggiata al davanzale
una lingua si sporge per sete
stracolmo di inganni
paese di Primavera
ricordate
Antonio Porta
La bestia enorme acquattata
la bestia enorme acquattata
questa notte si è riempita di neve
la mattina si alza, la scuote via
27..1982
questa notte si è riempita di neve
la mattina si alza, la scuote via
27..1982
Antonio Porta
La rose
Dove sia che cosa faccia che pensi
da lontano odorate nei cespugli
mormora inudibile inclinata ai suoi cani
in dono le portano barboncini albicocca
l’inseguiva da pensieri comuni precipite
l’ancheggiare norma delle terrazze ombrose
in cima le mura gelate entra nella volpe
perimetro murale intestino paradiso
attraversa la stanza esce in campo aperto
dove va cosa dice che cosa chiede
in pienezza l’ornamento precede la stagione
la rosa accoglie i propri frutti nella pace
l’interno al riparo la bocca con foglie
sbucciato il corpo nei giardini dominicali
fiorita la pelle tra le pareti mobili
i pavoni del cuore scendono dalla neve
so come fare io so come dirlo
la gemma delle paure la fame cieca
l’albero delle defecazioni riempie di pruni
so perché io so come
l’intestino furente fa sguainare la spada
fame cieca gemma delle fatiche odio della sua gente
le notti più lunghe con i giorni brevissimi
che le tiepide amiche passeggiano sui colli
il poeta intimorito legge romanzi incompiuti
oltre la siepe d’uomini il fiume in odore
partendo per la campagna le ha consegnato un guanto
coi fazzoletti di seta cuce una piccola vela
i canali di rane sorreggono il suo canto
dita annodate in passeri guanti in forma d’ali
oltre gli inganni tranelli superabili
con l’aiuto del fuoco percorre le finestre
cingono le mura passeri guardiani
ai capelli arricciati cagnolini rabbiosi
le difese ingannevoli odorano la rosa
al giustacuore slacciato campanelli d’argento
in cavità procedente inumidisce le ciglia
l’interno della bocca nutrirà il passeggero
statica della rosa pieno della mente
la rosa maculata impensierisce i vicini
le tettine delle amiche tremano le sue dita
perché si è allontanata perché si è nascosta
lei si alza dal letto a contemplare il sonno
le amiche furenti a strapparle le vesti
si confida alla madre che approva le astinenze
nel sogno vede un cane congiungersi con lei
aderire alla rosa nutrirsi delle sue spine
so come entrare so che non si entra
so come fuggire so che non fuggirò
come chiamarti che non aprirò bocca
come avvicinarti che non ti toccherò
le amiche fedeli ricamano la piuma delle gabbiette
la spia del passeggero scopre uno dei luoghi
nel ventre del cavallo sono rinchiuse le chiavi
con ali variegate protetto dal freddo
con rane domestiche attraverso i fossati
con cani da volpe i sentieri ritrovati
gabbie presenti pareti non visibili
il seme galleggia senza luogo
incitano le mosche i cavalli alla rivolta
spine riempite di fazzoletti ombrosi
contro le mura gelate bordate di rane
negli specchi di ghiaccio mille occhi di lei
dall’utero il riflusso del seme incustodito
dove il viaggio si compie il viaggiatore è reale
nell’acqua della rosa il mare del cibo
le belve del guardiano si schierano alla siepe
il vento artificiale simula l’inverno
i missili nel giardino fingono minaccia
nelle stanze continuano le udienze
l’ombra del carcere si stende fino alle gambe
la muta dei suoi cani cade dalle terrazze
da lontano odorate nei cespugli
mormora inudibile inclinata ai suoi cani
in dono le portano barboncini albicocca
l’inseguiva da pensieri comuni precipite
l’ancheggiare norma delle terrazze ombrose
in cima le mura gelate entra nella volpe
perimetro murale intestino paradiso
attraversa la stanza esce in campo aperto
dove va cosa dice che cosa chiede
in pienezza l’ornamento precede la stagione
la rosa accoglie i propri frutti nella pace
l’interno al riparo la bocca con foglie
sbucciato il corpo nei giardini dominicali
fiorita la pelle tra le pareti mobili
i pavoni del cuore scendono dalla neve
so come fare io so come dirlo
la gemma delle paure la fame cieca
l’albero delle defecazioni riempie di pruni
so perché io so come
l’intestino furente fa sguainare la spada
fame cieca gemma delle fatiche odio della sua gente
le notti più lunghe con i giorni brevissimi
che le tiepide amiche passeggiano sui colli
il poeta intimorito legge romanzi incompiuti
oltre la siepe d’uomini il fiume in odore
partendo per la campagna le ha consegnato un guanto
coi fazzoletti di seta cuce una piccola vela
i canali di rane sorreggono il suo canto
dita annodate in passeri guanti in forma d’ali
oltre gli inganni tranelli superabili
con l’aiuto del fuoco percorre le finestre
cingono le mura passeri guardiani
ai capelli arricciati cagnolini rabbiosi
le difese ingannevoli odorano la rosa
al giustacuore slacciato campanelli d’argento
in cavità procedente inumidisce le ciglia
l’interno della bocca nutrirà il passeggero
statica della rosa pieno della mente
la rosa maculata impensierisce i vicini
le tettine delle amiche tremano le sue dita
perché si è allontanata perché si è nascosta
lei si alza dal letto a contemplare il sonno
le amiche furenti a strapparle le vesti
si confida alla madre che approva le astinenze
nel sogno vede un cane congiungersi con lei
aderire alla rosa nutrirsi delle sue spine
so come entrare so che non si entra
so come fuggire so che non fuggirò
come chiamarti che non aprirò bocca
come avvicinarti che non ti toccherò
le amiche fedeli ricamano la piuma delle gabbiette
la spia del passeggero scopre uno dei luoghi
nel ventre del cavallo sono rinchiuse le chiavi
con ali variegate protetto dal freddo
con rane domestiche attraverso i fossati
con cani da volpe i sentieri ritrovati
gabbie presenti pareti non visibili
il seme galleggia senza luogo
incitano le mosche i cavalli alla rivolta
spine riempite di fazzoletti ombrosi
contro le mura gelate bordate di rane
negli specchi di ghiaccio mille occhi di lei
dall’utero il riflusso del seme incustodito
dove il viaggio si compie il viaggiatore è reale
nell’acqua della rosa il mare del cibo
le belve del guardiano si schierano alla siepe
il vento artificiale simula l’inverno
i missili nel giardino fingono minaccia
nelle stanze continuano le udienze
l’ombra del carcere si stende fino alle gambe
la muta dei suoi cani cade dalle terrazze
Antonio Porta
Vegetali, animali
Quel cervo la vigile fronte penetrata nei dintorni
nel vasto prato rotondamente galoppando
s’avviò; a volo le lunghe erbe
da ogni parte afferrava finché l’erba
cicuta lo pietrificò. L’albero l’ossatura allargava
cercando spazio tra gli alberi; con il ciuffo in breve
di un palmo l’altezza superò della foresta:
due guardie forestali quello segnarono col marchio.
Che alla scure segnala il punto dell’attacco.
L’insetto giallo sull’albero strisciava
ad alte foglie ampie come laghi:
a ciondolare. Intervenne a schizzargli la schiena
il becco del Bucorvo rosso e curvo come un ponte
d’avorio. Quel fiore foglie e petali distese
fino a inverosimili ampiezze: sostare vi potevano
colibrì e lo spesso gregge degli insetti.
Sciocco ed arruffone, recidendolo, l’esploratore
ne, con violente ditate, fece scempio.
Quel topo gli occhi aghiformi affilò
una veloce nuvola fissando che gonfiava salendo,
esplodeva sibilando nell’aria violenti pennacchi:
allo scoperto rimasto, topo del deserto, dall’attento
falco fu squarciato. L’uccello il folto
dei cespugli obliò, un lunghissimo verme
succhiò dalle zolle: due amici monelli
appostati gli occhi riuscirono a forargli
sulla gola inchiodandogli la preda dal becco
metà dentro e metà fuori.
nel vasto prato rotondamente galoppando
s’avviò; a volo le lunghe erbe
da ogni parte afferrava finché l’erba
cicuta lo pietrificò. L’albero l’ossatura allargava
cercando spazio tra gli alberi; con il ciuffo in breve
di un palmo l’altezza superò della foresta:
due guardie forestali quello segnarono col marchio.
Che alla scure segnala il punto dell’attacco.
L’insetto giallo sull’albero strisciava
ad alte foglie ampie come laghi:
a ciondolare. Intervenne a schizzargli la schiena
il becco del Bucorvo rosso e curvo come un ponte
d’avorio. Quel fiore foglie e petali distese
fino a inverosimili ampiezze: sostare vi potevano
colibrì e lo spesso gregge degli insetti.
Sciocco ed arruffone, recidendolo, l’esploratore
ne, con violente ditate, fece scempio.
Quel topo gli occhi aghiformi affilò
una veloce nuvola fissando che gonfiava salendo,
esplodeva sibilando nell’aria violenti pennacchi:
allo scoperto rimasto, topo del deserto, dall’attento
falco fu squarciato. L’uccello il folto
dei cespugli obliò, un lunghissimo verme
succhiò dalle zolle: due amici monelli
appostati gli occhi riuscirono a forargli
sulla gola inchiodandogli la preda dal becco
metà dentro e metà fuori.
Ardengo Soffici
Mattina
La luce non è che un mazzolino di fiori più sottili
Un ronzio di mosche d’oro e verdi il cielo
Senza questo pardessus parigino si potrebbe ballare
A tutti i piani c’è la musica come in paradiso
’ Una signora vestita del tricolor dell’Italia nelle cromolitografie patriottiche
Evade verso l’oriente
Jamais je ne voudrai ètre son chien
Piuttosto piangere di tenerezza
Sul miracolo della gente che risuscita ogni giorno
° In questo enigma universale che piglia per un almanacco
E passa
E passa con la tranquillità dei giovenchi
Ah! noi moriremo per aver troppo adorato le cose da nulla
L’aria d’anilina mi bagna come una camicia tuffata nel turchinetto
Il baccalà che sperimenta il Nirvana fiorito di pomodori nelle zangole azzurre
L’ombre delle grondaie abbassate sugli occhi glauchi delle persiane
Le ombre degli uomini che si sprofondano
Nella terra trasparente
? E a un tratto capisco questa verità Ogni nuova
[civilizzazione esce dal riso dei bambini
Il timpano del sole batte sullo specchio del
I parrucchiere
Per farmi sorridere
Ma non si può che seguire in silenzio la freschezza delle ore
(I miei capelli sono sinistri!)
Un ronzio di mosche d’oro e verdi il cielo
Senza questo pardessus parigino si potrebbe ballare
A tutti i piani c’è la musica come in paradiso
’ Una signora vestita del tricolor dell’Italia nelle cromolitografie patriottiche
Evade verso l’oriente
Jamais je ne voudrai ètre son chien
Piuttosto piangere di tenerezza
Sul miracolo della gente che risuscita ogni giorno
° In questo enigma universale che piglia per un almanacco
E passa
E passa con la tranquillità dei giovenchi
Ah! noi moriremo per aver troppo adorato le cose da nulla
L’aria d’anilina mi bagna come una camicia tuffata nel turchinetto
Il baccalà che sperimenta il Nirvana fiorito di pomodori nelle zangole azzurre
L’ombre delle grondaie abbassate sugli occhi glauchi delle persiane
Le ombre degli uomini che si sprofondano
Nella terra trasparente
? E a un tratto capisco questa verità Ogni nuova
[civilizzazione esce dal riso dei bambini
Il timpano del sole batte sullo specchio del
I parrucchiere
Per farmi sorridere
Ma non si può che seguire in silenzio la freschezza delle ore
(I miei capelli sono sinistri!)
Arturo Onofri
L’afa dei mondi opprime i fili d’erba
L’afa dei mondi opprime i fili d’erba.
La violetta sviene sotto il peso
di giganti scarlatti, ubbriacati
dal mezzogiorno, gonfio di salute.
Scoiattoli che saltano tra frutti,
incandescenti più che arcobaleni
soffiati in fretta e furia nei fogliami,
atteggiano i pensieri della terra
che traboccano forme quasi fatue
sotto la spinta dei colori interni.
Fra il trasalìo di tetti in lontananza,
l’acque esalano un Gloria! per gl’istinti
animaleschi, e fin nelle mammelle
delle vergini immaginano amplessi
che traspirano lattee trasparenze.
Poi sull’erba, ch’elude (lingueggiando
verdicce fiamme) il peso degli azzurri,
passa con fluidi piedi la persona
miracolosa d’una donna d’aria,
che assume la follìa del paesaggio
per camminarlo nel suo sangue d’oro.
Ma quand’ella sparisce dietro i pini,
scende la sera sulla terra sazia,
e l’erba è sveglia, come un sole nero.
La violetta sviene sotto il peso
di giganti scarlatti, ubbriacati
dal mezzogiorno, gonfio di salute.
Scoiattoli che saltano tra frutti,
incandescenti più che arcobaleni
soffiati in fretta e furia nei fogliami,
atteggiano i pensieri della terra
che traboccano forme quasi fatue
sotto la spinta dei colori interni.
Fra il trasalìo di tetti in lontananza,
l’acque esalano un Gloria! per gl’istinti
animaleschi, e fin nelle mammelle
delle vergini immaginano amplessi
che traspirano lattee trasparenze.
Poi sull’erba, ch’elude (lingueggiando
verdicce fiamme) il peso degli azzurri,
passa con fluidi piedi la persona
miracolosa d’una donna d’aria,
che assume la follìa del paesaggio
per camminarlo nel suo sangue d’oro.
Ma quand’ella sparisce dietro i pini,
scende la sera sulla terra sazia,
e l’erba è sveglia, come un sole nero.
Arturo Onofri
Marzo
Marzo, fanciullo dal lungo sbadiglio,
i tuoi capricci incantevoli
come risa dopo le lacrime
sono trastulli di nuvole e sole.
Col tuo fresco fiato che sa di viole
appanni il verde novizio dei colli,
l’impiumo leggero degli alberi,
per poi rischiararli improvviso.
E il giuoco delle tue dita
dipana il groviglio del cielo
fra nero e sereno,
come in noi rifluisce e s’arresta la vita
divagando sospesa al tuo riso.
Scherzi col nostro cuore,
fanciullo dal lungo sbadiglio,
come fai sulla proda dei campi
con le piccole stille
che le accendi in minuscoli lampi,
per oscurarle di nuvole.
E il fiume che lento induce
i rilievi assolati della terra
verso il sospiro stanco della sera
accompagna il dolce belato
delle pecore al pascolo
secondo le curve indistinte dell’anima
che sogna in se stessa
e sorride al suo proprio pianto,
come te, fanciullo dal lungo sbadiglio.
Ma quando è calato il sole
e resta ancora un chiarore
nell’aria stanca di giuochi,
ecco un soffio più ilare
sgombra il sereno di tutte le nuvole,
e un filo di luce appena
pian piano tira su dall’orizzonte
fin sull’orlo del piccolo colle
la grande luna piena
che s’impiglia fra i rami senza foglie
della rossa robìnia tutta corolle,
come un gran frutto di luce
in mezzo ai suoi fiori.
Allora l’alta pausa notturna
addormenta la terra
dalle montagne lontane,
che sognano ancora turchino,
fino al gorghéggio romito
dell’usignolo fra i lecci,
che saluta il risveglio dell’infinito.
i tuoi capricci incantevoli
come risa dopo le lacrime
sono trastulli di nuvole e sole.
Col tuo fresco fiato che sa di viole
appanni il verde novizio dei colli,
l’impiumo leggero degli alberi,
per poi rischiararli improvviso.
E il giuoco delle tue dita
dipana il groviglio del cielo
fra nero e sereno,
come in noi rifluisce e s’arresta la vita
divagando sospesa al tuo riso.
Scherzi col nostro cuore,
fanciullo dal lungo sbadiglio,
come fai sulla proda dei campi
con le piccole stille
che le accendi in minuscoli lampi,
per oscurarle di nuvole.
E il fiume che lento induce
i rilievi assolati della terra
verso il sospiro stanco della sera
accompagna il dolce belato
delle pecore al pascolo
secondo le curve indistinte dell’anima
che sogna in se stessa
e sorride al suo proprio pianto,
come te, fanciullo dal lungo sbadiglio.
Ma quando è calato il sole
e resta ancora un chiarore
nell’aria stanca di giuochi,
ecco un soffio più ilare
sgombra il sereno di tutte le nuvole,
e un filo di luce appena
pian piano tira su dall’orizzonte
fin sull’orlo del piccolo colle
la grande luna piena
che s’impiglia fra i rami senza foglie
della rossa robìnia tutta corolle,
come un gran frutto di luce
in mezzo ai suoi fiori.
Allora l’alta pausa notturna
addormenta la terra
dalle montagne lontane,
che sognano ancora turchino,
fino al gorghéggio romito
dell’usignolo fra i lecci,
che saluta il risveglio dell’infinito.
Arturo Onofri
Un lampo velocissimo d’argento
Un lampo velocissimo d’argento
sfòrbicia a fondo il verde oro solare
degli alberi che oscillano col vento
quasi in un desiderio di parlare;
lampeggia, e si ringoia
nella stessa cesoia.
Un attimo di luna s’è svelato
fulmineamente nell’argenteo sprazzo
di quel volo, che schizza via dal prato,
e squarcia in uno sgarro paonazzo
il giallo della luce,
che un gorghéggio ricuce.
I tronchi, inebbriati alla radice
che succhia suoni, esalano il vocale
fremito in cui la terra parla, e dice,
in un suono d’argento, il nuziale
spirito, che s’è immerso
in lei dall’universo.
sfòrbicia a fondo il verde oro solare
degli alberi che oscillano col vento
quasi in un desiderio di parlare;
lampeggia, e si ringoia
nella stessa cesoia.
Un attimo di luna s’è svelato
fulmineamente nell’argenteo sprazzo
di quel volo, che schizza via dal prato,
e squarcia in uno sgarro paonazzo
il giallo della luce,
che un gorghéggio ricuce.
I tronchi, inebbriati alla radice
che succhia suoni, esalano il vocale
fremito in cui la terra parla, e dice,
in un suono d’argento, il nuziale
spirito, che s’è immerso
in lei dall’universo.
Attilio Bertolucci
Paese d’inverno
Che il sole dopo la neve
appaia, e le nuvole si tingano di rosso
come schiave: la neve sui tetti
un rossore colorirà, guancia di principessa.
S’alzi un leggero vento
e spinga l’acqua, che s’era addormentata,
con assonnata voce di pastore;
escano fanciulle con scialli,
lampeggiando gli occhi neri,
e improvvisamente corrano punte dall’aria
simili a uccelli che s’alzino a volo.
E gli zingari rubino ragazzi.
appaia, e le nuvole si tingano di rosso
come schiave: la neve sui tetti
un rossore colorirà, guancia di principessa.
S’alzi un leggero vento
e spinga l’acqua, che s’era addormentata,
con assonnata voce di pastore;
escano fanciulle con scialli,
lampeggiando gli occhi neri,
e improvvisamente corrano punte dall’aria
simili a uccelli che s’alzino a volo.
E gli zingari rubino ragazzi.
Attilio Bertolucci
Vento
Come un lupo è il vento
che cala dai monti al piano,
corica nei campi il grano
ovunque passa è sgomento.
Fischia nei mattini chiari
illuminando case e orizzonti,
sconvolge l’acqua nelle fonti
caccia gli uomini ai ripari.
Poi, stanco s’addormenta e uno stupore
1° prende le cose, come dopo l’amore.
che cala dai monti al piano,
corica nei campi il grano
ovunque passa è sgomento.
Fischia nei mattini chiari
illuminando case e orizzonti,
sconvolge l’acqua nelle fonti
caccia gli uomini ai ripari.
Poi, stanco s’addormenta e uno stupore
1° prende le cose, come dopo l’amore.
Biagio Marin
El vento la porteva su dal siol
El vento la porteva su dal siol
la nuvola spumosa
color de l’oro e rosa
in viaso verso ‘l sol.
Ma pùo, per via,
‘i xe vignùo manincunia
e vogia de calâ lisiera
sul verde de la tera.
Comossa del so calo,
la pianzusseva sita,
co’ nel cuor una fita,
per quel so dolse falo
che ‘i toleva la luse e l’oro
e quel andâ de svolo,
nel sielo più profondo,
alta sul mondo.
la nuvola spumosa
color de l’oro e rosa
in viaso verso ‘l sol.
Ma pùo, per via,
‘i xe vignùo manincunia
e vogia de calâ lisiera
sul verde de la tera.
Comossa del so calo,
la pianzusseva sita,
co’ nel cuor una fita,
per quel so dolse falo
che ‘i toleva la luse e l’oro
e quel andâ de svolo,
nel sielo più profondo,
alta sul mondo.
Biagio Marin
Le ultime ricele
Le ultime ricele
l’hè tolte zo per zuogo
co’ ‘l ponente za in fogo
e a levante le stele.
Pochi grani dulsìi
da la longa stagion,
savorusi de bon,
d’arumi za sfinìi.
La pergola xe rossa
e za le fogie cage
dal vento persuase
co’ ‘na picola scossa.
l’hè tolte zo per zuogo
co’ ‘l ponente za in fogo
e a levante le stele.
Pochi grani dulsìi
da la longa stagion,
savorusi de bon,
d’arumi za sfinìi.
La pergola xe rossa
e za le fogie cage
dal vento persuase
co’ ‘na picola scossa.
Carlo Betocchi
D’estate
E cresce, anche per noi
l’estate
vanitosa, coi nostri
verdissimi peccati;
ecco l’ospite secco
del vento,
che fa battibecco
tra le foglie della magnolia;
e suona la sua
serena
melodia, sulla prua
d’ogni foglia, e va via
e la foglia non stacca,
e lascia
l’albero verde, ma spacca
il cuore dell’aria.
l’estate
vanitosa, coi nostri
verdissimi peccati;
ecco l’ospite secco
del vento,
che fa battibecco
tra le foglie della magnolia;
e suona la sua
serena
melodia, sulla prua
d’ogni foglia, e va via
e la foglia non stacca,
e lascia
l’albero verde, ma spacca
il cuore dell’aria.
Carlo Betocchi
Guarda questi begli anemoni...
Guarda questi begli anemoni colti
l’altra sera ai colli di Settignano,
alcuni viola, altri più chiari; erano
mezzi moribondi, così sepolti
quasi, fra le tue mani, quasi emigrati
di là, tra le cose che si ricordano,
e invece, vedili, come pian piano
si son ripresi, nell’acqua; esaltati
da una mite speranza di rivivere
si ricolorano su dal corrotto
gambo che la tua forbice recise;
fan come noi, si parlano nel folto
della lor famigliola, e paion dire
molto del breve tempo, molto, molto.
l’altra sera ai colli di Settignano,
alcuni viola, altri più chiari; erano
mezzi moribondi, così sepolti
quasi, fra le tue mani, quasi emigrati
di là, tra le cose che si ricordano,
e invece, vedili, come pian piano
si son ripresi, nell’acqua; esaltati
da una mite speranza di rivivere
si ricolorano su dal corrotto
gambo che la tua forbice recise;
fan come noi, si parlano nel folto
della lor famigliola, e paion dire
molto del breve tempo, molto, molto.
Cesare Viviani
Oh non è il pescatore
Oh non è il pescatore che aspetta, è l’acqua,
quando vi entrano due o tre fili di intenti
diretti a catturare un movimento, un segreto,
e non è l’argento vivo che esce, è l’euforia,
quella di veder morire, vittoria
sugli esseri silenziosi, sull’occulto
del fondo.
quando vi entrano due o tre fili di intenti
diretti a catturare un movimento, un segreto,
e non è l’argento vivo che esce, è l’euforia,
quella di veder morire, vittoria
sugli esseri silenziosi, sull’occulto
del fondo.
Clemente Rebora
Dall’intensa nuvolaglia
Dall’intensa nuvolaglia
giù – brunita la corazza,
con guizzi di lucido giallo,
con suono che scoppia e si scaglia –
piomba il turbine e scorrazza
sul vento proteso a cavallo
campi e ville, e dà battaglia;
ma quand’urta una città
si scàrdina in ogni maglia,
s’inombra come un’occhiaia,
e guizzi e suono e vento
tramuta in ansietà
d’affollate faccende in tormento:
e senza combattere ammazza.
giù – brunita la corazza,
con guizzi di lucido giallo,
con suono che scoppia e si scaglia –
piomba il turbine e scorrazza
sul vento proteso a cavallo
campi e ville, e dà battaglia;
ma quand’urta una città
si scàrdina in ogni maglia,
s’inombra come un’occhiaia,
e guizzi e suono e vento
tramuta in ansietà
d’affollate faccende in tormento:
e senza combattere ammazza.
Clemente Rebora
O pioggia dei cieli distrutti
O pioggia dei cieli distrutti
che per le strade e gli alberi e i cortili
livida sciacqui uguale,
tu sola intoni per tutti!
Intoni il gran funerale
dei sogni e della luce
nell’ora c’ha trattenuto il respiro:
bùssano i timpani cupi,
strìsciano i sistri lisci,
mentre occupa l’accordo tutti i suoni;
intoni il vario contrasto
della carne e del cuore
fra passi neri che han gocciole e fango:
scivola il vortice umano,
vibra chiuso il lavoro,
mentre s’incava respinta l’ebbrezza.
Ma tu, ragione, avanzi:
onnipossente a scaltrire il destino,
nell’inflessibil mistero
a boccheggiare ci lasci;
ma voi, rapimento e saggezza
in apollinea gioia
in sublime quïete,
al marcio del tempo le nari chiudete
o mitigando l’asprezza
nella fiala soave dell’estro
o vagheggiando dall’alto
la vita, che qui di respiro in respiro
è con noi belva in una gabbia chiusa!
Un’eletta dottrina,
un’immortale bellezza
uscirà dalla nostra rovina.
che per le strade e gli alberi e i cortili
livida sciacqui uguale,
tu sola intoni per tutti!
Intoni il gran funerale
dei sogni e della luce
nell’ora c’ha trattenuto il respiro:
bùssano i timpani cupi,
strìsciano i sistri lisci,
mentre occupa l’accordo tutti i suoni;
intoni il vario contrasto
della carne e del cuore
fra passi neri che han gocciole e fango:
scivola il vortice umano,
vibra chiuso il lavoro,
mentre s’incava respinta l’ebbrezza.
Ma tu, ragione, avanzi:
onnipossente a scaltrire il destino,
nell’inflessibil mistero
a boccheggiare ci lasci;
ma voi, rapimento e saggezza
in apollinea gioia
in sublime quïete,
al marcio del tempo le nari chiudete
o mitigando l’asprezza
nella fiala soave dell’estro
o vagheggiando dall’alto
la vita, che qui di respiro in respiro
è con noi belva in una gabbia chiusa!
Un’eletta dottrina,
un’immortale bellezza
uscirà dalla nostra rovina.