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Poesie di questo tema

Natura ed elementi

Andrea Zanzotto

Andrea Zanzotto

Ecloga VIII

b - Soffia oro settembre nelle lente
giornate, nel
sole largamente speso, libero.
Ora dei fumi
e dei fati d’un tempo più non resta
traccia sul mondo e mai remoto
più da quest’oggi d’anime e d’intenti
giunti a frutto, di filtri e
d’elitre lampeggiante,
mai più remoto fu il timore.
Mai dalla terra
più distratta è la morte e se pur stanche
labbra e stanchi occhi si chiudono
forse in qualche paese
– che non è qui, non qui tra i nostri passi –
è solo per avere
una calma più alta ma contigua
a questa che ci adempie e che ci affama.

a - Eppure scarse e sorde – e non sono
che mesi –, scene
cui m’affido ora tepide eloquenti,
io vi vedevo e nelle vostre
glaciali stanze il pianto
versavo (ogni essere
ogni segno ogni senso attraversato
da una corrente di menzogna: pseudo:
non sogno, falsità).
E voi ricordo, chimici
nomi, angeli, fomenti,
a sostentarmi a indurmi
oltre me stesso ai greti
affannati del sonno. E oltre il sonno la spada
infallibile, l’alba, il novissimo
incredibile sangue mio di ogni alba,
il mio sangue ad aprirmi al peggio, all’alba,
fortissima nell’odio.
E anche la tua mano,
brezza, latte, levamen,
anche la mano tua sento posarsi
dolce e tuttavia piena
sulla mia fronte, come
se destandomi, infante, ecco il vomito
mi lacerava, e un’altra mano
infinitamente digitata
m’aiutava premendo sulla fronte.
Sento la mano tua e il mio morto
sudore, jazz antichi
frondeggiano, fa notte
su grammofoni antichi
metallici,
nulla mi giova, lo so, a nulla giovo,
inficiarmi si tenta, trasgredirmi.

b - E ora tutto questo non è più
che una nota di guasto in fianco al pomo
altissimo, vermiglio,
e ora tutto questo non è più
non più dell’indolente
forma già umana
che tanto
s’impicciolì sotto le zolle vivide
tanto se ne umiliò
che né umana né forma
né – benché scarsa –
sostanza più si crede.
E ora tutto questo non è più
non più di quanto cova
forse nel profondo della valle
e, benché sia meriggio, ingombro in sé
giace, e nei suoi misteri
muscosi. Ma tu
non cadrai, tu fiorirai per sempre
del tuo vero. Esitando e vagando
inabile, cedendo
facendoti
sanie informale, nigredo, liquame,
fimo implorante, fimo
muto, vincesti.

a - Ma io starò, perché tutto l’occhio offrii:
a ciò che arde ogni frode
perché tutto volle arso nella frode.
Ora potrò, cibo, lasciarmi cogliere.
Ora avrò l’invenzione, il movimento,
avrò anche te e l’unico
amore, ora che più non conta nemmeno l’amore
ti sveglierò
ti guiderò nel sole,
ora che più non conta nemmeno il sole,
perché tutto conosce
maestramente l’arte dell’esistere.
Ora mi sarà inutile
dirti e dire, poi che tutto dice
di te, per me. Ti guiderò nel vuoto
sempre più vuoto e cerulo
che settembre apre
intorno ai cuori, estrema
bellezza cui la prossima
condanna nulla lede, anzi l’avvia
felice e fonda come
un fiume che più non afferra
non cura se non il suo stesso fluire.
Antonio Porta

Antonio Porta

La rose

Dove sia che cosa faccia che pensi
da lontano odorate nei cespugli
mormora inudibile inclinata ai suoi cani
in dono le portano barboncini albicocca
l’inseguiva da pensieri comuni precipite
l’ancheggiare norma delle terrazze ombrose

in cima le mura gelate entra nella volpe
perimetro murale intestino paradiso
attraversa la stanza esce in campo aperto

dove va cosa dice che cosa chiede
in pienezza l’ornamento precede la stagione
la rosa accoglie i propri frutti nella pace

l’interno al riparo la bocca con foglie
sbucciato il corpo nei giardini dominicali
fiorita la pelle tra le pareti mobili
i pavoni del cuore scendono dalla neve

so come fare io so come dirlo
la gemma delle paure la fame cieca
l’albero delle defecazioni riempie di pruni

so perché io so come
l’intestino furente fa sguainare la spada
fame cieca gemma delle fatiche odio della sua gente

le notti più lunghe con i giorni brevissimi
che le tiepide amiche passeggiano sui colli
il poeta intimorito legge romanzi incompiuti
oltre la siepe d’uomini il fiume in odore
partendo per la campagna le ha consegnato un guanto
coi fazzoletti di seta cuce una piccola vela
i canali di rane sorreggono il suo canto

dita annodate in passeri guanti in forma d’ali
oltre gli inganni tranelli superabili
con l’aiuto del fuoco percorre le finestre
cingono le mura passeri guardiani

ai capelli arricciati cagnolini rabbiosi
le difese ingannevoli odorano la rosa
al giustacuore slacciato campanelli d’argento

in cavità procedente inumidisce le ciglia
l’interno della bocca nutrirà il passeggero
statica della rosa pieno della mente

la rosa maculata impensierisce i vicini
le tettine delle amiche tremano le sue dita
perché si è allontanata perché si è nascosta

lei si alza dal letto a contemplare il sonno
le amiche furenti a strapparle le vesti
si confida alla madre che approva le astinenze
nel sogno vede un cane congiungersi con lei
aderire alla rosa nutrirsi delle sue spine

so come entrare so che non si entra
so come fuggire so che non fuggirò
come chiamarti che non aprirò bocca
come avvicinarti che non ti toccherò

le amiche fedeli ricamano la piuma delle gabbiette
la spia del passeggero scopre uno dei luoghi
nel ventre del cavallo sono rinchiuse le chiavi

con ali variegate protetto dal freddo
con rane domestiche attraverso i fossati
con cani da volpe i sentieri ritrovati

gabbie presenti pareti non visibili
il seme galleggia senza luogo
incitano le mosche i cavalli alla rivolta
spine riempite di fazzoletti ombrosi

contro le mura gelate bordate di rane
negli specchi di ghiaccio mille occhi di lei
dall’utero il riflusso del seme incustodito
dove il viaggio si compie il viaggiatore è reale
nell’acqua della rosa il mare del cibo

le belve del guardiano si schierano alla siepe
il vento artificiale simula l’inverno
i missili nel giardino fingono minaccia
nelle stanze continuano le udienze
l’ombra del carcere si stende fino alle gambe
la muta dei suoi cani cade dalle terrazze