Poesie di questo tema
Natura ed elementi
Coletta di Amendolea
Si a ’stu tempo
Si a ’stu tempo s’ammatura
ogni frutto e ficocella,
io se so’ pur volumbrella,
è chi aspetta mia ventura.
Dato fo da quando nacque
quando deverò amallare,
e iammai per forza d’acque
porria nante amaturare.
Lasse adunca a me culpare
se so’ dura o tennerella,
io se so’ pur volumbrella,
è chi aspetta mia ventura.
Io non sazo l’ortulano
quando coglierà tal frutto,
però tegno puro in mano
de no ammaturare in tutto;
distinato è ’l mio construtto
da mio fato, sorte e stelle,
io se so’ pur volumbrella,
è chi aspetta mia ventura.
S’ogni frutto a ciascun omo
sa più meglio amatorato,
io che ’ndò sulo lu nomo
su’ più dulci in quisto stato,
e si fussi più amallato
forsi non siria sì bella,
io se so’ pur volumbrella
è chi aspetta mia ventura.
Si riputata so’ formosa e bella,
non divirissi dir che più amatura;
Deo me faza esser semper volumbrella,
chi cussì frisca tenga mia figura.
Questa è la mia stagione tinirella,
e non su’, comu scrivi, fella e dura
e veramente non ve inganna amore,
ca so’ più dulci dentro che de fore.
ogni frutto e ficocella,
io se so’ pur volumbrella,
è chi aspetta mia ventura.
Dato fo da quando nacque
quando deverò amallare,
e iammai per forza d’acque
porria nante amaturare.
Lasse adunca a me culpare
se so’ dura o tennerella,
io se so’ pur volumbrella,
è chi aspetta mia ventura.
Io non sazo l’ortulano
quando coglierà tal frutto,
però tegno puro in mano
de no ammaturare in tutto;
distinato è ’l mio construtto
da mio fato, sorte e stelle,
io se so’ pur volumbrella,
è chi aspetta mia ventura.
S’ogni frutto a ciascun omo
sa più meglio amatorato,
io che ’ndò sulo lu nomo
su’ più dulci in quisto stato,
e si fussi più amallato
forsi non siria sì bella,
io se so’ pur volumbrella
è chi aspetta mia ventura.
Si riputata so’ formosa e bella,
non divirissi dir che più amatura;
Deo me faza esser semper volumbrella,
chi cussì frisca tenga mia figura.
Questa è la mia stagione tinirella,
e non su’, comu scrivi, fella e dura
e veramente non ve inganna amore,
ca so’ più dulci dentro che de fore.
Corrado Govoni
Crepuscolo
Le campane le loro bianche tazze
versano per la sera ad intervalli;
il vento è un incrinarsi di cristalli
sopra uno stagno intricato di mazze.
I prati e le campagne paonazze
s’animan di scalpicci di cavalli;
gli alberi sembrano strani coralli
eretti in mezzo ad onde paonazze.
Dai rosai invisibili un effluvio
denso sale per l’aria, intermittente,
e si perde ne gli orti suburbani.
Il crepuscolo è un fulgido Vesuvio
che trabocca del sangue incandescente
di milioni di morti tulipani.
versano per la sera ad intervalli;
il vento è un incrinarsi di cristalli
sopra uno stagno intricato di mazze.
I prati e le campagne paonazze
s’animan di scalpicci di cavalli;
gli alberi sembrano strani coralli
eretti in mezzo ad onde paonazze.
Dai rosai invisibili un effluvio
denso sale per l’aria, intermittente,
e si perde ne gli orti suburbani.
Il crepuscolo è un fulgido Vesuvio
che trabocca del sangue incandescente
di milioni di morti tulipani.
Corrado Govoni
Il giardino
È una sera divina
della primavera fondente
come una caramella di menta glaciale
che si succhia si succhia
finché non resta più niente
salvo una sensazione di verdi e freschi prati
che dura nella bocca lungamente.
L’ultimo fulmine, laggiù,
come un pagliaccio infarinato
su una scoppiante bicicletta
ha percorso
il taboga di vetro dell’arcobaleno
che ora precipita in frantumi sonorissimi
da un capo all’altro dell’orizzonte
sul cammino d’un treno in corsa
verso una città grigia
dalle case straccione
sotto i vecchi ombrelli
fradici dei suoi tetti.
La brezza mi modella
la viva maschera del volto
e mi rende sensibili e freschi come l’erba
sulla fronte i capelli.
S’arrampicano i convolvoli pel muro
come fonografi di profumo in ascolto.
E va da rosa a rosa in un’aiuola
un filo della vergine
come una sottilissima corda di seta
su cui una ballerina d’odore
sta in equilibrio
sopra una gamba tremula di vento
Una chiocciola allunga i canocchiali dei suoi occhi
dal suo abbaino
verso l’astro infuocato d’una zinnia
e li chiude.
Un pipistrello si stacca da un tegolo umido
s’alza e s’abbassa
rasenta va e viene
con l’ala funebre che ha il brivido
della falce nera
della morte invisibile che passa.
Presto tutto il giardino formicolerà di lucciole
piccoli lampi di magnesio per fare la fotografia
ai volti ipnotici e medianici dei fiori.
È notte: fa fresco: cadono le prime gocce di stelle:
si rientra.
della primavera fondente
come una caramella di menta glaciale
che si succhia si succhia
finché non resta più niente
salvo una sensazione di verdi e freschi prati
che dura nella bocca lungamente.
L’ultimo fulmine, laggiù,
come un pagliaccio infarinato
su una scoppiante bicicletta
ha percorso
il taboga di vetro dell’arcobaleno
che ora precipita in frantumi sonorissimi
da un capo all’altro dell’orizzonte
sul cammino d’un treno in corsa
verso una città grigia
dalle case straccione
sotto i vecchi ombrelli
fradici dei suoi tetti.
La brezza mi modella
la viva maschera del volto
e mi rende sensibili e freschi come l’erba
sulla fronte i capelli.
S’arrampicano i convolvoli pel muro
come fonografi di profumo in ascolto.
E va da rosa a rosa in un’aiuola
un filo della vergine
come una sottilissima corda di seta
su cui una ballerina d’odore
sta in equilibrio
sopra una gamba tremula di vento
Una chiocciola allunga i canocchiali dei suoi occhi
dal suo abbaino
verso l’astro infuocato d’una zinnia
e li chiude.
Un pipistrello si stacca da un tegolo umido
s’alza e s’abbassa
rasenta va e viene
con l’ala funebre che ha il brivido
della falce nera
della morte invisibile che passa.
Presto tutto il giardino formicolerà di lucciole
piccoli lampi di magnesio per fare la fotografia
ai volti ipnotici e medianici dei fiori.
È notte: fa fresco: cadono le prime gocce di stelle:
si rientra.
Corrado Govoni
La pioggia è il tuo vestito
La pioggia è il tuo vestito.
Il fango è le tue scarpe.
La tua pezzuola è il vento.
Ma il sole è il tuo sorriso e la tua bocca
e la notte dei fieni i tuoi capelli.
Ma il tuo sorriso e la tua calda pelle
è il fuoco della terra e delle stelle
Il fango è le tue scarpe.
La tua pezzuola è il vento.
Ma il sole è il tuo sorriso e la tua bocca
e la notte dei fieni i tuoi capelli.
Ma il tuo sorriso e la tua calda pelle
è il fuoco della terra e delle stelle
Corrado Govoni
Lucciole e raganelle del Berìgo
Sono le raganelle brune che sgretolan perle di pioggia, al Berìgo,
o la brezza marina che suona le rondini sui fili come note nel rigo?
I monti fumano quieti e oscuri; le case per spegnersi diventano
[rosa
e il mare si fa piccino, si chiude come una foglia di mimosa.
Io non so più, questa sera, se siano proprio le raganelle
che mangiano perle o le lucciole che fanno scoppiare le stelle;
o se sia il mare che brilla che odora e che fruscia contro i giardini
[sporgenti,
o nel buio le vesti delle giovani donne e i lor occhi fosforescenti.
o la brezza marina che suona le rondini sui fili come note nel rigo?
I monti fumano quieti e oscuri; le case per spegnersi diventano
[rosa
e il mare si fa piccino, si chiude come una foglia di mimosa.
Io non so più, questa sera, se siano proprio le raganelle
che mangiano perle o le lucciole che fanno scoppiare le stelle;
o se sia il mare che brilla che odora e che fruscia contro i giardini
[sporgenti,
o nel buio le vesti delle giovani donne e i lor occhi fosforescenti.
Corrado Govoni
Ventagli Giapponesi: Paesaggio
La casina si specchia in un laghetto,
pieno d’iris, da l’onde di crepone,
tutta chiusa nel serico castone
d’un giardino fragrante di mughetto.
Il cielo dentro l’acque un aspetto
assume di maiolica lampone;
e l’alba esprime un’incoronazione
di rose mattinali dal suo letto.
Sul limitare siede una musmè
trapuntando d’insetti un paravento
e d’una qualche rara calcedonia:
vicino, tra le lacche ed i netzkè,
rosseggia sul polito pavimento,
in un vaso giallastro una peonia.
pieno d’iris, da l’onde di crepone,
tutta chiusa nel serico castone
d’un giardino fragrante di mughetto.
Il cielo dentro l’acque un aspetto
assume di maiolica lampone;
e l’alba esprime un’incoronazione
di rose mattinali dal suo letto.
Sul limitare siede una musmè
trapuntando d’insetti un paravento
e d’una qualche rara calcedonia:
vicino, tra le lacche ed i netzkè,
rosseggia sul polito pavimento,
in un vaso giallastro una peonia.
Dante Alighieri
Pier delle vigne
Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da nessun sentiero era segnato.
Non fronde verdi, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e involti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tosco.
Non han sì aspri sterpi nè sì folti
quelle fiere selvagge che in odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi colti.
e
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da nessun sentiero era segnato.
Non fronde verdi, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e involti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tosco.
Non han sì aspri sterpi nè sì folti
quelle fiere selvagge che in odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi colti.
e
Delio Tessa
La pobbia de cà Colonetta
L’è creppada la pobbia de cà
Colonetta: té chí: la tormenta
in sto Luj se Dio voeur l’à incriccada
e crich crach, pataslonfeta-là
me l’à trada chí longa e tirenta,
dopo ben dusent ann che la gh’era!
L’è finida! eppur... bell’e inciodada
lì, la cascia ancamò, la voeur nó
morì, adess che gh’è chí Primavera...
andemm... nà... la fà sens... guardegh nó!
Colonetta: té chí: la tormenta
in sto Luj se Dio voeur l’à incriccada
e crich crach, pataslonfeta-là
me l’à trada chí longa e tirenta,
dopo ben dusent ann che la gh’era!
L’è finida! eppur... bell’e inciodada
lì, la cascia ancamò, la voeur nó
morì, adess che gh’è chí Primavera...
andemm... nà... la fà sens... guardegh nó!
Diego Valeri
Albero
Tutto il cielo cammina come un fiume,
grandi blocchi traendo di fiamma e d’ombra.
Tutto il mare rompe, onda dietro onda,
splendido, alle fuggenti dune.
L’albero, chiuso nel puro contorno,
oscuro come uno che sta su la soglia,
muto guarda, senza battere foglia,
gli spazi agitati dal trapasso del giorno.
grandi blocchi traendo di fiamma e d’ombra.
Tutto il mare rompe, onda dietro onda,
splendido, alle fuggenti dune.
L’albero, chiuso nel puro contorno,
oscuro come uno che sta su la soglia,
muto guarda, senza battere foglia,
gli spazi agitati dal trapasso del giorno.
Diego Valeri
Batte il mattino...
Batte il mattino al ferrigno bastione
dei nuvoloni notturni: repente
s’apre una lunga fessura lucente,
scoppia uno squarcio di fiamma più su.
Un razzo d’oro; e un sussulto, un tremore
d’oro per l’ombre; oro a rivoli, a onde...
Più in alto: spiaggie di nuvole bionde,
calme e profonde lagune di blu.
dei nuvoloni notturni: repente
s’apre una lunga fessura lucente,
scoppia uno squarcio di fiamma più su.
Un razzo d’oro; e un sussulto, un tremore
d’oro per l’ombre; oro a rivoli, a onde...
Più in alto: spiaggie di nuvole bionde,
calme e profonde lagune di blu.
Diego Valeri
Dicembre
Tristi venti scacciati dal mare
agitavano la città notturna.
Da nere gole aperte tra le case
rompevano, invisibili
ombre, con schianti ed urla;
si gettavano per le vie deserte
ferme nel bianco gelo dei fanali,
urtavano alle porte
sbarrate, s’abbrancavano alle morte
rame d’alberi dolenti,
scivolavano lungo muri lisci,
dileguavano via, serpenti,
con fischi lunghi e lenti strisci...
Ora mi sporgo all’attonita pace
della grigia mattina: tutto tace.
Teso il cielo di pallide bende.
Il gran cipresso, assorto, col suo verde
strano, nell’alta luce. Un coccio lustra
tra la terra bruna dell’orto.
Finestre senza tende, cupe,
guardano intorno. Non c’è voce umana,
grido d’uccello, rumore di vita,
nell’aria vasta e vana.
C’è solo una colomba,
tutta nitida e bionda,
che sale a passi piccoli la china
d’un tetto, su tappeti
fulvi di lana vellutata, e pare
una dolce regina
di Saba
che rimonti le silenziose scale
della sua fiaba.
agitavano la città notturna.
Da nere gole aperte tra le case
rompevano, invisibili
ombre, con schianti ed urla;
si gettavano per le vie deserte
ferme nel bianco gelo dei fanali,
urtavano alle porte
sbarrate, s’abbrancavano alle morte
rame d’alberi dolenti,
scivolavano lungo muri lisci,
dileguavano via, serpenti,
con fischi lunghi e lenti strisci...
Ora mi sporgo all’attonita pace
della grigia mattina: tutto tace.
Teso il cielo di pallide bende.
Il gran cipresso, assorto, col suo verde
strano, nell’alta luce. Un coccio lustra
tra la terra bruna dell’orto.
Finestre senza tende, cupe,
guardano intorno. Non c’è voce umana,
grido d’uccello, rumore di vita,
nell’aria vasta e vana.
C’è solo una colomba,
tutta nitida e bionda,
che sale a passi piccoli la china
d’un tetto, su tappeti
fulvi di lana vellutata, e pare
una dolce regina
di Saba
che rimonti le silenziose scale
della sua fiaba.
Diego Valeri
Fine d’estate
A mattutino, passata la tempesta,
l’onda è distesa, tutta l’aria serena.
Sul bruno lido più non resta
che un po’ di spuma, e una piccola sirena.
Piccola sirena lucente, smarrita
dal coro delle sue compagne:
non canta; solo ride e invita,
con ciglia di stupore e lagrime strane.
Splende come pesce, ma guarda
come donna; e forse è creatura
che soffre; e forse s’attarda
così sul lido perchè, sola, ha paura.
Donna con tenero peso di carne
e capelli dolci e bocca di fiore,
nel sangue forse ha un desiderio che arde
e dentro il petto un batter di cuore.
È la sirena dell’ultima estate,
del tempo bello che ormai s’incrina...
Vorrei toccare le unghie rosate
della sua mano piccolina.
Tendo le dita. Ella mi ride,
un po’ stanca un po’ sbigottita.
Poi guizza via tra le pallide ondine,
subito dilegua—e l’estate è finita...
l’onda è distesa, tutta l’aria serena.
Sul bruno lido più non resta
che un po’ di spuma, e una piccola sirena.
Piccola sirena lucente, smarrita
dal coro delle sue compagne:
non canta; solo ride e invita,
con ciglia di stupore e lagrime strane.
Splende come pesce, ma guarda
come donna; e forse è creatura
che soffre; e forse s’attarda
così sul lido perchè, sola, ha paura.
Donna con tenero peso di carne
e capelli dolci e bocca di fiore,
nel sangue forse ha un desiderio che arde
e dentro il petto un batter di cuore.
È la sirena dell’ultima estate,
del tempo bello che ormai s’incrina...
Vorrei toccare le unghie rosate
della sua mano piccolina.
Tendo le dita. Ella mi ride,
un po’ stanca un po’ sbigottita.
Poi guizza via tra le pallide ondine,
subito dilegua—e l’estate è finita...
Dino Campana
Giardino autunnale
(Firenze)
I
AI giardino spettrale al lauro muto
De le verdi ghirlande
A la terra autunnale
Un ultimo saluto!
° A l’aride pendici
Aspre arrossate nell’ estremo sole
Confusa di rumori
Rauchi grida la lontana vita:
Grida al morente sole
10 Che insanguina le aiole.
S’intende una fanfara
Che straziante sale: il fiume spare
Ne le arene dorate: nel silenzio
Stanno le bianche statue a capo i ponti
Volte: e le cose già non sono più.
E dal fondo silenzio come un coro
‘Tenero e grandioso
Sorge ed anela in alto al mio balcone:
E in aroma d’alloro,
2° In aroma d’alloro acre languente,
Tra le statue immortali nel tramonto
Ella m’appar, presente.
pendici»), rochi e confusi per la distanza.
10, insanguina: colora del-
I
AI giardino spettrale al lauro muto
De le verdi ghirlande
A la terra autunnale
Un ultimo saluto!
° A l’aride pendici
Aspre arrossate nell’ estremo sole
Confusa di rumori
Rauchi grida la lontana vita:
Grida al morente sole
10 Che insanguina le aiole.
S’intende una fanfara
Che straziante sale: il fiume spare
Ne le arene dorate: nel silenzio
Stanno le bianche statue a capo i ponti
Volte: e le cose già non sono più.
E dal fondo silenzio come un coro
‘Tenero e grandioso
Sorge ed anela in alto al mio balcone:
E in aroma d’alloro,
2° In aroma d’alloro acre languente,
Tra le statue immortali nel tramonto
Ella m’appar, presente.
pendici»), rochi e confusi per la distanza.
10, insanguina: colora del-
Dino Compagni
Al novel tempo e gaio del pascore
Al novel tempo e gaio del pascore
che fa le verdi foglie e i fior venire,
quando gli augelli fan versi d’amore,
e l’aria fresca comincia a schiarire,
le pratora son piene di verdore
e li verzier cominciano ad aulire,
quando son dilettose le fiumane
e son chiare sorgenti le fontane,
e la gente comincia a risbaldire;
che, per lo gran dolzor del tempo gaio
sotto le ombre danzan le garzette,
e nei bei mesi d’Aprile e di Maio
la gente fa di fior le ghirlandette,
Donzelli e Cavalier d’alto paraio
cantan d’amor novel e canzonette,
cominciano a gioire li amatori
e fanno dolci danze i sonatori,
e sono aulenti rose e violette;
ed io stando presso a una fiumana
in un verziere all’ombra d’un bel pino,
(aveavi d’acqua viva una fontana
intorneata di fior gelsomino)
sentìa l’aere soave a tramontana;
udîìa cantar gli augelli in lor latino;
allor sentii venir dal fino Amore
un raggio che passò dentro dal core,
come la luce ch’appare al mattino.
Discese nel mio cor, siccome manna,
Amor soave, come in fior rugiada,
che m’è più dolce assai che mèl di canna:
d’esso non parto mai dovunque vada,
e voglio sempre mai gridare osanna.
Amore eccelso, ben fa chi te lauda!
Assavorailo quando innamorai.
Niente senza lui fu nè fia mai,
nè senza lui non vo’ che mio cor gauda.
E non si può d’amor proprio parlare
a chi non prova i suoi dolci savori;
e senza prova non sen può stimare
più che lo cieco nato dei colori.
E none puote mai nessuno amare
s’ei non li fa di grazia servitori;
chè lo primo pensier che nel cor suona,
non vi saria Amor prima nol dona:
prima fa i cor gentil, che vi dimori.
che fa le verdi foglie e i fior venire,
quando gli augelli fan versi d’amore,
e l’aria fresca comincia a schiarire,
le pratora son piene di verdore
e li verzier cominciano ad aulire,
quando son dilettose le fiumane
e son chiare sorgenti le fontane,
e la gente comincia a risbaldire;
che, per lo gran dolzor del tempo gaio
sotto le ombre danzan le garzette,
e nei bei mesi d’Aprile e di Maio
la gente fa di fior le ghirlandette,
Donzelli e Cavalier d’alto paraio
cantan d’amor novel e canzonette,
cominciano a gioire li amatori
e fanno dolci danze i sonatori,
e sono aulenti rose e violette;
ed io stando presso a una fiumana
in un verziere all’ombra d’un bel pino,
(aveavi d’acqua viva una fontana
intorneata di fior gelsomino)
sentìa l’aere soave a tramontana;
udîìa cantar gli augelli in lor latino;
allor sentii venir dal fino Amore
un raggio che passò dentro dal core,
come la luce ch’appare al mattino.
Discese nel mio cor, siccome manna,
Amor soave, come in fior rugiada,
che m’è più dolce assai che mèl di canna:
d’esso non parto mai dovunque vada,
e voglio sempre mai gridare osanna.
Amore eccelso, ben fa chi te lauda!
Assavorailo quando innamorai.
Niente senza lui fu nè fia mai,
nè senza lui non vo’ che mio cor gauda.
E non si può d’amor proprio parlare
a chi non prova i suoi dolci savori;
e senza prova non sen può stimare
più che lo cieco nato dei colori.
E none puote mai nessuno amare
s’ei non li fa di grazia servitori;
chè lo primo pensier che nel cor suona,
non vi saria Amor prima nol dona:
prima fa i cor gentil, che vi dimori.
Enrico Cavacchioli
Bivacco
1 monti inseguono ’L ombra turchina delle nubi e dei
Icirri,
ed un rosario di gr
si snoda nel cobalto d’un cielo indefinito
in una catena perlare: piantato su nuvole d’oro.
Silenzio. Le ali lontane combattono con lentezza
sotto alla nuvolaglia che sale
in uno spasimo floreale
e invade il dominio della Luna.
In questo bivacco crepuscolare, che riposa,
si sentirebbe cadere anche la luce di una stella,
anche il petalo d’una rosa,
e l’anima degli uomini sembrerebbe più semplice,
chiusa nel cielo che va oltre le montagne nere,
s’io non vedessi il mio piccolo mondo a cui scavo la fossa
viver dipinto, col suo prato fiorito e con la sua fontana
a getto interminabile, su di un vaso di porcellana
che fa morire tre fiori sulla mia tavola rossa...
Icirri,
ed un rosario di gr
si snoda nel cobalto d’un cielo indefinito
in una catena perlare: piantato su nuvole d’oro.
Silenzio. Le ali lontane combattono con lentezza
sotto alla nuvolaglia che sale
in uno spasimo floreale
e invade il dominio della Luna.
In questo bivacco crepuscolare, che riposa,
si sentirebbe cadere anche la luce di una stella,
anche il petalo d’una rosa,
e l’anima degli uomini sembrerebbe più semplice,
chiusa nel cielo che va oltre le montagne nere,
s’io non vedessi il mio piccolo mondo a cui scavo la fossa
viver dipinto, col suo prato fiorito e con la sua fontana
a getto interminabile, su di un vaso di porcellana
che fa morire tre fiori sulla mia tavola rossa...
Eugenio Montale
A vortice s’abbatte
A vortice s’abbatte
sul mio capo reclinato
un suono d’agri lazzi.
Scotta la terra percorsa
da sghembe ombre di pinastri,
e al mare là in fondo fa velo
più che i rami, allo sguardo, l’afa che a tratti erompe
dal suolo che si avvena.
Quando più sordo o meno il ribollio dell’acque
che s’ingorgano
accanto a lunghe secche mi raggiunge:
o è un bombo talvolta ed un ripiovere
di schiume sulle rocce.
Come rialzo il viso, ecco cessare
i ragli sul mio capo; e scoccare
verso le strepeanti acque,
frecciate biancazzurre, due ghiandaie.
sul mio capo reclinato
un suono d’agri lazzi.
Scotta la terra percorsa
da sghembe ombre di pinastri,
e al mare là in fondo fa velo
più che i rami, allo sguardo, l’afa che a tratti erompe
dal suolo che si avvena.
Quando più sordo o meno il ribollio dell’acque
che s’ingorgano
accanto a lunghe secche mi raggiunge:
o è un bombo talvolta ed un ripiovere
di schiume sulle rocce.
Come rialzo il viso, ecco cessare
i ragli sul mio capo; e scoccare
verso le strepeanti acque,
frecciate biancazzurre, due ghiandaie.
Eugenio Montale
Cave d’autunno
su cui discende la primavera lunare
e nimba di candore ogni frastaglio,
schianti di pigne, abbaglio
di reti stese e schegge,
ritornerà ritornerà sul gelo
la bontà d’una mano,
varcherà il cielo lontano
la ciurma luminosa che ci saccheggia.
e nimba di candore ogni frastaglio,
schianti di pigne, abbaglio
di reti stese e schegge,
ritornerà ritornerà sul gelo
la bontà d’una mano,
varcherà il cielo lontano
la ciurma luminosa che ci saccheggia.
Eugenio Montale
Corno inglese
Il vento che stasera suona attento
—ricorda un forte scotere di lame—
gli strumenti dei fitti alberi e spazza
l’orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba
(Nuvole in viaggio, chiari
reami di lassù! D’alti Eldoradi
malchiuse porte!)
e il mare che scaglia a scaglia,
livido, muta colore
lancia a terra una tromba
di schiume intorte;
il vento che nasce e muore
nell’ora che lenta s’annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore.
—ricorda un forte scotere di lame—
gli strumenti dei fitti alberi e spazza
l’orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba
(Nuvole in viaggio, chiari
reami di lassù! D’alti Eldoradi
malchiuse porte!)
e il mare che scaglia a scaglia,
livido, muta colore
lancia a terra una tromba
di schiume intorte;
il vento che nasce e muore
nell’ora che lenta s’annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore.
Eugenio Montale
Vento e bandiere
La folata che alzò l’amaro aroma
del mare alle spirali delle valli,
e t’investì, ti scompigliò la chioma,
groviglio breve contro il cielo pallido;
la raffica che t’incollò la veste
e ti modulò rapida a sua imagine,
com’è tornata, te lontana, a queste
pietre che sporge il monte alla voragine;
e come spenta la furia briaca
ritrova ora il giardino il sommesso alito
che ti cullò, riversa sull’amaca,
tra gli alberi, ne’ tuoi voli senz’ali.
Ahimè, non mai due volte configura
il tempo in egual modo i grani! E scampo
n’è: ché, se accada, insieme alla natura
la nostra fiaba brucerà in un lampo.
Sgorgo che non s’addoppia, — ed or fa vivo
un gruppo di abitati che distesi
allo sguardo sul fianco d’un declivo
si parano di gale e di palvesi.
Il mondo esiste... Uno stupore arresta
il cuore che ai vaganti incubi cede,
messaggeri del vespero: e non crede
che gli uomini affamati hanno una festa.
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
del mare alle spirali delle valli,
e t’investì, ti scompigliò la chioma,
groviglio breve contro il cielo pallido;
la raffica che t’incollò la veste
e ti modulò rapida a sua imagine,
com’è tornata, te lontana, a queste
pietre che sporge il monte alla voragine;
e come spenta la furia briaca
ritrova ora il giardino il sommesso alito
che ti cullò, riversa sull’amaca,
tra gli alberi, ne’ tuoi voli senz’ali.
Ahimè, non mai due volte configura
il tempo in egual modo i grani! E scampo
n’è: ché, se accada, insieme alla natura
la nostra fiaba brucerà in un lampo.
Sgorgo che non s’addoppia, — ed or fa vivo
un gruppo di abitati che distesi
allo sguardo sul fianco d’un declivo
si parano di gale e di palvesi.
Il mondo esiste... Uno stupore arresta
il cuore che ai vaganti incubi cede,
messaggeri del vespero: e non crede
che gli uomini affamati hanno una festa.
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
Filippo Tommaso Marinetti
Sì, sì, così, l’aurora sul mare
(parole in libertà)!
3 ombre corrosive contro
l’ALBA
i venti via via lavorando impastando il mare così muscoli
e sangue per l’Aurora
EST luce gialla sghimbescia
Poi
un verde diaccio
slittante
Poi
NORD un rosso strafottente
rumore duro vitreo
Poi un grigio stupefatto
Le nuvole rosee sono delizie lontane
fanfare di carminio scoppi di scarlatto
fievole no grigio tamtam di azzurro
No
sì
No
sì
sì
sì
sÌ
sì
SI
giallo reboante
Meraviglia dei grigi
Tutte le perle dicono SI
Ragionamenti persuasivi verdazzurri delle rade
adescanti
Lastroni lisci violacei del mare tremano di
entusiasmo
Un raggio Rimbalza di roccia in roccia
La meraviglia si mette a ridere nelle vene del
mare
Rischio di una nuvola blu a perpendicolo sul
mio capo
Tutti i prismatismi aguzzi delle onde impaz-
ziscono
Calamitazioni di rossi
no
no
SI
sì
sì
altalena soffice
dei chiaroscuri
Puramente
penombra insoddisfatta
Una vela accesa
scollina all’orizzonte che trema
risucchio di tre ombre in quella rada mangiata dal
Sole - bocca denti sanguigni bave lunghe d’oro che beve
il mare e addenta rocce
sì
semplicemente
sì
elasticamente
pacatamente
Così
ancora
ANCORA
ANCORA
3 ombre corrosive contro
l’ALBA
i venti via via lavorando impastando il mare così muscoli
e sangue per l’Aurora
EST luce gialla sghimbescia
Poi
un verde diaccio
slittante
Poi
NORD un rosso strafottente
rumore duro vitreo
Poi un grigio stupefatto
Le nuvole rosee sono delizie lontane
fanfare di carminio scoppi di scarlatto
fievole no grigio tamtam di azzurro
No
sì
No
sì
sì
sì
sÌ
sì
SI
giallo reboante
Meraviglia dei grigi
Tutte le perle dicono SI
Ragionamenti persuasivi verdazzurri delle rade
adescanti
Lastroni lisci violacei del mare tremano di
entusiasmo
Un raggio Rimbalza di roccia in roccia
La meraviglia si mette a ridere nelle vene del
mare
Rischio di una nuvola blu a perpendicolo sul
mio capo
Tutti i prismatismi aguzzi delle onde impaz-
ziscono
Calamitazioni di rossi
no
no
SI
sì
sì
altalena soffice
dei chiaroscuri
Puramente
penombra insoddisfatta
Una vela accesa
scollina all’orizzonte che trema
risucchio di tre ombre in quella rada mangiata dal
Sole - bocca denti sanguigni bave lunghe d’oro che beve
il mare e addenta rocce
sì
semplicemente
sì
elasticamente
pacatamente
Così
ancora
ANCORA
ANCORA
Folgóre da San Gimignano
D’agosto
D’agosto sì vi do trenta castella
in una valle d’alpe montanina,
che non vi possa vento de marina,
per istar sani, chiari come stella;
i
e palafreni da montare ’n sella
e cavalcar la sera e la mattina:
e l’una terra a l’altra sia vicina,
ch’un miglio sia la vostra giornatella,
tornando tuttavia inverso casa;
e per la valle corra una fiumana,
che vada notte e di traente e rasa;
e star nel fresco tutta meriggiana.
La vostra borsa sempre a bocca pasa,
per la miglior vivanda di Toscana.
in una valle d’alpe montanina,
che non vi possa vento de marina,
per istar sani, chiari come stella;
i
e palafreni da montare ’n sella
e cavalcar la sera e la mattina:
e l’una terra a l’altra sia vicina,
ch’un miglio sia la vostra giornatella,
tornando tuttavia inverso casa;
e per la valle corra una fiumana,
che vada notte e di traente e rasa;
e star nel fresco tutta meriggiana.
La vostra borsa sempre a bocca pasa,
per la miglior vivanda di Toscana.
Folgóre da San Gimignano
D’aprile
D’april vi dono la gentil campagna
tutta fiorita di bell’erba fresca:
fontane d’acqua che non vi rincresca,
donn’e donzelle per vostra compagna,
ambianti palafren, destrier di Spagna
e gente costumata a la francesca;
cantar, danzar a la provenzalesca
con instrumenti novi d’Alemagna.
E da torno vi sia molti giardini
e giacchito vi sia ogni persona:
ciascun con reverenza adori e ’nchini
a quel gentil, c’ho dato la corona
de pietre preziose, le più fini
c’ha ’l presto Gianni o ’l re de Babilòna.
tutta fiorita di bell’erba fresca:
fontane d’acqua che non vi rincresca,
donn’e donzelle per vostra compagna,
ambianti palafren, destrier di Spagna
e gente costumata a la francesca;
cantar, danzar a la provenzalesca
con instrumenti novi d’Alemagna.
E da torno vi sia molti giardini
e giacchito vi sia ogni persona:
ciascun con reverenza adori e ’nchini
a quel gentil, c’ho dato la corona
de pietre preziose, le più fini
c’ha ’l presto Gianni o ’l re de Babilòna.
Folgóre da San Gimignano
Di decembre
E di decembre una città in piano:
sale terrene, grandissimi fòchi,
tappeti tesi, tavolier e giochi,
torticci accesi, star co’ dadi en mano,
e l’oste inebriato e catellano,
e porci morti e finissimi còchi,
ghiotti morselli, ciascun béa e mandéchi:
8 le botte sian maggior che San Galgano.
E siate ben vestiti e foderati
di guarnacche, tabarri e di mantegli
11 e di cappucci fini e smesurati;
e beffe far de’ tristi cattivegli,
de’ miseri dolenti sciagurati
14 avari: non vogliate usar con egli.
sale terrene, grandissimi fòchi,
tappeti tesi, tavolier e giochi,
torticci accesi, star co’ dadi en mano,
e l’oste inebriato e catellano,
e porci morti e finissimi còchi,
ghiotti morselli, ciascun béa e mandéchi:
8 le botte sian maggior che San Galgano.
E siate ben vestiti e foderati
di guarnacche, tabarri e di mantegli
11 e di cappucci fini e smesurati;
e beffe far de’ tristi cattivegli,
de’ miseri dolenti sciagurati
14 avari: non vogliate usar con egli.
Folgóre da San Gimignano
Di febbraio
E de febbraî’ vi dono bella caccia
di cervi, di cavrioli e di cinghiati,
corte gonnelle, e grossi calzari,
4 e compagnia che ve deletti e piaccia;
can da guinzagli e segugi da traccia,
e le borse fornite di danari,
ad onta degli scarsi e degli avari,
8 o di chi ’n questo vi dà briga e ’mpaccia.
E la sera tornar co’ vostri fanti
carcati de la molta salvaggina,
avendo gioia ed allegrezza e canti;
far trar del vino e fumar la cucina,
e fin al primo sonno star razzanti:
14 e po’ posare ’nfin a la mattina,
co. 5. tregèa: confettura di frutta; arazzaio: vino piccante. 6. doa-
gio: drappo di Douaix;, rascese: lana proveniente da Arras. 8.
garbino: libeccio; rovaio: tramontana. 12. compagna: compagnia.
a
14. franca: libera.
8. ’u questo: in questo proposito (sui “danari”); vi dà briga
e ’mpaccia: i creditori. 9. fanti: servitori. 13. razzantt: di umore
i
frizzante, brilli.
di cervi, di cavrioli e di cinghiati,
corte gonnelle, e grossi calzari,
4 e compagnia che ve deletti e piaccia;
can da guinzagli e segugi da traccia,
e le borse fornite di danari,
ad onta degli scarsi e degli avari,
8 o di chi ’n questo vi dà briga e ’mpaccia.
E la sera tornar co’ vostri fanti
carcati de la molta salvaggina,
avendo gioia ed allegrezza e canti;
far trar del vino e fumar la cucina,
e fin al primo sonno star razzanti:
14 e po’ posare ’nfin a la mattina,
co. 5. tregèa: confettura di frutta; arazzaio: vino piccante. 6. doa-
gio: drappo di Douaix;, rascese: lana proveniente da Arras. 8.
garbino: libeccio; rovaio: tramontana. 12. compagna: compagnia.
a
14. franca: libera.
8. ’u questo: in questo proposito (sui “danari”); vi dà briga
e ’mpaccia: i creditori. 9. fanti: servitori. 13. razzantt: di umore
i
frizzante, brilli.