Poesie di questo tema
Natura ed elementi
Mario Luzi
Presto l’inverno
Presto saranno gli alberi
essenziali esistenze,
e fuori tutto sembrerà di gelo
inutile. Così
l’anima è ramata
nei desideri acuti,
ignuda arte.
essenziali esistenze,
e fuori tutto sembrerà di gelo
inutile. Così
l’anima è ramata
nei desideri acuti,
ignuda arte.
Mario Luzi
Saturno montanari autunno
Autunno, quante foglie
se ne vanno col vento.
Vedi, nel cielo spento
la pioggia si raccoglie.
Tristezza vagabonda
di poveri viandanti,
pochi cavalli stanchi
nella strada profonda.
Brulichio de la sera,
vuota monotonia
porta l’Ave Maria
così senza preghiera.
se ne vanno col vento.
Vedi, nel cielo spento
la pioggia si raccoglie.
Tristezza vagabonda
di poveri viandanti,
pochi cavalli stanchi
nella strada profonda.
Brulichio de la sera,
vuota monotonia
porta l’Ave Maria
così senza preghiera.
Mario Luzi
Stagione di fiori
È il tempo di mandorli in fiore,
delle canzoni a mezza voce.
Su l’aia la fronda d’un noce
ripara le biade dal sole.
E questa stagione riviene
dagli stazzi con i pastori,
col suo vento, i timidi fiori,
così ogni anno e senza pene.
Ristora i teneri ruscelli
e inumidisce i biancospini,
s’acciglia fra gli aghi dei pini,
ha il cielo canoro d’uccelli.
È nata stagione di gioia
e non sa far nulla di male
perchè il sole fratello astrale
la illanguidisca nella noia.
delle canzoni a mezza voce.
Su l’aia la fronda d’un noce
ripara le biade dal sole.
E questa stagione riviene
dagli stazzi con i pastori,
col suo vento, i timidi fiori,
così ogni anno e senza pene.
Ristora i teneri ruscelli
e inumidisce i biancospini,
s’acciglia fra gli aghi dei pini,
ha il cielo canoro d’uccelli.
È nata stagione di gioia
e non sa far nulla di male
perchè il sole fratello astrale
la illanguidisca nella noia.
Massimo Bontempelli
Vetrate, 1.
Piccoli uccelli dell’Ovest
spinti dal fumigare delle rose
dentro un piovere di petali fitto,
di là dalla pioggia son veli di sole.
Ogni coda ha nove penne
ogni penna ha nove colori
gli uccelli dell’Ovest
sono novantamila.
Una penna è caduta su una zattera
un’altra posa sul fumo rosa
una naviga in mezzo alle viole
ma l’ultima penna serpeggia tra i primi veli di sole.
Pioggia obliqua delle violazzurre
volo obliquo dei piccoli uccelli
non la notte li scompiglia
nessun’alba li dissolve.
E in cima a tutto c’è il Sole.
Addosso al sole
sta la cornice di ferro
rigida.
spinti dal fumigare delle rose
dentro un piovere di petali fitto,
di là dalla pioggia son veli di sole.
Ogni coda ha nove penne
ogni penna ha nove colori
gli uccelli dell’Ovest
sono novantamila.
Una penna è caduta su una zattera
un’altra posa sul fumo rosa
una naviga in mezzo alle viole
ma l’ultima penna serpeggia tra i primi veli di sole.
Pioggia obliqua delle violazzurre
volo obliquo dei piccoli uccelli
non la notte li scompiglia
nessun’alba li dissolve.
E in cima a tutto c’è il Sole.
Addosso al sole
sta la cornice di ferro
rigida.
Michelangelo
Ov’è ’I silenzio, che ’l dì fugge e ’°l lume?
Ov’è ’I silenzio, che ’l dì fugge e ’°l lume?
e i lievi sogni, che con non secure
vestigia di seguirti han per costume?
Lasso! chè ’nvan te chiamo, e queste oscure
e gelide ombre invan lusingò. O piume
d’asprezze colme! o notti acerbe e dure!
e i lievi sogni, che con non secure
vestigia di seguirti han per costume?
Lasso! chè ’nvan te chiamo, e queste oscure
e gelide ombre invan lusingò. O piume
d’asprezze colme! o notti acerbe e dure!
Michele Sovente
Acqua mediterranea
Chiedo quiete all’acqua
lacustre e marina, mi seducono
i laghi, mi stordiscono
i mari: rami d’ombra sotto
il tufo, spire infinite di luce
oltre la costa. Non ha sosta
il correre mio sulla sabbia
in cerca di un fossile, di un
volto, proprio sotto le scarpe, ecco,
impronte si sfaldano nomi. Tutto
ciò che non ho, l’albero e il frutto,
contiene l’acqua in sé
che sempre circonda
la torre, la casa. Acqua, mia
acqua antica e contemporanea, sii
tu il punto fermo, la via
che porta al miscuglio di lingue,
acqua mediterranea.
lacustre e marina, mi seducono
i laghi, mi stordiscono
i mari: rami d’ombra sotto
il tufo, spire infinite di luce
oltre la costa. Non ha sosta
il correre mio sulla sabbia
in cerca di un fossile, di un
volto, proprio sotto le scarpe, ecco,
impronte si sfaldano nomi. Tutto
ciò che non ho, l’albero e il frutto,
contiene l’acqua in sé
che sempre circonda
la torre, la casa. Acqua, mia
acqua antica e contemporanea, sii
tu il punto fermo, la via
che porta al miscuglio di lingue,
acqua mediterranea.
Michele Sovente
Luna in circulo
Luna in circulo adfixa
Luna in un cerchio fissa
suam lucem algidam scandit
che la sua luce gelida
trans vacuas temporum rimas
emana per le fessure
silens est oculus luna
del tempo è occhio zitto
campos desertos adspiciens
la luna che guarda i deserti
at latet in cinere
campi e di cenere splende
at patet in itinere
e nel transito traspare
sola luna solissima
sola luna solissima
mater quae gignit animam
madre che crea l’anima
de spherica eius natura
della sua sferica natura
descendit omnis pictura
discende ogni pittura
in qua terra transparet
dove la terra freme
luna in lacu reflexa
luna nel lago riflessa
luna in axe convexa
luna sull’asse convessa
i sassi la luna cinge
saxa luna cingit
gli amori la luna finge
amores luna fingit
dovunque i sogni stringe
ubique somnia stringit
crudele luna nudissima...
cruda luna nudissima...
Luna in un cerchio fissa
suam lucem algidam scandit
che la sua luce gelida
trans vacuas temporum rimas
emana per le fessure
silens est oculus luna
del tempo è occhio zitto
campos desertos adspiciens
la luna che guarda i deserti
at latet in cinere
campi e di cenere splende
at patet in itinere
e nel transito traspare
sola luna solissima
sola luna solissima
mater quae gignit animam
madre che crea l’anima
de spherica eius natura
della sua sferica natura
descendit omnis pictura
discende ogni pittura
in qua terra transparet
dove la terra freme
luna in lacu reflexa
luna nel lago riflessa
luna in axe convexa
luna sull’asse convessa
i sassi la luna cinge
saxa luna cingit
gli amori la luna finge
amores luna fingit
dovunque i sogni stringe
ubique somnia stringit
crudele luna nudissima...
cruda luna nudissima...
Paolo Buzzi
Sera d’uragano
Il cielo è nero fumo che voltola, sfiocca, imperversa
come a un fiato d’incendio. Corron ruote di cenere
per l’infinito campo: gorghi d’ocra e di fuliggine
si riproducono e ripercotono.
Tutto fugge come a un fosco mare.
Le case impallidiscono di spasimi sulle montagne,
mostrano i mille occhi dalle palpebre chiuse.
I lampi sono rosei
come i filari efimeri delle gambe alle ballerine
in passo di finale.
Le folgori son come bisce verdi e violette.
Spesso han vene di sangue a capo, a coda. Sparve
la scena de’ monti lontani.
I monti attigui sono i lontani. S’opaca la distanza.
Eccoli dispariti.
Una dolomia, sola, il chiaro picco mantiene, alto,
in un canto della nerezza, teso.
Piovon tutte le acque,
a gocce, a schegge, a frecce, a micce ebbre di fuoco.
Gli uccelli fuggono gli occhi accesi dei gatti saliti sulle piante:
i gatti fuggono le spire di bragia delle folgori:
le foglie degli alberi tremano per l’Universo.
Io m’abbandono
a tutti i fiumi oscuri di me stesso che straripano.
come a un fiato d’incendio. Corron ruote di cenere
per l’infinito campo: gorghi d’ocra e di fuliggine
si riproducono e ripercotono.
Tutto fugge come a un fosco mare.
Le case impallidiscono di spasimi sulle montagne,
mostrano i mille occhi dalle palpebre chiuse.
I lampi sono rosei
come i filari efimeri delle gambe alle ballerine
in passo di finale.
Le folgori son come bisce verdi e violette.
Spesso han vene di sangue a capo, a coda. Sparve
la scena de’ monti lontani.
I monti attigui sono i lontani. S’opaca la distanza.
Eccoli dispariti.
Una dolomia, sola, il chiaro picco mantiene, alto,
in un canto della nerezza, teso.
Piovon tutte le acque,
a gocce, a schegge, a frecce, a micce ebbre di fuoco.
Gli uccelli fuggono gli occhi accesi dei gatti saliti sulle piante:
i gatti fuggono le spire di bragia delle folgori:
le foglie degli alberi tremano per l’Universo.
Io m’abbandono
a tutti i fiumi oscuri di me stesso che straripano.
Pier Paolo Pasolini
L’appennino
Teatro di dossi, ebbri, calcinati,
muto, è la muta luna che ti vive,
tiepida sulla Lucchesia dai prati
troppo umani, cocente sulle rive
della Versilia, così intera sul vuoto
del mare——attonita su stive,
carene, vele rattrappite, dopo
viaggi di vecchia, popolare pesca
tra l’Elba, l’Argentario ...
La luna, non c’è altra vita che questa.
E vi si sbianca l’Italia da Pisa
sparsa sull’Arno in una morta festa
di luci, a Lucca, pudica nella grigia
luce della cattolica, superstite
sua perfezione ...
Umana la luna da queste pietre
raggelate trae un calore
di alte passioni ...E, dietro
il loro silenzio, il morto ardore
traspirato dalla muta origine:
il marmo, a Lucca o Pisa, il tufo
a Orvieto...
Il
Non vi accende
la luna che grigiore, dove azzurri
gli etruschi dormono, non pende
che a udire voci di fanciulli
dai selciati di Penza o di Tarquinia...
Sui dossi risuonanti, brulli
ricava in mezzo all’Appennino
Orvieto, stretto sul colle sospeso
tra campi arati da orefici, minia-
ture, e il cielo. Orvieto illeso
tra i secoli, pesto di mura e tetti
sui vicoli di terra, con l’esodo
del mulo tra pesti giovinetti
impastati nel tufo.
Chiusa nei nervi, nel lucido passo,
tra sgretolate muraglie e scoscese
case, la bestia sale su dal basso
con ai fianchi le tinozze d’accesa
uva, sotto il busto di Bonifacio
prossimo a farsi polvere, difeso
da barocca altezza nella medioevale
nicchia della muraglia
Ill
I
E assente dal suo gesto Bonifacio,
dal reggere la fionda nella grossa
mano Davide, e llaria, solo llaria ...
Dentro nel claustrale transetto
come dentro un acquario, son di marmo
rassegnato le palpebre, il petto
dove giunge le mani in una calma
lontananza. Lì c’è l’aurora
e la sera italiana, la sua grama
nascita, la sua morte incolore.
Sonno, i secoli vuoti: nessuno
scalpello potrà scalzare la mole x
tenue di queste palpebre.
Jacopo con llaria scolpì l’Italia
perduta nella morte, quando
la sua età fu più pura e necessaria.
IV
Sotto le palpebre chiuse ride
tra i pidocchi il mammoccio di Cassino
comprato ai genitori; per le rive
furenti dell’Aniene, un assassino
e una puttana lo nutrono, nelle
coloniali notti in cui Ciampino
abbagliato sotto sbiadite stelle
vibra ci aeroplani di regnanti,
e per i lungoteveri che sentinelle
del sesso battono in spossanti
attese intorno a terree latrine,
da San Paolo, a San Giovanni, ai canti
più caldi di Roma, si sentono supine
suonare le ore del mille
novecento cinquantuno, e s’incrina
la quiete, tra i tuguri e le basiliche.
Nelle chiuse palpebre d’Ilaria trema
l’infetta membrana delle notti
italiane ... molle di brezza, serena
di luci... grida di giovanotti
caldi, ironici e sanguinari ... odori
di stracci caldi, ora bagnati... motti
di vecchie voci meridionali... cori
emiliani leggeri tra borghi e maceri...
Dalla provincia viziosa ai cuori
bianchi dei globi dei bar salaci
delle periferie cittadine,
la carne e la miseria hanno placidi
ariosi suoni. Ma nelle veline
e massicce palpebre d’Ilaria, nulla
che non sia sonno. Forme mattutine
che, precoce, la morte alla fanciulla
legò al marmo. All’Italia non resta
che la sua morte marmorea, la brulla
sua gioventù interrotta...
Sotto le sue palpebre, nel suo
sonno, incarnata, la terra alla luna
ha un vergine orgasmo nell’argenteo buio
che sulla frana dell’Appennino sfuma
scosceso verso coste dove imperla
il Tirreno o l’Adriatico la spuma.
Dentro il rotondo recinto di pelli
e di metallo, isolato tra le fratte
in cerchio in una radura d’erba
verdissima sui dossi del Soratte,
dorme un umido, annerito gregge,
e il pastore con le membra contratte
nel calcare.
V
Sotto le sue palpebre chiuse Luni
all’addiaccio, e le trepide
città dove l’Appennino profuma
più umano nelle cesellate siepi,
tra i caldi arativi della Toscana,
o dove più selvaggio le vecchie pievi
assorbe nell’etrurio—s’allontanano
sull’ala dei vergini, chiari
suoni serali. Ed essa si dipana,
la catena, nei solchi secolari
delle vene del Serchio, dell’Ombrone
e, dietro rudi imbuti e terrei fari
d’albore, il Tevere, nel polverone
appenninico, pagano ancora...
Roma, dietro radure di peoni,
ruderi alessandrini e barocchi indora
alla luna, e disfatte borgate
irreligiose, dove tutto si ignora
che non sia sesso, grotte abitate
da feci e fanciulli; i lungofiumi
dal Pincio, all’Aventino, alle scarpate
dello spoglio San Paolo dove i lumi
ingialliscono la calda atmosfera,
risuonano dei passi che le umide
pietre macchiano, e la romana sera
echeggiandone, come una membrana
grattata da un vizioso dito, svela
più acuto l’odore dell’orina.
VI
Un esercito accampato nell’attesa
di farsi cristiano nella cristiana
città, occupa una marcita distesa
d’erba sozza nell’accesa campagna:
scendere anch’egli dentro la borghese
luce spera aspettando una umana
abitazione, esso, sardo o pugliese,
dentro un porcile il fangoso desco
in villaggi ciechi tra lucide chiese
novecentesche e grattacieli.
Sotto le sue palpebre chiuse questo
assedio di milioni d’anime
dai crani ingenui, dall’occhio lesto
all’intesa, tra le infette marane
della borgata.
VII
Si perde verso il bianco Meridione,
azzurro, rosso, l’Appennino, assorto
sotto le chiuse palpebre, all’alone
del mare di Gaeta e di Sperlonga...
Dietro il Massico stende Sparanise
candelabri di ulivi, tra festoni
di piante rampicanti sulle elisie
radure, dove lucono i lampioni
a San Nicola... Si spalanca il golfo
affricano di Napoli, nazione
nel ventre della nazione ...
E non più Jacopo (più recente è il sonno
di Ilaria) sotto le palpebre fonde
in civile forma il popolare mondo
italiano, e contro gli sfondi
del suo paesaggio, non più scarnisce
in luce di intelletto —che non nasconde
la buia materia —una mano che unisce
a Dio il povero rione. Quaggiù
tutto‘è preumano, e umanamente gioisce,
contro il riso del volgare fu
ed è inutile ogni parola
di redenzione: splende nella più
ardente indifferenza dei colori
seicenteschi, quasi che al sole
o all’ombra non bastasse che la sola
sfrontata presenza, di stracci, d’ori,
con negli occhi l’incallito riso
dei bassi digiuni d’amore.
Ragazzi romanzi sotto le palpebre
chiuse cantano nel cuore della specie
dei poveri rimasta sempre barbara
a tempi originari, esclusa alle vicende
segrete della luce cristiana,
al succedersi necessario dei secoli:
e fanno dell’Italia un loro possesso,
ironici, in un dialettale riso
che non città o provincia ma ossesso
poggio, rione, tiene in sè inciso,
se ognuno chiuso nel calore del sesso,
sua sola misura, vive tra una gente
abbandonata al cinismo più vero
e alla più vera passione; al violento
negarsi e al violento darsi; nel mistero
chiara, perchè pura e corrotta...
Se ognuno sa, esperto, l’ingenuo linguaggio
dell’incredulità, della insolenza,
dell’ironia, nel dialetto più saggio
e vizioso, chiude nell’incoscienza
le palpebre, si perde in un popolo
il cui clamore non è che silenzio.
muto, è la muta luna che ti vive,
tiepida sulla Lucchesia dai prati
troppo umani, cocente sulle rive
della Versilia, così intera sul vuoto
del mare——attonita su stive,
carene, vele rattrappite, dopo
viaggi di vecchia, popolare pesca
tra l’Elba, l’Argentario ...
La luna, non c’è altra vita che questa.
E vi si sbianca l’Italia da Pisa
sparsa sull’Arno in una morta festa
di luci, a Lucca, pudica nella grigia
luce della cattolica, superstite
sua perfezione ...
Umana la luna da queste pietre
raggelate trae un calore
di alte passioni ...E, dietro
il loro silenzio, il morto ardore
traspirato dalla muta origine:
il marmo, a Lucca o Pisa, il tufo
a Orvieto...
Il
Non vi accende
la luna che grigiore, dove azzurri
gli etruschi dormono, non pende
che a udire voci di fanciulli
dai selciati di Penza o di Tarquinia...
Sui dossi risuonanti, brulli
ricava in mezzo all’Appennino
Orvieto, stretto sul colle sospeso
tra campi arati da orefici, minia-
ture, e il cielo. Orvieto illeso
tra i secoli, pesto di mura e tetti
sui vicoli di terra, con l’esodo
del mulo tra pesti giovinetti
impastati nel tufo.
Chiusa nei nervi, nel lucido passo,
tra sgretolate muraglie e scoscese
case, la bestia sale su dal basso
con ai fianchi le tinozze d’accesa
uva, sotto il busto di Bonifacio
prossimo a farsi polvere, difeso
da barocca altezza nella medioevale
nicchia della muraglia
Ill
I
E assente dal suo gesto Bonifacio,
dal reggere la fionda nella grossa
mano Davide, e llaria, solo llaria ...
Dentro nel claustrale transetto
come dentro un acquario, son di marmo
rassegnato le palpebre, il petto
dove giunge le mani in una calma
lontananza. Lì c’è l’aurora
e la sera italiana, la sua grama
nascita, la sua morte incolore.
Sonno, i secoli vuoti: nessuno
scalpello potrà scalzare la mole x
tenue di queste palpebre.
Jacopo con llaria scolpì l’Italia
perduta nella morte, quando
la sua età fu più pura e necessaria.
IV
Sotto le palpebre chiuse ride
tra i pidocchi il mammoccio di Cassino
comprato ai genitori; per le rive
furenti dell’Aniene, un assassino
e una puttana lo nutrono, nelle
coloniali notti in cui Ciampino
abbagliato sotto sbiadite stelle
vibra ci aeroplani di regnanti,
e per i lungoteveri che sentinelle
del sesso battono in spossanti
attese intorno a terree latrine,
da San Paolo, a San Giovanni, ai canti
più caldi di Roma, si sentono supine
suonare le ore del mille
novecento cinquantuno, e s’incrina
la quiete, tra i tuguri e le basiliche.
Nelle chiuse palpebre d’Ilaria trema
l’infetta membrana delle notti
italiane ... molle di brezza, serena
di luci... grida di giovanotti
caldi, ironici e sanguinari ... odori
di stracci caldi, ora bagnati... motti
di vecchie voci meridionali... cori
emiliani leggeri tra borghi e maceri...
Dalla provincia viziosa ai cuori
bianchi dei globi dei bar salaci
delle periferie cittadine,
la carne e la miseria hanno placidi
ariosi suoni. Ma nelle veline
e massicce palpebre d’Ilaria, nulla
che non sia sonno. Forme mattutine
che, precoce, la morte alla fanciulla
legò al marmo. All’Italia non resta
che la sua morte marmorea, la brulla
sua gioventù interrotta...
Sotto le sue palpebre, nel suo
sonno, incarnata, la terra alla luna
ha un vergine orgasmo nell’argenteo buio
che sulla frana dell’Appennino sfuma
scosceso verso coste dove imperla
il Tirreno o l’Adriatico la spuma.
Dentro il rotondo recinto di pelli
e di metallo, isolato tra le fratte
in cerchio in una radura d’erba
verdissima sui dossi del Soratte,
dorme un umido, annerito gregge,
e il pastore con le membra contratte
nel calcare.
V
Sotto le sue palpebre chiuse Luni
all’addiaccio, e le trepide
città dove l’Appennino profuma
più umano nelle cesellate siepi,
tra i caldi arativi della Toscana,
o dove più selvaggio le vecchie pievi
assorbe nell’etrurio—s’allontanano
sull’ala dei vergini, chiari
suoni serali. Ed essa si dipana,
la catena, nei solchi secolari
delle vene del Serchio, dell’Ombrone
e, dietro rudi imbuti e terrei fari
d’albore, il Tevere, nel polverone
appenninico, pagano ancora...
Roma, dietro radure di peoni,
ruderi alessandrini e barocchi indora
alla luna, e disfatte borgate
irreligiose, dove tutto si ignora
che non sia sesso, grotte abitate
da feci e fanciulli; i lungofiumi
dal Pincio, all’Aventino, alle scarpate
dello spoglio San Paolo dove i lumi
ingialliscono la calda atmosfera,
risuonano dei passi che le umide
pietre macchiano, e la romana sera
echeggiandone, come una membrana
grattata da un vizioso dito, svela
più acuto l’odore dell’orina.
VI
Un esercito accampato nell’attesa
di farsi cristiano nella cristiana
città, occupa una marcita distesa
d’erba sozza nell’accesa campagna:
scendere anch’egli dentro la borghese
luce spera aspettando una umana
abitazione, esso, sardo o pugliese,
dentro un porcile il fangoso desco
in villaggi ciechi tra lucide chiese
novecentesche e grattacieli.
Sotto le sue palpebre chiuse questo
assedio di milioni d’anime
dai crani ingenui, dall’occhio lesto
all’intesa, tra le infette marane
della borgata.
VII
Si perde verso il bianco Meridione,
azzurro, rosso, l’Appennino, assorto
sotto le chiuse palpebre, all’alone
del mare di Gaeta e di Sperlonga...
Dietro il Massico stende Sparanise
candelabri di ulivi, tra festoni
di piante rampicanti sulle elisie
radure, dove lucono i lampioni
a San Nicola... Si spalanca il golfo
affricano di Napoli, nazione
nel ventre della nazione ...
E non più Jacopo (più recente è il sonno
di Ilaria) sotto le palpebre fonde
in civile forma il popolare mondo
italiano, e contro gli sfondi
del suo paesaggio, non più scarnisce
in luce di intelletto —che non nasconde
la buia materia —una mano che unisce
a Dio il povero rione. Quaggiù
tutto‘è preumano, e umanamente gioisce,
contro il riso del volgare fu
ed è inutile ogni parola
di redenzione: splende nella più
ardente indifferenza dei colori
seicenteschi, quasi che al sole
o all’ombra non bastasse che la sola
sfrontata presenza, di stracci, d’ori,
con negli occhi l’incallito riso
dei bassi digiuni d’amore.
Ragazzi romanzi sotto le palpebre
chiuse cantano nel cuore della specie
dei poveri rimasta sempre barbara
a tempi originari, esclusa alle vicende
segrete della luce cristiana,
al succedersi necessario dei secoli:
e fanno dell’Italia un loro possesso,
ironici, in un dialettale riso
che non città o provincia ma ossesso
poggio, rione, tiene in sè inciso,
se ognuno chiuso nel calore del sesso,
sua sola misura, vive tra una gente
abbandonata al cinismo più vero
e alla più vera passione; al violento
negarsi e al violento darsi; nel mistero
chiara, perchè pura e corrotta...
Se ognuno sa, esperto, l’ingenuo linguaggio
dell’incredulità, della insolenza,
dell’ironia, nel dialetto più saggio
e vizioso, chiude nell’incoscienza
le palpebre, si perde in un popolo
il cui clamore non è che silenzio.
Rinaldo d'Aquino
Ormai quando flore
Ormai quando flore
e mostrano verdura
le prate e la rivera,
li auselli fan sbaldore
dentro da la frondura
cantando in lor manera;
infra la primavera, — che ven presente
frescamente — così frondita,
ciascuno invita — d’aver gioia intera.
“Confortami d’amare
l’aulimento dei fiori
e ’l canto de li auselli;
quando lo giorno appare,
sento li dolci amori
e li versi novelli,
ché fan sì dolci e belli — e divisati
lor trovati — a provasione;
a gran tenzone — stan per li arbuscelli.
Quando l’aloda intendo
e rusignol vernare,
d’amor lo cor m’afina,
e magiormente intendo
‘ch’è legno d’altr’affare,
ché d’arder no rifina.
Vedendo quell’ombrina — del fresco bosco,
ben cognosco — ca cortamente
serà gaudente — l’amor che mi china.
Mi china, ch’eo so amata,
e già mai non amai;
ma ’l tempo mi ’namura
e fami star pensata
d’aver mercé ormai
d’un fante che m’adura;
e saccio che tortura — per me sostene
e gran pene. — L’un cor mi dice
che si disdice, — e l’altro mi sicura.
Però prego l’Amore,
che m’intende e mi svoglia
come la foglia vento,
che no mi faccia fore
quel che presio mi toglia
e stia di me contento.
Quelli c’à intendimento — d’avere intera
gioia e cera — del mio amore,
senza romore — no nde à compimento.
e mostrano verdura
le prate e la rivera,
li auselli fan sbaldore
dentro da la frondura
cantando in lor manera;
infra la primavera, — che ven presente
frescamente — così frondita,
ciascuno invita — d’aver gioia intera.
“Confortami d’amare
l’aulimento dei fiori
e ’l canto de li auselli;
quando lo giorno appare,
sento li dolci amori
e li versi novelli,
ché fan sì dolci e belli — e divisati
lor trovati — a provasione;
a gran tenzone — stan per li arbuscelli.
Quando l’aloda intendo
e rusignol vernare,
d’amor lo cor m’afina,
e magiormente intendo
‘ch’è legno d’altr’affare,
ché d’arder no rifina.
Vedendo quell’ombrina — del fresco bosco,
ben cognosco — ca cortamente
serà gaudente — l’amor che mi china.
Mi china, ch’eo so amata,
e già mai non amai;
ma ’l tempo mi ’namura
e fami star pensata
d’aver mercé ormai
d’un fante che m’adura;
e saccio che tortura — per me sostene
e gran pene. — L’un cor mi dice
che si disdice, — e l’altro mi sicura.
Però prego l’Amore,
che m’intende e mi svoglia
come la foglia vento,
che no mi faccia fore
quel che presio mi toglia
e stia di me contento.
Quelli c’à intendimento — d’avere intera
gioia e cera — del mio amore,
senza romore — no nde à compimento.
Roberto Roversi
Vedere è meglio che ascoltare (121)
Vedere è meglio che ascoltare (anche Eraclito
lo dice in altro modo o forma). Vedere
il mare (non osservare il mare) è un atto completo
più che sentire il rumore del mare la voce del mare. Del
mare. L’eco del mare. Allora conviene
concordare con Fraclito, in questo caso, non
s
con Omero che dice il mare insonne.
Le navi di Ulisse corrono verso la tempesta che l’occhio
non vede l’orecchio ascolta in lampi
ogni nave arriva al naufragio al porto vicino il
porto è sempre agognato.
E la voglia di vivere che salverà il mondo
cantano
lo dice in altro modo o forma). Vedere
il mare (non osservare il mare) è un atto completo
più che sentire il rumore del mare la voce del mare. Del
mare. L’eco del mare. Allora conviene
concordare con Fraclito, in questo caso, non
s
con Omero che dice il mare insonne.
Le navi di Ulisse corrono verso la tempesta che l’occhio
non vede l’orecchio ascolta in lampi
ogni nave arriva al naufragio al porto vicino il
porto è sempre agognato.
E la voglia di vivere che salverà il mondo
cantano
Salvatore Quasimodo
Ariete
Nel pigro moto dei cieli
la stagione si mostra: al vento nuova,
al mandorlo che schiara
piani d’ombra aerei
° nuvoli d’ombre e biade:
e ricompone le sepolte voci
dei greti, dei fossati,
dei giorni di grazia favolosi.
Ogni erba dirama,
1° e un’ansia prende le remote acque
di gelidi lauri nudi iddii pagani;
ed ecco salgono dal fondo fra le ghiaie
e capovolte dormono celesti.
la stagione si mostra: al vento nuova,
al mandorlo che schiara
piani d’ombra aerei
° nuvoli d’ombre e biade:
e ricompone le sepolte voci
dei greti, dei fossati,
dei giorni di grazia favolosi.
Ogni erba dirama,
1° e un’ansia prende le remote acque
di gelidi lauri nudi iddii pagani;
ed ecco salgono dal fondo fra le ghiaie
e capovolte dormono celesti.
Salvatore Quasimodo
Isola di Ulisse
Ferma è l’antica voce.
Odo risonanze effimere,
oblio di piena notte
nell’acqua stellata.
Dal fuoco celeste
nasce l’isola? di Ulisse.
Fiumi lenti portano alberi e cieli
nel rombo di rive lunari.
Le api, amata, ci recano l’oro:
tempo delle mutazioni, segreto.
Odo risonanze effimere,
oblio di piena notte
nell’acqua stellata.
Dal fuoco celeste
nasce l’isola? di Ulisse.
Fiumi lenti portano alberi e cieli
nel rombo di rive lunari.
Le api, amata, ci recano l’oro:
tempo delle mutazioni, segreto.
Salvatore Quasimodo
L’Ànapo
Alle sponde odo l’acqua colomba,
Ànapo mio; nella memoria geme
al suo cordoglio
uno stormire altissimo.
Sale soavemente a riva,
dopo il gioco coi numi,
un corpo adolescente:
mutevole ha il volto,
su una tibia al moto della luce
rigonfia un grumo vegetale.
Chino ai profondi lieviti
ripatisce ogni fase,
ha in sé la morte in nuziale germe.
– Che hai tu fatto delle maree del sangue,
Signore? – Ciclo di ritorni
vano sulla sua carne,
la notte e il flutto delle stelle.
Ride umano sterile sostanza.
In fresco oblio disceso
nel buio d’erbe giace:
l’amata è un’ombra e origlia
nella sua costola.
Mansueti animali,
le pupille d’aria,
bevono in sogno.
Ànapo mio; nella memoria geme
al suo cordoglio
uno stormire altissimo.
Sale soavemente a riva,
dopo il gioco coi numi,
un corpo adolescente:
mutevole ha il volto,
su una tibia al moto della luce
rigonfia un grumo vegetale.
Chino ai profondi lieviti
ripatisce ogni fase,
ha in sé la morte in nuziale germe.
– Che hai tu fatto delle maree del sangue,
Signore? – Ciclo di ritorni
vano sulla sua carne,
la notte e il flutto delle stelle.
Ride umano sterile sostanza.
In fresco oblio disceso
nel buio d’erbe giace:
l’amata è un’ombra e origlia
nella sua costola.
Mansueti animali,
le pupille d’aria,
bevono in sogno.
Salvatore Quasimodo
Libero de libero cicala
Stagione intensa di pianura,
estate,
la cicala non vuole foresta,
sulla pietra è lamento di lunga
arsura. M’arrendo alla terra
che nella luce s’adombra nemica
e già l’occhio perde il suo cielo:
è più docile il sonno che l’acqua
nella vena dei prati.
Non mi dite che il mare
è Ià dove mi penso un lento
deserto e si scava alla sete
una grotta e barche a riva
muove un ricordo di vento.
Fatue reti impigliano il sole
all’asciutto e il passero fuggito
alla mano del fanciullo
che a questo mattino somiglia.
estate,
la cicala non vuole foresta,
sulla pietra è lamento di lunga
arsura. M’arrendo alla terra
che nella luce s’adombra nemica
e già l’occhio perde il suo cielo:
è più docile il sonno che l’acqua
nella vena dei prati.
Non mi dite che il mare
è Ià dove mi penso un lento
deserto e si scava alla sete
una grotta e barche a riva
muove un ricordo di vento.
Fatue reti impigliano il sole
all’asciutto e il passero fuggito
alla mano del fanciullo
che a questo mattino somiglia.
Sandro Penna
Muovonsi opachi coi lucenti secchi
Muovonsi opachi coi lucenti secchi
gli uomini calmi in mezzo agli orti. Il rosso
dei pomodori sta segreto e acceso
nel verde come un cuore. Ma lontano
il mare con le sue luci d’argento,
che sono le campane del mattino,
chiama alla pesca gli uomini che il vino
del ritorno sognavano fra il lento
ondeggiar delle barche, ridestate
quali uccelli sul ramo. L’altalena
ferma nel buio della villa aspetta
il giorno. E il giorno accorderà le varie
e rumorose colazioni. Io resto
fra tanta luce e battere di panni.
Tre rape mezza mela ed una triste
macchina di cucina vecchia d’anni
sonnecchiano su un tavolo non viste.
gli uomini calmi in mezzo agli orti. Il rosso
dei pomodori sta segreto e acceso
nel verde come un cuore. Ma lontano
il mare con le sue luci d’argento,
che sono le campane del mattino,
chiama alla pesca gli uomini che il vino
del ritorno sognavano fra il lento
ondeggiar delle barche, ridestate
quali uccelli sul ramo. L’altalena
ferma nel buio della villa aspetta
il giorno. E il giorno accorderà le varie
e rumorose colazioni. Io resto
fra tanta luce e battere di panni.
Tre rape mezza mela ed una triste
macchina di cucina vecchia d’anni
sonnecchiano su un tavolo non viste.
Sandro Penna
Sul molo il vento soffia forte...
Sul molo il vento soffia forte. Gli occhi
hanno un calmo spettacolo di luce.
Va una vela piegata, e nel silenzio
la guida un uomo quasi orizzontale.
Silenzioso vola dalla testa
di un ragazzo un berretto, e tocca il mare
come un pallone il cielo. Fiamma resta
entro il freddo spettacolo di luce
la sua testa arruffata.
hanno un calmo spettacolo di luce.
Va una vela piegata, e nel silenzio
la guida un uomo quasi orizzontale.
Silenzioso vola dalla testa
di un ragazzo un berretto, e tocca il mare
come un pallone il cielo. Fiamma resta
entro il freddo spettacolo di luce
la sua testa arruffata.
Sergio Solmi
Giardino
L’iridato
getto che il vento obliqua e sfrangia, vela
per un istante il paesaggio,
lo appanna come una memoria.
Poi di colpo s’imprimono
nella stillante aria il fico, il nespolo
del Giappone, arde il chiaro
deliquio delle rose. A sommo
del muro gli archi del loggiato, le
persiane verdi e nere
s’inseguono, più su la fuga ilare
dei meli scende a picco, scendono
monti e ombre di monti.
Bellezza un poco cruda, non mia forse,
e troppo mia,
come una spada lampeggiante un giorno
mi feristi nel sonno adolescente,
dentro t’ebbi a non farmi più dormire.
getto che il vento obliqua e sfrangia, vela
per un istante il paesaggio,
lo appanna come una memoria.
Poi di colpo s’imprimono
nella stillante aria il fico, il nespolo
del Giappone, arde il chiaro
deliquio delle rose. A sommo
del muro gli archi del loggiato, le
persiane verdi e nere
s’inseguono, più su la fuga ilare
dei meli scende a picco, scendono
monti e ombre di monti.
Bellezza un poco cruda, non mia forse,
e troppo mia,
come una spada lampeggiante un giorno
mi feristi nel sonno adolescente,
dentro t’ebbi a non farmi più dormire.
Sergio Solmi
Levania
...Forse
a Levania approdai nella sepolta
esistenza anteriore, ed era il cono
dell’eclissi che l’algida schiudeva
nera via degli spiriti. Gli unguenti
di Fiolxhilda, la spugna infusa d’acqua
sotto le nari, l’affannoso, morbido
rotolare nel sogno, il cauto scendere
nelle segrete caverne l’orrendo
vindice raggio a sfuggire, ritrovo
oscuramente.
E fu per questo, forse,
che mai la fida lucerna, o l’esangue
sposa d’Endimione in essa vidi,
né la solinga cacciatrice, quando
la miravo fanciullo tra le case
sgorgare in bianca vampa, alta fra i segni
ascendere del cielo. Ma la rupe
nell’inaccesso etere scagliata,
l’isola estrema, sentinella insonne
protesa ai flutti interminati. E l’ansia
mi sommuoveva il cuore di raggiungerla
– ippogrifo, proiettile, astronave –
d’attingere al silenzio del suo lume.
...Era il confine, il mondo
di lava e roccia, il minerale cieco,
il punto fermo apposto alla insensata
fantasia delle forme. Era lo zero
che ogni calcolo spiega, era il concreto,
bianco, forato, calcinato fondo
dell’essere.
E sovente dai supremi
bastioni di Levania il verdeggiante
pianeta ho contemplato, l’ombra vaga
di oceani e di foreste, della vita
impetuosa e fuggevole le polle
iridescenti – risalendo l’orlo
dei suoi convulsi crateri, vagando
lungo la sponda dei suoi mari morti.
a Levania approdai nella sepolta
esistenza anteriore, ed era il cono
dell’eclissi che l’algida schiudeva
nera via degli spiriti. Gli unguenti
di Fiolxhilda, la spugna infusa d’acqua
sotto le nari, l’affannoso, morbido
rotolare nel sogno, il cauto scendere
nelle segrete caverne l’orrendo
vindice raggio a sfuggire, ritrovo
oscuramente.
E fu per questo, forse,
che mai la fida lucerna, o l’esangue
sposa d’Endimione in essa vidi,
né la solinga cacciatrice, quando
la miravo fanciullo tra le case
sgorgare in bianca vampa, alta fra i segni
ascendere del cielo. Ma la rupe
nell’inaccesso etere scagliata,
l’isola estrema, sentinella insonne
protesa ai flutti interminati. E l’ansia
mi sommuoveva il cuore di raggiungerla
– ippogrifo, proiettile, astronave –
d’attingere al silenzio del suo lume.
...Era il confine, il mondo
di lava e roccia, il minerale cieco,
il punto fermo apposto alla insensata
fantasia delle forme. Era lo zero
che ogni calcolo spiega, era il concreto,
bianco, forato, calcinato fondo
dell’essere.
E sovente dai supremi
bastioni di Levania il verdeggiante
pianeta ho contemplato, l’ombra vaga
di oceani e di foreste, della vita
impetuosa e fuggevole le polle
iridescenti – risalendo l’orlo
dei suoi convulsi crateri, vagando
lungo la sponda dei suoi mari morti.
Teofilo Folengo
Ad Zaninam
Tempus erat quando flores Primavera galantos
spantegat et freddare scolat Apollo brinam.
Sancta facit saltare foras Agnesa lusertas
serpaque scorzato corpore laeta godit.
Capra petit caprum chiamatque cavalla cavallum
quaeque sibi charum cercat osella virum.
Invernata novas armenta biolcus ad herbas
menat, et ad torum calda vedella fugit.
Boschicolae frifolat Philomelae gorga per umbras,
datque suos primo rondina mane sonos.
Te tunc ante meos oculos desgratia duxit,
o Zannina, gulae corda gaiarda meae.
Vix et apena tuum vidi gregnare bochinum,
illico balestram discaricavit Amor.
Discaricavit Amor talem, mihi crede, sagitam
ut prò te veluti pegola nigra bruser.
spantegat et freddare scolat Apollo brinam.
Sancta facit saltare foras Agnesa lusertas
serpaque scorzato corpore laeta godit.
Capra petit caprum chiamatque cavalla cavallum
quaeque sibi charum cercat osella virum.
Invernata novas armenta biolcus ad herbas
menat, et ad torum calda vedella fugit.
Boschicolae frifolat Philomelae gorga per umbras,
datque suos primo rondina mane sonos.
Te tunc ante meos oculos desgratia duxit,
o Zannina, gulae corda gaiarda meae.
Vix et apena tuum vidi gregnare bochinum,
illico balestram discaricavit Amor.
Discaricavit Amor talem, mihi crede, sagitam
ut prò te veluti pegola nigra bruser.
Tonino Guerra
L’aqua
L’aqua te bicir
l’aqua te foss
l’aqua te fiom
e pu una volta a i ò tuchè sal spali
l’aqua de mèr.
l’aqua te foss
l’aqua te fiom
e pu una volta a i ò tuchè sal spali
l’aqua de mèr.
Tonino Guerra
La s-ciuptèda
Ènca stanòta e’ tòuna
énca stanòta e’ casca i fólmin.
Tuléma zo la s-ciòpa dal sufèti
e féma una cartócia ad calzinaz;
la bòra, se bumbès ch’l’à Giulio t’agli urèci
e in chèva un cartunzéin.
L’è òura ch’a tiréma còuntra e’ zil,
l’è òura da fè bum da un finistréin.
énca stanòta e’ casca i fólmin.
Tuléma zo la s-ciòpa dal sufèti
e féma una cartócia ad calzinaz;
la bòra, se bumbès ch’l’à Giulio t’agli urèci
e in chèva un cartunzéin.
L’è òura ch’a tiréma còuntra e’ zil,
l’è òura da fè bum da un finistréin.
Torquato Tasso
Gerusalemme liberata, canto III
Già l’aura messaggiera erasi desta
A nunziar che se ne vien l’aurora:
Ella intanto s’adorna, e l’aurea testa
Di rose, colte in Paradiso, infiora;
Quando il campo, ch’ all’arme omai s’appresta,
In voce mormorava alta e sonora,
E prevenia le trombe: e queste poi
Dier più lieti e canori i segni suoi.
II.
Il saggio Capitan con dolce morso
I desiderj lor guida e seconda:
Chè più facil saria svolger il corso
Presso Cariddi alla volubil’onda,
O tardar Borea, allor che scuote il dorso
Dell’Apennino, e i legni in mare affonda.
A nunziar che se ne vien l’aurora:
Ella intanto s’adorna, e l’aurea testa
Di rose, colte in Paradiso, infiora;
Quando il campo, ch’ all’arme omai s’appresta,
In voce mormorava alta e sonora,
E prevenia le trombe: e queste poi
Dier più lieti e canori i segni suoi.
II.
Il saggio Capitan con dolce morso
I desiderj lor guida e seconda:
Chè più facil saria svolger il corso
Presso Cariddi alla volubil’onda,
O tardar Borea, allor che scuote il dorso
Dell’Apennino, e i legni in mare affonda.
Torquato Tasso
Un coro de l’aminta
O bella età de l’oro,
Non già perche di latte
Sen’corse il fiume, e stillò mele il bosco,
Non perche i frutti loro
Dier da l’aratro intatte
Le terre, e gli angui errar senz’ira, ò tosco,
Non perche nuvol fosco
Non spiegò allhor suo velo,
Ma, in Primavera eterna,
Ch’hora s’accende, e verna,
Rise di luce, e di sereno il Cielo,
Nè portò peregrino
O guerra, ò merce, à gli altrui lidi il pino.
Ma sol, perche quel vano
Nome senza soggetto,
Quell’Idolo d’errori, idol d’inganno,
Quel, che dal volgo insano
Honor poscia fu detto,
Che di nostra natura ’l feo tiranno,
Non mischiava il suo affanno
Frà le liete dolcezze
De l’amoroso gregge,
Nè fù sua dura legge
Nota à quell’alme in libertate avvezze,
Ma legge aurea, e felice,
Che natura scolpì, S’ei piace, ei lice.
Non già perche di latte
Sen’corse il fiume, e stillò mele il bosco,
Non perche i frutti loro
Dier da l’aratro intatte
Le terre, e gli angui errar senz’ira, ò tosco,
Non perche nuvol fosco
Non spiegò allhor suo velo,
Ma, in Primavera eterna,
Ch’hora s’accende, e verna,
Rise di luce, e di sereno il Cielo,
Nè portò peregrino
O guerra, ò merce, à gli altrui lidi il pino.
Ma sol, perche quel vano
Nome senza soggetto,
Quell’Idolo d’errori, idol d’inganno,
Quel, che dal volgo insano
Honor poscia fu detto,
Che di nostra natura ’l feo tiranno,
Non mischiava il suo affanno
Frà le liete dolcezze
De l’amoroso gregge,
Nè fù sua dura legge
Nota à quell’alme in libertate avvezze,
Ma legge aurea, e felice,
Che natura scolpì, S’ei piace, ei lice.