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Natura ed elementi

Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

L’appennino

Teatro di dossi, ebbri, calcinati,
muto, è la muta luna che ti vive,
tiepida sulla Lucchesia dai prati

troppo umani, cocente sulle rive
della Versilia, così intera sul vuoto
del mare——attonita su stive,

carene, vele rattrappite, dopo
viaggi di vecchia, popolare pesca
tra l’Elba, l’Argentario ...

La luna, non c’è altra vita che questa.
E vi si sbianca l’Italia da Pisa
sparsa sull’Arno in una morta festa

di luci, a Lucca, pudica nella grigia
luce della cattolica, superstite
sua perfezione ...

Umana la luna da queste pietre
raggelate trae un calore
di alte passioni ...E, dietro

il loro silenzio, il morto ardore
traspirato dalla muta origine:
il marmo, a Lucca o Pisa, il tufo

a Orvieto...

Il
Non vi accende
la luna che grigiore, dove azzurri
gli etruschi dormono, non pende

che a udire voci di fanciulli
dai selciati di Penza o di Tarquinia...
Sui dossi risuonanti, brulli

ricava in mezzo all’Appennino
Orvieto, stretto sul colle sospeso
tra campi arati da orefici, minia-

ture, e il cielo. Orvieto illeso
tra i secoli, pesto di mura e tetti
sui vicoli di terra, con l’esodo

del mulo tra pesti giovinetti
impastati nel tufo.

Chiusa nei nervi, nel lucido passo,
tra sgretolate muraglie e scoscese
case, la bestia sale su dal basso

con ai fianchi le tinozze d’accesa
uva, sotto il busto di Bonifacio
prossimo a farsi polvere, difeso

da barocca altezza nella medioevale
nicchia della muraglia

Ill
I
E assente dal suo gesto Bonifacio,
dal reggere la fionda nella grossa
mano Davide, e llaria, solo llaria ...

Dentro nel claustrale transetto
come dentro un acquario, son di marmo
rassegnato le palpebre, il petto

dove giunge le mani in una calma
lontananza. Lì c’è l’aurora
e la sera italiana, la sua grama

nascita, la sua morte incolore.
Sonno, i secoli vuoti: nessuno
scalpello potrà scalzare la mole x
tenue di queste palpebre.

Jacopo con llaria scolpì l’Italia
perduta nella morte, quando
la sua età fu più pura e necessaria.

IV
Sotto le palpebre chiuse ride
tra i pidocchi il mammoccio di Cassino
comprato ai genitori; per le rive

furenti dell’Aniene, un assassino
e una puttana lo nutrono, nelle
coloniali notti in cui Ciampino

abbagliato sotto sbiadite stelle
vibra ci aeroplani di regnanti,
e per i lungoteveri che sentinelle

del sesso battono in spossanti
attese intorno a terree latrine,
da San Paolo, a San Giovanni, ai canti

più caldi di Roma, si sentono supine
suonare le ore del mille
novecento cinquantuno, e s’incrina

la quiete, tra i tuguri e le basiliche.

Nelle chiuse palpebre d’Ilaria trema
l’infetta membrana delle notti
italiane ... molle di brezza, serena

di luci... grida di giovanotti
caldi, ironici e sanguinari ... odori
di stracci caldi, ora bagnati... motti

di vecchie voci meridionali... cori
emiliani leggeri tra borghi e maceri...
Dalla provincia viziosa ai cuori

bianchi dei globi dei bar salaci
delle periferie cittadine,
la carne e la miseria hanno placidi

ariosi suoni. Ma nelle veline
e massicce palpebre d’Ilaria, nulla
che non sia sonno. Forme mattutine

che, precoce, la morte alla fanciulla
legò al marmo. All’Italia non resta
che la sua morte marmorea, la brulla

sua gioventù interrotta...

Sotto le sue palpebre, nel suo
sonno, incarnata, la terra alla luna
ha un vergine orgasmo nell’argenteo buio

che sulla frana dell’Appennino sfuma
scosceso verso coste dove imperla
il Tirreno o l’Adriatico la spuma.

Dentro il rotondo recinto di pelli
e di metallo, isolato tra le fratte
in cerchio in una radura d’erba

verdissima sui dossi del Soratte,
dorme un umido, annerito gregge,
e il pastore con le membra contratte

nel calcare.

V
Sotto le sue palpebre chiuse Luni
all’addiaccio, e le trepide
città dove l’Appennino profuma

più umano nelle cesellate siepi,
tra i caldi arativi della Toscana,
o dove più selvaggio le vecchie pievi

assorbe nell’etrurio—s’allontanano
sull’ala dei vergini, chiari
suoni serali. Ed essa si dipana,

la catena, nei solchi secolari
delle vene del Serchio, dell’Ombrone
e, dietro rudi imbuti e terrei fari

d’albore, il Tevere, nel polverone
appenninico, pagano ancora...
Roma, dietro radure di peoni,

ruderi alessandrini e barocchi indora
alla luna, e disfatte borgate
irreligiose, dove tutto si ignora

che non sia sesso, grotte abitate
da feci e fanciulli; i lungofiumi
dal Pincio, all’Aventino, alle scarpate

dello spoglio San Paolo dove i lumi
ingialliscono la calda atmosfera,
risuonano dei passi che le umide

pietre macchiano, e la romana sera
echeggiandone, come una membrana
grattata da un vizioso dito, svela

più acuto l’odore dell’orina.

VI
Un esercito accampato nell’attesa
di farsi cristiano nella cristiana
città, occupa una marcita distesa

d’erba sozza nell’accesa campagna:
scendere anch’egli dentro la borghese
luce spera aspettando una umana

abitazione, esso, sardo o pugliese,
dentro un porcile il fangoso desco
in villaggi ciechi tra lucide chiese

novecentesche e grattacieli.

Sotto le sue palpebre chiuse questo
assedio di milioni d’anime
dai crani ingenui, dall’occhio lesto

all’intesa, tra le infette marane
della borgata.

VII
Si perde verso il bianco Meridione,
azzurro, rosso, l’Appennino, assorto
sotto le chiuse palpebre, all’alone

del mare di Gaeta e di Sperlonga...

Dietro il Massico stende Sparanise
candelabri di ulivi, tra festoni
di piante rampicanti sulle elisie

radure, dove lucono i lampioni
a San Nicola... Si spalanca il golfo
affricano di Napoli, nazione

nel ventre della nazione ...

E non più Jacopo (più recente è il sonno
di Ilaria) sotto le palpebre fonde
in civile forma il popolare mondo

italiano, e contro gli sfondi
del suo paesaggio, non più scarnisce
in luce di intelletto —che non nasconde

la buia materia —una mano che unisce
a Dio il povero rione. Quaggiù
tutto‘è preumano, e umanamente gioisce,

contro il riso del volgare fu
ed è inutile ogni parola
di redenzione: splende nella più

ardente indifferenza dei colori
seicenteschi, quasi che al sole
o all’ombra non bastasse che la sola

sfrontata presenza, di stracci, d’ori,
con negli occhi l’incallito riso
dei bassi digiuni d’amore.

Ragazzi romanzi sotto le palpebre
chiuse cantano nel cuore della specie
dei poveri rimasta sempre barbara

a tempi originari, esclusa alle vicende
segrete della luce cristiana,
al succedersi necessario dei secoli:

e fanno dell’Italia un loro possesso,
ironici, in un dialettale riso
che non città o provincia ma ossesso

poggio, rione, tiene in sè inciso,
se ognuno chiuso nel calore del sesso,
sua sola misura, vive tra una gente

abbandonata al cinismo più vero
e alla più vera passione; al violento
negarsi e al violento darsi; nel mistero

chiara, perchè pura e corrotta...

Se ognuno sa, esperto, l’ingenuo linguaggio
dell’incredulità, della insolenza,
dell’ironia, nel dialetto più saggio

e vizioso, chiude nell’incoscienza
le palpebre, si perde in un popolo
il cui clamore non è che silenzio.