Poesie di questo tema
Bellezza
Anônimo
Nascoso el viso
Nascoso el viso, stava fra le fronde
d’un bel giardino: appresso a me guardava
sopr’una fonte dove si pescava.
E vedea donne vermigliette e bionde
leggiadre al modo che solean le Euguane
trovarsi al bosco e quando a le fontane.
Qual era scalza e qual com’ella nacque:
più non vo’ dir quanto quel dì mi piacque.
d’un bel giardino: appresso a me guardava
sopr’una fonte dove si pescava.
E vedea donne vermigliette e bionde
leggiadre al modo che solean le Euguane
trovarsi al bosco e quando a le fontane.
Qual era scalza e qual com’ella nacque:
più non vo’ dir quanto quel dì mi piacque.
Corrado Govoni
Bellezze
Il campo di frumento è così bello
solo perché ci sono dentro
i fiori di papavero e di veccia;
ed il tuo volto pallido
perché è tirato un poco indietro
dal peso della lunga treccia.
solo perché ci sono dentro
i fiori di papavero e di veccia;
ed il tuo volto pallido
perché è tirato un poco indietro
dal peso della lunga treccia.
Dino Campana
I piloni fanno il fiume più bello
I piloni fanno il fiume più bello
E gli archi fanno il cielo più bello.
Negli archi la tua figura.
Più pura nell’azzurro è la luce d’argento
Più bella la tua figura.
Più bella la luce d’argento nell’ombra degli archi
Più bella della bionda Cerere la tua figura.
E gli archi fanno il cielo più bello.
Negli archi la tua figura.
Più pura nell’azzurro è la luce d’argento
Più bella la tua figura.
Più bella la luce d’argento nell’ombra degli archi
Più bella della bionda Cerere la tua figura.
Edmondo de Amicis
A una turca
Bella turchetta coi cerchioni agli occhi
che scendi a lesti passi per la china
e sgonnelli la veste cremesina
e lunghe umide occhiate ai Franchi scocchi,
perché, ligia al voler dei turchi sciocchi,
col tuo candido vel di monachina
copri il visetto bianco di farina
mentre mostri benissimo i ginocchi?
Vedi cos’è passar lunghe giornate
con le gambette in croce sul cuscino!
Bella turchina, hai le gambette arcate.
Ma il piede è così dritto e così snello,
e tutto, fuor che l’arco, è così fino…
Ahi, me infelice, che anche l’arco è bello!
che scendi a lesti passi per la china
e sgonnelli la veste cremesina
e lunghe umide occhiate ai Franchi scocchi,
perché, ligia al voler dei turchi sciocchi,
col tuo candido vel di monachina
copri il visetto bianco di farina
mentre mostri benissimo i ginocchi?
Vedi cos’è passar lunghe giornate
con le gambette in croce sul cuscino!
Bella turchina, hai le gambette arcate.
Ma il piede è così dritto e così snello,
e tutto, fuor che l’arco, è così fino…
Ahi, me infelice, che anche l’arco è bello!
Gabriello Chiabrera
Riso di bella donna
Belle rose porporine,
che tra spine
sull’aurora non aprite;
ma, ministre degli amori,
bei tesori
di bei denti custodite;
dite, rose preziose,
amorose;
dite, ond’è, che s’io m’affiso
nel bel guardo vivo ardente,
voi repente
disciogliete un bel sorriso?
di mia vita,
che non regge alle vostr’ire?
O pur è perchè voi siete
tutte liete,
me mirando in sul morire?
Belle rose, o feritate,
o pietate
del sì far la cagion sia,
io vo’ dire in nuovi modi,
vostre lodi;
ma ridete tuttavia.
Se bel rio, se bell’auretta
tra l’erbetta
sul mattin mormorando erra;
se di fiori un praticello
si fa bello;
noi diciam: ride la terra.
Quando avvien che un zefiretto
per diletto
bagni il piè nell’onde chiare,
sicchè l’acqua in sull’arena
scherzi appena;
noi diciam che ride il mare.
Se giammai tra fior vermigli,
se tra gigli
veste l’alba un aureo velo;
e su rote di zaffiro
move in giro;
noi diciam che ride il cielo.
Ben è ver, quando è giocondo
ride il mondo,
ride il ciel quand’è gioioso:
ben è ver; ma non san poi
come voi
fare un riso grazioso.
che tra spine
sull’aurora non aprite;
ma, ministre degli amori,
bei tesori
di bei denti custodite;
dite, rose preziose,
amorose;
dite, ond’è, che s’io m’affiso
nel bel guardo vivo ardente,
voi repente
disciogliete un bel sorriso?
di mia vita,
che non regge alle vostr’ire?
O pur è perchè voi siete
tutte liete,
me mirando in sul morire?
Belle rose, o feritate,
o pietate
del sì far la cagion sia,
io vo’ dire in nuovi modi,
vostre lodi;
ma ridete tuttavia.
Se bel rio, se bell’auretta
tra l’erbetta
sul mattin mormorando erra;
se di fiori un praticello
si fa bello;
noi diciam: ride la terra.
Quando avvien che un zefiretto
per diletto
bagni il piè nell’onde chiare,
sicchè l’acqua in sull’arena
scherzi appena;
noi diciam che ride il mare.
Se giammai tra fior vermigli,
se tra gigli
veste l’alba un aureo velo;
e su rote di zaffiro
move in giro;
noi diciam che ride il cielo.
Ben è ver, quando è giocondo
ride il mondo,
ride il ciel quand’è gioioso:
ben è ver; ma non san poi
come voi
fare un riso grazioso.
Marcello Giovanetti
Bella corteggiana frustata
Era esposta ai flagelli Eurilla mia,
per lieve colpa condennata rea;
ma fra l’ombra del duol che l’avvolgea
il sol di sua bellezza anco apparia.
E mentre in lei, da man nocente e ria,
tempesta di percosse aspra piovea,
quanti gigli sugli omeri abbattea
quella tempesta, tante rose apria.
Chi sa che, mosso Amor da’ miei lamenti,
per punir di costei l’empio rigore,
la mia tormentatrice or non tormenti?
Ma qual gloria sperar potea maggiore?
Diranno ormai l’innamorate genti:
«Questa è la bella martire d’Amore».
per lieve colpa condennata rea;
ma fra l’ombra del duol che l’avvolgea
il sol di sua bellezza anco apparia.
E mentre in lei, da man nocente e ria,
tempesta di percosse aspra piovea,
quanti gigli sugli omeri abbattea
quella tempesta, tante rose apria.
Chi sa che, mosso Amor da’ miei lamenti,
per punir di costei l’empio rigore,
la mia tormentatrice or non tormenti?
Ma qual gloria sperar potea maggiore?
Diranno ormai l’innamorate genti:
«Questa è la bella martire d’Amore».
Matteo Maria Boiardo
Sonetto
Gra vidi uscir de l’onde una matina
il sol, di ragi d’or tutto jubato,
e di tal luce in facia colorato,
che ne incendeva tutta la marina.
E vidi la rugiada matutina
la rosa aprir d’un color sì inflamato,
che ogni lontan aspetto avria stimato
che un foco ardesse ne la verde spina.
E vidi alla stagion prima e novella
uscir la molle erbetta come sòle
IO
aprir le foglie ne la prima etate.
E vidi una legiadra donna e bella
su l’erba coglier rose al primo sole
e vincer queste cose di beltate.
Come in la notte liquida e serena
vien la stella d’Amor avanti giorno,
di raggi d’oro e di splendor sì piena
che l’orizzonte è di sua luce adorno,
et ella a tergo mena
l’altre stelle minore
che a lei d’intorno intorno
cedon parte del ciel e fangli onore;
indi, rorando splendido liquore
da l’umida sua chioma, onde se bagna
la verde erbetta e il colorito fiore,
fa rugiadosa tutta la campagna:
così costei de l’altre il pregio acquista,
perchè Amor la accompagna,
e fa sparit ogni altra bella vista.
il sol, di ragi d’or tutto jubato,
e di tal luce in facia colorato,
che ne incendeva tutta la marina.
E vidi la rugiada matutina
la rosa aprir d’un color sì inflamato,
che ogni lontan aspetto avria stimato
che un foco ardesse ne la verde spina.
E vidi alla stagion prima e novella
uscir la molle erbetta come sòle
IO
aprir le foglie ne la prima etate.
E vidi una legiadra donna e bella
su l’erba coglier rose al primo sole
e vincer queste cose di beltate.
Come in la notte liquida e serena
vien la stella d’Amor avanti giorno,
di raggi d’oro e di splendor sì piena
che l’orizzonte è di sua luce adorno,
et ella a tergo mena
l’altre stelle minore
che a lei d’intorno intorno
cedon parte del ciel e fangli onore;
indi, rorando splendido liquore
da l’umida sua chioma, onde se bagna
la verde erbetta e il colorito fiore,
fa rugiadosa tutta la campagna:
così costei de l’altre il pregio acquista,
perchè Amor la accompagna,
e fa sparit ogni altra bella vista.
Nanni Balestrini
Descrizione superficiale della signorina Richmond
appollaiata su un ramo apre
rapidamente le ali producendo al tempo
stesso un fruscio che si può
udire a un centinaio di metri
color arancione fiamma dalle lunghe
gambe color verde oliva saltella tra i rami
scende a terra alla ricerca del cibo
il piumaggio dorato e arancione intenso
poi torna su in alto dove ancora
il sole riesce a traforare i fitti rami
la luce batte sulle seriche
piume dei suoi fianchi
quando è tranquilla emette suoni
flautati e dolci ma quando
è irritata la sua voce
si fa stridula e roca
di colore grigio azzurro si muove
tra i rami con agilità trascinandosi
dietro la coda lunga e sottile
assai abile si libra nell’aria
vispa e sempre pronta a esibirsi
in gorgheggi ha l’abitudine di salire
a grande altezza per poi tuffarsi
verso il basso tra i rami
le sue piume bianche sono immacolate
quelle nere sono cosparse di sfumature
iridescenti verdi blu e purpuree
in armonia col colore del dorso
la si vede poi pavoneggiarsi agitando
la sua lunga e bella coda della quale
è tanto fiera e orgogliosa
che la cura continuamente
color del mare incupito dalla tempesta
con la sgargiante coda rosa
può vivere dovunque sboccino dei fiori
si mantiene immobile in aria
dal petto rosso si libra in aria
si nutre di nettare mettendo
in mostra lo splendido piumaggio
si prepara al lungo volo
sfreccia rapida da fiore a fiore
gioiello vivente sfreccia s’impenna
s’avvita scende in picchiata
scintillante di colore ametista
contrasta con il candore immacolato
del petto passa quasi tutto il tempo
saltellando di ramo in ramo
o svolazzando attraverso gli alberi
macchia di colore verde blu e oro
raramente scende a terra e se ne sta
quasi sempre tra i rami più alti riempie
l’aria di note acutissime e vibranti
la sua voce melodiosa e le sue piume
smaglianti un piccolo gioiello alato
di colore blu viola quando vola tra i fiori
e quando succhia il nettare
si libra senza posarsi e succhia
il nettare mantenendosi in volo
splendida e sgargiante dotata di piume
di colori brillanti
dal vellutato piumaggio nero e giallo
brillante la coda si prolunga in due
lunghissime penne sottili e ricurve
che incorniciano il corpo in eleganti spire azzurre
troppo bella e elegante dal serico
piumaggio nero violetto il corpo
color rubino si adorna di due lunghissime
penne sottili come fili metallici
e terminanti con dischi che quando
si posa sul suo albero preferito
penzolano al sole con riflessi smeraldini
fanno luccicare le sue penne iridescenti
sfoggiando le sue penne vistose suole penzolare
col capo all’ingiù dondolandosi
con i fini merletti delle sue lunghe penne
caudali che ondeggiano alla brezza
sfoggia una corona nera splendente formata
da 120 penne lunghe ognuna
da 9 a 18 centimetri le lunghe penne
bianche le partono dalle spalle
le bacche e i frutti più dolci
sono i cibi che preferisce
pratica e crudele
suole impalare le sue vittime
sta quasi sempre nascosta e vola raramente
data la sua natura timida e solitaria
spicca per la bellezza dei colori delle sue piume
il suo petto candido e immacolato
attraversato da una striscia color smeraldo
splendente con ciuffi di piccole piume
verde metallico che si aprono
come un ventaglio brillante
rapidamente le ali producendo al tempo
stesso un fruscio che si può
udire a un centinaio di metri
color arancione fiamma dalle lunghe
gambe color verde oliva saltella tra i rami
scende a terra alla ricerca del cibo
il piumaggio dorato e arancione intenso
poi torna su in alto dove ancora
il sole riesce a traforare i fitti rami
la luce batte sulle seriche
piume dei suoi fianchi
quando è tranquilla emette suoni
flautati e dolci ma quando
è irritata la sua voce
si fa stridula e roca
di colore grigio azzurro si muove
tra i rami con agilità trascinandosi
dietro la coda lunga e sottile
assai abile si libra nell’aria
vispa e sempre pronta a esibirsi
in gorgheggi ha l’abitudine di salire
a grande altezza per poi tuffarsi
verso il basso tra i rami
le sue piume bianche sono immacolate
quelle nere sono cosparse di sfumature
iridescenti verdi blu e purpuree
in armonia col colore del dorso
la si vede poi pavoneggiarsi agitando
la sua lunga e bella coda della quale
è tanto fiera e orgogliosa
che la cura continuamente
color del mare incupito dalla tempesta
con la sgargiante coda rosa
può vivere dovunque sboccino dei fiori
si mantiene immobile in aria
dal petto rosso si libra in aria
si nutre di nettare mettendo
in mostra lo splendido piumaggio
si prepara al lungo volo
sfreccia rapida da fiore a fiore
gioiello vivente sfreccia s’impenna
s’avvita scende in picchiata
scintillante di colore ametista
contrasta con il candore immacolato
del petto passa quasi tutto il tempo
saltellando di ramo in ramo
o svolazzando attraverso gli alberi
macchia di colore verde blu e oro
raramente scende a terra e se ne sta
quasi sempre tra i rami più alti riempie
l’aria di note acutissime e vibranti
la sua voce melodiosa e le sue piume
smaglianti un piccolo gioiello alato
di colore blu viola quando vola tra i fiori
e quando succhia il nettare
si libra senza posarsi e succhia
il nettare mantenendosi in volo
splendida e sgargiante dotata di piume
di colori brillanti
dal vellutato piumaggio nero e giallo
brillante la coda si prolunga in due
lunghissime penne sottili e ricurve
che incorniciano il corpo in eleganti spire azzurre
troppo bella e elegante dal serico
piumaggio nero violetto il corpo
color rubino si adorna di due lunghissime
penne sottili come fili metallici
e terminanti con dischi che quando
si posa sul suo albero preferito
penzolano al sole con riflessi smeraldini
fanno luccicare le sue penne iridescenti
sfoggiando le sue penne vistose suole penzolare
col capo all’ingiù dondolandosi
con i fini merletti delle sue lunghe penne
caudali che ondeggiano alla brezza
sfoggia una corona nera splendente formata
da 120 penne lunghe ognuna
da 9 a 18 centimetri le lunghe penne
bianche le partono dalle spalle
le bacche e i frutti più dolci
sono i cibi che preferisce
pratica e crudele
suole impalare le sue vittime
sta quasi sempre nascosta e vola raramente
data la sua natura timida e solitaria
spicca per la bellezza dei colori delle sue piume
il suo petto candido e immacolato
attraversato da una striscia color smeraldo
splendente con ciuffi di piccole piume
verde metallico che si aprono
come un ventaglio brillante
Olindo Guerrini
Nel Settecento
Mormora l’arpa toccata in sordina
lento un motivo che par minuetto.
Lenta la dama danzante s’inchina,
tutta eleganza, sussiego e belletto.
Di nèi segnata, la pelle argentina
manda un profumo sottil di zibetto:
sotto una nebbia di candida trina
ansano i bianchi segreti del petto.
Danza e sul molle tappeto trascina
la ricca veste ed il piè piccioletto
col portamento d’altera regina.
Tutti scoraggia col rigido aspetto,
con l’occhio pieno di calma divina,
e lo staffiere l’attende nel letto.
lento un motivo che par minuetto.
Lenta la dama danzante s’inchina,
tutta eleganza, sussiego e belletto.
Di nèi segnata, la pelle argentina
manda un profumo sottil di zibetto:
sotto una nebbia di candida trina
ansano i bianchi segreti del petto.
Danza e sul molle tappeto trascina
la ricca veste ed il piè piccioletto
col portamento d’altera regina.
Tutti scoraggia col rigido aspetto,
con l’occhio pieno di calma divina,
e lo staffiere l’attende nel letto.
Tommaso Crudeli
La notatrice
Io me ne stava in fondo
d’una cava spelonca al mare in riva,
e dell’ondoso mondo
al popol notatore
con amo adescatore
la dolce vita insidiando giva,
e già traeva fuore
dall’umido elemento
colla squamma d’argento
un pesce palpitante:
quand’ecco a me davante
vergine comparire
di grazia e di beltà fresca e ridente,
che sì mi prese a dire.
Tu pescatore, intanto
che io mi bagno in quell’onda,
serbami sulla sponda
questo serico manto.
Sì disse; e lieta colle man di rose
in bel nodo compose
l’inanellato crine,
che nero nel confine
di quel volto nevoso
con risalto grazioso
spargea luce e vivezza
sull’opposta bianchezza.
Poi si sciolse la vesta, che ristretto
tien l’avorio gentil dell’alto petto:
tolse al collo il monile:
poi sull’algoso masso
lasciò cadere abbasso
la veste più sottile.
Qual nella selva Idea
all’antica tenzone
apparve Citerea
con Pallade e Giunone;
tale a questi occhi miei
si fe’ veder costei,
che si gettò repente
entro del sen marino,
dove velocemente
colle candide braccia
ella spumoso si facea cammino.
Or in mar nascondea
fresche rose del volto,
or veder mi facea
vivace avorio in molle spuma avvolto.
Alto battea talora
Coll’una e l’altra mano
sopra il ceruleo piano;
e l’onda ne gemea bianca e sonora.
Notava ella ridente
con occhio nero, e verso il ciel sereno
volgea soavemente
i candori del seno.
Se mai l’onda marina
il volto le copriva,
ella subito apriva
la bocca porporina;
e ’l mar scendea contento
nella conca amorosa:
ma per breve momento
egli colà si posa;
perché la bella Notatrice in alto
il fa volar colle gonfiate gote
fuor delle rose, onde fiorisce il labro;
e ’l flutto innamorato
ricade in stille più minute e chiare,
e ritorna a bagnare
i fiori di quel volto delicato.
Poiché stanco e leggiero,
dall’umido sentiero
il piè rimosse al fine;
e le tenere brine,
le rose, le viole, e l’infinito
suo tesor di bellezza
nudo apparve sul lito,
pien d’alta maraviglia,
io dicea nel mio core:
certo costei somiglia
l’alma madre d’Amore,
quando dall’onde uscita
con le candide dita
spremea l’umide chiome.
Oh! come presto, oh come
verso la bella io corsi,
e pure, e pur le porsi
la custodita veste,
che quel candor celeste,
spettacolo d’amor, tosto coprìo:
poi le dissi, idol mio,
vedi, che noi siam soli in questo scoglio,
e che il Sol sotto l’onde
del mare omai s’asconde:
oi, bella Ninfa, io voglio…
Non mi lasciò seguir, che ella sdegnati
occhi girommi altera,
occhi nell’ira ancor soavi e grati;
poi mi ruppe la canna pescatrice,
e ’l pesce moribondo
gettò nel mar profondo,
me lasciando infelice,
e piangente nel cuor la doppia offesa
d’aver perduto il pesce, e Lei non presa.
d’una cava spelonca al mare in riva,
e dell’ondoso mondo
al popol notatore
con amo adescatore
la dolce vita insidiando giva,
e già traeva fuore
dall’umido elemento
colla squamma d’argento
un pesce palpitante:
quand’ecco a me davante
vergine comparire
di grazia e di beltà fresca e ridente,
che sì mi prese a dire.
Tu pescatore, intanto
che io mi bagno in quell’onda,
serbami sulla sponda
questo serico manto.
Sì disse; e lieta colle man di rose
in bel nodo compose
l’inanellato crine,
che nero nel confine
di quel volto nevoso
con risalto grazioso
spargea luce e vivezza
sull’opposta bianchezza.
Poi si sciolse la vesta, che ristretto
tien l’avorio gentil dell’alto petto:
tolse al collo il monile:
poi sull’algoso masso
lasciò cadere abbasso
la veste più sottile.
Qual nella selva Idea
all’antica tenzone
apparve Citerea
con Pallade e Giunone;
tale a questi occhi miei
si fe’ veder costei,
che si gettò repente
entro del sen marino,
dove velocemente
colle candide braccia
ella spumoso si facea cammino.
Or in mar nascondea
fresche rose del volto,
or veder mi facea
vivace avorio in molle spuma avvolto.
Alto battea talora
Coll’una e l’altra mano
sopra il ceruleo piano;
e l’onda ne gemea bianca e sonora.
Notava ella ridente
con occhio nero, e verso il ciel sereno
volgea soavemente
i candori del seno.
Se mai l’onda marina
il volto le copriva,
ella subito apriva
la bocca porporina;
e ’l mar scendea contento
nella conca amorosa:
ma per breve momento
egli colà si posa;
perché la bella Notatrice in alto
il fa volar colle gonfiate gote
fuor delle rose, onde fiorisce il labro;
e ’l flutto innamorato
ricade in stille più minute e chiare,
e ritorna a bagnare
i fiori di quel volto delicato.
Poiché stanco e leggiero,
dall’umido sentiero
il piè rimosse al fine;
e le tenere brine,
le rose, le viole, e l’infinito
suo tesor di bellezza
nudo apparve sul lito,
pien d’alta maraviglia,
io dicea nel mio core:
certo costei somiglia
l’alma madre d’Amore,
quando dall’onde uscita
con le candide dita
spremea l’umide chiome.
Oh! come presto, oh come
verso la bella io corsi,
e pure, e pur le porsi
la custodita veste,
che quel candor celeste,
spettacolo d’amor, tosto coprìo:
poi le dissi, idol mio,
vedi, che noi siam soli in questo scoglio,
e che il Sol sotto l’onde
del mare omai s’asconde:
oi, bella Ninfa, io voglio…
Non mi lasciò seguir, che ella sdegnati
occhi girommi altera,
occhi nell’ira ancor soavi e grati;
poi mi ruppe la canna pescatrice,
e ’l pesce moribondo
gettò nel mar profondo,
me lasciando infelice,
e piangente nel cuor la doppia offesa
d’aver perduto il pesce, e Lei non presa.
Torquato Tasso
Negli anni acerbi tuoi purpurea rosa
Negli anni acerbi tuoi purpurea rosa
Sembravi tu, ch’ai rai tepidi a l’ôra
Non apre ’l sen, ma nel suo verde ancora
Verginella s’asconde e vergognosa;
O più tosto parei, chè mortal cosa
Non s’assomiglia a te, celeste aurora,
Che le campagne imperla e i monti indora,
Lucida in ciel sereno e rugiadosa.
Or la men verde età nulla a te toglie;
Nè te, benchè negletta, in manto adorno
Giovinetta beltà vince o pareggia.
Così più vago è ’l fior poi che le foglie
Spiega odorate, e ’l sol nel mezzo giorno
Via più che nel mattin luce e fiammeggia.
Sembravi tu, ch’ai rai tepidi a l’ôra
Non apre ’l sen, ma nel suo verde ancora
Verginella s’asconde e vergognosa;
O più tosto parei, chè mortal cosa
Non s’assomiglia a te, celeste aurora,
Che le campagne imperla e i monti indora,
Lucida in ciel sereno e rugiadosa.
Or la men verde età nulla a te toglie;
Nè te, benchè negletta, in manto adorno
Giovinetta beltà vince o pareggia.
Così più vago è ’l fior poi che le foglie
Spiega odorate, e ’l sol nel mezzo giorno
Via più che nel mattin luce e fiammeggia.
Ugo Foscolo
Le Grazie, inno primo (Venere)
Salve, Zacinto! All'antenoree prode,
de' santi Lari Idei ultimo albergo
e de' miei padri, darò i carmi e l'ossa,
e a te il pensier: chè piamente a queste
Dee non favella chi la patria obblìa.
Sacra città è Zacinto. Eran suoi templi,
era ne' colli suoi l'ombra de' boschi
sacri al tripudio di Dïana e al coro;
pria che Nettuno al reo Laomedonte
munisse Ilio di torri inclite in guerra.
Bella è Zacinto. A lei versan tesori
l'angliche navi; a lei dall'alto manda
i più vitali rai l'eterno sole;
candide nubi a lei Giove concede,
e selve ampie d'ulivi, e liberali
i colli di Lieo: rosea salute
prometton l'aure, da' spontanei fiori
alimentate, e da' perpetui cedri.
Splendea tutto quel mar quando sostenne
su la conchiglia assise e vezzeggiate
dalla Diva le Grazie: e a sommo il flutto,
quante alla prima prima aura di Zefiro
le frotte delle vaghe api prorompono,
e più e più succedenti invide ronzano
a far lunghi di sé äerei grappoli,
van alïando su' nettarei calici
e del mèle futuro in cor s'allegrano,
tante a fior dell'immensa onda raggiante
ardian mostrarsi a mezzo il petto ignude
le amorose Nereidi oceanine;
e a drappelli agilissime seguendo
la Gioia alata, degli Dei foriera,
gittavan perle, dell'ingenue Grazie
il bacio le Nereidi sospirando.
de' santi Lari Idei ultimo albergo
e de' miei padri, darò i carmi e l'ossa,
e a te il pensier: chè piamente a queste
Dee non favella chi la patria obblìa.
Sacra città è Zacinto. Eran suoi templi,
era ne' colli suoi l'ombra de' boschi
sacri al tripudio di Dïana e al coro;
pria che Nettuno al reo Laomedonte
munisse Ilio di torri inclite in guerra.
Bella è Zacinto. A lei versan tesori
l'angliche navi; a lei dall'alto manda
i più vitali rai l'eterno sole;
candide nubi a lei Giove concede,
e selve ampie d'ulivi, e liberali
i colli di Lieo: rosea salute
prometton l'aure, da' spontanei fiori
alimentate, e da' perpetui cedri.
Splendea tutto quel mar quando sostenne
su la conchiglia assise e vezzeggiate
dalla Diva le Grazie: e a sommo il flutto,
quante alla prima prima aura di Zefiro
le frotte delle vaghe api prorompono,
e più e più succedenti invide ronzano
a far lunghi di sé äerei grappoli,
van alïando su' nettarei calici
e del mèle futuro in cor s'allegrano,
tante a fior dell'immensa onda raggiante
ardian mostrarsi a mezzo il petto ignude
le amorose Nereidi oceanine;
e a drappelli agilissime seguendo
la Gioia alata, degli Dei foriera,
gittavan perle, dell'ingenue Grazie
il bacio le Nereidi sospirando.