Poesie di questo tema
Dolore e disperazione
Alberto Cappi
Apocalisse
I
resi
lo nome mio
tra il pozzo e l’ira
lo nome mio
la frusta
dal vento
il prezzo asciuga
che la locusta ara
vara
lo nome mio ch’’intesi
l’argilla riga
nel tempo
che il segno mio
che il sigillo gira
che il segno mio lo fuga
tacqui.
IV
del morbo il riso
colui che giacque
la mola
colui che giacque
mano tenta
per acqua
lenta o loto
persa
la serpe invano
colui che giacque inviso
secca la notte
per lama
lampo o fuoco
se
Da CASA DELLE FORME
resi
lo nome mio
tra il pozzo e l’ira
lo nome mio
la frusta
dal vento
il prezzo asciuga
che la locusta ara
vara
lo nome mio ch’’intesi
l’argilla riga
nel tempo
che il segno mio
che il sigillo gira
che il segno mio lo fuga
tacqui.
IV
del morbo il riso
colui che giacque
la mola
colui che giacque
mano tenta
per acqua
lenta o loto
persa
la serpe invano
colui che giacque inviso
secca la notte
per lama
lampo o fuoco
se
Da CASA DELLE FORME
Albino Pierro
Pòura chèpa
Mó da què
e mó d’allè,
sta pòura chèpa méje nun si mpùntete
mèi e po’ mèi
di si turciniè.
U capitone strinte nda nu sicchie,
si c’i affòchese, u iurne di Natèe,
i’è com’a stu cirvelle ca ci sbàttete
nd’ ‘a chèpa chiìne di sagne.
E doppe ca le uéra fè stè quéte
schitte cchi ni picche?
Nun c’è Criste, uagnù,
cca mi rispònnete
sempe u no di nu lagne.
e mó d’allè,
sta pòura chèpa méje nun si mpùntete
mèi e po’ mèi
di si turciniè.
U capitone strinte nda nu sicchie,
si c’i affòchese, u iurne di Natèe,
i’è com’a stu cirvelle ca ci sbàttete
nd’ ‘a chèpa chiìne di sagne.
E doppe ca le uéra fè stè quéte
schitte cchi ni picche?
Nun c’è Criste, uagnù,
cca mi rispònnete
sempe u no di nu lagne.
Alda Merini
Il dottore agguerrito
Il dottore agguerrito nella notte
viene con i piedi felpati alla tua sorte,
e sogghignando guarda 1 volti tristi
degli ammalati, quindi ti ammannisce
una pesante dose sedativa
per colmare il tuo sonno e dentro il braccio
attacca una flebo che sommuova
il tuo sangue irruente di poeta.
Poi se ne va sicuro, devastato
dalla sua incredibile follia
il dottore di guardia, e tu le sbarre
guardi nel sonno come allucinato
e ti canti le nenie del martirio.
viene con i piedi felpati alla tua sorte,
e sogghignando guarda 1 volti tristi
degli ammalati, quindi ti ammannisce
una pesante dose sedativa
per colmare il tuo sonno e dentro il braccio
attacca una flebo che sommuova
il tuo sangue irruente di poeta.
Poi se ne va sicuro, devastato
dalla sua incredibile follia
il dottore di guardia, e tu le sbarre
guardi nel sonno come allucinato
e ti canti le nenie del martirio.
Alda Merini
Il manicomio è una grande cassa
Il manicomio è una grande cassa di risonanza
e 11 delirio diventa eco
l’anonimità misura,
il manicomio è il monte Sinai,
maledetto, su cui tu ricevi
le tavole di una legge
agli uomini sconosciuta.
e 11 delirio diventa eco
l’anonimità misura,
il manicomio è il monte Sinai,
maledetto, su cui tu ricevi
le tavole di una legge
agli uomini sconosciuta.
Alda Merini
Laggiù dove morivano i dannati
Laggiù dove morivano i dannati
nell’inferno decadente e folle
nel manicomio infinito,
dove le membra intorpidite
si avvoltano nei lini
come in un sudario semita,
laggiù dove le ombre del trapasso
ti lambivano i piedi nudi
usciti di sotto le lenzuola,
e le fascette torride
ti solcavano i piedi e anche le mani,
e odoravi di feci, -
laggiù, nel manicomio
facile era traslare
toccare il paradiso.
Lo facevi con la mente affocata,
con le mani molli di sudore,
col pene alzato all’aria
come una sconcezza per Dio,
laggiù in manicomio
dove le urla venivano attutite
da sanguinari cuscini.
Laggiù tu vedevi Iddio
non so, tra le traslucide idee
della tua grande follia.
Iddio ti compariva
e il tuo corpo andava in briciole,
delle briciole bionde e odorose
che scendevano a devastare
sciami di rondini improvvise.
nell’inferno decadente e folle
nel manicomio infinito,
dove le membra intorpidite
si avvoltano nei lini
come in un sudario semita,
laggiù dove le ombre del trapasso
ti lambivano i piedi nudi
usciti di sotto le lenzuola,
e le fascette torride
ti solcavano i piedi e anche le mani,
e odoravi di feci, -
laggiù, nel manicomio
facile era traslare
toccare il paradiso.
Lo facevi con la mente affocata,
con le mani molli di sudore,
col pene alzato all’aria
come una sconcezza per Dio,
laggiù in manicomio
dove le urla venivano attutite
da sanguinari cuscini.
Laggiù tu vedevi Iddio
non so, tra le traslucide idee
della tua grande follia.
Iddio ti compariva
e il tuo corpo andava in briciole,
delle briciole bionde e odorose
che scendevano a devastare
sciami di rondini improvvise.
Alda Merini
Sono caduta
Sono caduta in un profondo tranello
come dentro ad un pozzo acquitrinoso.
O chi potrà salvarmi da questa immagine scaltra
che adombra un mobile amore?
In fondo al pozzo stanno giunchiglie di ombre
e il mio urlo sovrasta le acque.
Il camaleonte gagliardo guarda dalle orride piante
questo mio precipizio segreto.
come dentro ad un pozzo acquitrinoso.
O chi potrà salvarmi da questa immagine scaltra
che adombra un mobile amore?
In fondo al pozzo stanno giunchiglie di ombre
e il mio urlo sovrasta le acque.
Il camaleonte gagliardo guarda dalle orride piante
questo mio precipizio segreto.
Alfredo Giuliani
Chi l’avrebbe detto
Chi l’avrebbe detto, invitato a pranzo scherzavo,
impedimento accecante, mordevo il cappello, non dicevo
niente: ho il naso finto, si spengono le luci, finché
scoprono che distruggevo rispettosamente un mondo;
ragazzi! invece era davvero lo spolpamento del sangue.
È detto, la chiamo col suo nome ma la costrizione
resta, allungo le gambe ma son corte, mi riassetto,
mi trasferisco da una natica sull’altra, ma la fitta
è qui, nel mezzo; ragazzi! che cosa avrebbe dato quest’uomo
al suo paese se non fosse stato costretto a morire?
Enumero a precipizio, fingo di dormire, emergo dal lago
solo per ridere, metto in guardia l’uccello mortale,
mi riconcilio, volo all’appuntamento, ho bisogno;
mentre decado le brillano gli occhi rive spopolate dove
vado in punta di piedi, spettri che non sono altro.
Un’ora dopo, grandi sciarpe" dai tetti e per le strade,
da vero cristiano che deplora l’Italia, la Cina, il mercato,
toccando la borsa,’ non avevo nemici, mi tuffo tra i brividi
interni, ’ approvo il tipo freneticamente medio, sono fuori
pericolo, sul piano “Povero cor, che pensi?” cerco l’aria."
impedimento accecante, mordevo il cappello, non dicevo
niente: ho il naso finto, si spengono le luci, finché
scoprono che distruggevo rispettosamente un mondo;
ragazzi! invece era davvero lo spolpamento del sangue.
È detto, la chiamo col suo nome ma la costrizione
resta, allungo le gambe ma son corte, mi riassetto,
mi trasferisco da una natica sull’altra, ma la fitta
è qui, nel mezzo; ragazzi! che cosa avrebbe dato quest’uomo
al suo paese se non fosse stato costretto a morire?
Enumero a precipizio, fingo di dormire, emergo dal lago
solo per ridere, metto in guardia l’uccello mortale,
mi riconcilio, volo all’appuntamento, ho bisogno;
mentre decado le brillano gli occhi rive spopolate dove
vado in punta di piedi, spettri che non sono altro.
Un’ora dopo, grandi sciarpe" dai tetti e per le strade,
da vero cristiano che deplora l’Italia, la Cina, il mercato,
toccando la borsa,’ non avevo nemici, mi tuffo tra i brividi
interni, ’ approvo il tipo freneticamente medio, sono fuori
pericolo, sul piano “Povero cor, che pensi?” cerco l’aria."
Alfredo Giuliani
Grovigli e gocce
Grovigli e gocce.
Dolori mi lasciano
per una pena più nera.
Anche l’uomo se ne va
lasciando il peggio.
Una volta avevo tempo
perché ero svelto.
Ora che sono lento
non ho più tempo.
Quel chiarore perso,
lanterna che oscilla
sul palo impiccato,
è l’amore che dorme
nell’occhio rovesciato.
La rondine vola per fame,
l’usignolo canta
per mettere in guardia i rivali,
e tu giri, giri, rapace debolezza,
per trovare i tesori
della crudeltà amorosa.
Dolori mi lasciano
per una pena più nera.
Anche l’uomo se ne va
lasciando il peggio.
Una volta avevo tempo
perché ero svelto.
Ora che sono lento
non ho più tempo.
Quel chiarore perso,
lanterna che oscilla
sul palo impiccato,
è l’amore che dorme
nell’occhio rovesciato.
La rondine vola per fame,
l’usignolo canta
per mettere in guardia i rivali,
e tu giri, giri, rapace debolezza,
per trovare i tesori
della crudeltà amorosa.
Carlo Betocchi
Il vecchio: stravaganze, sventura, destino, ii
Ed è così che nella mia sventura
scoppia un umore crudo, un cupo fuoco
di dolore in rivolta, un acre riso,
che s’impanca al mio desco desolato
scoppia un umore crudo, un cupo fuoco
di dolore in rivolta, un acre riso,
che s’impanca al mio desco desolato
Corrado Govoni
Naufragio
Sul mio capo di naufrago
galleggiante sul mare nero della vita
afferrato a una tavola sfasciata
materna culla
” vedo ancora ondeggiare le stelle
come un tenero ramo di mandorlo.
Luce di fuori mondo
o vertigine
degli abissi incantevoli del nulla?
galleggiante sul mare nero della vita
afferrato a una tavola sfasciata
materna culla
” vedo ancora ondeggiare le stelle
come un tenero ramo di mandorlo.
Luce di fuori mondo
o vertigine
degli abissi incantevoli del nulla?
Dante Alighieri
Il conte ugolino
- . . 10 vi due ghiacciati in una buca,
sì che l’un capo a l’altro era cappello;
e come il pan per fame si manduca,
così il sovran li denti a l’altro pose
là °ve il cervel s’aggiunge con la nuca.
Non altrimenti ‘Tideo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno
che quei faceva il teschio e l’altre cose.
“O tu che mostri per sì bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi il perchè,” diss’io, per tal convegno,
che se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi
se quella con chio parlo non si secca.”
XXXIII
La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola ai capelli
del capo ch’egli avea di retro guasto.
Poi cominciò: “ Tu vuoi cl’io rinnovelli
disperato dolor che il cor mi preme
già pur pensando pria chio ne favelli.
Ma se le mie parole esser den seme
che frutti infamia al traditor cllio rodo,
parlare e lacrimar vedrai insieme.
To non so chi tu se’ nè per che modo
venuto se’ quaggiù ma fiorentino
mi sembri veramente quand’io t’odo.
Tu dei saper clio fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché’io son tal vicino.
Che per l’effetto dei suoi mai pensieri
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia motto, dir non è mestieri;
però quel che non puoi avere inteso,
ciò è come la morte mia fu cruda,
udirai e saprai s’ei m’ha offeso.
Breve pertugio dentro da la muda,
la qual per me ha il titol de la fame,
e in che conviene ancor ch’altri si chiuda,
m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’io feci il mal sonno
che del futuro mi squarciò il velame.
Questi pareva a me maestro e donno
cacciando il lupo e i lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.
Con cagne magre, studiose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.
In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e i figli, e con l’acute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.
Quando fui desto innanzi la dimane
pianger sentii fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco e dimandar del pane.
Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli,
pensando ciò che il mio cor s’annunziava
e se non piangi, di che pianger suoli?
Già eran desti e l’ora s’appressava
che il cibo ne solea esser addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;
e io sentii chiavar l’uscio di sotto,
a l’orribile torre; ond’io guardai
nel viso ai miei figliuoi senza far motto.
To non piangeva, sì dentro impietrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: Tu guardi sì, padre! che hai?’
Perciò non lagrimai nè rispos’io
tutto quel giorno nè la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscio.
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
ambo le mani per dolor mi morsi,
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi,
e disser: Padre, assai ci fia men doglia,
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia.’
Queta’ mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti:
ahi, dura terra, perchè non t’apristi?
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gettò disteso ai piedi
dicendo: Padre mio, chè non m’aiuti?’
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto, ond’io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti:
poscia più che il dolor, potè il digiuno.”
Quand’ebbe detto ciò, con gli occhi torti,
riprese il teschio misero coi denti
che furo a l’osso, come d’un can, forti.
Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ’l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti
muovasi la Capraia e la Gotrgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’egli anneghi in te ogni persona!
sì che l’un capo a l’altro era cappello;
e come il pan per fame si manduca,
così il sovran li denti a l’altro pose
là °ve il cervel s’aggiunge con la nuca.
Non altrimenti ‘Tideo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno
che quei faceva il teschio e l’altre cose.
“O tu che mostri per sì bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi il perchè,” diss’io, per tal convegno,
che se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi
se quella con chio parlo non si secca.”
XXXIII
La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola ai capelli
del capo ch’egli avea di retro guasto.
Poi cominciò: “ Tu vuoi cl’io rinnovelli
disperato dolor che il cor mi preme
già pur pensando pria chio ne favelli.
Ma se le mie parole esser den seme
che frutti infamia al traditor cllio rodo,
parlare e lacrimar vedrai insieme.
To non so chi tu se’ nè per che modo
venuto se’ quaggiù ma fiorentino
mi sembri veramente quand’io t’odo.
Tu dei saper clio fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché’io son tal vicino.
Che per l’effetto dei suoi mai pensieri
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia motto, dir non è mestieri;
però quel che non puoi avere inteso,
ciò è come la morte mia fu cruda,
udirai e saprai s’ei m’ha offeso.
Breve pertugio dentro da la muda,
la qual per me ha il titol de la fame,
e in che conviene ancor ch’altri si chiuda,
m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’io feci il mal sonno
che del futuro mi squarciò il velame.
Questi pareva a me maestro e donno
cacciando il lupo e i lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.
Con cagne magre, studiose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.
In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e i figli, e con l’acute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.
Quando fui desto innanzi la dimane
pianger sentii fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco e dimandar del pane.
Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli,
pensando ciò che il mio cor s’annunziava
e se non piangi, di che pianger suoli?
Già eran desti e l’ora s’appressava
che il cibo ne solea esser addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;
e io sentii chiavar l’uscio di sotto,
a l’orribile torre; ond’io guardai
nel viso ai miei figliuoi senza far motto.
To non piangeva, sì dentro impietrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: Tu guardi sì, padre! che hai?’
Perciò non lagrimai nè rispos’io
tutto quel giorno nè la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscio.
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
ambo le mani per dolor mi morsi,
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi,
e disser: Padre, assai ci fia men doglia,
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia.’
Queta’ mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti:
ahi, dura terra, perchè non t’apristi?
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gettò disteso ai piedi
dicendo: Padre mio, chè non m’aiuti?’
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto, ond’io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti:
poscia più che il dolor, potè il digiuno.”
Quand’ebbe detto ciò, con gli occhi torti,
riprese il teschio misero coi denti
che furo a l’osso, come d’un can, forti.
Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ’l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti
muovasi la Capraia e la Gotrgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’egli anneghi in te ogni persona!
Elio Pecora
Altro non ho
Altro non ho che la disperazione
e una confusa voglia di sparire:
nessuna voce che venga a chiamarmi
nel pozzo vuoto in cui sto rannicchiato.
E morte questa che già mi racchiude.
La memoria è disfatta. Ci fu un tempo
(a chi appartenne se niente rimane)
quando attendevo che tu ritornassi
e pativo, chiamavo, e tu apparivi
molto ridendo di quel mio penare.
e una confusa voglia di sparire:
nessuna voce che venga a chiamarmi
nel pozzo vuoto in cui sto rannicchiato.
E morte questa che già mi racchiude.
La memoria è disfatta. Ci fu un tempo
(a chi appartenne se niente rimane)
quando attendevo che tu ritornassi
e pativo, chiamavo, e tu apparivi
molto ridendo di quel mio penare.
Elio Pecora
Chi potrà mai
Chi potrà mai, mai darmi quel bene
che m’aspettavo come un nutrimento?
Che m’accadrà, ora che a un guscio vuoto
assomiglio il giorno, la mia sorte?
Non vedo, non ascolto, m’incammino
per una lunga strada, senza mappa,
e non lascio segnali per tornare:
incontro al buio avanzo dal buio
che m’aspettavo come un nutrimento?
Che m’accadrà, ora che a un guscio vuoto
assomiglio il giorno, la mia sorte?
Non vedo, non ascolto, m’incammino
per una lunga strada, senza mappa,
e non lascio segnali per tornare:
incontro al buio avanzo dal buio
Eugenio Montale
Ballata scritta in una clinica
Nel solco dell’emergenza:
quando si sciolse oltremonte
la folle cometa agostana
nell’aria ancora serena
– ma buio, per noi, e terrore
e crolli di altane e di ponti
su noi come Giona sepolti
nel ventre della balena –
ed io mi volsi e lo specchio
di me più non era lo stesso
perché la gola ed il petto
t’avevano chiuso di colpo
in un manichino di gesso.
Nel cavo delle tue orbite
brillavano lenti di lacrime
più spesse di questi tuoi grossi
occhiali di tartaruga
che a notte ti tolgo e avvicino
alle fiale della morfina.
L’iddio taurino non era
il nostro, ma il Dio che colora
di fuoco i gigli del fosso:
Ariete invocai e la fuga
del mostro cornuto travolse
con l’ultimo orgoglio anche il cuore
schiantato dalla tua tosse.
Attendo un cenno, se è prossima
l’ora del ratto finale:
son pronto e la penitenza
s’inizia fin d’ora nel cupo
singulto di valli e dirupi
dell’altra Emergenza.
Hai messo sul comodino
il bulldog di legno, la sveglia
col fosforo sulle lancette
che spande un tenue lucore
sul tuo dormiveglia,
il nulla che basta a chi vuole
forzare la porta stretta;
e fuori, rossa, s’inasta,
si spiega sul bianco una croce.
Con te anch’io m’affaccio alla voce
che irrompe nell’alba, all’enorme
presenza dei morti; e poi l’ululo
del cane di legno è il mio, muto.
quando si sciolse oltremonte
la folle cometa agostana
nell’aria ancora serena
– ma buio, per noi, e terrore
e crolli di altane e di ponti
su noi come Giona sepolti
nel ventre della balena –
ed io mi volsi e lo specchio
di me più non era lo stesso
perché la gola ed il petto
t’avevano chiuso di colpo
in un manichino di gesso.
Nel cavo delle tue orbite
brillavano lenti di lacrime
più spesse di questi tuoi grossi
occhiali di tartaruga
che a notte ti tolgo e avvicino
alle fiale della morfina.
L’iddio taurino non era
il nostro, ma il Dio che colora
di fuoco i gigli del fosso:
Ariete invocai e la fuga
del mostro cornuto travolse
con l’ultimo orgoglio anche il cuore
schiantato dalla tua tosse.
Attendo un cenno, se è prossima
l’ora del ratto finale:
son pronto e la penitenza
s’inizia fin d’ora nel cupo
singulto di valli e dirupi
dell’altra Emergenza.
Hai messo sul comodino
il bulldog di legno, la sveglia
col fosforo sulle lancette
che spande un tenue lucore
sul tuo dormiveglia,
il nulla che basta a chi vuole
forzare la porta stretta;
e fuori, rossa, s’inasta,
si spiega sul bianco una croce.
Con te anch’io m’affaccio alla voce
che irrompe nell’alba, all’enorme
presenza dei morti; e poi l’ululo
del cane di legno è il mio, muto.
Eugenio Montale
Spesso il male di vivere ho incontrato
Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
Francesco Petrarca
Pace non trovo
Pace non trovo, et non ò da far guerra;
e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;
et volo sopra ’l cielo, et giaccio in terra;
et nulla stringo, et tutto ’l mondo abbraccio.
Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra,
né per suo mi riten né scioglie il laccio;
et non m’ancide Amore, et non mi sferra,
né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.
Veggio senza occhi, et non ò lingua, et grido;
et bramo di perir, et cheggio aìta;
et ò in odio me stesso, et amo altrui.
Pàscomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte et vita.
In questo stato son, Donna, per vui.
e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;
et volo sopra ’l cielo, et giaccio in terra;
et nulla stringo, et tutto ’l mondo abbraccio.
Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra,
né per suo mi riten né scioglie il laccio;
et non m’ancide Amore, et non mi sferra,
né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.
Veggio senza occhi, et non ò lingua, et grido;
et bramo di perir, et cheggio aìta;
et ò in odio me stesso, et amo altrui.
Pàscomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte et vita.
In questo stato son, Donna, per vui.
Franco Loi
Sì, un dì, quajvün dumandarà: perchè?
Sì, un dì, quajvün dumandarà: perchè?
E mì: perchè, perchè a tì, dulur eterna?
E nient pudarù dì, che un gran spiasè
me farà stà ‘me l’aqujla nel verna
che per la famm la massa e, sü nel cel,
la vula e, a l’ala granda, la se sterna
e per amur la rostra i sò fradel,
ma aj croz la se cuvaccia e, sulitaria,
la piang, la se despera e, là, nel gel,
la sculta quel fis’cià de mort ne l’aria
e pensa che sa no respund perchè.
E mì: perchè, perchè a tì, dulur eterna?
E nient pudarù dì, che un gran spiasè
me farà stà ‘me l’aqujla nel verna
che per la famm la massa e, sü nel cel,
la vula e, a l’ala granda, la se sterna
e per amur la rostra i sò fradel,
ma aj croz la se cuvaccia e, sulitaria,
la piang, la se despera e, là, nel gel,
la sculta quel fis’cià de mort ne l’aria
e pensa che sa no respund perchè.
Gabriele Frasca
Tutto perché s’annichili
tutto perché s’annichili. di poco
in poco. meglio subito. via. al niente.
no. occorre che si sgretoli. che fioco
l’uno all’altro s’arrenda. ognuno agente
d’altrui rimpianti. lutti. abrasi! nomi
per vite senza ostacoli. nei vomiti
in poco. meglio subito. via. al niente.
no. occorre che si sgretoli. che fioco
l’uno all’altro s’arrenda. ognuno agente
d’altrui rimpianti. lutti. abrasi! nomi
per vite senza ostacoli. nei vomiti
Giacomo Leopardi
Bruto minore
Poi che divelta, nella tracia polve
giacque, ruina immensa,
l’italica virtute, onde alle valli
d’Esperia verde e al tiberino lido
il calpestio de’ barbari cavalli
prepara il fato, e dalle selve ignude,
cui l’Orsa algida preme,
a spezzar le romane inclite mura
chiama i gotici brandi;
sudato, e molle di fraterno sangue,
Bruto per l’atra notte in erma sede,
fermo giá di morir, gl’inesorandi
numi e l’averno accusa,
e di feroci note
invan la sonnolenta aura percote.
Stolta virtú, le cave nebbie, i campi
dell’inquiete larve
son le tue scòle, e ti si volge a tergo
il pentimento. A voi, marmorei numi,
(se numi avete in Flegetonte albergo
o su le nubi) a voi ludibrio e scherno
è la prole infelice
a cui templi chiedeste, e frodolenta
legge al mortale insulta.
Dunque tanto i celesti odii commove
la terrena pietá? dunque degli empi
siedi, Giove, a tutela? e quando esulta
per l’aere il nembo, e quando
il tuon rapido spingi,
ne’ giusti e pii la sacra fiamma stringi?
Preme il destino invitto e la ferrata
necessitá gl’infermi
schiavi di morte: e se a cessar non vale
gli oltraggi lor, de’ necessari danni
si consola il plebeo. Men duro è il male
che riparo non ha? dolor non sente
chi di speranza è nudo?
Guerra mortale, eterna, o fato indegno,
teco il prode guerreggia,
di cedere inesperto; e la tiranna
tua destra, allor che vincitrice il grava,
indomito scrollando si pompeggia,
quando nell’alto lato
l’amaro ferro intride,
e maligno alle nere ombre sorride.
Spiace agli dèi chi violento irrompe
nel Tartaro. Non fôra
tanto valor ne’ molli eterni petti.
Forse i travagli nostri, e forse il cielo
i casi acerbi e gl’infelici affetti
giocondo agli ozi suoi spettacol pose?
Non fra sciagure e colpe,
ma libera ne’ boschi e pura etade
natura a noi prescrisse,
reina un tempo e diva. Or poi ch’a terra
sparse i regni beati empio costume,
e il viver macro ad altre leggi addisse;
quando gl’infausti giorni
virile alma ricusa,
riede natura, e il non suo dardo accusa?
Di colpa ignare e de’ lor propri danni
le fortunate belve
serena adduce al non previsto passo
la tarda etá. Ma se spezzar la fronte
ne’ rudi tronchi, o da montano sasso
dare al vento precipiti le membra,
lor suadesse affanno
al misero desio nulla contesa
legge arcana farebbe
o tenebroso ingegno. A voi, fra quante
stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte,
figli di Prometèo, la vita increbbe;
a voi le morte ripe,
se il fato ignavo pende,
soli, o miseri, a voi Giove contende.
E tu dal mar cui nostro sangue irriga,
candida luna, sorgi,
e l’inquieta notte e la funesta
all’ausonio valor campagna esplori.
Cognati petti il vincitor calpesta,
fremono i poggi, dalle somme vette
Roma antica ruina;
tu sí placida sei? Tu la nascente
lavinia prole, e gli anni
lieti vedesti, e i memorandi allori;
e tu su l’alpe l’immutato raggio
tacita verserai, quando, ne’ danni
del servo italo nome,
sotto barbaro piede
rintronerá quella solinga sede.
Ecco, tra nudi sassi o in verde ramo
e la fèra e l’augello,
del consueto obblio gravido il petto,
l’alta ruina ignora e le mutate
sorti del mondo: e come prima il tetto
rosseggerá del villanello industre,
al mattutino canto
quel desterá le valli, e per le balze
quella l’inferma plebe
agiterá delle minori belve.
Oh casi! oh gener vano! abbietta parte
siam delle cose; e non le tinte glebe,
non gli ululati spechi
turbò nostra sciagura,
né scolorò le stelle umana cura.
Non io d’Olimpo o di Cocito i sordi
regi, o la terra indegna,
e non la notte moribondo appello;
non te, dell’atra morte ultimo raggio,
conscia futura etá. Sdegnoso avello
placâr singulti, ornâr parole e doni
di vil caterva? In peggio
precipitano i tempi; e mal s’affida
a putridi nepoti
l’onor d’egregie menti e la suprema
de’ miseri vendetta. A me d'intorno
le penne il bruno augello avido roti;
prema la fèra, e il nembo
tratti l’ignota spoglia;
e l’aura il nome e la memoria accoglia.
giacque, ruina immensa,
l’italica virtute, onde alle valli
d’Esperia verde e al tiberino lido
il calpestio de’ barbari cavalli
prepara il fato, e dalle selve ignude,
cui l’Orsa algida preme,
a spezzar le romane inclite mura
chiama i gotici brandi;
sudato, e molle di fraterno sangue,
Bruto per l’atra notte in erma sede,
fermo giá di morir, gl’inesorandi
numi e l’averno accusa,
e di feroci note
invan la sonnolenta aura percote.
Stolta virtú, le cave nebbie, i campi
dell’inquiete larve
son le tue scòle, e ti si volge a tergo
il pentimento. A voi, marmorei numi,
(se numi avete in Flegetonte albergo
o su le nubi) a voi ludibrio e scherno
è la prole infelice
a cui templi chiedeste, e frodolenta
legge al mortale insulta.
Dunque tanto i celesti odii commove
la terrena pietá? dunque degli empi
siedi, Giove, a tutela? e quando esulta
per l’aere il nembo, e quando
il tuon rapido spingi,
ne’ giusti e pii la sacra fiamma stringi?
Preme il destino invitto e la ferrata
necessitá gl’infermi
schiavi di morte: e se a cessar non vale
gli oltraggi lor, de’ necessari danni
si consola il plebeo. Men duro è il male
che riparo non ha? dolor non sente
chi di speranza è nudo?
Guerra mortale, eterna, o fato indegno,
teco il prode guerreggia,
di cedere inesperto; e la tiranna
tua destra, allor che vincitrice il grava,
indomito scrollando si pompeggia,
quando nell’alto lato
l’amaro ferro intride,
e maligno alle nere ombre sorride.
Spiace agli dèi chi violento irrompe
nel Tartaro. Non fôra
tanto valor ne’ molli eterni petti.
Forse i travagli nostri, e forse il cielo
i casi acerbi e gl’infelici affetti
giocondo agli ozi suoi spettacol pose?
Non fra sciagure e colpe,
ma libera ne’ boschi e pura etade
natura a noi prescrisse,
reina un tempo e diva. Or poi ch’a terra
sparse i regni beati empio costume,
e il viver macro ad altre leggi addisse;
quando gl’infausti giorni
virile alma ricusa,
riede natura, e il non suo dardo accusa?
Di colpa ignare e de’ lor propri danni
le fortunate belve
serena adduce al non previsto passo
la tarda etá. Ma se spezzar la fronte
ne’ rudi tronchi, o da montano sasso
dare al vento precipiti le membra,
lor suadesse affanno
al misero desio nulla contesa
legge arcana farebbe
o tenebroso ingegno. A voi, fra quante
stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte,
figli di Prometèo, la vita increbbe;
a voi le morte ripe,
se il fato ignavo pende,
soli, o miseri, a voi Giove contende.
E tu dal mar cui nostro sangue irriga,
candida luna, sorgi,
e l’inquieta notte e la funesta
all’ausonio valor campagna esplori.
Cognati petti il vincitor calpesta,
fremono i poggi, dalle somme vette
Roma antica ruina;
tu sí placida sei? Tu la nascente
lavinia prole, e gli anni
lieti vedesti, e i memorandi allori;
e tu su l’alpe l’immutato raggio
tacita verserai, quando, ne’ danni
del servo italo nome,
sotto barbaro piede
rintronerá quella solinga sede.
Ecco, tra nudi sassi o in verde ramo
e la fèra e l’augello,
del consueto obblio gravido il petto,
l’alta ruina ignora e le mutate
sorti del mondo: e come prima il tetto
rosseggerá del villanello industre,
al mattutino canto
quel desterá le valli, e per le balze
quella l’inferma plebe
agiterá delle minori belve.
Oh casi! oh gener vano! abbietta parte
siam delle cose; e non le tinte glebe,
non gli ululati spechi
turbò nostra sciagura,
né scolorò le stelle umana cura.
Non io d’Olimpo o di Cocito i sordi
regi, o la terra indegna,
e non la notte moribondo appello;
non te, dell’atra morte ultimo raggio,
conscia futura etá. Sdegnoso avello
placâr singulti, ornâr parole e doni
di vil caterva? In peggio
precipitano i tempi; e mal s’affida
a putridi nepoti
l’onor d’egregie menti e la suprema
de’ miseri vendetta. A me d'intorno
le penne il bruno augello avido roti;
prema la fèra, e il nembo
tratti l’ignota spoglia;
e l’aura il nome e la memoria accoglia.
Giacomo Leopardi
Ultimo canto di Saffo
Placida notte, e verecondo raggio
della cadente luna; e tu che spunti
fra la tacita selva in su la rupe,
nunzio del giorno; oh dilettose e care
mentre ignote mi fur l’erinni e il fato,
sembianze agli occhi miei; giá non arride
spettacol molle ai disperati affetti.
Noi l’insueto allor gaudio ravviva
quando per l’etra liquido si volve
e per li campi trepidanti il flutto
polveroso de’ Noti, e quando il carro,
grave carro di Giove a noi sul capo,
tonando, il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
natar giova tra’ nembi, e noi la vasta
fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto
fiume alla dubbia sponda
il suono e la vittrice ira dell’onda.
Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
infinita beltá parte nessuna
alla misera Saffo i numi e l’empia
sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni
vile, o natura, e grave ospite addetta,
e dispregiata amante, alle vezzose
tue forme il core e le pupille invano
supplichevole intendo. A me non ride
l’aprico margo, e dall’eterea porta
il mattutino albor; me non il canto
de’ colorati augelli, e non de’ faggi
il murmure saluta: e dove all’ombra
degl’inchinati salici dispiega
candido rivo il puro seno, al mio
lubrico piè le flessuose linfe
disdegnando sottragge,
e preme in fuga l’odorate spiagge.
Qual fallo mai, qual sí nefando eccesso
macchiommi anzi il natale, onde sí torvo
il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
in che peccai bambina, allor che ignara
di misfatto è la vita, onde poi scemo
di giovanezza, e disfiorato, al fuso
dell’indomita Parca si volvesse
il ferrigno mio stame? Incaute voci
spande il tuo labbro: i destinati eventi
move arcano consiglio. Arcano è tutto,
fuor che il nostro dolor. Negletta prole
nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
de’ celesti si posa. Oh cure, oh speme
de’ piú verd’anni! Alle sembianze il Padre,
alle amene sembianze eterno regno
diè nelle genti; e per virili imprese,
per dotta lira o canto,
virtú non luce in disadorno ammanto.
Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
rifuggirá l’ignudo animo a Dite,
e il crudo fallo emenderá del cieco
dispensator de’ casi. E tu cui lungo
amore indarno, e lunga fede, e vano
d’implacato desio furor mi strinse,
vivi felice, se felice in terra
visse nato mortal. Me non asperse
del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perîr gl’inganni e il sogno
della mia fanciullezza. Ogni piú lieto
giorno di nostra etá primo s’invola.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra
della gelida morte. Ecco di tante
sperate palme e dilettosi errori,
il Tartaro m’avanza; e il prode ingegno
han la tenaria Diva,
e l’atra notte, e la silente riva.
della cadente luna; e tu che spunti
fra la tacita selva in su la rupe,
nunzio del giorno; oh dilettose e care
mentre ignote mi fur l’erinni e il fato,
sembianze agli occhi miei; giá non arride
spettacol molle ai disperati affetti.
Noi l’insueto allor gaudio ravviva
quando per l’etra liquido si volve
e per li campi trepidanti il flutto
polveroso de’ Noti, e quando il carro,
grave carro di Giove a noi sul capo,
tonando, il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
natar giova tra’ nembi, e noi la vasta
fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto
fiume alla dubbia sponda
il suono e la vittrice ira dell’onda.
Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
infinita beltá parte nessuna
alla misera Saffo i numi e l’empia
sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni
vile, o natura, e grave ospite addetta,
e dispregiata amante, alle vezzose
tue forme il core e le pupille invano
supplichevole intendo. A me non ride
l’aprico margo, e dall’eterea porta
il mattutino albor; me non il canto
de’ colorati augelli, e non de’ faggi
il murmure saluta: e dove all’ombra
degl’inchinati salici dispiega
candido rivo il puro seno, al mio
lubrico piè le flessuose linfe
disdegnando sottragge,
e preme in fuga l’odorate spiagge.
Qual fallo mai, qual sí nefando eccesso
macchiommi anzi il natale, onde sí torvo
il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
in che peccai bambina, allor che ignara
di misfatto è la vita, onde poi scemo
di giovanezza, e disfiorato, al fuso
dell’indomita Parca si volvesse
il ferrigno mio stame? Incaute voci
spande il tuo labbro: i destinati eventi
move arcano consiglio. Arcano è tutto,
fuor che il nostro dolor. Negletta prole
nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
de’ celesti si posa. Oh cure, oh speme
de’ piú verd’anni! Alle sembianze il Padre,
alle amene sembianze eterno regno
diè nelle genti; e per virili imprese,
per dotta lira o canto,
virtú non luce in disadorno ammanto.
Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
rifuggirá l’ignudo animo a Dite,
e il crudo fallo emenderá del cieco
dispensator de’ casi. E tu cui lungo
amore indarno, e lunga fede, e vano
d’implacato desio furor mi strinse,
vivi felice, se felice in terra
visse nato mortal. Me non asperse
del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perîr gl’inganni e il sogno
della mia fanciullezza. Ogni piú lieto
giorno di nostra etá primo s’invola.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra
della gelida morte. Ecco di tante
sperate palme e dilettosi errori,
il Tartaro m’avanza; e il prode ingegno
han la tenaria Diva,
e l’atra notte, e la silente riva.
Giorgio Barberi Squarotti
L’ancella di Sorrento
Perché tanto l’ancella seminuda
nella luce dubbiosa delle nuvole
dell’alba ripulisce con acqua e segatura
il pavimento di piastrelle nere
e bianche del bar lungo il mare? Aveva
gli occhi rossi come per un lunghissimo pianto,
il corpo attraversato come da
colpi di frusta o bruciature: eppure
accanita sfregava nel crescente gelo
come se neppure tutto il giorno,
e altri dopo, ancora, fino al termine
della stagione tra autunno e morte
potesse bastare a rilavare
le ormai tenui tracce di chi sa
quale strage di lei o Dio nelle cene
della notte estrema.
nella luce dubbiosa delle nuvole
dell’alba ripulisce con acqua e segatura
il pavimento di piastrelle nere
e bianche del bar lungo il mare? Aveva
gli occhi rossi come per un lunghissimo pianto,
il corpo attraversato come da
colpi di frusta o bruciature: eppure
accanita sfregava nel crescente gelo
come se neppure tutto il giorno,
e altri dopo, ancora, fino al termine
della stagione tra autunno e morte
potesse bastare a rilavare
le ormai tenui tracce di chi sa
quale strage di lei o Dio nelle cene
della notte estrema.
Giorgio Barberi Squarotti
L’enigma
Troppo è l’enigma dell’istante, quando
si compie il gesto irreparabile o il terrore
che così poco distingua la finestra
finta, alta sul fiume di Babele,
e il traffico dal pozzo senza fine, buio.
Chiamava la mamma o Dio la ragazza
riversa sull’asfalto, ma chi mai
poteva udire in tutto quel frastuono
confuso che è la vita, e non rimane
allora che piangere sulla resurrezione
il terzo giorno.
si compie il gesto irreparabile o il terrore
che così poco distingua la finestra
finta, alta sul fiume di Babele,
e il traffico dal pozzo senza fine, buio.
Chiamava la mamma o Dio la ragazza
riversa sull’asfalto, ma chi mai
poteva udire in tutto quel frastuono
confuso che è la vita, e non rimane
allora che piangere sulla resurrezione
il terzo giorno.
Giorgio Caproni
Senza esclamativi
Com’è alto il dolore.
L’amore, com’è bestia.
Vuoto delle parole
che scavano nel vuoto vuoti
monume----nti di vuoto. Vuoto
del grano che già raggiunse
(nel sole) l’altezza del cuore.
L’amore, com’è bestia.
Vuoto delle parole
che scavano nel vuoto vuoti
monume----nti di vuoto. Vuoto
del grano che già raggiunse
(nel sole) l’altezza del cuore.
Giovanni Giudici
Frate Tommaso
II
Lasciàtimi stare!
Lasciàtimi!
Dieci cavalli bianchi
Per l’anima immortale!
Bello se a far gran bene
Si troverà il mentire
Benché quelli infierendo
A torchiarvi — e voi là
Inchiodato al giaciglio dei tormenti.
Ma un ridere, un ridere, sì mi ricordo
Dieci cavalli bianchi rispondendo:
O voi distorte braccia e ligamenti
Straziati òmeri e cosce
Legni taglienti
Da ERESIA DELLA SERA
Lasciàtimi stare!
Lasciàtimi!
Dieci cavalli bianchi
Per l’anima immortale!
Bello se a far gran bene
Si troverà il mentire
Benché quelli infierendo
A torchiarvi — e voi là
Inchiodato al giaciglio dei tormenti.
Ma un ridere, un ridere, sì mi ricordo
Dieci cavalli bianchi rispondendo:
O voi distorte braccia e ligamenti
Straziati òmeri e cosce
Legni taglienti
Da ERESIA DELLA SERA
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