Poesie di questo tema
Nostalgia e assenza
Luciano Erba
Seguivo il tuo viaggio
Seguivo il tuo viaggio
provavo le tue impressioni
pensavo i tuoi pensieri
meglio di un simulatore di un centro spaziale
che riproduce a terra le vicende
di un’astronave in volo tra le stelle
finché scese le ombre sopra i tetti
te addormentata, perso ogni contatto
caddi di quota, riabitai il mio baratro
tra voci inascoltate e la spezzata
illusione di un filo che legasse
non solo a te ma a ogni cosa sperata
ai gradi assenti, a eterni invisibilia
Da L’IPOTESI CIRCENSE
provavo le tue impressioni
pensavo i tuoi pensieri
meglio di un simulatore di un centro spaziale
che riproduce a terra le vicende
di un’astronave in volo tra le stelle
finché scese le ombre sopra i tetti
te addormentata, perso ogni contatto
caddi di quota, riabitai il mio baratro
tra voci inascoltate e la spezzata
illusione di un filo che legasse
non solo a te ma a ogni cosa sperata
ai gradi assenti, a eterni invisibilia
Da L’IPOTESI CIRCENSE
Maria Luisa Spaziani
Dev’essere passato quel passero
Dev’essere passato quel passero sulla tua casa,
che qui sul terrazzo è planato a beccare briciole.
Mi diceva di te, del tuo risveglio,
del saluto silenzioso che mi avevi mandato.
Saprò riconoscerlo, il passero messaggero.
Aprirà le porte dell’alba, ospite benvenuto.
In secoli remoti sarebbe stato un angelo
ma in tempi sconsacrati mi va bene lo stesso.
che qui sul terrazzo è planato a beccare briciole.
Mi diceva di te, del tuo risveglio,
del saluto silenzioso che mi avevi mandato.
Saprò riconoscerlo, il passero messaggero.
Aprirà le porte dell’alba, ospite benvenuto.
In secoli remoti sarebbe stato un angelo
ma in tempi sconsacrati mi va bene lo stesso.
Mario Luzi
Dove non eri quanta pace: il cielo
Dove non eri quanta pace: il cielo
fra gli alberi estuosi raccoglieva
la bianca offerta delle strade, un volto
riluceva nel buio delle fonti,
la midolla di miele
temperava l’angoscia dei passanti
e la beltà brillava,
spariva suddivisa tra le vie
lampanti nel silenzio ventilato.
Né memoria, né immagine, né sogno.
Il volto dell’assente era una spera
specchiata dalla prima opaca stella
e neppure eri in lei, eri caduta
fuori dell’esistenza;
il candore affliggeva i crocevia
e non era la sera,
era la bianca verità indolente
in fondo al mio tumulto, impercepita.
From PRIMIZIE DEL DESERTO
fra gli alberi estuosi raccoglieva
la bianca offerta delle strade, un volto
riluceva nel buio delle fonti,
la midolla di miele
temperava l’angoscia dei passanti
e la beltà brillava,
spariva suddivisa tra le vie
lampanti nel silenzio ventilato.
Né memoria, né immagine, né sogno.
Il volto dell’assente era una spera
specchiata dalla prima opaca stella
e neppure eri in lei, eri caduta
fuori dell’esistenza;
il candore affliggeva i crocevia
e non era la sera,
era la bianca verità indolente
in fondo al mio tumulto, impercepita.
From PRIMIZIE DEL DESERTO
Mario Luzi
Sulla riva
I pontili deserti scavalcano le ondate,
anche il lupo di mare si fa cupo.
Che fai? Aggiungo olio alla lucerna,
tengo desta la stanza in cui mi trovo
all’oscuro di te e dei tuoi cari.
La brigata dispersa si raccoglie,
si conta dopo queste mareggiate.
Tu dove sei? ti spero in qualche porto...
L’uomo del faro esce con la barca,
scruta, perlustra, va verso l’aperto.
Il tempo e il mare hanno di queste pause.
anche il lupo di mare si fa cupo.
Che fai? Aggiungo olio alla lucerna,
tengo desta la stanza in cui mi trovo
all’oscuro di te e dei tuoi cari.
La brigata dispersa si raccoglie,
si conta dopo queste mareggiate.
Tu dove sei? ti spero in qualche porto...
L’uomo del faro esce con la barca,
scruta, perlustra, va verso l’aperto.
Il tempo e il mare hanno di queste pause.
Michele Sovente
Rimane — che rimane?
Rimane - che rimane? - nella coda
il veleno nel corpo rimane
per mesi la traccia di dolore
per anni, è la cecità dei venti
ciò che dipinge l’anima
e rimane - che rimane? -
in una folla di volti
e di figure un volto solo
rimane una sola figura.
il veleno nel corpo rimane
per mesi la traccia di dolore
per anni, è la cecità dei venti
ciò che dipinge l’anima
e rimane - che rimane? -
in una folla di volti
e di figure un volto solo
rimane una sola figura.
Rinaldo d'Aquino
Già mai non mi conforto
Già mai non mi conforto
né mi voglio ralegrare.
Le navi son giute a porto
e or vogliono collare.
Vassene lo più gente
in terra d’oltramare
ed io, lassa dolente,
come degio fare?
Vassene in altra contrata
e no lo mi manda a diri
ed io rimagno ingannata:
tanti sono li sospiri,
che mi fanno gran guerra
la notte co la dia,
né ’°n celo ned in terra
non mi par chio sia.
Santus, santus, santus Deo,
che ’n la Vergine venisti,
salva e guarda l’amor meo,
poi da me lo dipartisti.
Oit alta potestade
temuta e dottata,
la mia dolze amistade
ti sia acomandata!
La croce salva la gente
e me face disviare,
la croce mi fa dolente
e non mi val Dio pregare.
Qi croce pellegrina,
perché ny’hai si distrutta?
Oimè, lassa tapina,
chi ardo e ’ncendo tutta!
Lo ’mperadore con pace
tutto lo mondo mantene
ed a meve guerra face,
ché m’ha tolta la mia spene.
Oit alta potestate
temuta e dottata,
la mia dolze amistate
vi sia acomandata!
Quando la croce pigliao,
certo no lo mi pensai,
quelli che tanto m’amao
ed illu tanto amai,
chi eo ne fui battuta
e messa in pregionia
e in celata tenuta
per la vita mia!
Le navi sono collate,
in bonor possan. andare
con elle la mia amistate
e la gente che v’ha andare!
Qi padre criatore
a porto le conduci,
ché vanno a servidore
de la santa cruci.
Però ti prego, Duccetto,
tu che sai la pena mia,
che me ne faci un sonetto
41. la croce pigliao:
prese la croce, si fece crociato. 43, m’amao: mi
47: celata:
amava.
segregazione. 49,
sono collate: hanno spiegato
le vele. 54. a porto: a destinazione..
255. a servidore: in servizio.
e mandilo in Soria.
Ch’io non posso abentare
la notte né la dia:
in terra d’oltremare
sta la vita mia!
né mi voglio ralegrare.
Le navi son giute a porto
e or vogliono collare.
Vassene lo più gente
in terra d’oltramare
ed io, lassa dolente,
come degio fare?
Vassene in altra contrata
e no lo mi manda a diri
ed io rimagno ingannata:
tanti sono li sospiri,
che mi fanno gran guerra
la notte co la dia,
né ’°n celo ned in terra
non mi par chio sia.
Santus, santus, santus Deo,
che ’n la Vergine venisti,
salva e guarda l’amor meo,
poi da me lo dipartisti.
Oit alta potestade
temuta e dottata,
la mia dolze amistade
ti sia acomandata!
La croce salva la gente
e me face disviare,
la croce mi fa dolente
e non mi val Dio pregare.
Qi croce pellegrina,
perché ny’hai si distrutta?
Oimè, lassa tapina,
chi ardo e ’ncendo tutta!
Lo ’mperadore con pace
tutto lo mondo mantene
ed a meve guerra face,
ché m’ha tolta la mia spene.
Oit alta potestate
temuta e dottata,
la mia dolze amistate
vi sia acomandata!
Quando la croce pigliao,
certo no lo mi pensai,
quelli che tanto m’amao
ed illu tanto amai,
chi eo ne fui battuta
e messa in pregionia
e in celata tenuta
per la vita mia!
Le navi sono collate,
in bonor possan. andare
con elle la mia amistate
e la gente che v’ha andare!
Qi padre criatore
a porto le conduci,
ché vanno a servidore
de la santa cruci.
Però ti prego, Duccetto,
tu che sai la pena mia,
che me ne faci un sonetto
41. la croce pigliao:
prese la croce, si fece crociato. 43, m’amao: mi
47: celata:
amava.
segregazione. 49,
sono collate: hanno spiegato
le vele. 54. a porto: a destinazione..
255. a servidore: in servizio.
e mandilo in Soria.
Ch’io non posso abentare
la notte né la dia:
in terra d’oltremare
sta la vita mia!
Roberto Roversi
Il giocatore di calcio corre (243) .
n
Il giocatore di calcio corre lungo il filo di lana
il prato è bagnato
piove una pioggia leggera.
Deve arrivare la nave
da dove, da chissà
viene dall’ Africa, dall’ Asia
la nave deve arrivare
è una nave ma non arriva mai.
È un peccato è una vergogna
il pontile è deserto
il mare è senza navi
e 10 uomo sul molo
aspettare aspettare non posso più aspettare
la nave che dall’ Africa deve sempre arrivare.
Qua è la stessa menata
sempre la stessa finestra
non cambierà mai niente qua
la nave non arriverà —
quando tutto è già fatto già detto e
niente per me e per te potrà cambiare
cambierà.
Il giocatore di calcio corre lungo il filo di lana
il prato è bagnato
piove una pioggia leggera.
Deve arrivare la nave
da dove, da chissà
viene dall’ Africa, dall’ Asia
la nave deve arrivare
è una nave ma non arriva mai.
È un peccato è una vergogna
il pontile è deserto
il mare è senza navi
e 10 uomo sul molo
aspettare aspettare non posso più aspettare
la nave che dall’ Africa deve sempre arrivare.
Qua è la stessa menata
sempre la stessa finestra
non cambierà mai niente qua
la nave non arriverà —
quando tutto è già fatto già detto e
niente per me e per te potrà cambiare
cambierà.
Rocco Scotellaro
È calda così la malva
È rimasto l’odore
della tua carne nel mio letto.
È calda così la malva
che ci teniamo ad essiccare
per i dolori dell’inverno.
della tua carne nel mio letto.
È calda così la malva
che ci teniamo ad essiccare
per i dolori dell’inverno.
Salvatore Di Giacomo
FVianefforte ’e notte
Nu pianefforte ’e notte
gona luntanamente,
e ’a museca se sente
pe ll’aria suspirà.
È ll’una: dorme ’o vico
ncopp’ a sta nonna nonna
’e nu mutivo antico
’e tanto tiempo fa.
Dio, quanta stelle ncielo!
Che luna! E c’aria doce!
Quanto na bella voce
vurria sentì cantà’!
Ma sulitario e lento
more ’o mutivo antico;
se fa cchiù cupo ’o vico
dint’ a ll’oscurità.
L’anema mia surtanto
rummane a sta fenesta.
Aspetta ancora. E resta,
neantannose, a penzà.
gona luntanamente,
e ’a museca se sente
pe ll’aria suspirà.
È ll’una: dorme ’o vico
ncopp’ a sta nonna nonna
’e nu mutivo antico
’e tanto tiempo fa.
Dio, quanta stelle ncielo!
Che luna! E c’aria doce!
Quanto na bella voce
vurria sentì cantà’!
Ma sulitario e lento
more ’o mutivo antico;
se fa cchiù cupo ’o vico
dint’ a ll’oscurità.
L’anema mia surtanto
rummane a sta fenesta.
Aspetta ancora. E resta,
neantannose, a penzà.
Salvatore Quasimodo
Dialogo
“At cantu commotae Erebi de sedibus imis
umbrae ibant tenues simulacraque luce carentum.”
Siamo sporchi di guerra e Orfeo brulica
d’insetti, è bucato dai pidocchi,
e tu sei morta. L’inverno, quel peso
di ghiaccio, l’acqua, l’aria di tempesta,
furono con te, e il tuono di eco in eco
nelle tue notti di terra. Ed ora so
che ti dovevo più forte consenso,
ma il nostro tempo è stato furia e sangue:
altri già affondavano nel fango,
avevano le mani, gli occhi disfatti,
urlavano misericordia e amore.
Ma come è sempre tardi per amare;
perdonami, dunque. Ora grido anch’io
il tuo nome in quest’ora meridiana
pigra d’ali, di corde di cicale
tese dentro le scorze dei cipressi.
Più non sappiamo dov’’è la tua sponda;
c’era un varco segnato dai poeti,
presso fonti che fumano da frane
sull’altipiano. Ma in quel luogo io vidi
da ragazzo arbusti di bacche viola,
cani da gregge e uccelli d’aria cupa
e cavalli, misteriosi animali
che vanno dietro l’uomo a testa alta.
I vivi hanno perduto per sempre
la strada dei morti e stanno in disparte.
Questo silenzio è ora più tremendo
di quello che divide la tua riva.
“Ombre venivano leggere.” E qui
l’Olona scorre tranquillo, non albero
si muove dal suo pozzo di radici.
O non eri Euridice? Non eri Euridice!
Euridice è viva. Euridice! Euridice!
E tu sporco ancora di guerra, Orfeo,
come il tuo cavallo, senza la sferza,
alza il capo, non trema più la terra:
urla d’amore, vinci, se vuoi, il mondo.
umbrae ibant tenues simulacraque luce carentum.”
Siamo sporchi di guerra e Orfeo brulica
d’insetti, è bucato dai pidocchi,
e tu sei morta. L’inverno, quel peso
di ghiaccio, l’acqua, l’aria di tempesta,
furono con te, e il tuono di eco in eco
nelle tue notti di terra. Ed ora so
che ti dovevo più forte consenso,
ma il nostro tempo è stato furia e sangue:
altri già affondavano nel fango,
avevano le mani, gli occhi disfatti,
urlavano misericordia e amore.
Ma come è sempre tardi per amare;
perdonami, dunque. Ora grido anch’io
il tuo nome in quest’ora meridiana
pigra d’ali, di corde di cicale
tese dentro le scorze dei cipressi.
Più non sappiamo dov’’è la tua sponda;
c’era un varco segnato dai poeti,
presso fonti che fumano da frane
sull’altipiano. Ma in quel luogo io vidi
da ragazzo arbusti di bacche viola,
cani da gregge e uccelli d’aria cupa
e cavalli, misteriosi animali
che vanno dietro l’uomo a testa alta.
I vivi hanno perduto per sempre
la strada dei morti e stanno in disparte.
Questo silenzio è ora più tremendo
di quello che divide la tua riva.
“Ombre venivano leggere.” E qui
l’Olona scorre tranquillo, non albero
si muove dal suo pozzo di radici.
O non eri Euridice? Non eri Euridice!
Euridice è viva. Euridice! Euridice!
E tu sporco ancora di guerra, Orfeo,
come il tuo cavallo, senza la sferza,
alza il capo, non trema più la terra:
urla d’amore, vinci, se vuoi, il mondo.
Salvatore Quasimodo
Isola
E
I
Io non ho che te
cuore della mia razza.
Di te amore m’attrista,
mia terra, se oscuri profumi
perde la sera d’aranci,
o d’oleandri, sereno,
° cammina con rose il torrente
che quasi n’è tocca la foce.
Ma se torno a tue rive
e dolce voce al canto
chiama da strada timorosa
non so se infanzia o amore,
ansia d’altri cieli mi volge,
e mi nascondo nelle perdute cose.
I
Io non ho che te
cuore della mia razza.
Di te amore m’attrista,
mia terra, se oscuri profumi
perde la sera d’aranci,
o d’oleandri, sereno,
° cammina con rose il torrente
che quasi n’è tocca la foce.
Ma se torno a tue rive
e dolce voce al canto
chiama da strada timorosa
non so se infanzia o amore,
ansia d’altri cieli mi volge,
e mi nascondo nelle perdute cose.
Salvatore Quasimodo
La notte d’inverno
E ancora la notte d’inverno,
e la torre del borgo cupa coi suoi tonfi
e le nebbie che affondano il fiume
e le felci e le spine. O compagno
° hai perduto il tuo cuore: la pianura
non ha più spazio per noi.
Qui in silenzio piangi la tua terra:
e mordi il fazzoletto di colore
con i denti di lupo:
1° non svegliare il fanciullo che ti dorme accanto
coi piedi nudi chiusi in una buca.
Nessuno ci ricordi della madre, nessuno
ci racconti un sogno della casa.
e la torre del borgo cupa coi suoi tonfi
e le nebbie che affondano il fiume
e le felci e le spine. O compagno
° hai perduto il tuo cuore: la pianura
non ha più spazio per noi.
Qui in silenzio piangi la tua terra:
e mordi il fazzoletto di colore
con i denti di lupo:
1° non svegliare il fanciullo che ti dorme accanto
coi piedi nudi chiusi in una buca.
Nessuno ci ricordi della madre, nessuno
ci racconti un sogno della casa.
Salvatore Quasimodo
Xxiv, ‘“eclisse’’ (1936-38)
A memoria di te
questa è la sete vera.
Come sperduto un soldato
acqua non trova,
così io chiedo una festa
dopo i lutti e trovo deserto
qual è dopo una battaglia.
Ti porto come una mano ferita
al mio collo legata
che te reggeva un tempo
dolcissimo. Ti chiamo
come l’abisso chiama il cielo
e accanto mi passi ogni notte
ma so che nella pietra
è il tuo volto passato.
questa è la sete vera.
Come sperduto un soldato
acqua non trova,
così io chiedo una festa
dopo i lutti e trovo deserto
qual è dopo una battaglia.
Ti porto come una mano ferita
al mio collo legata
che te reggeva un tempo
dolcissimo. Ti chiamo
come l’abisso chiama il cielo
e accanto mi passi ogni notte
ma so che nella pietra
è il tuo volto passato.
Ugo Foscolo
A zacinto
Ne più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar, da cui vergine nacque
Venere e fèa quell’isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui, che l’acque
cantò fatali, ed il diverso esiglio,
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse,
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
O materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar, da cui vergine nacque
Venere e fèa quell’isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui, che l’acque
cantò fatali, ed il diverso esiglio,
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse,
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
O materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.
Ugo Foscolo
Così, gl’interi giorni in lungo, incerto
Così, gl’interi giorni in lungo, incerto
Sonno gemo! ma poi quando la bruna
Notte gli astri nel ciel chiama e la luna,
E il freddo aër di mute ombre è coverto;
Dove selvoso è il piano e più deserto,
Allor, lento io vagando, ad una ad una
Palpo le piaghe onde la rea fortuna
E amore e il mondo hanno il mio core aperto.
Stanco mi appoggio or al troncon d’un pino,
Ed or prostrato ove strepitan l’onde,
Con le speranze mie parlo e deliro.
Ma per te le mortali ire e il destino
Spesso obbliando, a te, Donna, io sospiro:
Luce degli occhi miei, chi mi t’asconde?
Sonno gemo! ma poi quando la bruna
Notte gli astri nel ciel chiama e la luna,
E il freddo aër di mute ombre è coverto;
Dove selvoso è il piano e più deserto,
Allor, lento io vagando, ad una ad una
Palpo le piaghe onde la rea fortuna
E amore e il mondo hanno il mio core aperto.
Stanco mi appoggio or al troncon d’un pino,
Ed or prostrato ove strepitan l’onde,
Con le speranze mie parlo e deliro.
Ma per te le mortali ire e il destino
Spesso obbliando, a te, Donna, io sospiro:
Luce degli occhi miei, chi mi t’asconde?
Umberto Piersanti
Dietro il vetro
e tornano 1 lillà
dalla finestra, di questo tempo
chiuso, dietro il vetro,
e s’accendono luci
e s’accavallano nubi
filano vorticose sul crinale
sfiorano i lunghi Sassi
vanno altrove
corrono le stagioni
mi rapinano il giorno
che invano invochi
colmo,
ora non cammini
sull’erbe
dentro l’aria,
tra le folte giunchiglie
non ti stendi
donna, ho nostalgia
dei tuoi giorni,
di quel vento al Petrano
che ti scompiglia
e le tue gambe lunghe
l’azzurra veste
che la mano discopre
timorosa,
le parole pacate
sul ritorno
oh vita che per attimi
procedi,
per attimi soltanto
ci consoli
dalla finestra, di questo tempo
chiuso, dietro il vetro,
e s’accendono luci
e s’accavallano nubi
filano vorticose sul crinale
sfiorano i lunghi Sassi
vanno altrove
corrono le stagioni
mi rapinano il giorno
che invano invochi
colmo,
ora non cammini
sull’erbe
dentro l’aria,
tra le folte giunchiglie
non ti stendi
donna, ho nostalgia
dei tuoi giorni,
di quel vento al Petrano
che ti scompiglia
e le tue gambe lunghe
l’azzurra veste
che la mano discopre
timorosa,
le parole pacate
sul ritorno
oh vita che per attimi
procedi,
per attimi soltanto
ci consoli
Vincenzo Cardarelli
Abbandono
Volata sei, fuggita
come una colomba
e ti sei persa là, verso oriente.
Ma son rimasti i luoghi che ti videro
e l’ore dei nostri incontri.
Ore deserte,
luoghi per me divenuti un sepolcro
a cui faccio la guardia.
come una colomba
e ti sei persa là, verso oriente.
Ma son rimasti i luoghi che ti videro
e l’ore dei nostri incontri.
Ore deserte,
luoghi per me divenuti un sepolcro
a cui faccio la guardia.
Vittorio Sereni
Ahimè come ritorna
Ahimè come ritorna
sulla frondosa a mezzo luglio
collina d’Algeria
di te nell’alta erba riversa
non ingenua la voce
e nemmeno perversa
che l’afa lamenta
e la bocca feroce
ma rauca un poco e tenera soltanto...
sulla frondosa a mezzo luglio
collina d’Algeria
di te nell’alta erba riversa
non ingenua la voce
e nemmeno perversa
che l’afa lamenta
e la bocca feroce
ma rauca un poco e tenera soltanto...
Vittorio Sereni
Algeria
Eri prima una pena
che potevo guardarmi nelle mani
sempre dalla tua polvere più arse
per non sapere più d’altro soffrire.
Come mi frughi riaffiorata febbre
vu
che mi mancavi e nel perenne specchio
ora di me baleni
quali nel nero porto fanno il giorno
indicibili segni dalle navi
che potevo guardarmi nelle mani
sempre dalla tua polvere più arse
per non sapere più d’altro soffrire.
Come mi frughi riaffiorata febbre
vu
che mi mancavi e nel perenne specchio
ora di me baleni
quali nel nero porto fanno il giorno
indicibili segni dalle navi
Vittorio Sereni
In me il tuo ricordo
In me il tuo ricordo è un fruscio
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.
E là leggiera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.
E là leggiera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.
Vittorio Sereni
Spesso per viottoli tortuosi
Spesso per viottoli tortuosi
quelque part en Algérie
del luogo incerto
che il vento morde,
la tua pioggia il tuo sole
tutti in un punto
tra sterpi amari del più amaro filo
di ferro, spina senza rosa...
ma già un anno è passato,
è appena un sogno:
siamo tutti sommessi a ricordarlo.
Ride una larva chiara
dov’era la sentinella
e la collina
dei nostri spiriti assenti
deserta e immemorabile si vela.
quelque part en Algérie
del luogo incerto
che il vento morde,
la tua pioggia il tuo sole
tutti in un punto
tra sterpi amari del più amaro filo
di ferro, spina senza rosa...
ma già un anno è passato,
è appena un sogno:
siamo tutti sommessi a ricordarlo.
Ride una larva chiara
dov’era la sentinella
e la collina
dei nostri spiriti assenti
deserta e immemorabile si vela.
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