Poesie di questo tema
Anima
Alberto Cappi
Figure
padre parola piena
forse la fonte fionda
china la notte tiene
figlia la fitta affila
chela che spezza pane
fiaba la febbre fiele
felinamente fiato
pene la trotta mena
forse la fonte fionda
china la notte tiene
figlia la fitta affila
chela che spezza pane
fiaba la febbre fiele
felinamente fiato
pene la trotta mena
Alberto Cappi
Fossi solo forma
fossi solo forma leggera
lieve nube di fiato del Dio
polpa di granchio che consuma
la mia terra di nessuno
fossi uno spirito un dono
una maschera di persona
tolta al viso anch’io
che parlo e vivo e sono
lieve nube di fiato del Dio
polpa di granchio che consuma
la mia terra di nessuno
fossi uno spirito un dono
una maschera di persona
tolta al viso anch’io
che parlo e vivo e sono
Alberto Cappi
Infinito
scovare l’immagine e il dono
le mani nel cavo scolpire
scavare la voce nel nodo
il colpo dell’ira nel covo
le mani nel cavo scolpire
scavare la voce nel nodo
il colpo dell’ira nel covo
Alberto Cappi
Segni
ecco la scarna piega
ora la breve sbocca
inverna bava il dito
morde la muta gola
arsa la tarda piaga
acre la falce beve
inerme creta il buco
dorme la cava eco
dove la cruda pasce
mentre la cauta versa
unghia la tenda vela
vana la sera mesce
nuda la selce lascia
casta la sera vara
lenta la cuccia cela
mite la vena miete
ora la breve sbocca
inverna bava il dito
morde la muta gola
arsa la tarda piaga
acre la falce beve
inerme creta il buco
dorme la cava eco
dove la cruda pasce
mentre la cauta versa
unghia la tenda vela
vana la sera mesce
nuda la selce lascia
casta la sera vara
lenta la cuccia cela
mite la vena miete
Amelia Rosselli
Propongo un incontro col teschio
Propongo un incontro col teschio,
una sfida al teschio
mantengo ferma e costante
chiusa nella fede impossibile
l’amor proprio
delle bestie.
Ogni giorno della sua inesplicabile esistenza
parole mute in fila.
una sfida al teschio
mantengo ferma e costante
chiusa nella fede impossibile
l’amor proprio
delle bestie.
Ogni giorno della sua inesplicabile esistenza
parole mute in fila.
Carlo Betocchi
Non io
Non io mi lamento, ma il cuore lacerato
dalla piaga cui è grazia il suo stesso sapere
che il proprio destino è quel vocio che resta
inespresso; e che l’innumere caso travolge
nel suo, e in quest’atto l’unisce al mio caso
che non vuole la propria salvezza da solo.
dalla piaga cui è grazia il suo stesso sapere
che il proprio destino è quel vocio che resta
inespresso; e che l’innumere caso travolge
nel suo, e in quest’atto l’unisce al mio caso
che non vuole la propria salvezza da solo.
Edoardo Sanguineti
ah il mio sonno...
ah il mio sonno; e ah? e involuzione? e ah? e oh? devoluzione?
[(e uh?)
e volizione! e nel tuo aspetto e infinito e generantur!
ex putrefactione; complesse terre; ex superfluitate;
livida Palus
livida nascitur bene strutturata Palus; lividissima (lividissima
[terra)
(lividissima): cuius aqua est livida; (aqua) nascitur! (aqua)
[lividissima!
et omnia corpora oh strutture! corpora o strutture mortuorum
corpora mortua o strutture putrescunt; generantur! amori!
; resolvuntur;
(λ) lividissima λ! lividissima (palus)
particolarissima minima; minima pietra; definizione; sonno;
[universo;
Laszo? una definizione! (ah λ) complesse terre; nascitur!
ah inconfondibile precisabile! ah inconfondibile! minima!
oh iterazione! oh pietra! oh identica identica sempre;
identica oh! alla tua essenza amore identica!
alla tua vita e generazione! e volizione! (corruzione) perché
[essenze
le origini; essenze;
e ah e oh? (terre?)
complesse composte terre (pietre); universali; Palus;
(pietre?) al tuo lividore; amore; al tuo dolore; uguale tu!
una definizione tu! liquore! definizione! di Laszo definizione!
generazione tu! liquore liquore tu! lividissima mater:
[(e uh?)
e volizione! e nel tuo aspetto e infinito e generantur!
ex putrefactione; complesse terre; ex superfluitate;
livida Palus
livida nascitur bene strutturata Palus; lividissima (lividissima
[terra)
(lividissima): cuius aqua est livida; (aqua) nascitur! (aqua)
[lividissima!
et omnia corpora oh strutture! corpora o strutture mortuorum
corpora mortua o strutture putrescunt; generantur! amori!
; resolvuntur;
(λ) lividissima λ! lividissima (palus)
particolarissima minima; minima pietra; definizione; sonno;
[universo;
Laszo? una definizione! (ah λ) complesse terre; nascitur!
ah inconfondibile precisabile! ah inconfondibile! minima!
oh iterazione! oh pietra! oh identica identica sempre;
identica oh! alla tua essenza amore identica!
alla tua vita e generazione! e volizione! (corruzione) perché
[essenze
le origini; essenze;
e ah e oh? (terre?)
complesse composte terre (pietre); universali; Palus;
(pietre?) al tuo lividore; amore; al tuo dolore; uguale tu!
una definizione tu! liquore! definizione! di Laszo definizione!
generazione tu! liquore liquore tu! lividissima mater:
Eugenio Montale
L’angelo nero
O grande angelo nero
fuligginoso riparami
sotto le tue ali,
che io possa sorradere
i pettini dei pruni, le luminarie dei forni
e inginocchiarmi
sui tizzi spenti se mai
vi resti qualche frangia
delle tue penne
o piccolo angelo buio,
non celestiale né umano,
angelo che traspari
trascolorante difforme
e multiforme, eguale
e ineguale nel rapido lampeggio
della tua incomprensibile fabulazione
o angelo nero disvélati
ma non uccidermi col tuo fulgore,
non dissipare la nebbia che ti aureola,
stàmpati nel mio pensiero
perché non c’è occhio che resista ai fari,
angelo di carbone che ti ripari
dentro lo scialle della caldarrostaia
grande angelo d’ebano
angelo fosco
RI
o bianco, stanco d’errare
se ti prendessi un’ala e la sentissi
scricchiolare
non potrei riconoscerti come faccio
’ nel sonno, nella veglia, nel mattino
dell’ultima tua piuma, grande angelo
di cenere e di fumo, miniangelo
spazzacamino.
fuligginoso riparami
sotto le tue ali,
che io possa sorradere
i pettini dei pruni, le luminarie dei forni
e inginocchiarmi
sui tizzi spenti se mai
vi resti qualche frangia
delle tue penne
o piccolo angelo buio,
non celestiale né umano,
angelo che traspari
trascolorante difforme
e multiforme, eguale
e ineguale nel rapido lampeggio
della tua incomprensibile fabulazione
o angelo nero disvélati
ma non uccidermi col tuo fulgore,
non dissipare la nebbia che ti aureola,
stàmpati nel mio pensiero
perché non c’è occhio che resista ai fari,
angelo di carbone che ti ripari
dentro lo scialle della caldarrostaia
grande angelo d’ebano
angelo fosco
RI
o bianco, stanco d’errare
se ti prendessi un’ala e la sentissi
scricchiolare
non potrei riconoscerti come faccio
’ nel sonno, nella veglia, nel mattino
dell’ultima tua piuma, grande angelo
di cenere e di fumo, miniangelo
spazzacamino.
Gian Pietro Lucini
Li alchimisti
Già le bracie splendettero ai fornelli
della Grand’Arte e pei silenzii astrali
sui piropi e i diaspri delli anelli
risuonàr le parole augurali.
° Crescemmo nella notte li alberelli
dei dittami benigni e sulli strali
d’oro, perfuso il farmaco, li Uccelli
sacri alla Morte invocammo e i Narvàli.
Li arcani del futuro le Comete
10° dicono ed ammonisce Ecate vaga:
di sette stole induti, le secrete
virtù del cielo l’astrolabio indaga:
ma cerchiam sempre e ancor brucia la sete
dell’Or che l’alambicco non appaga.
E sempre e ancora pei cammini oscuri
del Mistero va e perdesi l’Idea:
e sempre e ancora claman li scongiuri
verso di.te, Regina, e Madre, e Dea.
della Grand’Arte e pei silenzii astrali
sui piropi e i diaspri delli anelli
risuonàr le parole augurali.
° Crescemmo nella notte li alberelli
dei dittami benigni e sulli strali
d’oro, perfuso il farmaco, li Uccelli
sacri alla Morte invocammo e i Narvàli.
Li arcani del futuro le Comete
10° dicono ed ammonisce Ecate vaga:
di sette stole induti, le secrete
virtù del cielo l’astrolabio indaga:
ma cerchiam sempre e ancor brucia la sete
dell’Or che l’alambicco non appaga.
E sempre e ancora pei cammini oscuri
del Mistero va e perdesi l’Idea:
e sempre e ancora claman li scongiuri
verso di.te, Regina, e Madre, e Dea.
Giovanni Raboni
Stanze per la musica di Adriano Guarnieri
Quare tristis — perché
sempre, nella veglia e nel sonno,
nell’omissione e nell’adempimento,
l’anima ci fa così male?
Noi che la custodiamo
senza amarla, senza conoscerla
nella gabbietta delle nostrè ossa
come il vetro di una lanterna
custodisce la fiamma
sappiamo soltanto che è lei,
lei che non ha né tendini né sangue,
la compagnia più sanguinosa.
Tu come lei invisibile
proteggici dal suo silenzio
fa’ che sentiamo in tempo la sua voce.
sempre, nella veglia e nel sonno,
nell’omissione e nell’adempimento,
l’anima ci fa così male?
Noi che la custodiamo
senza amarla, senza conoscerla
nella gabbietta delle nostrè ossa
come il vetro di una lanterna
custodisce la fiamma
sappiamo soltanto che è lei,
lei che non ha né tendini né sangue,
la compagnia più sanguinosa.
Tu come lei invisibile
proteggici dal suo silenzio
fa’ che sentiamo in tempo la sua voce.
Giulia Niccolai
Sostituzione
Sostituisci alla perdita del centro
la distruzione del centro
alla perdita di un senso
la negazione di un senso.
Puoi individuarlo nella misura
in cui è imprendibile:
misurane tutta la distanza
dovunque (e in nessun luogo).
Così
la reversibilità del segno
l’evanescenza del senso
l’opposto dell’insensato
una moltiplicazione d’insensatezza
una farsa inventata con arte.
la distruzione del centro
alla perdita di un senso
la negazione di un senso.
Puoi individuarlo nella misura
in cui è imprendibile:
misurane tutta la distanza
dovunque (e in nessun luogo).
Così
la reversibilità del segno
l’evanescenza del senso
l’opposto dell’insensato
una moltiplicazione d’insensatezza
una farsa inventata con arte.
Giuliano Gramigna
Il latrato
Ogni tanto latro nel buio
un latrato che nessuno sente.
L’inchiodo bene con i denti
dunque nessuno lo può sentire.
Eppure la signora del piano di sopra
“Per favore da dove viene
quest’orribile tremito
questo fiato di fandango?”
Posso dirle che è la mia caninità
conquistata a fatica in sett’antanni di vita
una preziosa discesa
nella scala dei viventi?
Non so se sia acuto o rauco.
Si gonfia dentro la chiostra
delle mascelle va giù non fuori
come un bolo gassoso
giù per la strozza per le ossa al fondo
del sacco viscerale.
Non provo fratellanza per i cani.
Sono di un altro branco.
Da QUELLO CHE RESTA
un latrato che nessuno sente.
L’inchiodo bene con i denti
dunque nessuno lo può sentire.
Eppure la signora del piano di sopra
“Per favore da dove viene
quest’orribile tremito
questo fiato di fandango?”
Posso dirle che è la mia caninità
conquistata a fatica in sett’antanni di vita
una preziosa discesa
nella scala dei viventi?
Non so se sia acuto o rauco.
Si gonfia dentro la chiostra
delle mascelle va giù non fuori
come un bolo gassoso
giù per la strozza per le ossa al fondo
del sacco viscerale.
Non provo fratellanza per i cani.
Sono di un altro branco.
Da QUELLO CHE RESTA
Jacopone da Todi
O amore muto
O amore muto, che non vole parlare,
che non si conosciuto!
O amor che te celi per onne stascione,
c’omo da for non senta la tua affezione,
che no la senta latrone per quel c’hai guadagnato,
che non te sia raputo!
Quanto l’om piú te cela, tanto piú ’n foco abunne:
omo, tene occultanno, sempre a lo foco iugne;
ed omo c’ha le pugne de volere parlare,
spesse volte è feruto.
Omo che se destenne de dir so entennemento,
avvegna che sia puro ’l primo comenzamento,
vènce da for lo vento e vali spalianno
quel c’ave receputo.
Omo, che ha alcun lume en candela appicciato,
si vol che arda en pace, mettelo a lo celato,
ed onne uscio ha enserrato, che no i venga lo vento,
che ’l lume sia stenguto.
Tale amore ha posto silenzio a li sospire,
èsse parato a l’uscio e no i larga escire;
dentro i fa parturire, che non se spanna la mente
da quello c’ha sentuto.
Si se n’esce el suspiro, esce po’ lui la mente,
va po’ lui vanianno, larga quel c’ha en presente;
puoi che se ne resente, non pote retrovare
quel c’avea receputo.
Tale amore ha sbannito da sé la ipocresia,
che esca del suo contato, che trovata non sia;
de gloria falsa e ria sí n’ha fatta la caccia,
de lei e de suo tributo.
che non si conosciuto!
O amor che te celi per onne stascione,
c’omo da for non senta la tua affezione,
che no la senta latrone per quel c’hai guadagnato,
che non te sia raputo!
Quanto l’om piú te cela, tanto piú ’n foco abunne:
omo, tene occultanno, sempre a lo foco iugne;
ed omo c’ha le pugne de volere parlare,
spesse volte è feruto.
Omo che se destenne de dir so entennemento,
avvegna che sia puro ’l primo comenzamento,
vènce da for lo vento e vali spalianno
quel c’ave receputo.
Omo, che ha alcun lume en candela appicciato,
si vol che arda en pace, mettelo a lo celato,
ed onne uscio ha enserrato, che no i venga lo vento,
che ’l lume sia stenguto.
Tale amore ha posto silenzio a li sospire,
èsse parato a l’uscio e no i larga escire;
dentro i fa parturire, che non se spanna la mente
da quello c’ha sentuto.
Si se n’esce el suspiro, esce po’ lui la mente,
va po’ lui vanianno, larga quel c’ha en presente;
puoi che se ne resente, non pote retrovare
quel c’avea receputo.
Tale amore ha sbannito da sé la ipocresia,
che esca del suo contato, che trovata non sia;
de gloria falsa e ria sí n’ha fatta la caccia,
de lei e de suo tributo.
Mario Luzi
Adamo
Sotto le chiome lunghe
nascondo ametiste e porto
conchiglie di laghi in fronte.
L’occhio anche nell’ombra
riflette raggi di stelle polari,
solo, nel mondo, il Tempo m’eguaglia.
In me chiudo rimorsi
di cieli perduti
e la certezza d’Iddio
che m’ha vinto.
Con me ho soffocato l’amore.
Tu cuore d’Adamo
più non sei
che un museo di carne.
nascondo ametiste e porto
conchiglie di laghi in fronte.
L’occhio anche nell’ombra
riflette raggi di stelle polari,
solo, nel mondo, il Tempo m’eguaglia.
In me chiudo rimorsi
di cieli perduti
e la certezza d’Iddio
che m’ha vinto.
Con me ho soffocato l’amore.
Tu cuore d’Adamo
più non sei
che un museo di carne.
Mario Luzi
C’era, sì, c’era
C’era, sì, c’era — ma come ritrovarlo
quello spirito nella lingua
quel fuoco nella materia. -
Chi elimina la melma, chi cancella la contumelia?
Sepolto nelle rocce,
rocce dentro montagne
di buio e grevità —
così quasi si estingue,
così cova l’incendio
l’immemorabile evangelio...
quello spirito nella lingua
quel fuoco nella materia. -
Chi elimina la melma, chi cancella la contumelia?
Sepolto nelle rocce,
rocce dentro montagne
di buio e grevità —
così quasi si estingue,
così cova l’incendio
l’immemorabile evangelio...
Michele Sovente
In flatu
In flatu, nunc est
Nel fiato, è ora nell’ingranaggio,
in machina, nunc
ora è piccola l’ombra
umbra est parvula
nell’unghia del fiato. “Perché
in ungula flatus. “Cur
nei millenni per l’aria si espande
per saecula vox per aethera
la voce dei volatili?”’. Dal mio, è
volucrum patet?”. De meo,
dal mio corpo soltanto, come
solum de corpore meo, sicut
dalla terra la ruggine, che
de humo robigo, nascitur
rotola vortica
frangitur flatus
il fiato si spappola
Nel fiato, è ora nell’ingranaggio,
in machina, nunc
ora è piccola l’ombra
umbra est parvula
nell’unghia del fiato. “Perché
in ungula flatus. “Cur
nei millenni per l’aria si espande
per saecula vox per aethera
la voce dei volatili?”’. Dal mio, è
volucrum patet?”. De meo,
dal mio corpo soltanto, come
solum de corpore meo, sicut
dalla terra la ruggine, che
de humo robigo, nascitur
rotola vortica
frangitur flatus
il fiato si spappola
Niccolò Tommaseo
La mia lampada
La piccola mia lampa
non, come sol, risplende,
né. com’incendio, fuma;
non stride e non consuma,
ma con la cima tende
al ciel che me la diè.
Starà su me sepolto
viva; né pioggia o vento,
né in lei le età potranno;
e quei che passeranno
erranti a lume spento
lo accenderan da me.
Le altezze.
RI
i mondi,
altre ampiezze ammirar di firmamenti:
sovra quelle altri cieli ancor più fondi,
dalle cui cime, in ruota immensa ardenti,
veggonsi i soli giù, come nascosa
lucciola in siepe bruna, o ape in rosa.
non, come sol, risplende,
né. com’incendio, fuma;
non stride e non consuma,
ma con la cima tende
al ciel che me la diè.
Starà su me sepolto
viva; né pioggia o vento,
né in lei le età potranno;
e quei che passeranno
erranti a lume spento
lo accenderan da me.
Le altezze.
RI
i mondi,
altre ampiezze ammirar di firmamenti:
sovra quelle altri cieli ancor più fondi,
dalle cui cime, in ruota immensa ardenti,
veggonsi i soli giù, come nascosa
lucciola in siepe bruna, o ape in rosa.
Salvatore Quasimodo
Delfica
Nell’aria dei cedri lunari,
al segno d’oro udimmo il Leone.
Presagio fu l’ululo terreno.
Svelata è la vena di corolla
sulla tempia che declina al sonno
e la tua voce orficaî e marina.
Come il sale dall’acque
io esco dal mio cuore.
Dilegua l’età dell’alloro
e l’inquieto ardore
e la sua pietà senza giustizia.
Perisce esigua
l’invenzione dei sogni
alla tua spalla nuda
che di miele odora.
In te salgo, o delfica,
non più umano. Segreta
la notte delle piogge di calde lune
ti dorme negli occhi:
a questa quiete di cieli in rovina
accade l’infanzia inesistente.
Nei moti delle solitudini stellate,
al rompere dei grani,
alla volontà delle foglie,
sarai urlo della mia sostanza.
From GIORNO DOPO GIORNO
al segno d’oro udimmo il Leone.
Presagio fu l’ululo terreno.
Svelata è la vena di corolla
sulla tempia che declina al sonno
e la tua voce orficaî e marina.
Come il sale dall’acque
io esco dal mio cuore.
Dilegua l’età dell’alloro
e l’inquieto ardore
e la sua pietà senza giustizia.
Perisce esigua
l’invenzione dei sogni
alla tua spalla nuda
che di miele odora.
In te salgo, o delfica,
non più umano. Segreta
la notte delle piogge di calde lune
ti dorme negli occhi:
a questa quiete di cieli in rovina
accade l’infanzia inesistente.
Nei moti delle solitudini stellate,
al rompere dei grani,
alla volontà delle foglie,
sarai urlo della mia sostanza.
From GIORNO DOPO GIORNO