14 (le sentenze di Sibilla)
le parole impossibili dico da pronunciare
perché troppo grandi troppo scottanti veloci, troppo
in che bocca in che lingua?
Stavano dolci come stelle
che non sa maneggiare. Tutto l’anno
tutto il secolo a rilavorarle, col piede gonfio
il dito nel costato l’acqua non più dolce
che esce dal naso via portando
il seme mentale.
Sull’orlo prenatale sussiste
qualcosa che si formi in viscere si faccia aria
si faccia quel fruscio raso terra
della porta dell’office che s’apre
a fine estate sul giardino
e disperde le sentenze di Sibilla.
24 (primaria)
che sogno arriva al Bambino.
Un sogno che non chiude gli occhi.
Lei spalanca i ginocchi.
Penetra in mezzo alle cosce.
Non conosce che cosa sia.
Sfavilla d’oro di sudore
d’amore, venere primaria
mercenaria- medaglia di latte
e di piccole labbra
pulsatili. In dialetto infantile:
“È la donna del Baba”.
Appena arrivato fra i Gentili
segna ancor quest’annale.
Certo è cosa è cosa scrivere
senza persona grammaticale.
Quante cose rimaste fuori
dagli annali. Grandi bolle senza suono
zone bianche cruces censure.
Lui si riconosce per sottrazioni
- a malapena- per ciò che non fu redatto.
Nelle carte il Matto nelle sue carte lo spiffero
della porta rimasta aperta.
Quelle stanze di caserma
nel Quaranta per esempio che rintronano il passo,
ivi che sapere si squaderna?
o decalcomanie di rue Huchette...
Immense età vichiane
cieli perturbati e commossi! incerati
del 18 Piovoso: forse il Ventoso
con lacunari d’aria smossa
su in alto e intorno la Francia
primaria direi e da più lontano
da campi non di rose s’annera
un che, vapori d’inchiostro (...)
Chi ascolta
Chi ascolta il coro
chi canticchia la loro aria
di vecchi tebani di coefore e colonei
di morti in piedi di mummie sedute
sente solo parole ariose felici
anche se gli dicono “meglio
non essere nato”.
Perché dovrei preoccuparmi chiedere
di fermare per me quella cosa?
non la pronunciò ma non per paura
l’ho detta a iosa in lingua mascherata
lasciarla scivolare via è il modo allegro.
Fra il vecchio Edipo non scomparso a Colono
e il bambino Edipo che traballa sui piedini forati
chi dovrei scegliere?
Naturalmente non scelgo non c’è bisogno
di sapere se sono sveglio o dormo.
Colui che sta seduto e ascolta
Si chiede continuamente: Vuoi morire?
ma non aspetta la risposta
non vuole saperlo.
Teste rosse di gru veleggiano
lassù traverso geyser di luce
oh in silenzio! oh calme Antigoni!
Così diverso eppure qualcosa
che gli ha comunicato l’analista.
“Non tremare se puoi guardare
dietro di te”. Povera vista in diottrie appannate
non riconoscerebbe la statua di Euridice.
Lucidità rossori tremori
dove la stanza finisce —
e semplici fantocci non statue
euridice antigone, la spalliera
di una sedia bastava a Pascal.
Allora? Lui rifà la domanda
scrive su un foglietto la risposta la nasconde
all’Immondo Signore che gli cavalca le spalle.
Com”’è interessante la vecchiaia
Com’è interessante la vecchiaia
Una cruna di luce dalla persiana
isola due centimetri di mondo
il beccuccio di una lattiera la scaglia di una matita.
Non frammenti, un punto dove tutto
si riassume fa massa. Le menti beate
d’ogni cosa si guardano in ogni cosa.
La vecchiaia vede per diottrie sgranate
per particole ogni particola ben disposta
nell’anfiteatro- ma le miriadi di granelli
ballano in una forma sola.
Pensoso, fa mente al fuso di sole
fa ammenda alla poca pazienza.
Dalla riva è soave guardare
il mare dove bucano gli squali
ma sono soavi gli squali con denti ingegnosi.
Aguzzare l’ingegno è l’opzione
conveniente a chi diventa vecchio.
Si piega sul bordo del mare
osserva gli squali passare
appena sotto il pelo dell’acqua;
affonda il braccio
non teme morso di pesce o caimano.
È lui che spinge il grande muso bianco
nella corrente. Ancora poco e si trasforma
in qualcosa di perfetto e strano.
So
ha trovato l’idioma
ha trovato l’idioma
che lo fonda dove sprofonda
e non pappo e dindi -
il Bambino! sortito
di vulva e intirizzito
come mosè le petit; s’indioma
furibondo. “Che bocca parla
una lingua morta?” a fatica
articolando sulle cinque dita
la prima sillaba, in quel giubilo
gli si ricompone il corpo
spezzettato — oh per sempre impestato
di lingua, alla traversata del mare
della parlabilità.
I tuoni
Tuoni lontani luminosi
nel cielo limpidissimo
della fine d’agosto.
Ma che vuol dire fine d’agosto?
che la stagione si chiuse
o che non l’attraverseremo mai più?
La sera s’arrotola in coppa
intorno a un’idea perfettamente morta.
Niente permette di rievocare l’adulescentulo
sdraiato in una certa sera del secolo
a specolare nella gran luce
di un temporale che non arriva mai.
Non ce n’è più di bufere con chiarori
e clangori già dietro il disegno dei monti
nell’eco Domani sarà un giorno splendido
e tutta una schiarita
giorno e notte. Che dici mai:
non ce n’è più di vita.
Il latrato
Ogni tanto latro nel buio
un latrato che nessuno sente.
L’inchiodo bene con i denti
dunque nessuno lo può sentire.
Eppure la signora del piano di sopra
“Per favore da dove viene
quest’orribile tremito
questo fiato di fandango?”
Posso dirle che è la mia caninità
conquistata a fatica in sett’antanni di vita
una preziosa discesa
nella scala dei viventi?
Non so se sia acuto o rauco.
Si gonfia dentro la chiostra
delle mascelle va giù non fuori
come un bolo gassoso
giù per la strozza per le ossa al fondo
del sacco viscerale.
Non provo fratellanza per i cani.
Sono di un altro branco.
Da QUELLO CHE RESTA
L’annata dei poeti morti
L’annata dei poeti morti
A Mosca a Pietroburgo sull’Isar
con ponti di glicini —
forse soltanto lungo il piccolo Reno d’Emilia
sere in cui s’accendeva la luna diaccia e felice
Sul continente en marche! come su un iceberg
derivando con speranze e terrori
e bigliettini strapazzati di versi
cartoline della Posta Militare e il cattivo inchiostro
anticipava un poco il sangue delle fucilate
En marche! Altra voce! Perché l’epoca non gli permise
che la marcia ai cingoli all’ Arbeit macht frei
allora tutti scrissero in un momento
in un nanosecondo - il tempo
di tracciare un’asta un ricciolo
Avevano fatto poemi del resto
coi piedi nudi nell’erba durante le soste
le fasce intorno alla fronte come paracleto
o immaginari lawrence d’arabia “che non vedrete la fine del secolo!”
Così arrivano a visitarci
Così li escludiamo dal sonno
Parli confuso: e di chi?
in questa sosta intermedia
di un errore giornaliero. Si
torce la mente sulla sedia
della smemoria. Quelli
i coetanei restati
per strada i gemelli
SI
all’ultimo sparigliati
senza tuo merito. Qui
sta la questione. Se scelta
o predestinazione o così
semplicemente la svelta
mano del Prestigiatore.
Sono spariti (non morti?)
Filtrano per linee storte.
Tu ti sei chiamato fuori
“compagni, cari, seguiti per tante acque
e tanti venti - ma non è vero che vi ho lasciati andare
dentro venti di polvere dove il contenitore
si sfrangiava e un rossore di fuoco
sbarrava le notti...” Altro rossore
aveva appena sfiorato le loro fronti.
Grondavano sudori d’agonia per visi infantili.
Pure furono visti sorridere
passando di mano in mano la sigaretta.
Chi era invece chi infelice
che li scongiurava rimasto escluso?
La visita a Ezra
Non the olà Maestro
enobarba enorme egoista e sublime
intorno cui si affollavano a rispettosa distanza
gli stupidi ragazzini intimiditi
- che fu amato da Olga-
ojos claros in un arruffio di pel rosso
e scrivo come in un testamento
temendo che non passerò la notte
Ho inciampato due volte per le strade di Milano
e una voce mi dice
Nun me fa’ la terza
Ezra appuntò i nostri nomi
rispettosamente su cartoncini colorati
che ci innalzavano (non lo sapevamo)
al suo paradiso
e non osavamo articolare
il nostro inglese di scolari
Lui venuto in pigiama e pantofole heroico
a passi sbiechi per il corridoio
a farci fare il sogno
d’incontrare la poesia. Come camusi! come sciocchi!
ignari di ciò che saremmo stati anzi non saremmo
mai stati quantités négligeables
che mancavano al conto
(ora so che quel pomeriggio
è un cardine della mia vita).