L’auriga
Auriga ritto sul suo carro, tiene
le redini la mano del poeta,
quella mano che scrive, che capta
le quattro direzioni dello spirito.
Lo spirito è un ossigeno, s’insinua
In ogni virgola, atomo o parola.
Non ha bei sentimenti, non consola.
Talvolta è pura polvere da sparo.
La nave per l’Australia
Il gabbiano minuscolo sulla nave che gli somiglia
(un puntino sull’i della chiglia)
per gli emigrati è solo un fazzoletto,
un altro addio che sventola a lungo.
Nei loro occhi a lungo sventolante
per anni durerà: struggente candidezza
contro quel nero di scialli allineati
nel paradiso terrestre della riva che s’allontana.
Le vibrazioni più profonde
Le vibrazioni più profonde, eccole
affidate ad arpeggi di otto versi.
Tutto quanto è profondo ha la maschera.
Chi non gioca non prega.
Stiamo andando a una festa brillante,
il veglione dei grandi ricordi.
Ben quattro re, del resto, hanno accettato
Di rompere su carte da gioco.
Lo zero
Lo zero è nulla, vale appunto zero.
Ma se lo metti al fondo di una cifra
moltiplichi per dieci, e poi per cento
se ce ne aggiungi un altro. E così via.
Zero della mia vita, tu non vista
né apprezzata presenza. Che magia
dopo anni t’imponi, tu sfumato
leonardesco privo di contorni.
Mi hai aiutata a scoprire
Mi hai aiutata a scoprire che sono viva
come mai prima, sento travolgente
l’essenza del mare, prima solo profumo.
Allargo l’ala, sono una rondine altissima.
Tu, aria, mi sorreggi, tu luce n’investì,
mi svesti del corpo, fai il corpo veggente.
Mi dài la memoria del futuro, scegli
a tuo talento la vita e la morte.
Mia madre in visita
Morta da un anno, ancora qualche visita mi giunge,
smuove a grandi bracciate la primavera —
polline, incenso e nuvole si mischiano danzando
a parole impigliate ai miei rami —
Telefona messaggi il picchio verde.
Il cuore perde colpi e non lo sa.
Ramo secco, ricorda.
Questa la tua dannazione.
A Montale
Il 12 settembre 1981
Tu ti cancelli e subito in altre forme ti annunci,
falsetto sapienziale di nebbia allegra,
antica pala adolescente, tremula
in un bemolle di acque strane.
La tua scomparsa è scandalo, è messaggio
che sconvolge interi meridiani,
coinvolge il futuro e trascina
pitésfori, bufere e termitai —
Potrà mai dileguarsi il tuo passo
per chi eredità quegli impervi segreti?
Il meglio della seppia è l’osso.
Il resto è per i cuochi.
Da I FASTI DELL’ORTICA
Non lasciarmi per mesi
Non lasciarmi per mesi, sono il guardiano del faro
ma troppa solitudine potrà farmi impazzire.
So tutto di bonacce e di marosi,
di azzurri e grigi, carte di tarocchi.
Voglio invertire i ruoli, e segregarti qui
a dialogare coi venti gridando alto il mio nome.
Ah, lo facevi un tempo e io gradivo l’omaggio
prima che il fuoco cambiasse direzione.
Non rispondi
Non rispondi al telefono. Il termometro scende,
la noia come una bruma viene a ovattare le cose.
Dove sei? cosa fai? così la noia raddoppia
invischiandomi fitta nei mots de la tribu.
Voglio fare ipotesi anomale che altre non fanno.
Mi aiutino le leggende: sei diventato un bambù,
un bel cesto tardivo di capperi, un gabbiano del Tevere,
o, padre fondatore, sei stato assunto in cielo?
Non sa, la barca
Non sa, la barca, risalire il fiume.
Nessun vento contrasta la rapida.
Felicità, gonfiavi le mie vele.
Ora smorte cadono in lamenti.
Ma sarebbero ancora le parole
l’essenziale energia. Quel silenzio
che sempre è il limo fertile del verso,
ora è puro veleno.
Se gli scalmi tradiscono
Se gli scalmi tradiscono, e si allentano
i cerchioni di ferro dei remi,
e i remi laschi perdono fiducia
e si affloscia la presa della mano,
se sei lontano, e pallidi suoni
dalla terra promessa mi raggiungono,
ah, si gonfi la vela, prenda slancio
lei, la parola, l’unico mio Dio —