Michele Sovente

Michele Sovente

1948–2011 · visse 62 anni IT IT

n. 1948-03-28, Monte di Procida · m. 2011-03-25, Monte di Procida

...Poi gli arabeschi

...poi gli arabeschi, le antenne, i voli
si avvicendano nei giorni soli
di settembre, è appena sbollita
la smania di inseguire ragazze
dense di odori al tramonto, piena
appare la scena di assoli
che un attempato attore immagina
di stare ancora calcando. È blu
dopotutto il colore delle persiane da cui
tanta vita si è vista correre
per le strade. Di ciò che fu
cocciutamente vagheggiato e di cui nulla
o quasi è accaduto
cosa si dirà poi?
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Poesie

12

...Poi gli arabeschi

...poi gli arabeschi, le antenne, i voli
si avvicendano nei giorni soli
di settembre, è appena sbollita
la smania di inseguire ragazze
dense di odori al tramonto, piena
appare la scena di assoli
che un attempato attore immagina
di stare ancora calcando. È blu
dopotutto il colore delle persiane da cui
tanta vita si è vista correre
per le strade. Di ciò che fu
cocciutamente vagheggiato e di cui nulla
o quasi è accaduto
cosa si dirà poi?

Acqua mediterranea

Chiedo quiete all’acqua
lacustre e marina, mi seducono
i laghi, mi stordiscono
i mari: rami d’ombra sotto
il tufo, spire infinite di luce
oltre la costa. Non ha sosta
il correre mio sulla sabbia
in cerca di un fossile, di un
volto, proprio sotto le scarpe, ecco,
impronte si sfaldano nomi. Tutto
ciò che non ho, l’albero e il frutto,
contiene l’acqua in sé
che sempre circonda
la torre, la casa. Acqua, mia
acqua antica e contemporanea, sii
tu il punto fermo, la via
che porta al miscuglio di lingue,
acqua mediterranea.

Dilà

Di là, stretta nella sua pelle, come la
pietra antica e la clessidra che si ostina
a misurare 1] trascorrere rovinoso

dei venti, dei pensieri, nel lattiginoso
silenzio, nell’immensa brina, di là
sta Cuma, la Sibilla che delira.

In flatu

In flatu, nunc est
Nel fiato, è ora nell’ingranaggio,
in machina, nunc
ora è piccola l’ombra
umbra est parvula
nell’unghia del fiato. “Perché
in ungula flatus. “Cur
nei millenni per l’aria si espande
per saecula vox per aethera
la voce dei volatili?”’. Dal mio, è
volucrum patet?”. De meo,
dal mio corpo soltanto, come
solum de corpore meo, sicut
dalla terra la ruggine, che
de humo robigo, nascitur
rotola vortica
frangitur flatus
il fiato si spappola

Luna in circulo

Luna in circulo adfixa
Luna in un cerchio fissa
suam lucem algidam scandit
che la sua luce gelida
trans vacuas temporum rimas
emana per le fessure
silens est oculus luna
del tempo è occhio zitto
campos desertos adspiciens
la luna che guarda i deserti
at latet in cinere
campi e di cenere splende
at patet in itinere
e nel transito traspare
sola luna solissima
sola luna solissima
mater quae gignit animam
madre che crea l’anima
de spherica eius natura
della sua sferica natura
descendit omnis pictura
discende ogni pittura
in qua terra transparet
dove la terra freme
luna in lacu reflexa
luna nel lago riflessa
luna in axe convexa
luna sull’asse convessa
i sassi la luna cinge
saxa luna cingit
gli amori la luna finge
amores luna fingit
dovunque i sogni stringe
ubique somnia stringit
crudele luna nudissima...
cruda luna nudissima...

Né ci giova

Tenaci m’inghiottono tenebre,
la sete è la mia taverna
e la fame è la mia lucerna,
fremono le foglie, sibila
la freccia del desiderio al crepuscolo,
sulle tavole scorre la polvere
d’inverno -, questo è lo scherno
della vita né si può vincere -,
le mie vertebre mordono
la melma dell’ Averno, l’ultima
salvezza mia non è il tuo amore,
oh, se il mare i nostri ignudi
nomi sbriciolasse! - è questo
il culmine della morte né
ci giova -, forse le novelle
stelle estingueranno ogni dolo?

Da CARBONES

Neapolis

Fittamente colloquiando sotto
l’arco rumoroso di Portalba
nel luccichio delle librerie, io
e un’amica di università - qualche
ruga ne sottolinea gli anni - ricordiamo
l’antico fuoco del sapere quando
l’illustre cattedratico nutriva
con succulente parole i centomila
fantasmi letterari, gli amari
sottintesi della storia. Ci pare, ora,
ridotto a cenere quel fuoco dacché
la vita ben altre verità ci impone
e la città, questa mai troppo
intossicata Neapolis, murata
nelle sublimi sue rovine, la nostra
voce spinge verso la buia feritoia
di un palazzo assai glorioso
che muffe e larve ingoia. Eppure
su noi due il sole dilaga.

Per specula aenigmatis

VI
Ad meas ripas e longinquo advena
Venit. Navis fuit avis. Alas sonabat.
Alas perdebat. Alas rumpebam.
Alas in vitro spargebam. Me sine
lingua in lingua Lycurgi me exstinguebam
nascentem. Cervi(fe)calia fastigia
advena effundens. O rutilanstygia
sine navis navarco sine magnetico
meos indice fluctus perfide frangens!
Novam in tabulis scientiam Lycurgus
fundabat. Advenam me solum, me dirimentem
linguam de lingua. Noctis de ventre
me sine loco n/avis clam resurgentem
in alas pelagias me sine me inferebat.

Da lontano ai miei lidi lo straniero
approdò. Come un uccello il vascello volò.
Le sue ali il vento suonava. Le sue ali
il vento sbranava. Le sue ali a una a una
nel puro cristallo scioglievo. Senza lingua
nascevo. Licurgo: mio demiurgo. Fastigi
preziosi e ulcerosi lo straniero seminava.
Rutilante la nave che senza bussola e senza
nocchiero - perfida - solca i miei flutti.
Su vergini legni Licurgo una nuova scienza
fondava. Io lo straniero/sperduto che muto
in plaghe di mille favelle affondava. Del mio
smembrato fasciame dai gorghi della notte chissà
in quale luogo schizzato, di me fatalmente
rinato l’uccello/vascello grondava.

XVI
Membra de muco, ungues de manu,
bulbos seminales de atra cervice
dividit securis et ulmos de crocis,
de silvis filices, salsa fragmenta
de undis separavit turbo rugiens,
unus vagabam et nullus membratim
peribam, Naturam fingebam naturae
me iungere, Heraclitum in fluxu
mortalis aquae novissime me anxium
agebat animam orbis aientem me di
videbat, contexte immo vero in
flatum/afflatum naturae membratim
ruentis muculentam salivam et sperma
mentisque mei micas totius tremebundas
contexte traicio: ego scriba membratim
scintillantes latinos reperiens lapillos
se acerrime fingens linguae novissimae
locum contexte construere.

In un folle imbuto cartilagini e muco,
unghie e falangi, bulbi germinali e scuro
cervello, l’ascia d’osso e di rame a
scagliarsi precisa, a staccare l’olmo dal
croco, l’acqua dal fuoco, il sale dall’
onda, sbrandellato andavo sull’ombra e
tutt’intero nell’ombra morivo, amavo
ingannarmi che la Natura in sé mi prendesse,
in sé mi perdesse, sapere che Eraclito aveva af
fermato nel flusso mortale dei fiumi il perno del
Tutto mi strappava ai miei astri, mi sputava nel
vuoto, e ogni pulviscolo di saliva e di sangue e
di sperma si confonde e si fonde nel folle
imbuto dei noviluni, dei giorni, dei venti,
degli aromi emollienti: e sono io
il bricoleur — leggi: scriba — che raccatta
scarti latini e a uno a uno li saggia nell’
attrito infinito di un’altra lingua che mai
vedrà nascere.
Tante lame, migliaia, soavi
crudeli, - quante lame? -, corolle si
gonfiano cancri, altre primavere, altre
sere, sussurrano, per astri: per antri,
“...non ego ma l’Orco, non l’alfa...”, e
gelido 1l sogno scandaglia e fulgido abbaglia,
frammenti roventi, mia forma, e precipita,
il daino la ruota sussulta il girasole per
archi graffiti, tant’erbe la bora rovina,
tante ali, migliaia, e nei vortici,
- quante ali, quant’erbe? - si espandono languono,
“_..non ego ma l’ Alfa, non l’orco...”,
splendida splendidanotte, mia forca, e promana,
il grillo dal Nulla la luna promana e, più
della forma perenne, impazzisce e
impazzisce - mia forma ruotata -:
TANTE LAME: QUANTE LAME?

Di notte io vidi aquiloni e aquiloni tagliare
cimase - non siate increduli - e vidi davvero
lamelle/animelle farsi ombrine farsi oro
gonfiarsi e sfere e sferette di nebbia e di fuoco
annullarsi: code rose licheni deflagravano
sulla luna. Io le mie unghie vidi essere lupo
e le mie mani essere ontani essere crochi
essere steli di neve. Pensavo e dicevo che
il sonno che il sangue oscuro dell’anima
produce/seduce il globo ogni globo: e - non
deridetemi - dico che vidi me stesso incandescente
carambolare nella clessidra glaciale del
nullo tempo e alla luna - solissimo - come
fiato tenue di pioggia che sfiora il deserto
e come sonnambulo mormoravo senza parole
“FERVIDA LUNA, INONDAMI D’ORO”.

’
L’alga: smeraldo del mare. La retrattile
Alga porporina. Nel buio contemplava
la sua fredda luce, succhiava la sua linfa
nella sfera obliqua del mistero. Da immemori
lune, in gara con la squamosa voce porosa
dei pesci che corteggiavano le onde e le notti,
l’alga scioglieva la sua voce stregata
“Le Naiaidi mi fecero dono di bocca, di seni,
di un ombelico di seta e di ghiandole e di orecchie
e narici e mi fecero dono di pupille di latte...
se la Luna sarà brava ruffiana, vi sposerò”.
L’alga sognava l’irriducibile febbre dei pesci.
I pesci filavano lunghi sogni infelici “Come
in tanto faremo ad amare un’alga soltanto?
Potrà mai un’alga sola amare così numerosi e
gelosi spasimanti?”. E - orgiastica - l’alga sognava
e sognava i pesci che il male, il sale bruciava.

Nello specchio l’effigie, per arcani
passaggi luminosi, rifratta dall’ampiezza
del cerchio, dell’ovale, tremava: mezzaluna
vagante, magnolia sognante, topazio, sporgenza
dorata. Il Nome - di giorno - tremava.
Il pioppo Îì e ora il faggio, apparendo e
sparendo, minima bella lamella, stridula
asma - ectoplasma nel muco costretto, dal muco
distrutto —, l’immagine astrale a poco a
poco nello specchio di smagliava. A poco a
poco, per luminosi/arcani paesaggi, si vanificava.
Il Nome - di notte - tremava.

Prato e naufragio

Di strani pulviscoli stridono
le pareti, la nuca
intirizzita. Un perdersi occhiuto
per le pietre, le astute siepi di Cuma
- voci d’acqua, di buio, zampe
che frugano in botole d’azzurro -, un
beato non sapere chi
attizza il fuoco, spinge la ruota.
Fuggono gli anni, piste
incrociate, si addensano notizie, anche
le più improbabili, risaltano
ferite da archi e colombari, senza
nome balenano galassie. Nel vuoto
un muoversi, uno scuotersi allarmato.
Cumae: prato e naufragio.

Quell’inverno

Quell’inverno del Cinquantasei
tanta fu la neve che nessuno
per giorni interi uscì di casa.
Presenza assoluta la neve
che ogni altra cosa annullava.
Fra le domestiche mura
il freddo sempre più andava
crescendo. Scarseggiava
il carbone. Quel poco che ogni
famiglia aveva ben presto
cenere si fece. L’unica
carbonaia del paese fu presa
d’assalto. D’un soffio le scorte
finirono. Cadeva la neve
cadeva. I corpi in silenzio
intirizzirono. Nei sogni soltanto
contro la morte
i carboni scintillavano.

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