Cammino astrale
Si andava a cento chilometri l’ora.
La sera avanzava a miliardi di miglia il minuto.
Tutte le globaglie del piombo fuso erano in cielo.
I monti rizzavano falesie d’antracite.
° Il lago era un bacino prolisso d’inchiostro di seppia.
Le prime vite dei lumi lucciolavano per le costiere.
Si andava, si andava come entro un’acqua forte
velati dai tratteggi fittissimi della penombra
le nari ebbre d’un effluvio di ragia pluviosa.
1° Il paesaggio sonava nell’ansito folle della macchina.
Cantava il mio cuore un’ode al motore, inenarrabile.
Dietro, le signore felici chioccolavano come le fonti.
Il profumo de’ lor veli fuggiva coi morsi del turbine.
Spazzammo, cometa mostruosa caudata di petto,
la via, gli abissi di pietra e d’acqua e d’aria,
col prisma satanico dei riflettori.
La pioggia crosciò tempestando diamanti.
L’eretta coperta parve un ciel buio sotto il cielo buio.
Gli occhi delle signore sprizzaron scintille sul fondo.
Ed ebbimo, nell’orbita libera luminosa,
la grande vertigine a vortici
dell’anime strane ch’esistono
in fuoco ai sistemi cosmici sospesi.
2° Più tardi, l’ossa imbevute
del metafisico liquido asteroidale,
divino - nell’intima pace d’un ciborio d’anime -
scaldar e tibie e sogni
alla meteora d’un grande focolare acceso!
Colta.
i
E sorrisi, accorgendomi che avevo voglia di accorrere, per dirle: sei bella!
che avevo voglia di baciarla per la prima volta.
Compleanno XLVI
Signore, che ho fatto della tua giornata?
L’ho dissipata minuto per minuto,
come un fanciullo distratto;
quello che tu m’avevi messo in petto
l’ho taciuto e ho detto
le parole vane, quelle degli altri.
Abbi misericordia del tuo servo.
Non lo chiamare davanti alla tua voce.
E, se muoio,
se mi addormentò,
oh destami Tu prima dell’ aurora,
ch’io possa servirti ancora.
Conciliazioni
Finalmente ho smesso quelle febbrili dispute col fato,
quelle acerbe inquisizioni dell’avvenire e del passato.
Dritto in mezzo all’ orizzonte, mi riconosco radicato.
Sono amico di me stesso, innamorato del mio destino,
che respiro come l’aria d’ una domenica mattina,
che sorseggio come un calice luminoso di vecchio vino.
Dalle caserme
Se tutta la vita andasse a suono di tromba
noi crediamo che anche i sordi si strapperebbero i
Vogliono farci migliori e riusciranno timpani.
perché siamo quasi tutti buoni e amiamo il nostro Paese.
° Ma se si dovesse andar tutti i giorni in piazza,
tra le folle che urlano,
si finirebbe con l’odiare di più i borghesi.
Noi siamo forti e vogliamo provare la forza.
Poi, troppi han fame. Fra due anni avremo fame anche noi.
1° Bisogna fare dei buchi dentro la folla ora che siamo in tempo.
A meno di non marciare contro i Tedeschi...
Ma se perdiamo? Torna l’Italia al Papa...
Giuseppe antonio borgese dentro e fuori
Lo scrittoio che prima era alla destra
ora è per largo innanzi alla finestra.
Dentro e fuori rinnovo, e anche il trasloco
d’un mobile non è cosa da poco.
Prima, se alzavo gli occhi, uno scaffale
vedevo e scartafacci polverosi.
Ora vedo la libertà del cielo ove il maestrale
cavalca le nuvole come sull’ oceano i marosi.
Il mortorio di Bibia
Bibia, vecchia zitella zoppa ricca,
è morta l’altro ieri.
Voluto ha eredi
tutti, che la seguiranno al funerale,
e zoppi e storti poveri della città.
La nuova è corsa via
per le stamberghe di soffitta e di cantina,
pe’ fienili e le fogne e le panchette e i gradini
di chiesa e di convento e gli archi
di ponte pieni di danze moscerine sul canale.
È l’ora del mortorio.
Si muove. Avanza. Il prete, zoppo.
Il carro pare che zoppichi coi cavalli.
E, dietro, l’esercito delle grucce e dei saltelli.
Un lieto muovere umano
a ritmo lento.
Non mai vedesti andare, in vento di marzo,
i ramiciattoli d’ippocàstano sui viali?
Fosco è il colore della marmaglia sbilenca
sulla via civica dove la primavera si riversa.
E segue una sua sghemba
linea che, veramente, pare
sopra una diritta linea di secoli
l’eterno passo necroforo claudicante dell’Umanità.
Tetano o mazurka,
l’ossa loro, i loro nervi ballano
sotto l’archettata d’uno spasimo.
Fango v’è, per pioggia recente, sulla strada.
L’orme gialle hanno il disegno fuggevole
dei vecchi burri che friggono,
e le stampelle bucano
di piccoli botri acquitrinosi obliqui
la melma che sghignazza e, forse, gode
essere calpestata, finalmente,
da un’orda di miserabili felici.
Vi sono vecchi e giovani,
maschi e femmine.
Prima le femmine
fanno il corteo più denso di cenci,
sbattocchiano la mota e se ne ingioiellano
d’agate spente le sottane
sdrucite dalla meccanica guasta
degli arti male invisibili.
Poi, gli uomini, d’ogni colore e forma,
ironici, con zampe di gallo profonde
agli occhi, fin sulle tempie e le guance
rigate di rughe perverse.
Qua e là un verde di tabe,
molti d’un rosso nasuto di vernaccia.
Adocchiano, quasi tutti, le belle
ferme curiose a ridere
nelle cornici di pietra delle finestre
o sui plinti prolissi del lastricato.
E, traballando avanti,
borbottano requiem osceni.
Dove marciano?
Fin là dove si reggano.
Marcerebbero fino alle stelle.
Ma non arriveranno fino al cimitero.
Ecco:
uno stramazza, vinto
dalla sua gamba di legno che si sfascia.
Ne cascano sovra altri sei.
La coda si squassa, scompiglia, rompe.
Il carro, lo fermano.
È tutto caduto il corteo.
Una barricata di corpi umani
irta di grucce e di stinchi
tiene ora la via dove rideva la gente.
Vi sono dei volti e delle nuche nel fango.
Contro la primavera
l’ammasso nerastro
ha dei riscossoni d’enorme talpa accoppata.
E molti, ora, s’odono gridare e piangere
nel mucchio sgraziato e all’intorno.
E due si son dati a morire.
Ecco, sotto il pasticcio di membra,
le due mani diverse, stecchite, ma avide pari
che prendono il vuoto
come la loro parte sudata d’eredità.
Kipling
Genio delle città di statue pietrificate
e dei Templi scolpiti nella roccia viva;
delirio interno delle Pagode
di rubini e topazi e perle e zaffiri;
jungle d’ebano e di sapan e d’attar e di bambù:
effluvio di the, di rosa e d’oppio:
anima ventilata dal pulviscolo elettrico dei cotoni,
canoro Dio dei traffici d’indaco sui mari blu:
Imperatore cinico e cinematografico
a cavallo dei mondi di colore:
Europa, India, Persia, Cina, Malesia: demoniaco
delle forze erotiche ed eroiche:
cantano gli animali
l’ebbrezza servile: l’uomo comico e padrone
stupra la locomotiva
e singhiozza un suo lirico rutto a guizzi di violino:
cosmopolita laburista militare
inforchi, o Poeta,
l’elefantiaco Mostro ultramoderno
e ti scaraventi in potenza a descrivere
con inchiostri di sangue e d’acqua di carbone
le Apocalissi meccaniche nuovissime
dove i serpenti dell’Eden s’aggroppano
al gangliame d’acciaio frenetico delle officine.
La sposa danese
Vedi la giovinetta
d’un biondo-bianco lino,
rosea, tenera, tutta occhi di mare,
che al canto, là, della mensa candidissima,
tra il fiammeggiar delle luci elettriche e dei fiori,
sotto due pupille latine che la spìano, si dona
in un continuo palpito pubblico di tortora al suo sposo.
Queste donne non curano gli occhi del paese
che non le curano. Conta, loro,
se gli occhi degli stranieri le denudano?
Guardala e invidia un po’ di questi oblii,
tu che obliar non sai neppure in sonno.
Ella è seduta in grembo al suo uomo e non pare.
Quella tovaglia ha il pallore mortale d’un lenzuolo
d’orgia.
Quegli occhi affondano nell’abisso dei sensi chiaro
di meduse.
Quelle labbra sorridono d’angelo e dicon parole
demoniache.
L’uomo è placido, serio, gigante, quasi sordomuto,
pupille su nevi lontane.
La voce lontana
L’ho udita stamane parlare al telefono, nell’ altra stanza;
io ero ancora impigliato negli ultimi deboli inganni
dell’ ultimo sonno, che davano echi di favola alla breve distanza.
Sollevatomi sul guanciale, ascoltai a lungo la sua voce,
e la riconobbi vicina, ma mi parve lontana negli anni:
amorosa senza lusinga, virginea senza timore, casta e veloce.
Era nuova per me, come se una delle prime volte la sentissi,
in quell’autunno fiorentino quand’ essa m’era ancora sorella,
e mi portava, bianchi con un’ anima d’oro, a lei somiglianti, i narcissi.
Così quest’ amore in ogni stagione rimette la fronda, appena