Le due giornate
Due giornate assai dolci ha la donna:—dice una voce che suona i
da pallide lontananze, perdutamente mesta—
quando a lei sposa si dischiude la porta
della nuova casa, ed essa il fiorito limitare ne sale,
e quando poi la riportano via morta.
Tu, giovinetta, non hai avuto che un solo giorno di festa:
quando le compagne t’hanno attesa alla porta deill’ospedale,
reggendo nelle mani ruvide di geloni i grandi ceri.
E il tuo debole capo non ha conosciuto che una corona:
quella dei tuoi pesanti capelli neri.
Ma sapessi che ha da sopportare fra le nozze e il funerale
una povera donna, fra l’una e l’altra sua giornata buona!
Coi tuoi occhi di capriola spaurita, con le tue spalle strette,
troppo strette per quel peso, meglio avere avuto solo questa
delle due giornate che l’antica voce promette.
Le unghie
V’amo nei neonati,
candide, tenere, piccole
come i primi petali
del fiore del pero:
prensili,
nel vagito dei sogni,
prendere tentate
solo dei fiocchi
di neve di limbo
o la montagna rosea
della mammella nutrice
che lor nasconde il mondo.
Femmine? Maschi?
Chi può dire?
L’unghie dell’infanzia in fasce
è come l’infanzia medesima fasciata.
Non ha sesso.
Ed ogni falda di neve
ed ogni stilla di latte
che le imperli
degna è di fare,
d’una mano d’angelo piccolo,
il fiore paradisiaco della purità.
V’amo nelle donne:
siete lame di corno: potreste
ferire a sangue: potreste
tatuare di mille segni barbarici
la carne avversaria dell’amante.
Avete le lùnule, bianche
d’un sorriso adamantino, che saprebbero
ardere d’un pianto di rubino
se mai vi ficcaste gelose fino al fondo
d’una nuca diabolica di traditore.
E l’incarnato gelido dell’anime specchiasi
nei vostri segmenti
color delle pelli-rosa calde feroci.
M’inebriano i profumi concentrici
delle faccette vostre di vetri di fiala stappati;
e gli archi estremi, lucidi pallidi acuiti
come becchi di civette canarine,
adoro se a tornio di limucce e di stecchelli
vi lavorano dita pazientissime
per ore ed ore che le spio
dalla finestra rimpetto
ove un uomo odia la donna e pur la mangia d’occhi.
E v’amo, mie, in cima fulgide
queste mani di musico e di poeta:
v’amo, piccole fiamme dure diafane
su questa candelora bizzarra
delle mie dita sempre in fuochi di festa.
Ch’io scriva,
e voi fulgete chiare, doppie
alla punta oscura della penna.
Siete la luce, o unghie,
di cui la negra lancetta degli inchiostri è l’ombra.
Ch’io tocchi i tasti al pianoforte
– divino amico saldo
delle mie solitudini vertiginose –
e voi reggete il molle mistero tattile
dei polpastrelli, siete i miei dieci plettri
onde io ben tocco le corde
che legano i lacerti dell’anima mia
alle più profonde alghe sensitive
dell’Infinito.
E v’amo nei pazzi:
nei pazzi che vi tagliano e vi riserbano
in molti pacchetti preziosi:
ed uno uccise un altro
che gli rubò un cartoccio
delle piccole
tenere
ossee
reliquie.
Qual di noi pensa
alle sorti dell’unghie tagliate?
Dove cadono?
Chi le sperde?
Non sono le nostre particole?
Non sono i quarti di luna esili
crescenti con la marea delle giornate?
E dicono
che anche ai morti
crescan sotterra le unghie:
unghie felici, libere, logiche,
cui nessuna forbice taglierà.
Ottava sinfonia: la poesia mallarme
Poi fummo
in quadrati di nuvole. Finestre. Varcammo
turchini boschi d’etere, mari d’onde di bragia. Fiori.
Fiori divorammo con bocche profonde fino ai cuori.
Fiori: fiocchi,
fiocchi di cirri: fiori: e penetrammo
in coppe nere di campane canore: ed esplodemmo
alle ruote di rombo in centro agli astri.
Poi fummo
gli esatti, lucidi nel giallo, bulinati a punzone
nel fuoco: fummo i luigi della zecca stellare. Il verso
parve, pei secoli, la scrittura del disco monetario.
Finestre, Fiori, Campane, Grandini
di pietre preziose su tombe di poeti. Organetti
squillanti a giro di ruota d’empireo. Piedi
nudi di principesse e di sante su corollarî di ninfee.
Parole uguali, labirinzie, strane, diverse, oscure. Turbini
Ardore. Musica. Effluvio. Sistema.
Castità, Voluttà. Ragnatele di brividi d’oro capillare
tese dalle pagine di sangue al soffitto d’azzurro sprofondato.
E capitomboli in precipizî di sogni per l’eternità.
Primi lampioni
Esco alla notte
contro gli amici lampioni.
Son gli occhi dei nuovi mostri terreni. Sfavillano
la luce ignota a’ miei avi. Mi fan l’aria moderna
onde questo respiro d’uomo semplice
diventa verso libero di poeta complesso.
Amo le ombre lunghe a sbarra dei lampioni
e vi cammino con piedi sicuri e sogni di vertigine
come l’equilibrista sul filo teso al precipizio.
E più amo i fogliami d’alberi del viale
che la luce elettrica dipinge ad acquerello
sul cartone prolisso dei lastricati.
E più amo la mia ombra che pare
lo svelto impaccio della mia stessa anima fra’ miei piedi.
Sera d’uragano
Il cielo è nero fumo che voltola, sfiocca, imperversa
come a un fiato d’incendio. Corron ruote di cenere
per l’infinito campo: gorghi d’ocra e di fuliggine
si riproducono e ripercotono.
Tutto fugge come a un fosco mare.
Le case impallidiscono di spasimi sulle montagne,
mostrano i mille occhi dalle palpebre chiuse.
I lampi sono rosei
come i filari efimeri delle gambe alle ballerine
in passo di finale.
Le folgori son come bisce verdi e violette.
Spesso han vene di sangue a capo, a coda. Sparve
la scena de’ monti lontani.
I monti attigui sono i lontani. S’opaca la distanza.
Eccoli dispariti.
Una dolomia, sola, il chiaro picco mantiene, alto,
in un canto della nerezza, teso.
Piovon tutte le acque,
a gocce, a schegge, a frecce, a micce ebbre di fuoco.
Gli uccelli fuggono gli occhi accesi dei gatti saliti sulle piante:
i gatti fuggono le spire di bragia delle folgori:
le foglie degli alberi tremano per l’Universo.
Io m’abbandono
a tutti i fiumi oscuri di me stesso che straripano.
Strawinsky
La nebulosa scoppia,
esce il semibarbaro
vestito a colori di Pasqua
e canta e danza mistico
e nel ballo rapina
alni, betulle, larici:
tutto è fiera e mercato e carrosello
e l’organino s’impasta con l’intonarumori
e piove wodka pura
e s’accendono, alle faville di pipa,
i fuochi d’artifizio
e l’orchestra arde a’ suoi legni:
tutto è girandola d’archi
e le trombe zampillano razzi
alle costellazioni i
e i tamburi petardano
eitam-tam
guancian gli astri in tremendi colpi d’oro.
Tutto ruota a vertigine:
l’idiozia mugika
vomita cacofonie divine,
la notte immalinconisce di lumi
lenti come catene viventi nella steppa.
Pace; è Notturno, o Terra Nera!
Ma la musica romba del cratere rosso
che non si spegnerà.
Zingari
Forse è la vita vera.
Il carro dipinto,
i cavalli salvatici e docili, ebbri di vento,
le belle figlie in cenci,
la mensa a bivacco furtiva sotto gli astri,
la strada bianca del mondo.
Io tornerò nella prigione potente
dove comando
e sono comandato:
io sfrenerò, di rabbia, i miei puledri ideali
sulla pista del sogno, a cuore morto, a stanca sera:
e per l’amore
mendicherò la mendicante mia a qualche buio di strada.
Io pago la carne con mano che sembra
chiedere anzi donare elemosina.
E la mia via
è una rete di fogne
dove altro non luce che l’occhio del sorcio.
O Zingari, scoiatemi vivo, allo spiedo arrostitemi
fra due tronchi di selva!
Sono un poverissimo figlio di civili
che adora la barbarie.