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Poesie di questo tema

Relazioni e famiglia

Cesare Viviani

Cesare Viviani

VI Anno divora anno

amore consuma amore.
In tutti i centri immaginabili
cercato il Creatore, la creatura
lo cercava dove lo voleva,
nel più alto pensiero, nel contemplato, in sé.
E più si perfezionava,
più si intralciava.

Tornare nella creazione,
nella terra, nel limo,
uniti al Creatore, una materia,
unico impasto: è questa l’eternità,
premio o condanna futura,
la fine della creatura.

Faceva la creatura tutto da sé,
invocava, accorreva,
incoronava, puniva,
attribuiva ogni potere al Creatore,
si annullava con le parole, coi pensieri,
restava certamente quella di ieri.

Assente il pensiero, rimasto
nelle distinzioni del mondo,
si presentano uguali le creature,
come sono. I cuori liberi
al primo contatto riconoscono
l’Amore, di cui non si può dire,
Indicibile.

Non chiediamoci come sono
i corpi dei cuori liberi,
quando vivono nell’essere e nessuna parola
li può rappresentare.
I corpi sono tutti uguali, il più sano
pari al più martoriato: differenti
soltanto le pretese, mentre la stessa .
è l’entrata nell’essere.

Se c’è un’interrogazione,
non la si riesce a formulare.
Le tante domande, invece,
coprono la luce, oscurano,
allontanano dall’ardore,
rallentano il cuore.

non lascia spazio la fede fuori di sé.
E la creatura
è quello in cui crede:
non lo interessa come diventerà,
se opaca o pura, triste o gaia,
non pensa a quel che è, non pensa a sé.
x
Chi continua a smarrirsi nel fare,
o parimenti si perde in seno alla natura,
rimane nella fede. Ma oltre,
lasciato l’amore, abbandonato ogni valore,
escluso ogni fautore o mediatore,
è luce, luce, luce,
luce della Verità, luce
del mattino.

Il cuore sia il Creatore -
non si perda in bontà o in amore.
Il battito, la forma, la materia
non siano altro che sé, non siano
funzione o descrizione;
siano solo quello che da sempre sono:
la propria creazione.
Ora non c’è preghiera pronunciabile,
non c’è cura:
nell’essere che non si rivela
ritorni, dove è sempre stata, la creatura.
Il niente dell’esistenza e della storia
disveli l’immensa gloria.

Prima di arrivare al proprio essere,
ha fatto parte di silenziose esplosioni stellari,
era niente ma ha distrutto,
con un contatto minimo, una grande massa infuocata,
è sempre stato invisibile, inavvertibile,
ora si può dire: infinito.

Non c’è spazio: procede
intatta la creazione
nella continuità, nella pienezza,
tutto è indistinto niente.
Niente,
movimento assente.
Da PASSANTI
Compagnetto da Prato

Compagnetto da Prato

L’amor fa una donna amare

L’amor fa una donna amare.
Dice: “Lassa, com faragio?
Quelli a cui mi voglio dare
non so se m’à ’n suo coragio.
Sire Dio, che lo savesse
ch’io per lui sono al morire,
o c’a donna s’avenesse:
manderia a lui a dire
che lo suo amor mi desse,

Dio d’amor, quel per cui m’ài
conquisa, di lui m’aiuta;
non t’è onor s’a lui non vai,
combatti pur la renduta.
Dio! l’avessero in usanza
l’altre di ’nchieder d’amare!
chio inchiedesse lui d’amanza,
ché nà tolto lo posare;
per lui moro for fallanza.

Donne, no ’l tenete a male,
s’io danneo il vostro onore,
ché ’l pensier m’à messa a tale
convenmi inchieder d’amore.
Manderò per l’amor mio,
saprò se d’amor mi ’nvita;
se no gliela dirabo io,
la mia angosciosa vita.
Lo mio aunore non disio.”

‘Madonna, a vostre belleze
non era ardito di ’ntendre;
non credea che vostre alteze
ver me degnassero iscendre,
A voi mi do, donna mia,
vostro son, mio non mi tegno,
mio amor coral in voi sia;
fra tutto, senza ritegno
mettomi in vostra balifa.?

“Deo! como mi fa morire
l’omo a cui mandai il messagio!
Domandomi che vuol dite,
Quando in zambra meco l’agio
non me ne de’ domandare.
Drudo mio, aulente più c’ambra,
ben ti dovresti pensare
perché’i’ òti co meco in zambra;
sola son, non dubitare.”

‘Dimmi s’è ver l’abrazzare
che mi fai, donna avenente,
ché si gran cosa mi pare,
creder no ’l posso neiente.’
“Drudo mio, se Dio mi vaglia
ch’io del tuo amor mi disfaccio,
merzé, non mi dar travaglia!
Poi che m’ài ignuda in braccio,
meo sir, tenemi in tua baglia!”
Anonimo