Poesie di questo tema
Relazioni e famiglia
Cecco Angiolieri
La mia malinconia è tanta e tale
La mia malinconia è tanta e tale,
ch’i’ non discredo che, s’egli ’l sapesse
un che mi fosse nemico mortale,
che di me di pietade non piangesse.
Quella, per cu’ m’avven, poco ne cale;
che mi potrebbe, sed ella volesse,
guarir ’n un punto di tutto ’l mie male,
sed ella pur: – I’ t’odio – mi dicesse.
Ma quest’è la risposta c’ho da lei:
ched ella non mi vol né mal né bene,
e ched i’ vad’a far li fatti mei;
ch’ella non cura s’i’ ho gioi’ o pene,
men ch’una paglia che le va tra’ piei:
mal grado n’abbi Amor, ch’a le’ mi diène.
ch’i’ non discredo che, s’egli ’l sapesse
un che mi fosse nemico mortale,
che di me di pietade non piangesse.
Quella, per cu’ m’avven, poco ne cale;
che mi potrebbe, sed ella volesse,
guarir ’n un punto di tutto ’l mie male,
sed ella pur: – I’ t’odio – mi dicesse.
Ma quest’è la risposta c’ho da lei:
ched ella non mi vol né mal né bene,
e ched i’ vad’a far li fatti mei;
ch’ella non cura s’i’ ho gioi’ o pene,
men ch’una paglia che le va tra’ piei:
mal grado n’abbi Amor, ch’a le’ mi diène.
Cecco Angiolieri
Me’ mi so cattiveggiar su ’n un letto
Me’ mi so cattiveggiar su ’n un letto,
che neun om che vada ’n su’ duo piei:
ché ’n prima fo degli altru’ danar miei;
or udirete po’ com’i’ m’assetto:
ché °n una cheggio, per maggior diletto,
d’essere in braccio ’n braccio con colei,
a cu’ l’animv’e ’l cuor e ’l corpo diei
interamente, senz’alcun difetto.
Ma po’ ched i’ mi trovo ’n sul niente
di queste cose ch’i’ m’ho millantato,
fo mille morti ’I di, si son dolente.
che:
ribadisce la costruzione ipotetica del v. 2 (“discredo che:
piangesse: sta per il condizionale. 5, Colei per cui mi capita
essere malinconico, poco gliene importa. 8. pur: soltanto.
abbia male (mal grado) Amore, ch
e mi dette a lei in potere.
1. Me’ mi so cattiveggiar: Meglio mi so tormentare.
neun om: di chiunque.
E tutto ’I sangue mi sento turbato,
ed ho men posa, che l’acqua corrente;
ed avrò fin ch’è’ sarò ’nnamorato.
che neun om che vada ’n su’ duo piei:
ché ’n prima fo degli altru’ danar miei;
or udirete po’ com’i’ m’assetto:
ché °n una cheggio, per maggior diletto,
d’essere in braccio ’n braccio con colei,
a cu’ l’animv’e ’l cuor e ’l corpo diei
interamente, senz’alcun difetto.
Ma po’ ched i’ mi trovo ’n sul niente
di queste cose ch’i’ m’ho millantato,
fo mille morti ’I di, si son dolente.
che:
ribadisce la costruzione ipotetica del v. 2 (“discredo che:
piangesse: sta per il condizionale. 5, Colei per cui mi capita
essere malinconico, poco gliene importa. 8. pur: soltanto.
abbia male (mal grado) Amore, ch
e mi dette a lei in potere.
1. Me’ mi so cattiveggiar: Meglio mi so tormentare.
neun om: di chiunque.
E tutto ’I sangue mi sento turbato,
ed ho men posa, che l’acqua corrente;
ed avrò fin ch’è’ sarò ’nnamorato.
Cecco Angiolieri
Ogn’altra carne m’è ’n odio venuta
Ogn’altra carne m’è ’n odio venuta
e solamente d’un becco m’è ’n grado,
e d’essa nè la voglia sì cresciuta,
che si’ non mho, che Di’ ne campi, arrado.
Quella cu’ è mi dice ch’è venduta
e ch’ è’ son folle ch’ i’ averne bado;
ché s’ è’ le dessi un marco d’òr trebuta,
non ne potre’ avere quant’un dado.
Ed i°, com’uomo cu’ la fitta tocca,
ché so che voglion dir quelle parole,
sì do ad altre novelle di bocca.
E Die sa come *’l cor forte mi dòle,
per ch’ î° non ho de’ fiorin a ribocca,
per poter far e dir ciò ch’ella vuole.
e solamente d’un becco m’è ’n grado,
e d’essa nè la voglia sì cresciuta,
che si’ non mho, che Di’ ne campi, arrado.
Quella cu’ è mi dice ch’è venduta
e ch’ è’ son folle ch’ i’ averne bado;
ché s’ è’ le dessi un marco d’òr trebuta,
non ne potre’ avere quant’un dado.
Ed i°, com’uomo cu’ la fitta tocca,
ché so che voglion dir quelle parole,
sì do ad altre novelle di bocca.
E Die sa come *’l cor forte mi dòle,
per ch’ î° non ho de’ fiorin a ribocca,
per poter far e dir ciò ch’ella vuole.
Cecco Angiolieri
Oncia di carne libra di malizia
— Oncia di carne libra di malizia,
perché dimostri quel che ’n cor non hai?
— Se’ tu si pazzo, ch’aspetti divizia
di quel che caramente comparrai?
— Per tuo parole °l me’ cor non affizia;
com’ peggio dici, più speme mi dài!
— Credi che uom aggia mai la primizia?
Giùroti ’n fede mia che non avrai.
— Or vegg’ i’ ben che tu caschi d’amore:
per che non muove ciò che tu ha’ detto,
se non da cuor, ch’è forte ‘nnamorato.
— Or vuo’ pur esser con cotest’errore?
Or vi sta sempre, che sie benedetto,
ch’ è’ ti ’mprometto — che ’l buon di m’ ha’ dato.
perché dimostri quel che ’n cor non hai?
— Se’ tu si pazzo, ch’aspetti divizia
di quel che caramente comparrai?
— Per tuo parole °l me’ cor non affizia;
com’ peggio dici, più speme mi dài!
— Credi che uom aggia mai la primizia?
Giùroti ’n fede mia che non avrai.
— Or vegg’ i’ ben che tu caschi d’amore:
per che non muove ciò che tu ha’ detto,
se non da cuor, ch’è forte ‘nnamorato.
— Or vuo’ pur esser con cotest’errore?
Or vi sta sempre, che sie benedetto,
ch’ è’ ti ’mprometto — che ’l buon di m’ ha’ dato.
Cecco Angiolieri
P’ sono innamorato, ma non tanto
Î’ sono innamorato, ma non tanto
che non men passi ben leggeramente;
di ciò mi lodo e tègnomi valente,
cha l’Amor non so dato tutto quanto.
E’ basta ben se per lui gioco e canto
e amo e serveria chi gli è servente:
ogni soperchio val quanto niente,
e ciò non regna en me, ben mi dò vanto.
Però non pensi donna che sia nata,
che l’ami ligio com’ è veggio molti,
sia quanto voglia bella e delicata,
ché troppo amare fa gli òmini stolti;
però non vo’ tener cotal usata,
che cangia ’l cor e divisa gli volti.
che non men passi ben leggeramente;
di ciò mi lodo e tègnomi valente,
cha l’Amor non so dato tutto quanto.
E’ basta ben se per lui gioco e canto
e amo e serveria chi gli è servente:
ogni soperchio val quanto niente,
e ciò non regna en me, ben mi dò vanto.
Però non pensi donna che sia nata,
che l’ami ligio com’ è veggio molti,
sia quanto voglia bella e delicata,
ché troppo amare fa gli òmini stolti;
però non vo’ tener cotal usata,
che cangia ’l cor e divisa gli volti.
Cecco Angiolieri
Qual uomo vuol purgar le sue peccata
Qual uomo vuol purgar le sue peccata,
sed e’ n’avesse quanti n’ebbe Giuda,
faccia pur sì, ched egli abbia una druda,
la qual sia d’un altr’uomo ’nnamorata.
Se non gli secca ’l cuor e la curata,
mostrandosi di lui cotanto cruda,
ch’e’ mi sia dato d’una spada gnuda,
che pur allotta allotta sia arrotata.
Potrebbono già dir: – Tu come ’l sai? –
I’ li rispondarei che l’ho provato,
ché per la mia sciagura una n’amai
la qual ha il cor d’un altro sì piagato,
che mi facea trar più rata e più guai,
che non fa l’uom quand’è verrucolato.
sed e’ n’avesse quanti n’ebbe Giuda,
faccia pur sì, ched egli abbia una druda,
la qual sia d’un altr’uomo ’nnamorata.
Se non gli secca ’l cuor e la curata,
mostrandosi di lui cotanto cruda,
ch’e’ mi sia dato d’una spada gnuda,
che pur allotta allotta sia arrotata.
Potrebbono già dir: – Tu come ’l sai? –
I’ li rispondarei che l’ho provato,
ché per la mia sciagura una n’amai
la qual ha il cor d’un altro sì piagato,
che mi facea trar più rata e più guai,
che non fa l’uom quand’è verrucolato.
Cecco Angiolieri
Qualunque giorno non veggio l mi’ amore
Qualunque giorno non veggio ’l mi’ amore,
la notte come serpe mi travollo
e sì mi giro, che paio un bigollo,
tanta è la pena che sente ’I meo core.
Parmi la notte ben cento mili’ore,
dicendo: — Dio, sarà ma’ di, vedrollo? —
e tanto piango che tutto m’immollo,
ch’alcuna cosa m’alleggia ’l dolore.
Ed i’ ne son da lei così cangiato,
che ’n una ched e’ giungo ’n sua contrada,
sì mi fa dir ch’î’ vi son troppo stato
e ched è voli, si tosto men vada,
però ch’ell’ha ’l su’ amor a tal donato,
che per un mille più di me li aggrada.
la notte come serpe mi travollo
e sì mi giro, che paio un bigollo,
tanta è la pena che sente ’I meo core.
Parmi la notte ben cento mili’ore,
dicendo: — Dio, sarà ma’ di, vedrollo? —
e tanto piango che tutto m’immollo,
ch’alcuna cosa m’alleggia ’l dolore.
Ed i’ ne son da lei così cangiato,
che ’n una ched e’ giungo ’n sua contrada,
sì mi fa dir ch’î’ vi son troppo stato
e ched è voli, si tosto men vada,
però ch’ell’ha ’l su’ amor a tal donato,
che per un mille più di me li aggrada.
Cecco Angiolieri
Tre cose solamente mi so’ in grado
‘Tre cose solamente mi so’ in grado,
le quali posso non ben ben fornire,
ciò è la donna, la taverna e ’l dado;
queste mi fanno ’l cuor lieto sentire.
le quali posso non ben ben fornire,
ciò è la donna, la taverna e ’l dado;
queste mi fanno ’l cuor lieto sentire.
Cesare Rinaldi
Salmace e Ermafrodito
(Madrigali, 1)
Stringimi, vita mia,
mentre ti stringo anch’io, e dolcemente
scherza al mio scherzo, e baciami sovente:
mesci note amorose
fra i dolcissimi baci,
e facciam dolci guerre e dolci paci;
vibrin le lingue ascose
fra le labbra serpendo, e co i sospiri
il tuo cor, il mio cor morendo spiri.
Spiri sì, ma rinasca e vita e morte
dolce il piacer n’apporte,
e acciò resti infinito
sia tu Salmace, ed io sia Ermafrodito.
Stringimi, vita mia,
mentre ti stringo anch’io, e dolcemente
scherza al mio scherzo, e baciami sovente:
mesci note amorose
fra i dolcissimi baci,
e facciam dolci guerre e dolci paci;
vibrin le lingue ascose
fra le labbra serpendo, e co i sospiri
il tuo cor, il mio cor morendo spiri.
Spiri sì, ma rinasca e vita e morte
dolce il piacer n’apporte,
e acciò resti infinito
sia tu Salmace, ed io sia Ermafrodito.
Cesare Viviani
La volta che
La volta che cominciasti a scuotere la villa
e nel salone delle feste cadde il lampadario e lo stucco,
grida furiose, due ospiti
la Cresci e il suo amico finirono sotto, morirono,
e si schiantò la parete di destra si lacerò come carta...
Corsi da te, in fondo al parco volai dalla porticina
a cercarti nella casina nella tua stanza. Dicesti:
“Ma come fai ad amare una che disfa tutto”.
e nel salone delle feste cadde il lampadario e lo stucco,
grida furiose, due ospiti
la Cresci e il suo amico finirono sotto, morirono,
e si schiantò la parete di destra si lacerò come carta...
Corsi da te, in fondo al parco volai dalla porticina
a cercarti nella casina nella tua stanza. Dicesti:
“Ma come fai ad amare una che disfa tutto”.
Cesare Viviani
VI Anno divora anno
amore consuma amore.
In tutti i centri immaginabili
cercato il Creatore, la creatura
lo cercava dove lo voleva,
nel più alto pensiero, nel contemplato, in sé.
E più si perfezionava,
più si intralciava.
Tornare nella creazione,
nella terra, nel limo,
uniti al Creatore, una materia,
unico impasto: è questa l’eternità,
premio o condanna futura,
la fine della creatura.
Faceva la creatura tutto da sé,
invocava, accorreva,
incoronava, puniva,
attribuiva ogni potere al Creatore,
si annullava con le parole, coi pensieri,
restava certamente quella di ieri.
Assente il pensiero, rimasto
nelle distinzioni del mondo,
si presentano uguali le creature,
come sono. I cuori liberi
al primo contatto riconoscono
l’Amore, di cui non si può dire,
Indicibile.
Non chiediamoci come sono
i corpi dei cuori liberi,
quando vivono nell’essere e nessuna parola
li può rappresentare.
I corpi sono tutti uguali, il più sano
pari al più martoriato: differenti
soltanto le pretese, mentre la stessa .
è l’entrata nell’essere.
Se c’è un’interrogazione,
non la si riesce a formulare.
Le tante domande, invece,
coprono la luce, oscurano,
allontanano dall’ardore,
rallentano il cuore.
non lascia spazio la fede fuori di sé.
E la creatura
è quello in cui crede:
non lo interessa come diventerà,
se opaca o pura, triste o gaia,
non pensa a quel che è, non pensa a sé.
x
Chi continua a smarrirsi nel fare,
o parimenti si perde in seno alla natura,
rimane nella fede. Ma oltre,
lasciato l’amore, abbandonato ogni valore,
escluso ogni fautore o mediatore,
è luce, luce, luce,
luce della Verità, luce
del mattino.
Il cuore sia il Creatore -
non si perda in bontà o in amore.
Il battito, la forma, la materia
non siano altro che sé, non siano
funzione o descrizione;
siano solo quello che da sempre sono:
la propria creazione.
Ora non c’è preghiera pronunciabile,
non c’è cura:
nell’essere che non si rivela
ritorni, dove è sempre stata, la creatura.
Il niente dell’esistenza e della storia
disveli l’immensa gloria.
Prima di arrivare al proprio essere,
ha fatto parte di silenziose esplosioni stellari,
era niente ma ha distrutto,
con un contatto minimo, una grande massa infuocata,
è sempre stato invisibile, inavvertibile,
ora si può dire: infinito.
Non c’è spazio: procede
intatta la creazione
nella continuità, nella pienezza,
tutto è indistinto niente.
Niente,
movimento assente.
Da PASSANTI
In tutti i centri immaginabili
cercato il Creatore, la creatura
lo cercava dove lo voleva,
nel più alto pensiero, nel contemplato, in sé.
E più si perfezionava,
più si intralciava.
Tornare nella creazione,
nella terra, nel limo,
uniti al Creatore, una materia,
unico impasto: è questa l’eternità,
premio o condanna futura,
la fine della creatura.
Faceva la creatura tutto da sé,
invocava, accorreva,
incoronava, puniva,
attribuiva ogni potere al Creatore,
si annullava con le parole, coi pensieri,
restava certamente quella di ieri.
Assente il pensiero, rimasto
nelle distinzioni del mondo,
si presentano uguali le creature,
come sono. I cuori liberi
al primo contatto riconoscono
l’Amore, di cui non si può dire,
Indicibile.
Non chiediamoci come sono
i corpi dei cuori liberi,
quando vivono nell’essere e nessuna parola
li può rappresentare.
I corpi sono tutti uguali, il più sano
pari al più martoriato: differenti
soltanto le pretese, mentre la stessa .
è l’entrata nell’essere.
Se c’è un’interrogazione,
non la si riesce a formulare.
Le tante domande, invece,
coprono la luce, oscurano,
allontanano dall’ardore,
rallentano il cuore.
non lascia spazio la fede fuori di sé.
E la creatura
è quello in cui crede:
non lo interessa come diventerà,
se opaca o pura, triste o gaia,
non pensa a quel che è, non pensa a sé.
x
Chi continua a smarrirsi nel fare,
o parimenti si perde in seno alla natura,
rimane nella fede. Ma oltre,
lasciato l’amore, abbandonato ogni valore,
escluso ogni fautore o mediatore,
è luce, luce, luce,
luce della Verità, luce
del mattino.
Il cuore sia il Creatore -
non si perda in bontà o in amore.
Il battito, la forma, la materia
non siano altro che sé, non siano
funzione o descrizione;
siano solo quello che da sempre sono:
la propria creazione.
Ora non c’è preghiera pronunciabile,
non c’è cura:
nell’essere che non si rivela
ritorni, dove è sempre stata, la creatura.
Il niente dell’esistenza e della storia
disveli l’immensa gloria.
Prima di arrivare al proprio essere,
ha fatto parte di silenziose esplosioni stellari,
era niente ma ha distrutto,
con un contatto minimo, una grande massa infuocata,
è sempre stato invisibile, inavvertibile,
ora si può dire: infinito.
Non c’è spazio: procede
intatta la creazione
nella continuità, nella pienezza,
tutto è indistinto niente.
Niente,
movimento assente.
Da PASSANTI
Cesare Zavattini
A l’arcnosi
I dis: al scriveva mei na volta,
ca sum dvantà volgare.
A l’arcnosi e an po’ am’ g’afeziuni.
Da pütlet a santiva me padar
bravà cmi sant e la madona, l’era grand,
ad not l’impiniva la camara
di bramiti, e pr’amur quasi
al strusava me madar (a naseva i me fradei),
le la murmurava frasi a metà
dna dulsesa che ad dé
a n’an catava pò li pesti.
ca sum dvantà volgare.
A l’arcnosi e an po’ am’ g’afeziuni.
Da pütlet a santiva me padar
bravà cmi sant e la madona, l’era grand,
ad not l’impiniva la camara
di bramiti, e pr’amur quasi
al strusava me madar (a naseva i me fradei),
le la murmurava frasi a metà
dna dulsesa che ad dé
a n’an catava pò li pesti.
Cesare Zavattini
Na not
Sota la finestra
dna furastéra
ot
zuvnot
na not
pina da steli
ia tirà föra
al grél.
Ve zò
i g’adgeva.
Lé meza lugada
in dl’ombra
la rideva.
dna furastéra
ot
zuvnot
na not
pina da steli
ia tirà föra
al grél.
Ve zò
i g’adgeva.
Lé meza lugada
in dl’ombra
la rideva.
Chiaro Davanzati
Come Narcissi, in sua spera mirando
Come Narcissi, in sua spera mirando,
s’inamorao per ombra a la fontana;
veggendo se medesimo pensando,
ferissi il core e la sua mente vana;
gittòvisi entro per l’ombria pigliando,
di quello amor lo prese morte strana:
ed io, la vostra bieltà rimembrando
Vl’ora chio vidi voi, donna sovrana,
inamorato son sì feramente,
che, poi ch’io voglia, non poria partire,
sì m’ha l’amor compreso strettamente;
tormentami lo giorno e fa languire:
com’a Narcissi, parràmi piagente,
veggendo voi, la morte soferire.
s’inamorao per ombra a la fontana;
veggendo se medesimo pensando,
ferissi il core e la sua mente vana;
gittòvisi entro per l’ombria pigliando,
di quello amor lo prese morte strana:
ed io, la vostra bieltà rimembrando
Vl’ora chio vidi voi, donna sovrana,
inamorato son sì feramente,
che, poi ch’io voglia, non poria partire,
sì m’ha l’amor compreso strettamente;
tormentami lo giorno e fa languire:
com’a Narcissi, parràmi piagente,
veggendo voi, la morte soferire.
Chiaro Davanzati
E’ no mi piace, sire, la partenza
(MADONNA)
E’ no mi piace, sire, la partenza
da vostra fina donna ed amorosa,
ma piacemi le stiate ad ubidenza
si come buon segnor de’ far a sposa;
e ciò che vole sia vostra voglienza,
e la non-volontà vi sia noiosa;
e di questo mi fate gran pracenza,
e s’altro fosse, ne saria crucciosa.
Ma dipartiamo il vano intendimento
ch’è stato fra noi due aoperando,
che si congiunse di carnal talento:
la vostra donna sempre gite amando
(ed io lo mio segnore a piacimento),
e dolzi motti tra voi due parlando.
E’ no mi piace, sire, la partenza
da vostra fina donna ed amorosa,
ma piacemi le stiate ad ubidenza
si come buon segnor de’ far a sposa;
e ciò che vole sia vostra voglienza,
e la non-volontà vi sia noiosa;
e di questo mi fate gran pracenza,
e s’altro fosse, ne saria crucciosa.
Ma dipartiamo il vano intendimento
ch’è stato fra noi due aoperando,
che si congiunse di carnal talento:
la vostra donna sempre gite amando
(ed io lo mio segnore a piacimento),
e dolzi motti tra voi due parlando.
Chiaro Davanzati
I’ mi disdico ch’i’ non ho tuo core
(MADONNA)
I’ mi disdico ch’i’ non ho tuo core,
e s’io l’avesse, io lo ti renderia;
ma poi no-ll’ho, richerilo ad amore,
a cui lo desti per la tua follia;
e se mi se’ offerto servidore,
io non ti voglio per mia villania;
ma quando fosse in servigio d’onore,
i’ son certa ch’assai mi piaceria.
Ma tu mi cheri cosa ch’io non voglio,
e tu medesmo so ben che lo credi:
dunque l’amenda solo il disvolere.
Ed uno esempro dicere ti voglio
(se se’ sentito, pensalo e provedi):
ch’esser non pò amor sanza piacere.
I’ mi disdico ch’i’ non ho tuo core,
e s’io l’avesse, io lo ti renderia;
ma poi no-ll’ho, richerilo ad amore,
a cui lo desti per la tua follia;
e se mi se’ offerto servidore,
io non ti voglio per mia villania;
ma quando fosse in servigio d’onore,
i’ son certa ch’assai mi piaceria.
Ma tu mi cheri cosa ch’io non voglio,
e tu medesmo so ben che lo credi:
dunque l’amenda solo il disvolere.
Ed uno esempro dicere ti voglio
(se se’ sentito, pensalo e provedi):
ch’esser non pò amor sanza piacere.
Chiaro Davanzati
lo non dico, messer, che voi pechiate
(MADONNA)
lo non dico, messer, che voi pechiate
per vostra donna amare e triverire,
né v’amonisco che da me partiate
lo vostro amor, ma solo lo disire
del frutto, che più aver no lo pensate,
perché’io fallar più voglia a lo mio sire
né voi a vostra donna léaltate:
ma buono amor cortes’è da gradire.
E tanto v’ho d’amarvi intendimento
che d’altro non mi piace essere amata
se non dal vostro dolze piacimento;
e poria esser ch’alcuna fiata
il nostro amore avria congiungimento
secondo nostra amanza ricelata.
lo non dico, messer, che voi pechiate
per vostra donna amare e triverire,
né v’amonisco che da me partiate
lo vostro amor, ma solo lo disire
del frutto, che più aver no lo pensate,
perché’io fallar più voglia a lo mio sire
né voi a vostra donna léaltate:
ma buono amor cortes’è da gradire.
E tanto v’ho d’amarvi intendimento
che d’altro non mi piace essere amata
se non dal vostro dolze piacimento;
e poria esser ch’alcuna fiata
il nostro amore avria congiungimento
secondo nostra amanza ricelata.
Chiaro Davanzati
lo son certa, messer, che voi m’amaste
(MADONNA)
To son certa, messer, che voi m’amaste
di pura ed incarnata benvoglienza,
e sovra tutte cose disiaste
a me servire e stare ad ubidenza:
e nulla cosa, credo, riserbaste
8 ch’io no la desse ’n la vostra potenza.
Ed or ch’avete d’altra segnoria,
non mi dispiace certo, ma talenta,
ché ’l vostro onor n’acresce tuttavia:
‘11
ma lo mio cor non par che m’aconsenta
ch’io v’ami più per nulla villania:
14 di quel ch’è suto non vuol ch’io mi penta.
To son certa, messer, che voi m’amaste
di pura ed incarnata benvoglienza,
e sovra tutte cose disiaste
a me servire e stare ad ubidenza:
e nulla cosa, credo, riserbaste
8 ch’io no la desse ’n la vostra potenza.
Ed or ch’avete d’altra segnoria,
non mi dispiace certo, ma talenta,
ché ’l vostro onor n’acresce tuttavia:
‘11
ma lo mio cor non par che m’aconsenta
ch’io v’ami più per nulla villania:
14 di quel ch’è suto non vuol ch’io mi penta.
Chiaro Davanzati
Madonna, or provedete ad una cosa
(MESSERE)
Madonna, or provedete ad una cosa,
ché lungiamente l’aggio udito dire,
che buono amor non fu néd essere osa
4 s’unque già mai da-llui nacque partire:
onde, se voi di me foste amorosa
ed io di voi, e presine disire,
greve pena con morte dolorosa
8 volete a quella gioia convenire?
Ch’al primo ch’altra donna disposasse,
richiesine primier vostra lecenza;
dissi che ’l vostro cor, bella, pensasse:
mostraste che non vi fosse a spiagenza;
parve perciò lo mio s’asicurasse:
I
però, s’io pecco, fue vostra fallenza.
Madonna, or provedete ad una cosa,
ché lungiamente l’aggio udito dire,
che buono amor non fu néd essere osa
4 s’unque già mai da-llui nacque partire:
onde, se voi di me foste amorosa
ed io di voi, e presine disire,
greve pena con morte dolorosa
8 volete a quella gioia convenire?
Ch’al primo ch’altra donna disposasse,
richiesine primier vostra lecenza;
dissi che ’l vostro cor, bella, pensasse:
mostraste che non vi fosse a spiagenza;
parve perciò lo mio s’asicurasse:
I
però, s’io pecco, fue vostra fallenza.
Chiaro Davanzati
Madonna, or veggio che poco vi cale
(MESSERE)
Madonna, or veggio che poco vi cale
di me, che vostro servo sono stato:
si diletate forte lo mio male
come nemico fossevi colpato.
Ché la mia vita sanza voi non vale:
dunque, se mi fallite, son passato
di questo mondo, ’ve gio’ son mortale:
da poi che piace a voi, sone invogliato.
Ma avanti chio di donna m’apigliasse,
savete, donna, ch’io v’adimandai
se ’l vostro amore per ciò mi fallasse;
diceste: “Cresceràne più che mai”
e di quella credenza non dottasse:
presi dunque consiglio de’ miei guai.
Madonna, or veggio che poco vi cale
di me, che vostro servo sono stato:
si diletate forte lo mio male
come nemico fossevi colpato.
Ché la mia vita sanza voi non vale:
dunque, se mi fallite, son passato
di questo mondo, ’ve gio’ son mortale:
da poi che piace a voi, sone invogliato.
Ma avanti chio di donna m’apigliasse,
savete, donna, ch’io v’adimandai
se ’l vostro amore per ciò mi fallasse;
diceste: “Cresceràne più che mai”
e di quella credenza non dottasse:
presi dunque consiglio de’ miei guai.
Cielo d'Alcamo
Dal Contrasto (vv. 136-160)
«Sazzo che m’ami [e] àmoti di core paladino.
Lèvati suso e vatene, tornaci a lo matino.
Se ciò che dico fàcemi, di bon cor t’amo e fino.
Quisso t’[ad]imprometto sanza faglia:
te’ la mia fede che m’hai in tua baglia.»
«Per zo che dici, càrama, neiente non mi movo.
Inanti pren[n]i e scànnami: tolli esto cortel novo.
Esto fatto far pòtesi inanti scalfì un uovo.
Arcompli mi’ talento, [a]mica bella,
ché l’arma co lo core mi si ’nfella.»
«Ben sazzo, l’arma dòleti, com’omo ch’ave arsura.
Esto fatto non pòtesi per null’altra misura:
se non ha’ le Vangel[ï]e, che mo ti dico ’Jura’,
avere me non puoi in tua podestà;
inanti pren[n]i e tagliami la testa.»
«Le Vangel[ï]e, càrama? ch’io le porto in seno:
a lo mostero prèsile (non ci era lo patrino).
Sovr’esto libro jùroti mai non ti vegno meno.
Arcompli mi’ talento in caritate,
ché l’arma me ne sta in sut[t]ilitate.»
«Meo siré, poi juràstimi, eo tut[t]a quanta incenno.
Sono a la tua presenz[ï]a, da voi non mi difenno.
S’eo minespreso àjoti, merzé, a voi m’arenno.
A lo letto ne gimo a la bon’ora,
ché chissà cosa n’è data in ventura.»
Lèvati suso e vatene, tornaci a lo matino.
Se ciò che dico fàcemi, di bon cor t’amo e fino.
Quisso t’[ad]imprometto sanza faglia:
te’ la mia fede che m’hai in tua baglia.»
«Per zo che dici, càrama, neiente non mi movo.
Inanti pren[n]i e scànnami: tolli esto cortel novo.
Esto fatto far pòtesi inanti scalfì un uovo.
Arcompli mi’ talento, [a]mica bella,
ché l’arma co lo core mi si ’nfella.»
«Ben sazzo, l’arma dòleti, com’omo ch’ave arsura.
Esto fatto non pòtesi per null’altra misura:
se non ha’ le Vangel[ï]e, che mo ti dico ’Jura’,
avere me non puoi in tua podestà;
inanti pren[n]i e tagliami la testa.»
«Le Vangel[ï]e, càrama? ch’io le porto in seno:
a lo mostero prèsile (non ci era lo patrino).
Sovr’esto libro jùroti mai non ti vegno meno.
Arcompli mi’ talento in caritate,
ché l’arma me ne sta in sut[t]ilitate.»
«Meo siré, poi juràstimi, eo tut[t]a quanta incenno.
Sono a la tua presenz[ï]a, da voi non mi difenno.
S’eo minespreso àjoti, merzé, a voi m’arenno.
A lo letto ne gimo a la bon’ora,
ché chissà cosa n’è data in ventura.»
Claudio Achillini
Donna perfida
Sleal, così dicesti:
«Quand’è più cieco a meza notte il lume,
vien: ché ignuda t’aspetto entro le piume».
I’ me ne venni, ah cruda!,
ma solo ti trovai di fede ignuda.
«Quand’è più cieco a meza notte il lume,
vien: ché ignuda t’aspetto entro le piume».
I’ me ne venni, ah cruda!,
ma solo ti trovai di fede ignuda.
Claudio Achillini
Donna scapigliata e bionda
Tra i vivi scogli de le due mammelle
la mia bella Giunon veggio destare
dal suo crinito ciel piogge e procelle,
prodighe d’oro e di salute avare.
Se mostra gli occhi o quelle poma belle,
più ricco s’apre e più fecondo appare,
mercé di due rubini e di due stelle,
quel ciel di stelle e di rubin quel mare.
Ma sia di scogli e di tempeste or pieno:
ch’io, dai venti d’amor sospinto e scorto,
vo’ navigar col core un sì bel seno.
Né tem’io già di rimanerne absorto,
poiché la sua tempesta è ’1 mio sereno,
poiché gli scogli suoi sono il mio porto.
la mia bella Giunon veggio destare
dal suo crinito ciel piogge e procelle,
prodighe d’oro e di salute avare.
Se mostra gli occhi o quelle poma belle,
più ricco s’apre e più fecondo appare,
mercé di due rubini e di due stelle,
quel ciel di stelle e di rubin quel mare.
Ma sia di scogli e di tempeste or pieno:
ch’io, dai venti d’amor sospinto e scorto,
vo’ navigar col core un sì bel seno.
Né tem’io già di rimanerne absorto,
poiché la sua tempesta è ’1 mio sereno,
poiché gli scogli suoi sono il mio porto.
Compagnetto da Prato
L’amor fa una donna amare
L’amor fa una donna amare.
Dice: “Lassa, com faragio?
Quelli a cui mi voglio dare
non so se m’à ’n suo coragio.
Sire Dio, che lo savesse
ch’io per lui sono al morire,
o c’a donna s’avenesse:
manderia a lui a dire
che lo suo amor mi desse,
Dio d’amor, quel per cui m’ài
conquisa, di lui m’aiuta;
non t’è onor s’a lui non vai,
combatti pur la renduta.
Dio! l’avessero in usanza
l’altre di ’nchieder d’amare!
chio inchiedesse lui d’amanza,
ché nà tolto lo posare;
per lui moro for fallanza.
Donne, no ’l tenete a male,
s’io danneo il vostro onore,
ché ’l pensier m’à messa a tale
convenmi inchieder d’amore.
Manderò per l’amor mio,
saprò se d’amor mi ’nvita;
se no gliela dirabo io,
la mia angosciosa vita.
Lo mio aunore non disio.”
‘Madonna, a vostre belleze
non era ardito di ’ntendre;
non credea che vostre alteze
ver me degnassero iscendre,
A voi mi do, donna mia,
vostro son, mio non mi tegno,
mio amor coral in voi sia;
fra tutto, senza ritegno
mettomi in vostra balifa.?
“Deo! como mi fa morire
l’omo a cui mandai il messagio!
Domandomi che vuol dite,
Quando in zambra meco l’agio
non me ne de’ domandare.
Drudo mio, aulente più c’ambra,
ben ti dovresti pensare
perché’i’ òti co meco in zambra;
sola son, non dubitare.”
‘Dimmi s’è ver l’abrazzare
che mi fai, donna avenente,
ché si gran cosa mi pare,
creder no ’l posso neiente.’
“Drudo mio, se Dio mi vaglia
ch’io del tuo amor mi disfaccio,
merzé, non mi dar travaglia!
Poi che m’ài ignuda in braccio,
meo sir, tenemi in tua baglia!”
Anonimo
Dice: “Lassa, com faragio?
Quelli a cui mi voglio dare
non so se m’à ’n suo coragio.
Sire Dio, che lo savesse
ch’io per lui sono al morire,
o c’a donna s’avenesse:
manderia a lui a dire
che lo suo amor mi desse,
Dio d’amor, quel per cui m’ài
conquisa, di lui m’aiuta;
non t’è onor s’a lui non vai,
combatti pur la renduta.
Dio! l’avessero in usanza
l’altre di ’nchieder d’amare!
chio inchiedesse lui d’amanza,
ché nà tolto lo posare;
per lui moro for fallanza.
Donne, no ’l tenete a male,
s’io danneo il vostro onore,
ché ’l pensier m’à messa a tale
convenmi inchieder d’amore.
Manderò per l’amor mio,
saprò se d’amor mi ’nvita;
se no gliela dirabo io,
la mia angosciosa vita.
Lo mio aunore non disio.”
‘Madonna, a vostre belleze
non era ardito di ’ntendre;
non credea che vostre alteze
ver me degnassero iscendre,
A voi mi do, donna mia,
vostro son, mio non mi tegno,
mio amor coral in voi sia;
fra tutto, senza ritegno
mettomi in vostra balifa.?
“Deo! como mi fa morire
l’omo a cui mandai il messagio!
Domandomi che vuol dite,
Quando in zambra meco l’agio
non me ne de’ domandare.
Drudo mio, aulente più c’ambra,
ben ti dovresti pensare
perché’i’ òti co meco in zambra;
sola son, non dubitare.”
‘Dimmi s’è ver l’abrazzare
che mi fai, donna avenente,
ché si gran cosa mi pare,
creder no ’l posso neiente.’
“Drudo mio, se Dio mi vaglia
ch’io del tuo amor mi disfaccio,
merzé, non mi dar travaglia!
Poi che m’ài ignuda in braccio,
meo sir, tenemi in tua baglia!”
Anonimo